Archive pour février, 2013

DALLE TENEBRE DELL’ERRORE, IL PECCATORE ASPIRA ALLA LUCE ETERNA – Prefazio Mozarabico

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_d.htm#

 DALLE TENEBRE DELL’ERRORE, IL PECCATORE ASPIRA ALLA LUCE ETERNA

 Prefazio Mozarabico *

Con il titolo di liturgia mozarabica, si designano i testi e i riti delle comunità cristiane spagnole precedenti l’instaurazione della liturgia romana, adottata in queste regioni sotto il papato di Gregario VII. Questa liturgia, pur rievocando nel nome /’invasione islamica della Spagna, è però anteriore ad essa. All’inizio del secolo XVI fu rimessa in uso in parecchie chiese di Toledo, dove è ancor oggi celebrata.
Questi prefazi, spesso più lunghi dei prefazi romani, sono anche più numerosi. Quello che ora leggeremo si usa il giorno stesso in cui vien letto il Vangelo del cieco-nato.

E’ cosa buona e giusta rendere grazie
a Te Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore.
Egli è colui che ha messo in fuga le tenebre
con la luce della fede;
ha trasformato gli schiavi della legge
in figli della grazia.
Egli è venuto nel mondo per il giudizio,
affinché i ciechi vedano
e quelli che vedono diventino ciechi.
Gli umili riconoscono di essere immersi nelle tenebre dell’errore,
e ricevono la luce eterna che li libera dall’oscurità.
I superbi hanno preteso di possedere in sé la luce della giustizia,
e sono giustamente immersi nelle tenebre;
nell’orgoglio erano sicuri della loro giustizia
e non hanno cercato il medico che li poteva guarire.
Avrebbero potuto andare al Padre,
per mezzo di Gesù che ha detto di essere la porta;
ma si sono valsi sfrontatamente dei loro meriti,
e restano nel loro accecamento.
Perciò noi, nell’umiltà, veniamo a Te, Padre santo,
e senza presumere dei nostri meriti,
dinanzi al tuo altare,
apriamo la nostra ferita,
riconosciamo le tenebre del nostro peccato,
sveliamo il male nascosto nella nostra coscienza.
Te ne preghiamo, fa che troviamo
alla ferita un rimedio,
nelle tenebre la luce eterna,
nell’anima il candore dell’innocenza.
Con tutto il nostro desiderio
vogliamo vedere il tuo Volto,
ma la nostra cecità celo impedisce.
Bramiamo vedere il cielo
e non possiamo, perché siamo nell’oscurità del nostro peccato…
Vieni dunque a noi, Gesù, mentre preghiamo nel tuo tempio
e aiutaci in questo giorno,
tu che non hai tenuto conto del sabato per operare prodigi.
Ecco, davanti alla gloria del tuo nome,
noi apriamo le nostre ferite:
metti un rimedio al nostro male.
Aiutaci, come hai promesso a coloro che ti pregano:
tu che ci hai tratti dal nulla.
Prepara l’unguento,
e applicalo sugli occhi del cuore e del corpo,
così non vacilleremo più come ciechi nelle tenebre.
Ecco, versiamo lacrime ai tuoi piedi,
non respingerei
poiché ci siamo umiliati.
Noi non ci allontaniamo dai tuoi passi,
Gesù buono, che, in umiltà, sei venuto sulla terra.
Ascolta la nostra preghiera,
sradica il peccato che ci rende ciechi:
potremo così contemplare la gloria del tuo volto
e lodarti nella pace della beatitudine eterna.

* Praefatio – Dom. II in Quadragesima – P.L. 85, 322 B – 323 A.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - EUCARESTIA |on 26 février, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE – DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_01071962_paenitentiam_it.html

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA
NELLA QUALE SI INVITA
A FARE PENITENZA
PER IL BUON ESITO DEL CONCILIO (1)

