Archive pour janvier, 2013

Manna-feast destiny

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Publié dans:immagini sacre |on 17 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

L’acqua nel deserto (Baal Shem Tov) [per il giorno della memoria]

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L’acqua nel deserto

(Baal Shem Tov)

Posted by Rav Ronnie on 7 giugno 2012

Il Baal Shem Tov chiedeva spesso ai suoi discepoli di accompagnarlo nei suoi viaggi. Diceva loro di salire sulla sua carrozza e tutti insieme se ne andavano in giro. A volte li conduceva verso luoghi sconosciuti. Questi spostamenti avevano, naturalmente, un significato preciso.
Una volta li condusse in un vero deserto di pietre. Il sole picchiava, il suolo e la polvere sollevata dal trotto dei cavalli ardevano e soffocavano i passeggeri. Viaggiarono così per ore senza vedere anima viva, senza udire altro rumore se non quello degli zoccoli dei cavalli. Quanto era lontano il ricordo della sinagoga di Mejiboz, la dolce freschezza dello studio! C’erano solo sole, sassi e polvere, in una landa estesa all’infinito. La gola dei discepoli fece loro sentire l’irritamento provocato dalla sete. La sete cresceva di continuo e molto rapidamente ebbero la sensazione che il loro corpo si fosse ridotto ad una gola seccata: la sete aveva preso possesso del loro essere. Disperati, invocarono il loro Maestro: “Siamo assetati, è impossibile da sopportare ma dove possiamo trovare acqua in questo posto?” Il Baal Shem Tov rispose: “Abbiate fede dal fondo del vostro cuore e della vostra anima che Hashem possa procuravi dell’acqua qui. Lo credete davvero?”. “Sì” risposero all’unisono. “Allora non temete, avrete in questa landa desolata tutta l’acqua che vorrete”. E la carrozza proseguì il suo viaggio. Ma il sole ora era allo zenit e i suoi raggi si fecero ancora più intensi. Il tempo passò e la sete diventò una vera tortura. Tuttavia, rimasero tutti fiduciosi e si misero a scrutare il paesaggio con la speranza
d’intravedere tracce di umidità tra le rocce. Ma non c’era niente. Niente. E  pareva che non ci sarebbe mai stato niente che potesse dissetarli in un universo minerale senza ombra di vita. Ancora una volta lo scoraggiamento prese possesso di loro. “Rabbi, acqua, per favore”. Il Maestro replicò: “Sappiate che Hashem contempla tutte le generazioni del mondo dall’origine. Sappiate che al momento della creazione Egli ha visto che oggi avreste avuto bisogno di acqua e ha già fatto in modo che in questo deserto ora l’acqua ci sia. Ma sappiate anche che ciò dipende da voi. Se avete una cieca fiducia in quanto ho appena detto, troverete acqua. Ma se l’acqua non c’è ancora vuol dire che fino ad ora la vostra fede non è stata così incrollabile!”
Queste parole penetrarono nel loro cuore e cominciarono a capire che la loro era solo un sentimento immaginario, non un vero e profondo credo. Lasciarono esprimere la loro anima: “Crediamo dagli antri più profondi del nostro corpo a ciò che il  nostro Maestro ha appena pronunciato!”. Fu in quel momento preciso, allorchè le loro parole sembravano sospese nell’aria, che lo videro.
Si stava avvicinando piano piano. Era un uomo di bassa statura, vestito da contadino polacco. Sembrava venisse da molto lontano. Era sovraccarico: dalle sue spalle pendevano due secchi d’acqua. I discepoli non capivano. Gli domandarono da dove venisse. Il paesano rispose: “Il mio padrone è diventato matto. Stamattina si è alzato molto presto, mi ha chiamato e mi ha ordinato di andare a prendere acqua dalla sorgente che si trova dall’altra parte di questo deserto. Ho impiegato ore  e ore per arrivarci e mi ci vorrà ancora molto tempo per riportare quest’acqua al mio padrone e francamente non capisco cosa lo abbia spinto ad impartirmi un ordine del genere!” I discepoli si scambiarono occhiate, ma non di sorpresa: per loro ora era tutto chiaro. Chiesero al contadino di poter bere la sua acqua e questi accettò. E fu così che si dissetarono, con la forza della fede.

Traduzione di Myriam Bentolila

A cura di Sterna Canarutto

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE : TRA UN PRIMA E UN DOPO

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/quesnel_saggezza_cristiana6.htm

 LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE 

Michel Quesnel

TRA UN PRIMA E UN DOPO

(lo metto sotto la categoria teologia perché è un teologo)

