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PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

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PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

This entry was posted on 19 marzo, 2009

Prima di affrontare il tema delle riflessioni paoline sul matrimonio, e più in generale sulla sua considerazione dei rapporti fra uomo e donna, è opportuno interrogarsi sull’esperienza concreta e personale dell’apostolo.

INNANZITUTTO, PAOLO ERA SPOSATO?

A questa domanda, che a prima vista potrebbe apparire oziosa, molti studiosi rispondono affermativamente, sulla base del fatto che il percorso ordinario dell’educazione farisaica, com’è riportato dalle successive fonti rabbiniche, contemplava il matrimonio tra i diciotto e i vent’anni: un’età che si presume che Paolo abbia attraversato prima di diventare seguace di Gesù.
A favore di quest’ipotesi, inoltre, si cita spesso un passaggio – in realtà poco chiaro – della prima lettera ai Corinzi, laddove Paolo rivolge ai propri interlocutori una domanda che ha tutta l’aria di una provocazione: «Non abbiamo forse (io e Barnaba) il diritto di condurre con noi una sorella, come fanno gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Come si evince da un esame del contesto generale della lettera (1Cor 9,1-14), l’interrogativo ha una funzione puramente retorica, e non rivela alcunché sullo “stato civile” dell’apostolo.
Da questo brano, semmai, è possibile ricavare una conferma del fatto che altri apostoli, come Simon Pietro (qui menzionato col soprannome aramaico Cefa) e alcuni membri del gruppo parentale di Gesù, affrontassero viaggi missionari assieme alle mogli, nominate appunto col titolo di “sorelle” in quanto facenti parte del movimento. Paolo, in tal senso, lascia intendere che potrebbe benissimo avvalersi di un tale “diritto” (exousía), ad esempio facendosi accompagnare da una “sorella” ed esigendo ospitalità anche per lei: ma è una cosa che, verosimilmente, non fece mai, e che fu anzi, probabilmente, un suo personale titolo di vanto. Poco prima, nella stessa lettera, l’apostolo aveva addirittura esortato i Corinzi a seguire il suo esempio, mantenendosi liberi dai vincoli coniugali: «Vorrei che tutti fossero come me: ma ciascuno ha il proprio dono (chárisma) da Dio, chi in un modo chi in un altro. Quanto ai non sposati e alle vedove, [dico poi che] è cosa buona per loro rimanere come me» (1Cor 7,7-8).
Dai pochi indizi sparsi nelle lettere, pertanto, si possono trarre almeno tre diverse conclusioni: a) Paolo era sposato, ma aveva lasciato la moglie per dedicarsi completamente all’attività missionaria; b) Paolo era vedovo; c) Paolo era celibe. Cerchiamo di esaminarle rapidamente.
Avendo presente la proibizione esplicita del divorzio formulata da Gesù, riportata da varie fonti proto cristiane (vd. oltre), è improbabile che Paolo si fosse sposato con una “sorella” per poi separarsene. Il matrimonio, se mai ci fu, dovette in ogni caso precedere la “conversione”, supponendo sempre un pieno rispetto del giovane Saulo nei confronti della consuetudine farisaica menzionata più sopra. Il cosiddetto “privilegio paolino”, per cui la separazione tra i coniugi veniva da lui stesso considerata lecita, nel caso di matrimoni “misti” contratti prima dell’ingresso nella comunità (1Cor 7,15), sembrerebbe persino avvalorare una simile ipotesi: ma in quel caso la separazione veniva dichiarata possibile qualora il non credente della coppia ne facesse esplicita richiesta, e rappresentava certamente un caso limite. Il rapporto coniugale era investito di un tale potere, per Paolo, che il marito non credente veniva santificato dalla moglie credente, e la moglie non credente dal marito credente (1Cor 7,14). Di un matrimonio dell’apostolo in giovane età, con successiva separazione, non troviamo tuttavia alcuna traccia nelle lettere.
Anche l’ipotesi per cui Paolo sarebbe stato vedovo, avanzata fra gli altri da Jerome Murphy O’Connor, sembra fondarsi su basi fragilissime. Il matrimonio del fariseo Saulo è ancora una volta dato per scontato: viste le consuetudini giudaiche dell’epoca, «non si può escludere che Paolo non si sia mai sposato». Le eccezioni alla regola, che pure non mancherebbero, vengono trascurate o minimizzate, anche per ciò che riguarda singoli casi ben documentabili: da quello del profeta Geremia, che non volle mai prender moglie per adempiere alla propria vocazione, a quello dello storiografo Giuseppe Flavio, che si risolse al matrimonio in età relativamente tarda (verso i trent’anni), e soltanto su impulso di Vespasiano. La giovinezza inquieta di Giuseppe, spesa alla ricerca di un’esperienza religiosa radicale, potrebbe benissimo essere affiancata a quella di Paolo, che presenta se stesso come «pieno di zelo» nella fede dei padri (vd. ad es. Gal 1,14); senza considerare, poi, il caso di un Giovanni Battista, o dello stesso Gesù, che rimasero entrambi indubbiamente celibi. Da questo punto di vista, la proposta avanzata da Murphy O’Connor non può che suonare immaginosa: il silenzio di Paolo sulla propria condizione di vedovo, secondo lo studioso, andrebbe imputato a un evento traumatico, come la perdita improvvisa della moglie (e forse anche dei figli!) a causa d’un incendio o di un terremoto. Questo avrebbe addirittura orientato una parte della sua successiva elaborazione teologica: «se il dolore e l’angoscia [per una tale perdita] non potevano dirigersi verso Dio», alla cui volontà imperscrutabile bisognava piegarsi, occorreva «trovare un altro obiettivo… una via di sfogo per il desiderio represso di vendetta» (J. Murphy O’Connor, Vita di Paolo, trad. it. Brescia 2003, p. 85). E Paolo li avrebbe trovati: dapprima nei primi discepoli di Gesù, e in seguito nei Giudei che avevano rifiutato il messaggio di Cristo – una spiegazione circolare che, per quanto psicologicamente ingegnosa, lascia francamente perplessi.
L’unica ipotesi sostenibile, in conclusione, resta quella di una scelta celibataria, secondo quanto l’apostolo stesso si preoccupa di esprimere, in termini sufficientemente chiari, nel già citato versetto di 1Cor 7,7: «Vorrei che tutti fossero come me…». Il principio che anima tutta la riflessione di Paolo sui rapporti fra uomo e donna, a questo punto, potrebbe essere letto in riferimento alla sua posizione personale al tempo della vocazione apostolica: «Ciascuno, o fratelli, rimanga davanti a Dio nella condizione in cui si trovava quando venne chiamato» (7,24). Da questa affermazione si può dedurre che Paolo, nel momento in cui ricevette la rivelazione di Cristo sulla via di Damasco, non fosse affatto sposato, e che tale rimase anche dopo.

Matrimonio e divorzio in 1Cor 7
Il capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi è interamente dedicato al tema dei rapporti coniugali [1]. Paolo, nello specifico, risponde ad alcune questioni che gli erano state poste in precedenza dai Corinzi: in primo luogo riguardo al fatto se fosse davvero «bene per l’uomo non toccare donna», come recitava presumibilmente uno “slogan” degli interlocutori. Partendo da qui, l’apostolo espone una rapida serie di istruzioni relative agli “sposati”, ovvero alla disciplina delle relazioni matrimoniali (7,1-16), poi al rapporto fra l’ingresso nel gruppo e i vari “stati di vita” (7,17-24), e infine alla regolamentazione di casi particolari, come quello dei “non sposati”, delle “vergini” e delle “vedove” (7,25-40). Tre diversi ordini di questioni, dunque. Nel cuore del primo, l’apostolo si sofferma sul problema del divorzio, appoggiandosi per l’occasione a una citazione esplicita di Gesù:
«Per gli sposati dispongo, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito, e qualora invece si separi, rimanga non sposata o si riconcili col marito, e che il marito non ripudi la moglie» (1Cor 7,10-11).
Molti commentatori sostengono che questo passaggio trasmetta una forma pre-letteraria di un detto di Gesù che ritroviamo nel vangelo di Marco (10,11-12), nella fonte comune ai vangeli di Matteo e di Luca (cf. Mt 5,31-32; 19,9; Lc 16,18) e in altri scritti protocristiani (Erma, Mand. 4,1-11). La formulazione paolina, in effetti, presenta un chiaro legame con la tradizione testimoniata e trasmessa dai sinottici (vd. M. Pesce, Le parole dimenticate di Gesù, Milano 2004, pp. 502-504).
Paolo, come Marco, riporta il detto in forma assoluta, e si distingue da Matteo e da Luca perché prevede la possibilità anche da parte della donna di “separarsi”. L’intera frase viene presentata come un vera e propria norma legale, come una disposizione di Gesù riguardo agli sposati, e ciò costituisce un elemento di forte specificità rispetto al dettato dei sinottici, che non parlano di questo come di un precetto, ma lo presentano piuttosto come una halakah, un’applicazione giuridica della Legge, formulata da Gesù. Al centro dell’interesse di quest’ultimo, più che la questione legale del divorzio, sembra esserci il richiamo a una moralità più alta, più esigente, a partire dall’assunto dell’indissolubilità dell’unione matrimoniale: per questo Gesù si pronuncia sul divorzio includendolo nella categoria morale dell’adulterio. La concezione di Gesù, in proposito, si avvicina a quella espressa da alcuni documenti coevi, come 11QTempl 57,16-19 e CD 4,20-5,2.
L’apostolo, come si è detto, traduce la norma di Gesù per ambienti in cui anche alle donne era consentito divorziare [2]: questo, da una parte, appare in linea con l’immagine che Paolo poteva avere di Gesù, e che non mancava di trasmettere alle proprie comunità, dall’altra apre la strada per supporre un’ulteriore elemento di continuità fra i due, precisamente sul senso trascendente che poteva essere conferito all’unione matrimoniale.

