Archive pour février, 2013

II Domenica Quaresima “C” – 24 Febbraio 2013 – spunti di omelia…

http://www.donmarcoceccarelli.it/pdf/omelie/quaresima_c/qua_ii.pdf

SPUNTI DI OMELIA PER LA MESSA DOMENICALE

 DI DON MARCO CECCARELLI -

II Domenica Quaresima “C” – 24 Febbraio 2013

I Lettura: Gen 15,5-12.17-18
II Lettura: Fil 3,17-4,1
Vangelo: Lc 9,28-36

- Testi di riferimento: Es 34,29-35; Sal 27,4; 72,17; Sir 44,21; Mc 16,12; Lc 1,55; Gv 1,14; 14,2-4;
At, 6,15; Rm 6,6; 8,17.29; 12,2; 1Cor 3,7-9; 15,49-53; 2Cor 3,18; 4,16-18; 5,1; Gal 3,6-16; Ef
2,6.19; 4,22-24; Col 3,1.9-10; Eb 2,9-10; 1Pt 4,13

1. LA PRIMA LETTURA. La chiamata di Abramo, la sua fede e la sua obbedienza alla chiamata, segnano l’inizio di una nuova fase per l’umanità. Quell’umanità, che a partire da Gen 3 era stata descritta sempre più in separazione da Dio, conseguenza della disobbedienza a Lui, ora trova in Abramo la possibilità di ribaltare la maledizione causata dal peccato. Con Abramo appare sulla terra la “conversione”. La conversione si manifesta nella rinuncia a seguire la propria volontà per obbedire a Dio. Con Abramo la creatura ritorna ad essere quello che è, una creatura che ipende dal Creatore. Con Abramo appare sulla terra qualcuno che ha fede, che si fida di Dio e che è disposto ad obbedire
anche contro le apparenze, contro ogni speranza. Come a causa del peccato dei progenitori la morte, la “maledizione” è entrata nel mondo, così grazie all’obbedienza di Abramo la benedizione potrà arrivare a tutta l’umanità (Gen 22,18). Quello che Abramo ha fatto dovranno continuare a farlo i suoi discendenti. Non solo in Abramo, ma anche (e soprattutto) nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gen 22,18; 26,4; 28,14; At 3,25). Per S. Paolo tale discendenza è Cristo (Gal 3,16). È nella fede in lui che le genti riceveranno la benedizione. Cristo come nuovo Abramo ha testimoniato la bontà di Dio anche contro le apparenze, non accettando l’inganno del demonio, facendo la volontà del Padre. I cristiani, come figli di Abramo per la fede (Gal 3,7.29), in mezzo alle genti danno testimonianza della bontà di Dio, nella misura in cui, come Cristo, rimangono saldi di fronte alle tentazioni.
2. LA SECONDA LETTURA. La quaresima ci chiama alla Pasqua eterna, all’ingresso nella Terra Promessa che è il cielo. Al contrario di coloro «la cui fine è la perdizione» perché «il loro dio è il loro ventre e sono tutti intenti alle cose della terra» (v. 19), il cristiano sa che il paradiso non è di questa terra, ma in cielo. E per entrare in cielo occorre una “trasfigurazione”. Il nostro umile corpo deve essere trasformato da Cristo per essere reso conforme al suo (v. 21). Possederemo la patria celeste con il nostro stesso corpo, quello con cui viviamo oggi. Però così come è oggi non può stare alla presenza di Dio. Si può abitare nella patria celeste soltanto dopo una trasformazione (1Cor 15,51). Anche per il corpo di Cristo è avvenuto ciò.
3. IL VANGELO.
- La seconda domenica di Quaresima è caratterizzata dal Vangelo della trasfigurazione di Gesù. La Colletta della domenica scorsa sottolineava come la Quaresima sia il “segno sacramentale della nostra conversione”. Ciò significa che questo tempo liturgico ci fa presente come sia necessario che in noi si operi una conversione, cioè una trasformazione, un cambiamento che deve aver luogo nella nostra realtà umana durante quella “Quaresima” che è la nostra vita terrena. E questo per il semplice fatto che non si può entrare in quella terra promessa che è il paradiso, la vita in Dio, se non si opera in noi un cambio sostanziale (1Cor 15,50-53). È il dinamismo della salvezza. La salvezza produce un cambio sostanziale. Produce il passaggio dalla schiavitù alla libertà, da una condizione di miseria ad un’altra di felicità, da uno stato di tristezza ad uno di gioia, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo.
