LA CARITA (RIFLESSIONI SU 1COR 13,1-8 – PRIMA PARTE – Padri delle Chiesa e Santi (la seconda sotto)

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LA CARITA (RIFLESSIONI SU 1COR 13,1-8 – PRIMA PARTE

(dal sito Qumran una raccolta di testi di Santi e Padri della Chiesa sull’Inno alla Carità, divido in due, uno sotto l’altro)

LA CARITA’ È MAGNANIMA

1. «La carità è magnanima » (1 Cr 13, 4). È questa la prima qualità che S. Paolo le attribuisce. La carità rende l’animo grande, generoso, libero dai calcoli e dalle piccinerie dell’egoismo.
Quando Pietro ha domandato, se bastava perdonare al prossimo sette volte – e forse ciò gli sembrava il massimo possibile – si è sentito rispondere: « Ti dico: non fino a sette volte, ma settanta volte sette » (Mt 18,22). È quanto dire sempre senza mettere alcun limite, proprio come fa « il nostro Dio che è magnanimo nel perdono » (1s 55,7), Tutta la vita dell’uomo è sostanziata dal perdono di Dio. Appena la creatura apre gli occhi all’esistenza, Dio rigenerandola nella grazia, l’accoglie nel suo perdono col quale la riscatta dal peccato di origine. E poi, dal primo uso della ragione fino alla morte, è un continuo susseguirsi del perdono divino. Come potrebbe il cristiano vivere in grazia, perseverare e crescere nell’amicizia con Dio, nutrirsi del Corpo di Cristo senza il continuo, rinnovato perdono del Padre celeste? Ed ecco che la magnanimità del Padre deve divenire la norma della magnanimità dei figli; « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36), Pietro, dopo aver sperimentato la longanimità del perdono del Maestro da lui rinnegato, non ha avuto più bisogno di fare calcoli per sapere quante volte dovesse perdonare al suo prossimo. E forse ripensava al perdono sceso su di lui, con tanta abbondanza, quando scriveva che chi non ha amore fraterno, « è cieco e di vista corta, dimentico di essere stato mondato dai suoi antichi peccati » (2 Pt 1,9). Proprio perché il cristiano vive del perdono di Dio, deve saper perdonare i fratelli. L’abbraccio del perdono che Dio gli dona e ridona con instancabile magnanimità, non deve fermarsi a lui; è suo dovere trasmetterlo al prossimo. Ciò è tanto importante agli occhi di Dio che, in definitiva, egli inverte le parti e misura la larghezza del suo perdono sulla generosità di ognuno nel perdonare agli altri. « Perdonate e vi sarà perdonato… con la misura con la quale misurerete sarà misurato a voi » (Lc 6, 37-38 ).
2. La carità è magnanima verso gli altri perché « non tiene conto del male ricevuto » (1 Cr 13,5). Ciò che raffredda l’amore fraterno è il pensiero dei torti ricevuti, che molto difficilmente l’uomo sa dimenticare. Il perdono di Dio non solo condona i debiti contratti, ma li distrugge fino ad annullarne la memoria. « Tutte le trasgressioni, che [l'uomo] avrà compiute, non saranno più ricordate per lui » (Ez 18,22), dice la Scrittura. E di più Dio col perdono ridona intatta la sua amicizia. Il perdono del cristiano non è completo se non mira a questo: dimenticare il male ricevuto al punto di trattare con cuore e con gesto d’amico l’offensore. « Siate benevoli gli uni verso gli altri – insiste S. Paolo -, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo » (Ef 4,32). Se il proposito del perdono non è vissuto con generosità e costanza, quando il cristiano si presenta al Padre celeste per la