Il senso trascendente dell’unione coniugale
Vari testi protocristiani presentano il matrimonio come una metafora non semplicemente dell’unione fra Dio e Israele, quanto del rapporto che s’instaura fra il Cristo stesso e l’insieme dei suoi seguaci. Questa metafora nuziale compare anche nella corrispondenza di Paolo ai Corinzi, ad esempio in 2Cor 11,2: «Ardo per voi d’uno zelo divino, avendovi fidanzati a uno sposo, per presentarvi a Cristo come una vergine immacolata».
La relazione fra uomo e donna, nei testi del giudaismo pre-cristiano, era sempre stata utilizzata in riferimento all’Alleanza stipulata tra Dio e Israele, mentre in Paolo, forse sulla scia di analoghe riletture che troviamo attribuite a Gesù e a Giovanni Battista, essa passa ad indicare l’attesa della sposa/comunità nei confronti dello sposo/Cristo.
Nella predicazione dei profeti d’Israele, massimamente in Osea (1-3), la dolorosa vicenda personale del profeta diventava il paradigma stesso dell’amore ferito di Dio per la sua sposa “infedele”, in uno schema di corrispondenze fra adulterio e idolatria, separazione e ripudio, riconquista e conversione. I protagonisti del dramma erano tre: la sposa, che indicava al contempo Israele e la terra; lo sposo, figura dell’unico Dio; e i figli, che rappresentavano i frutti della loro relazione. La sposa/Israele era chiamata ad abbandonare i propri amanti, quei ba‘alim (letteralmente “padroni”, originariamente dèi della fecondità) con i quali si era prostituita, per ricongiungersi al suo ‘ish, il marito che senza di lei non può vivere. Attraverso la voce dei profeti, la stessa vicenda dei “protoplasti”, di Adamo e di Eva, veniva riletta come una traccia del cammino percorso da Dio con l’umanità. Accanto alla minaccia costante di un ripudio, si affacciava dunque l’annuncio di un amore fedele e imperituro, dell’attesa di una “nuova creazione” (in cui «la donna abbraccerà l’uomo»: Ger 31,22), o della celebrazione dell’intimità erotica rivista in chiave “spirituale” (come nel Cantico dei cantici: la cui esegesi allegorica, di fatto, ne avrebbe consentito il futuro inserimento nel canone ebraico e cristiano).
In Paolo, come nella stessa letteratura deutero-paolina (Ef 5,25-29), nei vangeli sinottici (Mt 9,14-15 // Mc 2,18-20 // Lc 5,33-35; Mt 25,1-13), nella tradizione del quarto vangelo (Gv 1,27; 3,29; cf. 12,1-8) o nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 3,20; 19,7-9; 21,2.9; 22,17), gli esegeti rilevano però un mutamento significativo: lo sposo non è più il Dio d’Israele, ma Gesù, e la sposa non è più figura d’Israele, ma della comunità degli ultimi tempi; inoltre, come illustrato in riferimento al procedimento nuziale ebraico, ch’era sostanzialmente diviso in due fasi (il fidanzamento e la coabitazione degli sposi), «il passato, il tempo della stipulazione del contratto nuziale coincide con la venuta dello sposo Cristo… La coabitazione dello sposo con la sposa è rinviata, però, al tempo escatologico, quando nessun muro d’ombra potrà frapporsi tra i due amanti» (così R. Infante, Lo sposo e la sposa, Cinisello Balsamo 2004, p. 242).
Nella prospettiva dei detti riferiti dai sinottici, la centralità è assegnata alla presenza attuale di Gesù (basti pensare alla sospensione momentanea del digiuno in Mc 2,18-20, Mt 9,15 e Lc 5,34), al quale viene implicitamente attribuito il titolo di sposo messianico; e la sposa può trovarsi in una situazione di vigile attesa delle nozze, come accade nella parabola delle vergini (Mt 25,1-13) e nel passaggio paolino di 2Cor 11,2. L’apostolo potrebbe pertanto riferirsi, in questo caso, a un insegnamento di Gesù rielaborato e diffuso dai suoi primi discepoli. Il ruolo metaforico dell’apostolo sarebbe quello del padre che presenta allo sposo venturo la propria “vergine immacolata”, custodendone l’integrità (questo, peraltro, getta luce anche sul problema delle “vergini”, cui Paolo allude in 1Cor 7,25 e sgg.).
È assolutamente degno di nota, d’altronde, che in una discussione sul divorzio come quella che troviamo formulata in 1Cor 7, Paolo contro ogni sua consuetudine faccia appello a Gesù, e non alle Scritture: è forse l’indizio di un mancato accordo con esse, a renderlo necessario? È ciò che potrebbe emergere da un’attenta rilettura dei brani evangelici citati, e in particolare da una riconsiderazione del richiamo di Gesù a Genesi 1,27 e 2,24: «Mosè per la durezza del vostro cuore vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; ma in principio non era così» (Mt 19,8; cf. Mc 10,5-6).
Questo richiamo, con tutte le sue profonde implicazioni, può essere infatti spiegato come un netto rifiuto, da parte di Gesù, della norma relativa all’atto di ripudio fissata in Deuteronomio 24, che viene in questo modo apertamente contrapposta all’ordine più alto rappresentato dalla creazione («in principio non era così»). Spiega opportunamente Klaus Berger:
«All’epoca di Gesù il rifarsi all’ordine della creazione è senz’altro motivato anche dal fatto che la filosofia stoica del tempo aveva contrapposto criticamente l’ordine razionale della natura al diritto statale positivo. La radicalizzazione della legge secondo la volontà creatrice di Dio, in Gesù, si incrocia quindi con l’idea stoica dell’ordine razionale nella natura. Entrambe si rafforzano a vicenda. Il divorzio, seguito da un nuovo matrimonio, è contro la natura, perché il mondo è ordinato a coppie di maschio/femmina, e in Dio un solo uomo e una sola donna vengono congiunti a formare qualcosa di nuovo» (K. Berger, Gesù, trad. it. Brescia 2006, pp. 158).
Questo principio, secondo Berger, si integra allora con qualcosa di strettamente collegato alla persona di Gesù:
«Gesù torna sempre ad autodefinirsi lo sposo di Israele rinnovato… Forse si può spiegare così perché la parola di Gesù sul divieto del divorzio (seguito da un nuovo matrimonio) sia il suo detto più frequentemente citato nel Nuovo Testamento. Gesù vede nella fedeltà e nell’amore coniugali un’immagine reale del rapporto tra Messia e popolo. Se il matrimonio tra esseri umani è distrutto, il matrimonio non può più essere un simbolo reale del futuro regno di Dio. È qualcosa di analogo alla riconciliazione: solo quando gli esseri umani si sono perdonati a vicenda anche Dio può perdonare. Come il perdono tra esseri umani è il nucleo e il presupposto del perdono che si spera da Dio, allo stesso modo il risanamento dei matrimoni umani è il presupposto affinché venga rinnovato il matrimonio di Dio con il suo popolo. In entrambi i casi il rapporto sanato tra esseri umani è più di un semplice simbolo, è cioè allo stesso tempo nucleo e presupposto» (ibid., p. 163).

Note
[1] Per quanto riguarda le relazioni familiari nel mondo sociale di Gesù e di Paolo, sono fondamentali i due volumi collettivi curati da D. Balch e C. Osiek, Families in the New Testament World: Households and House Churches, Louisville 1997, e Early Christian Families in Context: An Interdisciplinary Dialogue, Grand Rapids 2004; vd. anche, fra gli altri, K.C. Hanson – D.E. Oakman, La Palestina ai tempi di Gesù. La società, le sue istituzioni, i suoi conflitti, trad. it. Cinisello Balsamo 2003 (ed. or. Minneapolis 1998), pp. 33-88. Su matrimonio, divorzio e adulterio per Paolo, una buona panoramica è offerta dalla voce relativa in G.F. Hawthorne et alii, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, ed. it. a cura di R. Penna, Cinisello Balsamo (ed. or. Downers Grove 1993), pp. 991-1002, con bibliografia ulteriore, mentre per una trattazione più approfondita si rimanda a R.F. Collins, Divorce in the New Testament, Colledgeville 1992, e W. Deming, Paul on Marriage & Celibacy: The Hellenistic Background of 1 Corinthians 7, Grand Rapids 2004.
[2] Le posizioni del fariseismo contemporaneo a Gesù e a Paolo, per come sono ricavabili dalla letteratura rabbinica posteriore, sono ben rappresentate dalle scuole di Hillel e Shammaj. Del primo si dice che accettasse la richiesta di divorzio da parte del marito anche per un motivo futile come una pietanza bruciata. Del secondo, invece, è nota la posizione leggermente più “liberale”, per cui il marito non poteva ripudiare la moglie senza il consenso di lei. In entrambi i casi, la richiesta di divorzio era comunque un atto unilaterale, riservato al maschio. Per una rassegna di testimonianze papirologiche di ambiente giudaico-ellenistico, vd. D. Instone-Brewer, “1 Corinthians 7 in the Light of the Jewish Greek and Aramaic Marriage and Divorce Papyri”, “Tyndale Bulletin” 52 (2/2001), pp. 225-243.

