Archive pour mars, 2013

BERGOGLIO E DE LUBAC

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BERGOGLIO E DE LUBAC

Il testo del cardinale Henri De Lubac nelle sue « Meditazioni sulla Chiesa » citato dal futuro Papa Francesco durante il suo intervento alle Congregazioni generali

Roma, 28 Marzo 2013 (Zenit.org)

Il 9 marzo 2013, il cardinal Jorge Mario Bergoglio, nella penultima delle Congregazioni generali dei cardinali, fece un intervento. Il cardinale dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino, avendo chiesto all’allora arcivescovo di Buenos Aires il testo, ebbe anche il permesso di renderlo pubblico. In tale scritto diviso in quattro punti, il futuro papa Francesco, nel terzo menzionò «quel male così grave che è la mondanità spirituale» che è «secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa».
Il testo, a cui rinvia il cardinale prossimo a essere eletto Papa, è presente nella conclusione di Henri De Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Milano 1955, p. 446-447, riportato qui sotto nella sua integralità:
***
« Mentre in Maria questa umile ed alta perfezione brilla di purissimo splendore, in noi, che siamo ancora appena sfiorati da questo Spirito, essa stenta ad emergere. La Chiesa, materna, non ha mai finito di generarci alla vita dello Spirito.
Ma il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché tutte le altre sono vinte, alimentata anzi da queste vittorie, è quella che Dom Vonier chiamava «mondanità spirituale». Con questo noi intendiamo, diceva, «un atteggiamento che si presenta praticamente come un distacco dall’altra mondanità, ma il cui ideale morale, nonché spirituale, non è la gloria del Signore, ma l’uomo e la sua perfezione. Un atteggiamento radicalmente antropocentrico; ecco la mondanità dello spirito. Essa diverrebbe imperdonabile nel caso – supponiamolo possibile – di un uomo che sia dotato di tutte le perfezioni spirituali, ma che non le riferisca a Dio».
Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare per corromperla attaccandosi al suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale. Peggio ancora di quella lebbra che, in certi momenti della storia, sfigurò così crudelmente la Sposa diletta, quando la religione pareva introdurre lo scandalo nel «santuario stesso e, rappresentata da un papa libertino, nascondeva sotto pietre preziose, sotto belletti ed orpelli, il volto di Gesù».
Nessuno di noi è totalmente sicuro da questo male. Un umanesimo sottile, avversario di Dio Vivente, e, segretamente, non meno nemico dell’uomo, può insinuarsi in noi attraverso mille vie tortuose. La curvitas originale non è mai in noi definitivamente raddrizzata. Il «peccato contro lo Spirito» è sempre possibile. Ma nessuno di noi si identifica con la Chiesa. Nessun nostro tradimento può consegnare al Nemico la Città che il Signore stesso custodisce ».

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Russian icon of crucifixion with Theotokos and Saint John the Evangelist (Dormition Church at Kondopoga)

Russian icon of crucifixion with Theotokos and Saint John the Evangelist (Dormition Church at Kondopoga) dans immagini sacre Russian_icon_of_crucifixion_with_Theotokos_and_Saint_John_the_Evangelist_(Dormition_Church_at_Kondopoga)

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IL GIOVEDÌ SANTO, ULTIMA ALBA DI QUARESIMA, PRIMO TRAMONTO DEL TRIDUO PASQUALE (SECONDA PARTE)

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IL GIOVEDÌ SANTO, ULTIMA ALBA DI QUARESIMA, PRIMO TRAMONTO DEL TRIDUO PASQUALE (SECONDA PARTE)

UNA RIFLESSIONE SULLE PREGHIERE E SULLA LITURGIA DEL GIOVEDÌ DELLA SETTIMANA SANTA

ROMA, 26 MARZO 2013 (ZENIT.ORG) PADRE GIUSEPPE MIDILI, O.CARM.

Dal grande mistero della Santa Cena scaturisce pienezza di carità e di vita. Il riferimento è certamente al gesto della lavanda dei piedi, che la liturgia propone di compiere simbolicamente in questo giorno. Papa Giovanni Paolo II, commentando la pericope evangelica di Gv 13, coglie il nesso tra la lavanda e la partecipazione alla mensa eucaristica: «Al termine della lavanda dei piedi Gesù ci invita ad imitarlo: Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi (Gv 13,15).
Stabilisce in tal modo un’intima correlazione tra l’Eucaristia, sacramento del suo dono sacrificale, e il comandamento dell’amore, che ci impegna ad accogliere e servire i fratelli. Non si può disgiungere la partecipazione alla mensa del Signore dal dovere di amare il prossimo. Ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, anche noi pronunciamo il nostro “Amen” davanti al Corpo e al Sangue del Signore.
E’ l’amore l’eredità più preziosa che Egli lascia a quanti chiama alla sua sequela. E’ il suo amore, condiviso dai suoi discepoli, che questa sera viene offerto all’intera umanità.» (Giovanni Paolo II, Omelia della Messa in Cena Domini, 28 marzo 2002). Il prefazio, in cui si dice comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria, è espressione del rapporto tra Eucarestia e comandamento dell’amore.
Il testo del canto di offertorio, Dov’è carità e amore, lì c’è Dio, accompagna l’offerta dei doni per i poveri, insieme al pane ed al vino che diventeranno cibo e bevanda per la comunità radunata. Dio è presente e si manifesta lì dove la vita quotidiana esprime un amore profondo verso il prossimo. Il binomio pienezza di carità e di vita, cui si accenna nella colletta, è riferimento alla pienezza dell’amore, che si esprime quando permea tutta la vita dei credenti.
In questo senso «Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Il «comandamento» dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere «comandato» perché prima è donato» (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 14).
Ecco il motivo per cui pane e vino si portano all’altare insieme ai doni per i poveri: l’Eucarestia è il dono che Cristo fa alla sua Chiesa, mentre le chiede di essere imitato nel lavare i piedi e nel donare la vita.
Un’ultima riflessione, sul significato dell’adorazione eucaristica, che conclude questa celebrazione: Le rubriche prevedono che dopo alcuni istanti di adorazione in silenzio tutti genuflettono e tornano in sacrestia… Nessun rito di conclusione, nessuna orazione, solo il silenzio di tutta la Chiesa di fronte al grande mistero dell’Eucarestia. Per comprendere meglio il significato di un tempo prolungato di adorazione, proposto alla comunità ecclesiale, basta leggere l’esortazione di papa Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, al n. 66: «L’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucarestia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo. L’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto si è fatto nella celebrazione liturgica stessa». Già Agostino infatti aveva detto: «nessuno mangia quella carne senza averla prima adorata» (Esposizioni sui Salmi 98, 9).
Mentre il sole volge alla fine del suo corso e la luce del tramonto cede il posto alla tenebra, i colori del crepuscolo risplendono sulla comunità radunata nel cenacolo antico e nuovo: l’ora è giunta. Radunati intorno all’altare per celebrare la Santa Cena, inebriati dal profumo del balsamo che sale dal Sacro Crisma, contempliamo nell’Eucarestia il nostro Salvatore, che lava i nostri piedi ed offre la sua vita. Non teme il tradimento del nostro peccato, come non esitò di fronte a quello di Giuda, si dona pienamente e totalmente: tutto se stesso per noi, per sempre, perché Egli è l’Amore incondizionato. Nel silenzio della Chiesa, muta di fronte ad un gesto così alto di donazione, nessuna parola. L’attenzione è tutta verso quel tabernacolo in cui è presente l’Amato e la mente torna alle parole di Didaché: «Come questo pane spezzato era disperso sui monti e, raccolto, è divenuto uno, così la tua Chiesa sia raccolta dalle estremità della terra nel tuo regno» (IX, 4).

