LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE: IN CARNE ED OSSA

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Michel Quesnel

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

IN CARNE ED OSSA

(anche Paolo)

ELOGIO DEL CORPO
Il filosofo Celso, il cui nome è legato alla polemica anticristiana che si sviluppò nel secondo secolo della nostra era, criticava i cristiani definendoli « popolo che ama il corpo ». Vi è di che stupire i nostri contemporanei i quali pensano che la morale ebraico cristiana, come la definiscono, ponga sul corpo uno sguardo negativo. Tra i protestanti dal look austero ed i cattolici impacciati, sembra che ci sia poco spazio nel cristianesimo per la valorizzazione del corpo.
Lontano discepolo di Platone, Celso considerava che il corpo fosse la tomba o la prigione dell’ anima, la sola che recasse in sé la nobiltà della condizione umana. Ora, fin dalle origini del loro movimento, i cristiani hanno fondato la propria fede sulla resurrezione di Gesù, una resurrezione corporale; ed è ad un eguale futuro, la resurrezione del corpo, che sono destinati gli uomini.
Le raffigurazioni artistiche che ne sono state fatte sono state dunque al servizio della resurrezione. I timpani delle cattedrali esibiscono tombe che si aprono e cadaveri che ne escono. Il superbo affresco di Signorelli, nel duomo di Orvieto, così come il Giudizio Universale, dipinto da Michelangelo nella cappella Sistina, raffigurano la resurrezione finale mediante rappresentazioni di scheletri che si ricoprono di carne ed ossa.
Esteticamente parlando, abbiamo qui dei puri e semplici capolavori. Il testo biblico che li ispira è dapprima la scena delle ossa aride al capitolo 37 del libro del profeta Ezechiele, poi gli insegnamenti del Nuovo Testamento sulla fine dei tempi. Credere nella resurrezione non esige in nessun modo di rappresentarsela in termini di tombe che si aprono e di corpi terrestri che si ricostituiscono a partire dalle cellule che un tempo li avevano composti. Le scienze della natura e della vita ci insegnano che dopo la nostra morte i nostri cadaveri o le nostre ceneri saranno ricic1ati biologicamente, e che le nostre antiche cellule non conserveranno traccia di ciò che saremo stati.
A questo proposito, san Paolo fa un ‘utile distinzione fra il corpo e la carne. Per lui la carne è la materia che ci compone; essa appartiene soltanto a questo mondo. Il nostro corpo, in compenso, è ciò grazie a cui siamo degli organismi strutturati, in relazione con gli altri uomini e con il resto del mondo creato. È lui – e non le nostre cellule – che passerà da questo mondo nell’altro, dopo che Dio lo avrà trasformato in un corpo nuovo, del quale siamo incapaci di immaginare la futura forma. L’apostolo esprime, con ciò, una speranza fondamentale, cioè che la vita nell’ aldilà non è una specie di fusione in un immenso tutto indifferenziato, ma una vita nuova nella quale la nostra personalità e le relazioni che avremo costruito si prolungheranno. È il dato più grande dell’antropologia e della cosmologia cristiane.
Perché allora i cristiani vengono ritenuti così riservati, anche così pudibondi, quando si tratta del corpo? Sembra che esistano almeno due ragioni. La prima è congiunturale. Non è tanto al corpo che le società occidentali moderne consacrano un’enorme attenzione, quanto alla sua immagine. È il corpo visibile, il corpo fotografato, il corpo in superficie. Sono più attente al corpo così come può essere colto da un apparecchio fotografico che allo stesso corpo esaminato ai raggi X o al laser, in tutto il suo spessore e la, sua profondità. Ognuno è attento al proprio look, sforzandosi di rispettare canoni fissati da altri; corporalmente parlando, è attento all’immagine che dà di sé molto più di quanto lo sia a quello che egli è. Stupefacente paradosso: riguardo al fisico come a molte altre cose, siamo molto dipendenti dalle immagini sociali, proprio mentre rivendichiamo libertà fondamentali!
