Archive pour décembre, 2012

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

http://www.carloacutis.com/pages/angeli/ANGES-W-Matha.html

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

Nacque a Faucon in Provenza – Francia – verso il 1154. Compì gli studi nell’università  di Parigi, dove poi insegnò teologia. Ordinato sacerdote, mentre celebrava la sua prima Messa, comprese che il Signore lo chiamava alla redenzione degli schiavi.  Infatti durante la Messa, Dio gli inviò un Angelo per fargli capire la sua volontà. L’Angelo apparve in una veste  candida e luminosa; sul petto aveva una croce di colore rosso-azzurro; ai lati appar- vero pure due schiavi: uno cristiano e l’altro maomettano. L’Angelo pose le mani sul capo dei due schiavi e poco dopo sparì. Per iniziare una Congregazione religiosa era però necessaria l’approvazione del Pontefice. Era allora Papa Innocenzo III. San Giovanni de Matha e Valerio si presenta- rono a lui; furono ben accolti; però il Papa voleva esaminare meglio la loro richiesta e di nuovo il Signore venne in loro soccorso per mezzo di un Angelo. Passarono degli anni e il Santo continuava a pregava per conoscere ancora meglio i disegni di Dio. Strinse amicizia con un certo Felice Valeria, che conduceva una vita eremitica. Un giorno, mentre conversa- vano tra di loro di cose celesti, apparve un cervo che portava fra le corna ramificate una croce di due colori: rosso ed azzurro. Valerio si meravigliò ed allora San Giovanni di Matha gli raccontò della visione dell’Angelo, avvenuta il giorno della sua prima Messa. Per tre notti tutti e due ebbero una celeste visione. Il Signore gli rivelaò che era suo  desiderio che si fondasse una Congregazione per la redenzione degli schiavi. Mentre il stava celebrando la S. Messa, nell’atto in cui sollevava l’Ostia Consacrata, vide apparire un Angelo, dalla veste bianca, con una croce bicolore sul petto e due schiavi ai lati. Comprese che Dio voleva la nuova Congregazione e l’approvò.  Finalmente nel 1194 fondò a Cerfroid, l’Ordine della Santissima Trinità, la cui Regola fu approvata dallo stesso Innocenzo III, il 17 dicembre 1198. Operò numerose redenzioni di schiavi e si dedicò indefessamente alle opere di misericordia, vi- vendo di Dio Trinità. Morì a Roma il 17 dicembre 1213, nella casa di San Tommaso in Formis al Celio. 

Seconda Predica di Avvento 2012 di padre Raniero Cantalamessa (sul Concilio V. II)