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Joseph Ratzinger: due meditazioni sul venedì santo

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JOSEPH RATZINGER

VENERDÌ SANTO

1. Prima meditazione

«Essi guarderanno colui che hanno trafitto». Con queste parole l’evangelista Giovanni chiude la sua narrazione della passione di Gesù; cori tali parole introduce la visione di Cristo nello ultimo libro del Nuovo Testamento che noi chiamiamo ‘Apocalisse’. Tra queste due ci!azioni della parola profetica dell’ Antico Testamento è tesa tutta la storia: tra la crocifissione e il ritorno del Signore; in questa citazione si parla sia dell’abbassamento di colui che morì come un assassino sul patibolo, che della potenza di colui che verrà per giudicare il mondo, per essere quindi anche il nostro giudice.
«Essi guarderanno colui che hanno trafitto». Tutto il vangelo di Giovanni non è che la verifica di questa frase, il tentativo di concentrare il nostro sguardo e il nostro cuore nella contemplazione di lui. E tutta la liturgia della Chiesa non è altro che la contemplazione del trafitto, il cui volto nascosto viene scoperto dal sacerdote davanti agli occhi della Chiesa e del mondo, durante la celebrazione cultuale del Venerd1 santo che costituisce il punto più alto dell’anno liturgico.
«Ecco l’albero della croce al quale è stata appesa la salvezza del mondo». «Essi guarderanno colui che hanno trafitto». O Signore concedici in quest’ora di poter guardar a te, nell’ora della tua oscurità e del tuo abbassamento ad opera di un mondo che vuole dimenticare la croce come si fa con un incidente spiacevole, che si sottrae al tuo sguardo, considerandolo un inutile sciupio di tempo e non si rende conto che è proprio qui che ci si fa incontro la tua ora decisiva, nella quale nessuno potrà sottrarsi al tuo sguardo.
Sul fatto della trafittura del crocifisso, Giovanni parla con una solennità stranamente circostanziata, che nello stesso tempo lascia riconoscere il peso che l’evangelista attribuisce a questo evento. Nella narrazione, che si chiude con una formula di testimonianza quasi scongiuratrice, vengono elaborati due testi del Vecchio Testamento, mediante i quali viene nello stesso tempo a risultare evidente il significato di questo avvenimento. «Nessun osso gli deve essere spezzato», dice Giovanni e adduce così un testo del rituale pasquale giudaico che contiene una prescrizione sull’agnello pasquale. Egli ci fa cosi comprendere che Gesù, il cui fianco veniva trafitto nello stesso momento in cui nel tempio avveniva lo sgozzamento rituale dell’agnello pasquale, è il vero agnello senza difetto nel quale si compie definitivamente il significato di qualsiasi culto e di qualsiasi rituale, nel quale soltanto anzi diventa manifesto cosa significa in realtà il culto. Ogni culto precristiano si basa in ultima analisi sull’idea della sostituzione: l’uomo è consapevole che fondamentalmente deve dare se stesso se vuole onorare Dio in maniera adeguata, ma sperimenta nello stesso tempo l’impossibilità di darsi e sorge quindi la sostituzione: ecatombi di olocausti divampano sugli altari degli antichi, viene sviluppato un sistema rituale possente, ma su tutto questo pesa il dramma di una inutilità impressionante, giacché non esiste nulla con cui l’uomo possa sostituire se stesso: qualsiasi cosa possa offrire, rimane sempre troppo poco.
La critica profetica al culto aveva sempre opposto all’autosufficienza dei ritualisti che Dio, a cui appartiene il mondo tutto, non aveva bisogno dei loro capri e dei loro tori; la facciata sfarzosa del rito nasconde soltanto la fuga da ciò che è autentico, dalla chiamata di Dio che vuole noi stessi e che può essere veracemente adorato solo nel gesto dell’amore senza riserva. Mentre nel tempio sanguinavano gli agnelli pasquali, fuori della città muore un uomo, il Figlio di Dio, ucciso proprio da coloro che credono di onorare Dio nel tempio. Dio muore come uomo – egli dà tutto se stesso agli uomini che non sono in grado di darsi a- lui e pone quindi al posto dell’inutile sostituzione cultuale, la realtà del suo amore onnisufficiente. La lettera agli Ebrei ha sviluppato ulteriormente il piccolo accenno del vangelo di Giovanni interpretando la liturgia giudaica del giorno della riconciliazione come preludio figurato della liturgia reale della vita e della morte del Cristo Gesù. Ciò che agli occhi del mondo appariva come fatto assolutamente profano, come esecuzione di un uomo condannato a morte come agitatore politico, era in realtà l’unica vera liturgia della storia del mondo – liturgia cosmica attraverso la quale Gesù, non già nella sfera delimitata e cultuale del tempio, ma fuori ‘davanti al mondo tutto, penetrò attraverso la parete della morte nel tempio vero: alla presenza del Padre.
Ed egli non portò il sangue di animali in sostituzione, ma se stesso, com’è conforme allo amore autentico che non può donare che se stesso. La realtà dell’amore che dà se stesso ha eliminato il gioco della sostituzione, che ormai resta per sempre fuori causa. n. velo del tempio è lacerato, ormai non c’è più culto se non nella partecipazione all’amore di Gesù Cristo che costituisce il perpetuo giorno di riconciliazione cosmica. E tuttavia l’idea della sostituzione ha ricevuto in Cristo un senso nuovo ed inaudito. Dio stesso in Gesù Cristo si è messo al nostro posto e noi tutti viviamo solo a partire dal mistero di questa sostituzione.
n secondo testo del Vecchio Testamento che viene inserito nella narrazione della trafittura rende ancora più evidente quanto abbiamo detto, per quanto permangano oscurità sui dettagli. Giovanni dice che un soldato aprì il fianco di Gesù con la lancia. Egli adopera la stessa parola che nel Vecchio Testamento viene usata per la descrizione della creazione di Eva dal fianco di Adamo dormiente. Qualsiasi cosa voglia indicare più da vicino questo accenno, in ogni caso è sufficientemente chiaro che nel vicendevole rapporto tra Cristo e l’umanità credente si ripete il mistero della creazione dell’origine e della donazione vicendevole dell’uomo e della donna. La chiesa ha origine dal fianco aperto del Cristo morente o, se vogliamo esprimerci in termini diversi ed un po’ metaforici: proprio la morte del Signore, la radicalità dell’amore ché perviene all’autodonazione, ha causato questa fecondità. Poiché egli non- si è rinchiuso nell’egoismo di colui che vive solo per se stesso e mette la propria autoconservazione al di sopra di tutto, ma si è lasciato aprire per uscire fuori da se stesso ed esistere per gli altri, proprio per questo egli raggiunge ormai tutti i tempi, al di là di se stesso. n fianco aperto è quindi il simbolo di ‘una nuova immagine dell’uomo, di un nuovo Adamo; esso sta a contrassegnare Cristo come l’uomo che esiste-per-glialtri. E f-orse a partire da. qui soltanto possono essere intese le profondissime affermazioni della fede su Gesù Cristo, così come nello stesso tempo è a partire da qui che si fa manifesto il compito immediato affida,o dal crocifisso alla nostra vita. La fede dice di Gesù Cristo che egli è una sola persona in due nature; nel testo greco originale si dice in maniera più esatta e appropriata che egli è una sola ‘ipostasi’, un unico essere autonomo.
Nel corso della storia ciò è stato sempre nuovamente equivocato come se a Gesù mancasse qualcosa della sua umanità, come se per essere Dio dovesse in qualche modo essere meno uomo. È vero proprio il contrario: Gesù è l’uomo vero, dal quale è misurato ogni altro uomo, al quale deve andare ogni essere umano per pervenire alla propria autenticità. Ed egli è uomo perfetto proprio in quanto in questo non è ‘ipostasi’, essere che sta presso se stesso. Infatti più elevato ancora che il poter essere presso se stessi è il non-poter-stare-presso-se-stessi e il non volerlo, l’andare agli altri partendo dal Padre. Gesù è per così dire nient’altro che il movimento da sé al Padre e agli uomini. E proprio perciò, perché in lui è stato radicalmente spezzato l’anello del roteare attorno a se stessi, egli è nello stesso tempo figlio di Dio e figlio dell’uomo. Proprio perché egli esiste per gli altri totalmente, egli è totalmente se stesso – immagine finale della vera umanità. Diventar cristiani significa diventare uomini, pervenire alla umanità vera, all’essere-pergli-altri e all’essere-da-Dio. Il fianco aperto del crocifisso, la ferita mortale del nuovo Adamo, è il punto di partenza del vero essere umano dell’uomo: essi guarderanno a colui che hanno trafitto.