1° luglio 1962,

Far penitenza dei propri peccati, secondo l’esplicito insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, costituisce per l’uomo peccatore il mezzo per ottenere il perdono e per giungere alla salvezza eterna. Appare quindi evidente quanto sia giustificato l’atteggiamento della chiesa cattolica, dispensatrice dei tesori della divina redenzione, la quale ha sempre considerato la penitenza come condizione indispensabile per il perfezionamento della vita dei suoi figli e per il suo miglior avvenire.
Per questo motivo, nella costituzione apostolica di indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo voluto rivolgere ai fedeli l’invito a prepararsi degnamente al grande avvenimento non solo con la preghiera e con la pratica ordinaria delle virtù cristiane, ma altresì con la volontaria mortificazione.(2)
Approssimandosi l’apertura del concilio, Ci sembra ben naturale rinnovare con maggior insistenza la stessa esortazione, poiché il Signore, pur essendo presente nella sua chiesa «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), si renderà allora ancor più vicino alle menti e ai cuori degli uomini attraverso la persona dei suoi rappresentanti secondo la sua stessa parola: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16).
Il concilio ecumenico, in realtà, essendo l’adunanza dei successori degli apostoli, cui il Salvatore divino affidò il mandato di ammaestrare tutte le genti, insegnando loro a osservare tutte le cose che egli aveva comandato (cf. Mt 28,19-20), vuol significare una più alta affermazione dei diritti divini sull’umanità redenta dal sangue di Cristo, e dei doveri che avvincono gli uomini al loro Dio e Salvatore.
Orbene, se interroghiamo i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, vediamo che ogni gesto di più solenne incontro tra Dio e l’umanità – per esprimerci con linguaggio umano – è stato sempre preceduto da un più suadente richiamo alla preghiera e alla penitenza. Infatti Mosè non consegna al popolo ebraico le tavole della legge divina se non quando esso ha fatto penitenza per i peccati di idolatria e di ingratitudine (cf. Es 32,6-35; 1 Cor 10,7). I profeti esortano incessantemente il popolo d’Israele a supplicare Dio con cuore contrito, per cooperare al compimento del disegno provvidenziale che accompagna tutta la storia del popolo eletto. Commovente è fra tutte la voce del profeta Gioele, che risuona nella sacra liturgia quaresimale: «Adesso dunque, dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime e nei sospiri. E squarciate i cuori vostri, e non le vostre vesti. Tra il vestibolo e l’altare i sacerdoti ministri del Signore giungeranno, e diranno: Perdona, o Signore, perdona al tuo popolo: e non abbandonare la tua eredità all’obbrobrio di essere dominata dalle nazioni» (Gioele 2,12-13.17).                                               
I. LA PENITENZA NELL’INSEGNAMENTO DI GESÙ CRISTO E DEGLI APOSTOLI      
Anziché attenuarsi, tali inviti alla penitenza si fanno più solenni con la venuta del Figlio di Dio sulla terra. Ecco, infatti, che Giovanni Battista, il precursore del Signore, dà inizio alla sua predicazione col grido: «Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,1). E Gesù stesso non esordisce il suo ministero con l’immediata rivelazione delle sublimi verità della fede ma con l’invito a purificare la mente e il cuore da quanto potrebbe impedire la fruttuosa accoglienza della buona novella: «Da lì in poi cominciò Gesù a predicare e a dire: Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Più ancora che i profeti, il Salvatore esige dai suoi ascoltatori il cambiamento totale dello spirito, nel riconoscimento sincero e integrale dei diritti di Dio: «Ecco il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21); la penitenza è forza contro le forze del male; ci insegna lo stesso Gesù Cristo: «Il regno dei cieli si acquista con la forza, ed è preda di coloro che usano violenza» (Mt 11,12).
Uguale richiamo risuona nella predicazione degli apostoli. San Pietro, infatti, così parla alle turbe dopo la pentecoste, allo scopo di disporle a ricevere anch’esse il sacramento della rigenerazione in Cristo e i doni dello Spirito Santo: «Fate penitenza, e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). E l’apostolo delle genti ammonisce i romani che il regno di Dio non consiste nella prepotenza e negli sfrenati godimenti dei sensi, ma nel trionfo della giustizia e della pace interiore: «Poiché il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo» (Rm 14,17-18).
Non si deve credere che l’invito alla penitenza sia rivolto soltanto a coloro che devono entrare a far parte per la prima volta del regno di Dio. Tutti i cristiani, in realtà, hanno il dovere e il bisogno di far violenza a se stessi, o per respingere i propri nemici spirituali, o per conservare l’innocenza battesimale, o per riacquistare la vita della grazia perduta con la trasgressione dei divini precetti. Se è vero, infatti, che tutti coloro che sono divenuti membri della chiesa col santo battesimo partecipano della bellezza che Cristo le ha conferito, secondo le parole di san Paolo: «Cristo amò la chiesa, e diede se stesso per lei, allo scopo di santificarla, mondandola con la lavanda di acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la chiesa vestita di gloria, senza macchia e senza ruga, o altra tal cosa; ma che sia santa e immacolata» (Ef 5,26-27); è vero altresì che quanti hanno macchiato con gravi colpe la candida veste battesimale devono temere grandemente i castighi di Dio se non procurano di tornare a farsi candidi e splendenti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,14) col sacramento della penitenza e la pratica delle virtù cristiane. Anche ad essi quindi è indirizzato il severo monito dell’apostolo san Paolo: «Se uno che viola la legge di Mosè, sulla deposizione di due o tre testimoni, muore senza alcuna remissione: quanto più acerbi supplizi pensate voi, che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue dell’alleanza, in cui fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito della grazia? … È cosa orrenda cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,28-30).
I. 1 IL PENSIERO E LA PRASSI DELLA CHIESA
Venerabili fratelli, la chiesa, sposa diletta del Salvatore divino, è sempre rimasta santa e immacolata in se stessa per la fede che la illumina, i sacramenti che la santificano, le leggi che la governano, i numerosi membri che l’abbelliscono col decoro di eroiche virtù. Ma vi sono anche dei figli dimentichi della loro vocazione ed elezione, che deturpano in se stessi la celestiale bellezza e non riflettono in se medesimi le divine sembianze di Gesù Cristo.
Ebbene a tutti, più che parole di rimprovero e di minaccia, Noi amiamo rivolgere la paterna esortazione a tener presente questo confortante insegnamento del concilio di Trento, eco fedelissima della dottrina cattolica: «Rivestiti di Cristo, infatti, nel battesimo (Gal 3,27), per mezzo di esso diventiamo una creatura affatto nuova ottenendo la piena e integrale remissione di tutti i peccati; a tale novità e integrità, tuttavia, non possiamo arrivare per mezzo del sacramento della penitenza, senza nostro grande dolore e fatica, essendo ciò richiesto dalla divina giustizia, di modo che la penitenza giustamente è stata chiamata dai santi padri « un certo laborioso battesimo »».(3)
 I. 2 L’ESEMPIO NEI PRECEDENTI CONCILI     
Il richiamo alla penitenza, dunque, come strumento di purificazione e di spirituale rinnovamento, non deve risonare come voce nuova all’orecchio del cristiano, ma come invito di Gesù stesso, che è stato sovente ripetuto dalla chiesa attraverso la voce della sacra liturgia, dei santi padri e dei concili. Così è da secoli che la chiesa supplica Dio nel tempo di quaresima: «L’anima nostra, che si castiga frenando la carne, viva presso di te con il desiderio di possederti»,(4) e anche: «Fa’ che, mitigando gli affetti terreni, comprendiamo più facilmente le cose celesti».(5)
Non vi è quindi da meravigliarsi se i Nostri predecessori, nel preparare la celebrazione dei concili ecumenici, si siano preoccupati di esortare i fedeli alla penitenza salutare. Ci basti ricordare alcuni esempi. Innocenzo III, approssimandosi il concilio Lateranense IV, esortava i figli della chiesa con queste parole: «All’orazione si aggiunga il digiuno e l’elemosina, affinché per mezzo di queste due ali la nostra preghiera più facilmente e più celermente voli alle orecchie di Dio misericordiosissimo, ed egli ci esaudisca benevolmente nel momento opportuno».(6) Gregorio X, con una lettera indirizzata a tutti i suoi prelati e cappellani, dispose che la solenne apertura del II Concilio Ecumenico di Lione fosse preceduta da tre giorni di digiuno.(7) Pio IX infine esortò tutti i fedeli, affinché nella purificazione dell’animo da ogni macchia di colpa o reato di pena, si preparassero degnamente e in perfetta letizia alla celebrazione del concilio ecumenico Vaticano: «Poiché è cosa manifesta che le preghiere degli uomini sono più accette a Dio, se costoro si rivolgeranno a lui con cuore mondo, cioè con l’animo purificato da ogni colpa».(8)
II. OPPORTUNI SUGGERIMENTI IN PREPARAZIONE AL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
Seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, Noi pure, venerabili fratelli, desideriamo ardentemente invitare tutto il mondo cattolico – clero e laicato – a prepararsi alla grande celebrazione conciliare con la preghiera, le buone opere e la penitenza. E poiché la preghiera pubblica è il mezzo più efficace per ottenere le grazie divine, secondo la promessa stessa di Cristo: «Dove sono due o tre adunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), bisogna dunque che i fedeli tutti siano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) come nei primi tempi della chiesa, e impetrino da Dio con la preghiera e la penitenza che questo straordinario avvenimento produca quei frutti salutari, che sono nell’attesa di tutti; e cioè un tale ravvivamento della fede cattolica, un tale rifiorimento di carità e incremento del costume cristiano, che risvegli anche nei fratelli separati un vivo ed efficace desiderio di unità sincera e operosa, in un unico ovile sotto un solo pastore (cf. Gv 10,16).
A questo scopo esortiamo voi, venerabili fratelli, a indire in ogni parrocchia delle diocesi a ciascuno di voi affidate, nella immediata vicinanza del concilio stesso, una solenne novena in onore dello Spirito Santo per invocare sui padri del concilio l’abbondanza dei celesti lumi e delle divine grazie. A tale riguardo, vogliamo mettere a disposizione dei fedeli i beni del tesoro spirituale della chiesa, e perciò a tutti coloro che prenderanno parte alla novena suddetta verrà concessa l’indulgenza plenaria, da lucrarsi secondo le consuete condizioni.
Sarà anche opportuno indire nelle singole diocesi una funzione penitenziale propiziatoria. Questa funzione dovrà essere un fervido invito, accompagnato con un particolare corso di predicazione, ad opere di misericordia e di penitenza, con cui tutti i fedeli cerchino di propiziare Dio onnipotente e di implorare da lui quel vero rinnovamento dello spirito cristiano, che è uno degli scopi precipui del concilio. Infatti, giustamente osservava il Nostro predecessore Pio XI di venerata memoria: «La preghiera e la penitenza sono i due mezzi messi a disposizione da Dio nella nostra età per ricondurre ad esso la misera umanità qua e là errante senza guida; sono essi che tolgono via e riparano la causa prima e principale di ogni sconvolgimento, cioè la ribellione dell’uomo a Dio».(9)
II. 1 NECESSITÀ DELLA PENITENZA INTERNA ED ESTERNA
Anzitutto è necessaria la penitenza interiore, cioè il pentimento e la purificazione dei propri peccati, che si ottiene specialmente con una buona confessione e comunione e con l’assistenza al sacrificio eucaristico. A questo genere di penitenza dovranno essere invitati tutti i fedeli durante la novena allo Spirito Santo. Sarebbero vane infatti le opere esteriori di penitenza, se non fossero accompagnate dalla mondezza interiore dell’animo e dal sincero pentimento dei propri peccati. In questo senso si deve intendere il severo monito di Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Che Dio allontani questo pericolo da tutti quelli che ci furono consegnati!
Inoltre i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri. Infatti lo stesso san Paolo, che era salito al terzo cielo e aveva raggiunto i vertici della santità, non esita ad affermare di se stesso: «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1 Cor 9,27); e altrove ammonisce: «Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocefisso la carne con le sue voglie» (Gal 5,24). E sant’Agostino insiste sulle stesse raccomandazioni in questa maniera: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell’umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine».(10)
La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato, nel nostro lavoro quotidiano e nell’esercizio delle virtù cristiane. Questa necessaria penitenza non solo vale a purificarci, a renderci propizio il Signore e a impetrare il suo aiuto per il felice e fruttuoso esito del prossimo concilio ecumenico, ma rende altresì più leggeri e quasi soavi le nostre pene, in quanto ci mette dinanzi la speranza del premio eterno: «Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria, che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18).
II. 2 COOPERARE ALLA DIVINA REDENZIONE
Oltre le penitenze che dobbiamo necessariamente affrontare per i dolori inevitabili di questa vita mortale, bisogna che i cristiani siano così generosi da offrire a Dio anche mortificazioni volontarie, ad imitazione del nostro divin Redentore, il quale, secondo l’espressione del principe degli apostoli: «Una volta per tutte morì per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, allo scopo di condurci a Dio, messo a morte nella carne, ma reso alla vita nello spirito» (1 Pt 3,18). «Poiché, dunque, Cristo patì nella carne, armiamoci anche noi del medesimo pensiero» (cf. 1 Pt 4,1). Siano in ciò di esempio e di incitamento anche i santi della chiesa, le cui mortificazioni inflitte al loro corpo spesso innocentissimo ci riempiono di meraviglia e quasi ci sbigottiscono. Davanti a questi campioni della santità cristiana, come non offrire al Signore qualche privazione o pena volontaria da parte anche dei fedeli, che forse hanno tante colpe da espiare? Esse sono tanto più gradite a Dio, in quanto non vengono dall’infermità naturale della nostra carne e del nostro spirito, ma sono spontaneamente e generosamente offerte al Signore in olocausto di soavità.
È noto infine che il concilio ecumenico tende a incrementare da parte nostra l’opera della redenzione, che nostro Signore Gesù Cristo, «offertosi di sua spontanea volontà» (Is 53,7), è venuto a portare fra gli uomini non solo con la rivelazione della sua celeste dottrina, ma anche con lo spargimento volontario del suo sangue prezioso. Orbene, potendo ciascuno di noi affermare con san Paolo apostolo: «Godo di quel che patisco … e do compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo, a pro del corpo di lui, che è la chiesa» (Col 1,24), dobbiamo dunque godere anche noi di poter offrire a Dio le nostre sofferenze «per l’edificazione del corpo di Cristo» (Ef 4,12), che è la chiesa. Ci dobbiamo sentire anzi quanto mai lieti e onorati di essere chiamati a questa partecipazione redentrice della povera umanità, troppo spesso deviata dalla retta via della verità e della virtù.
Molti, purtroppo, invece della mortificazione e del rinnegamento di sé imposti da Gesù Cristo a tutti i suoi seguaci con le parole: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23), cercano piuttosto sfrenatamente i piaceri terreni, e deturpano e infiacchiscono le energie più nobili dello spirito. Contro questo modo di vivere sregolato, che scatena spesso le passioni più basse e porta a grave pericolo della salvezza eterna, bisogna che i cristiani reagiscano con la fortezza dei martiri e dei santi, che sempre hanno illustrato la chiesa cattolica. In tal modo tutti potranno contribuire, secondo il loro stato particolare, alla migliore riuscita del Concilio Ecumenico Vaticano II, che deve appunto portare a un rifiorimento della vita cristiana.
II. 3 INVITI CONCLUSIVI
Dopo queste paterne esortazioni, Noi confidiamo, venerabili fratelli, che non solo voi stessi con entusiasmo le accoglierete, ma stimolerete altresì ad accoglierle i Nostri figli del clero e del laicato sparsi in tutto il mondo. Se infatti, come è nell’aspettazione di tutti, il prossimo concilio ecumenico dovrà apportare un grandissimo incremento della religione cattolica; se in esso risonerà in modo ancor più solenne la «parola del regno», di cui si parla nella parabola del seminatore (Mt 13,19); se vogliamo che per mezzo di esso il «regno di Dio» si consolidi e si estenda sempre più nel mondo: il buon esito di tutto questo dipenderà in gran parte dalle disposizioni di coloro cui saranno rivolti i suoi insegnamenti di verità, di virtù, di culto pubblico e privato verso Dio, di disciplina, di apostolato missionario.
Perciò, venerabili fratelli, adoperatevi senza indugio con ogni mezzo che è in vostro potere, affinché i cristiani affidati alle vostre cure purifichino il loro spirito con la penitenza e si accendano a maggior fervore di pietà; di modo che la «buona semente», che in quei giorni sarà più largamente e abbondantemente sparsa, non venga da essi dispersa né soffocata, ma sia accolta da tutti con animo ben disposto e perseverante, ed essi dal grande avvenimento traggano copiosi e duraturi frutti per la loro eterna salvezza.
Da ultimo, Noi pensiamo che al prossimo concilio si possono giustamente applicare le parole dell’apostolo: «Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). Ma risponde ai disegni della provvidenza di Dio, che vengano distribuiti i suoi doni secondo le disposizioni d’animo di ciascuno. Pertanto coloro che vogliono essere filialmente docili a Noi che da lungo tempo Ci sforziamo di preparare i cuori dei cristiani a questo grandioso evento, diligentemente prestino attenzione anche a questo Nostro ultimo invito. Perciò dietro il Nostro e vostro esempio, venerabili fratelli, i fedeli – e in primo luogo i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i fanciulli, gli ammalati, i sofferenti – innalzino suppliche e compiano opere di penitenza, allo scopo di ottenere da Dio alla sua chiesa quell’abbondanza di lumi e di aiuti soprannaturali, di cui in quei giorni avrà speciale bisogno. Come, infatti, possiamo pensare che Dio non si muova a larghezza di celesti grazie, quando dai suoi figli riceve tale abbondanza di doni che spirano fervore di pietà e profumo di mirra?             
Inoltre, tutto il popolo cristiano, in ossequio alla Nostra esortazione, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l’animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuranza dei loro doveri religiosi.         
Se tutto ciò si avvererà, come è nei Nostri desideri, e voi potrete muovere dalle vostre diocesi verso Roma per la celebrazione del concilio recando con voi un così ricco tesoro di beni spirituali,  si potrà legittimamente sperare che sorga una nuova e più fausta era per la chiesa cattolica.
Sorretti da questa speranza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al popolo affidati alle vostre cure, l’apostolica benedizione, pegno dei celesti favori e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.
Roma, presso San Pietro, il 1° luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C., anno IV del Nostro pontificato.

GIOVANNI PP. XXIII

(NOTE SUL SITO)

Martyrdom of St Polycarp, Church of St Polycarp, Izmir (ancient Smyrna), Turkey.

Martyrdom of St Polycarp, Church of St Polycarp, Izmir (ancient Smyrna), Turkey. dans immagini sacre MartyrdomOfStPolycarp

http://christchurchwindsor.ca/2011/01/26/saint-polycarp/

 

Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PURIM L’OSSERVANZA DEL GIORNO

http://www.morasha.it/speciali/purim_2osservanza.html

PURIM L’OSSERVANZA DEL GIORNO

Ci sono quattro Mitzvòt che sono prescritte a Purim. Queste Mitzvòt sono state istituite dal Sanhedrin e dai Profeti. E sono:

1. leggere la Meghillat Estèr;
2. fare un pasto abbondante e gioioso;
3. regalare dolci (Mishlo’ach manot);
4. dare regali ai poveri.

Più tardi i Chachamim hanno stabilito di leggere il passo « E Amalèk venne » dalla Parashà di Beshallàch, che parla della guerra contro Amalèk nel deserto, e di aggiungere la preghiera di Al ha-Nissim nell’Amidà e nella Birchat ha-Mazon. L’Hallel, comunque, non si dice a Purim; una prima ragione è perché la lettura della Meghillà è in se stessa una forma di Hallel (lode) a D-o. Altri, invece, ritengono che non si debba recitare l’Hallel per un miracolo avvenuto fuori dalla terra di Israele.
Le Mitzvòt di Purim devono essere osservate sia dalle città con mura che da quelle senza, ognuna nel giorno in cui celebra Purim.
Sono proibiti sia i digiuni che gli encomi funebri, sia il quattordici che il quindici di Adar, in tutti i luoghi. Inoltre, negli anni bisestili questo divieto vale anche per Adar Rishon. Chi è in lutto non deve manifestarne nessun segno pubblico in questi giorni (come sedersi per terra o togliersi le scarpe), ma osserverà solo gli aspetti privati del lutto, come farebbe di Shabbat.
Sebbene il lavoro non sia proibito a Purim, è ciò nondimeno considerato improprio. I Chachamim dicono: « chi lavora a Purim non trarrà nessun beneficio (da quel lavoro). » Ovviamente, il lavoro di cui parlano i Maestri non è un lavoro che implichi l’osservanza di una Mitzvà o un lavoro per Purim stesso, ma parlano di un lavoro ai fini di lucro. Quelli che celebrano Purim il quattordici possono, comunque, lavorare il quindici e viceversa.

