Archive pour février, 2013

L’ UMILE. SAGGA DECISIONE DI UN PAPA CORAGGIOSO (by me Gabriella)

L’ UMILE. SAGGA DECISIONE DI UN PAPA CORAGGIOSO

« Storico, inatteso ed umile annuncio » titola Avvenire.
È difficile scrivere qualcosa subito, a caldo, sulle dimissioni del Papa, però vorrei offrire qualche pensiero,  che viene dal cuore ancora prima che da logica.
trovo scritto anche questo: « Sono certo che essa è stata ispirata dalla volontà di servire la Chiesa fino in fondo e di far sì che anche per il futuro essa possa avere una guida salda. »
Lo Spirito Santo suggerisce, nel cuore dei credenti, la verità di Dio, la speranza, l’amore, questo stesso Spirito Santo, che ha ispirato i cardinali alla elezione di Papa Ratzinger ha indicato al Papa la strada percorrere; uomo mite, teologo profondo ed acuto, lascia non solo ad un successore la Chiesa di Cristo, ma alla stessa Chiesa una novità, « la » novità, questo essere successori di Pietro, non un posto in cattedra, non sul trono fino a 100 anni, ma un essere Padre, fino a che esiste umanamente la paternità, ugualmente padre Papa Benedetto, sarà colui che, nelle famiglie antiche, era il saggio, colui che prega, colui che indica, e fisicamente mostra, l’immagine di Dio nella povertà, nella umiltà e nella obbedienza, non più in battaglia, ma nel segreto di un « luogo » dove può vivere l’ultimo atto del credente, del padre, del pastore:  la vita e la morte in Dio. « Benedetto XVI sa bene che il servizio papale, «per la sua essenza spirituale», può essere compiuto anche «soffrendo e pregando» » lascia ai figli il suo « abito », la sua storia, il suo amore, e guarda verso il futuro.

Publié dans:by me Gabriella |on 11 février, 2013 |Pas de commentaires »

le dimissioni del Papa mi fanno pensare alla umiltà di questo Papa…vi propongo l’Omelia per la messa di Natale del 2011

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111224_christmas_it.html

(le dimissioni del Papa mi fanno pensare alla umiltà di questo Papa ed alla sua grandezza spirituale, mi fanno pensare all’umiltà del Dio Bambino, vi propongo l’Omelia per la messa di Natale del 2011)

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 24 dicembre 2011

Cari fratelli e sorelle,

La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola “apparuit”, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – “è apparso”. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr Eb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è “apparso”. Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: “apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera “epifania”, la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. “Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini”: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale.

In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. “E la pace non avrà fine”. Il profeta ne aveva prima parlato come di “una grande luce” e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4).

Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace. Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo.

Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2 Celano, 199: Fonti Francescane, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. “Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.

Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce.

Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.

Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.

Publié dans:PAPA BENEDETTO: DIMISSIONI |on 11 février, 2013 |Pas de commentaires »

Angel and Isaiah the Prophet Unclean Lips

Angel and Isaiah the Prophet Unclean Lips dans immagini sacre angel-n-isaiah-the-prophet-unclean-lips

http://seashoremary.wordpress.com/2012/11/10/woe-to-self/

Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2013 |Pas de commentaires »

ISAIA 6: VISIONE E MISSIONE

 http://www.cjconroy.net/pr-it/pr2-t06a.htm

 (Profezia e apocalittica: secondo semestre 2006-07)

CHARLES CONROY

ISAIA 6: VISIONE E MISSIONE

La presentazione di questo testo molto conosciuto ci occuperà eccezionalmente per due lezioni (che non basteranno certamente a vedere tutte le questioni che si potrebbero porre), e la sintesi che segue vale per ambedue le lezioni. La maggior parte del tempo sarà dedicata ad una lettura letteraria e teologica della forma finale del testo. Alla fine vedremo brevemente alcune questioni che si pongono nella fase di studio diacronico. I punti principali sono:
Lettura della forma finale del testo
Studio diacronico

La bibliografia della lezione si trova qui.

1.   FORMA FINALE DEL TESTO
Dividiamo la presentazione in quattro punti: (1.1) delimitazione e strutturazione del brano; (1.2) determinazione del suo contesto letterario immediato; (1.3) una lettura commentata; (1.4) il problema del genere letterario.