 Seconda meditazione
Volgiamo ancora una volta il nostro sguardo al lato aperto del Cristo crocifisso, giacché questo sguardo costituisce il senso intimo del Venerdì santo che vuole riportare i nostri occhi via da tutte le attrazioni del mondo, dalla fata Morgana delle sue promesse in vetrina, al vero punto direzionale che unico ci può garantire il cammino in mezzo al groviglio di viuzze che girano sempre attorno allo stesso posto.
Giovanni ha espresso in maniera ancora diversa, rispetto a quella precedentemente considerata, il pensiero che la chiesa deve la sua origine più profonda al fianco trafitto di Cristo. Egli accenna al fatto che dalla ferita del fianco sono usciti sangue ed acqua. Sangue ed acqua stanno ad indicare per lui i due sacramenti fondamentali, battesimo ed eucaristia, che a loro volta costituiscono il contenuto autentico dell’esser-chiesa della chiesa. Battesimo ed eucaristia sono i due modi in cui gli uomini possono essere inseriti nello spazio vitale di Gesù Cristo. Il battesimo sta a significare infatti che un uomo diventa cristiano e si pone sotto il nome di Gesù Cristo. E questo stare sotto un nome significa molto di più che un puro gioco di parole; ciò che sta a significare può essere visto un po’ attraverso l’evento del matrimonio e la comunità di nome che si istituisce tra due persone come espressione dell’unione vicendevole del loro essere, che avviene appunto nel matrimonio. Il battesimo che, come attuazione sacramentale del divenire cristiani, ci unisce al nome di Cristo, sta a significare esattamente un evento simile al matrimonio: compenetrazione della nostra esistenza con la sua, inserimento della nostra vita nella sua, che diventa cosi criterio e spazio del mio essere umano. L’eucaristia è a sua volta comunione di mensa con il Signore che ci vuole trasformare in lui per condurci cosi l’uno verso l’altro, giacché tutti mangiamo lo stesso pane. Non siamo infatti noi ad assumere il corpo del Signore, ma è lui che ci cava, per così dire, fuori da noi stessi e ci inserisce in lui per farci chiesa.
Giovanni riconduce i due sacramenti alla croce; egli li vede defluire dal fianco aperto del Signore e considera quindi compiuta la parola del discorso di congedo: io vado e torno a voi. Proprio mentre me ne vado vengo a voi; anzi la mia dipartita – la morte sulla croce – è essa stessa il mio ritorno. Fin quando vivremo il nostro corpo non è soltanto il ponte che ci unisce vicendevolmente, ma anche la barriera che ci separa, ci rinchiude nell’inaccostabilità del nostro io, dentro alla nostra forma spazio-temporale. Il fianco aperto diventa nuovamente il simbolo della nuova apertura che il Signore viene a costituire mediante la sua morte: ormai la barriera del corpo non lo lega più, sangue ed acqua scorrono attraverso la storia. In quanto risorto egli è lo spazio aperto che ci chiama tutti. Il suo ritorno non è soltanto un avvenimento lontano, alla fine dei tempi, ma è iniziato già nell’ora della sua morte, a partire dalla quale egli viene sempre nuovamente in mezzo a noi. Nella morte del Signore si è compiuto quindi il destino del seme di grano: nel pane di grano dell’eucaristia noi riceviamo l’inesauribile moltiplicazione di pane dell’amore di Gesù Cristo, sufficiente a saziare la fame di tutti i tempi e che proprio in questa maniera vuole assumere anche noi al servizio di questa moltiplicazione di pani. I due pani di orzo della nostra vita potranno apparire inutili, ma il Signore ha bisogno di essi e li esige.
I sacramenti della chiesa sono, come questa, frutto del seme di grano morente. Riceverli significa per noi donarci a quel movimento da cui essi provengono. Si esige cioè da noi di penetra;; re in quel perdersi, senza del quale non ci possiamo ritrovare: «Chi vuole- conservare la sua vita la deve perdere; ma chi la perderà per il mio nome e per il vangelo, la conserverà»; questa parola del Signore è la formula fondamentale della vita cristiana. La fede in ultima analisi non è niente altro che il dire di si a questa santa avventura del perdersi, e proprio qui, a partire dal suo nucleo profondo non è altro che amore autentico. La fede cristiana riceve quindi la sua forma determinante dalla croce di Gesù Cristo e l’apertura del cristiano al mondo, della quale oggi si sente tanto parlare, non può reperire il proprio modello altrove che nel fianco aperto del Signore, espressione di quell’amore radicale che solo può redimere. Dal corpo trafitto del crocifisso sono usciti sangue ed acqua. Ciò che in primo luogo è segno della sua morte, espressione del sul fallimento nell’abisso della morte, è nello stesso tempo un nuovo inizio: il crocifisso risorgerà e non morrà più… Dalla profondità della morte si innalza la promessa della vita eterna. Sulla croce di. Gesù Cristo brilla già sempre lo splendore vittorioso del mattino di Pasqua. Vive. re con lui a partire dalla croce significa quindi sempre vivere anche sotto la promessa della gioia pasquale.

Preghiera
Signore Gesù Cristo concedici in questo Venerdì santo di guardare a te, al tuo cuore. trafitto. Concedici che i nostri occhi e il nostro spirito, che ogni giorno si bagnano nella vanità e nella banalità, possano una volta, al di, là di tutti gli schermi di questo mondo, contemplare il vero Salvatore: te, seme di grano morto, dal quale è

germogliato il frutto centuplo dell’amore di cui tutti viviamo. O Signore, noi esitiamo a venire a te, opponiamo resistenza quando ci vuoi prendere come semi di grano, quando vuoi tirarci fuori dalla meschina difesa del nostro spirito di autoconservazione nel quale ci siamo rincantucciati mascherando la nostra pusillanimità con parole grosse. Ah, tu conosci la nostra debolezza, la nostra incapacità a far fronte alla minima oscurità, l’angoscia nella quale rimaniamo prigionieri di noi stessi. Facci liberi; portaci per mano fuori di noi stessi, oltre la soglia della nostra paura, e ciò di cui non siamo capaci possa essere il dono della ricchezza invitta del tuo cuore aperto. Amen.

Preghiera comune di intercessione

Preghiamo per la santa chiesa di Dio. Perché tu o Signore voglia guidarla in questo tempo di confusione, ricerca e domanda. Perché tu voglia inviarle uomini santi che vivano in mezzo al nostro tempo con la pienezza della loro fede. Perché tu ci voglia donare la concordia, la pazienza vicendevole, la forza portante dell’amore ed il coraggio per la santa stoltezza della fede…

Signore pietà!

