TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO » – SECONDA PARTE

TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO »

SECONDA PARTE

DIVO BARSOTTI, RITIRO DI FIRENZE, 16 LUGLIO 1961

OMELIA

LA PAROLA DI DIO CREA
SECONDA MEDITAZIONE
ACCETTARE I TEMPI DELLO SPIRITO…
Tutta l’azione dello Spirito Santo tende a una nostra trasfigurazione, dunque; a una nostra spiritualizzazione; ma a una nostra spiritualizzazione nel senso dello Spirito con la « S » maiuscola, cioè una divinizzazione nostra che implica una trasfigurazione anche dell’essere umano. Questa trasfigurazione, si diceva prima, si opera attraverso una morte, a un venir meno a quello che sono prima i peccati, poi le imperfezioni proprie della natura creata. Una morte. È chiaro che noi dobbiamo consentire a questa azione. In che modo noi consentiamo? Per il fatto che noi sappiamo che l’azione di Dio ci porta a una trasfigurazione totale ed esige in un certo senso una morte anche totale, noi dobbiamo operarla immediatamente questa morte? Dobbiamo cercare di entrare violentemente per questa via? Ricordiamoci che tanto il vivere come il morire, il morire a noi stessi o il vivere in Dio, sono l’atto dello Spirito, si operano per una invasione dello Spirito in noi. Non solo la vita divina implica questa presenza, ma anche un morire di te a te stesso. Non si deve entrare per questa via violentando le porte. È pericoloso sottoporci ad una mortificazione a cui non ci spinge dolcemente, ma in qualche modo irresistibilmente, la grazia. Pretendere che noi si possa vivere, oggi, la vita di un Francesco d’Assisi nella sua morte, è mettersi in condizioni poi di non affidarci più direttamente allo Spirito Santo, ma probabilmente ci mette nelle condizioni di subire tentazioni e reazioni da parte della nostra natura, alle quali noi non siamo ancora preparati. Bisogna lasciare a Dio l’iniziativa in tutta la nostra vita di grazia; bisogna che sia Lui ad aprire all’anima il cammino e a dettare all’anima la legge del suo progresso. Fare un passo più grande o muoverci con maggiore rapidità di quello che ci consenta la grazia interiore, è metterci sempre in un pericolo prossimo di cadere. Dobbiamo anche in questo rispettare l’azione di Dio, dobbiamo anche in questo renderci conto che tanto più sarà sicuro il nostro avanzamento, quanto più sarà umile la nostra dipendenza, la nostra docilità alla grazia divina. Anche la mortificazione può essere un’opera carnale, opera della nostra natura, se « carne » nel linguaggio dell’apostolo Paolo non vuol dire soltanto carne, ma vuol dire natura umana nell’economia presente di peccato. La mortificazione è elemento negativo di questa vita divina solo nella misura che Dio t’investe.
È certo però che lo Spirito Santo ti conduce per questa via; cioè, tu non puoi dubitare che Dio ti porti per una via di spogliamento, di purificazione, di liberazione interiore. Il modo onde si opererà questo spogliamento devi lasciarlo a Dio; o piuttosto, per quanto riguarda il progresso di questo cammino di spogliamento, per quanto riguarda la via che devi intraprendere per questa liberazione, tu devi mantenerti docile alla grazia. Ma sei già sicuro che non è lo Spirito che ti porta se tu non procedi per questa via. È chiaro che una trasfigurazione dell’uomo implica sempre un nuovo morire agli istinti naturali. Non è invece chiaro in che misura tu debba morire a questi istinti oggi.
… LASCIANDOCI DOCILMENTE CONDURRE
Lascia a Dio di agire in te: ecco quello che mi sembra molto importante e molto pratico per la vita interiore. Ci può essere in tutti noi una certa ansietà di raggiungere la perfezione, che ci spinge anche per una via di mortificazione con una forza maggiore di quella della grazia. Ora se noi procediamo con questa forza e procediamo da soli, noi dobbiamo temere che questo progresso ci porti ad essere più carnali, cioè più legati a noi stessi, cioè più orgogliosi, cioè più indocili all’azione di Dio. Umiltà, semplicità, attenzione al Signore. Attenzione umile, pura. Procediamo per una via di umiltà, per una via di povertà, per una via di semplicità, ma procediamo in obbedienza sempre all’azione segreta di Dio. Procediamo per questa via non preoccupati della nostra mortificazione, non preoccupati di portare a termine questa mortificazione, ma preoccupati soltanto di essere obbedienti, di essere docili al Signore, di lasciare che Lui ci porti per mano, di lasciare che Lui sempre più ci investa e ci penetri, di lasciare a Lui sempre più il possederci e il condurci.
Tutto il lavoro dell’anima non può consistere che in questo lasciar sempre più posto a Dio in noi. Certo che da principio questa azione dello Spirito Santo è molto più segreta e molto meno conosciuta dall’anima stessa: appunto per questo la mortificazione sembrerà opera nostra; ma anche allora noi possiamo procedere in obbedienza: in obbedienza a leggi esteriori, nella misura che Dio ci rimane estraneo, ci rimane un po’ sconosciuto. Obbedienza al Direttore spirituale, obbedienza al Superiore religioso, obbedienza alle leggi, obbedienza anche alle norme comuni dell’ascetica cristiana. Via via che saremo purificati da questa obbedienza a una legge esteriore, subentrerà invece la docilità all’azione di Dio; e tu non vivi la tua morte, ma vivi invece questa invasione dello Spirito, ma vivi invece questo consenso a un Dio che ti possiede. Tu muori a te stesso, e morire a te stesso che cosa vuol dire se non lasciarti possedere da un Altro? In fondo, morire non è un venir meno dell’essere creato: è un venir meno, invece, di quell’autosufficienza, di quella autonomia in cui ci ha chiuso precisamente il peccato, per essere sempre più invece posseduti da Dio a immagine e somiglianza della natura umana assunta dal Verbo, onde questa natura non ha più nessuna autonomia, ma tutta sussiste nel Verbo, tutta nel Verbo trova la sua consistenza.