http://www.zenit.org/article-34509?l=italian

IL CONCILIO VATICANO II: 50 ANNI DOPO. UNA CHIAVE DI LETTURA

Seconda Predica di Avvento 2012 di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 14 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della Seconda Predica di Avvento 2012, tenuta questa mattina in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia.
***
1. Il Concilio: l’ermeneutica della rottura e quella della continuità
In questa meditazione vorrei riflettere sul secondo grande motivo di celebrazione di questo anno: il cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II.
Negli ultimi decenni si sono moltiplicati i tentativi di tracciare un bilancio  dei risultati del concilio Vaticano II [1]. Non è il caso di proseguire in questa linea, né, d’altra parte, il tempo a disposizione lo permetterebbe.  Parallelamente a queste letture analitiche, c’è stato, fin dagli anni stessi del Concilio, il tentativo di una valutazione sintetica, la ricerca, in altre parole, di una chiave di lettura dell’evento conciliare. Io vorrei inserirmi in questo sforzo e tentare, addirittura, una lettura delle diverse chiavi di lettura.
Esse sono state sostanzialmente tre: aggiornamento, rottura, novità nella continuità. Nell’annunciare al mondo il concilio Giovanni XXIII usò ripetutamente la parola “aggiornamento”, che, grazie a lui, è entrata nel vocabolario universale. Nel discorso di apertura del Concilio diede una prima spiegazione di ciò che intendeva con questo termine:
“Il ventunesimo Concilio Ecumenico vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica […].Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli […]. Occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi”[2].
A mano a mano però che i lavori e le sessioni del Concilio progredivano, si delinearono due schieramenti opposti a seconda che, delle due esigenze espresse dal papa, si accentuava la prima o la seconda: cioè la continuità con il passato o la novità rispetto ad esso. In seno a questi ultimi, la parola aggiornamento finì per essere sostituita dalla parola rottura. Ma con uno spirito e con intenti ben diversi, a seconda del proprio orientamento. Per l’ala cosiddetta progressista, si trattava di una conquista da salutare con entusiasmo; per il fronte opposto, si trattava di una tragedia per l’intera Chiesa.
Tra questi due fronti  – concordi nell’affermazione del fatto, ma opposti nel giudizio su di esso – si colloca la posizione del Magistero papale che parla di “novità nella continuità”. Paolo VI, nella Ecclesiam suam riprende la parola “aggiornamento” di Giovanni XXIII e dice di volerla tenere presente come “indirizzo programmatico”[3]. All’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo II ribadì il giudizio del suo predecessore [4] e in più occasioni si espresse nella stessa linea. Ma è stato soprattutto l’attuale Sommo Pontefice Benedetto XVI a spiegare cosa intende il Magistero della Chiesa per “novità nella continuità”. Lo ha fatto pochi mesi dopo la sua elezione, nel noto discorso programmatico alla Curia romana del 22 Dicembre 2005. Ascoltiamone alcuni passaggi:
“Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. […] All’ermeneutica della discontinuità si oppone l’ermeneutica della riforma”.
Il papa ammette che una certa discontinuità e  rottura c’è stata, ma essa non riguarda i principi e le verità di base della fede cristiana, ma alcune decisioni storiche. Tra queste annovera la situazione di conflittualità creatasi tra la Chiesa e il mondo moderno, culminata nella condanna in blocco della modernità sotto Pio IX, ma anche situazioni più recenti, come quella creata dagli sviluppi della scienza, dal nuovo rapporto tra le religioni con le implicazioni che esso ha per il problema della libertà di coscienza; non ultimo, la tragedia della Shoa che imponeva un ripensamento dell’atteggiamento verso il popolo ebraico.  Scrive:
“È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma”.
Se dal piano assiologico, cioè dei principi e dei valori, passiamo al piano cronologico, potremmo dire che il Concilio rappresenta una rottura e una discontinuità rispetto al passato prossimo della Chiesa e rappresenta invece una continuità rispetto al suo passato remoto. In molti punti, soprattutto sul punto centrale che è l’idea di Chiesa, il concilio ha voluto operare un ritorno alle origini, alle fonti bibliche e patristiche della fede.
La lettura del Concilio fatta propria dal Magistero, quella cioè della novità nella continuità, aveva avuto un precursore illustre nel “Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana” del cardinal Newman, definito spesso, anche per questo, “il Padre assente del Vaticano II”. Newman dimostra che, quando si tratta di una grande idea filosofica o una credenza religiosa, come è il cristianesimo,
“non si può giudicare dai suoi inizi quelle che sono le sue virtualità e le mete a cui tende. […]. A seconda delle nuove relazioni che essa si trova ad avere, sorgono pericoli e speranze e principi antichi riappaiono sotto forma nuova. Essa muta insieme a loro per restare sempre identica a se stessa. In un mondo soprannaturale le cose vanno altrimenti, ma qui sulla terra vivere è mutarsi e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni”[5]
San Gregorio Magno anticipava, in qualche modo, questa convinzione quando affermava che la Scrittura “cum legentibus crescit”, “cresce con coloro che la leggono”[6]; cioè, cresce a forza di essere letta e vissuta, a misura che sorgono nuove domande e nuove sfide dalla storia. La dottrina della fede muta, dunque, ma per restare fedele a se stessa; muta nelle contingenze storiche, per non mutare nella sostanza, come diceva Benedetto XVI.