Preghiamo per tutti coloro che sono alla ricerca, per tutti coloro che sono tentati o che sbagliano. Che in mezzo alla fuga seduttrice verso le parole fatte, in mezzo alla dittatura della via più facile, tu o Dio possa essere di aiuto a coloro che cercano, forza a coloro che sono tentati, sostegno nell’inutilità spaventosa che minaccia di opprimere coloro che si trovano consegnati fuori da se stessi; che tu possa essere luce nel dubbio che ci fa vacillare; che tu ti voglia mostrare agli erranti, ai persecutori che forse cercano ancora te in qualche maniera…

Signore pietà!

Preghiamo per la pace del mondo, per gli affamati, i perseguitati e gli ammalati. Considera o Signore la miseria orribile e molteplice che tiene prigionieri gli uomini; essi sono tuoi figli, non dimenticarli. Concedi la pace là dove essa manca, perché tu solo la puoi dare in mezzo all’indurimento spaventoso degli uomini. Dai il cibo agli affamati, copri gli ignudi, consola .gli afflitti, tu Dio di ogni consolazione.

Signore pietà!

Giovedì Santo

Giovedì Santo dans immagini sacre HOLY_THURSDAY_1

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GIOVEDI SANTO: ORA SANTA AL GETHSEMANI – KARL RAHNER

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KARL RAHNER

GIOVEDI SANTO

ORA SANTA AL GETHSEMANI

1. LA PRESENZA DI GESÙ E DELLA SUA VITA

Signore Gesù Cristo, Piglio del Dio vivo, vero Dio e vero uomo, uno nell’unità della Persona e nell’indivisa, inconfusa dualità delle nature, noi ti adoriamo, poiché tu sei veramente qui presente in mezzo a noi.
Tu sei presente non soltanto con la tua eterna divinità, per la quale tu sei della stessa natura, potenza e gloria dell’eterno Padre, onde tutto penetri in tutti i luoghi con la tua immensità, in cui tutto vive, tutto si muove, tutto esiste.
Tu sei qui presente anche con la tua natura umana; tu sei qui tra noi nel Sacramento dell’altare con il tuo corpo, la tua anima, il tuo cuore d’uomo. Tu sei qui: tu che nascesti dalla Vergine Maria, che hai attraversato e subito una esistenza umana, con le sue ore grandi e piccole, con le sue gioie e le sue lacrime, con la sua lunga e grigia monotonia quotidiana e i suoi momenti decisivi. Tu sei qui: lo stesso che ha sofferto sotto Ponzio Pilato e che venne crocifisso. Tu sei qui: quello che sulla croce ha vuotato il calice del dolore fino alla feccia.
Sei presente con il tuo corpo risuscitato e trasfigurato dalla gloria di Dio. Sei in mezzo a noi con il tuo cuore umano nel quale scroscia la gioia di tutte le eternità, con il tuo spirito 1:1mano che contempla, faccia a faccia, la inaccessibile luce del Padre, del Figlio suo e del suo Santo Spirito, questo Dio trino, eterno e incomprensibile. In verità, tu sei qui presente come uomo. Noi non vediamo nulla, ma l’occhio della fede ti vede presente in mezzo a noi, fratèllo nostro che condividi la stessa nostra natura. Il nostro orecchio non ti sente; ma l’udito della fede percepisce quel canto eterno di lode che tu, sommo sacerdote e intercessore dell’umanità intera, perennemente rivolgi all’eterno Padre nella gioia del tuo cuore radioso, straripante di divinità.
Noi ti adoriamo, ti lodiamo, ti ringraziamo e celebriamo la tua gloria, poiché tu hai voluto abitare in mezzo a noi, tu, nostro Dio, nostro principio e origine, nostra mèta e termine; poiché hai voluto abitare tra di noi, essere uomo come noi. Poiché tu hai voluto partire dagli inizi, percorrere peregrinando la nostra strada per le strettoie della nostra finitezza, attraverso la
valle delle lacrime, per ragiungere ancora il fine e lo scopo – mentre sei tu il fine e lo scopo di tutti.
Tu sei tra di noi: per questo anche la tua vita umana ci è qui incredibilmente vicina. Quello che tu hai vissuto millenovecento anni orsono, a ben guardare, è trascorso soltanto in apparenza. Certo, l’aspetto terrestre ed esteriore della tua vita è ormai passato. Tu non devi più nascere come un povero bambino; non hai più fame e sete, non ti affatichi più, non piangi più: la nullità perennemente mutevole di quel che noi chiamiamo vita umana non trascorre più davanti a te e nemmeno dentro di te, nella tua anima, per lasciarvi un’impronta e trasformarti; tu non muori più. Tutto ciò è finito e passato, ed era prezioso appunto perché unico e passeggero. Tutto ciò è finito, perché anche la tua realtà umana, creata, finita, mutevole, è entrata nell’eternità del Padre tuo, è giunta al termine del suo compimento, in cui ogni vicenda sbocca nella definitiva perfezione, quella perfezione che rappresenta tuttavia la più libera vitalità, in Cui la fluidità del tempo si condensa nell’unico istante dell’eternità, che tutto abbraccia in unità, per sempre. La tua vita umana nel tempo è scomparsa, ma unicamente per entrare in Dio.
Appunto per questo essa ci è rimasta più profondamente presente. Perché ormai la tua vita umana è totalmente unita all’Eterno, all’origine di ogni cosa, nella cui sapienza e nel cui amore tutto ciò che passa rimane come eterna inalterabile presenza. Il tuo spirito e il tuo cuore umano vedono ed abbracciano Colui che dà al tempo la sua perennità, al divenire la sua durata eterna, al cambiamento il suo riposo inalterabile, al transitorio la sua incessante stabilità. Nella sapienza e nell’amore eterni di Dio stesso, il tuo cuore può scoprire, amare, accettare ed abbracciare per sempre la divina attualità della tua vita passata, poiché è lì che la tua vita possiede la sua completa realtà.
Ma anche nel tuo cuore stesso, o Gesù, rimani davvero e per sempre presente.
Quel che passa infatti in una vita umana, son soltanto gli avvenimenti esteriori. Ma quando questi sì sono sprofondati nel buio del passato annullatore, hanno generato qualcosa di eterno, hanno contribuito alla formazione dell’uomo spirituale in noi, impregnato di eternità. Durante il tempo che passa, qualcosa accade in noi che non passa mai più. Noi non siamo come una strada sulla quale scorre l’interminabile convoglio degli attimi, passati i quali », la lasciano vuota come prima. Noi assomigliamo piuttosto ad un forziere in cui ogni istante deposita. nel lasciarci, ciò ch’esso aveva di eterno: la capacità unica di amare liberamente Dio e di deciderci – noi, uomini – per Lui o contro di Lui: questo, in realtà, è un atto ogni volta eterno. È come se le onde del tempo, nel loro flusso e riflusso senza fine, lambissero silenziosamente la spiaggia della eternità; come se ogni onda, ogni istante, ogni azione, vi deponessero quanto vi è in 10m di eterno, il bene come il male, poiché questi sono i valori eterni nelle cose del tempo.
Questo bene o questo male eterno, attaccato alle nostre opere fuggitive, si deposita sul fondo incancellabile della nostra anima, penetra in lei e forma la profondità nascosta dell’anima – nascosta a noi, ma non a Dio. E così nel corso del tempo, lentamente va compiendosi qualcosa di eterno: l’aspetto perenne della nostra anima e, con esso, il nostro eterno destino. E quando il tempo si arresterà, niente in realtà avrà cessato. Scompariranno solamente le acque correnti e lasceranno libero e manifesto, anche allo sguardo dell’uomo, ciò che finora gli era nascosto: la sua vita divenuta eternità, così come egli liberamente l’ha forgiata e modellata.
Così è accaduto anche a te, Gesù, perché tu sei vero uomo e hai portato a compimento una vita veramente umana. E pertanto questa vita permane presente non soltanto in Dio, ma anche in .te stesso. Quello che tu sei diventato nella tua vita, lo sei per adesso e per sempre. La tua fanciullezza è passata; ma ancor oggi tu sei colui che ha vissuto una fanciullezza, quale può essere un uomo che, un tempo, fu bambino. Le tue lacrime sono esaurite; ma oggi ancora tu sei come può essere soltanto chi una volta ha pianto, il cui cuore non potrà mai dimenticare la ragione del suo pianto. Le tue pene sono terminate; ma in te rimane perenne la maturità dell’uomo che le ha provate. La tua vita e la tua morte terrene sono trascorse, ma quanto maturò in esse è diventato eterno in te, ed è quindi presente in mezzo a noi. Presenza di eternità è l’eroismo della tua vita che ha superato ogni ostacolo, e l’amore che questa vita ha formato ed illuminato. Presenza di eternità è il tuo cuore, che ha risposto uno schietto sì alle disposizioni incomprensibili del Padre. Presente è la sottomissione, la fedeltà, la dolcezza, l’amore ai peccatori che crebbe in te ad ogni istante della tua vita, affermandosi fino a diventare, per la tua libertà, il tratto caratteristico della tua natura umana. Così ti trovi ora in mezzo a noi, e pertanto si trova presente tra di noi quel che tu fosti, quello che hai vissuto, quello che hai sofferto.
. Ma anche per un terzo motivo la tua vita di un tempo è qui realmente presente in mezzo a noi. Quando si svolgeva la tua vita, al tuo pensiero e al tuo amore erano vicini non soltanto il tuo ambiente particolare e la gente del tuo tempo. Davanti all’interessamento e alla carità, non solo della tua natura divina, bensì anche del tuo cuore umano, stavamo pure noi, stavo io, la mia vita, il mio tempo, il mio ambiente, le mie vicende, le mie ore grandi e meschine, quello che io volevo essere con la mia libertà. Tu, nella misteriosa intimità del tuo essere profondo, conoscevi già tutto, l’avevi da sempre accolto e portato nel tuo cuore. Così la tua vita umana è stata modellata dalla mia propria vita, da sempre. La mia vita fa parte del tuo destino. Tu hai già detto sì alla mia vita, hai pregato per me allora, hai già reso grazie per la mia Grazia; la tua vita si è occupata della mia vita e ha preso, nella sua forma, qualcosa di me e della mia vita. Ed ora che la tua vita. è diventata eternità e sei qui presente tra noi nel Sacramento, tu sei innanzi.. tutto Colui la cui vita, adesso eternata, racchiude per sempre la conoscenza di me e l’amore per me.