preghiera, pronuncia la sua condanna: « E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (Mt 6, 12). Che cosa può essere dell’uomo se Dio diventa, come lui, avaro del suo perdono? Forse la mediocrità di tanti, un tempo ferventi e generosi nel servizio di Dio, si spiega con la grettezza del loro perdono che ha paralizzato la loro vita spirituale. « Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà » (2Cr 9,6). Chi semina un perdono scarso e avaro non può pretendere da Dio un perdono largo, magnanimo, e neppure abbondanza di grazia e di amore.
« Date e vi sarà dato – ripete il Signore -; una misura buona, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata in grembo » (Lc 6,38). La carità non è piena se non è magnanima in ogni suo aspetto. Tutti gli uomini vivono dei doni di Dio e tutti devono scambiarsi i doni ricevuti. I doni spirituali dell’amore, della benevolenza, del perdono, e i doni materiali necessari alla vita; « Se il tuo nemico ha fame, sfamalo; se ha sete, dagli da bere »(Pr 25, 21).
« Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude le proprie viscere, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioletti, non amiamo a parole ne con la lingua, ma a fatti e nella verità » (1 Gv3, 17-18).
PREGHIERE: Perdonaci Signore. Che io possa, come la peccatrice, udire dalla tua bocca le dolci e consolanti parole: « Le sono rimessi molti peccati, perché ha amato molto; quegli a cui più si perdona più ama e quegli a cui meno si perdona meno ama ». Sono parole tue, o Verità eterna. Perdonami dunque e fa’ che ti ami quanto ho di bisogno del tuo perdono…
E affinché nulla manchi alla carità perfetta, ecco ancora l’amore fraterno. Nessuna cosa deve impedire la unione con i nostri, fratelli, se non la possono impedire neppure le offese. Noi le perdoniamo, Signore, così come vogliamo ottenere, il perdono per noi, con la stessa sincerità. Non conserviamo alcun risentimento, come desideriamo che non ne conservi tu. Restituiamo loro il nostro amore, come vogliamo che tu ci renda il tuo.
J. B. BOSSUET, Meditazioni sul Vangelo III,51,v 1,p 235
Chi è o Signore, che non sia debitore verso di te se non chi vada esente da ogni: colpa? Chi è che non abbia per debitore qualche fratello se non chi non sia mai stato offeso da nessuno? …Ogni uomo è debitore e tuttavia ha, a sua volta; qualche debitore. Perciò, o Signore, nella tua giustizia tu hai stabilito che tua regola di condotta verso di me, tuo debitore, fosse quella seguita da me con chi è debitore a mio riguardo.
Due sono infatti le opere di misericordia che ci liberano e che tu stesso hai fatto registrare brevemente nel tuo Vangelo: Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato… lo voglio essere perdonato del mio peccato, Signore, perciò ho qualcuno cui poter perdonare… Accatta da me il povero, e io sono tuo mendicante, Signore. Infatti quando preghiamo, siamo tutti tuoi mendicanti: stiamo davanti alla porta del grande padre di famiglia, anzi ci prostriamo supplicando con gemiti per la brama di ricevere qualcosa, e questo qualcosa sei tu, o Signore! Che cosa chiede a me il povero? Il pane. E io che cosa chiedo a te se non te stesso che hai detto: Io sono il pane vivo disceso dal cielo? Per ottenere perdono perdonerò; rimetterò ad altri e sarà rimesso a me; volendo ricevere darò, e mi sarà dato.
S. AGOSTINO, Sermo 83;2