1) LA LETTURA DELLA MEGHILLÀ
Per uscire d’obbligo bisogna leggere la Meghillà almeno due volte, una la sera e l’altra durante il giorno. Per quanto riguarda la sera, la lettura può essere fatta dall’uscita delle stelle fino al sorgere del sole, mentre per quanto riguarda il giorno, la lettura può essere fatta dall’alba al tramonto.
La Mitzvà della lettura della Meghillà è valida sia per gli uomini che per le donne. Ed è preferibile che venga fatta al Beth ha-Keneseth alla presenza di un Minian; ma anche se ci fosse un Minian a casa di qualcuno, sarebbe comunque preferibile leggerla al Beth ha-Keneseth. Questo perché una delle ragioni per cui si legge la Meghillà è quella di rendere noto il miracolo di Purim ed è, quindi, meglio leggerla in pubblico al Beth ha-Keneseth.
La lettura della Meghillà ha la precedenza sull’adempimento di tutte le Mitzvòt ‘Assè della Torà, perfino lo studio della Torà è sospeso durante la lettura. L’unica Mitzvà che ha la precedenza sulla lettura è quella di seppellire un morto.
Si esce d’obbligo anche ascoltando la lettura della Meghillà poiché l’ascolto è considerato come se fosse una lettura. Chi ascolta, però, deve stare bene attento a sentire ogni parola perché, altrimenti, non uscirebbe d’obbligo. Infatti, sarebbe meglio che chi ascolta abbia davanti a sé una copia della Meghillà in modo da poter seguire silenziosamente la lettura. In questo modo, si può essere certi che, anche se non si è sentita una parola della Meghillà, la si è letta per conto proprio e si è usciti d’obbligo.
La Meghillà viene letta srotolandola completamente e non, invece, come si usa fare con i rotoli della Torà che rimangono sempre avvolti, questo perché c’è un verso della Meghillà stessa (9:31) che denomina questo racconto come una lettera e, come si fa quando si legge una lettera, cioè aprendola tutta, così si deve fare per la Meghillat Estèr.
E’ ormai tradizione consolidata quella di fermarsi durante la lettura dei quattro versi (2:5, 8:15, 8:16, 10:3) che parlano della redenzione di Israele, affinché anche il pubblico reciti tali versi. Dopodiché il lettore ripete gli stessi versi e continua la lettura. Il fine di questa usanza è quello di intensificare la gioia e di non far addormentare i bambini, di modo che la storia del grande miracolo eseguito per il popolo ebraico ai tempi di Mordechày ed Estèr si imprima nei loro cuori per sempre. Inoltre, si usa leggere il verso « Quella notte il sonno del re fu disturbato »"(6:1) con una tonalità più forte rispetto al resto della melodia perché questo è il punto in cui inizia la salvezza di Israele.
Il nome dei dieci figli di Hamàn, le parole « cinquecento uomini » che li precedono e la parola « dieci »" che li segue (9:6-10) vengono lette tutte d’un fiato per indicare che essi sono stati uccisi tutti nello stesso istante. I cinquecento uomini erano seguaci dei figli di Hamàn e ufficiali del loro esercito. Comunque, se il lettore non legge questo passaggio tutto di un fiato, uscirà d’obbligo lo stesso.

LE BERAKHÒT RECITATE SULLA MEGHILLÀ
La persona che legge la Meghillà recita tre Berakhot prima di iniziare e una dopo aver completato la lettura. Egli deve avere l’espresso intento di far uscire d’obbligo quelli che lo stanno ascoltando. La congregazione deve rispondere Amèn a queste Berakhòt e deve avere l’espresso intento di uscire d’obbligo attraverso colui che legge. La risposta Barukh Hu u’varuch Shemò, che solitamente si dice dopo la prima parte di una Berakhà, non viene detta per non interrompere la Berakhà. E’ usanza riavvolgere il rotolo della Meghillà dopo averla letta e prima di recitare l’ultima Berakhà perché è considerato irrispettoso lasciare la Meghillà aperta.

LE BERAKHÒT SONO:
Benedetto sii Tu, o Signore, D-o nostro, Re del mondo che ci ha santificato con i tuoi precetti e ci ha comandato la lettura della Meghillà.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo che ha compiuto miracoli per i nostri padri, in quei giorni, in questo periodo.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo che ci ha fatto vivere, ci ha mantenuto e ci ha fatto giungere a questo momento.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo, D-o che contende la nostra causa, ci rende giustizia, fa la nostra vendetta, ripaga secondo le loro azioni tutti i nostri nemici, castiga per noi i nostri avversari. Benedetto sii Tu, o Signore che castiga per il suo popolo Israel tutti i suoi avversari, D-o che porta salvezza.
Le tre Berakhòt recitate la sera vengono ripetute prima della lettura anche il giorno seguente, anche se ci sono comunità in cui l’usanza è quella di recitare She-hecheyanu solo prima della lettura serale.
Se uno legge la Meghillà da solo deve recitare solo le Berakhot prima della lettura, omettendo quella dopo.
Quando la Meghillà viene letta per le donne si cambia il testo della prima Berakhà perché le donne hanno l’obbligo di ascoltare la Meghillà, non di leggerla. Nelle comunità sefardite, le Berakhòt non vengono recitate quando la Meghillà è letta per le donne.

2) FESTEGGIARE E GIOIRE
La seconda Mitzvà è quella di fare un pasto abbondante e pieno di Simchà.
La Seudà deve includere carne e vino. Deve essere fatta durante il giorno, se no non si esce d’obbligo, e bisogna indossare abiti da festa. E’ usanza cominciare questa Seudà di pomeriggio, dopo aver recitato Minchà, e poi continuare fino a sera.
Se Purim cade di venerdì, la Seudà si comincia presto e deve finire molto prima di Shabbat così si potrà godere del pasto Shabbatico con un buon appetito.
Il miracolo di Purim è legato al vino: la cacciata di Vashtì avvenne durante un banchetto a base di vino e, in seguito a questo, Estèr prese il suo posto. La caduta di Hamàn avvenne ad un pranzo sempre a base di vino che preparò Estèr. La nostra Seudà deve essere a base di vino perché deve correggere il peccato degli Ebrei che parteciparono al banchetto di Achashverosh.
I Chachamim hanno ordinato che si deve bere fino all’ubriachezza, fino al punto in cui non si distingue la differenza fra le parole « maledetto sia Hamàn » e le parole « benedetto sia Mordechày ». Ma se si ha paura che ciò possa arrecare un danno alla propria salute o che possa portare all’esecuzione di atti irresponsabili, allora si è esentati dal bere fino all’ubriachezza, anche se si deve bere comunque più del solito.
IL SIGNIFICATO DEL PASTO FESTIVO DI PURIM
La Seudà di Purim ha un significato speciale, perché esso eleva l’anima e allo stesso tempo dà piacere al corpo. Lo Zoar scrive che a Purim si può raggiungere la stessa elevazione spirituale, ma con piacere del corpo, che si ottiene a Yom Kippur affliggendo il corpo.
I figli di Israele sono santi, sia fisicamente che spiritualmente, perciò le loro azioni sono impregnate di santità ed essi le devono compiere proprio per santificare e servire D-o. Tra l’altro, i Chachamim dicono che la glorificazione di D-o è più grande quando viene dal regno fisico piuttosto che da quello spirituale. Comunque, finché esisterà Amalèk, la corruzione si insinuerà continuamente nelle azioni del popolo ebraico introducendo un elemento di peccato nelle loro azioni. Mentre quando il potere di Amalèk è debole e il suo popolo è sottomesso, allora le azioni di Israele si impregnano subito di purità e sono compiute solo per amore di D-o e questa è la Sua massima glorificazione.
La gioia associata alla Seudà di Purim è particolarmente grande, perché sta a significare che Israele ha rettificato il peccato di cui si era macchiato ai tempi di Hamàn, partecipando al banchetto di Achashverosh.
FINO A CHE NON DISTINGUIAMO
Perché i nostri Maestri ci hanno ordinato di bere fino a non distinguere tra « maledetto sia Hamàn » e « benedetto sia Mordechày »? In fondo, ci sono molte altre feste in cui il vino è una componente essenziale, eppure non ci viene mai richiesto di perdere completamente le nostre facoltà mentali.
Il fatto è che la salvezza di Israele avvenuta all’epoca di Mordechày ed Estèr non fu temporanea, essa segna la definitiva ed eterna salvezza del popolo ebraico per tutte le generazione future. Fino a quel momento il futuro di Israele era misurato su una scala altalenante tra il peccato e la redenzione. Essi potevano raggiungere un punto di corruzione tale da non poter più pentirsi ed essere quindi punibili con la distruzione totale.
All’epoca di Achashverosh il popolo ebraico era sull’orlo dell’annientamento, perché aveva commesso una serie di peccati molto gravi. Si erano prostrati all’idolo di Nevuchadnetzar e avevano partecipato al banchetto di Achashverosh, banchetto che era stato dato appositamente per celebrare la distruzione di Israele. Il loro destino sembrava ormai segnato, ma essi si pentirono sinceramente, la misericordia divina si risvegliò e uno spiraglio di salvezza si aprì per loro.
La Misericordia si presentò al cospetto di D-o e disse: « Maestro dell’Universo, i Tuoi figli hanno peccato ed è stato rettificato un decreto che segna la loro distruzione. Ma due giusti come Estèr e Mordechày sono intervenuti e hanno fatto sinceramente pentire il popolo ebraico e così il decreto è stato revocato. Ma cosa succederà se dovessero peccare ancora e non ci fossero giusti come Mordechày ed Estèr tra loro e i figli di Israele non sapessero come espiare il loro peccato?È possibile che i figli di Israele, i Tuoi figli, vengano distrutti (D-o non voglia) senza misericordia? »
In quel momento la via della salvezza si aprì eternamente e divenne la speranza di ogni generazione. Anche se i peccati di Israele diventassero estremamente gravi e arrecassero danni fino in cielo, i suoi nemici non potrebbero distruggerlo. I nemici di Israele possono perire, ma Israele non perirà mai. Anche in quella generazione essi non furono salvati attraverso il loro pentimento, ma solo attraverso alla misericordia e alla compassione. E questi cancelli della misericordia e della compassione, una volta aperti, non possono più essere chiusi.
Proprio perché la salvezza di cui godette Israele allora non avvenne grazie ai loro meriti, così anche noi, attraverso il modo in cui celebriamo Purim, dimostriamo che la nostra salvezza è basata unicamente sulla compassione e sulla misericordia piuttosto che sui nostri meriti. Mangiamo e beviamo fino al punto in cui perdiamo la capacità di distinguere perfino la destra dalla sinistra, e con grande fede ci mettiamo completamente nelle mani di D-o che ci protegge da tutti i nemici e gli oppressori, da tutti i peccati e le iniquità, adesso e per sempre.

3) REGALI AI POVERI
È Mitzvà dare due regali a due poveri, uno ciascuno, a Purim. Anche una persona povera che vive di carità è obbligata a osservare questa Mitzvà. Si esce d’obbligo attraverso ogni tipo di regalo: cibo e bevande, soldi, vestiti. Sarebbe meglio se il regalo fosse sostanzioso. Se il regalo è in denaro, l’ammontare deve mettere in grado il povero di comprarsi del pane sufficiente almeno per un pasto. Precisamente, ogni regalo dovrebbe valere almeno una Perutàh.
I regali devono essere dati durante il giorno di Purim, non la sera. Sarebbe meglio darli dopo la lettura della Meghillà. Non si devono dare questi regali di Purim dai soldi che erano stati messi da parte per la Tzeddakà e i soldi che si mettono da parte per i regali di Purim non devono essere usati per fare altra Tzeddakà. Comunque, la Mitzvà di dare regali ai poveri a Purim non esenta dalla Mitzvà generale, che ha ogni persona, di fare Tzeddakà.
Questi regali devono essere dati in tempo per permettere alla persona povera di usufruirne a Purim. Comunque, il ricevente può usarli in qualunque modo egli ritenga sia meglio. E non possono essere dati prima di Purim, perché potrebbero essere usati prima e, quindi, il donatore non sarebbe uscito d’obbligo.
« A chiunque tenda la mano deve essere dato un regalo ». Questo è il parametro per determinare a chi bisogna dare i regali perché è troppo difficile stabilire chi sia un povero.
Questa Mitzvà è valida anche per le donne.