La salvezza cambia qualcosa in me e non solo fuori di me. Così la conversione consiste in una trasformazione, nel passaggio da una realtà ad un’altra. – L’episodio della Trasfigurazione, proprio della seconda domenica di quaresima, sta in parallelo con quello dell’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi, dove ancora appare un “monte”, una “preghiera”, la presenza degli apostoli, la loro difficoltà a restare svegli, la presenza del “Padre”, la solitudine di Gesù. I due momenti si richiamano a vicenda e costituiscono come i due estremi della vita pubblica di Gesù: da un lato la manifestazione della sua gloria divina e dall’altro la sua massima prostrazione umana. E in un certo senso questi due estremi si toccano e combaciano. – Nell’episodio della Trasfigurazione Cristo mostra quello che avverrà in lui attraverso il suo mistero pasquale. Anche la natura umana di Cristo per entrare nella gloria celeste ha dovuto essere trasformata. Infatti è a causa della sofferenza della sua morte che ora possiamo vedere Gesù coronato di gloria (Eb 2,9). Cristo dopo la sua risurrezione ha un corpo trasfigurato, glorificato (Mc 16,12). L’episodio della trasfigurazione annuncia così il mistero pasquale che si compirà in Cristo. La trasfigurazione che Gesù mostra agli apostoli come un riflesso della sua gloria divina, è anche un anticipo di ciò che avviene con il mistero pasquale per ciascuno di noi. Dio ci ha predestinato a divenire “conformi” all’immagine del Figlio suo (Rm 8,29); ci ha chiamato a “essere trasformati” (metamorphoomai: Rm 12,2; 2Cor 3,18) in quell’immagine, finché saremo completamente trasformati in lui nella gloria (Fil 3,21). Durante la nostra vita terrena, che è una preparazione alla vita celeste, si deve compiere questo “passaggio” dall’uomo di terra all’uomo celeste (1Cor 15,49), di cui Cristo è il prototipo e la primizia. La forza della redenzione di Cristo opera in noi una trasformazione, un passaggio, una pasqua, che in qualche modo ci assimila, ci assomiglia a Cristo. Grazie alla sua sofferenza egli può condurre molti figli alla gloria (Eb 2,10).          – Possiamo chiederci: in che modo si realizza questa trasformazione, con quali mezzi? Nello stesso modo in cui lo ha realizzato Cristo: entrando nella croce. Perché appaia l’uomo nuovo, il vecchio deve morire (Col 3,9-10). Affinché questo avvenga il Signore ha predisposto per noi un “battesimo”, una immersione nella morte di Cristo, attraverso le nostre croci (Mc 10,38-39). L’uomo terrestre, l’uomo di carne che vive in noi, viene distrutto poco alla volta attraverso un cammino di immersione continua nella morte di Cristo (Rm 6,4ss.). Partecipando alle sofferenze di Cristo diventeremo partecipi anche della sua gloria cioè della sua vita divina (Rm 8,17). Siamo chiamati a riflettere in noi questa gloria (2Cor 3,18), perché portando nel nostro corpo il morire di Gesù si manifesti la sua vita divina; 2Cor 4,16-17: «Perciò non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti la momentanea leggera nostra tribolazione opera in noi un eccezionale eterno peso di gloria». La tribolazione del cristiano, la croce di Cristo vissuta in lui, opera in lui una gloria eterna, affinché il nostro corpo giunga alla conformazione del corpo glorioso di Cristo (seconda lettura).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 février, 2013 |Pas de commentaires »