LA CARITA’ È BENIGNA
1. La benignità è frutto del cuore buono, benevolo, che a imitazione di Dio vuole e cerca solo il bene dei fratelli: « cercate sempre il bene, tra voi e con tutti », esorta S. Paolo (1 Ts 5, 15). Se il cuore è buono, sono buoni anche i pensieri, sono benevoli anche i giudizi.
« E perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? » (Mt 7,3 ). Quanto più l’uomo è povero di virtù, tanto più i suoi difetti gli sembrano lievi e gravi invece quelli degli altri, particolarmente se urtano la sua sensibilità. È perciò tentato di erigersi a giudice del prossimo, condotta che denuncia la pochezza del suo amore. È troppo facile che una certa dose di questo spirito critico si annidi anche in coloro che si danno alla pietà e forse vivono all’ombra del santuario. Ma ciò mina in radice la vita spirituale perché ferisce la carità che ne è il fondamento. Se dove regnano la carità e l’amore là Dio è presente, dove la carità e l’amore scarseggiano Dio non dimora volentieri, nulla o quasi è la comunione con lui e della vita di pietà resta solo l’impalcatura esterna.
Il giudizio spetta a Dio solo, perché lui solo scruta i cuori. « L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore » ( 1 Sam 16, 7). Non conoscendo le intenzioni e le circostanze dell’agire altrui, il giudizio dell’uomo – a meno che non vi sia tenuto per ufficio – è sempre temerario e usurpa i diritti di Dio.« E chi sei tu – grida S. Paolo – che giudichi l’altrui servo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone » (Rm 14,4), Il padrone è Dio, al tribunale del quale tutti ci presenteremo: « ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso » (ivi 12), Il giudizio intransigente è condannato da Gesù, che applica ad esso la norma data per il perdono: « Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio col quale giudicate sarete giudicati » (Mt 7, 1-2). Invece di giudicare il prossimo la carità nutre per lui sentimenti di misericordia, preoccupandosi di scusare piuttosto che di condannare.
2.  Agli, operai della prima ora che mormoravano perché quelli dell’ultima erano trattati alla loro stregua, il padrone della vigna diceva: « non posso fare, delle cose mie quello che voglio? o il tuo occhio è cattivo perché io sono buono? » (Mt 20, 15). Se l’occhio è maligno, il cuore non è benevolo verso il prossimo; di conseguenza il bene degli altri suscita scontento, gelosia, invidia. La carità, al contrario, « non è invidiosa » (1 Cr 13,4), anzi gode del bene altrui, lo favorisce, lo procura, anche se facendo questo dovesse scapitarne personalmente, « Rallegrati del bene degli altri come se fosse tuo – dice S. Giovanni della Croce – cerando sinceramente che questi siano preferiti a te in tutte le cose… Cerca di fare ciò specialmente con coloro che ti sono meno simpatici » (Ct 13 ).
La condotta del cristiano verso il prossimo deve riflettere la benignità e l’amore di Dio, per la bontà del quale siamo stati salvati (Tt 3, 4). Benignità nei sentimenti, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, come continuamente inculca la Sacra Scrittura. S. Pietro esorta a deporre « le invidie e ogni maldicenza » ( 1 Pt 2, 1 ). S. Giacomo raccomanda: « Non sparlate gli uni degli altri, o fratelli. Chi sparla del fratello, o giudica il fratello, parla contro la legge » ( Gc 4, 11 ). La legge della carità che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli, è lesa da simili comportamenti; di conseguenza l’amicizia con Cristo viene diminuita, raffreddata. Come dimenticare le sue parole: « Voi siete miei amici, se farete quello che io vi comando » (Gv 15, 14)? E il suo comandamento più caro è appunto quello dell’amore scambievole. Anche S. Paolo insiste: « Agite senza mormorazioni e critiche, affinché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati » (Fl 2, 14-15). Immacolati nella pratica di una carità benevola e pura che cerca il bene altrui e non l’appagamento del proprio cuore o il proprio tornaconto.
La carità infine è benigna nei modi affabili e cortesi, è benigna nel seminare bontà dovunque, anche dove sembra che questa manchi. In ogni uomo, fosse pure malvagio, c’è del bene, è l’orma di Dio che l’ha creato. È compito della bontà scoprire e far riaffiorare questo bene. La bontà del cristiano deve essere simile a quella di Dio che crea il bene in quelli che ama.
PREGHIERE: Aiutami, Signore, a non vedere nel mio prossimo nient’altro che le virtù e le buone opere, e a coprirne i difetti con la considerazione dei miei peccati. In tal modo, mi condurrai a poco a poco a una grande virtù, a quella cioè di considerare gli altri migliori di me: virtù che comincia sempre da qui, ma per questo ho bisogno del tuo aiuto, Signore, senza del quale non posso far nulla, tanto mi è necessario. Aiutami a fare il possibile per meritarla, allora tu che non ti rifiuti a nessuno, me la darai senza dubbio.
cf  S. TERESA DI GESÙ, Vita 13, 10