(IL TESTO NELLA TRADUZIONE CEI, prima edizione)
[6,1a] Nell’anno in cui morì il re Ozia,
[6,1b] io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato;
[6,1c] i lembi del suo manto riempivano il tempio.
[6,2a] Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali;
[6,2b] con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.
[6,3a] Proclamavano l’uno all’altro:
[6,3b] «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.
[6,3c] Tutta la terra è piena della sua gloria».
[6,4a] Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava,
[6,4b] mentre il tempio si riempiva di fumo.
[6,5a] E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono
[6,5b] e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito;
[6,5c] eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».
[6,6a] Allora uno dei serafini volò verso di me;
[6,6b] teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.
[6,7a] Egli mi toccò la bocca e mi disse:
[6,7b] «Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
[6,7c] perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».  
[6,8a] Poi io udii la voce del Signore che diceva:
[6,8b] «Chi manderò e chi andrà per noi?».
[6,8c] E io risposi: «Eccomi, manda me!».
[6,9a] Egli disse: «Và e riferisci a questo popolo:
[6,9b] Ascoltate pure, ma senza comprendere,
[6,9c] osservate pure, ma senza conoscere.
[6,10a] Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
[6,10b] fallo duro d’orecchio
[6,10c] e acceca i suoi occhi
[6,10d] e non veda con gli occhi
[6,10e] né oda con gli orecchi
[6,10f] né comprenda con il cuore
[6,10g] né si converta in modo da esser guarito».
[6,11a] Io dissi: «Fino a quando, Signore?».
[6,11b] Egli rispose: «Finché non siano devastate le città, senza abitanti,
[6,11c] le case senza uomini, e la campagna resti deserta e desolata».
[6,12a] Il Signore scaccerà la gente
[6,12b] e grande sarà l’abbandono nel paese.
[6,13a] Ne rimarrà una decima parte,
[6,13b] ma di nuovo sarà preda della distruzione
[6,13c] come una quercia e come un terebinto,
[6,13d] di cui alla caduta resta il ceppo.
[6,13e] Progenie santa sarà il suo ceppo.

1.1    DELIMITAZIONE E STRUTTURAZIONE
Come nel caso di Is 5,1-7, anche qui per il cap. 6 la delimitazione del brano non crea nessun problema (formule iniziali nel 6,1 e grande differenza di tema con gli ultimi versetti del cap. 5, da una parte, e il fatto evidente che 7,1 segnala l’inizio di un altro racconto, dall’altra). Perciò possiamo passare subito ad una considerazione della struttura del cap. 6.
Due verbi di percezione in prima persona (v. 1b « io vidi », e v. 8a « io udii ») sembrano suggerire la divisione primaria del capitolo in due parti: vv. 1-7 (visione del Signore tre volte santo) e 8-13 (parole udite sulla missione di Isaia).
Le due parti poi si possono suddividere secondo uno schema comune composto da tre elementi: descrizione / reazione di Isaia / risposta divina alla sua reazione.
In forma schematica dunque la proposta di strutturazione è come segue:
Lo scenario della visione e gli avvenimenti iniziali nella visione (vv. 1-7)
Descrizione della visione (vv. 1-4)
Reazione di Isaia (v. 5)
Risposta dal mondo divino, cioè le azioni e le parole di uno dei Serafini (vv. 6-7)
Le parole di YHWH sulla missione di Isaia e le risposte del profeta (vv. 8-13)
Descrizione della missione (vv. 8-10)
Reazione di Isaia (v. 11a)
Risposta di YHWH (vv. 11b-13)                                                  
Volendo spingere avanti l’analisi, si potrebbe notare la tendenza di articolare le piccole unità (per esempio, vv. 1-4 oppure 8-10) anche in tre parti.

VOLENDO SPINGERE AVANTI L’ANALISI, SI POTREBBE NOTARE LA TENDENZA DI ARTICOLARE LE PICCOLE UNITÀ (PER ESEMPIO, VV. 1-4 OPPURE 8-10) ANCHE IN TRE PARTI.
Una serie di osservazioni porta alla conclusione che l’unità maggiore alla quale appartiene Is 6 è 6,1–9,6, perchè questo blocco si trova circondato da testi che hanno stretti rapporti fra loro (5,1-7 + 5,8-30 da una parte, e 9,7–10,4 dall’altra parte) cosicchè 6,1–9,6 resti come isolato in mezzo a questi testi.
[N.B.  Si noterà che qui (e sempre altrove nel corso) si usa la numerazione dei versetti come nelle edizioni del testo ebraico. Qualche volta certe traduzioni moderne hanno una numerazione diversa (è il caso per i primi versetti del cap. 9 qui); normalmente le differenze vengono menzionate nelle note della traduzione in questione.]
Abbiamo già visto come il canto della vigna (5,1-7) funge come introduzione ad una serie di brani di critica sociale nel 5,8ss. Aggiungiamo adesso che questi oracoli iniziano con la parola tradotta « Guai »: 5,8-10; 5,11-17; 5,18-19; 5,20; 5,21; 5,22-24. Dopo l’ultima unità bisogna andare avanti fino a 10,1-4 per trovare la prossima unità di critica sociale che inizia con « Guai ». C’è un’altra unità con « Guai » in 10,5 ma il tema non è più quello di critica sociale bensì di critica politica.
Nell’ultima unità di critica sociale (10,1-4) notiamo la frase finale del brano: « Con tutto ciò non si calma la sua ira / e ancora la sua mano rimane stesa » (10,4). La stessa frase si trova prima a 5,25 e poi alla fine delle unità 9,7-11; 9,12-16; 9,17-20. Di nuovo un legame fra il cap. 5 e la sezione 9,7–10,4.
Nella sezione 6,1–9,6 al contrario non si trova nè un oracolo di « Guai » con tema di critica sociale nè il ritornello conclusivo (« ira » e « mano stesa »).
Sembra proprio che i compositori del libro abbiano voluto costruire una struttura di tipo A (cap. 5) — B (6,1–9,6) — A′ (9,7–10,4).
Conseguentemente se nell’interpretazione del cap. 6 cerchiamo luce dal contesto immediato, dobbiamo appellarci in primo luogo ai testi che seguono nel 7,1–9,6. L’utilità di questo risultato si vedrà più avanti, soprattutto per la lettura dei versetti difficili 6,9-10.