TERZA MEDITAZIONE
DIVENIRE FIGLI NEL FIGLIO
Ecco dunque il modo per vivere: quello di morire. Il cammino che porta alla vita è un cammino di morte: morire a noi stessi per vivere a Dio. Le parole dell’Apostolo Paolo ci richiamano quello che è il programma della Comunità: le Beatitudini. Noi saremo veramente testimoni di Dio, noi veramente dimostreremo che Dio è presente nel mondo, proprio in questo venir meno a noi stessi, in questo lasciar posto nella nostra anima a Lui. Ci sembra proprio che questa sia la formula esatta della vita spirituale: lasciar posto al Signore, divenire una capacità che lo accoglie, lasciarci assumere da Lui, lasciarci possedere da Lui nella pace e nell’umiltà, nella dolcezza, nella purezza, nella semplicità. Le Beatitudini: questa è la vita dello Spirito. La lampada brucia consumando l’olio: lo Spirito di Dio vive nel cuore umano vivendo di noi, alimentandosi di tutta la nostra natura. Umiltà e purezza.
Ma l’Apostolo prosegue e nel proseguire egli non soltanto ci dice che vivere per noi vuol dire abbandonarci allo Spirito. Non soltanto ci dice che l’atto, in fondo, che ci è richiesto, è soltanto un consentire alla sua forza, un lasciarci possedere da Lui, ma ci dice anche qual è l’opera dello Spirito. « Se noi vivremo… ». Che cosa vuol dire per noi vivere? Vuol dire divenire figli. L’opera dello Spirito è la concezione del Verbo Incarnato, come abbiamo cantato stamani nel Credo: de Spiritu Sancto ex Maria Vergine. Mossi dallo Spirito Santo noi diveniamo i figli, siamo i figli. Ecco l’elemento positivo della vita cristiana: partecipare alla relazione del Figlio Unigenito al Padre; vivere questa relazione di amore; anzi, essere questa relazione di amore. Perché il Figlio non è se non in relazione al Padre: Relatio subsistens e proprio perché è pura relazione di amore, in Sé e per Sé non è nulla. Se anche le Persone in Dio in Sé e per Sé non sono nulla, quanto meno sarà in sé e per sé qualche cosa, l’uomo che allo Spirito di Dio si abbandona? Non vi sembra che sia giusto, dunque, questo morire, se in fondo anche le Persone divine in quanto sono pura relazione di amore, in Sé e per Sé non sono nulla e perciò in Sé e per Sé vivono in qualche modo una certa morte a Se stesse? Non si può dire che vivono una certa morte, intendiamoci bene: perché? Semplicemente perché per morire bisogna che prima si posseggano. Ora, la Persona divina non si possiede mai, per poter poi rinunciare a Se stessa; ma l’uomo sì, si possiede. Si possiede prima, in quanto creatura perché la legge della creatura è l’egoismo; si possiede poi per doppia ragione per il peccato, perché nell’egoismo la creatura ancora di più si chiude e si difende dalla grazia. Ora, essere investiti dallo Spirito per noi vuol dire dunque una duplice morte: morire in sé come creatura in quanto la creatura come tale non ha altra legge che quella di un certo egoismo: solo a Dio appartiene l’agape, anzi, l’agape è Dio stesso. Per questo vedete, non solo ogni creatura umana, ma anche quella creatura che è l’umanità sacrosanta del Verbo perché l’umanità è creatura, anche nel Figlio di Dio, anche questa umanità, partecipando alla vita del Figlio, vivendo in questa umanità il Figlio di Dio, questa natura umana non può sussistere nel Figlio che morendo a sé. Che cos’è la vita del Figlio di Dio nella sua natura umana se non la presenza dell’atto di morte? Quando si fa presente sopra l’altare per noi, Gesù non si fa presente precisamente in questo atto di morte? Ora che è nel Cielo, nella sua natura umana che cosa vive Gesù se non un morire a sé per vivere in Dio? Beati mortui qui in Domino moriuntur. L’atto della morte non è superato, l’atto della morte non viene oltrepassato: morte e vita in Cristo rimangono elementi indistruttibili di un solo mistero, come in ogni creatura. Perché la natura non può vivere la vita divina che venendo meno a se stessa, che strappandosi a sé, all’egoismo proprio della creatura come tale per vivere questa pura relazione di amore al Padre Celeste.

QUI SPIRITU DEI AGUNTUR, HII SUNT FILII DEI (RM 8,14)
Mossi dallo Spirito Santo, dunque, docili all’azione di questo Spirito, investiti dalla forza di questo Spirito, che cosa noi vivremo se non un amore che ci strappa a noi stessi? Un amore che ci libera da ogni nostra autosufficienza e ci ordina a Dio? Una vita che implica una morte? Qui Spiritu Dei aguntur, hii sunt fitii Dei. È precisamente perché siamo figli che viviamo la morte. Non viviamo la morte che in quanto siamo figli, perché precisamente questa morte è l’elemento negativo di una vita divina. Dio si fa presente in te strappandoti a te stesso, per ordinarti totalmente a Sé. Pura relazione di amore: ecco che cosa devi essere. Non lo sei perché sei peccatore, non lo sei perché sei creatura. Peccatore, devi morire al peccato; creatura, devi morire a questa legge che ti difende contro l’agape, per vivere anche, vinto ogni peccato, la morte del Cristo, che vive nella sua natura umana la vita del Figlio in questa sua oblazione pura di amore che è la morte di Croce.