O Signore, per rendermi favorevole il tuo giudizio, o piuttosto per non essere giudicata affatto, voglio avere sempre pensieri caritatevoli, perché tu hai detto: « Non giudicate e non sarete giudicati ». Quando il demonio cerca di mettermi davanti agli occhi dell’anima i difetti di qualche sorella…, aiutami a cercare subito le sue virtù, i suoi buoni desideri… Se l’ho vista cadere una volta, ella può ben aver riportato un gran numero di vittorie che nasconde per umiltà, e perfino ciò che mi pare un errore può benissimo essere, a causa dell’intenzione, un atto di virtù.
S. TERESA DI GESU’  B., Scritto Autobiografico C 291. 290

Fare del bene significa rappresentare perfettamente te, o Gesù, Figlio di Dio, Figlio di Maria, Maestro universale e Salvatore del mondo. Non c’è scienza, non c’è ricchezza, non c’è forza umana che uguagli il valore della bontà: dolce, amabile, paziente. Può subire mortificazioni o contrasti l’esercizio della bontà, ma finisce sempre col vincere, perché la bontà è amore, e l’amore tutto vince… Fa’, o Signore, che non cada nell’errore di credere la bontà, l’affabilità, una piccola virtù. Essa è una grande virtù perché è dominio di se, è disinteresse personale, ricerca fervorosa di giustizia, espressione e splendore di fraterna carità; nella tua grazia, o Gesù, è il tocco dell’umana e divina perfezione.
cf GIOVANNI XXIII, Breviario p 373

LA CARITÀ NON SI VANTA
1.  « ….la carità non si vanta, non si gonfia » (1 Cr 13, 4). È la vanagloria che cerca il proprio vanto, mentre la carità agisce « non per piacere agli uomini, ma a Dio » ( 1 Ts 2, 4). La vanagloria mette l’io al centro della vita; la carità vi mette Dio e il prossimo. La vanagloria si gonfia di quel poco che ha; la carità si vuota di quanto ha per darlo agli altri. La vanagloria: è ricerca di se, la carità è dedizione di se a Dio e ai fratelli. Carità e vanagloria vanno in direzione opposta e si elidono a vicenda, « L’anima innamorata -dice San Giovanni della Croce – è un’anima dolce, mite, umile » (Par 1, 27).
Quanto più la carità è profonda, tanto più il cristiano si dona agli altri, serve il prossimo, dà a chi è nel bisogno con semplicità e delicatezza, senza far valere le sue prestazioni; anzi cerca di farle passare inosservate. « Guardatevi dall’ostentare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro », ha detto Gesù (Mt 6, 1 ), La carità non suona la tromba per annunciare le sue opere buone. « Quando fai l’elemosina non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà » (ivi 3-4 ). La carità non dona con alterigia, ma si mette alla pari. Il fratello dona al fratello, godendo di dividere con lui quello che possiede e non fa pesare la sua superiorità perché è convinto di non averne; « Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso » (Gl 6, 3). La carità viene da Dio e Dio è verità, perciò dove c’è carità sincera non può esserci inganno di vanagloria.
« Chi si gloria, si glori nel Signore », dice S. Paolo (2 Cr 10, 17). La gloria del cristiano è amare e beneficare il prossimo, ma non se ne gonfia; è invece grato al prossimo che gliene dà l’occasione e a Dio che con la sua grazia lo sostiene nel bene.
2. « Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci gli uni con gli altri, invidiandoci gli uni gli altri » (Gl 5, 26). Chi è ambizioso non ha riguardo per gli altri, si antepone a tutti, vuol primeggiare e farsi valere. La sua condotta indispone e provoca il prossimo che si vede leso nei suoi diritti; di qui le divisioni, le invidie, gli antagonismi. La carità, al contrario, – « non manca di rispetto »,(1Cor 13, 5) ad alcuno, e piuttosto che rivaleggiare con gli altri o preferirsi ad uno solo, sceglie per se l’ultimo posto. La carità ispira sentimenti delicati verso il prossimo, non disprezza nessuno, rispetta e onora tutti. « Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, prevenitevi a vicenda nel rendervi onore », scrive s. Paolo ai Romani (12,10); e ai Filippesi raccomanda: « ognuno per umiltà consideri gli altri superiori a se » (2, 3). Invece di lotte meschine per scavalcarsi a vicenda, i cristiani, da veri fratelli, fanno a gara per cedersi onori e vantaggi.
Per incoraggiare all’umiltà nei rapporti scambievoli, S. Paolo pone sotto gli occhi dei fedeli il sublime esempio di Cristo: « Abbiate in voi i sentimenti che furono in Cristo Gesù: lui di natura divina, non tenne per se gelosamente l’essere pari a Dio; ma annientò se stesso prendendo la natura di schiavo » (Fl (2,5-7). Il Figlio di Dio ha amato e salvato gli uomini facendosi simile a loro, uno di loro. Egli addita la strada: per amare efficacemente il prossimo, il cristiano, deposta ogni ambizione, deve farsi piccolo e umile, mettersi alla pari di tutti perché tutti lo sentano fratello. Questa è l’unica via non solo della carità fraterna: ma anche di ogni apostolato. « Il rispetto e l’amore – insegna il Vaticano II – deve estendersi anche a coloro che pensano o agiscono diversamente da noi nelle cose sociali,  politiche o anche religiose, poiche con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di sentire, tanto più facilmente potremo con essi iniziare un colloquio » ( GS 28 ). Ma non può illudersi di saper amare e rispettare i lontani, chi non ama e rispetta i vicini con i quali convive.
PREGHIERE: « Se la coscienza non ci rimorde, noi abbiamo piena fiducia in Dio » … Fa, o Signore, che la coscienza mi risponda in tutta verità che io amo i fratelli, che in me c’è l’amore fraterno, non finto ma sincero, quello che ricerca il bene del fratello, senza aspettare da lui nessuna ricompensa ma solo la sua salvezza.
« Noi abbiamo piena fiducia in Dio; qualunque cosa domanderemo l’avremo da lui, perché ne osserviamo i comandamenti ». O Signore, fa’ che io faccia questo non davanti agli uomini, ma là dove tu mi vedi cioè nel cuore… Quali sono i tuoi comandamenti? …« Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate l’un l’altro ». È proprio la carità il comandamento di cui parli e che tanto ci raccomandi. Dammi, o Signore, la carità fraterna e ciò davanti a te, là dove tu vedi; fa’ che interrogando il mio cuore con retto giudizio mi senta rispondere che la radice della carità fraterna, da cui nascono frutti di bontà, è in me; allora avrò fiducia in te e tu mi accorderai tutto ciò che ti domanderò, perché osservo i tuoi comandamenti.
S. AGOSTINO, In 1 Io 6, 4