Jesus meets his mother

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Publié dans:immagini sacre |on 6 février, 2013 |Pas de commentaires »

NON SCHIAVI MA FIGLI ED EREDI – Rm 8,14-17

http://www.sanbiagio.org/lectio/romani7.pdf

LECTIO DI SR MARIA PIA GIUDICI 

CASA DI PREGHIERA ‘SAN BIAGIO’ – APRILE 2009

NON SCHIAVI MA FIGLI ED EREDI  – Rm 8,14-17

CONTESTO
Il nostro testo è talmente consolante che andrebbe scritto – ha detto un grande – a lettere d’oro! S.Paolo focalizza qui in modo ottimale il tema della vera libertà di spirito che è poi la vera libertà del cristiano. Lo fa però dopo averci condotti per mano fino a persuaderci di una realtà esistenziale di fondo: vivere secondo la carne (sarx – le forze che ci trascinano al male) conduce alla morte, mentre seguire ciò che è spirituale conduce alla vita e alla pace (Rm 8,6).

APPROFONDIMENTO DEL TESTO
v. 14  Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio  Chi è questo Spirito? Precisiamolo bene con le stesse parole di S.Paolo: È “Colui che ridestò Gesù dai morti (8,11). È dunque Spirito di vita e di resurrezione. È Colui che ci conduce dentro un  itinerario che non una volta ma in continuazione ci conduce da morte a vita. Ed è a causa del nostro lasciarci guidare dallo Spirito che la nostra adozione a figli di Dio si fa evento concreto, evento trasfigurante le nostre giornate. Non sono solo la “creatura” e Lui il “Creatore”. Io sono “figlio” e Lui mi è “Padre”. C’è un salto di qualità enorme! v. 15a E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura  Come S.Paolo dirà poi: “Lo Spirito è testimone al nostro spirito che siamo figli adottivi”. Questa testimonianza abolisce ogni dubbio: io sono veramente riscattato da quel rapporto errato tra me e
Dio che è tipico di uno schiavo ed è all’insegna della paura. No, Dio non è un padrone-giustiziere. Dio mi guarda in Cristo Gesù (di cui lo Spirito è l’Amore di Lui per il Padre e del Padre per Lui e per noi); mi guarda con tenerissimo, infinito amore. È il rapporto sbagliato che mi fa vivere da schiavo; al contrario, il rapporto instaurato in noi dallo Spirito per il Battesimo e per la Cresima è un rapporto da figli verso il padre: un rapporto estremamente libero e liberante, perché dettato dall’Amore. v. 15b Ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!».  Giustamente è stato scritto: “Questa affermazione non si può dire con indifferenza! O è l’inno di lode dell’uomo redento o è un sacrilegio blasfemo”. Certo il contenuto profondo di ciò che significa essere figli di Dio non potremo, qui e ora, conoscerlo pienamente. Ma quel poter gridare: Abbà, Padre (Papi!) ci dà di poter passare il ponte sull’abissale diversità del vecchio mondo al nuovo. Se credi, ti si svela la tua identità profonda, il tuo nobilissimo sé, la tua vocazione in Cristo a essere figlio di un Padre che è Dio. v. 16  Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.  È la stessa persona dello Spirito Santo che in seno alla Trinità Santissima è l’amore sostanziale, è Lui: una cosa sola con Gesù che prende l’iniziativa di “attestare” e dunque persuaderci della verità del fatto: il nostro essere figli di Dio. “È una testimonianza – dice Barth – che ci trae da morte a vita, che abbraccia cielo e terra, la testimonianza in favore di Dio presso di noi e in favore nostro presso Dio”. Parla lo Spirito: la massima autorevolezza! E quel che insieme a Lui (in Lui) lo stesso nostro spirito dice, non è che risposta: la persuasione cioè del nostro cuore credente che, “nella
nostra bassezza” l’Altezza ci ha incontrati, nel peccato ci ha liberati la Giustizia (=santità di Dio), nella morte ci ha raggiunti la vita, in noi stessi Gesù Cristo”. Ed è questo che già qui e ora Dio ha preparato per coloro che rispondono con amore al suo amarci per primo. v. 17a E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo.  Che cosa significa essere eredi?. Significa che Dio, proprio come Padre, ha reso attuale possibile la promessa fatta ad Abramo: Benedirò in te tutte le genti, tu stesso sarai una benedizione. Sì, siamo eredi, in Cristo Gesù e in forza del suo mistero salvifico, del mondo che è stato creato buono e anche della vita eterna. Dice bene Barth: “Se siamo con Cristo figli di Dio, siamo anche eredi con Lui, eredi di Dio”.
Vivere la consapevolezza del nostro essere non solo “figli” ma anche “eredi” è quello che dà spessore alla nostra consolazione di uomini amati, generati da Dio come figli, e in Cristo Gesù redenti dal peccato.
v. 17b Com’è certo che soffriamo con Lui per essere anche glorificati con Lui.Questa nostra vita nel tempo e nello spazio porta in sé il seme dell’eternità in speranza; però qui è problematica, e non riesce a eludere il dolore. Oltre alle varie sofferenze personali, quel che va guardato in faccia è l’incompiutezza, il limite.. L’essenziale finitezza, in fondo, è il nome della nostra esistenza qui e ora. Anche le gioie (tutt’altro che da sottovalutare!) devono sottostare a questo “finire”. Ma il senso emerge qui: il credente non è mai solo nel dolore: soffre con Gesù. E il suo dolore sopportato consapevolmente nello Spirito può diventare quel salto di qualità che ti rende erede, partecipe, già qui in speranza, della gloria di Dio in cui saremo immersi nel dopo eterno. Questa rivelazio0ne di Dio nel dolore (lontana le mille miglia dal masochismo!) è grazia: opera di Dio in noi.

MEDITIAMO ATTUALIZZANDO
Ciò che nella nostra epoca colpisce è l’affievolimento della speranza. L’uomo di oggi ha tutto, almeno nel nostro Occidente opulento. Ha fin troppo in quanto a benessere materiale! Quel che però manca è la consapevolezza della dignità umana e quell’orizzonte sereno che si prospetta a quanti fraternizzano nel far emergere e rispettare questa dignità. La Parola sacra che Paolo ci ha oggi consegnato focalizza proprio la nostra dignità di donne e uomini; è una dignità di enorme valore proprio se ci riconosciamo figli di Dio nel Figlio Gesù. E quell’umor nero, quel senso di disperazione o di vuoto che si respira in tante aree della cultura contemporanea non è frutto del disattendere la nostra identità di “eredi” con Cristo e per Cristo di quello che la
speranza teologale ci offre? E tale speranza è il superamento di ogni finitezza e dolore e problematicità nel consegnarci al Padre, attendendo la vita che non muore più. Non è senza significato che lo scrittore ateo Cesare Paese, a pochi giorni dal suicidio, lascia cadere nel suo diario un grido: O Tu, abbi pietà! 

LA PAROLA MI INTERPELLA
• Ho consapevolezza della mia identità di persona umana che, in Gesù, Dio ha elevato alla dignità di “figlio adottivo”?
• Resta per me una bella asserzione (magari retorica) o m’insegna a crederla e a viverla?
• Fuori da grettezze e calcoli ma nel sereno realismo della mia fede cristiana penso a quello che vuol dire
essere di fatto “erede” con Cristo?
• Quello che io vivo (gioia ma spesso anche fatica e dolore) lo vivo da solo, arrancando triste nello sforzo di una vita corretta onesta, oppure lo vivo insieme a Gesù?
• Come coltivo speranza fiducia e serenità nel mio quotidiano?
• Ho familiarità con la preghiera del cuore?
PER LA PREGHIERA
Con umile amore chiedo al Padre e a Gesù il dono dello Spirito Santo. Prego perché la ma vita sia guidata
da Lui: una vita da figlio di Dio non schiavizzata dall’attaccamento a persone e cose; una vita di libertà
vera.

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ATTI 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/8-Atti_Paolo_prima_Missione.html

(sul sito ci sono i commenti agli Atti degli Apostoli, salto la parte precedente ed incomincio con le missioni di Paolo

ATTI 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

Sono gli Atti stessi che questa volta ci offrono l’introduzione all’intera sezione: “C’erano nella comunità di Antiochia Profeti e maestri: Barnaba, Simeone, Lucio di Cirene, Manaen e Saulo. Ora, mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (13,1-3). Qui appare già una comunità organizzata, guidata da profeti e maestri.
I primi hanno il compito di esortare, incoraggiare e correggere la comunità perché possa sempre compiere la volontà di Dio. I maestri sono incaricati della formazione dei convertiti approfondendo con loro la catechesi e le Scritture. È un dato assai importante: sin dall’inizio si è sentita la necessità di una formazione continua e comunitaria.
Si passa poi a descrivere la comunità che sta celebrando una solenne liturgia e digiunando. Questi due atteggiamenti, la preghiera e il digiuno, liberano l’uomo del proprio egoismo e lo aprono al Signore. È il momento ideale per ascoltare la voce dello Spirito che probabilmente parla per mezzo di uno dei profeti presenti: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. All’inizio c’è sempre l’opera dello Spirito, ma poi viene il momento in cui i cristiani accolgono la sua voce e “imponendo le mani” affidano i designati allo Spirito Santo e si accomiatano da loro. Ha così inizio la missione che durerà circa tre anni (46-49).
Prima tappa: Cipro (13,4-13)
“Inviati dunque dallo Spirito Santo discesero a Seleucia e di qui salparono verso Cipro”. È in questa luce di fede che dev’essere letta tutta la missione. Arrivati nell’isola, Barnaba, Saulo e Marco annunciarono la Parola nelle sinagoghe dei Giudei. Il “prima ai Giudei”, malgrado i continui smacchi, è un principio fondamentale per Saulo.
In questo breve racconto, nulla si dice della loro catechesi. Tutto si concentra su uno scontro frontale con la magia. C’era lì, infatti, un mago famoso, alloggiato presso il proconsole romano Sergio Paolo. Egli fece di tutto per ostacolare Saulo e per distogliere il proconsole dalla fede. “Allora Saulo, detto anche Paolo (così lo chiameremo d’ora in poi), pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi sul mago e disse: «Ammasso di astuzia e di perversità… quando finirai di sconvolgere le vie del Signore? Ecco sarai cieco per un certo tempo e non ci vedrai più». Improvvisamente piombò nell’oscurità…”. La potenza dello Spirito annulla e distrugge ogni potenza magica e guadagna alla fede il Proconsole. Tutto qui l’apostolato di Paolo a Cipro, la patria di Barnaba.
Da Pafo, porto di Cipro, salparono verso il continente e raggiunsero Perge in Panfilia, dove Giovanni-Marco si separò da loro per tornare a Gerusalemme.