4) SCAMBIARSI DONI DI CIBO FRA AMICI – MISHLÒ’ACH MANÒT
È obbligatorio mandare un regalo che consiste di almeno due tipi di cibo ad una persona.È una Mitzvà che vale sia per gli uomini che per le donne e deve essere compiuta durante il giorno di Purim. Per uscire d’obbligo, si deve dare del cibo che può essere consumato senza ulteriori preparazioni come: piatti di carne o di pesce cucinati, cibo bollito, caramelle, dolci, frutta, vino o altre bevande. Non si esce d’obbligo regalando soldi ed è lodevole mandare regali a più amici possibile. È preferibile, comunque, essere più generosi con i regali ai poveri che agli amici.
Anche i poveri sono obbligati a compiere questa Mitzvà.
Sarebbe meglio che la consegna di questi regali fosse fatta da terzi, e non personalmente come avviene solitamente per tutte le altre Mitzvòt, perché è l’espressione stessa « Mislòach Manot », usata nella Meghillà, che lo indica. Infatti, Mislòach significa mandare. Ciò nondimeno, se si portano personalmente, si esce d’obbligo lo stesso.
Le persone che sono in lutto sono esenti da questa Mitzvà.
Amore e unità: uno scudo contro Amalèk
Le Mitzvòt di scambiarsi doni di cibo tra amici e di dare regali ai poveri servono a ricordare il senso di amore e fratellanza tra Ebrei che Mordechày ed Estèr incoraggiarono fra i figli di Israele quando erano minacciati dall’imminente distruzione. Quando c’è unità all’interno del popolo ebraico anche gli empi diventano giusti. La forza di Amalèk si manifesta solo contro quegli Ebrei il cui legame con la Torà si è allentato, mentre se Israele rimane unito il popolo di Amalèk non ha alcun potere. E così come gli Ebrei si salvarono all’epoca di Hamàn grazie alla loro unità, così noi siamo obbligati, in ogni generazione, a rafforzare la nostra unità cosicché i nostri nemici non ci soggiogheranno.
Attraverso le Mitzvòt di Purim noi aumentiamo in particolar modo l’amore fraterno e rafforziamo il senso di comunità e questo serve a proteggerci dal potere di Amalèk.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

23 FEBBRAIO: VITA DI S. POLICARPO VESCOVO DI SMIRNE E MARTIRE

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VITA DI S. POLICARPO VESCOVO DI SMIRNE E MARTIRE E DEL SUO DISCEPOLO S. IRENEO VESCOVO DI LIONE E MARTIRE

INDEX
Prefazione
Capo I. Memorie antichissime che si hanno di S. Policarpo.
Capo II. Primi anni di S. Policarpo.
Capo III.Progressi di S. Policarpo nella virtù e nella scienza.
Capo IV. È promosso al sacro ordine del Diaconato e del Sacerdozio.
Capo V. È fatto Vescovo di Smirne, suo zelo nell’episcopato.
Capo VI. Martirio di s. Policarpo, quale è descritto nella lettera dei fedeli di Smirne.
Capo VII. Osservazioni a farsi sulle cose sopraddette.

PREFAZIONE
            S. Policarpo illustrò la Chiesa di G. C. sulla fine del primo secolo e sul principio del secondo, ed è annoverato fra i Padri che si chiamano Apostolici. Egli è da osservare che nella Chiesa cattolica si onorano col titolo di Padri quegli scrittori i quali vissero nei tempi antichi, si segnalarono per santità di vita, e scrissero libri per difendere o anche solo per ispiegare le dottrine cattoliche. Si chiamano poi Padri Apostolici quelli, i quali ebbero per maestri o gli Apostoli stessi o i loro primi discepoli. Ora S. Policarpo è riverito siccome uno {III [99]} de’ Padri Apostolici, perchè egli diede in luce varii scritti in favore delle verità della fede, e fu un modello di virtù ed ebbe per maestro S. Giovanni l’Evangelista. Dopo gli Apostoli egli tiene uno dei primi posti nella gerarchia dei vescovi e dei martiri. È vero che Dell’esporre le azioni dei Papi abbiamo più volte avuto occasione di parlare di questo luminare della Chiesa; tuttavia ci sembrò conveniente che di lui si parlasse più appositamente: che anzi giustizia voleva, che, per quanto era in noi, procacciassimo di rendere ai meriti di questo gran martire tutto l’onore che si deve, ravvivando la divozione dei fedeli verso di un santo il quale e colle sue fatiche episcopali e collo spargimento del suo sangue tanto fece per quella Chiesa di cui siamo figli. {IV [100]}

CAPO I. MEMORIE ANTICHISSIME CHE SI HANNO DI S. POLICARPO.
            S. Policarpo fu così celebre nella Chiesa, che si hanno di lui memorie antichissime. Non appena questo santo vescovo ebbe finita la sua carriera episcopale col morire per Gesù Cristo, che la chiesa di Smirne, di cui egli era stato pastore per tanti anni, scrisse una lettera a tutte le altre chiese, nella quale descrive minutamente il suo martirio. Questa lettera essendo giunta sino a noi, noi la riprodurremo alla fine, ove parleremo del martirio di questo santo vescovo. S. Girolamo nel suo Catalogo degli scrittori ecclesiastici (cap. 47), ci dà un breve ragguaglio delle gesta, degli scritti, del martirio del nostro santo. E prima di S. Girolamo, S. Policarpo era stato lodato diffusamente e dal suo discepolo S. Ireneo nella lettera a Fiorino, e da Eusebio di Cesarea nella sua storia ecclesiastica (anno VII dell’impero di Marco Aurelio) e dalla Cronaca di Alessandria d’Egitto. Un certo Pionio {5 [101]} poi fa così zelante dell’onore di S. Policarpo, che ne scrisse in lingua greca la vita, la quale giunse sino a noi.
            Questo Pionio, a quel che pare, visse poco dopo il Concilio Niceno, epperò nella prima parte del secolo quarto. Ma benchè tra esso e il nostro santo siavi la distanza di oltre a 150 anni, pure egli attinse da fonti sicure quanto ci lasciò scritto di lui. Imperocchè in fine egli dichiara, che tutte le cose narrate di San Policarpo, egli le ricavò dal libro di un certo Socrate di Corinto, il quale Socrate assicura di averle estratte dagli scritti di un certo Cajo. Questi le aveva imparate da S. Ireneo, che era stato, (come lo vediemo a suo tempo) discepolo di San Policarpo, conciossiachè esso Cajo avesse conversato con S. Ireneo.
            Pionio soggiugne, che S. Policarpo stesso gli era apparso e gli aveva rivelato, essere sua intenzione, che la sua vita scritta da Socrate, e che era caduta in dimenticanza, fosse richiamata in memoria; e che Pionio dalle cose rivelategli in quell’ apparizione, potè esaminare la verità di quanto Socrate aveva scritto. {6 [102]}
            Possiamo quindi ragionevolmente dedurne, che ogni cosa scritta da Pionio intorno a S. Policarpo è vera: conciossiachè egli la trovò scritta da Socrate, e la imparò da S. Policarpo stesso per rivelazione (vedi i Bollandisti al mese di gennaio, tomo n).

CAPO II. PRIMI ANNI DI S. POLICARPO.
            Smirne, città della Ionia nell’Asia minore, e situata sul mare mediterraneo, era a quei tempi rinomatissima per bellezze e per commercio. Essa aveva avuto la sorte invidiabile di ricevere assai di buon’ ora la luce del Vangelo o dagli Apostoli stessi o da alcuno dei loro discepoli mandato da essi medesimi a predicarvi la fede. Pionio dice, che l’apostolo S. Paolo dopo essere stato nella Galazia, essendo venuto nell’Asia minore, si fermò qualche tempo a Smirne prima di ritornare a Gerusalemme, e che mentre stette a Smirne prese albergo presso a un certo Stratea, già discepolo di San Paolo in Pamfilia. Egli era figliuolo di Eunice, la cui {7 [103]} madre era quella Loide, che l’apostolo commenda nella sua prima lettera a Timoteo (cap. 5), quindi ne viene in conseguenza che questo Stratea era fratello di Timoteo. Ora a quei tempi essendo vescovo di Smirne un certo Bucolo, in quella città viveva una donna assai pia, timorata di Dio, e dedita ad opere buone, per nome Callista. Una notte essa videsi apparire innanzi un angelo mandato a lei da Dio, che le disse: «levati su, Callista, e va alla porta che conduce verso Efeso; là vedrai due uomini venirti incontro, conducendo per mano un figliuolino, per nome Policarpo. Domanda se questi sia da vendere[1], e udito che si, pagane il prezzo, e menalo con te a casa; sappi che esso è nato nell’Oriente.» Ciò udito, Callista tutta piena di gioia immantinenti si alzò, e venuta là ove l’angelo avevale indicato, trovò ogni cosa appuntino come erale stato detto. Avendo poi sborsato il prezzo che le fu chiesto, tutta lieta si condusse {8 [104]} a casa Policarpo. E siccome questi mostrava una grande inclinazione alla pietà, ed era docile assai e modesto, così ella gli prese amore di madre: ed avendo dovuto assentarsi da casa per qualche tempo, lo fece amministratore generale e dispensiere d’ogni suo avere.
            Policarpo, come è l’uso di tutti i cristiani veramente pii, sentivasi in cuore una viva compassione dei poveri, e cercava di alleviarne le miserie. Quindi è. che quando usciva di casa, vedove, orfani e poveri d’ ogni specie s’accostavano a lui, e lo pregavano di soccorrerli. Ed egli lasciandosi vincere dalla pietà, loro distribuiva olio, vino, pane e danaro, confidando che la sua padrona non lo avrebbe a male, veggendo che essa era di cuore assai pio e inclinato al bene. Ma avendo continuato a largheggiare in queste elemosine senza porvi alcun limite, avvenne che tutte le provvigioni ben tosto furono esauste, e non ne rimase più nulla nelle celle. Frattanto Callista ritornò: ed ecco uno dei servi pieno di livore nell’animo avvicinarsi a lei, e avvertirla, che Policarpo, in cui essa aveva messo cotanta fiducia, aveva dato fondo ad ogni {9 [105]} cosa. Le quali infauste notizie commossero si fattamente Callista e accesero tale sdegno nell’ animo di lei, che pensando non fosse Policarpo avesse sprecato tutte le sue ampie provvigioni in stravizzi e bagordi, appena entrata in casa, lo chiamò, e fattesi dare le chiavi entrò nelle celle a farne diligente esame. Ma quale non fu il suo stupore, quando le vide ripiene come le aveva lasciate alla sua partenza? Allora lo sdegno concepito contro il suo giovane servo convertissi in collera sfrenata contro chi glielo aveva denunziato siccome scialacquatore, ed essa stava per punirvelo severamente; ma Policarpo si intromise in favore del suo accusatore, dichiarando, che realmente egli aveva distribuito ai poveri la roba di lei, ma che Iddio aveva mandato il suo angelo e per mezzo di lui avevale restituito ogni cosa. Callista in udire ciò, rimase piena di maraviglia, e imparando vie più a stimare Policarpo, lo adottò per figliuolo, e morendo gli lasciò in eredità tutto il suo avere. {10 [106]}

CAPO III.PROGRESSI DI S. POLICARPO NELLA VIRTÙ E NELLA SCIENZA.
            Dopo la morte di Callista, Policarpo rimasto pienamente libero di se stesso, diedesi vie maggiormente a Dio. Il gran pensiero dell’eterna vita gli stava sempre fisso nella mente; e non cessava mai dal riflettere, che noi siamo fatti per l’eternità, e che siamo quaggiù solo per qualche tempo, e come pellegrini, mentre la nostra patria è la Gerusalemme celeste. Quindi egli spendeva ogni dì lunghe ore nella meditazione delle S. Scritture, e faceva molta orazione, e donava ai poveri quanto più poteva, convertendo in loro soccorso non solo i suoi averi, ma anche il frutto della sua industria. Anzi per potere essere liberale verso dei poveri egli scarseggiava verso di se stesso; poichè si contentava di cibo semplice assai, e nelle vesti mirava solo a ripararsi dal freddo, aborrendo da ogni vanità.
            Quantunque giovane, aveva nell’ aspetto la serietà di un uomo maturo, e {11 [107]} nel camminare era grave, e come di persona avanzata in età, e il cuore aveva pienamente libero da ogni affetto alle cose terrestri. Era così modesto, che se alcuno fissava in lui gli occhi, la sua verecondia ne pativa: e si guardava attentamente da coloro che erano vani e ciarlieri; che se non li poteva schivare, procurava di parlare solo quanto bastava alle regole della prudenza, e poi taceva. Ma dalla gente malvagia tenevasi lontano come da cani rabbiosi. Che se conosceva taluno, dalle cui parole od azioni sperasse trarre profitto, allora egli lo frequentava e procurava di imitarne i buoni esempi.
            Era cosi caritatevole, che quando fuori di città incontrava poveri, specialmente vecchi, che portavano legna al mercato, egli sentendo compassione della loro fatica, loro dimandava se speravano di vendere quella legna appena che fossero entrati in città. E avutone per risposta che spesso non riusciva loro di venderla prima della sera, egli la comperava, e pagatone il prezzo, faceva portare quella legna alle vedove che abitavano presso alle porte della città.
            Come poi giunse all’ età virile, fecesi {12 [108]} ad amare la virtù con ardore più intenso. Imperocchè decise di rimanere celibe e consacrarsi a Dio colla castità perfetta, onde potere liberamente servirlo e amarlo con tutto il suo cuore.