Purim, « The Cracow Wedding » Purimshpil

Purim,

http://www.nyu.edu/classes/bkg/MK/MK_images/pages/purim.html

Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2013 |Pas de commentaires »

PURIM (24-25 fEBBRAIO – 14-15 ADAR

http://www.morasha.it/speciali/purim_index.html

PURIM (24-25 fEBBRAIO – 14-15 ADAR)

A cura di rav Reuven Roberto Colombo

Il tredici di Adar è un giorno di digiuno in ricordo del digiuno osservato da Mordechày, Estèr e da tutto il popolo ebraico. Il tredici di Adar i nemici degli Ebrei avevano progettato di renderli schiavi e poi di distruggerli, ma, al contrario, furono essi a essere sconfitti. Tutte le volte che si è trovato a dover fronteggiare un pericolo, il popolo ebraico ha digiunato. Così troviamo che Moshè ha digiunato prima di entrare in guerra contro Amalèk. La ragione di questi digiuni è per affermare che l’uomo non deve prevalere grazie alla sua forza fisica, ma è solo grazie alla misericordia divina, che si ottiene pregando, che l’uomo può sperare di prevalere e vincere in battaglia. Questo, quindi, era anche lo scopo del digiuno osservato da Israele ai tempi di Hamàn e in ricordo di quel digiuno venne istituito un digiuno annuale da osservare in tutte le generazioni lo stesso giorno. Tramite esso sottolineiamo che D-o accetta la preghiera e il pentimento di ogni persona sia nel momento di pericolo che in quello del bisogno.

Il digiuno viene ricordato come il digiuno di Estèr perché fu lei che per prima chiese al popolo di digiunare e infatti disse a Mordechày: « Vai e raduna tutti gli Ebrei che ci sono a Shushan e digiunate per me. Non bevete e non mangiate per tre giorni, né di giorno né di notte. Anch’io e le mie ancelle digiuneremo in questa maniera. » (Estèr 4:16)

Noi, comunque, non osserviamo il digiuno per tre giorni come avvenne per il digiuno originale. Inoltre, il digiuno originale di Estèr avvenne il tredici, il quattordici e il quindici di Nissan perché fu allora che Mordechày apprese le intenzioni di Hamàn e seppe della lettera del re, scritta il tredici di Nissan, che decretava la distruzione del popolo ebraico. Il nostro digiuno cade, invece, il tredici di Adar per commemorare il digiuno degli Ebrei che si erano riuniti per difendersi; infatti, Estèr propose il primo digiuno per affrontare l’incipiente calamità, e tutti i digiuni decretati successivamente durante quel periodo vengono riportati col suo nome.

Alcuni, comunque, dicono che il nostro digiuno del tredici di Adar sia davvero in ricordo del digiuno di Estèr durato tre giorni. In ogni caso, poiché il digiuno di commemorazione non avrebbe potuto essere osservato a Nissan, perché i digiuni sono proibiti in questo mese, i Chachamim hanno deciso di osservarlo il tredici di Adar che comunque era stato il giorno in cui gli Ebrei avevano digiunato quando si erano riuniti per difendersi. Sebbene il digiuno di Estèr fosse durato tre giorni, i Chachamim furono indulgenti e designarono che il digiuno di commemorazione durasse un giorno solo.

Il digiuno di Estèr: Halachà

Il digiuno di Estèr non è uno dei quattro digiuni pubblici decretati dai profeti, perciò si è di norma più indulgenti per quanto riguarda la sua osservanza: donne incinta, donne che allattano e coloro che sono malati non sono obbligati a osservarlo. Comunque, la preghiera di Anenu nell’Amidà, le Selichot e la lettura speciale della Torà sono obbligatori anche nel digiuno di Estèr.

Se il digiuno di Estèr cade di Shabbat, questo viene spostato al giovedì precedente, l’undici di Adar.