ANTIOCHIA DI PISIDIA (13,14-52)
Paolo e Barnaba non si soffermano a Perge, ma si dirigono verso Antiochia di Pisidia. Il loro scopo è evangelizzare le città, da cui poi è più facile l’evangelizzazione dell’intera regione. Ad Antiochia c’era una grande sinagoga ed essi, giunto il sabato, vi entrarono per partecipare al culto. “A un certo punto, dopo la lettura della Legge, i capi mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate». Si alzò Paolo”.
I presenti non erano solo Giudei, ma anche molti pagani devoti e aderenti alla religione ebraica. Tutta gente che aveva una certa conoscenza della storia del Popolo di Dio. Paolo si sentì a suo agio e rivolgendosi all’assemblea disse: “Uomini di Israele e voi tutti timorati di Dio, ascoltate!”. Così ha inizio un discorso che può essere suddiviso in tre parti.
La prima (13,11-25) è una fantastica catechesi sull’Antico Testamento. A Paolo interessa un solo soggetto: Dio che cammina con il suo popolo nella storia con lo scopo di dargli un salvatore, Gesù e con una cascata di undici verbi riassume l’agire di Dio dai Patriarchi a Gesù: “Dio scelse i nostri Padri e rese numeroso il popolo in terra d’Egitto. Dopo lo condusse via di là e lo nutrì per circa quarant’anni nel deserto… Distrusse sette popoli e diede loro in eredità la terra di Canaan e più tardi stabilì dei giudici per governarli fino a Samuele. Quindi diede loro Saul come re, che poi rimosse. Infine suscitò Davide dalla cui discendenza trasse per loro un Salvatore, Gesù secondo la promessa”.
Questa è una splendida catechesi perché evidenzia un solo soggetto, Dio che ha un preciso progetto: dare loro un Salvatore, Gesù. È importante questo per i nostri catechisti. Quando si presenta l’Antico Testamento si deve evidenziare solo l’agire di Dio, scoprire come Egli si rivela e qual è il suo progetto storico. Il motivo è semplice: si deve parlare della Storia della Salvezza. E l’unico soggetto di questa storia è Dio.
Dopo, Paolo si riallaccia alla Tradizione Apostolica che ha inizio con Giovanni Battista. La sua fonte la conosciamo: è Pietro che egli ha consultato per ben quindici giorni, quando dopo tre anni dalla sua conversione si recò a Gerusalemme (Gal 1,18). Per presentare il Battista gli bastano poche parole: “Giovanni preannunciò la venuta del Salvatore e sulla fine della sua missione diceva: «Quello che pensate che io sia non lo sono, ma viene uno dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali dai suoi piedi»”. È chiaro che per Paolo, Giovanni appartiene all’Antico Testamento.
La seconda parte (13,26-30) ha inizio sullo stile della prima: “Fratelli della stirpe di Abramo e voi tutti timorati di Dio, a noi è stata mandata da Dio questa parola di salvezza”. A noi, ossia: oggi Dio ha inviato a noi un messaggio di salvezza che si compie per mezzo del Salvatore, Gesù. Ma qual è stata la reazione degli abitanti di Gerusalemme e dei suoi capi? “Non hanno voluto riconoscere Gesù né accogliere le parole dei profeti che si leggono ogni sabato. Comunque, condannandolo hanno portato a compimento le Scritture e, pur non trovando in lui nessun motivo di morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso e quando ebbero portato a termine tutte le Scritture lo tolsero dalla croce e lo misero in un sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti”.

L’ESSENZA DEL CRISTIANESIMO
Qui abbiamo l’oggetto culmine del primo annuncio cristiano: passione, morte, sepoltura, Risurrezione. Siamo agli inizi della predicazione cristiana e non si può non sentire lo “scandalo della croce” a cui si dà una sola risposta. Leggendo i fatti nella luce delle Scritture si dice che tutto era previsto. Paolo però mette bene in risalto la responsabilità e la colpa del suo popolo. Condannando Gesù, hanno condannato un innocente. Ma Dio ha continuato a essere con lui e per mezzo di lui ha portato a compimento la salvezza.
Di fronte al totale rifiuto Dio ha trovato una via perché Gesù continuasse a essere il Salvatore: lo ha risuscitato. Solo la sapienza di Dio poteva trovare questa via. E siccome la salvezza è un atto della potenza di Dio, un giorno Paolo dirà: “Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio” (1 Cor 1,24).
Nella terza parte (13,31-42) Paolo parla dei testimoni della Risurrezione e del senso che essa ha per noi. Si noti che non dice che è apparso anche a lui (1 Cor 15,8). Questo non ha importanza: contano solo i testimoni oculari, cioè “Quelli che sono vissuti con Gesù e che sono saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme; solo questi sono i suoi testimoni presso il popolo. E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai Padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come sta scritto nel salmo: «Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato»”.
Lasciamo pure che certi interpreti dicano che il modo di citare di Paolo non è molto corretto, però è bello pensare alla Risurrezione non come a una rinascita, ma come a una vera nascita per una vita del tutto nuova, non più soggetta alla corruzione. Anche questo compie le profezie, ma soprattutto ci dà la certezza che in Gesù risorto abbiamo la salvezza, cioè il perdono dei peccati e quella giustizia (= giusto rapporto con Dio) che la Legge di Mosè non può dare, ma che ora è possibile a chiunque crede.
Paolo si è accorto della reazione negativa di alcuni quando ha parlato dell’inutilità della Legge e perciò conclude con parole dure: “Guardate voi arroganti, stupite e allibite, perché sto per compiere un’opera che se ve la raccontassero non credereste”. Forse Paolo pensa alla grande diffusione del Vangelo che offre a tutti la salvezza. Il congedo è educato: “Li pregavano di esporre ancora il prossimo sabato queste cose”.

UN UDITORIO DIVISO (13,43-52)
Lasciata la sinagoga, molti giudei e timorati di Dio seguirono Paolo e Barnaba per continuare, forse per tutta la settimana, a intrattenersi con loro. Ed essi “li esortavano a perseverare nella grazia di Dio”. Ma dovettero fare qualcosa di più perché il sabato seguente furono moltissimi i cittadini che vennero alla sinagoga per ascoltare Paolo. E i Giudei, vedendo il successo ottenuto da Paolo e Barnaba “furono pieni di zelo”, una traduzione in linea col v. 38.
Quei Giudei compresero che l’annuncio di Paolo annullava il primato della legge e delle tradizioni ebraiche, in particolare la circoncisione e le leggi cultuali. Di qui la loro contestazione e il loro bestemmiare contro quello che diceva Paolo, il quale capì che non c’era più nulla da fare.
Allora, Paolo insieme a Barnaba, disse: “Era necessario annunciare prima a voi la Parola di Dio, ma dal momento che la rifiutate e non vi giudicate degni della vita eterna, ci rivolgiamo ai pagani. Così, infatti, ci ha comandato il Signore: «Ti ho posto luce delle genti perché porti la salvezza sino alle estremità della terra»” (Is 49,6).
Con questo Paolo segna la rottura con la sinagoga, mentre i pagani che l’ascoltavano “gioirono e glorificarono la Parola di Dio, e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. E la Parola di Dio si diffuse per tutta la regione”. La reazione dei Giudei fu dura: sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dalla città. Ed “essi se ne andarono pieni di gioia e di Spirito Santo”.

ICONIO (14,1-7)                                 
Certe traduzioni iniziano il brano così: “A Iconio successe lo stesso”; si intende: come ad Antiochia. Eppure qualcosa di nuovo c’è. Quand’essi entrarono nella sinagoga, parlarono in modo tale che “un gran numero di Giudei e di pagani credettero”. Molti però li rifiutarono e aizzarono i pagani contro i credenti. Ma si tratta solo di ostilità aperta che non impedisce di rimanere per molto tempo sul posto e di annunciare la Parola con franchezza, libertà, coraggio e audacia. Sono quattro parole che vogliono rendere tutta la ricchezza del verbo greco: parressiazomai.
Alla fine però la città si divise e alcuni si schierarono dalla parte dei Giudei, mentre altri dalla parte degli “apostoli”. Abbiamo scritto in neretto l’ultimo termine per sottolineare che è la prima volta che Luca chiama Paolo e Barnaba con la parola “Apostoli”, finora riservata ai Dodici. La situazione poi precipitò e i due se ne andarono a Listra e Derbe.