Di tanto in tanto, fortunatamente, qualche soprassalto di lucidità rimette le cose a posto. Qualche anno fa all’ingresso di molti body shops veniva appesa una frase che, citando a memoria, era formulata pressappoco così: « Sei donne al mondo sono top-models… Tre miliardi non lo sono ». L’autore di questa saggia osservazione non spiegava quale fosse la sua intenzione, ma è possibile leggerla come denuncia del machismo attuale che impone ai corpi femminili di assomigliare ai fantasmi dei maschi occidentali di oggi, cioè alti, smilzi e svelti.
L’attaccamento al vestiario è l’espressione più visibile dell’importanza accordata all’immagine che il corpo dà di se stesso. Ora, « la vita non vale forse più del cibo ed il corpo più del vestito? » chiedeva Gesù (Mt 6,25). Curare il proprio vestiario non significa necessariamente rispettare il proprio corpo. Non c’è che da vedere la stravaganza di certi abbigliamenti in rapporto alla forma e al benessere del corpo: dai corpetti delle nostre nonne ai tacchi altissimi o ai jeans inguainanti delle nostre contemporanee, numerose donne sono pronte a martirizzare il loro corpo per presentare la propria immagine secondo i canoni della moda. Si tratta di un modo ben curioso di onorare il proprio corpo!
La seconda motivazione dell’opinione che pesa sui cristiani in quanto non accorderebbero che un minimo valore al corpo, e che è una variante della prima, viene dal fatto che essi reagiscono contro la strumentalizzazione del corpo. Corpo oggetto, corpo idolatrato, il corpo si trova come isolato dalla persona che lo abita. Si « fa l’amore » senza che vi sia amore, si sostituisce al legittimo erotismo un’avvilente pornografia, si beve senza aver sete… Si privilegia l’ordine dell’apparire più di quello dell’ essere. Ora, antropologicamente parlando, pensare che si abbia un corpo è un’approssimazione. Sarebbe più giusto dire che si è un corpo. Il mio corpo è costitutivo di ciò che sono; non posso cambiarlo. Poca o tanta cura della mia personale coerenza che io possa avere, rifiuterò di strumentalizzare il mio corpo e quello di chicchessia. Questo forse mi farà sembrare sorpassato agli occhi di alcuni tra i miei contemporanei. Ma le mie relazioni con i corpi umani nella loro totalità diverranno più armoniose.
Il mio corpo, secondo Pierre Teilhard de Chardin, è una « totalità dell’universo che io possiedo parzialmente », mentre invece sono sempre tentato di considerarlo come « una parte dell’universo che possiedo totalmente ». Attraverso il mio corpo, qualcosa dell’intero universo è in me e, in un certo qual modo, mi oltrepassa e merita di essere rispettata. San Paolo – ancora lui
scriveva del corpo umano che è « tempio dello Spirito Santo » (1Cor 6,19). Rispettandolo, rispetto l’intero universo. Valorizzando la sua bellezza, porto un tocco ornamentale alla creazione. Estetista e creatore di moda sono bei mestieri, quasi arti. Le cure corporali sono legittime. Un corpo non curato è, in genere, il segno di una vita che, nel suo insieme, non lo è di più. Al contrario, un bel corpo accresce il fascino della vita, ed ogni corpo ha in sé un valore tale da essere ammirato. Può succedere che un corpo sia infermo o ferito e, per questo, difficile da accettare. Ma, come mostra benissimo il film di François Dupeyron, La chambre des officiers, non c’è corpo così sfigurato da non poter essere amabile ed amato.
La Bibbia valorizza la bellezza del corpo e l’erotismo. Il dialogo appassionato tra l’amante e l’amata del Cantico permette di non dimenticarlo.
* * *
« Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe. Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante » (Ct 1,15-16).