Il mezzo Shekel

E’ usanza a Minchà del tredici di Adar dare tre mezze monete correnti, che verranno date ai poveri. Questo contributo viene fatto in memoria del mezzo Shekel dato da Israele a Rosh Chodesh Adar, quando il Beth ha-Mikdash ancora esisteva.

Questo atto commemorativo viene eseguito prima della lettura della Meghillà, poiché tutto Israele si riunisce nelle sinagoghe per ascoltare la lettura della Meghillà. La donazione dovrebbe essere fatta prima di Minchà, poiché il diligente compie le Mitzvòt il prima possibile.

Il motivo per cui si danno tre mezzi Shekalim è che la parola ebraica Terumà (donazione) e le parole « mezzo-Shekel » sono menzionate tre volte nella Parashà di Ki Tissà, Parashà in cui viene comandata la Mitzvà del mezzo Shekel.

La pratica corrente è quella di vedere questa donazione come non esentante dalla Mitzvà di dare denaro ai bisognosi, che è una Mitzvà specificamente prescritta per Purim.

I giorni di Purim

L’osservanza di Purim come festa fu designata dai Maestri e dai Profeti. Il quattordici e il quindici di Adar sono celebrati come Purim. Il giorno specifico in cui si festeggia Purim dipende dal luogo; nei posti in cui viene celebrato il quattordici, non si celebra il quindici e viceversa; come è scritto nella Meghillà: « per confermare questi giorni di Purim al tempo fissato » (Estèr 9, 31).

Ma perché ci sono giorni diversi in cui si festeggia Purim in base alla città in cui si vive? Perché non hanno scelto un unico giorno in cui festeggiare Purim, come accade per tutte le altre feste?

Notiamo che già ai tempi di Mordechày ed Estèr, Purim veniva celebrato in un giorno diverso a Shushan rispetto che nelle altre città. In tutte le altre città la battaglia ebbe luogo il tredici di Adar, poi la gente si riposò e celebrò il quattordici di Adar. A Shushan comunque la battaglia avvenne il tredici e il quattordici di Adar, poi la gente si riposò e celebrò solo il quindici. Era perciò giusto che solo la città di Shushan dovesse celebrare Purim il quindici di Adar. I Chachamim di quell’epoca però desideravano dare onore a Gerusalemme e alla terra di Israele, che in quel periodo era desolata. Perciò essi stabilirono le seguenti regole:

Shushan, dove avvenne il miracolo, ha un’importanza sua propria e celebra Purim il quindici, anche se non era cinta da mura all’epoca di Yehoshua ben Nun. Le altre città che erano cinte da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun, anche se ora sono in stato di rovina e non sono più cinte da mura, sono considerate importanti. Perciò ad esse è accordato lo stesso status di importanza di Shushan e celebrano Purim il quindici. Mentre le città che non erano circondate da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun, anche se lo sono adesso, devono celebrare Purim il quattordici di Adar.

Oggi l’unica città che festeggia Purim il quindici di Adar, insieme a Shushan, è Gerusalemme. Sebbene la Meghillà venga letta anche il quindici di Adar in alcune città di Israele (ad esempio, Acre, Jaffa e Tiberiade), questa è solo un’usanza basata sulla possibilità che esse potessero essere circondate da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun. Queste città celebrano Purim il quattordici; la lettura addizionale della Meghillà il quindici è basata sul dubbio circa il loro status e perciò non recitano le Berachot durante la lettura del quindici.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 21 février, 2013 |Pas de commentaires »

BUSSATE E VI SARÀ APERTO – IL RACCONTO DELLA REGINA ESTER

http://www.zenit.org/it/articles/bussate-e-vi-sara-aperto

BUSSATE E VI SARÀ APERTO

MEDITAZIONE QUOTIDIANA SULLA PAROLA DI DIO

ROMA, 21 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG).

