Solennità dell’Epifania – Omelia Dionigi Card. Tettamanzi 2000

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om000106.htm

Solennità dell’Epifania

S.Messa. Omalia

Genova – Cattedrale. 6 gennaio 2000

La luce dell’Epifania sul « pellegrinaggio » del Giubileo

+ Dionigi Card. Tettamanzi
Arcivescovo

L’Epifania che oggi celebriamo trae il suo significato dal Natale, ossia dall’evento centrale della storia che è il farsi uomo – come noi e per noi – del Figlio eterno di Dio e quindi il suo rivelarsi al mondo come luce e vita e salvezza degli uomini. Sì, l’Epifania prende significato dal Natale, ma nello stesso tempo del Natale sottolinea in modo particolare alcuni aspetti in rapporto alla « rivelazione » di Cristo.
Su due di questi aspetti vogliamo fermare la nostra meditazione. Si tratta di aspetti che, mentre ci introducono in una conoscenza più profonda dell’Epifania, ci mostrano l’intimo legame che esiste tra questa festa e la celebrazione del Grande Giubileo del 2000 da pochi giorni iniziato.
Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra
Il primo aspetto della festa dell’Epifania è quello dell’universalità della salvezza. Gesù è salvatore non solo del popolo ebraico, ma di tutti i popoli della terra. In una sua appassionata omelia il Card.Gianbattista Montini così diceva: « Dopo il Natale, la Chiesa si domanda: per chi è venuto Cristo? E risponde: per tutti gli uomini. Non era ebreo il Signore? e non era il popolo ebraico un popolo chiuso, nella sua razza e nella sua religione? nella sua storia e nei suoi privilegi? Sì; ma questo è appunto l’aspetto meraviglioso dell’Incarnazione: essa ha carattere universale; riguarda non soltanto il popolo eletto dell’Antico Testamento, ma riguarda tutti i popoli; riguarda tutti i tempi e tutti i luoghi, interessa tutta la storia, e interessa tutta la terra. Non ha confini. E’ destinata a tutta l’umanità, anzi crea il concetto nuovo e svela il vero destino dell’umanità. Non mai prima di Cristo s’era pronunciata una simile concezione del mondo, e finora l’esperienza ci direbbe che fuori di lui una tale concezione non nasce, e che senza di lui non regge. E’ questo un risultato umano d’un mistero divino: la rivelazione, la manifestazione di Dio nell’economia storica della religione autentica, giunge al suo vertice, trascende ogni limite etnico, storico e geografico, e irradia la sua luce su tutto il panorama e informa sia la vita individuale, sia la vita sociale. Cristo è il centro. Cristo è il Re, Cristo è il sole dell’umanità » (L’Epifania e l’universalità della fede, 6 gennaio 1963).
Che la salvezza divina sia per l’intera umanità viene espresso con incantevole semplicità nel brano dei Magi scritto dall’evangelista Matteo. I Magi vengono per adorare « il re dei Giudei che è nato » (Matteo 2, 2), partendo « da lontano »: da lontano, non solo in senso geografico, perché la loro patria è l’Oriente, forse il territorio del fiume Eufrate; ma anche e soprattutto in senso religioso, se li confrontiamo con gli ebrei: sono, infatti, dei pagani che non rientrano in quell’eredità di salvezza che Dio aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza. Ma gli evangelisti non hanno dubbi: se Luca è attento ai pastori come rappresentanti del popolo eletto e riferisce le loro parole: « Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere » (Luca 2, 15), Matteo punta la sua attenzione sui Magi, come rappresentanti dei pagani, e sulle parole pronunciate al loro arrivo a Gerusalemme: « Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo » (Matteo 2, 2).
Così la Chiesa, fin dal IV e V secolo ha voluto ravvisare nel racconto dell’adorazione dei Magi « l’inizio e quasi il paradigma della convergenza degli uomini, delle nazioni pagane specialmente, verso Cristo » (Card. Montini, l.c.). Ascoltiamo sant’Agostino: « I Magi, primizie delle genti, vennero per vedere e per adorare Cristo, e meritarono non solo di conseguire la propria salvezza, ma di rappresentare anche la salute di tutti i popoli » (Discorso 203, 3). Ascoltiamo dopo di lui san Leone Magno: « Subito il Signore volle essere conosciuto da tutti, lui che per tutti si è degnato di nascere » ( Discorso sull’Epifania, I). Ascoltiamo la liturgia della Chiesa: « Dio onnipotente ed eterno, splendore delle anime di coloro che hanno la fede, tu hai consacrato questa solennità con le primizie dell’elezione delle Nazioni: riempi il mondo della tua gloria e fai apparire i raggi della tua luce ai popoli che ti sono sommessi » (Sacramentario Gregoriano). Ma prima ancora è l’apostolo Paolo, nella lettera che abbiamo oggi ascoltato, a ricordarci il « mistero della grazia di Dio », ossia il disegno dell’amore del Signore: esso è rimasto, per gli uomini delle precedenti generazioni, avvolto nel più inviolabile silenzio; ma ora, finalmente, è fatto conoscere e viene proclamato al mondo. E il mistero è « che i gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità (del popolo