LISTRA (14,8-20)
Una città totalmente pagana. Ora possiamo ascoltare una piccola catechesi fatta ai pagani e assistere al primo scontro con l’idolatria. Mentre Paolo sta parlando, vede davanti a sé uno storpio e zoppo e si accorge che in quell’uomo c’è la fede per essere salvato. Allora con forte voce gli dice: “Alzati diritto in piedi. Quell’uomo si alzò e si mise a camminare”. Quei pagani, dediti all’idolatria, si mettono a urlare: “Gli dèi sono scesi in mezzo a noi e pensarono che Barnaba fosse Giove e Paolo Mercurio” e decidono di offrire loro un sacrificio. Barnaba e Paolo si stracciano le vesti e corrono verso la folla urlando: “Che cosa fate? Anche noi siamo uomini come voi. Solo vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità”, da questi dèi inesistenti, privi di senso e valore.
Ecco che cos’è l’idolatria per gli annunciatori del Vangelo: Vanità; gli idoli non esistono, il vero culto può essere reso solo “al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che in essi esiste. Egli ha sempre dato prova di sé beneficandovi, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di gioia i vostri cuori”.
Queste parole di Paolo sono un vero spunto di preevangelizzazione, fatto partendo dalla natura “la Bibbia dei pagani”. In un simile ambiente politeista non era opportuno parlare di Cristo; era sufficiente un invito ad adorare l’unico Dio.
Così calmano la folla e impediscono che si offra loro un sacrificio. Ma ecco arrivare da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei che aizzano e sobillano il popolo tanto che si mettono a lapidare Paolo e quando sembra loro che fosse morto lo trascinano fuori della città. Qui c’è una frase sorprendente: “Gli si avvicinarono i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città e il giorno dopo si diresse verso Derbe con Barnaba”. Ciò significa che Luca si è limitato a narrare un solo episodio, in realtà c’è stata una vera evangelizzazione che ha fatto nascere una piccola comunità.

DERBE (14,21-28)
Luca ha voglia di concludere perché si limita a dire che dopo aver evangelizzato questa città e fatto un numero considerevole di discepoli prendono la via del ritorno, facendo il cammino a ritroso. In ogni città, già evangelizzata rianimano i discepoli esortandoli a rimanere saldi nella fede. E soprattutto danno alle comunità un’organizzazione. Imposero le mani sui presbiteri eletti per il servizio e “dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore nel quale avevano creduto”. Poi si fermano a Perge e vi annunziano la Parola di Dio. Quindi scendono ad Attalia e prendono la nave per Antiochia di Siria dove “erano stati affidati alla grazia di Dio” e lì raccontano ai fratelli non quello che essi avevano fatto, ma quello che Dio aveva fatto per mezzo di loro. Tutto è stato opera di Dio e dello Spirito.

PREGHIAMO
Signore, com’è meravigliosa la tua Chiesa apparsa in queste pagine che abbiamo meditato. Tutti sanno che sei Tu a camminare con loro nella storia e hanno esperienza che anche il Padre e lo Spirito Santo sono con loro. Gli Apostoli, nel loro lavoro apostolico, non si sentono protagonisti, ma collaboratori di Dio. Quel bene che essi compiono, in realtà è Dio che lo compie ed essi gioiscono di questa intimità divina. Signore, sappiamo che tutto ciò si realizza anche oggi, ma i cristiani ne hanno coscienza? Sono davvero convinti di questa tua presenza e sanno renderla vera esperienza di vita? O Signore, fa’ che quanti hanno meditato queste pagine vivano questa realtà e fa’ che coloro che hanno il compito primario dell’annuncio del Vangelo ricordino che la Chiesa, imponendo loro le mani, li ha “affidati allo Spirito Santo”. O Signore, rendici convinti di questo dono e fa’ che sia in noi fonte di gioia. Amen!

Transportation of the Ark of the Covenant Containing the Tablets of the Law” Luigi Ademollo – 1816

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Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

L’INNO ALLA CARITÀ: (TRADUZIONE GOOGLE DALL’INGLESE)

http://payingattentiontothesky.com/2009/05/21/the-hymn-to-love/

L’INNO ALLA CARITÀ

21 MAGGIO 2009

(TRADUZIONE GOOGLE DALL’INGLESE)

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e se avessi tutta la fede in modo da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. Se io dare via tutti i miei beni, e se consegno il mio corpo in modo che io possa vantare, ma non avessi la carità, niente mi giova.
L’amore è paziente, è benigna la carità, l’amore non è invidioso o presuntuoso o arrogante o scortese. Essa non cerca il suo interesse, non è irritabile o risentito, 6it non gode nel male, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
Non avrà mai fine. Ma per quanto riguarda le profezie, verranno alla fine, come per le lingue, cesseranno; come per conoscenza, sarà giunta al termine. Perché noi conosciamo solo in parte, e la nostra profezia solo in parte; 10but quando il totale arriva, il parziale giunta al termine. Quando ero bambino, parlavo come un bambino, pensavo da bambino, ragionavo come un bambino, quando sono diventato adulto, ho messo fine alla modi infantili. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco solo in parte, allora conoscerò perfettamente, come mi è stato completamente noto. E ora la fede, la speranza e l’amore rispettare, questi tre, e la più grande di esse è l’amore.

1 CORINZI 13:1-13
NEL CAPITOLO TREDICESIMO di Prima lettera di Paolo ai Corinzi, troviamo uno dei testi più interessanti e belle nelle Sacre Scritture, il cosiddetto « inno alla carità ». P. Barron scrive: « L’amore, si sente, è il più grande e più duraturo delle virtù teologali (quelle » tre cose che durano « ), superando per importanza la speranza e la fede. « Se avrete fede abbastanza forte da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sei nulla. » Per realizzare l’importanza di questo particolare classifica, tutto quello che dobbiamo fare è consultare lettera di Paolo ai Romani, dove la centralità salvifica della fede è ha spiegato così entusiasmo e così senza ambiguità. Per di più, l’amore supera qualsiasi delle manifestazioni imponenti dello spirito che è apparso nella comunità paolina: « Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna ». Infine, l’amore è più grande anche l’atto più eroico moralmente: « Se do via tutti i miei beni, e se consegno il mio corpo in modo che io possa vantare, ma non avessi la carità, niente mi giova. »
Paolo intuì qualcosa che è rimasto centrale nella tradizione cristiana per duemila anni: poiché l’amore è la vita divina, di vivere in amore è di partecipare in Dio. Considerando che la fede apre la porta a Dio e la speranza ci ordini a Dio come il nostro fine ultimo, l’amore è ciò che Dio è. Ed è proprio per questo che Paolo ci dice che la fede e la speranza si esaurirà in cielo, mentre l’amore no. Immerso nel l’essere divino, avremo bisogno né la fede (per vedremo chiaramente), né la speranza (per avremo il bene che vogliamo), ma ci sarà bisogno di amore, perché l’amore è ciò che significa essere immersi in questo modo .
Ma che cosa è esattamente l’amore? Abbiamo la tendenza, soprattutto nella nostra cultura un po ‘romantico, di identificarlo con una sensazione o un sentimento. Ma l’amore autentico, in senso biblico, è solo marginalmente legato alle emozioni. Amare è volere il bene dell’altro come altro (Tommaso d’Aquino), proprio per volere ciò che è vantaggioso per un’altra persona e di agire concretamente su quel desiderio. « 