LETTURA
IL RACCONTO DELLA REGINA ESTER, in una condizione abituale a molti di noi («presa da un’angoscia mortale»), confessa la propria fede nell’unicità e onnipotenza del Signore, e si rivolge a Lui, capace di far vivere il grande passaggio, tipico della Pasqua di Gesù: «volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza». Siamo introdotti alle parole di Gesù nel brano del Vangelo di Matteo.

MEDITAZIONE
La nostra meditazione prende in considerazione le tre iniziali espressioni, per un verso quasi a parallelismo, per un altro come interpretazioni del modo di relazionarsi al Signore che va posto dalla richiesta orale, a un itinerario quasi vero cammino, e una prossimità che potrebbe attestare familiarità «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». In particolare, il bussare e l’aprirci ci ricorda al vivo l’Anno della fede che stiamo vivendo. Il documento del Papa ha come titolo La porta della Fede. È il nostro incontro e rapporto vivo con il Signore; ci è da Gesù riproposto come “un bussare alla porta che certamente ci è aperta”. Gesù poi ci interpella e ci fa riflettere sul rapporto abituale tra figlio e padre. A partire dai bisogni fondamentali, di fronte alla fame e all’esigenza del cibo, è più che naturale che un figlio chieda al proprio padre «un pane», un «pesce», tanto più nelle vicinanze del lago di Tiberiade. La risposta di consenso è scontata, ma Gesù propone la non possibile alternativa: un padre, non dà al figlio «una pietra», né tanto meno «una serpe». Dobbiamo memorizzare le due conclusioni di Gesù che sono rivelazione del volto di Dio e proposta di vita “buona” per noi. «Tanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliene chiedono!»; «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». Straordinaria sintesi di tutta la Scrittura, Parola di Dio scritta per noi.

PREGHIERA
Signore, il tuo amore è da sempre e per sempre. Ti ringrazio perché hai ascoltato le parole della mia invocazione. Ho esperienza che quando ti ho invocato, mi hai ascoltato: accresci in me la forza, la fede che spera e che ama.

AGIRE
Scegliamo oggi, per chi condivide la vita con noi, “cose buone” per la loro vita.

Shabbat

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http://centroculturaebraicatiqqun.blogspot.it/

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2013 |Pas de commentaires »

PAOLO APOSTOLO 3° ROTTURA CON BARNABA 4° LA TRASFIGURAZIONE- SEGUE 1 E 2

http://www.sangiuseppespicello.it/catechesi-e-riflessioni/san-paolo-apostolo.html