ELOGIO DELLA CONTEMPLAZIONE
È un classico opporre gli attivi ai contemplativi, come se questo corrispondesse a due tipi di temperamento o ancora, nella Chiesa, a due tipi di impegno: i monaci da un lato, i laici e il clero secolare dall’altro. La pagina di vangelo che Luca consacra a Marta e Maria spesso è stata interpretata come sostenitrice di questa distinzione. Prendendo le difese di Maria, Gesù si sarebbe fatto difensore della contemplazione contro l’ azione, cosa che non corrisponderebbe affatto a come egli stesso visse! Frère Roger, priore di Taizé, nell’invito rivolto nel 1970 al concilio dei giovani, proponeva una visione più giusta delle cose: « Lotta e contemplazione ». L’una non va senza l’altra. La contemplazione senza la lotta sarebbe una pura e semplice dimissione; la lotta senza contemplazione sarebbe solo attivismo. Il cristianesimo afferma la dimensione necessariamente contemplativa di ogni esistenza umana. Ma perché contemplare? E che cosa contemplare?
Innanzitutto, contemplare significa onorare una dimensione fondamentale della persona umana. Il corpo ha cinque sensi dei quali impariamo l’elenco sin dalla scuola elementare: occhi per vedere, orecchie per sentire, naso per annusare, bocca per gustare, mani per toccare. Il]fiondo esteriore gli si impone. Esso è innanzitutto recettivo di sensazioni che il cuore è invitato a trasformare in sentimenti. La contemplazione onora il posto accordato al cuore affinché esso svolga il suo lavoro di integrazione: amare, detestare, preferire. Senza questa integrazione, le sensazioni si sommerebbero le une alle altre senza significato. Momenti di contemplazione privilegiata sono quelli nei quali tutti i sensi vengono sollecitati e le sensazioni si trasformano in piacere: una bella musica dinanzi a un bel paesaggio, tra fiori profumati, gustando un piatto prelibato, carezzando un corpo amato… Abbiamo qui le circostanze ideali – anche se raramente riunite così felicemente – della contemplazione.
Se in questo modo la contemplazione riveste una dimensione naturale, tuttavia non si limita ad essa. La possono provocare anche impressioni che vanno dirette al cuore: il contenuto di una lettera ricevuta, la forza di una parola ascoltata, la gioia di un amore o di un perdono possono introdurre alla contemplazione. Ci si astrae allora dall’ ambiente, con ciò che in esso vi è di futile, per prendersi il tempo di gustare il proprio piacere. Era bello; era bene; grazie. Grazie a chi? Non lo sappiamo necessariamente in modo preciso: forse a chi ha spedito la lettera o ha pronunciato la parola, ma non solo. Grazie anche a tutto un insieme di circostanze, chiaramente identificate o no, che sono all’origine di questo piacere. Grazie a te. Grazie ai tuoi genitori e ai tuoi insegnanti che ti hanno reso come sei… o almeno hanno contribuito. Grazie alle circostanze che hanno permesso che mi dicessi ciò che mi hai detto. Il termine « contemplazione » ha un prefisso derivato dal latino cum che implica un insieme, un’unione, eventualmente una comunione. Chi contempla non si aggrappa al dettaglio. Tutto si integra in lui.
Per il credente grazie anche a Dio, origine e causa ultima di ogni cosa, che non è estraneo a tutto ciò. È qui che la contemplazione assume il senso tecnico, che spesso le viene attribuito, di momento forte della preghiera. Dopo la lettura attenta di un testo – specialmente di un testo biblico -, per scoprirne tutte le ricchezze viene innanzitutto il tempo della meditazione, durante il quale chi prega si impregna di quanto ha appena letto e si interroga sul modo in cui potrebbe integrarlo nella propria vita, e infine soltanto il tempo della contemplazione. Giunto a questa tappa, il suo sguardo si dirige più avanti e più lontano, egli smette di controllare troppo rigidamente la propria volontà, si lascia andare ad ammirare, a lodare Dio, a ringraziarlo, ad amarlo. Allora tra Dio e lui si stabilisce una comunione. Ed egli non sa più molto bene chi dirige il movimento. Convinto che Dio sia vivente ed attivo, egli si offre allora come pura disponibilità, passivo tra le mani del suo Signore, che anch’egli trae piacere da questi momenti di grazia, e che può ispirare condotte conformi alla sua divina volontà.
È opinione comune ritenere che la contemplazione, come la preghiera, esiga un minimo di ambientazione. È difficile immaginare di lasciarsi andare alla contemplazione sul terreno incolto di una zona industriale o presso una discarica di rifiuti. Ma non confondiamo. Se la contemplazione può essere una forma di preghiera, non si limita a questo. Può capitare a noi tutti di essere presi da ventate contemplati ve in posti inaspettati, se siamo stati colpiti da qualcosa di forte. Se siamo credenti, cercheremo il modo di trasformare l’ emozione in preghiera. Perché non si interiorizza mai così bene come quando ci si mette in presenza di Dio, il maestro interiore.
Tutto ciò non ha nulla di specificamente cristiano. Altre tradizioni religiose onorano la dimensione contemplativa della fede, particolarmente le tradizioni buddiste e dell’estremo oriente. Molti dei nostri contemporanei suppongono addirittura che la contemplazione appartenga innanzitutto a quelle tradizioni, mentre è fondamentale anche nel cristianesimo. Perché? Una delle ragioni è senza dubbio il fatto che l’insistenza dei pastori sull’impegno dei fedeli ha fatto dimenticare questa dimensione della fede, mentre invece essa è essenziale; è stato un po’ come se i monaci, gli eremiti e gli anacoreti fossero incaricati di assicurarsi nella Chiesa l’incarico della contemplazione al posto dei semplici fedeli. Strano modo di vedere che trasformerebbe rapidamente la vita di fede del singolo credente in puro attivismo.
Il vangelo di Marco riferisce che cosa successe una certa notte nella quale Gesù, dopo una giornata particolarmente intensa e un sicuro successo a Cafarnao, provò il bisogno di farsi da parte per trarre insegnamento da tutto ciò che era capitato. Questo momento di contemplazione fu decisivo affinché egli si lanciasse in una nuova tappa della sua missione.
* * *
« Al mattino si alzò quando ancora era buio, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: – Tutti ti cercano! -.
Egli disse loro: – Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! - » (Mc 1,35-38).

ELOGIO DELLA MEMORIA
La memoria va di pari passo con la contemplazione. Fare memoria presuppone il fermarsi per guardare indietro. Non si tratta di nostalgia, sensazione più o meno diffusa che l’età dell’ oro sia passata e che nulla di altrettanto buono potrà arrivare adesso o in futuro. Tanto è vano guardare all’indietro per contemplarsi nel passato, tanto è utile ricordarsi dei momenti o degli avvenimenti che furono tappe costitutive della situazione presente, la nostra o quella altrui, e di valutare il cammino percorso di lì in poi. Questa disposizione non è di moda. La corsa all’informazione conduce in senso contrario, a registrare più e più cose con vera frenesia, senza prendersi il tempo di fare dei bilanci; ora, il ricorso frenetico alla memoria elettronica dei computer è inconciliabile con l’atto di memoria. In modo tale che colui che ricorda è come fosse posto su di una linea di spartiacque fra la nostalgia e la memorizzazione a oltranza.
Devo onorare almeno tre tipi di memoria: la memoria degli avvenimenti del mondo; la memoria delle relazioni che ho con altre persone; la memoria dell’intervento di Dio nella mia esistenza.
La memoria degli avvenimenti del mondo è ciò che ci permette di situarci nella storia. Ogni generazione immagina – a torto – di vivere un’epoca di grandi novità. Certo, alcune epoche hanno conosciuto una grande stabilità e altre grandi sconvolgimenti, ma spesso si ha la tendenza ad attribuire all’ambiente che ci circonda degli sconvolgimenti che non sono nient’ altro che quelli che noi stessi proviamo. Ora, il mondo non è stato sempre com’era quando io ero bambino; non è perché io non ho conosciuto le evoluzioni precedenti la mia nascita che esse non sono esistite. Di qui l’importanza di documentarmi sui secoli che hanno preceduto la mia nascita, o di ricordarmi quei fatti che lo slancio della vita mi spingerebbe a dimenticare. Il ricordo dell’Inquisizione e delle Crociate pennette di ricordare che ogni totalitarismo religioso produce dei crimini. La memoria dei genocidi organizzati, dei programmi di sterminio nazisti e di tutti gli orrori razzisti che sono stati una specialità del XX secolo dovrebbe impedirmi di pronunciare la più piccola parola xenofoba. La memoria è un rimedio contro l’intolleranza.
La mia memoria, allo stesso modo, costruisce le relazioni che mi uniscono a persone o a gruppi. Senza di lei, non c’è parola data che tenga, non c’è contratto che valga e, di conseguenza, nessuna possibile relazione interpersonale. Dal momento in cui una relazione umana si instaura comincia ad esistere un tacito patto. Ci si da del tu o del lei, si dà o non si dà il proprio numero di telefono cellulare, ci si incontra al bar dell’ angolo, o per un aperitivo, o per una cena a casa, o per una o due notti. Tutti questi elementi costruiscono progressivamente una storia che ha le proprie esigenze. È possibile spingersi avanti per fare progredire la relazione; ma ritornare indietro sarebbe già, in qualche modo, tradire. Questo è il posto del perdono, espresso o tacito, che ha tanta importanza nelle relazioni interpersonali. Chi potrebbe pretendere, in realtà, di non avere mai tradito un’ amicizia o un affetto?
Un fenomeno analogo entra in campo nelle relazioni che intratteniamo con Dio. La vita spirituale segue un itinerario segnato da tappe importanti che ne costituiscono i riferimenti. Forse certi momenti sono stati decisivi. Forse una lettura, un incontro particolarmente ricco, ad esempio un’esperienza mistica come quella di Paul Claudel ai vespri di Natale del 1886, dietro una colonna di Notre-Darne de Paris. Questi momenti mi hanno indotto a riprendere la mia personale vita di preghiera, a ristabilire una pratica domenicale interrotta da tempo, ad intraprendere un impegno definitivo o temporaneo. Così si è disegnata una traiettoria che mi ha reso quello che sono oggi. Ripercorrere questa traiettoria pennette di sapere a che punto siamo. Aiuta a resistere nei momenti difficili, quando la nebbia è più densa e le vie dell’avvenire sono oscure; le pietre già posate ne costituiscono la base. Le decisioni da prendere vengono rischiarate: questa scelta prolunga la via già tracciata; quest’altra, invece, farebbe affrontare una svolta troppo acuta, non sarebbe coerente con le scelte precedenti. Lo sguardo sul passato, in questo caso, non ha nulla a che vedere con la nostalgia; è necessario prendere coscienza del cammino percorso per impegnarsi verso la tappa successiva.
Esprimere questa esigenza fu uno dei maggiori impegni dei profeti di Israele. Instancabilmente ricordarono al popolo eletto l’alleanza che Dio aveva stretto con lui, liberandolo dall’Egitto e vegliando su di lui durante il suo soggiorno nel deserto, esperienza fondatrice che dava senso all’intera sua storia, ed aiutarono a fare una rilettura di quello che era accaduto dopo: momenti di grazia, infedeltà, rinnovamenti dell’alleanza iniziale, perdoni, ingratitudini, oblio. I profeti erano la coscienza di Israele. Alcuni furono perseguitati, perché spesso si è tentati di far tacere la propria coscienza, come il Caino di Victor Hugo (15). Ma sarebbe molto riduttivo attribuire alla coscienza soltanto la funzione di colpevolizzare. Essa è innanzi tutto un fattore di lucidità, con quanto vi è in esso di positivo.
Contemporaneo ai profeti, il libro del Deuteronomio insiste particolarmente sulla necessità di questo atto di memoria.
* * *
« Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli » (Dt 4,9).
« Ricordati di non dimenticare, come hai provocato all’ira il Signore tuo Dio nel deserto. Da quando usciste dal paese d’Egitto fino al vostro arrivo in questo luogo, siete stati ribelli al Signore » (Dt 9,7).
« Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai » (Dt 11,18-19).