Michael Gerson a Reading Paolo scrive: « chiamata di Paolo all’amore è un’alternativa non solo alla violenza palese che domina i rapporti umani, ma anche alla manipolazione regali e » Ti graffio la schiena se si gratta la mia « mentalità che permea molte culture umane. Questa legge di Cristo vieta attività nel nome di Dio che non corrisponde alla grazia divina visualizzato nella morte fedele e amorevole di Gesù, e richiede un discernimento costante individuale e comunitaria di come realizzare l’amore di Dio in creativo ma fedele modi. Coloro che Cristo deve « stare al passo con lo Spirito » (Galati 5:25), imparare lo Spirito continua a potenziare i fedeli in una vita che corrisponde alla conciliazione, riscattando l’amore di Dio in Cristo, l’amore che è sia dando e perdonare. Riconciliati e redenti, la comunità re-incarna che kenotica, cruciforme amore di Dio, non solo nel giro, ma anche in tutto il mondo, come un anticipo della salvezza finale a venire. « Uno dei difetti grandi personalità della Chiesa moderna è stato a guardare grande inno alla società secolare trasformazione di Paul di amore in un sentimento scheda Hallmark auguri. « 
P. Barron continua: « Questo deve essere distinta quindi da ogni forma di egoismo indiretta: fare qualcosa di buono per gli altri in modo che possano restituire il favore, l’amore implica un salto estatico al di fuori dei ristretti confini delle proprie preoccupazioni e le proprie esigenze il che spiega perché vero amore è un fenomeno raro. Ciò spiega anche perché l’amore del tuo nemico è la massima prova d’amore. Quando si desidera il bene di qualcuno che non è il bit meno probabilità di restituire il favore, sapete che il vostro desiderio è puro, genuino dall’egoismo.
Con questa precisazione fondamentale in mente, siamo in grado di apprezzare più a fondo l’analisi sfumature che Paolo ci dà nella seconda parte del inno all’amore. L’Apostolo ci dice in primo luogo che « l’amore è paziente,. È benigna la carità » Quando si vuole il bene degli altri e non il tuo bene, che si è disposti ad aspettare. Un segno sicuro che si è meramente superficiale benevola è una mancanza di pazienza nei confronti degli altri è riluttanza. « Ho fatto tanto per lui, e lui non ha nemmeno riconoscere la mia presenza, » amanti imperfetti si trovano dicendo. Ma i veri amanti aspettare, continuando a perdonare, anche se non perdono reciproco è imminente, continua a essere gentile, anche in assenza di gentilezza risposta ne consegue. Il vero amore è paziente perché non calcolare o misurare o pesare a seconda delle esigenze della giustizia rigorosa, anzi, alla maniera di un genitore che ama il suo bambino in stagione e fuori, guarda l’altro nella speranza.
Successivamente, Paolo ci dice che « l’amore non è invidioso. » Quando si desidera veramente il bene degli altri, non si risentono il successo di quella persona o di gioia. Il romanziere americano Gore Vidal ben riassume l’atteggiamento di gelosia in questa ammissione: « Quando un mio amico riesce, qualcosa in me. muore. « Vidal ha fatto la sua osservazione più appuntito, commentando che bruciò con gelosia i successi del celebre drammaturgo Tennessee Williams, proprio perché Williams era così vicino a lui personalmente. Quando sono arrivato in questa citazione, ho sperimentato, abbastanza sgradevole, uno shock di riconoscimento. Quante volte, ho riflettuto, ho rimasto indifferente ai trionfi di estranei, mentre silenziosamente ma profondamente risentito i risultati di amici. Sembra che ci sia una proporzionalità perverso al lavoro nelle dinamiche della gelosia: il più strettamente correlato alla persona, più profonda l’invidia si sveglia. Ma l’amore autentico vuole il bene dell’altro e quindi si diletta nelle gioie e risultati degli altri. Il praticante di amore realizza una verità insegnata in modo coerente in tutta la Bibbia – che l’essere dell’amante aumenta proprio attraverso il bene della persona amata, dal momento che entrambi sono, in fondo del loro essere, uno.
Come l’inno alla carità si dispiega, si sente dire che l’amore « non si dava delle arie, ma non è snob. « Le nostre vite economiche, politiche e sociali sono, è triste da dire, basata in larga misura sulla impulso opposto. Dal momento in cui siamo figli, siamo istintivamente cerchiamo posizioni più elevate e più titoli impressionanti che potrebbero far individuare la nostra superiorità sugli altri. Passiamo gran parte della nostra vita disperatamente manovre per ogni vantaggio, imprimendo che possiamo e che dobbiamo distruggere, perché ci rendiamo conto che se non agire in modo aggressivo, saremo soppiantato. In questo terribile gioco a somma zero, se si è notato e celebrato, mi sono dimenticato, e se si va avanti, sono costretto a ritirarsi. Sebbene la maggior parte dei giocatori in questo torneo sono troppo abile per lasciarlo mostrare pubblicamente, sono impegnati continuamente in una competizione spietata, distruggendo gli avversari anche se sorridono a loro un cocktail. Ma l’amore vuole il bene degli altri, ma vuole l’altro per avere successo e per essere notato. Pertanto, è, come dice Paolo, schivo, auto-dimenticare, disposto a lasciare la brillantezza altro e portano il titolo privilegiato – disposti, alla maniera di Giovanni Battista, a diminuire mentre qualcun altro aumenta.
Poi si sente che l’amore non è « incline alla rabbia, né rimuginare lesioni. « Nella Divina Commedia di Dante, la rabbia sono puniti sul monte. Purgatorio facendola a soffocare il fumo denso. Le punizioni di Dante non sono mai arbitrarie, sempre relativa al peccato si rivolgono. In questo caso, la rabbia sono costretti a sperimentare gli effetti della rabbia: il suo modo di offuscamento della visione e strangolare discorso coerente. Quando leggiamo il mondo attraverso la nube della nostra rabbia, si ottiene un quadro profondamente distorta, e quando si cerca di parlare mentre soffocando la nostra amarezza, il nostro discorso è sputtering e inefficace. Leccare le nostre ferite, ricordare a noi stessi quanto profondamente siamo stati male, allattamento vecchie di decenni rancori, si restringono in uno spazio molto piccolo, e la nostra comunicazione con gli altri diventa, nella migliore delle ipotesi, confuso, distorto. Ma volere il bene dell’altro come altro da amare – è quello di uscire da questa prigione. Quando si ama, si lascia andare il nostro rimuginare autostima e le nostre in ultima analisi, schemi auto-distruttivi di risentimento.
Paolo poi dice che l’amore « non si rallegra di ciò che è sbagliato, ma si compiace della verità. » Se ci voltiamo l’osservazione di Gore Vidal, abbiamo messo a punto quello che i tedeschi chiamano Schadenfreude, provare piacere in un altro disgrazia. Ovviamente, questa tendenza a gioire per il dolore degli altri è esattamente il contrario dell’amore, ma come allegramente la maggior parte di noi peccatori, indulgere in esso. Quindi siamo entusiasti per il fallimento o imbarazzo di qualcun altro che si diventa evangelisti di esso, annunciando a chiunque abbia voglia di ascoltare. Se facciamo un serio esame di coscienza, la maggior parte di noi sarebbe scoprire che gran parte della nostra giornata è trascorso in questo esercizio spirituale debilitante. Il vero amore, Paolo ci sta dicendo, non trova gioia nel dolore altrui ed è riluttante a servire in su, attraverso il pettegolezzo, ad un pubblico entusiasta. Piuttosto, l’amore trova la gioia nella verità delle cose, e la verità è che siamo tutti collegati da legami più profondi metafisici. E quindi, prendendo in giro un altro o intensificare il suo dolore godendo in essa è ripugnante per amare.
Paolo conclude il suo grande inno, ricordandoci che la conoscenza non riuscirà, il parlare in lingue cesserà, profezie si spegnerà, ma che l’amore non muore mai. Ci prenderemo nessuno dei nostri titoli, gradi, terreni o « religiose » realizzazioni con noi in cielo, ma ci sarà davvero portare lì la qualità del nostro amore. Pertanto, ordinare la vostra vita secondo questa grande atto e durevole. « 