Un esempio banale, ma indicativo è quello della lingua. Gesù parlava la lingua del suo tempo; non l’ebraico che era la lingua nobile e delle Scritture (il latino del tempo!), ma l’aramaico parlato dalla gente. La fedeltà a questo dato iniziale non poteva consistere, e non consistette,  nel continuare a parlare in aramaico ai tutti i futuri ascoltatori del vangelo, ma nel parlare greco ai Greci, latino ai Latini, armeno agli Armeni, copto ai Copti, e così di seguito fino ai nostri giorni.  Come diceva Newman, è proprio mutando che spesso si è fedeli al dato originario.
2. La lettera uccide, lo Spirito da la vita
Con tutto il rispetto e l’ammirazione dovuti all’immenso e pionieristico contributo del cardinal Newman, a distanza di un secolo e mezzo dal suo saggio e con quello che la cristianità ha vissuto nel frattempo, non si può, tuttavia, non rilevare anche una lacuna nello svolgimento del suo argomento: la quasi totale assenza dello Spirito Santo. Nella dinamica di sviluppo della dottrina cristiana, non si tiene sufficiente conto del ruolo preminente che Gesù aveva riservato al Paraclito nel rivelare ai discepoli quelle verità di cui essi non potevano ancora “portare il peso” e nel condurli “alla verità tutta intera” (Gv. 16,12-13).
Che cos’é che permette di risolvere il paradosso e parlare di novità nella continuità, di permanenza nel cambiamento, se non appunto l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa?  Lo aveva capito perfettamente sant’Ireneo quando afferma che la rivelazione è  come un “deposito prezioso contenuto in un vaso di valore che, grazie allo Spirito di Dio,  ringiovanisce sempre e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” [7]. Lo Spirito Santo non dice parole nuove, non crea nuovi sacramenti, nuove istituzioni, ma rinnova e vivifica perennemente le parole, i sacramenti e le istituzioni create da Gesù. Non fa cose nuove, ma fa nuove le cose!
L’insufficiente attenzione al ruolo dello Spirito Santo spiega molte delle difficoltà createsi nella recezione del Concilio Vaticano II. La Tradizione, in nome della quale alcuni hanno rifiutato il concilio, era una Tradizione dove lo Spirito Santo non giocava alcun ruolo. Era un insieme di credenze e di pratiche fissato una volta per tutte, non l’onda della predicazione apostolica che avanza e si propaga nei secoli e, come ogni onda, non si può cogliere se non in movimento. Congelare la Tradizione e farla partire, o terminare, a un certo punto, significa farne una morta tradizione e non come la definisce Ireneo una “vivente Tradizione”. Charles Péguy esprime, da poeta, questa grande verità teologica:
“Gesù non ci ha dato delle parole morte
Che noi dobbiamo chiudere in piccole scatole (O in grandi)
E che dobbiamo conservare in olio rancido…
Come le mummie d’Egitto.
Gesù Cristo non ci ha dato delle conserve di parole da conservare.
Ma ci ha dato delle parole vive da nutrire…
È da noi che dipende, infermi e carnali,
Di far vivere e di nutrire e mantenere vive nel tempo
Quelle parole pronunciate vive nel tempo”[8].
Bisogna dire subito però che sul fronte dell’opposto estremismo le cose non andavano diversamente. Qui si parlava volentieri dello “spirito del Concilio”, ma non si trattava, purtroppo, dello Spirito Santo. Per “spirito del Concilio si intendeva quel di più di slancio, di coraggio innovativo, che non sarebbe potuto entrare nei testi del Concilio a causa delle resistenze di alcuni e del necessario compromesso tra le parti.
Vorrei ora cercare di illustrare quella che a me sembra la vera chiave di lettura pneumatica del Concilio, cioè qual è il ruolo dello Spirito Santo nell’attuazione del Concilio. Riprendendo un pensiero ardito di sant’Agostino a proposito del detto paolino sulla lettera e lo Spirito (2 Cor 3,6), san Tommaso d’Aquino scrive:
“Per lettera si intende ogni legge scritta che resta al di fuori dell’uomo, anche i precetti morali contenuti nel Vangelo; per cui anche la lettera del Vangelo ucciderebbe, se non si aggiungesse, dentro, la grazia della fede che sana”[9].
Nello stesso contesto, il santo Dottore afferma: “La legge nuova è principalmente la stessa grazia dello Spirito Santo che è data ai credenti”[10]. I precetti del Vangelo sono anch’essi la legge nuova, ma in senso materiale, quanto al contenuto; la grazia dello Spirito Santo è la legge nuova in senso formale, in quanto dà la forza di mettere in pratica gli stessi precetti evangelici. È quella che Paolo definisce “la legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù” (Rom 8, 2).
Questo è un principio universale che si applica a ogni legge. Se perfino i precetti evangelici, senza la grazia dello Spirito Santo, sarebbero “lettera che uccide”, cosa dire dei precetti della Chiesa, e cosa dire, nel nostro caso, dei decreti del Concilio Vaticano II? La “implementazione”, o l’attuazione del Concilio non avviene dunque recto tramite, non bisogna cercarla nell’applicazione letterale e quasi meccanica del Concilio, ma “nello Spirito”, intendendo con ciò lo Spirito Santo e non un vago “spirito del concilio” aperto a ogni soggettivismo. Il Magistero papale è stato il primo a riconoscere questa esigenza. Giovanni Paolo II, nel 1981, scriveva:
“Tutta l’opera di rinnovamento della Chiesa, che il Concilio Vaticano II ha così provvidenzialmente proposto e iniziato – rinnovamento che deve essere ad un tempo «aggiornamento» e consolidamento in ciò che è eterno e costitutivo per la missione della Chiesa – non può realizzarsi se non nello Spirito Santo, cioè con l’aiuto della sua luce e della sua potenza”[11].
3. Dove cercare i frutti del Vaticano II