[15] Riferimento alla poesia di Hugo La conscience nella quale Caino sfugge ad un occhio (quello della coscienza) che lo guarda fissamente dovunque egli vada, fin sotto terra (n.d.t.).

ELOGIO DELLA PERSEVERANZA
Nel linguaggio comune parliamo di pazienza piuttosto che di perseveranza. Ma il termine « pazienza » fa pensare anche ad una disposizione del carattere; alcuni sono pazienti, altri no. Se si trattasse soltanto di questo tipo di pazienza, pochi potrebbero tesserne l’elogio, perché i nostri contemporanei sono spesso molto impazienti: si indispettiscono di dover guidare dietro ad un automobilista lento, si innervosiscono se devono trascorrere inutili minuti in fila perché la persona che li precede, anziché andare all’essenziale, racconta la propria vita allo sportellista… I motivi per essere esasperati, principalmente nelle zone di forte concentrazione urbana, sono molteplici.
La pazienza della quale parliamo qui, e che chiameremo piuttosto perseveranza, è complementare all’impegno. Chi si impegna per una causa ne aspetta i risultati, li aspetta in un futuro abbastanza vicino e gli piacerebbe che durassero. Ora, queste tre attese vengono spesso deluse, soprattutto le ultime due. E tuttavia questo non è un motivo per disimpegnarsi. Aspettarsi dei risultati è umano. Un militante che non ottenesse nulla avrebbe legittime ragioni per scoraggiarsi. Potrebbe d’altronde, in questo caso, interrogarsi sulla correttezza della causa per la quale si sta battendo. Non trovare uno sbocco potrebbe, dopo tutto, essere indizio del fatto che si è partiti lancia in resta contro dei mulini a vento o in difesa di ragioni indifendibili.
Più ambigue sono l’esigenza di rapidità e quella di durata dei risultati. Voler raggiungere rapidamente un risultato significa, molto spesso, non tenere conto dei ritmi degli altri. Roma non è stata fatta in un giorno. Se mi impegno per una causa, evidentemente è perché sono convinto della sua eccellenza. E di solito altre persone ne sono convinte quanto me. Ma, visto che sicuramente in questi casi non si è migliaia, è necessario parlare per convincere, intraprendere azioni significative, e tutto ciò richiede tempo. Significherebbe ostentare un orgoglio immenso, sperare di poter sensibilizzare rapidamente il mondo intero a ciò di cui noi siamo convinti, sia pure per la più legittima tra le cause. Dopo tutto, riconoscere che un rinvio è indispensabile non è altro che una forma di rispetto degli altri.
Constatare che le proprie azioni non producono effetti duraturi è ancora più doloroso della sensazione di pesante lentezza nell’ ottenere dei risultati. Esistono militanti che hanno consacrato una parte dei loro anni di giovani adulti a difendere cause umanitarie piene di nobiltà e che provano un’enorme delusione nel constatare che, solo qualche decennio dopo, tutto sarebbe da ricominciare. I risultati sociali che essi hanno strappato, pagandoli cari, non sono più garantiti. La comprensione tra culture ed etnie della quale si sono fatti paladini ha lasciato il posto a una recrudescenza di razzismi ed intolleranze. Ed essi si interrogano con nostalgia: a che pro ho lottato?
Il problema non è nuovo. Il mito di Sisifo condannato a rotolare-una roccia sulla sommità di una montagna, dalla quale essa sempre ridiscende in basso, risale agli antichi Greci. Chi abitualmente gioca a carte potrà paragonarlo al solitario delle nostre nonne che, anche quando fallisce, non finisce mai; si può continuare a giocare senza fine, mescolare il mazzo, disporre di nuovo le carte senza che il processo si arresti, e questo potrebbe durare all’infinito; notando che la sequenza si riproduce sempre allo stesso modo, ci si rende conto di avere perduto. Viene definita « il marinaio di scandaglio », con riferimento ai manovratori di un tempo, incaricati di dragare il fondo delle rade affinché mantenessero una profondità sufficiente, mentre il mare non cessa mai la sua opera di insabbiamento. Questa pretesa riuscita, che termina spesso con un insuccesso, fa pensare a quello che provano le persone che si sono prodigate nella militanza. Certo, si sono battute per qualcosa. Hanno cercato di far conoscere il Vangelo o di diffondere qualche grande ideale. Vi si sono più o meno logorate. Ma che cosa è successo, oggi, all’idea di progresso dell’umanità alla quale i più anziani tra noi hanno creduto nei decenni successivi alla seconda Guerra Mondiale?
Il progresso tecnico, quello esiste; ne trasmettiamo le conquiste di generazione in generazione. Ma il progresso morale non esiste. In questo campo tutto deve ripartire da zero, senza sosta. Il piccolo dell’uomo nascerà sempre con la stessa violenza, lo stesso bisogno di affermarsi, la stessa volontà di acquisire per sé il massimo dei vantaggi. È più ossessionato da quello che lui non ha e che il suo vicino possiede di quanto sia soddisfatto per quello che egli stesso possiede. Teme l’alterità, la differenza: nasce razzista. Non è per il fatto che suo padre ha pensato nobili pensieri che egli farà proprie le stesse convinzioni. Tutto è da ricominciare con lui.
Alla fine della vita, il vecchio militante allora potrà chiedersi: « A che cosa serve quello che ho fatto? Non ho per caso sprecato il mio tempo a prodigarmi per delle chimere? » – « No, caro amico. Certamente le tue azioni non hanno avuto effetti così duraturi come quelli che speravi; ma il mondo dei tempi della tua giovinezza sarebbe stato peggiore se tu non avessi fatto nulla. Dunque hai avuto ragione. Ti pare che la situazione sia peggiorata? Lascia che le generazioni presenti inventino, a loro volta, la propria militanza. Non si batteranno per le tue stesse cause, risponderanno ad altri bisogni. Ed anch’ esse dovranno dirsi alla fine che stanno lavorando a breve termine. Perché le conquiste che raggiungeranno non saranno più definitive di quelle che tu hai realizzato. La loro azione non oltrepasserà più della tua la barriera dei secoli ».
Scetticismo, dunque? Inutilità intrinseca di qualsiasi impegno? Non necessariamente. Richiamo, piuttosto, ad una santa umiltà.
* * *
« Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Prendete, o fratelli, a mo dello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore. Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione » (Gc 5,7-11).