O Dio, Creatore nostro, tu disponi le cose in modo che chi potrebbe insuperbire del dono che ha, si umili per quello che non ha; mentre sollevi uno concedendogli una grazia, lo sottometti ad un altro in cosa diversa… Tu disponi le cose in modo tale che ognuna sia di tutti, e per esigenza di carità, tutte siano di ognuno, e ciascuno possieda in un altro ciò che non ha ricevuto direttamente, ed egli umilmente dia in possesso agli altri quello che ha ricevuto da te. O Signore, fa’ che amministriamo bene la tua grazia multiforme, cioè che siamo convinti che i doni dati a noi sono degli altri, perché ci sono dati a vantaggio loro… Fa’ che ci serviamo a vicenda per mezzo della carità. Infatti la carità ci libera dal giogo della colpa quando vicendevolmente ci sottomette a servirci per amore, e così riteniamo che i doni altrui siano anche nostri e agli altri offriamo i nostri come se fossero cosa loro.
S. GREGORIO MAGNO, Moralia XXVIII, 22

LA CARITÀ NON È EGOISTA
1. La carità « non cerca il suo interesse » (1 Cr 13, 5). Essere sensibili alle necessità altrui, essere pronti a rispettare e a servire il prossimo non giustifica la pretesa di volere il contraccambio. La carità si dona con generosità agli altri, ma non reclama nulla per se. « Fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi » (Lc 6, 35). La carità non è un dare per avere, ma un dare senza calcolo e interesse, che si ritiene sommamente ripagato dall’onore di poter servire e amare Dio nel prossimo. Chi ha il cuore pieno di carità ama, serve, si prodiga per il gusto di amare e servire Dio nelle sue creature, per la gioia d’imitare la sua prodigalità infinita e di sentirsi suo figlio. Quale ricompensa maggiore che condividere con Gesù il titolo di « figlio dell’Altissimo » (Lc 1, 32)?
Per avere quest’unica ricompensa, il cristiano sfugge ogni ricompensa terrena e mira a beneficare soprattutto quelli dai quali non può sperare nessun ricambio. « Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli…, né i vicini ricchi, perché non avvenga che anch’essi invitino te e ti venga reso il contraccambio. Ma quando fai un convito, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi; e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti » (Lc 14,12-14). La logica del Vangelo è immensamente distante da quella del calcolo; ma sono ben pochi quelli che hanno il coraggio di seguirla integralmente.
« La vostra condotta sia senza avarizia » esorta l’ Apostolo (Eb 13, 5), e raccomanda di vivere nella carità « senza cercare i propri interessi, ma ciascuno quello degli altri» (FiI 2, 4). È sempre il germe dell’egoismo che rende avari e interessati perfino nel compiere il bene; esso si nasconde e fa strage anche nel cuore delle persone devote: isterilisce la carità, indura gli animi, spegne la compassione per i bisogni e le sofferenze altrui. Può allora ripetersi il fatto del levita e del sacerdote che, senza alcun pensiero per il ferito incontrato lungo la strada, tirano dritto andandosene per i fatti loro. 
2. « Mediante la carità fatevi servi gli uni degli altri » (Gl 5,13 ). Mentre l’egoismo rinchiude l’uomo in se stesso e nella stretta cerchia dei suoi interessi, la carità lo spinge a dimenticarsi per aprirsi: alle necessità del prossimo e mettersi a sua disposizione. La carità libera l’uomo dalla schiavitù dell’egoismo per impegnarlo in un generoso servizio del prossimo. È Gesù che ha dato al mondo l’esempio supremo del servizio; lui che essendo Dio si è fatto servo e ha detto: « Io sto in mezzo a voi come uno che serve » (Lc 22,27). E insieme ne ha dato anche il comando: « Chi vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo… Così come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,27-28 ). Il servizio non è un elemento secondario o facoltativo della sequela di Cristo, ma essenziale; tanto essenziale che, secondo la parola del Signore, la grandezza del cristiano sarà proporzionata alla generosità del suo « farsi servo ». Non è un servizio che avvilisce, ma che nobilita perché frutto dell’amore e perché l’uomo non può realizzarsi pienamente « se non attraverso un dono sincero di sé » (GS 24 ); È un servizio che innalza il cristiano fino ad assimilarlo a Cristo, conducendolo ad una dedizione simile alla sua.
La prestazione disinteressata dei credenti deve testimoniare al mondo il valore della carità cristiana e portare a ogni uomo un’eco dell’amore di Cristo, dell’amore dèl Padre celeste; « La presenza dei cristiani nei gruppi umani – afferma il Vaticano II -, deve essere animata da quella carità, con la quale Dio ci ha amati: egli vuole appunto che anche noi reciprocamente ci amiamo con la stessa carità. Ed effettivamente la carità cristiana si estende a tutti… senza prospettive di guadagno o di gratitudine. Come Dio ci ha amati di amore gratuito, così anche i fedeli con la loro carità devono preoccuparsi dell’uomo, amandolo con lo stesso sentimento, con cui Dio ha cercato l’uomo » (AG 12).
PREGHIERE: O Dio, la tua bontà e la tua eterna volontà non cerca né vuole altro che la nostra santificazione, e permette che il demonio ci faccia tribolare e perseguitare dagli uomini solo perché in noi si provi la virtù dell’amore e della vera sapienza, e perché l’amore imperfetto venga a perfezione.
Insegnaci,o Dio, ad amare te per te stesso, in quanto tu sei somma ed eterna bontà e degno di essere amato, e il prossimo per te e non per propria utilità, né per diletto, né per piacere che si trovi in lui, ma in quanto è  creatura amata e creata da te, somma eterna bontà, e servire lui e sovvenirlo di quello che a te non può servire. Onde, poiché a te non possiamo fare utilità, insegnaci a farla al prossimo nostro.
Dacci la perfezione dell’amore! E quando l’amore è così perfetto, non lascia di amare né di servire, né per ingiuria né per dispiacere che gli sia fatto, né perché non trovi diletto e piacere nel prossimo, poiché attende solo di piacere a te.
cf S.CATERINA DA SIENA, Epistolario 151, v 2, p 373.

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