C’è stata, nella realtà, questa sospirata “nuova Pentecoste”?  Un  noto studioso di Newman, Ian Ker, ha messo in luce il contributo che egli può dare, oltre che alla comprensione dello svolgimento del Concilio, anche alla comprensione del post-Concilio[12]. A seguito della definizione dell’infallibilità papale nel Concilio Vaticano I nel 1870, il cardinal Newman fu indotto a fare una riflessione generale sui concili e sul senso delle loro definizioni. La sua conclusione fu che i concili possono avere spesso effetti non intesi sul momento da quelli che vi parteciparono. Questi vi possono vedere molto di più, o molto di meno, di quello che in seguito tali decisioni produrranno.
In questo modo, Newman non faceva che applicare alle definizioni conciliari il principio dello sviluppo che aveva illustrato a proposito della dottrina cristiana in genere. Un dogma, come ogni grande idea, non si comprende appieno se non dopo che se ne sono viste le conseguenze e gli sviluppi storici. Dopo che il fiume –per usare la sua immagine – dal terreno accidentato che l’ha visto nascere, scendendo, trova infine il suo letto più ampio e profondo[13]. Successe così alla definizione dell’infallibilità papale che nel clima acceso del momento sembrò a molti contenere molto di più di quello che di fatto la Chiesa e il papa stesso desunsero da essa. Essa non rese ormai inutile ogni futuro concilio ecumenico, come qualcuno sul momento temette o sperò; il Vaticano II ne è la conferma[14].
Tutto ciò trova una singolare conferma nel principio ermeneutico di Gadamer della “storia degli effetti” (Wirkungsgeschichte), secondo cui per capire un testo bisogna tener conto degli effetti che esso ha prodotto nella storia, inserendosi in questa storia e dialogando con essa[15]. È quello che avviene in modo esemplare nella lettura spirituale della Scrittura. Essa non spiega il testo solo alla luce di ciò che lo ha preceduto, come fa la lettura storico-filologica con la ricerca delle fonti, ma anche alla luce di ciò che lo ha seguito, spiega la profezia alla luce della sua realizzazione in Cristo, l’Antico testamento alla luce del Nuovo.
Tutto questo getta una singolare luce sul tempo del post-Concilio. Anche qui le vere realizzazioni si collocano forse da una parte diversa da quella dove noi guardavamo. Noi guardavamo al cambiamento nelle strutture e istituzioni, a una diversa distribuzione del potere, alla lingua da usare nella liturgia, e non ci accorgevamo di quanto queste novità fossero piccole in confronto a quella che lo Spirito Santo stava operando. Abbiamo pensato di rompere con le nostre mani gli otri vecchi, mentre Dio ci offriva il suo metodo di rompere gli otri vecchi che consiste nel mettere in essi il vino nuovo.
Alla domanda se c’è stata una nuova Pentecoste, si deve rispondere senza esitazione: Sì! Quale ne è il segno più convincente? Il rinnovamento della qualità della vita cristiana, là dove tale Pentecoste è stata accolta. Il fatto dottrinalmente più qualificante del Vaticano II sono i primi due capitoli della Lumen gentium, nei quali si definisce Chiesa come sacramento e come popolo di Dio in cammino sotto la guida dello Spirito Santo, animata dai suoi carismi, sotto la guida della gerarchia. La Chiesa, insomma, come  mistero e istituzione; come koinonia, prima che gerarchia. Giovanni Paolo II ha rilanciato questa visione facendo della sua attuazione l’impegno prioritario al momento di entrare nel nuovo millennio” [16].
Ci domandiamo: dov’è che questa immagine di Chiesa dai documenti è passata alla vita? Dov’è che essa ha preso “carne e sangue”[17]? Dov’è che la vita cristiana è vissuta secondo “la legge dello Spirito”, con gioia e convinzione, per attrazione e non per costrizione? Dov’è che la parola di Dio è tenuta in sommo onore, si manifestano i carismi, è più sentita l’ansia per una nuova evangelizzazione e per l’unità dei cristiani?
Trattandosi di un fatto interiore che avviene nel cuore delle persone, la risposta ultima a queste domande la conosce solo Dio. Dovremmo ripetere, a proposito della nuova Pentecoste, quello che Gesù diceva del regno di Dio: “Nessuno dirà: ‘Eccolo qui’, oppure: ‘Eccolo là’. Perché il regno di Dio è in mezzo voi” (Lc 17, 21). Possiamo tuttavia cogliere dei segni, aiutati anche dalla sociologia religiosa che si occupa di queste cose. Da questo punto di vista, la risposta che da più parti si da a quella domanda è: nei movimenti ecclesiali!
Bisogna precisare subito una cosa. Dei movimenti ecclesiali, fanno parte, nella sostanza se non nella forma, anche quelle parrocchie, associazioni di fedeli e nuove comunità, nelle quali si vive la stessa koinonia e la stessa qualità di vita cristiana. Da questo punto di vista, movimenti e parrocchie non vanno visti in opposizione o in concorrenza tra di loro, ma unite nella realizzazione, in modo diverso, di uno stesso modello di vita cristiana. Tra di esse vanno annoverate anche talune delle cosiddette “comunità di base, quelle in cui il fattore politico non ha preso il sopravvento su quello religioso.
Si deve insistere sul corretto nome: movimenti “ecclesiali”, non movimenti “laicali”. La maggioranza di essi sono formati, non da una sola, ma da tutte le componenti ecclesiali: laici, certo, ma anche vescovi, sacerdoti, religiosi, suore.  Rappresentano l’insieme dei carismi, il “popolo di Dio” della Lumen gentium. È solo per ragioni pratiche (perché esiste già la Congregazione del clero e quella dei religiosi) se di essi si occupa il “Pontificio Consiglio dei laici”.
Giovanni Paolo II vedeva in questi movimenti e comunità parrocchiali vive “i segni di una nuova primavera della Chiesa”[18]. Nello stesso senso si è espresso, in diverse occasioni, Papa Benedetto XVI [19]. Nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo del 2012 ha detto:
 “Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”.
Parlando dei segni di una nuova Pentecoste, non si può fare a meno di menzionare in particolare, se non altro per la vastità del fenomeno, il Rinnovamento carismatico, o Rinnovamento nello Spirito, anche se esso non è, propriamente parlando, un movimento ecclesiale nel senso sociologico del termine (non ha un fondatore, una struttura, una spiritualità propria), ma è piuttosto una corrente di grazia destinata a disperdersi nella Chiesa come una scarica elettrica nella massa.
Quando, per la prima volta, nel 1973, uno degli artefici maggiori del Vaticano II, il cardinal Suenens, sentì parlare  del fenomeno, stava scrivendo un libro intitolato “Lo Spirito Santo – fonte delle nostre speranze”, ed ecco cosa racconta nelle sue memorie:
“Smisi di scrivere il libro. Pensai che era una questione della più elementare coerenza prestare attenzione all’azione dello Spirito Santo, per quanto essa potesse manifestarsi in modo sorprendente. Ero particolarmente interessato dalla notizia del risveglio dei carismi, dal momento che il Concilio aveva invocato un tale risveglio”.
Ed ecco cosa scrisse dopo aver costatato di persona e vissuto dal di dentro tale esperienza, condivisa ora da milioni di altre persone:
“Improvvisamente, san Paolo e gli Atti degli apostoli sembrano  diventare vivi e divenire parte del presente; quello che era autenticamente vero nel passato, sembra accadere di nuovo sotto i nostri occhi. È una scoperta della vera azione dello Spirito Santo che è sempre all’opera, come Gesù stesso ha promesso. Egli mantiene la sua parola. È di nuovo una esplosione dello Spirito di Pentecoste, una gioia che era diventata sconosciuta alla Chiesa”[20].
I movimenti ecclesiali e le nuove comunità non esauriscono certo tutte le potenzialità e le attese di rinnovamento del Concilio, ma rispondono alla più importante di esse, almeno agli occhi di Dio. Essi non sono esenti da debolezze e a volte anche da derive parziali; ma quale altra grande novità  è apparsa nella storia della Chiesa senza sbavature umane? Non avvenne la stessa cosa quando, nel secolo XIII, apparvero gli ordini mendicanti? Anche allora furono i pontefici romani, soprattutto Innocenzo III, a riconoscere ed accogliere per primi la grazia del momento e ad incoraggiare il resto dell’episcopato a fare altrettanto.
4. Una promessa adempiuta
Allora, qual è, ci domandiamo, il significato del Concilio, inteso come l’insieme dei documenti da esso prodotti, la Dei Verbum, la Lumen gentium, Gaudium et spes, Nostra aetate,  ecc.? Li lasceremo da parte per attenderci tutto dallo Spirito? La risposta è contenuta nella frase con cui Agostino riassume il rapporto tra la legge e la grazia: “È stata data la legge perché si cercasse la grazia ed è stata data la grazia perché si osservasse la legge” [21]. Lo Spirito non dispensa dunque dal valorizzare  anche la lettera, cioè i decreti, del Vaticano II; al contrario, è proprio lui che spinge a studiarli e a metterli in pratica. E difatti, fuori dell’ambito scolastico e accademico dove essi sono materia di discussione e di studio, è proprio nelle realtà ecclesiali ricordate sopra che essi sono tenuti in maggiore considerazione.
L’ho sperimentato su me stesso. Io mi sono liberato dai pregiudizi contro gli ebrei e contro i protestanti, assorbiti negli anni della formazione, non per aver letto Nostra aetate, ma per aver fatto anch’io, nel mio piccolo e per merito di alcuni fratelli, l’esperienza della nuova Pentecoste. Dopo ho sentito il bisogno di rileggere Nostrae aetate, come ho riletto la Dei Verbum dopo che lo Spirito ha fatto nascere in me un amore nuovo per la parola di Dio e per l’evangelizzazione. Il movimento però può essere nei due sensi: alcuni  – per usare il linguaggio di Agostino – dalla lettera sono indotti a cercare lo Spirito, altri dallo Spirito sono spinti ad osservare la lettera.
Il poeta Thomas S. Eliot ha scritto dei versi che ci possono illuminare sul senso delle celebrazioni in atto per i 50 anni del Vaticano II:
“Non dobbiamo arrestarci nella nostra esplorazione
E il termine del nostro esplorare
Sarà arrivare là donde siamo partiti
E conoscere il luogo per la prima volta” [22]
Dopo tante esplorazioni e controversie, siamo ricondotti anche noi là da dove siamo partiti, cioè all’evento del Concilio. Ma tutto il lavorio intorno ad esso non è stato vano perché, nel senso più profondo, solo ora noi siamo in grado di “conoscere il luogo per la prima volta”, cioè di valutarne il vero significato, sconosciuto agli stessi Padri del concilio.
Questo permette di dire che l’albero cresciuto dal concilio è coerente con il seme da cui è nato. Da che cosa è nato infatti l’evento del Vaticano II? Le parole con cui Giovanni XXIII descrive la commozione che accompagnò  “l’improvviso fiorire nel suo cuore e dalle sue labbra della semplice parola concilio”[23], hanno tutti i segni di una ispirazione profetica.  Nel discorso di chiusura della prima sessione egli parlò del concilio come  di “una nuova desiderata Pentecoste, che arricchirà abbondantemente la Chiesa di energie spirituali”[24].
A 50 anni di distanza non possiamo che costatare il compimento da parte di Dio della promessa fatta alla Chiesa per bocca del suo umile servitore, il beato Giovanni XXIII.  Se ci sembra che parlare di una nuova Pentecoste, sia per lo meno esagerato, visti tutti i problemi e le controversie sorti nella Chiesa dopo e a causa del Concilio, non dobbiamo far altro che andare a rileggerci gli Atti degli apostoli e costatare come problemi e controversie non mancarono neppure dopo la prima Pentecoste. E non meno accesi di quelli di oggi!