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE: CAPITOLO PRIMO (da 9 a 14)

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/filemone1.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

(sono 25, metto da 10 a 14, fino a 9 li ho già messi, poi alla fine del capitolo primo c’è un commento finale, è un po’ lungo ma è bello, a me piace molto la lettera a Filemone, rilvela, per me, i tratti della personalità di Paolo, vecchio oramai, io, in questa lettera,  ci vedo tutta la sua vita

CAPITOLO PRIMO  (da 9 a 14)

INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO

[9]PREFERISCO PREGARTI IN NOME DELLA CARITÀ, COSÌ QUAL IO SONO, PAOLO, VECCHIO, E ORA ANCHE PRIGIONIERO PER CRISTO GESÙ;

La modalità di cui Paolo si serve in questo caso è la carità, l’amore.
La modalità è la preghiera, la richiesta umile, senza pretese.
La modalità è l’abbassamento.
La modalità è quella di farsi amico dell’amico e parlargli da amico.
La modalità è la parola detta al cuore e non più alla volontà perché obbedisca.
La modalità è lasciare all’altro libertà nel prendere la decisione. È l’altro che decide. Decide per amore. Decide dal profondo del suo cuore. Decide perché conquistato dalla carità di Paolo, che è carità di Cristo, che è carità di Dio Padre, nello Spirito Santo.
La carità è la suprema legge per il cristiano, la suprema verità, la verità assoluta.
La carità è la nostra vocazione. Siamo chiamati ad amare l’altro allo stesso modo in cui lo ha amato Cristo.
Cristo lo ha amato appendendo il suo corpo sulla croce, offrendo la sua vita per lui. La sua vita al posto della vita del fratello. Questo è stato l’amore di Cristo Gesù.
Dinanzi alla legge della carità, che è assoluta, senza riserve, dono totale della nostra vita a Cristo, perché Cristo continui ad amare dall’alto della croce, il cristiano si scopre seguace di Cristo, o lontano da lui.
La carità manifesta la grandezza del nostro amore. Il nostro amore è grande, tanto grande quando è grande il dono che sappiamo fare di noi stessi ai fratelli.
Non solo Paolo fa appello alla carità, mostra se stesso come esempio vivente di carità.
Lui è ormai vecchio. Nella carità è invecchiato. È invecchiato esercitando nel mondo la carità di Cristo. Lui è vissuto per fare di carità il suo corpo, la sua anima, il suo spirito.
Lui è vissuto per lasciarsi consumare, invecchiare dalla carità. La carità lo ha reso vecchio, lo ha consumato, lo ha esaurito.
Tutto egli ha speso di sé per la carità, per amare, per essere di aiuto e di salvezza agli altri, al mondo intero.
In niente egli si è risparmiato. Tutte le sue energie sono state spese per la carità. Anche lui or può dire come Cristo sulla croce: consummatum est.
Il sacrificio è stato consumato, arso, bruciato dalla carità. Il sacrificio consumato è il suo corpo, la sua anima, il suo spirito. Tutto di lui è stato fatto un sacrificio d’amore per la salvezza dei suoi fratelli.
Anche il momento attuale è nella grande carità. Egli è privo della sua libertà. È prigioniero degli uomini, ma prima ancora è prigioniero dell’amore di Cristo Gesù.
È prigioniero degli uomini perché si è fatto volontariamente prigioniero di Cristo. Se non fosse prigioniero di Cristo per amore, mai sarebbe stato fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha portato Cristo sulla croce, lo ha fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha condotto Paolo in carcere, lo ha fato prigioniero dei suoi fratelli da salvare.
Filèmone è discepolo di Cristo, è discepolo di Paolo. Sarà anche lui vero discepolo se osserverà la legge della carità.
Come si vive la carità, Paolo glielo ha prospettato ponendo se stesso dinanzi ai suoi occhi.
Ora Filèmone sa cosa è la carità. Sa anche chi è il vero discepolo di Cristo Gesù, perché sa chi è Cristo Gesù.
A lui, solamente a lui, la scelta di seguire Cristo, o di non seguirlo. Nessuno glielo potrà imporre.
Anche lui dovrà ora scandagliare il suo cuore e trovare in esso le ragioni di un amore più grande. Queste ragioni non potrà trovarle se non nell’agire di Cristo, nella visione che Paolo gli ha prospettato di sé in brevissimi accenni.
Se lui saprà fare questo, non soltanto continuerà ad essere seguace di Cristo Gesù, potrà dare al mondo intero una nuova via della carità e questa nuova via trasformerà il mondo. A volte infatti è sufficiente che uno solo apra una via nuova di amare, perché il mondo esca dal suo sonno di morte e si incammini verso la pienezza della verità da cui lo chiama e lo attende il suo Maestro e Signore.
È questa modalità veramente sublime. Si lascia all’altro la decisione, dopo aver messo il cuore dinanzi all’unica decisione possibile.
Si prospetta all’altro una via universale di salvezza e la si prospetta come via per amare secondo verità Cristo e in Cristo i fratelli, alla maniera di Cristo Gesù.
Solo lo Spirito Santo può operare simili cose. Quando lo Spirito muove un cuore, illumina una mente, guida la volontà, di simili cose se ne operano tante, tantissime.
Il mondo è cambiato dallo Spirito Santo che agisce attraverso un uomo che ama veramente Cristo Gesù.
[10]TI  PREGO DUNQUE PER IL MIO FIGLIO, CHE HO GENERATO IN CATENE,
San Paolo, stabilisce subito qual è il rapporto tra la persona per cui sta per chiedere la “grazia” e se stesso.
Questo rapporto è di figliolanza.
Si tratta però di una figliolanza particolare, unica.
C’è tuttavia subito da precisare che non si tratta di una figliolanza terrena, umana, di un figlio generato secondo la carne.
Si tratta invece di un figlio generato secondo la fede.
Altra cosa da precisare è questa: la generazione è avvenuta in catene, in un momento particolare, assai doloroso della vita di Paolo.
Paolo, tra le catene, nella sofferenza dovuta alla privazione della libertà, ha dato la vita soprannaturale ad un uomo, lo ha condotto alla fede, ne ha fatto un vero figlio di Dio.
L’amore di Paolo per Cristo non si è fermato neanche nel carcere. Anche da prigioniero ha continuato ad annunziare il Vangelo, a produrre frutti di Vangelo, a generare uomini a Dio secondo la fede, la carità e la speranza che sono in Cristo Gesù.
È una vera relazione di paternità e di figliolanza spirituale.
Questa vera paternità e vera figliolanza dovrebbe cambiare il rapporto tra chi genera alla fede e chi è generato, tra chi riceve la vita secondo Dio e chi la dona.
Questo rapporto dovrebbe essere sempre indelebile nella mente e nel cuore, anche perché non solo bisogna generare alla vita, bisogna anche che la vita generata sia portata a maturazione attraverso l’esercizio della paternità spirituale, vera paternità secondo la fede.
Questo rapporto implica cioè un dovere mai estinguibile di impegno ministeriale perché la nuova vita generata giunga a perfetta maturazione. È come quando si pianta un albero. Non è sufficiente piantarlo, è anche giusto e doveroso seguirne passo, passo la crescita, apportando tutte quelle iniziative necessarie perché all’albero non manchi nulla di tutto quanto gli è necessario per una crescita armoniosa, libera, santa.
Purtroppo c’è da lamentare un quasi distacco, un abbandono. È come se non ci fosse più nessuna relazione.
Invece la vera paternità spirituale dovrebbe essere considerata superiore alla paternità secondo la carne.
Se per la paternità secondo la carne si è disposti a tutto, a molto di più si dovrebbe essere disposti per la cura della figliolanza secondo lo spirito, o la fede.
Anche questa relazione dovrebbe essere ricondotta nell’alveo della verità evangelica, della carità crocifissa di Gesù Signore.
Paolo per questo figlio si interessa, prega, interviene, lo raccomanda, lo affida. Lo affida però come un vero figlio, non un figlio da abbandonare, da lasciare, da consegnare al proprio destino perché lo segua sino alla fine.
Questo di Paolo è vero amore, è vero amore evangelico; vero amore cristiano; vero amore di parentela spirituale.
Da Paolo tutti dovremmo imparare ad amare in modo diverso, santo, alla maniera di Cristo Gesù.
Paolo prega Filèmone per questo suo figlio che ha generato in catene e cosa gli chiede?
[11]ONÈSIMO,  QUELLO CHE UN GIORNO TI FU INUTILE, MA ORA È UTILE A TE E A ME.
Onèsimo è uno schiavo. È schiavo di Filèmone.
Questo schiavo un giorno fu inutile a Filèmone perché scappò via, rompendo i legami della schiavitù.
Ora è utile a Paolo perché suo vero figlio secondo la fede.
È anche utile a Filèmone perché ritorna da lui e quindi ne può fare un buon uso.
Da precisare che secondo la legge antica uno schiavo era sempre proprietà del suo padrone.
Anche se fosse riuscito a rompere le catene di ferro che lo tenevano prigioniero, mai venivano rotte le catene legali.
Uno schiavo rimaneva per sempre schiavo. A meno che il padrone non gli concedesse la libertà e lo affrancasse dalla dura schiavitù. In questo caso ne faceva un liberto, un uomo libero dalla schiavitù.
Essendo Onèsimo proprietà di Filèmone, solo lui può decidere della sua sorte, solo lui può stabilire cosa farne.
Per questo Paolo prega Filèmone. Lo prega in quanto legittimo proprietario di Onèsimo. Nel pregarlo però gli dice una grande verità.
Quest’uomo non è più lo stesso. Ad una schiavitù fisica ne ha aggiunto un’altra: quella spirituale. Ora è schiavo di Cristo Gesù. Gesù è il suo proprietario spirituale, il proprietario della sua anima e del suo spirito, della sua volontà e del suo cuore.
Questo nuovo proprietario vuole che il rapporto con i proprietari del corpo sia vissuto nell’amore, nella sottomissione, nell’obbedienza, nel servizio amorevole, nella dedizione, nel sacrificio, senza ribellioni, senza contrasti, vivendo la virtù della mitezza, della bontà, della misericordia, dell’arrendevolezza, della giustizia, anche quella secondo gli uomini.
Questo nuovo proprietario comanda l’amore, solo l’amore, nient’altro. L’amore per questo nuovo proprietario consiste in una sola cosa: dare la vita, consegnarla al servizio, nel silenzio dell’anima, nella dedizione del corpo, nella sottomissione della volontà, nell’opera svolta con puntualità, rimanendo nella condizione in cui uno fu chiamato.
È questo il motivo per cui Onèsimo di sicuro sarà utile a Filèmone. Gli sarà utile perché vivrà il servizio secondo la legge di Cristo e non più secondo la passione, la ribellione che è nel cuore dell’uomo.
[12]TE L’HO  RIMANDATO, LUI, IL MIO CUORE.
Prima Onèsimo era stata definito da Paolo, suo figlio, generato in catene.
Ora è detto il mio cuore.
Onèsimo è per Paolo il suo cuore, è se stesso, è la sua vita, è il suo amore, è la sua gioia, la sua speranza.
Come il cuore è tutto per una persona, così Onèsimo è tutto per Paolo.
L’amore tra Onèsimo e Paolo è così grande, così intenso, così forte, da farlo identificare con il proprio cuore.
Questa è la forza dell’amore in Cristo, vissuto secondo Cristo.
L’amore in Cristo non solo è unitivo, fa di due persone, o di più persone una cosa sola, un solo corpo, una sola vita, un sola storia, un solo amore.
In Paolo questo amore unitivo si fa amore identificativo. La persona dell’amante si identifica con la persona amata e tuttavia sono due persone e non una sola.
In questo ci si avvicina in qualche modo a ciò che avviene nel mistero della Trinità, nel quale le persone sono l’una nell’altra, senza identificazione, o perdendo l’identità personale, perché sono distinte e separate, altrimenti avremmo un modalismo in Dio e non vero mistero di unità della sostanza e trinità delle persone.
Nell’amore però vi è identificazione. Tutto l’amore del Padre è nel Figlio, tutto l’amore del Figlio è nel Padre. L’amore tra il Padre e il Figlio è anche Lui Persona, è lo Spirito Santo, Comunione Eterna dell’amore del Padre per il Figlio e dell’amore del Figlio per il Padre.