IN CARNE ED OSSA
ELOGIO DEL DESIDERIO
Curioso destino di un sostantivo che dice tutto il suo contrario. Etimologicamente, il termine latino desiderium evoca il tramonto di un astro: è il desiderio di qualche cosa o di qualcuno che non è più presente, con una sfumatura di rimpianto e di nostalgia. Ma l’evoluzione nell’uso ha fatto del termine qualcosa di più attivo e bruciante: il colore del desiderio è il rosso, il suo elemento è il fuoco. Nelle religioni il desiderio è spesso mal visto. È fisico, sensuale, difficile da controllare; odora di peccato, furore ed adulterio. Tuttavia i tempi moderni, al seguito del dottor Freud e di alcuni teologi come sant’ Agostino, san Bernardo e san Tommaso d’Aquino, l’hanno riabilitato. Un bel libro di Denis Vasse (16) sugli atteggiamenti religiosi s’intitola Le temps du désir (Il tempo del desiderio). Il desiderio è una componente delle tre virtù teologali. La fede cristiana si nutre del desiderio di Dio, la speranza del desiderio di vivere per sempre, e la carità del desiderio dell’altro. « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione », annunciava Gesù ai suoi discepoli nei minuti che precedettero l’ultima cena (Lc 22,15). L’esempio viene dall’alto.
Il desiderio è presente nella vita del credente anche quando la parola ne è assente. Tutte le preghiere che innalziamo a Dio all’imperativo sono espressione di un desiderio che non viene nominato. Si potrebbe riscrivere il Padre nostro inserendo il verbo « desiderare » in ogni frase: « Desideriamo che il tuo nome sia santificato, desideriamo che venga il tuo regno, desideriamo che sia fatta la tua volontà. .. Desideriamo che tu ci doni il pane quotidiano e che tu rimetta i nostri peccati, e che tu non ci faccia provare la tentazione, e che ci liberi dal male ». Visto che gli imperativi rivolti a Dio non possono essere un ordine, essi esprimono un desiderio. Potremmo dedicarci allo stesso esercizio con la maggior parte dei salmi e ritrovare in essi la medesima costante. Citiamo soltanto questo: « Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio » (SI 42,2). Tutti gli scritti del patrimonio ebraico e cristiano riservano uno spazio al desiderio.
Ma non tutte le religioni hanno la medesima concezione. Nel buddismo, ad esempio, il desiderio non ha nessun valore. Poiché implica una mancanza, esso comporta una sofferenza che non è compatibile con la serenità. È una disposizione imperfetta. Il nirvana, al contrario, consiste nell’assenza di desiderio. Il Budda immobile non si può tendere verso qualcosa. La tensione implicita nel desiderio trova il proprio spazio solo nelle correnti spirituali nelle quali il movimento è costitutivo e che hanno una visione positiva della mancanza. Il desiderio apre una breccia nell’universo delle mediocrità e delle soddisfazioni. Mette in marcia, permette la caduta e favorisce la ripresa.
Per attribuirgli l’intera sua importanza nel cristianesimo, conviene non limitarne la concezione positiva al solo desiderio di Dio. Perché il desiderio ha un’estensione più ampia. Accanto al desiderio di conoscere e di avvicinare Colui che è il bene supremo esistono desideri minori, che non si oppongono alla sete spirituale e che possono indicarne il cammino. Non è cattivo il desiderio di possedere dei beni, a condizione che ciò non avvenga a qualsiasi prezzo; questo mette in movimento e permette di fare del bene attorno a sé. È bene desiderare di unirsi al corpo di chi si ama, se si rispetta la sua libertà; la comunione fisica è sorgente di fecondità, e non solo di fecondità nella procreazione. È bene aver voglia di mangiare cose buone; significa rendere onore ai frutti della terra e all’arte culinaria che s’ingegna a prepararli. È bene aver voglia di andare veloci al volante di un’auto o sulle pendici di un monte innevato; la velocità genera una sensazione di pienezza che non c’è motivo di rifiutare a se stessi. Accanto a tutti questi desideri buoni il moralista porrà necessariamente la nozione di misura, cioè di controllo. Perché lasciando libero corso a tutti i suoi desideri l’uomo ne diverrebbe schiavo, senza contare i danni che potrebbe causare ad altri.