NOTE SUL SITO

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi – Fil 4,1-23: « Mia gioia e mia corona »

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi10.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi

Capitolo quarto
Nel libro della vita
Fil 4,1-23 

« Mia gioia e mia corona » 

v. 1: « Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi ».

Qual è il compito supremo dei cristiani? È rimanere saldi nel Signore. Viene qui delineata l’immagine di combattenti che attendono lo scontro con il nemico.
Questi cristiani, invitati a rimanere saldi nel Signore, Paolo li chiama « fratelli carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona », manifestando con queste parole due elementi del suo rapporto con loro: da una parte l’amore intensissimo che lo lega ad essi, dall’altra la consapevolezza che i Filippesi nella loro fedeltà saranno il suo « trionfo ». Paolo, che ha ricevuto da Dio come compito, dono e responsabilità quello di portare l’annuncio alle genti, presentandosi al Signore con le comu­nità dei credenti nate dalla sua predicazione può verificare in loro la sua fedeltà alla missione e, quindi, l’autenticità della sua esistenza. Potrà, per questo, ricevere la corona di gloria che gli spetta. 

Ultime esortazioni (vv. 2-9) 
Dal v. 2 al v. 9 del cap. 4 troviamo un’ulteriore serie di consigli, che non sono tali nel senso di cose che si possono fare o non fare, ma nel senso di esortazioni, raccomandazioni ultime che Paolo dà. Sono indicazioni operative, non consigli facoltativi. Si tratta, cioè, di cogliere le esigenze della volontà di Dio, che vanno assunte per verificare la propria autenticità di cristiani. Sono i modi che Paolo suggerisce per far sì che i cristiani di Filippi conducano una vita santa e verifichino nella loro obbedienza alla parola del Signore l’autenticità del dono ricevuto. 

Andare d’accordo  
Vv. 2-3: « Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita ».
 La prima esortazione di Paolo è rivolta a due donne, Evòdia e Sìntiche. Chiede loro di andare d’accordo nel Signore, che vuoi dire, come abbiamo visto più sopra, pensarla allo stesso modo, avere lo stesso modo di sentire, avere un cuore solo e un’anima sola.
Abbiamo già detto che questo è un punto cruciale dell’esistenza cristiana. Davvero l’esistenza cristiana trova la sua pienezza di manifestazione, in questo mondo, quando due fratelli stanno assieme avendo lo stesso modo di pensare e di sentire. Se i due sono un cuore solo e un’anima sola, questo sottolinea la fedeltà di entrambi all’unico Signore.
Ci sono passi più o meno perfetti, più o meno fedeli nel cammino del cristiano. L’esistenza cristiana è un itinerario di crescita, quindi è una strada lastricata anche di infedeltà e imperfezioni. Tuttavia in questo itinerario la massima immagine di fedeltà è data appunto dall’avere un cuore solo e un’anima sola. Quando questo avviene, lì il Signore trova la sua suprema possibilità di manifestarsi.
Questa, dunque, è una grande esortazione di Paolo. A questo proposito è bene richiamare il vangelo di Giovanni al cap. 
               17,11: « Padre santo, – prega Gesù – custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato perché siano una cosa sola, come noi ». Si può anche ricordare quello che dell’evangelista Giovanni dice la tradizione sulla Chiesa primitiva: quando, ormai centenario, veniva portato alle assemblee liturgiche e gli chiedevano di parlare, Giovanni diceva sempre e solo: « Figliolini miei, amatevi, vogliatevi bene ». E questo fino agli ultimi istanti della sua vita. A chi lo esortava a dire qualche cosa di diverso, sem­bra rispondesse: « Questo è tutto il Vangelo del Signore Gesù ».
Ma torniamo al cap. 17,20-23 del vangelo di Giovanni: « Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. lo in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me ».
L’unità dei cristiani è il segno dell’autenticità della missione del Figlio da parte del Padre. Il mondo crede vedendo i cristiani che si amano. Per fortuna il Signore riesce a suscitare la fede anche senza che i cristiani si amino troppo; ciò non toglie che se i cristiani si amassero davvero, sarebbe una grande potenza di conversione per il mondo intero.
Un problema su cui riflettere è il fatto che Paolo stesso ha sperimentato, a un certo punto della sua vita, la rottura, la disunione. Nel libro degli Atti c’è il racconto della separazione di Paolo da Giovanni Marco e, quindi, da Barnaba. Paolo e Sila vanno da una parte, Giovanni Marco e Barnaba da un’altra. Si dividono nel loro cammino missionario: questo è un evento molto grosso (Ap 15,36-40). Cosa avrà significato per Paolo prendere questa decisione? In fondo, non è riuscito a mettersi d’accordo con un suo stretto collaboratore (Barnaba) e questo è sempre un fatto drammatico.
Tornando a questi versetti della Lettera agli Efesini, Paolo insiste: « E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle »: c’è bisogno di aiuto perché due cristiani riescano a mettersi d’accordo; c’è bisogno dell’aiuto, del conforto, della mediazione da parte di un altro fratello. Può capitare che due cristiani non riescano a mettersi d’accordo: allora ci vuole un terzo che intervenga a creare la pace fra coloro che sono in litigio. Qui il compito è affidato a un anonimo collaboratore (alcune traduzioni mettono un nome proprio, che è la traslitterazione della parola greca sizigo, che appunto vuoi dire collaboratore. Farla diventare un nome proprio è un po’ una forzatura; forse è meglio rimanere nell’anonimato) e questo fa pensare che ogni cristiano, quando le circostanze lo mettono in gioco, può, con la grazia di Dio, esercitare questo ruolo di pacificazione.
Delle due donne in disaccordo Paolo tesse, peraltro, un grande elogio: « poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui . nomi sono nel libro della vita ». 
Sono due persone che hanno combattuto fedelmente per il Vangelo assieme a Paolo, assieme a Clemente e ad altri i cui nomi sono nel libro della vita, sono cioè partecipi della potenza salvifica del Cristo e perciò debbono essere uniti, pensarla nello stesso modo, altrimenti entra in crisi l’autenticità del servizio al Vangelo. 