COSÌ NOI TI VOGLIAMO ADORARE:
O Gesù – noi ti adoriamo.
O Dio eterno – noi ti adoriamo.
Nostro Redentore, presente nel sacramento noi ti adoriamo.
Gesù, presente come vero uomo – noi ti adoriamo.
Vita e morte di Gesù, eternamente presenti nella conoscenza e nella volontà immutabili del Padre – noi vi adoriamo.
Vita e morte di Gesù, perennemente presenti nella pienezza del suo cuore plasmato da questa .vita e questa morte – noi vi adoriamo.
Vita e passione di Gesù qui presenti, che da sempre avete accolto la nostra vita in voi, – noi vi adoriamo.
Gesù, che sei veramente presente in mezzo a noi, – noi ti adoriamo.

’2. LA PRESENZA DELL’AGONIA DI GESÙ AL GETHSEMANI
Gesù, tu sei qui veramente tra di noi, con il tuo essere umano: carne e sangue, spirito e cuore. Perciò tu sei tra di noi anche con la tua vita umana: essa non è puramente passata e scomparsa; al contrario, essa è entrata nell’eterna realtà del tuo cuore.
Le tue ore di agonia e di lotta al Monte degli Olivi sono dunque presenti a noi che in questa ora le vogliamo venerare nella fede e nell’amore, nel rispetto, nella riconoscenza e nella compassione espiatrice.
La tua anima umana vede anche adesso, nella gloria del cielo, l’eterna, inalterabile volontà del Padre che. ha stabilito alla tua vita queste ore del Gethsemani. Il tuo cuore adora ancora questa volontà del Padre. E la tua anima e il tuo cuore son qui presenti in mezzo a noi.
Tu che hai sofferto le ore del Gethsemani, sei in mezzo a noi. Ciò che tu hai provato e patito allor-a, è passato: né tristezza, né pena, né amarezza, né angoscia di morte toccano più il tuo cuore da quando sei penetrato nella felicità del Padre. Ma quello che allora hai provato e sofferto, ha improntato il tuo cuore, è rimasto nel tuo cuore, ed è cosi che tu ti trovi fra di noi. L’apostolo afferma di te (Ebrei, 5, 7.8) che, nei giorni della tua vita terrena, con forti grida e lacrime tu presentasti preghiere e suppliche a Colui che ti poteva salvare dalla morte, ed a questo modo hai imparato, nella tua sensibilità, ad obbedire. Noi ti adoriamo cosi e diciamo a te, quale allora tu fosti al Monte degli Olivi: – abbi pietà di noi.