CAPO IV. È PROMOSSO AL SACRO ORDINE DEL DIACONATO E DEL SACERDOZIO.
            A quei tempi era vescovo di Smirne un certo Bucolo, il quale accortosi della pietà, della modestia e purità e altre belle doti di Policarpo, e veduto come esso desiderasse ardentemente d’istruirsi nelle scienze sacre, gli prese un amore singolare e lo guardava come suo figlio. Anche Policarpo amava il suo vescovo con amore di figlio, e lo teneva in conto di padre, recandosi spesso a udirne le prediche, e a riceverne le lezioni, e procurando di portargli ogni riverenza che potesse[2]. Bucolo pertanto animato da {13 [109]} vivissimo desiderio di provvedere alla Chiesa dei sacerdoti pieni di zelo, pose gli occhi su Policarpo; e pensò che i fedeli e la causa di Dio ne guadagnerebbero assai ove Policarpo assumesse sopra di sè 1′ esercizio del santo ministero. Epperò chiamatolo a sè, alla presenza dei cattolici, che tutti di comune accordo diedero la loro approvazione, gli conferì l’ordine sacro del Diaconato.
            L’uffizio dei diaconi a quei tempi era assai {14 [110]} più importante, che non è al presente. Imperocchè essi dovevano aiutare il vescovo nell’amministrazione della diocesi e nella cura spirituale e anche temporale del gregge. Era loro dovere l’istruire non solo i fedeli, ma anche gli idolatri, che mostravano inclinazione a farsi cristiani: epperò era necessario che conoscessero a fondo tutte le dottrine del S. Vangelo, e sapessero esporle bene e con frutto di chi li ascoltava. Era pure loro dovere lo assistere alla celebrazione dei santi misteri, lo invigilare che nei luoghi sacri ogni cosa procedesse con ordine, lo amministrare il santo Battesimo, il portare il SS. Viatico agli infermi, visitare i cristiani che erano in carcere per causa della fede, e loro procurare tutti i soccorsi spirituali e corporali che loro occorrevano. Era infine obbligo dei diaconi il ricevere le oblazioni dei fedeli, e con queste sovvenire alle necessità dei poveri, specialmente quando erano ammalati, e sovrattutto aiutare le vedove e gli orfani. Egli è chiaro che il diacono allora non poteva riuscire bene nel suo santo ministero, senza, essere una persona gradita a tutti: ed è per questo che i vescovi usavano allora chiedere {15 [111]} una buona testimonianza dei fedeli prima di promnovere alcuno a un uffizio sì delicato. Egli è chiaro altresì, che a compiere tutti gli obblighi di un tale ministero si richiedevano persone fornite di gran zelo, gran carità, gran prudenza e pietà, e soprattutto ben fondate nella santa castità, acciocchè potessero star saldi in mezzo a tutti i pericoli fra i quali dovevano trovarsi. Ora da ciò si può intendere quale grande stima Bucolo e tutti i cattolici di Smirne facessero delle virtù di Policarpo, eleggendolo a un uffizio sì importante. Ma non è da stupire che ed il vescovo e i fedeli concorressero in questa scelta, mentre Pionio ci dice, che Iddio stesso aveva fatto palese la santità di Policarpo coll’operare prodigi a intercessione di lui, e concedergli la grazia di risanare molti infermi e cacciare lo spirito infernale da molti indemoniati.
            Fatto diacono, confermò pienamente colla sua santa condotta le speranze concepite da lui; e mostrandosi pieno dello stesso spirito, di cui era stato ripieno il diacono S. Stefano, con gran libertà confatava i Giudei, i Gentili e gli Eretici, e arrendendoci alla persuasione del suo {16 [112]} vescovo, benchè per modestia vi sentisse gran ripugnanza, fecesi pure a predicare i santi misteri agli stessi cattolici. Ad essi esponeva le cose sì chiaramente, che i suoi uditori attestavano che loro pareva di vedere cogli occhi propri, non che udire, quanto il santo diacono loro predicava.
            Il sacerdozio a que’ tempi si conferiva solo a un’età già avanzata, acciocchè coloro che ne venivano insigniti potessero avere la maturità e prudenza necessaria, ed è per questo che i sacerdoti erano chiamati preti, parola che significa persone attempate.[3] Bucolo faceva tanta stima di Policarpo, che avrebbe voluto ordinarlo sacerdote molti anni prima, se le leggi della Chiesa non gliel’ avessero proibito: ma subitochè questi arrivò all’età fissata, che a quei tempi era verso i 30 anni, e i capelli, che già incominciavano a imbianchire erano prova, ch’esso era uomo maturo, Bucolo si fece premura di promuovere il suo caro discepolo alla dignità altissima e sovrumana di sacerdote di Gesù Cristo. Tutti i fedeli di Smirne applaudivano {17 [113]} alla intenzione del loro pastore; e tutti ardentemente desideravano di vedere il loro diletto Policarpo adorno del carattere sacerdotale. V’era però un solo, che si opponeva, e che contrastava al desiderio comune; e questi era Policarpo, che quanto più era realmente degno di quell’onore, altrettanto se ne riputava indegno. Egli tremava al pensiero, che Iddio potesse punirlo, ove senza le disposizioni richieste egli osasse avanzarsi a tanta dignità. Ma una visione celeste venne a confortarlo, e a renderlo persuaso essere volere di Dio, che esso cedesse alle esortazioni dei buoni, e si lasciasse ordinare sacerdote.
            Poichè Policarpo si vide sollevato a tanto onore, si accese di zelo vie più fervente, e si pose a predicare Gesù Cristo con tanta efficacia, che molti idolatri illuminati dalle sue istruzioni, aprirono gli occhi della mente, e abbracciarono la fede cristiana.