Publié dans:DOCENTI -, TEOLOGIA |on 17 janvier, 2013 |2 Commentaires »

Re Salomone

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Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

I FONDAMENTI DELLA TEOLOGIA DI BEN SIRA. SAPIENZA E TIMORE DEL SIGNORE (SIR 1)

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I FONDAMENTI DELLA TEOLOGIA DI BEN SIRA. SAPIENZA E TIMORE DEL SIGNORE (SIR 1)

Calduch-Benages N.

(dal Siracide prima lettura dell’Ufficio delle letture, continua fino a domenica)

I due primi capitoli del libro di Ben Sira meritano una speciale attenzione, perché costituiscono l’introduzione, o se vogliamo, il portale d’ingresso di tutta l’opera. Mettendo insieme il tono innico con la parenesi, Ben Sira fa un’esposizione dottrinale di carattere programmatico, nella quale presenta il nucleo teologico del suo insegnamento: la relazione tra la sapienza e il timore del Signore attraverso la fedeltà ai comandamenti e l’esperienza della prova.

IL PORTALE TEOLOGICO DEL LIBRO DI BEN SIRA
Come buon pedagogo, il saggio dispiega il suo pensiero in varie tappe e in forma graduale: l’origine divina della sapienza (1,1-10), la sua intima relazione con il timore del Signore (1,11-30) e, da ultimo, la prova come condizione indispensabile per il discepolo che teme il Signore, osserva la legge e cerca la sapienza (2,1-18)[1]. Tutti questi temi, diversamente trattati, riappariranno nel corso dell’opera nelle istruzioni e nei poemi del saggio, applicati a situazioni concrete della vita quotidiana e illuminati dal passato glorioso di Israele. Concentriamo ora l’attenzione sul primo capitolo, oggetto della nostra riflessione.
Il poema iniziale del libro (1,1-10) è una bellissima composizione innica dedicata alla sapienza. In linea con la tradizione sapienziale dell’Antico Testamento (cf. Pr 8,22-31 e Gb 28,1-28), Ben Sira insiste sull’origine divina della sapienza: ogni sapienza proviene da Dio. Ella è stata la prima creatura uscita dalle mani di Dio ed è stata destinata a essere un dono per gli uomini e le donne che lo amano.
Nel poema seguente (1,11-30) Ben Sira non solo pone in evidenza l’intrinseca relazione che esiste tra il timore del Signore e la sapienza (vv. 11-20), ma anche offre un’istruzione sulla pazienza (vv. 22-24) e un’altra sulla sincerità (vv. 28-30), virtù imprescindibili per il discepolo che teme il Signore e desidera incontrare la sapienza (vv. 25-27).

PRIMA PARTE: L’ORIGINE DIVINA DELLA SAPIENZA (1,1-10)
Senza ricorrere ad alcun preambolo introduttivo per predisporre il suo giovane uditorio, Ben Sira inizia il suo discorso:
Ogni sapienza viene dal Signore, e sta con lui per sempre (1,1).
Le sue parole sono categoriche e non lasciano spazio né al dubbio né a errate interpretazioni. Il soggetto delle due orazioni è «ogni sapienza», cioè qualsiasi tipo di sapienza senza eccezione alcuna (artigianale, intellettuale, filosofica…), o meglio ancora la sapienza nella sua totalità. Di essa il saggio afferma l’origine divina e la sua stretta relazione con il Signore.
Le parole inaugurali del saggio contengono due insegnamenti fondamentali: la sapienza non solo ha la sua origine nel Signore, ma anche mantiene con lui una stretta relazione che si estende nel tempo. A questo riguardo, le preposizioni giocano un ruolo importante, perché esprimono rispettivamente l’origine (dal Signore), la relazione (con il Signore) e l’orientamento (per sempre) della sapienza. Detto in altro modo, il passato, il presente e il futuro della sapienza dipendono dal Signore.
Questa sentenza del saggio, unica in tutta la Bibbia, è tanto importante che occupa il posto d’onore nel libro. Così, già fin dal primo momento, i discepoli (e anche i lettori/lettrici) comprendono che la sapienza e il Signore sono uniti da un vincolo strettissimo. Tanto è vero che l’acquisizione della sapienza si converte in un’impresa di carattere eminentemente religioso: ricevere la sapienza è ricevere il Signore e ricevere il Signore è ricevere la sapienza (cf. 4,13ss).

IL SENSO CREATURALE DELL’UOMO
La sabbia dei mari, le gocce della pioggia e i giorni dell’eternità,
chi li può contare?
L’altezza dei cieli, l’estensione della terra e la profondità dell’abisso[2],
chi li può scrutare? (1,2-3).

Il verbo «contare» (exarithmeo) fa riferimento a qualcosa di molto caratteristico dell’essere umano: l’affanno di controllare quantitativamente la realtà (si pensi agli elenchi, ai cataloghi, agli inventari, ai censimenti…). In questo caso si tratta di contare la sabbia del mare, le gocce della pioggia e i giorni eterni. Tutti questi elementi si compongono di un’infinità di unità minute (grani, gocce, giorni…) che viste in un insieme, in cambio, formano un’immensità incalcolabile (la spiaggia, l’acqua, l’eternità). Tanto la piccolezza come la grandezza sono dimensioni che superano abbondantemente la capacità umana, e l’uomo, anche se volesse non potrebbe mai esaurirla. Contare la sabbia del mare, le gocce della pioggia o i giorni eterni sono impreseimpossibili per l’uomo, quantunque non per Dio (cf. Is 40,12-14).
Il verbo «scrutare» (exichneuo) segue la medesima linea del precedente. Qui l’impresa impossibile consiste nel misurare le grandi dimensioni dell’universo (l’altezza dei cieli, l’estensione della terra, la profondità dell’abisso). Però la situazione dell’uomo è la stessa che nel versetto precedente: anche queste dimensioni sonoper lui inesauribili. La menzione dei cieli, della terra e dell’abisso riflette le antiche cosmogonie, nelle quali la terra si concepisce come una grande piattaforma che si appoggia su una serie di colonne e sostiene la volta celeste (cf. Pr 8,27-29).
L’uomo vive in contatto con l’universo creato: lo vede, lo conosce, lo sperimenta quotidianamente. Però, nonostante questa vicinanza vitale, non riesce a sottometterlo al suo controllo. Ed è perché il dominio dell’universo sempre sarà fuori dalla sua portata, per il fatto che questa è una prerogativa esclusiva di Dio. Questo è l’insegnamento del saggio. Così queste domande hanno una funzione pedagogica molto chiara. In nessun momento pretendono di scoraggiare il discepolo o indurlo al pessimismo (cf. Pr 30,1-4), ma di fargli prendere coscienza della sua condizione di creatura e della infinita grandezza di Dio.

LA RADICE DELLA SAPIENZA
Anzitutto fu creata la sapienza,
l’intelligenza prudente fin dall’eternità
La fonte della sapienza è la parola di Dio nelle altezze
e i suoi canali sono disposizioni eterne (1,4-5).