PAOLO APOSTOLO 3° ROTTURA CON BARNABA 4° LA TRASFIGURAZIONE- SEGUE 1 E 2

ROTTURA CON BARNABA

C’è un episodio di cui Paolo non parla mai nelle sue lettere, eppure è quello che lo ha fatto soffrire di più ed è la rottura con Barnaba.
Chi era Barnaba e chi è stato per Paolo
• Uno dei primi a credere, a buttarsi, a vendere un campo (At 4, 36).
• Una grande personalità, ricco di sapienza e ottimismo, irradiante fiducia.
• È inviato in una missione di grande importanza (At 11, 22-24), nella quale ha saputo mediare facendo evitare la rottura tra Gerusalemme e Antiochia.
• Paolo, dopo Anania, è l’uomo cui deve di più. È stato l’amico, il padre spirituale, il maestro d’apostolato, colui che l’ha introdotto nell’esperienza apostolica (At 9, 26-28).
• È in piena collaborazione con Paolo. Negli elenchi è sempre il primo, Paolo viene dopo. Però, Barnaba sa valorizzare Paolo ed Antiochia è la prima comunità cristiana che si fa notare nella storia (At 11, 25-26).
• Nella missione (cf At 13) la personalità di Paolo comincia ad emergere. A volte è nominato prima l’uno, a volte l’altro.
• In tutto il capitolo di Atti 15 ancora sono in collaborazione. Però ormai Paolo è sempre nominato per primo.
Che cosa è accaduto
Alla fine del capitolo 15 è presentato il dramma della rottura (At 15, 36-40).
• A prima vista sembra un semplice dissenso con un collaboratore. Oppure c’è altro?
• Forse poteva essere un fatto psicologico, il crescente imbarazzo su chi doveva essere il capo della missione.
• Barnaba era un’autorità sin dall’inizio della Chiesa. Come poteva lasciare il posto ad uno nuovo, che ancora non tutti conoscevano e che a Gerusalemme non era ben visto?
• Oppure motivi più profondi. Barnaba è il responsabile, poi, di fatto, si accorge che è Paolo a prendere le decisioni. Viceversa poteva capitava a Paolo.
• C’è anche un altro fatto. Paolo vuole la rottura con i Giudei, Barnaba invece è più prudente, temendo conseguenze troppo gravi.
• Non si sa di preciso. Una cosa è certa, che è stata una lacerazione molto dolorosa e drammatica per entrambi.
Le conseguenze della rottura
• La sofferenza di Barnaba è assai dolorosa. Si sente respinto forse anche come amico, pur senza cattiva volontà di Paolo.
• Barnaba dopo questo episodio scompare. Un gigante della Chiesa primitiva, ad un certo punto, non lascia quasi più traccia di sé. Lo nomina Paolo in I Cor 9, 6 e in Cl 4, 10.
• Chi aveva ragione? Il tempo ha dato ragione a Barnaba. In ogni modo è andata così e ognuno ha dovuto abituarsi alla nuova situazione.
• È probabile che in seguito Paolo abbia rimpianto le capacità mediative di Barnaba e la sua affabilità.
• Eppure Paolo ha dovuto camminare per questa strada, in fondo senza aver nulla o ben poco da rimproverarsi, perché era venuto fuori una tale esasperazione senza che nessuno capisse bene quello che stesse accadendo.
La rottura vissuta da Paolo
• Certamente con sofferenza, sentendo il peso della solitudine. Anche questo episodio gli ha fatto approfondire l’intuizione fondamentale della visione di Damasco, in altre parole che solo il Signore è l’amico perfetto, fedele, che comprende sino in fondo e non abbandona mai.
• Attraverso il travaglio di questa e di simili sofferenze, si è maturato nel capire che veramente il Signore è “tutto”. Le amicizie umane, per belle e grandi che siano, impallidiscono di fronte alla forza della “conoscenza di Cristo Signore”. Per cui, altrove, dirà: “Per me, vivere è Cristo” (Fil 1, 21); “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8, 35); “… tutto è spazzatura…” (Fil 3, 8-11).
• Paolo ha capito che per lui l’essenziale è Cristo. Tutto il resto che egli fa, opera e predica con tutto l’entusiasmo di cui è capace, è Cristo che vive in lui.
Ogni sofferenza porta ad una purificazione interiore e ad una trasfigurazione. La rottura con Barnaba è una delle sofferenze. Troviamo anche altri conflitti: con la comunità (cf II Cor e Galati), con Pietro ad Antiochia.
Non c’è da stupirsi, nella storia della Chiesa sempre nascono questi conflitti, anche tra le persone più sante. Non stupirsi, ma crescere nella comprensione di noi stessi, degli altri e del disegno di Dio.
Purtroppo, nei contrasti non sempre c’è solo la gloria di Dio, ma entra pure la nostra personalità. 

PAOLO APOSTOLO 4° :