CAPO V. È FATTO VESCOVO DI SMIRNE, SUO ZELO NELL’EPISCOPATO.
            Frattanto Bucolo. breve tempo appresso, dopo aver lungamente governato la chiesa {18 [114]} di Smirne, fu chiamato a ricevere il premio delle sue fatiche: ma prima che passasse da questa all’altra vita, il Signore lo consolò col rivelargli che Policarpo gli succederebbe nella carica. La qual còsa recò tanta gioia al buon vecchio, che quando era sul morire, si prese la mano di Policarpo, e se la pose sul petto e poi sul volto, per mostrargli com’egli trasmettesse a lui il potere di fare tuttociò ch’egli aveva fatto colle facoltà dell’ anima e del corpo per la gloria di Dio. Quei che erano presenti alla morte del loro pastore già cominciavano a tenere tra loro ragionamenti sull’eleggergli per successore Policarpo, benchè questi non vi pensasse per nulla, come quegli, la cui mente era del continuo assorbita dalle cose eterne. Ma venuta l’ ora di rendere gli ultimi uffizii al vescovo defunto, e portatone il cadavere al cimitero della Basilica detta Efesiaca, tutti concordemente fecero istanza a Policarpo che celebrasse la messa in suffragio dell’anima del loro pastore; il che era un dirgli che volevano lui per successore. Vennero poscia i vescovi delle città vicine per fare la elezione; o insieme coi vescovi venne molta gente da varie {19 [115]} parti, perocchè molti conoscevano già Policarpo, molti desideravano di vedere un personaggio, di cui udivano magnificarsi i meriti; e tutti si aspettavano di vederlo promosso alla dignità vescovile. I vescovi si radunarono nel luogo ove la elezione doveva farsi, e coi vescovi erano tutti i preti e diaconi di Smirne insieme con gran numero di fedeli. Dicesi che uno splendore insolito venisse dal cielo, e agli occhi degli astanti rendesse Policarpo radiante d’una luce sovrumana, e il mostrasse come ammantato di ricca porpora, con una bianchissima colomba sovra il capo. Si fece orazione, si lessero le Sante Scritture, e si tenne un sermone. I vescovi e gli altri ecclesiastici quivi presenti, non poterono a meno di approvare tale elezione, veggendo che la volontà di Dio erasi manifestata in modo cosi sensibile; epperò di comune consenso, Policarpo, che probabilmente aveva poco più di 30 anni, fu chiamato ad essere vescovo di Smirne. Non è a dire le lagrime che sparse Policarpo quando si vide innalzato a un posto che è formidabile agli stessi angeli: ma benchè egli tremasse al pensiero di un {20 [116]} carico sì pesante, pure dovette sottoporvi le spalle e lasciare che ì vescovi presenti lo consacrassero, imponendogli le mani.
            S. Girolamo, la cronaca delle chiese d’Alessandria in Egitto, Usuardo nel suo martirologio, ed altri ci dicono che Policarpo fu ordinato vescovo di Smirne da s. Giovanni l’evangelista. Bisogna perciò conchiudere che, o s. Giovanni mandò l’ordine di eleggere Policarpo, o egli stesso intervenne a quella adunanza, od approvò la elezione fatta dai vescovi. È cosa chiara, che siccome s. Giovanni aveva cura speciale delle chiese dell’ Asia, così finchè egli visse, nessuno fu ordinato vescovo di alcune di quelle chiese senza che egli in qualche modo concorresse a quell’ ordinazione o almeno vi desse il suo consenso.
            Appena fu consacrato, incominciò ad esercitare il suo uffizio col predicare al popolo che era accorso alla sua elezione, e nella predica, dopo avere parlato della difficoltà estrema che incontrasi nel compiere esattamente gli obblighi di vescovo, si raccomandò caldamente alle preghiere di tutti, ed esortò i sacerdoti e diaconi della sua diocesi ad aiutarlo col loro zelo nel grave incarico. Nè Pionio, nè altri, non {21 [117]} ci lasciarono scritto minutamente le molte cose che Policarpo deve avere fatto pel bene delle anime, mentre che esso fu vescovo; nulladimeno egli è chiaro, che un uomo cosi zelante, cosi pio e casto, cosi umile e modesto, e che aveva adempito gli obblighi di diacono e sacerdote con tanta edificazione e tanta soddisfazione di tutti i fedeli, non poteva a meno di essere tutto fervore per la conversione degli idolatri e dei peccatori. Infatti Pionio ci dice, che esso visitava tutte le chiese della sua diocesi, a fine di provvedere, che il culto divino si esercitasse ovunque in regola e si amministrassero i sacramenti. Stabilì varii diaconi, dando loro la cura delle chiese, e tra gli altri ordinò diacono un certo Camerio, il quale gli succedette poi nel vescovato dopo un certo Papizio; e a questo Camerio egli affidò la cura delle chiese della campagna. Il santo vescovo predicava spesso e sempre con una eloquenza da apostolo, e si adoperava col massimo calore, perchè si mantenesse viva la fede, e si osservassero i dì festivi, e si abbonisse il peccato.
            Iddio accresceva la efficacia della predicazione del santo vescovo col dono dei {22 [118]} miracoli, tra i quali si annovera specialmente, l’avere fermato un incendio che minacciava di recare guasti orribili; di avere fatto venire la pioggia in tempo di siccità, e di avere fatto cessare la inondazione delle acque ed ottenuta la serenità del cielo.
            E non è a stupire che Iddio si degnasse di onorare lo zelo e la santità di questo gran vescovo col dargli il potere di operare cose al dissopra delle forze della natura, dacchè Esso, quando mandò gli apostoli a predicare il vangelo agli idolatri, aveva detto loro: guarite gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, cacciate i demoni[4].
            Mentre era vescovo, ebbe la consolazione di dare ospitalità al suo caro condiscepolo s. Ignazio, vescovo di Antiochia, quando questi essendo tratto a Roma, per essere esposto alle fiere, ebbe da soffermarsi a Smirne. E chi può imaginare il trasporto d’affetto di questi due santi vescovi e martiri, quando si abbracciarono a vicenda?
            Tra le altre cure che s. Policarpo si {23 [119]} prese sommamente a cuore, una si fu quella di allevarsi dei discepoli pieni di zelo, scienza e virtù, i quali propagassero l’evangelo, convertendo idolatri e confutando gli eretici. E si dà per certo, che Policarpo mandò varii de’ suoi discepoli nelle Gallie (che sono la Francia attuale), i quali tutti dopo avere predicato in quei paesi idolatri la fede cristiana, terminarono il loro apostolato col martirio. Fra questi discepoli di s Policarpo, il più illustre fu s. Ireneo, vescovo di Lione. Questo Santo ci narra, che il suo maestro fece un viaggio a Roma per ristabilire la pace della Chiesa, la quale era alquanto turbata da ciò, che non tutti andavano d’accordo sul giorno in cui dovevasi celebrare la solennità della Pasqua: mentre altri la celebravano il giorno 14 della luna di marzo, in qualunque dì della settimana esso potesse cadere, e altri la celebravano la domenica seguente, secondo la pratica introdotta da s. Pietro ed osservata costantemente a Roma. S. Policarpo, a cui nulla stava più a cuore che la pace, la buona armonia e la carità, fece dal canto suo quanto potè per impedire, che i fedeli fossero divisi tra di loro, e onde riuscirvi, {24 [120]} determinò di abboccarsi col Sommo Pontefice, s. Aniceto, epperò di intraprendere il viaggio di Roma. A quei tempi simile viaggio era assai lungo e faticoso per tutti, ma lo era assai più per Policarpo, che allora già toccava oltre i 90 anni dell’età sua. Arrivato a Roma si portò dal Vicario di Gesù Cristo, e trattò con lui lungamente sul giorno, che i cristiani avevano da celebrare la Pasqua: e quantunque la questione per allora non potesse ricevere lo scioglimento che poi ricevette nell’ anno 325, quando il Concilio di Nicea decretò che la Pasqua aveva da essere solennizzata da tutti la prima domenica dopo il plenilunio di marzo; tuttavia s. Policarpo ottenne da papa Aniceto, che non venissero scomunicati quei che osservavano una pratica diversa; e che per questo punto di disciplina ecclesiastica, la Chiesa non avesse ad essere turbata da scismi.
            S. Policarpo, mentre si prendeva cura di questo affare, non cessava di esercitare il suo zelo nella conversione degli eretici, epperò s. Ireneo ci assicura, che durante il suo soggiorno in Roma, esso convertì molta gente che si erano lasciati ingannare dagli eretici Marcione e Valentino, {25 [121]} i quali insegnavano non esservi un Dio solo, ma molti dei. Il suo attaccamento alla fede cattolica, e il suo orrore per gli eretici era tale, che un dì mentre era in Roma l’eretico Mansione, essendosi avvicinato al santo vescovo, e avendo osato domandargli: «Mi conosci tu, e sai tu chi io sono?» S. Policarpo immantinenti risposegli: «si, ti conosco, e bene assai, imperocchè io so che tu sei il primogenito di Satanasso».
            Questo era uno dei punti essenzialissimi, sui quali s. Policarpo era pieno di attività e di fuoco, cioè il procurare che i cattolici conservassero la fede illibata, e per conseguenza stessero lontani dagli eretici. Per questo egli continuamente si adoperava per inspirare un grande orrore all’ eresia, e soleva raccontare, che l’apostolo s. Giovanni, un dì trovandosi ad Efeso, ed essendo entrato in un bagno, vi trovò là l’eretico Cerinto. Tale incontro lo colpì di tal timore, che immantinenti uscì, affermando, che siccome là entro era Cerinto, nemico della verità, così vi correva gran pericolo che l’edifizio crollasse in un istante e cadesse a terra.
            Non contento di propagare e difendere {26 [122]} la fede cristiana colla parola, si adoperò di propagarla e difenderla cogli scritti: e per questo scrisse molte lettere sia a persone private, sia alle chiese dell’Asia e di altri luoghi, in cui espose i dogmi della fede, con grande erudizione e forza. Peccato che di tutti i suoi scritti non ci rimane che una lettera ai cristiani di Filippi, detta da s. Girolamo utile assai.
            Non è senza probabilità, che quando l’apostolo ed evangelista s. Giovanni scrisse il libro dell’Apocalisse, s. Policarpo fosse vescovo di Smirne: epperò egli è a questo santo vescovo che dovrebbe riferirsi il magnifico elogio, che Gesù Cristo stesso fa di lui in questo libro, al capo secondo, ove così comanda a s. Giovanni: «E all’angelo[5] della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice Quegli che è il Primo e l’Ultimo, era morto ed ora è vivo; io conosco la tua tribolazione, e la tua povertà; ma tu sei ricco: e tu sei bestemmiato da coloro che chiamano se stessi giudei[6], ma non lo {27 [123]} sono, sibbene essi sono la sinagoga di Satanasso. Non temere alcuna delle cose che avrai da soffrire. Ecco che il diavolo getterà alcuni di voi in prigione, acciocchè voi siate provati; e voi avrete tribolazione per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, ed io ti darò la corona della vita». Dalle quali parole del nostro Redentore vedesi chiaro come s. Policarpo menava vita povera assai, mentre era ricco di meriti, ed era come nel crogiuolo della tribolazione, per parte degli idolatri e degli eretici, che lo perseguitavano a morte. Ma egli era fermo nel servizio di Dio, e pronto a tutto patire, e a morire mille volte piuttosto che tradire la fede, o mancare al suo dovere. Quindi è che rincuorato da questa raccomandazione del suo divin Salvatore, terminò la sua carriera mortale con un glorioso martìrio. Imperocchè Marco Aurelio, imperatore dei Romani, avendo emanate leggi di sangue contro i cristiani, e specialmente contro i loro sacerdoti e vescovi, gli idolatri e Giudei di Smirne ne presero occasione per chiedere la morte di s. Policarpo al proconsole, e ottenere che esso fosse consegnato alle fiamme; in questa maniera procurarono il martirio di molti seguaci di G. C. {28 [124]}
            I fedeli di Smirne, come dicemmo sul principio, scrissero una lettera a quei di Filadelfia, e ai cristiani di tutto il mondo, nella quale descrivono minutamente la santa morte del loro pastore: la quale lettera è così bella e cosi edificante, che noi crediamo di far cosa gradita ai nostri lettori col riprodurla quasi per intero.