1.3    LETTURA COMMENTATA
1.3.1    La visione (vv. 1-8)
Non avendo il tempo per un commento dettagliato versetto-dopo-versetto, scegliamo una presentazione sintetica incentrato sui tre personaggi della visione: YHWH, i serafini, e Isaia.
1.3.1.1    YHWH re santissimo
Tutta la presentazione di YHWH qui comunica un forte senso di trascendenza che provoca un atteggiamento di umile adorazione da parte di Isaia nel testo e poi del lettore credente.
Il titolo « re » occorre esplicitamente nel v.5 nella bocca di Isaia, ma l’immagine è chiara dall’inizio (YHWH, immensamente grande, seduto in trono nel v. 1, circondato dai suoi servi i serafini nei vv. 2-3). L’uso del titolo « re » per una divinità si trova spesso nelle culture intorno a Israele (a Ugarit, per esempio, verso la fine del secondo millennio a.C. il dio supremo « El » viene spesso chiamato « re » or « re eterno »). Nei testi biblici l’uso del titolo è particolarmente frequente in testi che provengono dalle tradizioni di Gerusalemme (cf. Sal 93; 96; 97). Nel libro di Isaia il sostantivo « re » viene applicato a YHWH cinque volte (6,5; 33,22; 41,21; 43,15; 44,6) e YHWH è soggetto del verbo « regnare » due volte (24,23; 52,7).
La santità di YHWH viene sottolineata dalla triplice acclamazione dei serafini « Santo, santo, santo » (v. 3). Qui incontriamo una caratteristica della presentazione di Dio in tutto il libro di Isaia. Il titolo « il Santo di Israele » (che come tale non ricorre nel cap. 6) è tipico del libro, dove si trova 25 volte (mentre in tutto il resto dell’AT si trova solo 6 volte); di queste 25 ricorrenze 12 si trovano nei capp. 1-39, 11 nei capp. 40-55, e 2 nei capp. 56-66. Applicato a YHWH il concetto di santità ha due aspetti: (1) quello « ontologico », cioè, connotando l’altereità di YHWH di fronte a ogni altro essere, la sua trascendenza; (2) l’aspetto etico di santità morale, l’opposto di ogni imperfezione etica. Ambedue gli aspetti si trovano nel cap. 6: quello ontologico soprattutto nei vv. 3-4, quello etico nella reazione di Isaia nel v. 5.
1.3.1.2    I serafini
Is 6 è l’unico testo nell’AT dove i serafini sono presentati in stretta relazione con YHWH (non sono da confondere con i cherubini di Ezech 10 e altri testi). Vediamo che funzione hanno nel testo (il punto più importante) e poi che si possa dire sulla loro maniera di apparire.
Chiaramente la funzione principale dei serafini in Is 6 è quella di creare un’atmosfera di maiestà e soprattutto di santità intorno a YHWH (vv. 1-4) e anche di mostrare come Isaia è piccolo e impuro nella presenza di YHWH (vv. 5-7).
Per quanto riguarda la loro figura, il testo li presenta come esseri alati (sei ali a ciascuno) ma anche con tratti umani (acclamano a gran voce la santità di Dio; hanno mani cf. v. 6). La parola « serafino » viene da un verb ebraico che significa « bruciare », dunque « essere bruciante » in qualche modo. A parte Is 6, il sostantivo si trova in due altri testi di Isaia (14,29 e 30,6), dove sono presentati con delle ali (CEI « drago alato » e « draghi volanti »). Sono pertinenti anche i testi di Num 21 (vv. 6 e 8), dove si tratta dei serpenti che mordevano gli israeliti e del serpente di bronzo. Poi le ricerche archeologiche hanno trovato in diversi siti di Giuda negli strati del 8º sec. a.C. un numero considerevole di sigilli con l’immagine di un serpente alato. Ciò porta a pensare che nella religiosità popolare c’era una venerazione per queste figure, appunto i serafini, forse con funzioni di guarire le persone malate. Se ciò fosse, allora si potrebbe concludere che il testo di Is 6 si preoccupa di subordinare tali serafini venerati nella religiosità popolare a YHWH, presentandoli come suoi servitori e adoratori.
1.3.1.3    Isaia
La reazione di Isaia di fronte alla visione maiestosa di YHWH circondato dai serafini inizia nel v. 5 con un verbo ebraico che può essere tradotto in due modi: « sono perduto » (cioè, sono in pericolo di morte) oppure « devo stare zitto » (cioè, la mia impurità non mi consente di aprire bocca e associarmi al canto dei serafini). In ogni caso, due aspetti sono da sottolineare nella presentazione di Isaia nei vv. 5-7.
Primo, l’insistenza sulla sua impurità, non solo rituale ma anche morale, una impurità poi che lo associa con il suo popolo. Una solidarietà nella colpa. Il testo non si interessa di specificare la natura di questa colpevolezza di Isaia (la tradizione esegetica, già nell’antichità, ha offerto varie ipotesi, ma la questione non ha importanza). Centrale qui invece è l’iniziativa del santo Dio che manda uno dei serafini a purificare le labbra di Isaia con un carbone ardente (fuoco simbolo di santità!), una purificazione dolorosa s’intende (anche se il testo non lo dice esplicitamente). La colpevolezza non dev’essere un peso che paralizza e porta alla morte, ma può diventare l’occasione di manifestare la santa volontà di YHWH di comunicare la santità alle sue creature. La purificazione specificamente delle labbra è particolarmente adatta per un profeta che deve comunicare le parole del santo Dio.