Che cosa è dunque morire per noi? Vuol dire amare. Non è altra cosa che questo. Nemmeno la povertà è amata per sé, né la purezza, né l’umiltà: l’umiltà, la purezza, la povertà, non sono che il volto dell’amore, non sono che questo venir meno a noi stessi perché in noi non viva più che il Signore, Lui solo. Tu non sei più nulla. In te e per te tu devi far posto a Dio. Vivere per noi, vuol dire essere il Figlio. E proprio perché per noi vivere vuol dire essere il Figlio, essere il Figlio anche vuol dire non essere più noi stessi, non essere più per noi stessi, non vivere più per noi: non vivere più in noi ma vivere un’estasi eterna di amore che implica eternamente la morte. Il Figlio di Dio vive dall’eternità per l’eternità l’oblazione di Sé al Padre Celeste. La vive non come morte nella sua natura divina, perché la natura divina non ha come legge l’egoismo, ma vive la morte nella sua natura umana: Gesù Crocifisso. Se così la vive il Figlio di Dio nella natura umana che ha assunto, quanto più dovremo viverlo noi questo continuo strapparci a noi stessi per ordinarci al Signore, per non vivere più che davanti al suo Volto! E da figli di Dio, relazione pura di amore, non potremo vivere più che quello che dice qui S. Paolo, il canto della lode infinita, il canto della lode eterna: « Abbà, Padre! ».

RIVELATORI DEL PADRE
Che cos’è « Abbà, Padre »? La vita religiosa è la testimonianza del Padre. L’unicità di Dio implica un annientamento della creatura. « Nulla resiste tranne il volto di Allah », dice il Corano. La creatura non può sussistere dinanzi a Dio. La proclamazione dell’unicità di Dio implica la distruzione dell’essere creato: Dio non è Uno fintanto che tu sussisti. Dio è unico. Questo per l’lslam. Non così per noi. Anche per te la vita religiosa è la proclamazione di Dio: Dio è. Ma quale Dio se non il Padre? E il Padre come può essere se non in questa relazione del Figlio? Il Padre è soltanto per il Figlio e nel Figlio. in Sé e per Sé non è. Ecco che Dio esige da te la Sua vita, chiede a te di essere. Come senza il Figlio non sarebbe il Padre, così in ugual modo Dio non è senza di te, per te. Sei tu che gli dai vita, è per te che Egli vive.
Pensa dunque quale vita tu devi vivere se devi dare vita a Dio, se devi proclamare con la tua vita il Padre Celeste. « Abbà, Padre! » non è una parola. Sarebbe tanto facile dire « Abbà, Padre ». Ma il dire il Padre vuol dire farlo presente, vuol dire far presente la santità infinita di Dio. Proclamazione della santità del Padre fatta dall’uomo: tu devi render presente in te e per te un Altro, il Padre Celeste. Lo puoi fare perché è lo Spirito Santo che ti muove e perché muovendoti lo Spirito, tu sei il Figlio. Non c’è possibilità di una proclamazione della santità del Padre da parte dell’uomo se non è lo Spirito Santo che nell’uomo la proclama. E non vi è possibilità per lo Spirito di proclamare la santità del Padre che in quanto lo Spirito opera in te una certa incarnazione del Verbo, una certa unione col Verbo: ti unisce al Figlio di Dio, ti fa figlio di Dio nel Figlio Unigenito.
E da figlio tu gridi: « Abbà, Padre! ». È tutta la vita cristiana. E che cos’è la vita cristiana in queste parole di Paolo? È la vita trinitaria, la vita stessa di Dio. E che cos’è allora la creatura in questa vita trinitaria che si esprime nel testo di Paolo? La creatura è pura condizione a un moltiplicarsi, direi, infinito di Dio in ognuno di noi. Ognuno di noi è soltanto una capacità di accogliere Dio; ognuno di noi è una condizione perché Dio moltiplichi in qualche modo Se stesso, la sua beatitudine, la sua santità, la sua pace. Egli rimane l’unico e pur tuttavia in ognuno di noi vive, così che ognuno di noi lo possiede. Rimane l’unico ed è tutto in tutti. Che cos’è la vita eterna se non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo? Ed è lo Spirito che vive in te e vivendo in te lo Spirito tu sei figlio. E tu non sei figlio che in quanto tu contempli il Padre, che in quanto lo ami, che in quanto ne proclami la santità. « Abbà, Padre ».
NON SI È MAI SOLI
Ma ci rendiamo conto di quello che vogliono dire queste parole? E soprattutto, ci crediamo davvero che sia lo Spirito Santo a muoverci? Noi temiamo dei mistici. Noi tanto più temiamo del linguaggio dei mistici indù o musulmani; ma il linguaggio della teologia cristiana, il linguaggio dei testi della Scrittura, non è anche più ardito del linguaggio dei mistici, dei più arditi che il mondo abbia conosciuto? Troppo spesso noi scambiamo lo Spirito Santo coi nostri sentimenti, con quello che è invece il nostro medesimo spirito. Ma se noi possiamo scambiare lo Spirito Santo col nostro spirito, questo errore non ci deve mai indurre a dimenticarci che veramente nella vita cristiana Dio stesso agisce nell’uomo, che nella vita cristiana noi siamo organi di un Dio che agisce attraverso di noi. Quale rispetto, quale riverenza noi dovremmo avere davanti a Dio che opera nell’anima nostra! Come dovremmo sentire la grandezza della nostra povera vita! Non si tratta dei doni dello Spirito, non si tratta di un’azione che può essere più grande, può essere più santa dell’azione onde Dio crea le cose: non si tratta di questo. Si tratta di Dio stesso, che interviene direttamente e personalmente nella tua vita e vive in te, e vive attraverso di te, e opera attraverso le tue stesse potenze, onde tu agisci soltanto in una pura passività di fronte alla sua azione. Agire per ognuno, consiste nel consentire all’azione divina.