CAPO VI. MARTIRIO DI S. POLICARPO, QUALE È DESCRITTO NELLA LETTERA DEI FEDELI DI SMIRNE.
            «La chiesa di Dio, che abita a Smirne, alla chiesa di Dio che è a Filadelfia, e a tutte le parrocchie di qualunque luogo della Chiesa santa e cattolica: si moltiplichi la pace e carita da Dio Padre e da Gesù Cristo Signor nostro.
            O Fratelli, vi abbiamo scritto intorno a coloro che subirono il martirio, e riguardo al beato Policarpo, il quale in certo modo, con la sua confessione; pose il sigillo alla persecuzione, e la estinse.
            … Chi è che non ammiri la generosita dell’anima sua, la sua costanza, la {29 [125]} sua carita verso Dio? Altri furono battuti si crudelmente da spietati colpi di sferza, che si poteva vedere l’interna struttura delle vene, delle arterie e della carne: ma essi sopportarono questo supplizio si fortemente, che gli astanti stessi ne sentivano compassione. Altri giunsero a tale costanza, che nè una parola nè un gemito uscì loro di bocca: e tutti questi martiri di Cristo, generosi oltre modo, ci mostrarono che, mentre la loro carne si trovava fra i tormenti, le loro anime in certo modo erano lontane; o piuttosto Cristo era presente e conversava con loro; ed essi obbedendo alla grazia divina, disprezzavano le torture di questo mondo, e col patire di un’ora, si riscattavano dai tormenti eterni. Il fuoco era per essi quasi un ristoro della crudele carnificina che avevano subito: imperocche la sola cosa che essi avevano in mente, era di schivare l’eterno incendio che non si spegne mai; e cogli occhi della mente già vedevano i beni che sono riservati a chi persevera. Beni, che nè occhio vide, nè orecchio udì, nè possono essere intesi dalla mente dell uomo: ma Iddio li aveva fatti loro {30 [126]} capire, come se essi fossero stati angeli e non uomini. Similmente, condannati ad essere esposti alle bestie feroci, essi sostennero dolori acerbissimi; e furono pure esposti alle spade, e sottoposti ad altri crudeli supplizi, acciocchè, se fosse stato possibile, il tiranno, colla lunghezza delle pene, li potesse costrignere a rinnegare la fede».
            «Satanasso pose in opera molti artifizii contro di essi: ma dobbiamo ringraziare Iddio che non potè prevalere contro alcuno di loro. Un certo Germanico, d’animo generosissimo, combattendo da valoroso contro le bestie feroci, colla sua costanza infuse coraggio in chi era di cuor pusillanime. Imperocchè il Proconsole volendo persuaderlo a rinnegare la fede con suggerirgli che sentisse compassione della sua età, egli stesso con dei colpi provocò una bestia feroce contro di sè per liberarsi più presto da questo mondo empio ed ingiusto. E fu allora che tutta a moltitudine ammirando la pia e religiosa magnanimità dei cristiani, gridò ad alta voce: distruggi gli empi, si cerchi di Policarpo.» {31 [127]}
            «Ma un certo cristiano per nome Quinto, che era venato di fresco dalla Frigia, vedute le fiere si sentì venir meno il coraggio; e questi di sua spontanea volontà aveva esposto se stesso ed altri al martirio: e il Proconsole esortandolo con molte ragioni, lo indusse a giurare per gli Dei, e a loro offrire sacrificio.»
            «Perlochè noi non lodiamo coloro che si offrono da loro stessi al martirio; conciossiachè questo non sia conforme all’insegnamento del Vangelo.»
            «Come l’ammirabile Policarpo udì queste cose, non si turbò punto di cuore, e sulle prime voleva rimanersi nella città. Molti però lo persuasero di allontanarsi; ed egli si ritirò in una casa di campagna non lungi dalla città, ove fermossi con pochi, e dì e notte non fece altro che pregare per le chiese di tutto il mondo, come era il suo costume. Or mentre attendeva all’orazione, tre giorni prima ch’ ei fosse catturato, fu rapito in estasi, e gli parve di vedere il suo capezzale in fiamme: e voltosi agli astanti, disse, in tuono di profeta: io ho da essere abbruciato vivo. Aspettandosi coloro, che lo cercavano, {32 [128]} Policarpo passò ad un’ altra casuccia; e subito si presentarono coloro che ne indagavano i pàssi; e non trovandolo, si impadronirono di due giovanetti, dei quali uno costrettovi dai tormenti scopri il luogo ove era Policarpo. Adunque avendo seco quel giovanetto, nel dì della Parasceve[7], all’ora di pranzo, i persecutori uscirono insieme con cavalieri muniti delle armi consuete, affrettandosi come se avessero da catturare un ladro. E sul far della notte arrivati ad una certa casetta, il trovarono nascosto nel soppalco superiore. Per certo egli avrebbe ancor potuto fuggirsene in altro luogo; ma non volle e disse: facciasi la volontà di Dio.
            Adunque udito ch’essi erano venuti, discese di suo spontaneo volere, e loro parlò, mentre tutti erano maravigliati della sua età e costanza; e che essi avessero usate tante cautele per catturare un vecchio. Immantinenti comandò che loro si apprestasse da mangiare e da bere quanto loro piacesse, pregandoli a concedergli una sola ora da pregare {33 [129]} in libertà. E quegli acconsentendo, esso pieno della grazia di Dio, pregò sì a lungo, che appena in due ore pote metter fine all’orazione. Coloro che erano presenti ne facevano le maraviglie, e varii di loro sentivansi pentiti d’essere venuti a prendere un vecchio cosi pio. Com’ebbe finita la preghiera. … ed ebbe raccomandata tutta la chiesa cattolica sparsa per tutto l’universo, ed essendo venuta l’ora di partire, il posero sopra di un asino, e s’ incamminarono  verso la città il dì del sabbato.»
            «Ma un Irenareo soprannominato Erode, e Nicete di lui padre gli vennero incontro dentro un carro, e presolo in mezzo a loro, si sforzavano di indurlo a fare a loro modo, dicendogli: che male vi ha mai a dire, signor Cesare, e poi offrire un sacrifìcio, e cosi salvare te stesso? Egli sulle prime non diede loro risposta, ma essi instando vie più, disse: non sarò io mai per fare quello che mi suggerite. Allora quegli delusi nella speranza che avevano di tirarlo nel loro partito, prorompono in insulti contro di lui, e lo gettano giù del carro con tal violenza, che cadendo si offese una {34 [130]} gamba e zoppicava non poco. Tuttavia per niente commosso, e come se non avesse ricevuto alcun incomodo continuò il suo viaggio verso l’anfiteatro, sforzandosi di camminare a passo spedito.
            Nell’anfiteatro vi era un grandissimo tumulto, sicchè non era possibile udire alcuna cosa. Or mentre Policarpo vi entrava, una voce udissi dal cielo: Policarpo, sta forte, combatti da valoroso: e nessuno poteva vedere quello, da cui veniva quella voce; ma la voce stessa fu udita da molti de’ nostri che erano presenti. Del resto grande era il tumultuare della moltitudine per aver udito che Policarpo era stato preso. Il Proconsole, fattoselo venire innanzi, lo interroga, se esso sia Policarpo: e questi avendo risposto che si, il Proconsole lo esorta a rinnegare Cristo, dicendogli: rispetta la tua età, giura per la fortuna di Cesare, pentiti, di: distruggi gli empi, ed altre simili cose secondo il costume di costoro. Ma Policarpo con volto grave e tranquillo, fissando lo sguardo su tutta la moltitudine degli empi gentili, che erano nell’anfiteatro, stese {35 [131]} la mano verso di loro, e con gemiti alzando gli occhi al cielo, disse: disperdi gli empi. Il Proconsole poi facendo istanza, e dicendogli: giura, ed io ti lascierò andar libero, insulta a Cristo; Policarpo rispose: sono ottantasei anni che servo a lui, e non mi recò mai danno alcuno. E come potrei io bestemmiare il mio re che mi ha salvato? Il proconsole continuando a stimolarlo con dire: giura per la fortuna di Cesare; esso rispose: mi guardi Iddio dal giurare, come tu dici, per la fortuna di Cesare. Tu fingi di ignorare chi io mi sia; ascolta, che io parlerò con libertà. Io sono cristiano: e se ti aggrada: intendere la ragione della fede cristiana, dammi tempo a ciò, e ascoltami. Il Proconsole ripigliò: va ad insegnare la tua religione al popolo. Policarpo soggiunse: io stimo che si convenga di esporne la ragione a te; imperocchè ci fu insegnato che noi dovessimo stare soggetti a’ magistrati e alle podestà stabilite da Dio nelle cose oneste; e loro rendere obbedienza in ciò che non rechi danno alcuno alla salvezza dell’anima nostra: ma io non stimo questa moltitudine degna che le si renda ragione {36 [132]} della nostra fede. Il Proconsole disse: io ho delle fiere e loro ti esporrò, se tu non cangi parere. Falle venir fuori, rispose Policarpo, imperocchè si deve ricusare quel pentimento che da ciò che è meglio ci conduce a ciò che è peggio. E il Proconsole: dacchè tu non fai caso delle fiere, se non mostri pentimento, ti farò consumare dal fuoco. Al che Policarpo replicò: tu minacci a me un fuoco, che arde solo per un’ora, e si spegne ben presto; imperocchè tu ignori i supplizii dell’ altro mondo, e il fuoco di eterna condanna, che là sta apparecchiato agli empi.»
            «Policarpo dicendo queste ed altre cose simili, si riempì di fiducia e di gaudio, e tanta era la grazia che gli compariva sul volto, che non solo non si perdeva d’animo, nè si turbava per le cose che gli erano state dette; ma per contro lo stesso Proconsole ne era maravigliato.»
            «Questi nullàdimeno mandò un banditore in mezzo all’ anfiteatro e comandogli di gridare ad alla voce per tre volte: Policarpo ha confessato d’essere cristiano. La qualcosa avendo quegli proclamato, {37 [133]} tutta la turba de’ gentili e giùdei, che abitavano a Smirne; con impeto di animo sfrenato presero a gridare con quanta voce avevano in gola: questi è il maestro di empietà, questi e il padre dei cristiani, questi è lo sterminatore de’ nostri dei, il quale allontanò molti dai sacrificii e dalla venerazione degli dei. Dicendo queste cose, facevano schiamazzi, e pregavano Filippo governatore dell’Asia, che mandasse un leone contro di Policarpo; ma Filippo rispose che ciò non gli era permesso, perchè i giuochi delle fiere erano già terminati. Allora tutto il popolo domandava con alte grida, che Policarpo fosse abbruciato vivo … e appena ciò detto, tutti dalle officine e dai bagni si diedero a portar fuori legna e sermenta per farne una catasta: e coloro che in cio mostravano più calore ed attività erano secondo il solito i Giudei. Quando il rogo fu costrutto egli svestendosi da se stesso, deposto il cingolo, si adoperava a sciogliersi i calzari, il che egli non aveva mai fatto per lo innanzi perchè tutti i fedeli andavano a gara chi di loro il primo toccasse quel sacro corpo. {38 [134]} Imperocchè egli prima del martirio aveva operato cose preclare e sante; e in tutta la sua condotta aveva imitato Iddio.
            Immantinenti si adoprano gli instrumenti per quel supplizio: ma quando il vollero configgere con chiodi, lasciate ciò per ora, egli disse, imperocchè chi mi diede grazia da sopportare il fuoco, mi concederà pure di rimanere immobile nel fuoco senza alcun bisogno che io sia tenuto con chiodi. Quelli poi, benchè non lo conficcassero con chiodi, pure lo legarono con catene. Adunque avendo le mani legate dietro il dorso, quasi egli fosse qualche insigne montone scelto tra un numeroso gregge, per essere offerto in olocausto accettevole, alzati gli occhi al cielo, pregò cosi: Signore Iddio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto figlio Gesù Cristo, per mezzo di cui noi abbiamo ricevuto la cognizione di te, Dio degli angeli e delle podestà, e di tutte le creature, e d’ogni classe di giùsti, i quali vivono nel tuo cospetto; io ti benedico, perchè in questo giorno e in questa ora tu mi fai degno di avere parte nel numero de’ tuoi martiri, nel calice di Cristo, nella risurrezione della {39 [135]} vita eterna; del corpo e dell’anima, nell’ incorruzione dello Spirito Santo; tra i quali martiri fa che noi siamo oggi ricevuti al tuo cospetto quel ostia pingue ed accettevole, siccome tu, Dio pero, e scevro d’ ogni menzogna, hai disposto, hai predetto e adempito. Laonde per tutte queste cose io ti lodo, benedico e glorifico insieme coll’eterno e celeste tuo figlio Gesù Cristo, col quale insieme collo Spirito Santo sia a te gloria ora e per tutti i secoli. Amen.
            «Avendo dello amen, e terminata la preghiera, i littori ai quali spettava la cura di costrurre la catasta, vi appiccarono il fuoco. Venendo poi fuori una fiamma altissima, noi vedemmo un gran miracolo, noi, ai quali fu concesso e i quali siamo riservati a narrare a tutti gli altri fedeli le cose avvenute. Imperocchè il fuoco prendendo come la forma di una volta, o quasi fosse la vela di una nave gonfiata dal vento, circondava tutto all’ intorno il corpo del martire, ed esso stava in mezzo, non già come carne abbruciata, ma come pane colto, oppure oro ed argento purificato nel camino coll’ardorè {40 [136]} del fuoco. E noi sentivamo tanta fragranza di odore soavissimo come se fosse venuto da incènso od altri preziosi aromi. Finalmente gli empi vedendo che il corpo di lui non poteva essere consumato dal fuoco, taluno ordinò, che il costruttore della catasta si avvicinasse di più, e vi conficcasse la sua spada. Ciò essendo stato eseguito, videsi una colomba a volare, e uscirne fuori tanta abbondanza di sangue, che spense il fuoco, e il popolo si maravigliò, che vi fosse tanta differenza tra gli infedeli e gli eletti, al numero dei quali venne aggregato l’ammirabile martire Policarpo. A’ nostri tempi egli fu vescovo della Chiesa cattolica a Smirne, e anche dottore apostolico e profetico. Imperocchè quanto usciva dalla bocca di lui, o era già stato adempito o certo doveva adempirsi.
            Ma quell’invidioso, maligno e scellerato avversario, sempre nemico della classe dei giusti, vedendo l’illustre
martirio di lui, che da’ suoi primi anni aveva menata una vita irreprensibile, e lui già rimunerato colla corona dell’immortalità, e in possessione d’una palma {41 [137]} certa e durevole, si adoperò con ogni premura e sollecitudine perchè, noi non ne togliessimo le reliquie, benchè molti avessero questa intenzione per rendersi in qualche modo partecipi della sacra corona di lui. Imperocchè suggerì a Nicete padre di Erode e fratello di Alces, di pregare il prefetto di non concederne loro il corpo, acciocchè non forse, egli diceva, abbandonando il crocifìsso, lui prendano ad adorare. E queste cose disse egli, mentre i Giudei davano simili avvisi, e con calore facevano simili istanze, i quali avevano pure guardato il corpo, quando noi volemmo trarlo dal fuoco: non sapendo, che noi non possiamo giammai essere indotti ad abbandonare Cristo, il quale patì per la salute di coloro che si salvano in tutto il mondo, il giusto per gli iniqui, o che onoriamo alcun altro: poichè noi adoriamo lui che è il figlio di Dio: ma i martiri, che sono come i discepoli ed imitatori del Signore, noi li amiamo giustamente a cagione della eccellente loro carita verso il proprio Re e maestro, dei quali voglia Dio che noi possiamo essere e condiscepoli e partecipi.» {42 [138]}
            «Adunque il centurione, veduta l’ostinazione de Giudei, pose il corpo in mezzo al fuoco, e l’abbruciò. Cosicchè noi raccogliendo poi le ossa di lui siccome oggetti più preziosi delle gemme, le riponemmo in luogo conveniente, dove, quando ciò potrà farsi, Iddio ci concederà di raunarci, e celebrare il dì del martirio di lui con gaudio ed esultanza a memoria di coloro che terminarono la, loro battaglia, e ad eccitamento dei posteri, e per preparare lo spirito a cose simili.
            Tutti raccontano queste cose del beato Policarpo che insieme cogli altri dodici, che vennero da Filadelfia, subì il martirio.
            Voi certamente ci richiedeste di scrivervi a lungo le cose che accaddero: ma noi per ora ve le abbiamo indicate solo per sommi capi, mandandovi questa lettera per mezzo del nostro fratello Marco. Quando poi l’avrete letta, mandatela anche ai fratelli lontani, acciocchè essi pure diano gloria al Signore, il quale tra’ suoi servi fece una simile scelta, e che colla sua grazia e col suo dono può introdurre tutti noi nel suo eterno regno per mezzo del suo unigenito Gesù {43 [139]} Cristo, a cui sia gloria, onore, imperio, maestà per tutti i secoli. Amen.
            Salutate tutti i santi: tutti quelli che sono con noi vi salutano: anche Evaristo il quale scrive la lettera, e tutta la sua famiglia.»
            Egli pare assai verisimile che il martirio di s Policarpo accadesse il 26 marzo, nel dì del sabato santo, nell’anno 169 dell’era cristiana, essendo il santo vescovo in eta di anni 102.