O Gesù, per l’obbedienza che hai imparato al Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua sottomissione al Gethsemani, frutto di lotta – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua accettazione del dolore, mantenuta al Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo amore verso di noi, sconfitto nemmeno al Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua bontà, che nemmeno al Gethsemani si è tinta di amarezza – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo coraggio, eroico anche alGethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua mitezza, che non ha vacillato nemmeno al Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per l’angoscia e la tristezza di quelle ore – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo timore e tremore – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua preghiera al Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua caduta con la faccia a terra – abbi pietà di noi.
Gesù, per la insistenza della tua preghiera continuamente rinnovata – abbi pietà di noi.
Gesù, per l’afflizione mortale della tua anima – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua domanda che ti fosse allontanato il calice della Passione – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua preghiera: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta» – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo grido: «Abba, Padre» – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo triplice acconsentimento alla volontà del Padre – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo abbandono da parte degli apostoli dormienti – abbi pietà di noi.
Gesù, per il conforto che ricevesti dall’angelo – abbi pietà di noi.
Gesù, per il sudore di sangue della tua agonia all’Oliveto – abbi pietà di noi.
Gesù, per la previsione e la sofferenza anticipata di tutte le sofferenze future – abbi pietà di noi.
Gesù, per la conoscenza che tu avesti. al Gethsemani di tutti i peccati del mondo – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua nausea davanti ai peccati di tutti i tempi – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua conoscenza, al Gethsemani, dei mièi peccati – abbi pietà di noi.
Gesù, per l’afflizione del tuo cuore a causa dei miei peccati – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua prontezza al Gethsemani nel caricarti di tutto questo peso – abbi pietà di noi.
Gesù, per l’affanno del tuo cuore davanti alla inutilità della tua Passione- abbi pietà di noi.
Gesù, per l’abbandono di Dio nello strazio del Gethsemani – abbi pietà di noi.
Gesù, per la tua ubbidienza alla misteriosa volontà del Padre – abbi pietà di noi.
Gesù, per il tuo indefettibile amore verso Dio che sembrava unicamente adirato – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, intercessore di tutti gli afflitti – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, il più abbandonato di tutti i derelitti – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, portavoce di tutti quanti gridano a Dio la loro angoscia – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, modello di tutti i tentati – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, conforto di tutti quelli che lottano penosamente nell’agonia – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, capo di tutti quelli che devono scontare i peccati del mondo – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, fratello compartecipe dell’affanno e della disperazione del mondo intero – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, tu che comprendi ogni dolore – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, nel quale ogni abbandono ha una patria – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, che perseveri ad amare ancora ogni peccatore – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, che vuoi stringere al tuo cuore anche il peggiore dei rinnegati – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, la cui angoscia mortale redime la nostra morte in un felice ritorno alla casa del Padre – abbi pietà di noi.
Gesù al Gethsemani, sii a noi propizio – perdonaci, o Gesù.
Gesù al Gethsemani, sii a noi propizio – liberaci, o Gesù.
Dai peccati pianti al Gethsemani – liberaci, o Gesù.
Dalla ingratitudine verso il tuo amore – liberaci, o Gesù.
Dalla indifferenza verso il tuo dolore – liberaci, o Gesù.
Dalla insensibilità verso la tua agonia – liberaci, o Gesù.
Dalla resistenza alle grazie ottenuteci al Gethsemani – liberaci, o Gesù;
Dal rifiuto del tuo consenso al dolore e alla espiazione del Gethsemani – liberaci, o Gesù.
Dal dubbio sull’amore di Dio, nelle nostre notti del Gethsemani – liberaci, o Gesù.
Dall’amarezza nelle nostre prove del Gethsemani – liberaci, o Gesù.
Dalla disperazione nel nostro abbandono – liberaci, o Gesù.
Noi, poveri peccatori – ti preghiamo, ascoltaci.
Perdona i nostri peccati – ti preghiamo, ascoltaci.
Facci capire le tue sofferenze – ti preghiamo, ascoltaci.
Insegnaci il tuo abbandono alla volontà del Padre nel Gethsemani – ti preghiamo, ascoltaci.
Concediti l’insistenza della tua preghiera nella notte del Gethsemani – ti preghiamo, ascoltaci.
Accordaci i sentimenti del tuo cuore nelle ore del Gethsemani – ti preghiamo,ascoltaci.
Donaci di capire la penitenza e l’espiazione ti preghiamo, ascoltaci.
Facci comprendere che le nostre sofferenze sono una partecipazione alla tua sacra Passione ti preghiamo, ascoltaci.
Riempici d’orrore per i nostri peccati – ti preghiamo, ascoltaci.
Dacci la tua forza e la tua pazienza nei nostri affanni e nei nostri abbandoni – ti preghiamo, ascoltaci.
Assistici nella nostra agonia con il tuo coraggio di fronte alla morte – ti preghiamo, ascoltaci.
Nell’ora della nostra morte, mandaci il tuo Angelo del Gethsemani – ti preghiamo, ascoltaci.
Insegnati a vegliare e a pregare sempre con te al Gethsemani – ti preghiamo, ascoltaci.
Metti nel nostro cuore e sulle nostre labbra la parola: «Padre!», proprio quando Dio ci sembrerà il Signore e Giudice severo, il Dio incomprensibile e inaccessibile – ti preghiamo, ascoltaci.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo perdonaci, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo – ascoltaci, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo – abbi pietà di noi.
PREGHIAMO: Gesù, che sei qui presente, per i sacri sentimenti del tuo cuore divino ed umano, con i quali hai affrontato 1′agonia del Gethsemani nell’espiazione, nell’ubbidienza e nell’amore e con le quali tu rimani ancora in mezzo a noi, ti preghiamo:
, riempi i nostri cuori di pentimento per i nostri peccati, facci accogliere la nostra croce nel tuo spirito di espiazione e di penitenza ed accordaci un amore di gratitudine in ricambio dell’amore col quale tu accettasti al Gethsemani di dare inizio – per noi peccatori – alla tua sacrosanta Passione. – Amen.