Ci rendiamo conto che nella nostra vita due sempre vivono? Nella nostra vita noi viviamo continuamente questa unione nuziale onde il nostro atto è l’atto congiunto dello sposo e della sposa, di Dio e dell’anima che proprio nell’atto di grazia sono ineffabilmente congiunti sicché questo medesimo atto è dell’uno e dell’altro nello stesso modo? Ci crediamo? Quale mistero! Qui Spiritu Dei aguntur. San Paolo ne parla come della cosa più comune, più ovvia: a noi sembra così straordinario! Così incredibile! Dio! Tu non sei solo. L’essere solo per l’uomo è proprio la perdizione. Ma proprio colui che vive solo vive la sua comunione con Dio. Noi siamo davvero soli quando siamo accompagnati, perché mai come quando ci distraiamo perdiamo il contatto con questo Dio che agisce nell’anima nostra. Invece non siamo mai meno soli di quando siamo davvero soli, perché proprio quando siamo soli noi possiamo avere maggiore attenzione e vivere in maggiore abbandono e docilità all’azione dello Spirito Santo che agisce nel più profondo di noi. E non sei mai meno solo di quando sei solo, perché Dio è più intimo a te di te stesso, e proprio quando sei solo ne percepisci l’azione, e proprio quando sei più solo tu ne avverti la presenza segreta: quando proprio sei più solo tu puoi consentire alla sua azione intima e casta.
Renderci conto che precisamente lo Spirito Santo agisce attraverso la nostra vita. Basta che noi consentiamo: non siamo noi che possiamo invocarlo quasi che Egli fosse lontano, quasi che dipendesse dalla nostra preghiera il fatto che Egli venga a noi, il fatto che Egli ci muova. Egli ci muove: anche nella stessa preghiera onde noi lo invochiamo è Lui che agisce. E dunque non abbiamo da fare sforzi per essere investiti dall’azione di questo Spirito. Non dobbiamo aspettarla domani: dobbiamo consentire in questo stesso momento. Ma il consentire all’azione dello Spirito, ricordiamolo bene, non solo ci porta a questo morire a noi stessi, non soltanto ci strappa a noi stessi, a ogni egoismo ma ci fa figli nel Figlio, ci unisce a Cristo, ci fa un solo Cristo. Non solo: ci fa vivere la morte del Cristo. In noi si fa presente Gesù nella sua Morte, in quella purezza di amore, in quella pienezza di amore che Egli ha vissuto quando è stato tratto sulla sommità della croce, per rimanervi per sempre. Oh, vivere la vita dello Spirito! Che cosa abbiamo da perdere se pure questa azione dello Spirito ci porterà a maggiore purezza, a maggiore umiltà? Se pure ci farà discendere negli abissi della povertà? Se pure ci farà discendere in una dolcezza senza fine? Che abbiamo da perdere? Perché non consentiamo? Perché resistiamo alla grazia? Perché non vogliamo strapparci a noi stessi abbandonandoci a Lui?
DARE DIO A DIO
È Dio che entra in noi. Una vita divina si dispiega nell’anima nella misura che noi consentiamo a questa azione divina. Morire per vivere. Morire noi, a noi, perché in noi viva Dio.
Figli di Dio: non è il nostro programma? Si diceva stamani: è la nostra vocazione, questa. Allora la nostra vocazione implica per sé questa attenzione allo Spirito, questa docilità pura allo Spirito, questo abbandono di tutto l’essere nostro alla forza dello Spirito, sicché la forza dello Spirito ci trascini per questa via di umiltà, di semplicità e di amore; per questa via di dolcezza, di purezza divina. Bisogna abbandonarsi a questa azione dello Spirito per morire a noi stessi, per lasciar posto al Signore, perché in noi si faccia presente Gesù, perché noi viviamo nel Cristo, perché il Cristo viva in noi. Allora dunque, figli di Dio, noi non viviamo più che l’atto eterno del Verbo che vive nella eterna contemplazione del Padre, che vive il suo amore al Padre, che vive la proclamazione della santità del Padre. Questo è infatti il Verbo divino, la gloria del Padre. Egli cioè, manifesta, rivela quello che il Padre è. Senza il Figlio nemmeno il Padre sarebbe; è il Figlio che fa presente tutta la gloria del Padre, tutta la sua vita. Senza di te neppure Dio è. Questa deve essere la tua vita: come se senza di te Dio non fosse. E di fatto Dio non è, che in quanto in te Egli vive, che in quanto tu gli hai dato posto nel tuo cuore perché in te Egli si faccia presente. Quale programma! Non sei più tuo. Tu sei, ma sei soltanto per dire il Padre; tu sei, ma sei soltanto per proclamare il Padre. Perché Allah ha bisogno di una proclamazione della sua unicità? Se ne ha bisogno è segno che non è solo. Se veramente è unico e solitario non ha bisogno di una proclamazione. Nel Cristianesimo è il Figlio che proclama il Padre, e il Padre il Figlio; ma dove Dio è soltanto Uno, ogni proclamazione già lo duplica. Perciò, ogni esperienza religiosa implica la Trinità! Anche l’esperienza religiosa di un musulmano, come l’esperienza religiosa dell’indù. Ma tu devi proclamare il Padre, tu, tu, cristiano. lo devo proclamarlo, perché in me vi è il Figlio, perché in me deve vivere il Figlio, perché mosso dallo Spirito io devo essere il Figlio.