eletto), a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo » (Efesini 3, 6). Così davanti a Cristo, unico salvatore del mondo, sta l’intera Chiesa, anzi l’intera umanità, rappresentate dai pastori e dai Magi, dal popolo ebraico e da tutti gli altri popoli della terra: i pagani. Ecco l’universalità della salvezza che il Natale e l’Epifania presentano nei termini della chiamata, dell’attrazione di tutti i popoli a Cristo. In tal senso si fa quanto mai eloquente il canto liturgico responsoriale: « Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra ». In realtà, più affascinante e decisivo è l’altro cammino: l’andata di Cristo verso tutti i popoli. Sì, l’andata di Cristo: con la sua presenza personale che tutto previene e sostiene, e con la « mediazione » della Chiesa, ossia con la sua attività missionaria. Per questo l’Epifania può giustamente considerarsi « la prima festa missionaria e quasi l’inaugurazione non già del viaggio che porta gli infedeli a Cristo, ma di quello che porta i missionari di Cristo agli infedeli » (Card. Montini, l.c.). La celebrazione dell’Epifania accende così nel nostro cuore un duplice importante sentimento. Il primo è quello d’una fiducia senza limiti nel guardare la storia dell’umanità, in particolare la sua storia religiosa: su di essa si stende, misericordiosa ed efficace, la volontà di salvezza da parte di Dio, Creatore e Padre di tutti, una volontà di salvezza che trova la sua suprema prova nella morte di Gesù in croce. E poi il sentimento di una passione missionaria, che ci deve vedere impegnati – nei pensieri, negli affetti e nelle opere – a portare il nostro contributo perchè giunga a compimento la profezia ricordata: « Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra ». In questo modo l’Epifania ci fa cogliere un aspetto del Giubileo: la sua apertura a tutti. Esso è un anno di grazia e di misericordia non per alcuni soltanto, ma per tutti. Il Papa, inserendosi con ammirevole fervore nell’universalismo messianico testimoniato dalla festa d’oggi, ha ripetutamente invitato non solo i cattolici ma anche quanti appartengono alle altre confessioni cristiane ad accogliere la grazia giubilare; così come ha allargato ancor più il suo invito, scrivendo ad esempio: « In occasione di questa grande festa, sono cordialmente invitati a gioire della nostra gioia anche i seguaci di altre religioni, come pure quanti sono lontani dalla fede in Dio. Come fratelli dell’unica famiglia umana, varchiamo insieme la soglia di un nuovo millennio che richiederà l’impegno e la responsabilità di tutti » (Incarnationis mysterium, 6). E’ ancora il Santo Padre a mostrare nel Giubileo un’occasione provvidenziale per la crescita nei credenti di una più viva coscienza missionaria, ricordando che « l’ingresso nel nuovo millennio incoraggia la comunità cristiana ad allargare il proprio sguardo di fede su orizzonti nuovi nell’annuncio del Regno di Dio. E’ doveroso – aggiunge il Papa – , in questa speciale circostanza, ritornare con rinsaldata fedeltà all’insegnamento del Concilio Vaticano II, che ha gettato nuova luce sull’impegno missionario della Chiesa dinanzi alle odierne esigenze dell’evangelizzazione » ( Ibid., 2).
Il pellegrinaggio della fede
Su di un altro aspetto dell’Epifania vogliamo meditare, ancora una volta in corrispondenza con il Giubileo. Dei Magi abbiamo considerato la loro provenienza geografica e religiosa, e cioè il loro essere rappresentanti dei popoli pagani, anch’essi chiamati come già il popolo eletto all’incontro con Cristo Salvatore. Ma un’altra e non meno interessante considerazione possiamo sviluppare in rapporto all’esperienza spirituale dei Magi, al loro cammino di fede: potremmo dire al loro pellegrinaggio insieme esteriore ed interiore, sulle strade da Oriente a Betlemme e sul sentiero che percorre l’intimo del cuore. Un pellegrinaggio, quello dei Magi, che si configura come un meraviglioso paradigma, capace di sprigionare luce, fascino e forza al nostro pellegrinaggio giubilare. Si sa, infatti, che il Giubileo da sempre è stato contrassegnato in modo immediato e particolarmente significativo dall’esperienza spirituale e religiosa del pellegrinaggio, come ha scritto il Papa: « L’istituto del Giubileo nella sua storia si è arricchito di segni che attestano la fede ed aiutano la devozione del popolo cristiano. Tra questi bisogna ricordare, anzitutto, il pellegrinaggio » (Incarnationis mysterium, 7). Del pellegrinaggio diciamo subito la meta: per i Magi è stata l’adorazione del Signore. Quando giungono a Gerusalemme, alla corte del re Erode, alla presenza dei capi del popolo ebreo, i Magi dicono: « Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo » (Matteo 2, 2). Siamo venuti per adorare il Signore: sono parole importantissime, queste, perché costituiscono come la prima confessione di fede – al di fuori del mondo ebraico – nel Messia, nella novità della salvezza apportata da un bambino nato a Betlemme, Gesù