Secondo, lo sgomento di Isaia per aver « visto Dio con i suoi occhi » (v. 5) potrebbe collegare il testo con altri testi biblici che asseriscono che nessuno può vedere Dio e rimanere in vita (per es. Es 33,20; Gdc 6,22-23). Però è stato notato che ci sono altri testi che parlano di « vedere Dio » in una visione senza conseguenze negative (1 Re 22,19; Am 7,7; 9,1). Forse bisogna riconoscere l’esistenza di diverse tradizioni nella Bibbia a proposito.
1.3.2    La missione (vv. 8-13)
Questi versetti fanno parte ancora della visione, si capisce, ma dal v. 8 in poi l’attenzione si sposta al dialogo fra YHWH e Isaia ormai purificato e reso capace di ascoltare le parole del Dio santo che gli affida una missione.
1.3.2.1    Scenario: corte celeste
Nel v. 8b si nota l’uso di una prima persona plurale nelle parole di YHWH: « chi manderò e chi andrà per noi? Questo plurale probabilmente implica uno scenario di corte celeste, in cui il sovrano Dio circondato dai suoi ministri li associa con sé nelle sue decisioni. Anche la presenza dei serafini nei vv. 1-7 appoggia questa tesi. (Altri invece sostengono che si tratta di un semplice « plurale di maiestà ».)
Il concetto di corte celeste era ben noto nelle religioni politeistiche della Mesopotamia e di Ugarit (per non parlare della religione greca e altrove), dove si trattava di un vero consesso di divinità sotto la presidenza del capo del panteon. Il concetto passò anche nella letteratura di Israele con addattamenti, dove lo troviamo in una trentina di testi biblici; a parte Is 6, si veda specialmente 1 Re 22,19-23; Ger 23,18.21-22; Am 3,7; Sal 82; 89,6-8; Gb 1-2. Nei testi biblici YHWH è il capo incontestato dell’assemblea; gli altri membri possono essere descritti come « figli dei dei » o « figli dell’Altissimo » (cf. Sal 82; 89; Gb 1–2), o « serafini » (Is 6), o « l’esercito del cielo » (1 Re 22,19). Svolgono varie funzioni subordinate: dare consiglio o aiutare nell’esecuzione delle decisioni di YHWH (Is 6; Gb 1–2); lodare e glorificare YHWH (Is 6; Sal 19,2; 29,1-2; 89,7-8); aiutare gli umani poveri e oppressi (Sal 82). In un certo numero di testi c’è l’idea che un profeta vero ha accesso alla corte celeste, dove sente le decisioni di YHWH e riceve la sua missione (Is 6; Ger 23,18.21-22; Am 3,7.20).
In questo scenario, dunque, Isaia si offre volontario per una missione che verrà subito precisata. Alcuni studiosi sottolineano il contrasto fra l’atteggiamento di Isaia qui e le esitazioni di Geremia di fronte alla sua missione (Ger 1,6), ma i due contesti sono ben diversi e il paragone probabilmente non è molto corretto (soprattutto se viene fatto in chiave psicologico!)
1.3.2.2    Compito del profeta: indurire il popolo (vv. 9-10)
Si annunzia che « questo popolo » (di Giuda: cf. v. 5) non comprenderà il messaggio del profeta (v. 9). Più duro ancora il v. 10 che con una serie di imperativi nell’ebraico dice che Isaia deve « rendere insensibile, indurire, e accecare » il popolo in modo che non si converta e venga guarito (e si noti l’enfasi creata dalla struttura ternaria concentrica all’interno del v. 10: A – B – C – C′ – B′ – A′). Un compito durissimo e di difficile comprensione. Già nell’antichità si vede che il testo ebraico ha creato disagio: la versione greca (la Settanta) infatti non ha forme imperative nel v. 10 ma verbi nell’indicativo aoristo che descrivono uno stato di cose già avvenuto, il che è molto meno difficile a capire (e perciò sospetto come lettura in sede di critica testuale).
Con la quasi totalità degli studiosi rimaniamo col testo ebraico, dove sembra che la missione di Isaia è proprio quella di indurire il popolo di Giuda. Come capire una tale missione che pare l’esatto contrario di ciò che si aspetta da un profeta?
Come prima cosa, dobbiamo uscire dalla mentalità moderna che volentieri trasferisce la problematica in chiave psicologica (come Isaia si sarebbe sentito di fronte a un tale commando? ecc.). Il testo biblico qui non si interessa granchè di tali analisi ma guarda soprattutto la realtà delle relazioni fra YHWH e « questo popolo ». Allora già nel cap. 5 abbiamo letto dell’intenzione del padrone della vigna di esporre la sua amata vigna alla devastazione e alla rovina a causa dell’ingiustizia che pervade Giuda e Gerusalemme. Adesso manda Isaia come profeta a proclamare una parola che il popolo, che si è già chiuso alle attenzioni di Dio, non capirà, cosicchè la parola di Dio produrrà l’effetto paradossale di rendere il popolo ancora più chiuso di fronte a Dio. Un indurimento che vedremo poi portato