Sempre nella gioia 
V. 4: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi ».
« Rallegratevi », cioè state lieti, state nella gioia. Questo precetto di Paolo definisce uno dei contenuti primari dell’esistenza cristiana: la gioia. Paolo in questa lettera usa molte volte questa parola (su 26-27 volte che la si trova in tutto il suo epistolario, ben 15-16 volte è in questa lettera). L’espressione ha una rilevanza molto forte, perché definisce quella cristiana come un’esistenza di gioia, di letizia, non escludendo però il dolore e la sofferenza. La gioia cristiana non si contrappone alla sofferenza. L’opposto della gioia non è la sofferenza, ma la tristezza.
Il cristiano sperimenta il dolore, ma anche nel momento del dolore la gioia cristiana rimane. Paolo, ad esempio, quando scrive è in prigione e da lì invita i cristiani ad essere amici della croce del Cristo; ma questo non si contrappone alla gioia, anzi in questo sta l’autentica gioia del cristiano.
Gioia e dolore non sono sullo stesso piano: il dolore è l’espe­rienza immediata e concreta, fisica e spirituale della durezza dell’esistenza; la gioia invece è a livello di fede, a livello di un’esperienza profonda che è su un altro piano rispetto al dolore. Quindi, se nel cristiano al momento del supremo dolore c’è la coscienza della partecipazione alla croce di Cristo, c’è anche la coscienza della destinazione ancor più radicale alla resurrezione con Lui e quindi alla pienezza di gioia nella comunione trinitaria.
La tristezza, invece, nel Nuovo Testamento appare sempre con connotazioni negative perché è l’incapacità del cristiano di uscire dall’orizzonte dell’esperienza psicofisica del momento per aprirsi all’esperienza di fede della comunione con Cristo. 
Vale la pena di insistere su questo concetto, che troviamo ancor più esplicito in 1 Pt 1,6: « Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove ». In questa frase Pietro presenta quella cristiana come una vita sottoposta alla prova, ma contemporaneamente ricolma di gioia. In Pietro appare con chiarezza che sono due realtà co­presenti; è presente la prova ed è presente la gioia. Non è che oggi c’è la prima e domani la seconda: soffro, ma domani andrò in Paradiso. Questa è una falsa prospettiva. Già fin d’ora siamo nella gioia profonda dell’esperienza di fede del Cristo risorto.
Chi esaminasse dal punto di vista psicologico questa realtà potrebbe pensare a una sorta di masochismo; e questo sarebbe vero se la gioia e la sofferenza del cristiano fossero sullo stesso piano, ma non è così. Il cristiano patisce, soffre, sperimenta il dolore come tale e non come gioia. Dov’è la gioia allora? È a livello profondo, nella dimensione esistenziale che trascende l’aspetto psicofisico dell’essere umano e lo colloca in Dio, nella fede. La gioia cristiana è nell’orizzonte che va al di là della dimensione puramente terrena dell’esistenza. 
Il volto sorridente 
v. 5: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino ».
Sarebbe meglio usare, invece del termine « affabilità », quello di « bontà »: la vostra mitezza, il vostro essere pieni di misericordia. 
La bontà di cui si parla è l’atteggiamento del cristiano che è benevolo, mostra un volto sorridente, è accogliente, pacifico e pacificatore. Nel rapporto con gli altri si manifesta pieno di tenerezza, di misericordia, di mitezza, di pace. È, quindi, l’assenza di spigoli, di aggressività, di ira, di rotture… Si avvicina a quello che poi Paolo descriverà come la realtà suprema della Carità: che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; è paziente, benigna, non si adira, non tiene conto del male ricevuto… (cf. 1 Cor 13,4-7).
« La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini », cioè appaia, si veda. Anche questo è molto importante: la bontà del cristiano non deve essere qualcosa che c’è ma non si vede. Deve essere visibile, apparire, manifestarsi a tutti gli uomini. Molte volte diciamo: nell’intimo sì, ma fuori… Paolo però esige che si veda. Questa bontà deve manifestarsi ed essere riconoscibile perché è come l’orma dello Spirito di Dio in noi.
« Il Signore è vicino! »: altra affermazione molto forte. Paolo non vuoi dire semplicemente che il Signore sta venendo, che la fine di tutte le cose è imminente, che il tempo lasciato alla nostra esistenza nel mondo è molto breve… Certo, anche questo.
Conosciamo la frase della lettera di Pietro: mille anni sono come un giorno solo davanti al Signore (cf. 2 Pt 3,8). Ormai viviamo nel tempo finale della storia del mondo, il tempo della Chiesa, in cui mille anni e un giorno sono la stessa cosa e il Signore è lì alla porta che bussa. Ma Paolo in questo contesto vuoi dire soprattutto che il Signore si è avvicinato, si è fatto prossimo. Questa parola si contrappone alla lontananza di Dio: dopo il peccato Dio era lontano e irraggiungibile, l’uomo non poteva entrare in relazione con Lui, perché Egli stesso si era collocato in una lontananza irraggiungibile; ora invece, in Gesù Cristo, Dio è vicino. Si è fatto prossimo, afferrabile, palpabile (cf. 1 Gv 1-3: « Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato… » ). Proprio questa prossimità e familiarità con Dio rendono i cristiani « affabili »: è come se la Carità divina si ri­verberasse in loro. 