3. LA PRESENZA DELL’ AGONIA DI GESÙ IN NOI
Signore Gesù Cristo, tu s,ei qui presente nel Santissimo Sacramento. Ma tu non rimani tra noi soltanto in questa forma. Tu vivi anche in noi.
Da quando siamo stati incorporati per il Battesimo al tuo Corpo Mistico, la Chiesa, tu vivi anche in noi mediante il tuo Santo Spirito col quale siamo stati segnati e consacrati. Tu sei in noi la vita della nostra vita, del nostro spirito e del nostro cuore. Con la forza e la potenza vivificante del tuo Santo Spirito, che procede dal Padre per te, tu hai preso possesso del più intimo centro del nostro essere, delle profondità più celate della nostra anima, le hai trasformate, illuminate, santificate, divinizzate. Non siamo più noi a vivere, bensì tu in noi; non apparteniamo più a noi stessi, ma a te. Tu sei la legge della nostra vita, l’intimo impulso del nostro essere e delle nostre azioni, la segreta luce del nostro spirito, l’ardore profondo dei nostri cuori, il santo splendore di tutta la nostra natura che la rende conforme alla luce eterna della divinità stessa.
Tu sei e vivi in noi, ci comunichi il tuo proprio essere, e la tua propria vita per mezzo tuo, che sei la grazia increata stessa, e ci rendi capaci mediante la grazia creata, di ricevere in noi te stesso insieme con il Dio unico e trino, di possederVi e di partecipare alla tua vita e alla sua. Così, per grazia del tuo imperscrutabile amore, noi siamo veramente e realmente figli e figlie del tuo Padre celeste, davvero tuoi fratelli e sorelle, coeredi con te di quella gloria che il Padre tuo comunica con generazione eterna a te come Dio e dona per grazia anche alla tua anima umana, che è come la nostra. Noi siamo così veramente ripieni dell’eterno Amore, il quale, nella persona dello Spirito Santo, perennemente procede dal Padre e da te. O Gesù, tu vivi talmente in noi che la tua stessa presenza nel Sacramento non è che un mezzo per manifestare, comunicare, accrescere e rafforzare la tua presenza di grazia in noi. La tua presenza sacramentale cesserà alla fine dei tempi. Ma la tua presenza in noi rimarrà: una volta caduti i veli della fede che la ricopre, essa salirà dalle profondità del cuore nascoste anche a noi stessi ed allora il suo nome sarà I Paradiso.
Se dunque tu vivi in noi, allora la nostra vita, fino nella sua banalità quotidiana, è anch’essa sottoposta alle leggi della tua vita. La nostra vita è una continuazione della tua. Quando fummo battezzati cominciò un nuovo capitolo della tua vita, il nostro atto di battesimo è una pagina della tua biografia. Sì, noi dobbiamo divenire conformi alla tua immagine, primogenito di molti fratelli, anzi noi dobbiamo rivestirci di te. Dal momento che tu vivi in noi devi prendere in noi una forma sempre più precisa. La grazia segreta di Dio nella tua anima umana ha reso la tua vita terrena una sua pura espressione e rivelazione in questo mondo visibile; allo stesso modo la nostra vita deve rivelare la stessa grazia – la tua grazia – in tutto il nostro agire e soffrire, onde conformarsi alla tua vita ad un tempo terrestre e celeste. Tu hai voluto condurre una vita in tutti i tempi, in tutte le situazioni, in tutti i popoli e razze. E siccome tu non potesti, nella limitazione della tua condizione creata, ottenere questo nella tua vita terrena, allora, mediante il tuo Santo Spirito donatoci dal tuo cuore trafitto, afferri con la tua grazia le nostre vite e cerchi di conformarle alla tua, affinché in tutti i tempi e in tutti i luoghi, fino al cessare dei giorni, la tua vita prosegua in forme e modi sempre nuovi.
Ma se la tua vita, nella grazia e nello Spirito Santo, deve assumere nuovo aspetto ‘nella nostra vita, ciò vale anche per le tue sofferenze, per la tua Passione benedetta. Questo è infatti l’avvenimento decisivo della tua vita. Nel battesimo noi fummo, come dice l’Apostolo, immersi nella tua morte. Essendo dunque figli di Dio, ripieni del suo Spirito e coeredi con te, dobbiamo pure patire con te per condividere la tua gloria. Noi portiamo sempre, secondo il tuo Apostolo, la tua Passione nel nostro corpo, affinché la tua vita si manifesti nel nostro corpo mortale. Tu devi dunque assumere in noi, inevitabilmente, l’aspetto del Crocifisso. Nelle membra del tuo Mistico Corpo tu continui a soffrire sino alla fine dei giorni. La tua Passione, o Gesù, giungerà propriamente al termine solo quando saranno state piante le ultime lacrime, sarà scomparso l’ultimo dolore e l’ultima agonia sarà stata subita su questa terra. lo non potrei essere tuo discepolo se la tua croce non gravasse anche su di me; e se la tua Passione non fosse anche mia porzione, allora io dovrei concludere che il tuo spirito e la intima legge della tua vita terrena non dimorano e non operano in me. Ma allora io non sarei tuo: sarei invece lontano da te, che sei la vita vera ed eterna!
Se tu invece vuoi continuare a patire anche in me per la salvezza mia e del mondo come per la gloria del Padre, se tu vuoi completare, con i miei dolori e le mie pene, ciò che ancora manca alla tua Passione per il tuo Corpo, che è la Chiesa, allora la mia vita avrà continuamente parte – una parte ben povera e piccola, ma reale – alla tua notte del Gethsemani.
In questo caso non sarà più nel pacifico e pio raccoglimento di quest’ora in chiesa che io compirò, nella sua forma più vera, la mia «Ora Santa» in venerazione delle tue sofferenze all’Oliveto. Le mie autentiche «ore sante» sono le ore in cui gli affanni del corpo e dell’anima mi pesano fino a schiacciarmi, le ore in cui Dio mi porge il calice dell’amarezza, le ore in cui piango i miei peccati, le ore in cui grido al Padre tuo, o Gesù, senza che trovi apparentemente ascolto, le ore in cui la fede mi diventa una tortura, la speranza sembra mutarsi in disperazione, l’amore sembra morto nel mio cuore. Queste sono le vere «ore sante» della mia vita: le ore in cui la grazia attira misteriosamente il mio cuore nella tua angoscia del Gethsemani. Ma quando queste ore si addenseranno su di me, allora abbi pietà di me, Signore!
Quando l’angoscia del tuo Gethsemani si abbatterà su di me, stammi accanto. Dammi grazia di riconoscere in essa le tue ore sante, quelle della tua vita, quelle del Gethsemani. Fammi allora comprendere che esse, in definitiva, non piombano su di me per un cieco caso, per cattiveria umana o per un tragico destino, che esse sono invece una grazia: la grazia di condividere la tua sorte al Monte degli Olivi.
Concedimi la grazia di dire: Sì. Sì a ciò che vi è di più amaro, sì a tutto, poiché tutto in tali ore, anche le conseguenze delle mie colpe, è voluto dall’eterno Amore – che Egli sia benedetto in eterno. Accordami allora la grazia di pregare, anche quando il cielo pare plumbeo e sbarrato, anche quando mi seppellisce il mortale silenzio di Dio, anche quando tutte le stelle della mia vita si spengono, anche quando la fede e la carità sembrano morte nel mio cuore, anche quando le mie labbra balbettano formule di preghiera che risuonano come menzogne al mio cuore schiacciato. La fredda disperazione, che vuol uccidere il mio cuore, per la tua grazia in me sia ancora una preghiera, una confessione del tuo amore; !’impotenza paralizzante- di un’anima in agonia, di un’anima che non ha più nulla dove aggrapparsi, sia ancora un grido che sale verso il Padre tuo. In quel momento – te lo dico fin da ora, qui, inginocchiato davanti a te – tutto si inabissi e sia ricoperto dalla tua agonia nell’Oliveto.
Abbi pietà di noi, Gesù, quando l’angelo della nostra vita ci porgerà il calice, come a te. Ti preghiamo, abbi pietà di noi. Ma non impietosirti al punto di risparmiarci quel calice. Chi ti appartiene lo deve sorbire con te, come tu hai fatto. Ma abbi pietà di noi allora con l’assisterci, non tanto per sentirci forti in quell’ora, quanto piuttosto perché la tua forza trionfi nella nostra debolezza. Ti imploriamo: abbi pietà di noi! Nei tuoi tormenti, al Monte degli Olivi, vedesti davanti a te gli uomini di queste ore d’agonia, e tale visione ha consolato allora il tuo cuore. Facci essere gli uomini della tua consolazione. Ti gridiamo: abbi pietà di noi.

Quando ci farai partecipare alle tue ore del Gethsemani – abbi pietà di noi.
Quando dobbiamo riconoscere nelle ore della afflizione una comunicazione alle tue sofferenze – abbi pietà di noi.
Quando a noi, come a te, la volontà di Dio sembra dura e incomprensibile – abbi pietà di noi.
Quando la tristezza e il turbamento, la nausea e la paura, ci assalgono, come fu per te – abbi pietà di noi. Quando noi siamo presi dal rimorso delle nostre colpe – abbi pietà di noi.
Quando la santità e la giustizia divine ci riempiono di spavento c abbi pietà di noi.
Quando dobbiamo pagare ed espiare per i nostri errori – abbi pietà di noi.
Quando siamo chiamati a condividere le sofferenze del tuo Corpo Mistico, la Chiesa – abbi pietà di noi.
Quando l’egoismo ci tenta di sopravvalutare, piagnucolando, le nostre sofferenze – abbi pietà
di noi.
Quando siamo traditi, come te, dagli amici abbi pietà di noi.
Quando anche noi, come te, siamo privati di ogni soccorso – abbi pietà di noi.
Quando, come a te, ci accolgono ostilità e odio – abbi pietà di noi.
Quando il nostro amore, come il tuo, ci viene ripagato con l’ingratitudine – abbi pietà di noi.
Quando il Padre pare non ascolti la nostra preghiera – abbi pietà di noi.
Quando nella notte del dolore la luce della fede sembra oscurarsi – abbi pietà di noi.
Quando, nelle ore del Gethsemani, la disperazione minaccia di sconfiggere la spéranza – abbi pietà di noi.
Quando, nelle nostre vere «ore sante», l’amore di Dio in noi sembra scomparire – abbi pietà di noi.
Quando in noi non rimane nient’altro che la nostra più profonda miseria e la nostra estrema impotenza, insieme alla incomprensibilità di Dio – abbi pietà di noi.
Quando ci assale, come fu per te, l’ultima agonia – abbi pietà di noi.
Agnello di Dio, che al Gethsemani ti sei caricato di tutti i nostri dolori – perdonaci, o Gesù.
Agnello di Dio, che al Gethsemani e sulla Croce hai redento e santificato la nostra sofferenza – ascoltaci, o Gesù.
Agnello di Dio, tu che introduci nella gloria del Padre quanti hanno patito con te e in te abbi pietà di noi, o Gesù. Amen.

«MISSA IN COENA DOMINI» NELL’ARCIBASILICA LATERANENSE – OMELIA DI PAOLO VI, 1968

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1968/documents/hf_p-vi_hom_19680411_it.html

«MISSA IN COENA DOMINI» NELL’ARCIBASILICA LATERANENSE

OMELIA DI PAOLO VI

GIOVEDÌ SANTO, 11 APRILE 1968

VENERATI FRATELLI E FIGLI CARISSIMI!