La risposta alle domande precedenti ci rimanda al tema del v. 1: l’origine divina della sapienza. Per mezzo di un passivo teologico («fu creata»), il saggio afferma che Dio creò la sapienza prima di tutte le cose. E subito dopo aggiunge che la «intelligenza prudente», cioè la medesima sapienza, esiste da sempre. L’insistenza sulla dimensione temporale della sapienza («prima di tutte le cose», «da sempre») rafforza la relazione tra il v. 4 e il v. 1 prima menzionata. A questo punto, il saggio ha conseguito il suo obiettivo: situare la sapienza in un ambiente del tutto divino. Il GrII[3] aggiunge il v. 5.

La radice della sapienza a chi fu rivelata?
E i suoi disegni li conosce?
La scienza della sapienza, a chi fu rivelata?
e la sua molta esperienza, chi la conobbe? (1,6-7).

I verbi «rivelare» (apokalypto) e «conoscere» (gignosko) appartengono a una sfera molto distinta dalle precedenti (contare, scrutare, misurare). Qui si tratta di una conoscenza molto più profonda che si ottiene per rivelazione e che ha per oggetto la sapienza. Più esattamente, il testo parla della «radice della sapienza» e dei «suoi disegni». È la prima volta che Ben Sira utilizza la metafora vegetale applicata alla sapienza (cf. 1,20). Come intendere questa metafora? La radice della sapienza, come la radice di una pianta rappresenta la sua origine, il suo fondamento, la sua essenza più intima, il suo principio generatore di vita. E che significano i suoi disegni? Se intendiamo la parola «disegni» nella sua accezione positiva, i disegni della sapienza indicano le sue possibilità di attuazione, o meglio, il suo modo di procedere. Il GrII aggiunge il v. 7.

DIO SOLO È SAPIENTE
Uno solo è sapiente, molto terribile, seduto sopra il trono (1,8).
La risposta del saggio consiste in un’affermazione solenne su Dio, quantunque non menzioni esplicitamente il suo nome (cf. 43,29 e anche Is 31,2; Gb 9,4). Dio è l’unico sapiente, cioè il saggio per eccellenza (in Egitto e in Mesopotamia la sapienza era attributo degli dei). Dio è molto temibile, cioè infonde grande rispetto. Dio sta seduto sul suo trono, cioè governa con autorità. In altre parole, Dio è sapiente, trascendente e potente, capace di realizzare quei progetti che sono impossibili per l’uomo: dominare l’universo e conoscere la sapienza.

È il Signore che ha creato la sapienza,
l’ha vista e l’ha misurata,
l’ha diffusa su tutte le sue opere.
La elargì su ogni mortale
e a quanti lo amano la prodigò.
L’amore del Signore è sapienza degna di onore;
a coloro ai quali si rivela,
viene distribuita perché la possano vedere (1,9-10).

Se prima il saggio ci ha presentato la figura del Dio sapiente, ora ci spiega le sue azioni relative alla sapienza: l’ha creata (cf. 4a), l’ha vista, l’ha misurata (cf. 2b), l’ha diffusa e l’ha concessa come dono. Il processo descritto inizia con un atto creativo da parte di Dio (cf. 4a), prosegue con la contemplazione e la misurazionedella creatura (cf. Gb 28,26-27) e termina con la sua generosa diffusione nell’universo (cf. Gl 3,1-2)[4] e tra gli uomini.
Vediamo appunto che il Signore crea la sapienza non per mantenerla nel segreto o trattenerla per sé, ma per diffonderla e ripartirla gratuitamente tra tutti gli uomini, specialmente tra quelli che lo amano. Con l’aggettivo «tutti», si sottolinea il carattere universale della sapienza e con la menzione di quelli che lo amano si lascia intravedere una predilezione per il popolo di Israele (cf. 24,7-12). Il GrII aggiunge il v. 10cd.

SECONDA PARTE: IL TIMORE DEL SIGNORE E LA SAPIENZA (1,11-30)
Terminando con la menzione dell’amore di Dio (v. 10), l’inno alla sapienza presuppone che esista un cammino che conduce alla sapienza, e questo cammino è precisamente il timore del Signore (phobos kyriou):

Il timore del Signore è gloria, vanto,
gioia e corona di esultanza.
Il timore del Signore allieta il cuore,
dà contentezza, gioia e lunga vita.
Il timore del Signore è un dono del Signore,
perché si appoggia sui cammini dell’amore
Chi teme il Signore andrà bene alla fine,
sarà benedetto nel giorno della sua morte (1,11-13).

Il poema si apre con tre versetti che ci parlano dei benefici che il timore del Signore produce a livello individuale: gloria, onore, contentezza, giubilo, diletto, gioia, lunga vita, buona morte e benedizione. Ad eccezione della lunga vita (cf. v. 20), gli altri termini denotano concetti astratti, la cui nota dominante è la felicità vista nelle sue multiformi sfaccettature. Il timore del Signore, cioè, non ha nulla a che vedere con il terrore, la paura o l’angoscia. È la attitudine religiosa che rende l’uomo cosciente del suo essere creatura, e che l’accompagna dalla sua nascita fino al giorno della sua morte. È il senso religioso che gli permette di sfruttare i beni terreni e di sperare un felice compimento.

Principio della sapienza è il timore del Signore,
ella fu creata con i fedeli nel grembo materno.
Tra gli uomini stabilì il suo seggioeterno,
e con la sua discendenza si manterrà fedele (1,14-15).

L’affermazione di 14a, che s’ispira a Pr 9,10: «Il principio della sapienza è il timore del Signore e nel conoscere il Santo sta l’intelligenza», offre una buona sintesi della dottrina teologica di Ben Sira. Secondo lui, il timore del Signore è l’elemento principale, essenziale e più importante della sapienza: non c’è sapienza senza timore del Signore. In continuità il saggio, riprendendo l’idea del v. 10, sottolinea la presenza della sapienza tra gli uomini. Per quel motivo utilizza la triplice ripetizione della preposizione «con» (con i fedeli, con gli uomini, con la sua discendenza). Si tratta di una presenza costante nella vita dei fedeli, una presenza che inizia nel seno materno, continua durante la loro esistenza terrena e poi si prolunga fedelmente nella loro discendenza (cf. 4,16). Il destino della sapienza è, cioè, stare con gli uomini, accompagnarli nella loro ricerca. Attraverso di esso si appoggia (lett.: pone il suo fondamento) in mezzo a loro per sempre (cf. 24,7-9).

PIENEZZA E FIORITURA
Pienezza della sapienza è temere il Signore,
essa riempie con abbondanza i suoi fedeli dei suoi frutti.
Riempie loro tutta la casa di cose desiderabili,
e i granai dei suoi prodotti (1,16-17).
Qui l’idea predominante è quella della pienezza. Nel v. 16a il saggio afferma che la pienezza della sapienza è temere il Signore, e poi sviluppa il concetto attraverso immagini molto più concrete. La novità di questi versetti ha la sua radice nei verbi transitivi che attribuiscono alla sapienza delle attività proprie degli umani: «ricolmare con abbondanza»e«riempire». In tal modo cioè la sapienza personificata sazia abbondantemente i fedeli con i suoi frutti, riempie loro la casa di cose desiderabili e i granai dei suoi prodotti. Frutti, cose desiderabili e prodotti sono beni materiali che completano i benefici del timore del Signore menzionati nei vv. 11-13.

Corona della sapienza è il timore del Signore,
essa fa fiorire la pace e la buona salute.
Ambedue sono doni del Signore per la pace,
estendono la gloria a coloro che lo amano.
[Dio ha visto e misurato la sapienza] [5]
Ha fatto piovere la scienza e l’intelligenza,
ha esaltato la gloria di quanti la possiedono (1,18-19).