È certo che siamo adottati: siamo infatti creature. Ma l’adozione è un’adozione reale: ci fa realmente figli di Dio. E figli noi siamo soltanto nella misura che, dimentichi totalmente di noi stessi, strappati totalmente a noi stessi, morti totalmente a noi stessi non vivremo più che la pura luce della visione di Dio, che la pura visione del Padre. Noi dobbiamo vivere questa vita. Nella misura che la viviamo, lo Spirito Santo stesso renderà testimonianza a noi di vivere questa vita. Nella misura che la viviamo, lo Spirito Santo stesso renderà testimonianza in noi che siamo questi figli. Noi sentiremo di vivere questa vita beata, noi già possederemo questa pienezza di luce, noi già vivremo nella pace di Dio che in Sé ci accoglie. Che cosa fare per questo? Una cosa semplicissima: non c’è altro da fare di quello che dice San Paolo all’inizio dell’Epistola: Si Spiritu facta carnis mortificatis. Il vivere vuol dire per te questo: essere il Figlio ed essere il Figlio non vuol dire che proclamare il Padre. Non c’è altra vita che la vita eterna e la vita eterna, dice San Giovanni nella Prima Lettera, è il Figlio stesso di Dio.
OGNI ATTO, SIA ATTO «CONIUGALE»
Ecco dunque che cosa vuol dire per te vivere: vuol dire divenire il Figlio, essere il Figlio. Ut sitis filii Patris vestri. E allora se tutto sta in quelle prime parole dell’Apostolo Paolo, che cosa fare? Vivere in un’attenzione dolcissima, pura, allo Spirito che è in te. Vivere ogni istante la tua unione nuziale con Lui: cioè renderti conto in ogni tuo atto che non sei solo a operare o piuttosto: puoi essere solo a operare nella misura che tu sfuggi a questa unione con lo Spirito. Non ti è dato vivere altro. L’uomo è stato creato per le nozze divine. L’essere creato è un essere coniugale, dice Evdokimov. La creatura come tale, nella sua più intima essenza, è un essere coniugale: non vive che nell’istante che si congiunge, non vive che nell’atto della sua unione con lo Spirito per generare il Figlio, per essere il Figlio. In ogni tuo atto non vivere solo, senti di vivere l’unione: non vivi in ogni tuo atto che l’unione con Dio nello Spirito, per lo Spirito, nel Figlio al Padre. In ogni tuo atto tu vivrai dunque, attraverso il consenso di te, il consenso della sposa allo Sposo divino, non vivrai più che la vita eterna incommutabile, immensa, pura, di Dio: la sua pace, la sua beatitudine somma, la sua santità.

QUARTA MEDITAZIONE
LODE ALLA GLORIA DEL PADRE
Noi abbiamo cercato di meditare in questo giorno alcuni versetti della Lettera ai romani, abbiamo riconosciuto che questa Epistola dice la nostra vocazione, abbiamo capito che la nostra vocazione è in fondo la vita dei figli: Ut sitis filii Patris vestri. Vivere la vita dei figli in una docilità umile, pronta, allo Spirito di Dio, vivere la vita dei figli per vivere nella lode del Padre, per essere anzi la lode del Padre.
Diverse cose ci sembra di avere, se non capito, intravisto: insegnamenti di ordine spirituale, di ordine metafisico. Dall’Epistola si potrebbe rilevare quello che è la creatura come tale nell’ordine voluto da Dio; di ordine anche teologico. Di fatto, il mistero della vita divina, il mistero trinitario, non si rivela all’uomo che nella economia della comunicazione divina, nella economia cioè di un Dio che si dona al mondo. Il mistero trinitario non si rivela come mistero inaccessibile e trascendente a noi uomini, come rivelazione pura di una verità che non ci tocca, che è estranea alla nostra intima vita: in tanto ci si rivela il mistero della Trinità, in quanto noi stessi siamo introdotti in questo mistero, in quanto questo stesso mistero diviene il mistero della stessa nostra vita interiore. Per lo Spirito Santo, di fatto, noi siamo uniti al Figlio, siamo fatti figli e nello spirito filiale onde siamo animati noi ci ordiniamo al Padre, viviamo la proclamazione della sua santità, siamo la sua lode: Laus gloriae, come dice San Paolo nella Lettera agli Efesini. È il termine che esprime la vocazione di Suor Elisabetta della Trinità: lode alla gloria del Padre, lode degna del Padre.
Vogliamo ora vedere quello che ci dicono i testi della Messa in riferimento alla dottrina di Paolo? Stamani si accennava al rapporto che può esservi tra l’Epistola e il Vangelo, così strano in questa Messa. Si parla di un amministratore, mentre nell’Epistola non si parla affatto né di amministratori né di servi: si parla di figli. Giustamente il servo deve render conto della propria amministrazione; ma proprio questo ci assicura Paolo: che non siamo servi e perciò che non dobbiamo render conto di una amministrazione.
Ma più del rapporto dell’Epistola col Vangelo mi piace considerare un poco il rapporto che vi può essere fra l’Epistola e l’Introito nella Messa di oggi. L’Introito, che la liturgia trae dalla festa della Purificazione di Maria, dice: « O Dio, noi abbiamo ricevuto la tua misericordia in mezzo al tuo tempio. Come è grande il tuo nome, così la tua lode fino all’estremità della terra. Di giustizia è ripiena la tua destra ». Nella festa della Purificazione di Maria, è l’umanità che riceve il Figlio di Dio. La misericordia di Dio che è il Figlio, che è il Cristo, la Madre lo depone nella braccia di Simeone. In Simeone è Israele che accoglie Gesù. Primo incontro di Gesù col suo popolo: incontro che è anche il dono che il Padre fa del Figlio suo a Israele. La Madre deve riscattarlo perché ogni primogenito appartiene al Signore, dice l’Epistola della festa della Purificazione. Deve riscattarlo la Madre, ma il primogenito che apparteneva a Dio ora riappartiene alla Madre, riappartiene al popolo d’Israele.