in atto nel contesto immediato seguente: nel cap. 7 leggeremo dell’indurimento del re Acaz di fronte all’invito di Dio comunicato da Isaia (7,10-17), e poi nel cap. 8 leggeremo dell’indurimento di « questo popolo » che « ha rigettato le acque di Siloe » (8,6) che stanno per indicare la protezione salvifica per Gerusalemme offerta da YHWH. Re e popolo dunque hanno rigettato YHWH e perciò la devastazione arriverà (cioè, l’invasione degli Assiri e dopo di loro dei Babilonesi). Ma la chiusura, l’indurimento non è totale. C’è già un piccolo gruppo di fedeli, simboleggiati da Isaia e i suoi discepoli (8,16-18), che aspettano fiduciosi anche se YHWH sembra aver nascosto la sua faccia da Gerusalemme. E poi nel futuro (9,1-6) dopo le tenebre ci sarà un re davidico che reggerà il popolo « con il diritto e la giustizia » (9,6) sul trono di Davide in un’era di pace e benessere. La vigna verrà ristabilita (cf. 27,2-5).
Letto dunque nel contesto immediato, come si trova nella forma finale del libro, l’indurimento del popolo da realizzare dal profeta dev’essere visto come una tappa, uno stadio, in un processo più grande di purificazione del popolo anche tramite le calamità storiche (cf. il testo programmatico di Is 1,21-28).
1.3.2.3    Dialogo conclusivo (vv. 11-13)
La domanda fatta da Isaia nel v. 11a (« Fino a quando, Signore? ») probabilmente non vuole solo chiedere un’informazione temporale sulla durata dell’indurimento del popolo. In vista degli altri casi di intercessione profetica (cf. per es. Am 7,2.5), e dell’uso nei Salmi della frase « fino a quando » con la connotazione di una supplica a Dio per la fine di uno stato di sofferenza (cf. Sal 74,10; 79,5; 90,13; 94,3), c’è da sentire qualcosa del genere anche nella reazione di Isaia qui. Il profeta mostra la sua solidarietà con il popolo (cf. 6,5).
Comunque la risposta del Signore (vv. 11b-13) non offre nessuna consolazione per l’immediato. La calamità dovrà arrivare: devastazione e desolazione nel paese e deportazione degli abitanti di Giuda (11b-12b). Poi nel v. 13 (dove il testo ebraico è assai difficile, soprattutto in 13c-d, con molte differenze di comprensione nelle traduzioni e nei commentari) si dice che anche la decima parte che rimane (= il regno del sud, Giuda, dopo la fine del regno del Nord?) soffrirà anch’essa una devastazione (= l’invasione dei Babilonesi?) e solo una minima parte resterà. Da questa « progenie santa » (cf. Esdra 9,2) verrà un ceppo di nuova vita. Una piccola luce come prospettiva dopo le grandi tenebra, che costituiscono il messaggio centrale del capitolo.
1.4    GENERE LETTERARIO: RACCONTO DI VOCAZIONE?
La domanda potrebbe sorprendere a prima vista, in quanto quasi tutte le traduzioni intitolano Is 6 « La vocazione di Isaia » o qualcosa di equivalente. Però ci sono indizi nel testo che rendano incerto, o almeno problematico, un tale titolo. Per questo discutiamo la questione nell’ambito della lettura di forma finale del libro. Dopo nella fase di studio diacronico ci sarà modo di ritornare alla questione.
1.4.1    Argomenti in favore della lettura di Is 6 come « racconto di prima chiamata »
La solennità del testo (scenario di corte celeste ecc.) servirebbe molto bene per sottolineare il momento decisivo della prima chiamata e della prima missione profetica.
Specificamente il riferimento alle labbra impure di Isaia e al rito di purificazione delle labbra sembra presupporre che Isaia non fungeva da profeta prima (un profeta con labbra impure?!).
1.4.2    Difficoltà per la lettura come « racconto di prima chiamata »
Prima di tutto la posizione del capitolo nel libro: perchè il racconto si trova al cap. 6, e non al cap. 1 (come sarebbe normale e come è il caso infatti per i racconti della prima chiamata di Geremia e di Ezechiele)?
Se la nota cronologica a 6,1 (« nell’anno in cui morì il re Ozia ») vuole situare la visione dopo la morte di questo re (come è certamente il senso della frase analoga a Is 14,28 – l’unico testo parallelo nel libro di Isaia), allora non si vede come può essere la prima chiamata in visto del fatto che il lettore sa già da Is 1,1 che Isaia era attivo come profeta durante il regno di Ozia.
Ci sono poi dei paralleli impressionanti fra Is 6 e il racconto della visione del profeta Michea in 1 Re 22,19ss. Quest’ultimo testo però non è un racconto di prima chiamata di Michea, che è già profeta, ma presenta una missione particolare data da YHWH nella corte celeste.
Sommando queste osservazioni, diversi studiosi hanno proposto che Is 6 così come sta nel contesto della forma finale del libro non è da leggere come racconto della prima chiamata di Isaia bensì come racconto di una missione molte particolare ed importante data a Isaia, già profeta, in vista della situazione particolare di Giuda (cf. i legami con i capp. 7-8).