Tale è l’ampiezza, tale la ricchezza, tale la profondità dei fatti, dei misteri, dei riti, che il Giovedì Santo offre alla nostra considerazione, che faremo Noi pure ancora una volta una rinuncia a tutto comprendere, a tutto dire; e una scelta faremo d’uno degli aspetti di questa dolorosa e beata rievocazione della «Cena del Signore», sul quale concentriamo, per un breve istante, la nostra riflessione, come fosse il punto facile, che ci lascia intravedere nella sua prospettiva i significati molteplici dell’avvenimento celebrato.

LA PIÙ VERA AUTENTICA E DEGNA FORMA DELL’AMORE
Sembra chiaro a Noi che questo punto focale è l’amore.
E non pronunciamo con facilità questa troppo facile parola, dai molti, ambigui significati, nei quali le più varie e contraddittorie espressioni del sentimento e del volere sono stranamente accomunate, dalle più basse e depravate della passione e del vizio alle più alte e sublimi dell’eroismo e della carità, a quelle trascendenti perfino dell’infinita bontà effusiva di Dio con l’identico nome di amore. Ma questo incontro della parola, anzi della realtà dell’amore in questa celebrazione del Giovedì Santo è per noi una fortuna, una scuola; quella di saper distinguere fra le tante equivoche o imperfette forme dell’amore quella più vera, più autentica, più degna di tanto nome.

L’IMMENSO SIGNIFICATO DEL RACCONTO DELL’EVANGELISTA GIOVANNI
Ascoltiamo l’Evangelista Giovanni, colui che in quella sera benedetta, valendosi dell’atmosfera spirituale e mistica che s’era prodotta durante quella cena desideratissima (cfr. Luc. 22, 15), dal Maestro, ancor più che della posizione conviviale a lui toccata, meritò di posare la testa sul petto di Gesù. Egli apre il suo racconto con parole studiate: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, poiché egli aveva amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Io. 13, 1). Fino alla fine, che cosa significa? Fino alla fine della vita temporale? Ciò indica che siamo in una veglia cosciente, precedente la tragedia della Passione, cioè in quell’ora testamentaria, in cui tutto si conclude con accenti e con gesti di suprema sincerità, e il cuore rivela le sue più profonde riserve nella semplice solennità delle estreme confidenze? Ovvero significa: fino alla fine d’ogni concepibile misura, fino all’eccesso, fino all’inverosimile limite, a cui solo il Cuore di Cristo poteva arrivare? Fino a dare se stesso con la totalità che il vero amore esige, e con l’effusione che solo un amore divino può concepire e può attuare? Qualunque sia l’interpretazione che daremo a quella superlativa espressione, ricorderemo ch’essa pone in chiave dell’ultima veglia di Cristo l’amore, che nelle stesse parole di Lui sale alla vetta della sua misura: «Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici» (Io. 15, 13). Amare vuol dire dare; dare significa amare. Dare tutto, dare la vita. Ecco la linea vera dell’amore, ecco il suo termine.

IL DONO DEH SACRIFICIO RIPETUTO E MOLTIPLICATO DALLA EUCARISTIA
Pensiamo allora al misterioso avvenimento che concluse quella cena pasquale. Scrive San Paolo, il primo a sigillarlo nella storia biblica: «Il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, e rese le grazie, lo spezzò e disse: prendete e mangiate, questo è il mio Corpo, che sarà dato per voi; questo fate in memoria di me. E similmente il calice… dicendo: Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue. Questo fate, ogni volta che ne berrete, in memoria di me» (1 Cor. 11, 23-25). Il dono cruento che-Cristo stava per offrire all’umanità nel suo imminente sacrificio della croce è riprodotto, è moltiplicato, è perpetuato nel dono, identico ma incruento, del Sacrificio eucaristico. Impossibile capire se non si pensa all’amore, che in quella sera inventò questa straordinaria maniera di comunicarsi. È per noi impossibile accogliere come si conviene questa immolata presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, che stiamo per celebrare, se non entriamo in quella proiezione d’amore, che Egli a noi rivolge; ancora San Paolo, che esclama: «Egli mi amò, e diede se stesso per me» (Gal. 2, 20).
Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore, che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato. Tutto il cristianesimo è qui. Il cristianesimo è comunione della vita divina, in Cristo, con la nostra. Il cristianesimo è appropriazione di Dio; e Dio è carità, è amore.
La rivelazione, sebbene sempre velata da un sistema di parole e di segni, il sistema sacramentale, per lasciare, anche in questa pienezza d’incontro intatta la nostra libertà, diventa folgorante. Se crediamo in questo «mysterium fidei», se entriamo nel cono di luce e di amore ch’essa lancia su di noi, come rimanere impassibili, come inerti, come distratti, come indifferenti? L’amore vuole amore: «amor ch’a nullo amato amar perdona»… (Dante, 1, 5, 103). È fuoco: come non sentirne il calore? come non cercare, in qualche modo, di corrispondervi ?

«IO VI DO IL COMANDAMENTO NUOVO»
Anche a questo ha provveduto il Signore da quella sera benedetta. Per capire ciò che Egli ha detto a questo proposito, dopo la sconcertante lezione d’amore e d’umiltà data ai suoi con la lavanda dei loro piedi, dobbiamo figurarci di avere Lui, Gesù Cristo, qui fra noi, in questa sua Chiesa romana, che ne custodisce le parole, i poteri, gli esempi, la perenne promessa; e dobbiamo chiedere a noi stessi: che cosa Egli ci direbbe? quale raccomandazione ci farebbe? quale lezione collegherebbe al suo mistero pasquale, che stiamo celebrando? Tacciano un istante, interiormente, i nostri animi, ed ascoltiamo: «Io vi do il comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, come Io ho amato voi . . .» (Io. 13, 34). Ancora si parla di amore. Ma questa volta l’amore deve partire da noi. All’amore ricevuto da Cristo deve seguire il nostro per i nostri simili, per la comunità che ci trova uniti d’intorno a Lui, la presenza fisica, occasionale, esteriore, deve farsi unione spirituale, perpetua, interiore; così si forma la Chiesa, così si compagina il suo Corpo mistico. Una nuova circolazione di carità ci deve rendere da nemici amici, da estranei fratelli. Con questo paradossale impegno: dobbiamo amare come Lui ci ha amati.

L’INSUPERABILE POTENZA DELLA CARITÀ
Quel come dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio. Ci avverte che il precetto della carità contiene in sé sviluppi potenziali, che nessuna filantropia, che nessuna sociologia potrà mai eguagliare. La carità è ancora contratta e racchiusa entro confini di costumi, d’interessi, di egoismi, che dovranno, Noi crediamo, essere dilatati. Dilatentur spatia caritatis, esclama Sant’Agostino (Sermo 10 de verbis D.ni). E a nostro stimolo, e forse a nostro rimprovero, dalle labbra soavi e tremende di Cristo piovono quest’altre indimenticabili parole, sempre sull’amore: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente» (Io. 13, 35). L’amore dunque è il distintivo dell’autenticità cristiana.
Oh! quale lezione! quale programma! quale rinnovamento, quale «aggiornamento» è sempre proposto alla nostra. fedeltà a Cristo Signore! Piaccia a noi che tali divine parole, degne del Giovedì Santo, risuonino in quest’aula, in questa assemblea, in questa Chiesa romana, per trovarvi il loro umile, felice e volonteroso compimento; e piaccia al nostro Maestro e Salvatore Gesù concedere a noi questa grazia pasquale di saperle ricordare, vivere e rivivere sempre.

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