Il dono viene fatto in mezzo al tempio di Gerusalemme. Come è grande il dono di Dio, così è grande la sua lode ora fino all’estremità della terra, perché il mondo ha in Cristo da offrire al Padre una lode degna di Lui, degna del suo nome, una lode che è tale da rispondere all’esigenza della divina santità. Ma quello che nella festa della Purificazione si dice di Gesù, qui indubbiamente si dice di noi. Non è più celebrata la festa della Purificazione: nelle domeniche dopo la Pentecoste vien celebrato invece il mistero dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa di Dio. Il mistero del Cristo diviene il mistero di ogni anima. Quello che prima si è compiuto nel Cristo, ora si compie in ciascuno di noi. Per il medesimo Spirito che un giorno operò la concezione del Figlio di Dio nel seno della Vergine, ora si compie lo stesso mistero nel seno della Chiesa, nel seno di ciascuno di noi. La festa di questo incontro di Dio con l’uomo, di questo dono di Gesù all’umanità, che è la festa del 2 febbraio, diviene la festa del dono che Dio fa di Se stesso a ognuno di noi. E ognuno di noi riceve questo dono in mezzo al suo tempio.
DOVE C’È LO SPIRITO, LÀ C’È LA CHIESA
Ecco: prima di tutto mi sembra che sia importante notare quello che l’Introito dice con le prime parole. Nell’Epistola si parla di questa vita trinitaria che trabocca nel cuore dell’uomo per il dono dello Spirito onde per questo dono noi siamo uniti al Figlio di Dio. Questo dono che Dio ci fa di Se stesso l’uomo come lo riceve? Come ciascuno di noi lo riceve? Dove lo riceve? È importante vedere sia il dove che il come, è importante notare come possa avvenire l’incontro di Dio con l’uomo. L’incontro suppone un luogo dove i due si incontrano; e il luogo è il « mezzo del tempio ». Dio scende nel tempio di Gerusalemme dove è Simeone. Sei tu che nella Chiesa accogli lo Spirito: non vi è possibilità di ricever lo Spirito se non dalla Chiesa. E giustamente, chiunque lo riceve, se anche visibilmente non fa parte di lei, invisibilmente è dentro di lei, è legato invisibilmente alla Chiesa visibile. Là dove è lo Spirito ivi è la Chiesa, ci dice Sant’Ireneo; perché è lo Spirito stesso che crea la Chiesa, fa di tutti noi il Mistico Corpo del Cristo. La Chiesa si rappresenta, si esprime esteriormente attraverso le strutture che sono proprie di questa Chiesa visibile, ma è l’espressione visibile di un mistero che è compiuto unicamente dallo Spirito. La Chiesa come Mistico Corpo del Cristo è la creazione dello Spirito di Dio. Perciò là dove è lo Spirito ivi è la Chiesa, perciò là dove è la Chiesa ivi è lo Spirito.
Tu non ricevi lo Spirito che vivendo nella Chiesa. Tu accogli lo Spirito soltanto nella misura che vivi nella Chiesa. In medio templi tui. La vita dell’anima cristiana, quanto più quest’anima vive di Dio tanto più è radicata nel seno della Chiesa, tanto più è nel cuore di lei. Sono indubbiamente necessari alla sua espressione visibile gli organi della gerarchia; ma le anime vivono tanto più intensamente nella Chiesa quanto più veramente ricevono lo Spirito di Dio. Possono essere insostituibili della Chiesa visibile il Papa e i Vescovi, ma più anche del Papa e dei Vescovi sono radicati nel seno della Chiesa i santi. L’anima che accoglie lo Spirito, che riceve lo Spirito per esser fatta figlia di Dio, per vivere il mistero di una sua filiazione, per vivere il mistero di un suo rapporto filiale col Padre, quest’anima vive nel seno della Chiesa, è il cuore della Chiesa.
Il contemplativo, ce lo ricorda Santa Teresa del Bambino Gesù, è il cuore della Chiesa. È il cuore che è nascosto, ma per il quale l’organismo medesimo vive. Il capo è visibile, ma non vive che per il cuore. Pensate quello che è il cuore in tutta la teologia veterotestamentaria: non ci dobbiamo rappresentare quello che è cuore e quello che è capo secondo i criteri di una fisiologia moderna, ma secondo quello che è il pensiero dell’ebraismo antico. Il cuore è tutto: è la sede del pensiero, oltre che degli affetti, è la sede della vita. In medio templi tui. Non si riceve lo Spirito che nella misura che siamo in questo centro, che siamo in questo cuore. E per il fatto stesso che ricevemmo lo Spirito, siamo in questo « mezzo » e in questo cuore. Da una parte non si riceve che essendo nel centro; dall’altra parte, ricevendolo, già questo medesimo fatto ci dice che siamo posti nel centro. Il contemplativo è dunque il cuore della Chiesa. Ecco quello che c’insegna l’Introito in riferimento all’Epistola. Abbiamo ricevuto il tuo Spirito, abbiamo ricevuto il tuo dono, la tua misericordia, abbiamo ricevuto Te stesso: nel seno di Dio, in questo cuore; lì avviene l’incontro, lì si consuma l’unione, lì si realizza il mistero per ognuno.
ADOZIONE DIVINA
Quello che segue, è ancora più grande: « Come grande è il tuo nome, così grande è la tua lode fino all’estremità della terra ». Si noti: la nostra vocazione non è quella di una nostra salvezza, di una nostra liberazione, di una nostra santità: Ita est laus tua in fines terrae: la nostra vocazione è quella di essere Dio, di far presente nella nostra natura umana tutta la infinita grandezza della divina santità. Certo, se è questa la nostra vocazione, non è detto che noi si esaurisca, che noi si possa pienamente realizzare. Ma questa esigenza divina insiste nell’uomo fintanto che non è realizzata; insiste sempre, fino alla morte. Fino alla morte noi non possiamo dire di averla adempiuta perché secundum nomen tuum ita est laus tua. La Iaus gloriae che è propria di ognuno di noi, deve essere tale da rispondere all’infinita grandezza divina. Perché giustamente quello che è il Padre tu lo conosci dal Figlio; è il Figlio, dice Sant’Ireneo, la misura del Padre. Se il Figlio fosse inferiore al Padre, il Padre stesso non sarebbe. Quello che è il Padre è il Figlio. Non cercarlo al di fuori. E tu sei figlio e tu devi essere figlio.