Cristo. E così è anche del pellegrinaggio del Giubileo, che deve risolversi in una confessione di fede in Gesù Salvatore, in un riconoscimento convinto e gioioso di Dio che in Cristo si fa uomo per la salvezza dell’umanità: una confessione e un riconoscimento che mettono il credente in ginocchio, in adorazione. E’ un’adorazione che, certamente, pone le sue radici nella mente e nel cuore: nella mente che riconosce la verità e nel cuore che la ama e ne gioisce; ma che fiorisce poi nel gesto personale dell’offerta dei doni, di doni che sono il piccolo ma necessario segno del dono di se stessi. Si tratta comunque e sempre di un gesto ispirato e sostenuto dalla fede, anzi che in profondità si configura come « confessione di fede », come amano rilevare i Padri della Chiesa quando commentano il gesto dei Magi: « Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra » (Matteo 2, 11). « Nell’offerta dei doni stessi – scrive san Cromazio, vescovo di Aquileia – essi confessano che Cristo è Dio, è re, è vero uomo. Tale il senso dei doni: l’oro indica il potere del regno; l’incenso l’onore dovuto a Dio; nella mirra si deve vedere l’attestazione della sepoltura di Cristo » (Commento al Vangelo di Matteo, 5, 1). Nello stesso tempo, oltre il significato di fede, questo gesto ha il significato morale di dono di se stessi, di consegna della propria vita. Non si può, infatti, riconoscere che quel bambino è Dio e prostrarsi in adorazione davanti a lui, e poi non impostare la propria vita secondo le esigenze morali e spirituali che derivano da quell’incontro. E così è del pellegrinaggio del Giubileo: esso chiede i nostri doni: la confessio fidei e insieme la conversio vitae, la confessione della nostra fede in Cristo e la conversione della nostra vita come sequela di Gesù e del suo Vangelo. Considerata la meta del pellegrinaggio, ne consideriamo ora il punto di partenza. Per i Magi è stata la visione della stella: « Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo » (Matteo 2, 2). Si tratta di una stella guardata non tanto con gli occhi della carne, e dunque come una delle tante stelle che brillano nel cielo, quanto con gli occhi del cuore, ossia come segno della volontà di Dio, quasi una sua voce luminosa che li chiamava e li attirava. Sì, il pellegrinaggio di ogni uomo ha inizio dalla chiamata di Dio, scaturisce dalla sua grazia: grazia è il nostro stesso essere di creature umane, grazia è ancor più la fede che ci fa figli di Dio. Ma la grazia non costringe la persona. E’ un’offerta, un’offerta di estrema serietà perché decide del valore supremo e del destino finale della nostra esistenza: per questo è un’offerta che sfida la nostra libertà, ponendola di fronte alla scelta. I Magi consapevolmente e liberamente si sono messi a seguire la stella, a rispondere alla chiamata del Signore. La nostra stessa vita, quale pellegrinaggio fondamentale e radicale, e il Giubileo che si esprime nelle diverse forme di pellegrinaggio sono il frutto di un dono: sì, Dio ci chiama! ed insieme il frutto di un impegno, quello di rispondere al Signore. Così il pellegrinaggio si qualifica come qualcosa di tipicamente religioso e spirituale, come incontro e dialogo tra Dio e l’uomo. La meta e il punto di partenza sono gli estremi del pellegrinaggio: questo poi ha tutto un suo svolgimento nel tempo secondo diverse tappe. Così è stato per i Magi e così è anche per noi. Per loro il cammino verso Cristo Salvatore ha messo a dura prova la loro libera scelta: non solo con il distacco dalla loro patria e dal loro ambiente di vita, ma anche lungo la via, in specie con le difficoltà incontrate a Gerusalemme con Erode e con i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo. Ma i Magi hanno potuto sempre contare sull’aiuto e sulla guida del Signore, anzi sulla gioia ch’egli sa riservare a quanti lo seguono, come annota l’evangelista: « Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia » (Matteo 2, 9-10). Anche noi nel cammino della fede possiamo incontrare stanchezze, dubbi, incomprensioni, difficoltà, ostacoli diversi, irrisione ed emarginazione: non è facile credere e rimanere fedeli alla propria fede, soprattutto in certe situazioni! Ma è possibile ed è bello, purché non vengano mai meno la fiducia e l’abbandono in Dio, che ci segue passo passo con amore fedele e onnipotente. Sia questo cammino di fede il contenuto più autentico di ogni nostro pellegrinaggio durante il Giubileo del 2000. Lo ripetiamo ancora una volta: il vero pellegrinaggio deve avvenire dentro il nostro cuore, con un’adesione a Gesù Cristo Salvatore più ricca di convinzione e di amore e più generosa nel dono di noi stessi, nella partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa e nel servizio disinteressato e operoso a quanti il Signore pone sul nostro cammino quotidiano. Così l’Epifania entra nella vita e la rinnova. La sua stella continua a illuminarci e a guidarci.

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