Ma avremmo torto se proibissimo il desiderio a causa dei suoi possibili eccessi. Volendolo contenere troppo, lo si uccide o lo si fa esplodere. Il puritanesimo, che non ha riconosciuto il ruolo essenziale del desiderio nella costruzione della persona umana, ha dato vita a generazioni di frustrati. O, all’opposto, ha prodotto persone che hanno fatto saltare tutte le norme perché quelle che si voleva loro imporre sembravano stupide o castranti.
Paolo, l’apostolo focoso, era un essere di desiderio. Nelle prime righe dell’epistola ai Romani, lettera indirizzata a una comunità cristiana che non aveva ancora visitato, esprime con calore la voglia che ha di incontrarla. Facendo questo lascia intravedere la sua fiamma.
* * *
« Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io. Non voglio pertanto che ignoriate,
fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri Gentili. Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti: sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma » (Rm 1,9-15).
[16] Gesuita, medico e psicanalista contemporaneo.
IN CARNE ED OSSA
ELOGIO DELLA BELLEZZA
« Datemi un’anima santa, Signore, che contempli la bellezza e la purezza, affinché non si spaventi vedendo il peccato ma sappia ricondurre al bene la situazione ». Così si esprimeva san Tommaso Moro, cancelliere di Enrico VIII, nella celebre preghiera che comincia con: « Concedetemi una buona digestione, o Signore. . . ».
Contemplare la bellezza, guardare con purezza, considerare il mondo con benevolenza, offrire spontaneamente fiducia, tutti questo obiettivi costituiscono aspetti differenti del medesimo atteggiamento di fondo. « Dio vide che questo era buono », proclama il libro della Genesi nel primo racconto della creazione (Gn 1,10). Si potrebbe anche tradurre: « E Dio vide che questo era bello ». Bellezza e bontà appartengono allo stesso ordine. San Tommaso d’Aquino considerava tre trascendentali dell’Essere: l’Uno, il Vero e il Bene; ma ne aggiungeva un quarto, un trascendentale derivato, il Bello. In questo non era infedele né alla Bibbia né agli antichi filosofi greci. Questi ultimi avevano inventato una nuova qualità a partire dai due aggettivi « bello e buono »: kalòs kagathòs. La nozione, in effetti, è globale.
Come tutto ciò che è essenziale, la bellezza è difficile da definire. Nel 2004 Umberto Eco ha accettato la sfida di scriverne la storia: Storia della bellezza, dà come titolo alla sua opera. Naturalmente, è un libro illustrato, perché la bellezza si guarda. Manca un CD che permetterebbe di capirne di più, perché la bellezza si ascolta anche. Tutti i sensi partecipano. Nessuno è insensibile alla gioia che la bellezza procura, comprese perfino quelle persone che si dichiarano insensibili al cospetto dell’ arte.
La bellezza esiste allo stato naturale: si impone attraverso un bel paesaggio che ci tocca il cuore; irradia da un bel corpo, cosa che fa sì che la giovinezza venga considerata l’età dell’oro; s’irradia da un bel fiore che è, come sappiamo, l’organo sessuale della maggior parte dei vegetali. Ma la bellezza si fabbrica anche. È il lavoro degli artisti, che sono gli artigiani della bellezza. Più di altri, forse, essi prolungano, attraverso il loro lavoro, l’opera di Dio, creatore del visibile e dell’invisibile. « Il bello ci deve elevare – scriveva Pio XII nella sua Lettera agli artisti. – La funzione di tutte le arti consiste nell’ infrangere lo spazio stretto ed angosciante del finito nel quale è immerso l’uomo quaggiù, per aprire una specie di finestra al suo spirito che tende all’infinito ».
Che cosa sarebbe un mondo senza bellezza? Basta vedere a qual punto la bruttezza sia destabilizzante per rispondere che sarebbe un inferno. Perché i centri storici delle città appaiono così attraenti? Le ragioni sono di certo molteplici, ma una di esse consiste in questo: molti edifici di periferia sono esteticamente mal riusciti, i loro abitanti ne fuggono la bruttezza. La bellezza favorisce l’armonia, compresa quella delle relazioni umane; la bruttezza, al contrario, è una delle sorgenti di violenza. Consciamente o inconsciamente gli architetti e gli urbanisti che costruiscono brutti edifici seminano granelli di criminalità.