Che grande verità è mai questa! Non un’altra santità che la santità stessa di Dio; non devi essere santo secondo una tua misura, ma secondo la misura di Dio. Perché se tu sei figlio, sei tu che proclami il Padre, sei tu che lo riveli, sei tu che lo fai presente. È in te che Egli vive, non fuori di te: fuori di te Egli non è. Se Egli è Padre, vive soltanto nel Figlio; non vive al di fuori del Figlio. Se è Padre vive soltanto per il Figlio, non vive al di fuori del Figlio. E tu sei il Figlio, devi essere il Figlio, indubbiamente. E non puoi esserlo che per lo Spirito Santo. Ma precisamente questa è la tua vocazione: di rispondere in qualche modo all’esigenza di una infinita santità, di adeguare la tua santità alla santità stessa di Dio. Come il Padre, così il Figlio. Però il Figlio è la lode infinita ed eterna, la lode adeguata alla santità del Padre, alla vita del Padre, in quanto è trascendente come il Padre, in quanto vive nella unità di una stessa natura col Padre. Ed è invece questo il mistero della vita soprannaturale: che noi dobbiamo esserlo; non lo siamo per natura, ma dobbiamo esserlo per grazia. E di fatto questo mistero avviene nel Cristo; di fatto questo mistero deve realizzarsi in ciascuno di noi, nella misura che ognuno di noi è chiamato ad essere figlio di Dio. Per adozione, certo; chiamato ad essere cioè a divenire; realmente però, perché questa adozione realmente ci fa anche figli.
Dicevo dianzi, la proclamazione del nome. Si parlava della mistica islamica: tutta la vita religiosa consiste nel dire: Allah è e Maometto è il suo profeta. Parole immense che vogliono dire che Dio solo è Dio. Dio è Dio e il resto non è nulla. Tanto che i mistici hanno detto che la seconda parte della proclamazione è una bestemmia; non deve esser detta perché implica l’eresia dell’associazione, come comporterebbe l’eresia dell’associazione anche, secondo loro, il mistero della Trinità. Dio è Dio. Dio solo: Dio l’Assoluto. Ma perché allora tu lo proclami? Se esige una proclamazione, si esige per qualcuno. Ma una proclamazione della gloria divina avviene già nel mistero della Trinità fra il Padre e il Figlio. È il Figlio infatti che è la proclamazione della gloria del Padre: Egli dice: Padre! E il Padre dice: Figlio! Questa è la loro vita, questo è il loro essere.
TUTTA LA CREAZIONE È PER DIRE DIO
La nostra vocazione chiama, associa in qualche modo tutta la creazione al Figlio stesso di Dio per proclamare la santità divina. Cioè la creazione, è chiamata a far presente Dio. Tutta la vocazione della creazione è quella di far presente Dio, di far posto a Dio. Come il Figlio nel dire « Padre » in qualche modo si eclissa, nel glorificare il Padre in qualche modo scompare, come Egli non è che per dire « Padre », non è che in quanto afferma il Padre, che in quanto glorifica il Padre, che in quanto è la gloria del Padre e fa presente il Padre, così tutta quanta la creazione non è che per far presente Dio. Sant’Antonio, Cassiano, quando ci parlano di una preghiera pura in cui l’uomo in qualche modo non ha più nemmeno coscienza di sé, quando ci parlano di questa mistica, di questa esperienza, ci parlano forse di una distruzione antologica della creatura come tale? No, ci dicono invece quella che è la funzione specifica della creazione, quella che è la vocazione suprema della creazione: quella di far posto a Dio. lo sono per dire Lui; io sono come un vuoto che deve essere da Lui riempito, come capacità che Egli deve colmare. lo sono perché Dio sia. Le parole dell’Eckhart, che non sono state condannate da Giovanni XXII: « che Dio sia Dio io ne san causa », certo sono un po’ troppo forti se le prendete alla lettera, eppure sono vere. Per te Dio è nella misura che gli fai posto; per te Dio realmente è soltanto nella misura che tu non sei, che tu ti eclissi per far posto a Lui.
Il vivere è esser figlio. E tu non sei figlio che morendo a te stesso, che venendo meno a te stesso nella povertà, nell’umiltà, nella purezza, in quelle beatitudini che sono precisamente il venir meno della creatura a se stessa per far posto al Signore, perché si faccia presente nella creatura la pura luce, l’infinita luce di Dio, il Regno del Padre.
Suscepimus, Deus, misericordiam tuam in medio templi tui. Viver nella Chiesa, dunque esser nella Chiesa, radicati nel seno della Chiesa, nel più intimo della Chiesa, sentirci veramente cuore della Chiesa. Non vivere ai margini, non vivere all’esterno: sentirci veramente ed entrare nel più intimo di lei perché lì riceveremo lo Spirito e ricevendo lo Spirito noi saremo la lode. È il Figlio la lode di Dio. E la lode di Dio in noi veramente riempirà tutti gli abissi della creazione, come la lode del Figlio di Dio riempie tutta l’infinita vastità della Divinità. La nostra lode è piccina, in verità, però colma veramente tutti gli abissi della creazione; deve colmarli!