CAPO VII. OSSERVAZIONI A FARSI SULLE COSE SOPRADDETTE.
            La prima osservazione è, che dobbiamo sentire un vivissimo attaccamento alla fede cattolica, e riguardare questa fede come il tesoro più prezioso, conciossiachè senza di essa non siavi la salute eterna e per conservarci gelosamente questo tesoro, noi dobbiamo stare lontani dagli eretici, perchè venendo in contatto con essi, noi correremmo pericolo di perdere un tesoro di tanto valore. Anche s. Giovanni benchè fosse l’apostolo della carità, pure aveva gli eretici in tanto orrore, che non volle {44 [140]} rimanersi nel bagno in cui era entrato, subitochè seppe che dentro vi era l’eretico Cerinto, e s. Policaipo disse all’eretico Marcione, che esso conosceva in lui il primogenito di Satanasso.
            La seconda osservazione a farsi, è che nessuno deve mai presumere di fare cose grandi senza che Iddio ve lo chiami; altrimenti si espone al pericolo di offendere gravemente Iddio invece di onorarlo. Epperò quei cristiani, i quali da se stessi vollero esporsi al martirio, presumendo di essere più coraggiosi che non erano; non stetterò saldi in mezzo ai tormenti, e rinnegarono la fede.
            La terza osservazione è che non è lecito di procurare a noi stessi la morte senza averne licenza da Dio: epperò quel certo Germanico il quale provocò la fiera contro di se stesso, perchè lo sbranasse, bisogna dire che avesse avuto qualche lume particolare del Cielo per fare ciò, altrimenti la Chiesa non lo onorerebbe siccome martire.
            La quarta osservazione e, quanto grande fosse la premura dei fedeli di quei tempi nel raccogliere le reliquie dei martiri, e riporle in luogo conveniente: e quale riverenza {45 [141]} portassero a queste reliquie. La qual cosa dimostra quanto giustamente la Chiesa anche a dì nostri continui ad inculcare lo stesso rispetto; e quanto siano da lodare quei cristiani i quali fanno stima delle sacre reliquie.
            La quinta osservazione è, che fino da quei tempi, cioè dal principio del cristianesimo i fedeli usavano festeggiare il dì anniversario della morte dei santi, come un giorno di trionfo, e in tal giorno si radunavano intorno alle loro reliquie, e facevano memoria di essi, eccitandosi vicendevolmente ad imitare le virtù. Il che dimostra quanto rettamente la Chiesa continui a onorare i santi e a celebrarne le feste.
            L’ultima osservazione è che tutti coloro i quali vogliono seguitare Gesù Cristo furono sempre calunniati e perseguitati dal mondo, e che se vogliono salvare l’anima, non bisogna temere il mondo, sibbene guardarci da esso, perchè non ci corrompa col suo veleno; e procurare di imitare i santi, praticando le loro virtù, e domandando a Dio la grazia di perseverare sino alla fine nell’osservanza de’ suoi precetti a costo di qualunque sacrifizio. {46 [142]}
———————–

[1] A quei tempi la schiavitù era universale, e in assai luoghi i tre quarti degli abitanti erano schiavi, cioè venduti come giumenti.
[2] S. Ireneo, S. Eusebio, S. Girolamo, e tutti gli antichi sono concordi nel dire, che S. Policarpo fu discepolo di S. Giovanni l’evangelista, e che conversò con molti di coloro che avevano veduto il Signore. Adunque bisogna, che o S. Giovanni venisse spesso a Smirne e Policarpo si facesse premora di recarsi immantinenti ad ascoltarlo, o che Policarpo si recasse frequentemente là, ove abitava o trovavasi S. Giovanni, per riceverne gli ammaestramenti. Probabilmente amendue queste supposizioni sono vere, essendo oltre modo probabile che S. Giovanni da Efeso sua sede principale, venisse frequentemente a Smirne, e Policarpo si recasse sovente a Efeso. Parimenti bisogna dire, che egli si facesse uno studio di conversare con quanti avevano veduto e udito Gesù Cristo, dei quali molti dovevano ancora sopravvivere quando Policarpo era giovane, e che li interrogava e procurava di tenere bene a memoria quanto essi narravano delle parole o dei fatti del nostro Divin Maestro.
[3] Presbita propriamente significa una persona, che per la sua età avanzata, ha già la vista indebolita.
[4] Matt. cap. 10, v. 8.
[5] La parola angelo significa ambasciatore, e qui significa vescovo, che è un ambasciatore di Dio.
[6] Giudei significa lodatori di Dio.
[7] Il Venerdì Santo.

La Trasfigurazione, di Pietro Perugino, 1498, Collegio del Cambio, Perugia

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Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2013 |Pas de commentaires »

COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE DELLA II DOMENICA DI QUARESIMA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/09-10/03-Quaresima-C_10/Omelie/02-Domenica-FM.html

TEMPO DI QUARESMIA -  ANNO LITURGICO C   / 2a Domenica di quaresima

COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE   

Introduzione:
La Prima lettura delle cinque domeniche di Quaresima disegna un percorso lungo l’intera storia biblica, dalla creazione ai patriarchi a Davide ai profeti. Questo itinerario biblico, che sarà ripercorso nella grande Veglia pasquale, tende alla Pasqua di Cristo, piena rivelazione e compimento del disegno salvifico di Dio. La Seconda lettura e i brani del Vangelo propongono a loro volta un itinerario cristologico. Nella seconda domenica di Quaresima il vangelo della Trasfigurazione ci fa contemplare in anticipo il mistero della morte e della glorificazione di Gesù.
1a LETTURA:  Dio stipula l’alleanza con Abramo fedele (Gn 15,5-12.17-18)
Salmo Responsoriale : (Sal 26) Rit. Il Signore è mia luce e mia salvezza
2a LETTURA:   Cristo ci configurerà al suo corpo glorioso (Fil 3,17-4,1)
Canto al Vangelo:  Lode e onore a te, Signore Gesù
VANGELO: Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto (Lc 9,28b-36)
Commento esegetico

PRIMA LETTURA (GN 15,5-12.17-18).
Una delle tappe più importanti della storia biblica è l’alleanza con Abramo. Preceduta dall’alleanza con Noè e approfondita dal patto del Sinai, essa prefigura e prepara la nuova ed eterna alleanza realizzata per mezzo del sacrificio di Cristo.
Con la chiamata di Abramo (Gn 12,1-9) Dio inizia una fase nuova della storia della salvezza. Essa è accompagnata da una « benedizione »: « in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra ». La promessa della discendenza (« Farò di te un grande popolo ») si completa con una seconda promessa: « Tutto il paese che tu vedi lo darò a te e alla tua discendenza per sempre » (13,15). Rispondendo ad Abramo, che si lamenta di non avere figli, il Signore gli assicura un erede: « Guarda in cielo e conta le stelle… Tale sarà la tua discendenza » (v. 5): il dono di Dio è totalmente gratuito e supera le sue attese. Abramo « credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia » (v. 6): la fede di Abramo nella parola di Dio ne fa un modello sia per gli ebrei (cf. Sir 50,20) sia per i cristiani (cf. Gal 3; Rm 4; Eb 11,8-19). E, poiché egli chiede: « Come potrò sapere che avrò il possesso [della terra promessa]? », il Signore risponde con un solenne giuramento all’interno di una visione simbolica (vv. 7-19), che drammatizza l’alleanza tra Dio e il patriarca.
Nel c. 17 della Genesi si legge una nuova versione dell’alleanza. Apparendo ad Abramo, il Signore gli dice: « Ecco, la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli… Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te ». Segno dell’alleanza sarà la circoncisione, che distinguerà la stirpe di Abramo dai popoli vicini.
Paolo interpreta la vicenda del patriarca dal punto di vista cristiano: figli di Abramo sono « quelli che camminano sulle orme della fede del nostro padre Abramo » (Rm 4,12), « il quale è padre di tutti noi… che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore » (Rm 4,12.16.24; cf. Gal 3,7). Così, l’alleanza con Abramo non riguarda solamente Israele « secondo la carne » (cf. 1 Cor 10,18), ma « tutto l’Israele di Dio » (cf. Gal 6,16).

LA SECONDA LETTURA (FIL 3,17-4,1)
è un preannuncio della Pasqua di risurrezione. Paolo sta polemizzando con predicatori cristiani giudaizzanti, i quali vogliono imporre la circoncisione ai gentili che hanno abbracciato la fede. Alla « giustizia derivante dalla Legge » egli contrappone la « giustizia che viene da Dio, basata sulla fede » e, a questo riguardo, ricorda la propria conversione. In questo senso invita tutti a seguire il suo esempio (« fatevi… miei imitatori »; cf. 3,17; 1 Cor 4,16; 11,1). Molti, invece, « si comportano da nemici della croce di Cristo ». L’Apostolo non sta parlando di non credenti, bensì di coloro che la « rendono vana » con l’esigere la circoncisione e l’osservanza della Torà. Più volte egli ha messo in guardia da questo errore; ora ripete il suo monito « con le lacrime agli occhi ». Rincarando la dose, aggiunge che i falsi maestri hanno per dio « il ventre », con riferimento probabilmente alle osservanze alimentari giudaiche (cf. Rm 14,1ss), ma potrebbe anche alludere a licenze sessuali (« si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi »). In ogni caso, i nemici della croce di Cristo « non pensano che alle cose della terra »; la loro sorte finale sarà « la perdizione » eterna.
In contrasto con tale atteggiamento, Paolo indirizza gli sguardi al futuro ultimo, che sotto un certo aspetto è già presente per i credenti: « La nostra cittadinanza… è nei cieli », la dimora di Dio, che un giorno sarà anche la nostra « dimora eterna » (Fil 3,14; cf. 2 Cor 5,1). Veri cittadini della città terrena (cf. Fil 1,27), nello stesso tempo i cristiani appartengono a quella celeste e, di conseguenza, si considerano « stranieri e pellegrini » in questo mondo (cf. 1 Pt 2,11; Eb 11,13). La tensione verso la patria celeste si manifesta nell’attesa della Parusìa, quando il Signore Gesù dal cielo come salvatore. Allora Cristo risorto, « primizia di coloro che sono morti » (1 Cor 15,20), porterà con sé quanti gli appartengono (cf. 1 Ts 4,14-17) e « trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso » (1 Cor 15,51-53; Rm 8,23). « In virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose » (cf. 1 Cor 15,25-26), egli ci farà pienamente partecipi della sua risurrezione.

VANGELO (LC 9,28B-36).
La trasfigurazione di Gesù sul monte rivela la sua identità, confermando la confessione messianica di Pietro, e anticipa la gloria della risurrezione e quella che si manifesterà nel suo ritorno glorioso.
Luca ne precisa il contesto: Gesù è in preghiera. Ha preso con sé tre discepoli che gli sono particolarmente vicini (cf. 8,51). Il suo aspetto, come trasformato, e le vesti sfolgoranti sono quelli di un essere celeste, o a diretto contatto con Dio (cf. Es 34,29s: Mosè nella tenda del convegno). Accanto a Gesù compaiono due personaggi: Mosè ed Elia – che rappresentano la Legge e i Profeti – i quali conversano con lui. Tema del dialogo, precisa Luca, è « il suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme ». Esso certamente consiste nella morte, ma si concluderà con l’ingresso di Gesù « nel suo regno » (23,42). Benché « oppressi dal sonno », come accadrà nel giardino degli ulivi (22,45), a un certo punto i tre testimoni si destano e « videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui ». Galvanizzato dall’esperienza, ma non senza ingenuità, Pietro propone di erigere tre tende o capanne, com’è uso nella festa di Sukkôt (cf. Lv 23,39-43).
Sopraggiunge una vera e propria teofania: la presenza misteriosa di Dio si manifesta nella « nube » (cf. Es 24,18) e – come al battesimo (3,22) – si fa udire la sua « voce », che indica in Gesù « il mio figlio, l’eletto ». Il primo titolo ha una risonanza messianica (cf. Sal 2,7); il secondo richiama la figura isaiana del « servo di JHWH » (cf. Is 42,1; 49,7). Ingiungendo ai discepoli: « Ascoltatelo! », la voce di Dio conferma quanto Gesù ha detto di sé, ma altresì quanto ha insegnato e continuerà a insegnare loro. La straordinaria esperienza ha termine. Fedeli al precedente ordine di Gesù (9,21), i tre testimoni della sua gloria « in quei giorni non raccontarono nulla a nessuno di ciò che avevano visto ».

 D. FRANCESCO MOSETTO sdb

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