L’immagine della corona intesa come il ceppo dell’albero, ci introduce nel regno vegetale. I verbi «far fiorire» e «far piovere» completano questa immagine. La sapienza[6], come se fosse un albero (cf. 24,13-14.16-17), fa fiorire la pace e la buona salute e essa stessa, come se fosse una nube, fa piovere scienza e intelligenza. Questi quattro doni, che potremmo riassumere in benessere e intelligenza, non sono paragonabili con quello che chiude l’elenco: la gloria (cf. 11a). Così la sapienza conclude la sua intensa attività: esaltando la gloria di quanti la possiedono (19b).

Radice della sapienza è temere il Signore,
i suoi rami sono lunga vita.
Il timore del Signore allontana i peccati,
chi persevera allontana la collera (1,20-21).

Proseguendo con le immagini vegetali, il saggio conclude la parte più poetica della sua composizione: radice e rami, principio e sviluppo, origine e maturità, discrezione ed esuberanza. Così come l’albero ha bisogno della radice per assorbire l’alimento della terra ed estendere i suoi rami, allo stesso modo il discepolo necessita del timore del Signore per poter vivere a lungo e in pienezza. Il GrII aggiunge il v. 21.

CONTRASTO FRA PASSIONE E PAZIENZA

La passione dell’ingiusto[7] non può giustificarsi,
perché la furia della sua passione lo farà cadere.
L’uomo paziente afferra il momento opportuno,
e alla fine la sua ricompensa è la gioia.
Fino al momento opportuno trattiene le sue parole,
per questo molti elogiano la sua prudenza (1,22-24).

Subito le parole del saggio si traducono in una denuncia contro un’attitudine che il discepolo deve evitare a ogni costo, in quanto è incompatibile con il timore del Signore: la collera. Ma perché parlare della collera proprio in questo preciso momento? Perché passare da un linguaggio astratto (il timore del Signore) a uno tanto concreto (la passione)?
Con grande abilità pedagogica, Ben Sira si adatta alla mentalità e alla situazione del suo giovane uditorio, utilizzando un’antitesi molto appropriata (passione e pazienza) di elementi che hanno effetti contrari: rovina e lunga vita. La persona collerica o «appassionata» non è capace di dominare la collera, ma anche la sua furia (impeto, ardore) è più forte di essa, la domina completamente e la trascina verso la caduta. Le conseguenze sono gravi, perché non solamente toccano la persona in questione ma anche tutti quelli che le stanno intorno: la convivenza si rompe e nasce la divisione. L’effetto distruttivo della collera incontrollata contrasta con l’effetto che ottiene la persona paziente: una lunga vita segnata dalla felicità.
La persona paziente è capace di mantenere l’equilibrio delle emozioni e di misurare le parole, anche in circostanze difficili. Il risultato del suo autocontrollo è la contentezza (cf. 11b.12b) e il riconoscimento sociale (cf. 39,9). Questa contentezza è la stessa che deriva dal timore del Signore (cf. 1,12b.23) e, per questo, collera e furia costituiscono la faccia opposta del temere il Signore, cioè della sapienza. Senza alcun dubbio, i vv. 22-24 rinviano a Pr 15,18: «L’uomo collerico suscita litigi, il lento all’ira seda le contese». È chiaro cioè che i ragazzi che frequentavano la scuola del saggio dovevano imparare, prima di ogni altra cosa, a controllare debitamente i propri impulsi passionali.

L’OSSERVANZA DELLA LEGGE È CONDIZIONE INDISPENSABILE

Tra i tesori della sapienza vi sono proverbi molto saggi,
come quello che adorare il Signore ripugna al peccatore.
Se desideri la sapienza, osserva i comandamenti,
e il Signore te la concederà.
Perché il timore del Signore è sapienza e istruzione,
si compiace della fiducia e della mansuetudine (1,25-27).

La sapienza ricompare sulla scena. Le massime sapienti, ossia i proverbi, contengono sapienza, però il peccatore non può accedere ad essa perché disprezza il timore del Signore, lo considera un abominio (v. 25b). La sapienza è un dono che il Signore concede e ripartisce secondo la sua generosità (vv. 9-10) e, per questo, non basta desiderarla per conseguirla. Richiede partecipazione e sforzo da parte del discepolo. Così si esprime il saggio al v. 26: «Se desideri la sapienza, osserva i comandamenti e il Signore te la elargirà».
È chiaro, quindi, che l’osservanza della legge è condizione indispensabile per ottenere la sapienza dal Signore. Il v. 27 mostra un forte parallelo con Pr 15,33, il che ci permette di qualificarlo come il primo proverbio dei tesori della sapienza (cf. 1,25!). Non si tratta semplicemente di una citazione, dato che nel nostro testo l’ordine delle parole è distinto e il suo significato anche.
In 27a la sapienza, insieme con la disciplina, si identifica di nuovo con il timore del Signore e in 27b appaiono due concetti nuovi: pistis (fede, fedeltà, fermezza, costanza) e prautes (umiltà, modestia, semplicità, dolcezza) che sono il compiacimento del Signore. In tal modo, quindi, per acquisire la sapienza che viene dal Signore si richiede un’attitudine di fede e umiltà. Con fede e umiltà si comportò Mosè e per questo il Signore lo consacrò (cf. 45,4). Se l’umiltà è la disposizione dell’uomo che corrisponde alla sapienza immanente (timore del Signore), la fede è quella che corrisponde alla sapienza trascendente (che viene da Dio).

REGOLE DI ATTUAZIONE
Non essere disobbediente al timore del Signore,
e non avvicinarti ad esso con doppiezza di cuore.
Non essere ipocrita davanti agli uomini e vigila sulle tue labbra.
Non esaltarti per non cadere e per non attirarti il disonore;
il Signore svelerà i tuoi segreti e ti umilierà davanti all’assemblea,
perché non hai ricercato il timore del Signore,
e il tuo cuore è pieno di inganno (1,28-30).

Una serie di regole di attuazione, la maggior parte delle quali formulate in negativo, avvertono il discepolo degli atteggiamenti che deve evitare nella vita (28-30b). L’uso della seconda persona singolare si allaccia con l’imperativo «osserva i comandamenti» di 1,26 e rivela che la disciplina è iniziata. Nella relazione con il Signore si deve evitare la doppiezza del cuore; nella relazione con il prossimo l’ipocrisia (vigilanza nel parlare) e nella relazione con se stessi l’autoesaltazione. Questa, come l’impulso della passione (22b), provoca la caduta della persona in senso morale (30b).
Gli ultimi stichi (30c-f) descrivono la reazione del Signore di fronte a un’attitudine falsa, ipocrita e vanitosa. Se il discepolo si accosta a lui (lett.: al timore del Signore) con un cuore pieno di inganno, il Signore lo castigherà mettendo allo scoperto i suoi più intimi segreti (pensieri) e umiliandolo in mezzo alla assemblea (Pr 5,12-14).