Ricordarci che Dio è presente, che Dio è qui. Non son cose che possiamo rimandare a domani. Dio è l’eterna presenza. In ogni tuo atto tu devi vivere questa comunione di amore, questo atto nuziale, onde tu consenti allo Spirito perché lo Spirito t’investa, onde ti abbandoni allo Spirito perché lo Spirito ti possegga, onde ti affidi allo Spirito perché lo Spirito ti fecondi di Sé, perché in te si faccia presente Gesù, perché in te sia concepito Gesù, nasca Gesù e Gesù sia la lode del Padre. E tutta la tua vita non sia più che la proclamazione di Dio Padre, nello spirito dell’adozione a figlio, onde noi chiamiamo « Abbà, Padre ».
L’UNIONE NUZIALE TOTALE
Ecco tutta la vita. Ma per questo, dicevo, in ogni tuo atto devi vivere l’unione nuziale con Dio. Non come vivono l’uomo e la donna: sono marito e moglie, ma quando vivono l’unione nuziale? In alcuni istanti. E anche in quegli istanti lì il dono non è mai pieno; perché proprio in quell’atto vengono sospese le funzioni spirituali, onde di fatto è impossibile il dono: perché quale dono è il tuo se non puoi donare lo spirito? L’atto supremo dell’amore nel piano creato è un atto di umiliazione senza fine. Mentre tu devi vivere ogni tuo atto come atto di unione con Dio, consenso a un’azione divina che entra in te e ti possiede, a un’azione divina che vuole investirti e fecondarti di sé; consenso a un’azione divina che ti feconda perché in te in ogni istante si faccia presente Gesù, il frutto di questa unione e perché nella presenza del Cristo tu sia la lode di Dio, tu possa proclamare non la unicità di Dio soltanto ma la sua santità. E non la santità di un Dio astratto, impersonale, che non ha rapporto con te, ma del Padre perché tu realmente sei figlio in quest’atto.
Come vivere dunque tutto questo? Il consenso è l’amore, è il dono di te allo Spirito. Tu devi vivere in ogni istante il dono totale di te a Dio che anche a sua volta a te si dona, a te si comunica tutto. Di questo dono reciproco e reale il frutto è Cristo: Cristo che vive in te, Cristo al quale tu ti identifichi, Cristo che in Sé ti assume come figlio nel Figlio per farti vivere, per farti essere quello che Egli è, il Figlio stesso di Dio. E allora, per tutto questo che cosa fare? Vivere questo amore in concreto con semplicità, ma senza nulla sottrarre. E soprattutto non dico sottrarre qualche cosa della nostra volontà, ma non sottrarre nulla della nostra fede. Perché quello che sottraiamo a Dio massimamente è la nostra fede. Crediamo, ma fino a un certo punto; crediamo, ma sempre con molte riserve; crediamo, ma con una fede assai languida.
Pensiamo di vivere ora questo immenso mistero che è tutto il mistero della vita soprannaturale! Perché in ogni atto, veramente, è tutto il mistero di Dio. La Chiesa, la Pentecoste, la Morte di Croce, tutta la storia della Chiesa, tutta la storia d’Israele, tutto in ogni mio atto lo vivo, tutto in ogni mio atto si fa presente, tutto in ogni mio atto è realmente presente e vissuto da me. Vivo io tutto questo? Vivendo io il dono dello Spirito vivo il termine di tutto questo disegno divino, ne vivo il compimento. Ma nel compimento sono già incluse tutte le preparazioni, tutte le disposizioni, tutte le condizioni a questo mistero. In ogni atto vivo tutta l’immensa grandezza del mistero divino così come si è svolto nel tempo.
Abbiamo noi fede? Il dono reale di noi stessi a Dio suppone che io mi doni a Dio senza riserve, ma la riserva maggiore che noi facciamo è quella della nostra fede. Crediamo sì, non ci rifiutiamo totalmente alla grazia, ma non ci doniamo interamente a Dio; non ci rifiutiamo totalmente perché, sì, crediamo fino a un certo punto, pensiamo che realmente qualche cosa di grazia agisce in noi, che Dio qualche cosa fa nell’intimo nostro, che non siamo totalmente estranei a questa benevolenza gratuita di Dio. Ma crediamo invece di essere il termine di questa gratuità immensa? Crediamo davvero in ogni istante che tutto Dio si piega verso di noi e a noi si dona? Tutto Dio in ogni tuo istante, in ogni tuo atto! Questo atto tu non lo vivi in preparazione dell’atto onde Egli si donerà a te: ora e qui Egli a te si dona. Semper et ubique. Deve esser pura, grande, immensa la tua lode, perché semper et ubique Egli si dona a te. Vivere questo vuol dire trasformare ogni luogo nell’immensità divina, ogni istante nella pura eternità; vuol dire vivere in ogni tuo atto la vita incommutabile e pura di Dio. Tutto è segno di uno stesso mistero che è la plenitudine infinita di Dio, che è l’immensità pura del suo amore.
Ma ecco, vorrei dirvi questo: che la grandezza di questi misteri non ci abbagli! Non rifiutiamo fede al mistero divino, ma non è necessario averne una consapevolezza piena, che è anche impossibile, in ogni atto, per vivere realmente il mistero. Quello che si impone a noi è vivere nell’umiltà della fede e non voler escludere, non voler mai, noi, misurare il dono divino. Vivere nell’umiltà, nella pace. Vivere nel silenzio interiore, vivere nell’abbandono alla grazia.
Umiltà, raccoglimento, pace: sono queste le disposizioni di un cuore che accoglie Dio, vive in Lui e lo possiede. Vi saranno indubbiamente nella vostra vita dei momenti in cui certi veli si apriranno e voi vedrete, e voi anche esperimenterete la grandezza del dono, almeno in una certa misura ma normalmente, non è dato viverlo sempre con la stessa intensità.

U.S.F.P.V.

 Divo Barsotti

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