1.4.3    CONCLUSIONE
Non è facile offrire una conclusione a questo dibattito, in quanto ambedue le parti sembrano avere delle buone ragioni per le rispettive tesi. Si può comunque notare che gli argomenti per la tesi della « prima chiamata » sono tirati dall’interno del testo di Is 6, mentre alcuni degli argomenti per la tesi della « missione particolare » vengono dal contesto intorno a Is 6.
Per adesso dunque si potrebbe forse dire che nell’orizzonte di una lettura della forma finale del libro sembra preferibile una lettura che privilegi l’orientamento dato dal contesto del libro e che dunque leggerà Is 6 come un racconto di una « missione particolare » solennemente data a Isaia già profeta (cf. i capp. 1-5!). Gli argomenti contro questa lettura però ci obbligano a ritornare alla questione nella fase di studio diacronico del testo.

2.   STUDIO DIACRONICO
Qui vedremo molto sinteticamente la questione della genesi del testo di Is 6 (2.1) e su questa base esamineremo la questione del rapporto fra il testo e l’esperienza del Isaia storico (2.2).

2.1    STORIA REDAZIONALE DI IS 6
C’è un accordo pressochè generale fra gli studiosi nel sostenere che ci sono degli indizi testuali che ci orientano a distinguere diacronicamente in Is 6 uno strato originale e delle aggiunte attualizzanti posteriori. Come spesso capita in tali questioni non c’è accordo fra tutti quanto ai dettagli di questa distinzione, ma sulla necessità della distinzione, sì.
Non è possibile nel tempo a disposizione presentare tutto il dibattito, perciò in seguito verrà presentata solo una tesi assai comune, anche se non viene accettata da tutti.
Secondo questa tesi ci sono buoni indizi per sostenere che i vv. 12 e 13 siano stati aggiunti al testo-base in epoche posteriori. Il testo-base, che riflette in qualche modo il tempo di Isaia del VIII sec., l’abbiamo nei vv. 1-11 (a parte forse v. 10g). Vediamo adesso le ragioni per questa tesi.
Per quanto riguarda il v. 12, si nota prima che ripete praticamente il contenuto del v. 11b-c, solo che insiste più esplicitamente su una deportazione dal paese. Poi si constata che non è chiaro se i vv. 12-13 debbano essere letti come la continuazione della risposta di YHWH nel v. 11 (e in questo caso YHWH parlerebbe di sé stesso in terza persona in v. 12a: cosa un po’ sorprendente anche se non impossibile) o se i vv. 12-13 debbano essere letti come dei commenti alle parole di YHWH nel v. 11 fatti dal narratore del testo, cioè Isaia (e in questo caso ci si chiede perchè l’autore non abbia espresso questo cambiamento di voce più chiaramente). Tutto diventa più comprensibile se si propone che il v. 12 sia stato scritto da un altro autore che non si curava molto di questioni di estetica letteraria ma che aveva la preoccupazione dominante di attualizzare il testo per la situazione di una deportazione dal paese, attribuendo la causalità ultima di questa deportazione ad una decisione di YHWH stesso. In altre parole, il v. 12 offre una giustificazione teologica della deportazione. Quale deportazione? Potrebbe essere quella avvenuta alla caduta del regno del Nord nel 722/721, ma più probabilmente (visto l’orizzonte di Gerusalemme e di Giuda nel testo) si tratta della prima deportazione da Giuda effettuata dai Babilonesi nel 597.
Quest’ultima ipotesi diventa ancora più probabile quando notiamo che le parole del v. 13a-b (una decima parte rimane ma sarà anch’essa preda di distruzione) si applicano benissimo alla seconda deportazione da Giuda nel 587/586. Purtroppo il testo del v. 13d è troppo oscuro per permettere un’identificazione sicura del « ceppo » (la gente rimasta in Giuda dopo il 597 oppure quelli rimasti dopo il 587/586?). In ogni caso, non è chiaro se il senso di questo riferimento a un ceppo nel v. 13c-d sia positivo (salvifico) o negativo (il ceppo sarebbe la « decima parte » del v. 13a e sarà preda di nuova distruzione).
Solamente nel v. 13e abbiamo un riferimento certo ad una prospettiva positiva; il « ceppo » del v. 13d viene identificato con una « progenie santa », un sintagma che ricorre altrove in un solo testo, cioè Esdra 9,2 (testo postesilico). Si può capire perchè molti studiosi ritengono che la menzione salvifica del v. 13e è da attribuire a un commentatore postesilico, che voleva introdurre una nota positiva in un testo che è quasi del tutto di tonalità negativa e minacciosa.
Se dunque i vv. 12-13 siano delle aggiunte al racconto originale della visione di Isaia, bisogna concludere che lo strato originale del testo che adesso si trova in Is 6 non conteneva nessuna espressione di speranza; il messaggio era solamente di giudizio per il popolo indurito.
2.2    Contesto dello strato originale di Is 6, e conseguenze per il problema dell’indurimento
Abbiamo visto che nella forma finale del testo ci sono buone ragioni per sostenere che il blocco 6,1–9,6 abbia una sua identità specifica, diversa dai testi prima e dopo. Molti studiosi hanno concluso che questa conclusione sincronica deve valere anche a livello diacronico, e cioè che storicamente esisteva una piccola raccolta (una volta indipendente) di testi comprendenti una buona parte dei materiali che adesso leggiamo fra 6,1 e 9,6. A questa raccolta viene dato spesso il nome « Memoriale » (« Denkschrift ») di Isaia. Non tutti i sostenitori di questa tesi estendevano questa raccolta fino a 9,6; molti vedevano la fine originale della raccolta nel brano 8,16-18. Anche diversi altri versetti all’interno dei capp. 7 e 8 potrebbero essere delle aggiunte alla raccolta originale (come lo sono probabilmente 6,12-13).
L’interesse di questa tesi sta anche nel fatto che secondo essa il racconto della visione di Isaia nel cap. 6 stava all’inizio della piccola raccolta. Cade, cioè, una della ragioni principali per negare che il testo possa essere letto come racconto di prima chiamata. In altre parole, nell’ipotesi della piccola raccolta originalmente indipendente (6,1–8,18*) si può benissimo leggere il testo del cap. 6* come racconto della vocazione di Isaia, presentato per autorizzare i suoi interventi nella crisi della guerra Siro-Efraimita (capp. 7–8).
Ciò detto, bisogna però andare molto cauti nel voler tirare delle conclusioni psicologiche riguardo all’esperienza personale di Isaia dal testo anche nel suo strato originale. Le lunghe discussioni esegetiche del passato su come il profeta abbia potuto esortare alla fedeltà (cf. 7,9) se sapeva dall’inizio che doveva invece indurire il popolo, sono probabilmente da scartare come problematiche estranee all’orizzonte del testo anche a livello del suo strato originale. La discussione fra gli studiosi però continua su questo punto.