A MO’ DI CONCLUSIONE
Sir 1,1-30, insieme con 2,1-18 presenta una sintesi della teologia e dell’antropologia di Ben Sira così come un primo accostamento alla sua pedagogia, specialmente in tempo di prova. Le colonne sulle quali si appoggia la sua dottrina teologica sono la sapienza, il timore del Signore e la legge. Per ottenere la sapienza, si richiede il timore del Signore e questa attitudine interiore di carattere eminentemente religioso si consegue per mezzo del compimento della legge: «La sapienza consiste nel temere il Signore; colui che è saggio osserva le sue leggi» (19,20). Molte e di diversa natura saranno le difficoltà che dovrà superare il discepolo che desidera ottenere la sapienza (o che vuole servire il Signore), ma se il suo cuore si mantiene unito al Signore, potrà ottenere l’obiettivo desiderato: «Riponi in lui la tua fiducia, ed egli verrà in tuo aiuto, procedi con rettitudine e spera in lui» (2,6).

Nuria Calduch-Benages

GLI EROI SCONOSCIUTI DELL’OLOCAUSTO (per la giornata della memoria)

http://www.zenit.org/article-35044?l=italian

GLI EROI SCONOSCIUTI DELL’OLOCAUSTO

La storia dei « Giusti tra le Nazioni », uomini e donne che ignorarono la legge, si opposero allopinione pubblica e osarono fare ciò che era giusto