LA TRASFIGURAZIONE

Parlando della sua esperienza dolorosa, che intende condividere con noi, Paolo dice: “Noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (II Cor 3, 18).
La “trasfigurazione” è iniziata a Damasco ed è in continua crescita (= è la trasformazione interiore).
L’aspetto trasfigurato di Paolo attraeva la gente e costituiva uno dei segreti della sua azione apostolica. Era il risultato del lungo cammino di prove, di sofferenze, di preghiere incessanti, di confidenze rinnovate.
Anche noi siamo chiamati a trasfondere in chi incontriamo (= per la trasfigurazione che viviamo), quel sentimento di pace, di serenità, di confidenza che è indescrivibile, ma che si percepisce senza alcun ragionamento.
Atteggiamenti interiori della trasfigurazione
1. Grande gioia e pace interiore: “Sono pieno di consolazione, pervaso dio gioia in ogni tribolazione” (II Cor 7, 4).
• Altrove (II Cor 7, 4) riconosce che ciò viene da Dio, da sé non potrebbe averla. La gioia è tipica della trasfigurazione, non è semplice frutto di un buon carattere e di doti umane.
• Non è una situazione di tranquillità. È una gioia vera che fa i conti con tutti i tipi di pesantezza, di difficoltà, di cose spiacevoli che avvengono soprattutto attraverso i malintesi.
• Paolo, nevrastenico di carattere, è facilmente soggetto a depressione e a momenti di sconforto. Ma esperimenta che non c’è momento di sconforto in cui non appaia qualcosa di più forte dentro di lui (cf II Cor 4, 8-10).
• È una gioia non tanto personale, ma per quello che accade alle comunità: “Siamo collaboratori della vostra gioia” (II Cor 1, 24); “Mia gioia e mia corona” (Fil 4, 1). Questo, nonostante che nelle comunità vi fossero vana gloria, rivalità e litigi: “Non fate nulla per spirito di rivalità e vanagloria” (Fil 2, 3), e che gli creassero problemi e molestie. Per lui tutto diventava un dono.
2. Capacità di riconoscenza. Invita sempre a ringraziare con gioia il Padre (cf Col 1, 12).
• Tutte, o quasi, le lettere cominciano con una preghiera di ringraziamento.
• Paolo non deplora mai in maniera sterile. C’è il rimprovero, non la rassegnata amarezza. Il rimprovero è sempre dopo aver evidenziato la parte positiva.
3. Atteggiamento di lode: “Sia benedetto Dio che ci consola in ogni tribolazione” (cf II Cor 1, 3).
Atteggiamenti esteriori della trasfigurazione
1. Instancabile ripresa che ha del prodigioso. Sempre ricomincia, nonostante i fallimenti (cf At 14, 19-22). Questa ripresa non è umana, è il riflesso della carità di Dio che mai delude (cf Rm 5, 3-5).
2. Libertà dello spirito. Agisce non per costrizione, condizionamenti o conformazione a modelli esterni, ma per la ricchezza interiore. Ciò gli permette perfino di opporsi a Pietro (cf Gal 2, 13; 5, 1-13).
Modello per la nostra trasfigurazione
Ci domandiamo quando e come raggiungiamo la trasfigurazione e come possiamo mantenerla.
• Paolo si trasfigura dopo quindici anni di fatiche e sofferenze. Avviene per dono di Dio, non per sua conquista.
• Il primo modo per ricevere il dono è la contemplazione eucaristica di Cristo. È prendere sul serio la duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. S’innestano qui i gradi della preghiera. Avviene per l’intercessione di Maria, modello d’ascolto e contemplazione.
• Altro modo è la condivisione con altri, nel tenere la mano in chi ha visto la luce. S’innesta qui la direzione spirituale e il colloquio penitenziale.
• Infine la vigilanza evangelica: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. – Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. – vegliate e resistete saldi nella fede”.
• Vigilare sempre, sapendo che rapidamente potremmo ritrovarci tristi, stanchi, depressi, nervosi, irritati, oppure dissipati in gioie esteriori che infiacchiscono la fede.
• Essere convinti che nessuno è assicurato nella perseveranza. Il maggiore rischio è in coloro che pensano di aver raggiunto un buon grado di stabilità. 

She stood by her Son on the Cross (cf. Jn. 19:25): Mary kept the faith and obeyed the will of the Father until the end …

She stood by her Son on the Cross (cf. Jn. 19:25): Mary kept the faith and obeyed the will of the Father until the end ... dans immagini sacre 57925_1391046059490_3224223_n

http://bromarwilnllasos.blogspot.it/2012/05/blessedness-of-mary-confuting-gerry.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2013 |Pas de commentaires »
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