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OMELIA (10-02-2013): UN INVITO A CHI SI ONORA DI ESSERE CRISTIANO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/27550.html

OMELIA (10-02-2013)

MONS. ROBERTO BRUNELLI

UN INVITO A CHI SI ONORA DI ESSERE CRISTIANO

Gli astronomi hanno contato miliardi di corpi celesti, uno diverso dall’altro; i naturalisti hanno classificato milioni di specie viventi sulla terra, vegetali e animali, una diversa dall’altra. Il pianeta ospita miliardi di uomini, uno diverso dall’altro. Bisogna riconoscere che se la natura riflette il Creatore, egli non manca certo di fantasia, e non c’è dunque da sorprendersi, leggendo la Bibbia, dei tanti modi diversi con i quali egli chiama gli uomini a seguirlo. Le letture di oggi ne offrono due esempi.
Il primo (Isaia 6,1-8) espone una scena grandiosa, nel contesto solenne del tempio di Gerusalemme dove al profeta è concessa la visione di Dio in trono, attorniato dai serafini che proclamano quanto tuttora si ripete nella Messa: « Santo, santo, santo il Signore Dio… ». Era convinzione allora che non si potesse restare in vita dopo aver visto Dio, e perciò chi non ne fosse stato degno era condannato all’inferno; di qui il lamento di Isaia: « Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti ». Ma i suoi timori sono subito fugati: « Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: ?Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato’. Poi udii la voce del Signore che diceva: ?Chi manderò e chi andà per noi?’ E io risposi: ?Eccomi, manda me!’ »
Alla scena incomparabile della vocazione di Isaia fa da contrappunto quella umile, da vita quotidiana, della vocazione di Pietro (Luca 5,1-11). Sulla riva del lago di Galilea la folla si accalca intorno a Gesù; per farsi vedere e ascoltare da tutti, egli sale sulla barca del pescatore. Terminato il discorso, invita Pietro e i suoi compagni a prendere il largo per andare a pescare; il futuro apostolo gli obietta che l’hanno appena fatto, per tutta la notte, senza prendere nulla, ma per rispetto e fiducia gli obbedisce: « Sulla tua parola getterò le reti ». Ed ecco il prodigio: « Presero una quantità enorme di pesci », tanto da indurli a chiedere aiuto ai compagni di un’altra barca, e « riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare ». Nel comune stupore, Pietro prende coscienza di trovarsi di fronte a un uomo investito della potenza di Dio, e al suo confronto avverte la propria indegnità; allora si getta alle ginocchia di Gesù, dicendo: « Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore ». La risposta contiene la vocazione: « Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini ».
Che cosa intendesse Gesù con quelle parole risulta chiaro dal seguito della vicenda di Pietro, costituito capo della Chiesa incaricata di andare in tutto il mondo ad annunciare il vangelo. Venti secoli dimostrano quanto abbondante sia stata anche la pesca di uomini: e non certo per merito degli annunciatori; come Pietro, anch’essi sono peccatori; come Pietro, che nel momento in cui Gesù appariva sconfitto ha negato di conoscerlo, così tante volte in venti secoli i continuatori della sua missione se ne sono rivelati indegni. Dunque se nei secoli la « pesca » è stata così abbondante, bisogna riconoscervi la volontà e l’intervento di Dio. E’ poi da chiedersi chi siano, i « pescatori di uomini » che Dio continua a chiamare, e in proposito occorre sfatare una convinzione diffusa. Essi non sono soltanto il papa e gli altri vescovi con i preti e i frati; se il compito di annunciare il vangelo è della Chiesa, non bisogna dimenticare che la Chiesa è costituita da tutti i battezzati; l’invito ad annunciare il vangelo, ciascuno a suo modo, magari nella misura minima dell’esserne coerente testimone con il proprio stile di vita, è rivolto a chiunque si onori di portare il nome di cristiano.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 8 février, 2013 |Pas de commentaires »