Fatte le debite proporzioni, e su una scala infinitamente distante, la stessa identificazione nell’amore si compie nella carità cristiana.
Paolo almeno sta vivendo questo tipo di amore identificativo. Tutto l’amore di Paolo è per Onèsimo, tutto l’amore di Onèsimo è per Paolo. Paolo sente l’amore per Onèsimo, sente l’amore di Onèsimo, per questo non esita a definire Onèsimo suo cuore.
A questo amore di identificazione dovremmo tutti giungere. Finché l’altro rimane fuori di noi, non è il nostro cuore, la nostra vita, noi mai potremo amare secondo verità, alla maniera di Cristo.
Se invece l’altro è noi stessi, il nostro cuore, quanto facciamo per noi lo facciamo anche per lui; quanto vogliamo per noi, lo vogliamo anche per lui.
Se c’è differenza di amore, significa che l’amore di Cristo in noi non è ancora perfetto e che noi nell’amore non siamo mossi dallo Spirito Santo di Dio, da quello Spirito che deve creare la perfetta identificazione d’amore, la comunione piena di carità con il fratello.
Su questo la pastorale deve operare una svolta. Non si può insegnare al cristiano solo l’osservanza di qualche comandamento. Il cristiano non è stato fatto cristiano per osservare uno, o due comandamenti dell’Antico Patto.
Il cristiano è stato fatto tale per osservare la legge dell’amore di Cristo in ogni sua parte.
Questa legge ha un solo principio operativo: identificarsi con l’altro fino a donare la vita per l’altro, più che per noi stessi.
Se qualcosa per noi non riusciremmo mai a farla, per il fratello dobbiamo avere la forza, l’amore, la carità, la fede di farla fino in fondo.
Per noi no, per il fratello sì. Questo è l’amore alla maniera di Cristo ed è questa la vocazione del cristiano.
È inutile dire che un amore così perfetto si può solo fondare sull’osservanza piena di ogni comandamento dell’Antico Patto.
I comandamenti sono la base, il fondamento su cui innalzare il nostro edificio cristiano, la nostra identificazione d’amore con l’altro, con ogni altro.
Onèsimo viene rimandato a Filèmone, al suo unico e legittimo proprietario secondo la carne.
[13]AVREI VOLUTO TRATTENERLO PRESSO DI ME PERCHÉ MI SERVISSE IN VECE TUA NELLE CATENE CHE PORTO PER IL VANGELO.
Paolo, in base all’amicizia che lo legava a Filèmone, avrebbe potuto chiedere a quest’ultimo che gli facesse dono dello schiavo, di Onèsimo.
Avrebbe potuto chiedere un così grande favore e di certo Filèmone non glielo avrebbe mai negato.
Abbiamo detto precedentemente che l’amore nel cristiano, per essere vero e perfetto, non deve nascere dalla mente del richiedente, deve nascere dalla volontà e dalla sapienza dello Spirito Santo.
Su questo, penso, è giusto che vi riflettiamo un po’, con più attenzione.
Il cristiano, dal momento in cui si lascia battezzare nelle acque del battesimo, cede la mente, il cuore, i sentimenti, la razionalità, la stessa anima al Signore, allo Spirito Santo, perché sia lui a governarli secondo verità, giustizia e carità.
Si tratta però di verità, giustizia e carità non secondo la norma evangelica già codificata, ma secondo la mozione attuale, voluta unicamente dallo Spirito Santo, compresa unicamente da Lui e non dall’uomo, o dalla persona che compie il gesto dell’amore.
Il cristiano non decide, ma neanche comprende, non è lui a volere e neanche lui a sapere perché si sceglie una via, anziché un’altra.
La comprensione piena della mozione dello Spirito che agisce in noi la possederemo a suo tempo, dopo, molto tempo dopo.
Prima è necessario che lo Spirito agisca in noi secondo la sua potenza soprannaturale d’amore; prima è giusto che noi ci abbandoniamo totalmente allo Spirito del Signore, in seguito, per quello che possiamo comprendere, ci verrà fatto conoscere il mistero racchiuso in una determinata azione che ci è stato chiesto di operare. Anzi, non chiesto, verso cui siamo stati mossi ad agire.
Paolo sa che è mosso dallo Spirito Santo. Di sicuro prega perché lo Spirito lo muova secondo i voleri divini.
Di certo non ha la piena comprensione del mistero. Questa piena comprensione a nessun mortale è concessa al momento dell’azione. Questa piena comprensione è solo di Cristo Gesù.
Sappiamo della Madre di Gesù che non sempre comprendeva ciò che avveniva attorno a Lei. Ma Lei viveva ogni cosa, amandola e custodendola nel cuore, attendendo di comprendere le meraviglie che il signore operava attraverso di Lei e attorno a Lei.
Perché Paolo sceglie di rimandarlo e non di tenerlo, non è lui a deciderlo. È lo Spirito che opera in lui.
Chi si lascia muovere dallo Spirito Santo agisce. Lui non comprende. Neanche gli altri comprendono.
Qual è allora la differenza?
La differenza è una sola. Chi è nella pienezza dello Spirito cammina secondo lo Spirito, perché la sua carne non oppone resistenza alla sua mozione. Però non comprende.
Chi è senza lo Spirito, pensa ancora secondo la carne. Non solo non segue la mozione dello Spirito. Vorrebbe anche impedirla negli altri. La vuole impedire perché non la comprende.
Vuole impedirla perché la valuta secondo la carne e non secondo lo Spirito Santo.
Ognuno di noi è chiamato a verificarsi, almeno a sapere che si lascia muovere dallo Spirito di Dio, se lascia che lo Spirito del Signore muova gli altri secondo la sua libera volontà, non soggetta ad alcuna discrezione o discernimento umano.
Ognuno è chiamato a verificarsi e la verifica consiste in una sola verità: quando ci troviamo dinanzi ad una persona che sappiamo mossa perennemente dallo Spirito di Dio, se ci scandalizziamo dinanzi ad una sua opera, se vogliamo che quell’opera non sia fatta, se in qualche modo diamo noi le regole perché l’opera sia fatta o non sia fatta, allora è certo: ancora lo Spirito del Signore non è forte in noi.
Ancora in noi agisce la carne, le passioni ingannatrici, il peccato non è stato del tutto estirpato dalle nostre membra e in qualche modo ci condiziona.
L’altro diventa così il metro, la verifica della nostra crescita spirituale. Sappiamo dove siamo confrontandoci con la mozione che lo Spirito di Dio esercita negli altri.
L’altro, che è mosso sempre dallo Spirito, diviene il segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri dei nostri cuori.
[14]MA NON HO VOLUTO FAR NULLA  SENZA IL TUO PARERE, PERCHÉ IL BENE CHE FARAI NON SAPESSE DI  COSTRIZIONE, MA FOSSE SPONTANEO.
È questa la regola suprema della legge evangelica.
L’obbedienza alla verità, alla carità, alla speranza, mai deve essere un rapporto tra un uomo e un uomo, tra un uomo che comanda e l’altro che obbedisce. Comanda un uomo in nome di Dio, si obbedisce all’uomo che dice di parlare in nome di Dio, al posto di Dio, in vece di Dio.
Paolo non vuole questo tipo di obbedienza, né desidera che i rapporti tra i cristiani siano costruiti su un simile modo di pensare.
Lui vuole invece, desidera che chi è al posto di Dio, sia al posto di Dio per manifestare la via della verità, della carità, della speranza; sia al posto di Dio per indicare agli uomini la via migliore di tutte nel vivere il nostro rapporto esclusivo con il Signore, amando e servendo i fratelli.
Una volta che la verità è stata manifestata, la via migliore di tutte è stata indicata, è obbligo dell’altro sceglierla, farla propria, farla divenire sua propria verità, sua propria speranza, sua propria carità.
Chi ha il posto di Dio non impone. Chi ha il posto di Dio illumina, rivela, manifesta, compie lui per primo.
Chi ha il posto di Dio è servo della verità, della carità, della speranza, della Parola, dell’esatta interpretazione della Parola.
Il resto non gli compete, perché il resto appartiene all’uomo che vuole entrare nella vita eterna e se vuole entrare nella vita eterna.
Il resto appartiene all’uomo che vuole amare secondo verità e se vuole amare secondo verità.
Il resto appartiene al singolo, che deve scegliere di volta in volta come amare il Signore nel più alto grado di perfezione morale.
L’apostolo del Signore, o chi ha il posto di Dio nella comunità, è chiamato a manifestare questo più alto grado di amore. Una volta che questo è stato fatto, finisce il suo mandato, inizia la responsabilità dell’altro di far propria la verità indicata e di compierla nella più alta carità possibile ad un cuore umano.
Ecco allora che ci sono decisioni che sono dell’apostolo e decisioni di colui che l’apostolo è chiamato ad illuminare con la luce della divina verità, compresa nella sua più pura essenza.
Decisione dell’apostolo è trovare in ogni circostanza la più pura delle verità, la più santa delle carità, la più elevata speranza. Questa decisione appartiene a lui solo. È sua e solo lui la può prendere.
Decisione di chi è guidato dall’apostolo è quella di far sua la verità, la carità, la speranza prospettata dall’apostolo e compierla come sua propria volontà.
La luce divina proiettata sulla terra e nei cuori dall’apostolo del Signore deve divenire luce del singolo, luce propria, come se sgorgasse dal suo cuore e dai suoi occhi e con essa illuminare l’intera esistenza, fino alla prossima luce ancora più intensa e più santa.
La verità divina conosciuta per annunzio si fa verità propria dell’anima; la carità di Cristo manifestata per predicazione si fa carità del cuore; la speranza della vita eterna appresa nella sua forma più alta si fa speranza di ogni sentimento dell’uomo, per cui l’uomo inizia a vedere, ad amare, a camminare con questa nuova forma di vita, ma non perché gli è imposta dall’esterno, ma perché nasce dal suo interno, sgorga dal suo cuore, nasce dalla sua anima.
È questa la spontaneità che Paolo vuole, che Dio domanda, che lo Spirito Santo suggerisce ai cuori.
È questa la forma sempre santa per regolare ogni rapporto tra chi ha il posto di Dio nella comunità con chi si deve lasciare guidare e condurre verso una verità sempre più piena, più intensa, più santa.
In questo caso si lascia spazio, tutto lo spazio allo Spirito Santo, il quale potrebbe direttamente indicare al singolo la via migliore di tutte per amare.
Lo Spirito che si manifesta al singolo deve essere riconosciuto da chi ha il posto di Dio nella comunità, perché in seno alla comunità dei figli di Dio, la via indicata dallo Spirito al singolo possa essere percorsa come vera via di Dio e non come semplice sentimento o volontà dell’uomo.
È questo il motivo per cui la decisione deve essere del singolo e non dell’apostolo del Signore.
Deve essere del singolo perché sia sull’apostolo di Dio che sul singolo chi governa è il Signore e il Signore si può servire dell’apostolo di Dio per manifestare al singolo la via migliore di tutte per amare, ma anche si potrebbe servire del singolo per indicare alla comunità una via più santa sulla quale incamminarsi.
Se il rapporto non è di libertà, di spontaneità, chi viene ad essere asservito all’uomo è il Signore. Non avremo più fede, ma pura idolatria. Si servirebbe l’uomo e non più il Signore.
Per questo è giusto che l’ultima decisione spetti alla singola persona e mai all’apostolo del Signore.
Se si rispetterà questa regola, i frutti di grazia e di verità saranno abbondanti in una comunità, altrimenti il pericolo è uno solo: si estingue lo Spirito nei cuori, perché si è spenta la volontà del singolo, si è estinta la sua spontaneità nel seguire la mozione dello Spirito Santo.
Questa regola non sempre viene osservata. Una buona sua osservanza sarebbe più che necessaria, più che utile, sarebbe indispensabile.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »
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