ROMA, Wednesday, 16 January 2013 (Zenit.org).
In preparazione alla “Giornata della Memoria”, in programma il 27 gennaio prossimo, riprendiamo la prefazione al volume I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, di Sir Martin Gilbert, edito da Città Nuova.
Sir Martin Gilbert è uno dei più grandi storici viventi  famoso come biografo ufficiale di Winston Churchill e come uno dei più noti studiosi dell’Olocausto, ha pubblicato 72 libri di cui molti tradotti anche in italiano.
Per i servizi resi alla Storia britannica e alle relazioni internazionali, nel 1995 è stato insignito dell’ordine dell’Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II. Gilbert è anche fellow onorario del Merton College dell’Università di Oxford.
Rischiò di perdere la vita durante gli attentati del 7 luglio 2005 nella metropolitana di Londra.
***
Il 28 ottobre 1974, mentre camminavo sul Monte Sion, a Gerusalemme, vidi dinanzi a me la fine di una processione diretta a uno dei cimiteri cristiani della città. Sorpreso perché molti dei partecipanti sembravano ebrei, chiesi a uno di loro di chi fosse il funerale e mi fu detto che era di un cristiano tedesco, Oskar Schindler, che aveva aiutato a salvare le vite di più di 1.500 ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Come la maggior parte delle 400 persone della processione, l’uomo al quale mi ero rivolto era un ebreo salvato da Schindler. Così anche il giudice Moshe Bejski, polacco di nascita, un sopravvissuto dell’Olocausto che pronunziò l’orazione funebre. Bejski era allora attivo nella ricerca dei non ebrei che avevano salvato vite ebraiche durante l’Olocausto, per permettere loro di ricevere un riconoscimento formale come Giusti tra le Nazioni. Questo riconoscimento veniva dato, e continua a essere dato, dallo Yad Vashem, il Museo e archivio dell’Olocausto a Gerusalemme, come previsto da un’apposita legge dello Stato di Israele.
Il concetto di «Giusto tra le Nazioni» – in ebraico hasidei umot haolam – è antico nella tradizione ebraica. In origine, quelle «nazioni» erano le tribù non in israelite dei tempi biblici. Durante la recita serale della Pasqua ebraica secondo una tradizione postbellica, gli ebrei ricordarono Shifra e Puah, le due levatrici egiziane «che sfidarono l’editto del Faraone che ordinava di annegare i bambini maschi di Israele nel Nilo», e la figlia del Faraone «che violò il decreto del padre di annegare i neonati, e salvò Mosè». Vedendo l’israelita appena nato per il quale la morte era l’unico decreto – il decreto di suo padre -, ella lo portò via dal fiume in una cesta e lo allevò come fosse suo figlio. Nella Bibbia non le è dato alcun nome. Le saghe ebraiche scelsero un nome per lei: Batya, la figlia di Dio.
Da quel giorno sul Monte Sion nel 1974, ho iniziato a raccogliere articoli di giornale sui riconoscimenti e le cerimonie di riconoscimento allo Yad Vashem, e a trascorrere tempo in quella parte dell’archivio lì dedicata ai Giusti. Parte del materiale di questo libro deriva dalle mie ricerche di quell’epoca.
Molti degli ebrei che sopravvissero al dominio e all’occupazione nazista dell’Europa tra il 1939 e il 1945 devono la loro sopravvivenza a non ebrei. La pena per aver aiutato un ebreo a nascondersi era spesso la morte, specialmente in Polonia e nell’Europa dell’est. Molte centinaia di non ebrei furono giustiziati per aver tentato di aiutare gli ebrei. Vicini di casa ostili potevano essere pericolosi come la Gestapo, perché spesso tradivano sia coloro che si erano nascosti sia quelli che si nascondevano. All’inizio del 2002, 56 anni dopo la fine della guerra in Europa, più di 19.000 non ebrei erano stati onorati allo Yad Vashem. Mentre un secolo cedeva il passo ad un altro, più di 800 non ebrei venivano identificati e premiati ogni anno. Se una singola pagina stampata fosse dedicata a ciascuna persona già riconosciuta come Giusto, ci vorrebbero 50 libri della stessa dimensione di questo per raccontare tutte le loro storie.
Nel 1993 sono stato invitato a parlare, a Gerusalemme, a una riunione di diverse centinaia di ebrei che da bambini, durante la guerra, sono stati nascosti da non ebrei. Questi «bambini nascosti» (Hidden Children, il nome della loro associazione), si erano riuniti a New York due anni prima, e avevano sentito che era venuto il momento di cercare un pubblico riconoscimento per coloro che avevano salvato le loro vite, che avevano nascosto bambini ebrei, salvandoli dalla deportazione e dalla morte: cattolici – tra essi anche religiosi francescani, benedettini e gesuiti – ortodossi greci e russi, protestanti, battisti e luterani, come anche musulmani in Bosnia e Albania.
Tra i salvatori c’erano preti e suore, infermiere e bambinaie, insegnanti e studenti, vicini e amici, impiegati e colleghi dei loro genitori. Un singolo atto, persino una singola affermazione, poteva salvare una vita, come quando una contadina polacca, sentendo dire dagli abitanti del suo villaggio, a proposito di Renée Lindeberg, di quattro o cinque anni: «Buttatela nel pozzo», risponde: «Non è un cane dopo tutto…»; e Renée fu salvata.
Abraham Foxman, che è stato salvato dalla sua bambinaia a Vilnius, ha detto all’incontro dei «bambini nascosti» a Gerusalemme: «Per più di cinquant’anni dopo l’Olocausto i sopravvissuti hanno dato testimonianza del male, della brutalità e della bestialità. Tocca a noi oggi, alla nostra generazione, portare una testimonianza di bontà, giacché ognuno di noi è la prova vivente che persino all’inferno, in quell’inferno chiamato Olocausto, vi fu la bontà, la gentilezza, nonché l’amore e la compassione».
La storia dei non ebrei che salvarono vite ebraiche – i «Giusti» di questo studio – non è tra quelle che hanno avuto un’alta priorità nei primi decenni dopo la guerra.
Comprensibilmente, gli scrittori ebrei vollero raccontare le storie della sofferenza, della distruzione e l’uccisione dei loro cari, come anche della resistenza e della rivolta ebraiche. Nel suo poderoso studio sul ghetto di Vilnius, pubblicato nel 1980, lo storico Yitzhak Arad, egli stesso sopravvissuto di quel ghetto e partigiano, scrisse solo pochissime frasi sui Giusti, affermando enfaticamente: «La popolazione lituana a Vilnius non diede rifugio agli ebrei».
Commentando la scarsità di salvatori in Lituania, Arad annota: «La possibilità di asilo nell’ambiente non ebraico era dettata da due condizioni di base: l’atteggiamento degli abitanti locali e la punizione che attendeva coloro che prestavano aiuto. Entrambe erano svantaggiose per gli ebrei. Un ampio segmento della popolazione locale era animato dall’antisemismo, approfittava dei guadagni illeciti provenienti da una proprietà ebraica abbandonata, e favoriva o era insensibile allo sterminio della comunità ebraica. Coloro che potevano assistere gli ebrei erano intimiditi dalla probabilità della punizione. Pochissimi vinsero le loro paure e prestarono aiuto».
Ma lo Yad Vashem, del quale Arad è stato responsabile per molti anni, ha – da quando la caduta del comunismo lo ha reso possibile – tributato omaggio a più di 400 salvatori lituani, molti di Vilnius. Mentre la ricerca continua nella Lituania indipendente, i casi di ben 2.000 altri lituani sono sotto esame per un possibile riconoscimento nel primo decennio del XXI secolo.
Ma l’interesse per i Giusti non è universalmente accolto in modo favorevole.
In risposta alle richieste da me pubblicate per ricevere storie di salvataggio, un ebreo di nascita polacca, confuso, mi ha scritto: «Secondo me, è stato scritto abbastanza sull’aiuto cristiano per salvare gli ebrei. Penso che la messa a fuoco faccia perdere di vista i crimini commessi».
Un’altra corrispondente, una sopravvissuta di nascita polacca, Ella Adler, che viveva a Cracovia allo scoppio della guerra, ha scritto: «Grazie molto per la sua recente lettera nella quale mi chiede se ho avuto esperienza di gentilezza da parte di non ebrei durante i miei quattro anni di carcere, negli anni dell’Olocausto. Mi dispiace dirLe che personalmente non mi ricordo di tale gentilezza durante quel periodo». Tali risposte non sono insolite. Ma Ella Adler aggiungeva di conoscere «una persona del nostro gruppo di Sopravvissuti all’Olocausto che ha avuto una tale esperienza» e che quindi avrebbe passato la mia richiesta a lui.
Baruch Sharoni, un membro del Comitato dello Yad Vashem che riconosce i Giusti, ha commentato: «Il numero di tali casi è incerto perché tra quelli che avrebbero potuto contribuire al salvataggio, molti non lo fecero». Ma Sharoni riflette anche: «Vedo i salvatori come anime nobili della razza umana, e quando li incontro mi sento alquanto inferiore a loro. Perché so che se fossi stato al loro posto, non sarei stato capace di tali azioni».
Molti sopravvissuti reagiscono con disagio, e persino con rabbia, quando pensano a quanta poca gente fosse pronta ad aiutarli. Gerta Vrbova, giovane ragazza slovacca durante la guerra, chiede: «Quali furono le ragioni per lo spaventoso comportamento della popolazione locale mentre i loro vicini di casa erano deportati verso destinazioni sconosciute? ». Un sopravvissuto olandese, il dottor Maurits de Vries, scrive: «Vorrei sottolineare ancora il fatto che solo i relativamente pochi che furono salvati possono portare testimonianza, e che la voce di coloro che cadde nelle mani dei nazisti, per tradimento, non può essere udita».
Il professor Edgar Gold, che sopravvisse alla guerra in Germania come «bambino nascosto» e il cui padre sopravvisse a quattro campi di concentramento, incluso Auschwitz, scrive che suo padre spesso gli diceva che «i tedeschi non avrebbero potuto fare quello che fecero senza l’assistenza dei loro “aiutanti” ucraini, polacchi, estoni, lettoni, lituani, ungheresi e croati. Inoltre, il rastrellamento di ebrei in Francia, Olanda, Belgio, Italia, Grecia, Ungheria, Jugoslavia e persino Norvegia, non sarebbe stato così efficace senza un significativo “aiuto” locale.
Inoltre, mio padre affermava spesso che la crudeltà e la bestialità delle guardie dei campi di concentramento ucraini e degli stati baltici molte volte oltrepassava di molto la crudeltà fredda e calcolatrice dei tedeschi».
Da una parte collaborazionismo e tradimento gettano un’ombra sulla storia del salvataggio, sollevando il problema di quanti ebrei si sarebbero potuti salvare se la gente fosse stata disposta ad assumersi il rischio di aiutarli, ma al tempo stesso aumentano la luce che brilla su coloro che, invece, aiutarono, quasi sempre con grande rischio personale. Henry Huttenbach, lo storico degli ebrei di Worms, scrive di un’anziana coppia di ebrei di Worms che fu accolta in un convento cattolico e così sfuggì alla deportazione: «Ebbero la grande fortuna di incontrare gente coraggiosa e onesta che li ospitò in un’Europa oltremodo ostile e disinteressata. Deve essere ricordato che coloro che sfuggirono ai campi, scapparono verso società avvelenate da sentimenti antisemiti. La grande maggioranza perì nelle mani dei collaborazionisti con il piano della Germania di sterminare gli ebrei: le guardie di confine svizzere che rifiutarono l’ingresso a chi aveva più di 16 anni, la polizia francese che arrestò gli ebrei stranieri, i polacchi che rifiutarono di nascondere gli ebrei fuggiti dal ghetto, o i partigiani russi che uccisero gli ebrei che tentavano di unirsi a loro nella comune lotta contro i tedeschi». Ma, aggiunge: «In questa Europa moralmente depravata, c’erano isole di eccezioni, una persona onesta occasionale che rischiava la vita aprendo la propria casa, e un raro convento o monastero che aveva la “spina dorsale” morale di estendere l’asilo agli ebrei perseguitati piuttosto che solo a coloro che si erano convertiti al cristianesimo».
Queste “isole di eccezioni” e la “spina dorsale morale” dei salvatori sono centrali nella storia di un’Europa dominata dal nazismo in cui gli atti dei Giusti testimoniano la sopravvivenza dei valori umani e il coraggio di coloro che salvarono lavita umanapiuttosto che permettere che essa fosse distrutta. In ogni Paese sotto il dominio nazista l’istinto di aiutare rimase forte, nonostante un’estesa ostilità e indifferenza. Sei milioni di ebrei furono assassinati, ma decine di migliaia furono salvati.
In quasi ogni caso di un ebreo salvato, più di un non ebreo fu coinvolto nell’atto di salvataggio, che in molti casi durò per diversi anni. «Per salvare un ebreo – scrive Elisabeth Maxwell, riferendosi all’esperienza francese – ci volevano dieci o più persone»; e cita la storia di Alexander Rotenberg che attraversò il confine tra Francia e Svizzera. Leggendo la sua storia, nota che «più di 50 persone sono state direttamente coinvolte e necessarie nel suo salvataggio da Anversa, via Francia e Svizzera, e questo senza tener conto di tutti coloro che erano a conoscenza e chiusero gli occhi o non parlarono».
La storia dei Giusti è la storia di uomini e donne che rischiarono la propria vita e quella dei familiari per aiutare e salvare vite ebraiche: gente che, nelle parole di Si Frumkin, un sopravvissuto del ghetto di Kovno (Kaunas), «ignorarono la legge, si opposero all’opinione pubblica e osarono fare ciò che era giusto».


Secondo la tradizione ebraica: «Chi salva una vita, salvail mondointero».

King David, Ethiopian Jewish Embroidery, NACOEJ

King David, Ethiopian Jewish Embroidery, NACOEJ dans immagini sacre IMG41_JPG

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Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2013 |Pas de commentaires »
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