St. Josephine Bakhita of Sudan

 

St. Josephine Bakhita of Sudan dans immagini sacre Our+Lady+of+Sudan

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Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA GIUSEPPINA BAKHITA VERGINE – 8 FEBBRAIO

http://www.crocediserra.it/santa_bakhita.html

SANTA GIUSEPPINA BAKHITA VERGINE – 8 FEBBRAIO

Nasce nel Sudan nel 1869, rapita all’età di sette anni, venduta più volte, conosce sofferenze fisiche e morali, che la lasciano senza un’identità. Sono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita («fortunata»). Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani. Nel 1885 segue quest’ultimo in Italia dove, a Genova, viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. Divenuta suora, nel 1896 è trasferita a Schio (Vicenza) dove muore l’8 febbraio del 1947. Per cinquant’anni ha ricoperto compiti umili e semplici offerti con generosità e semplicità. (Avv.)
La Madre Moretta
A Schio (Vicenza), dove visse per molti anni, tutti la chiamano ancora ‘la nostra Madre Moretta’. Il processo per la causa di Canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte e il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull’eroicità delle sue virtù. La divina Provvidenza che ‘ha cura dei fiori del campo e degli uccelli dell’aria’, ha guidato questa schiava sudanese, attraverso innumerevoli e indicibili sofferenze, alla libertà umana e a quella della fede, fino alla consacrazione di tutta la propria vita a Dio per l’avvento del regno.
In schiavitù
Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome. Bakhita, che significa ‘fortunata’, è il nome datole dai suoi rapitori. Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù.
Verso la libertà
Nella capitale del Sudan, Bakhita venne comperata da un Console italiano, il signor Callisto Legnani. Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile; anzi la si trattava con maniere affabili e cordiali. Nella casa del Console, Bakhita conobbe la serenità, l’affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre. Situazioni politiche costrinsero il Console a partire per l’Italia. Bakhita chiese ed ottenne di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli.
In Italia
Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. Ella seguì la nuova ‘famiglia’ nell’abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l’amica. L’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Nel frattempo, dietro avviso del loro amministratore, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia. Ed è qui che Bakhita chiese ed ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina ‘sentiva in cuore senza sapere chi fosse’. ‘Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio’.
Figlia di Dio
Dopo alcuni mesi di catecumenato Bakhita ricevette i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana e quindi il nome nuovo di Giuseppina. Era il 9 gennaio 1890. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia. I suoi occhi grandi ed espressivi sfavillavano, rivelando un’intensa commozione. In seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: ‘Qui sono diventata figlia di Dio!’. Ogni giorno nuovo la rendeva sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva ed amava, l’aveva condotta a sè per vie misteriose, tenendola per mano. Quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Madri Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. La giovane africana, ormai maggiorenne, godeva della libertà di azione che la legge italiana le assicurava.
Figlia di Maddalena
Bakhita rimase nel catecumenato ove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa, a donare tutta se stessa al Signore nell’Istituto di S. Maddalena di Canossa. L’8 dicembre 1896 Giuseppina Bakhita si consacrava per sempre al suo Dio che lei chiamava, con espressione dolce, ‘el me Paron’. Per oltre cinquant’anni questa umile Figlia della Carità, vera testimone dell’amore di Dio, visse prestandosi in diverse occupazioni nella casa di Schio: fu infatti cuciniera, guardarobiera, ricamatrice, portinaia. Quando si dedicò a quest’ultimo servizio, le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell’Istituto. La sua voce amabile, che aveva l’inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell’Istituto.
Testimone dell’amore
La sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini scledensi. Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore. ‘Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!’. Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma M. Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi la visitava e le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: ‘Come vol el Paron’.
L’ultima prova
Nell’agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e pi? volte supplicò l’infermiera che l’assisteva: ‘Mi allarghi le catene…pesano!’. Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: ‘La Madonna! La Madonna!’, mentre il suo ultimo sorriso testimoniava l’incontro con la Madre del Signore. M. Bakhita si spense l’8 febbraio 1947 nella casa di Schio, circondata dalla comunità in pianto e in preghiera. Una folla si riversò ben presto nella casa dell’Istituto per vedere un’ultima volta la sua ‘Santa Madre Moretta’ e chiederne la protezione dal cielo. La fama di santità si è ormai diffusa in tutti i continenti.

Publié dans:SANTI |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »
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