Ne L’idiota, Dostoievski fa porre questa domanda all’ateo Ippolito: « Ma quale bellezza salverà il mondo? ». Attraverso questa domanda scettica, nella quale non si riconosce, il romanziere russo esprime la propria convinzione, più volte ripresa in seguito da autori di ogni famiglia spirituale, che « la bellezza salverà il mondo ». È quasi diventato uno slogan che, a differenza di altri, forse ha il merito di essere vero.
I teologi di numerose correnti religiose sono sensibili alla dimensione estetica della fede. È bello credere. L’oggetto della fede è bello. La religione è, da sempre, sorgente di ispirazione artistica; e il cristianesimo ha avuto, in questo ambito, una grande parte. La celebre statua di Cristo che orna l’ architrave del portale centrale, sulla facciata della cattedrale di Amiens, viene chiamata da una tradizione popolare antichissima « il Dio bello ». Rappresenta infatti un giovane uomo dalle sembianze regolari bellissime, conforme ai canoni estetici dell’epoca gotica; non sarebbe stato possibile pensare di non rispettarli scolpendo l’immagine di colui che è parola e immagine di Dio. Se ci vuole così tanto tempo per dipingere un’icona, è perché essa sia il riflesso della bellezza interiore che illumina il cuore di un artista credente.
Uno dei rimproveri mossi alla liturgia uscita dal concilio Vaticano II è la perdita della dimensione estetica delle celebrazioni. Certo, una spolveratura si imponeva. Non rimpiangiamo la pompa di un tempo; la nostalgia esasperata delle cerimonie di stile antiquato si nutre più spesso di sterile conservatorismo che di amore per la bellezza. Ma il cattolico medio che si sposta oggi da una parrocchia all’altra è spesso obbligato, bisogna riconoscerlo, a subire qui e là celebrazioni banali in luoghi banali, presiedute da preti i cui ornamenti sono tutt’altro che ornamentali. Già nel 1935, tuttavia, venne fondata la rivista L’art sacré (L’arte sacra), dove trovò posto l’interrogativo estetico di padre Couturier (17), collegato a quello di numerosi artisti. Fu un lavoro pionieristico, anche se la ricaduta sulla vita quotidiana della Chiesa non ha dato ancora tutti i frutti.
Immagine e somiglianza di Dio, la persona umana è stata creata bella in un mondo bello. Alcune sozzure sfigurano questa immagine, è vero, ma vengono lavate nell’ acqua del battesimo, come esprime molto bene il rituale di questo sacramento, e poi attraverso il sacramento della riconciliazione che ne costituisce, in qualche modo, il prolungamento. Il più grande compito dell’uomo riconciliato è quello di produrre, a sua volta, la bellezza: come giardiniere del mondo e cesellatore di relazioni armoniose, partecipa all’opera della creazione, che prosegue. Se agisce in modo opposto, distrugge se stesso ed il mondo con sé. Il disprezzo, il vandalismo e l’inquinamento sono regressioni.
Nei consigli dati a Timoteo, discepolo di Paolo, viene spesso tradotto con « buono » l’aggettivo greco kalòs il cui senso primo evoca piuttosto la bellezza, ed anche la bellezza fisica. Se si rimette il termine « bello » al suo posto, il testo assume ancora maggior rilevanza.
* * *
« Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la bella battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare immacolato e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,

che al tempo stabilito sarà a noi rivelata
dal beato e unico sovrano,
il re dei regnanti e signore dei signori,
il solo che possiede l’immortalità,
che abita una luce inaccessibile;
che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere.
A lui onore e potenza per sempre. Amen ».
(1 Tim 6,11-16)

[17] Marie Alain Couturier (1897-1954), domenicano, artista e critico d’arte (n.d.t.).

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