La pace di Dio 
Vv. 6-7: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù ».
« Non angustiatevi per nulla »: la parola che troviamo qui è la stessa che incontriamo anche, ad esempio, in Mt 6,25, quando Gesù invita i suoi discepoli ad affidarsi alla Provvidenza: « Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi (non angustiatevi) di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? »; e poi conclude ai vv. 32-34: « Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena ». Il « non angustiatevi » di Paolo è la stessa cosa che troviamo in Matteo: non considerate una qualsiasi cosa della vostra vita di ogni giorno come un qualcosa su cui dovete affannarvi, non fatene cioè l’oggetto di una occupazione primaria del vostro cuore perché l’occupazione primaria del cristiano è il Regno di Dio. Il cristiano deve essere preoccupato della sua obbedienza al Vangelo, della sua fedeltà al Vangelo e non deve preoccuparsi di nessun’altra cosa, di nulla. Nessuna realtà può diventare per il cristiano oggetto di preoccupazione, di tensione, di agitazione, di angoscia.
Qui Paolo aggiunge: « ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti ». È importantissimo: dice di non preoccuparsi, ma di pregare. Il cristiano può essere ed è nelle necessità. Paolo non è un superficiale e sa bene che la vita è fatta anche di sofferenze, angustie, bisogni anche materiali (il denaro per comprarsi il cibo, i vestiti, l’abitazione…). Sono cose, queste, che fanno parte della vita di ogni uomo e quindi anche del cristiano, ma Dio questo lo sa! Il cristiano non può pensare di essere soltanto lui a saperlo: lo sa per primo Dio!
C’è un altro testo di Matteo che ci aiuta a capire: « Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate » (cf. Mt 6,7 -8). Il Padre sa di che cosa abbiamo bisogno ancora prima che gli venga richiesto! Quindi il cristiano di fronte alle sue necessità, alle cose che gli sono necessarie, non deve preoccuparsi, ma deve pregare, deve presentare a Dio le sue richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
Anche l’accostamento che Paolo fa di questi tre elementi è importante: preghiera, supplica e ringraziamento. Sembra una successione « naturale ». Che facciamo di solito? Se abbiamo bisogno di una cosa, prima la chiediamo; poi, insistiamo; infine, quando l’abbiamo ottenuta, ringraziamo. Paolo invece unifica, o meglio rende contemporanei i tre momenti. Perché questo? Perché il fatto che Dio intervenga nelle nostre necessità è di assoluta certezza. Non è nemmeno ipotizzabile che Dio non intervenga, che Dio non presti attenzione alle nostre necessità. Infatti Dio sa, prima ancora che glielo chiedia­mo, di che cosa abbiamo bisogno. Quindi, se noi glielo chiediamo – e Dio vuole che glielo chiediamo! La preghiera, la supplica, l’invocazione devono esserci -, tutto questo deve essere fatto all’interno di un rendimento di grazie, perché il Signore, nel momento in cui ci rivolgiamo a Lui con la preghiera, ci è già venuto incontro nell’esaudimento delle nostre necessità.
La prospettiva di Paolo è difficile da accettare, non perché sia difficile capirla, ma perché il nostro comportamento ne è molto lontano. Noi ci angustiamo per le più piccole cose e non restiamo in un atteggiamento di invocazione. Il nostro modo di essere cristiani è molto lontano da quello che dovrebbe essere, cioè da un semplice rapporto con Dio fatto di preghiera, supplica e ringraziamento.
Pensiamo davvero, ed è un’idea profondamente radicata nel nostro essere, di essere i protagonisti della nostra esistenza, di risolvere noi tutti i nostri problemi. Magari alla fine, quando proprio non ce la facciamo più, chiediamo aiuto al Signore! L’atteggiamento del cristiano dovrebbe essere esattamente l’opposto: egli dovrebbe sentirsi continuamente nelle mani di Dio, nelle piccole cose di ogni giorno come nelle circostanze più gravi.
Il fatto che questo atteggiamento sia così raro spiega forse perché nelle comunità cristiane non avvengano più i miracoli. Si può davvero pensare che la mancanza di miracoli nella Chiesa sia colpa nostra, della nostra durezza di cuore, della nostra presunzione, della nostra pienezza di noi stessi. Ci manca la semplicità nel chiedere.
Ma qui si presenta un problema sottile: cos’è poi il miracolo? È la guarigione dalla malattia o la fede che ci fa vivere malattia, sofferenza o indigenza come doni di Dio? Cos’è che dobbiamo chiedere al Signore? Quali sono le nostre necessità vere?
Il ragionamento a questo punto viene tutto rimescolato. Davvero, di fronte a certe parole della Scrittura che non trovano verifica nella nostra esistenza quotidiana dobbiamo porci il pro­blema del perché. Prendiamo ad esempio il finale del vangelo di Marco: « questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno » (Mc 16,15-18). L’assenza di questi « segni » nella Chiesa di oggi non possiamo risolverla con faciloneria, dicendo erano i segni che accompagnavano la Chie sa primitiva e che « oggi è diverso ». Davvero, c’è qualcosa che non funziona nella nostra esistenza cristiana; e ritorna sempre più vero il discorso di Paolo sul nostro non essere perfetti. La perfezione è molto lontana da noi. Camminiamo verso la perfezione, ma sapendo prima di tutto che è ancora lontana da noi. Dovremmo avere la viva coscienza del nostro essere imperfetti, impotenti, incapaci, infedeli. Il Signore ci aiuti a rimettere in moto la nostra esistenza. 
« E la pace di Dio… »: se c’è la bontà, la coscienza del Signore vicino, l’assenza di angustia, la preghiera e il ringraziamento; se c’è tutto questo, la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù.
Con grande potenza la pace di Dio riempie l’esistenza dei credenti e li custodisce; quella pace che è la pienezza della sua salvezza, misericordia e bontà; quella pace che Egli ha riversato sui credenti in Cristo Gesù, configurandoli alla sua passione, morte e resurrezione. 
È la pienezza del suo dono che ci colma e ci custodisce: anche questa è una sottolineatura importante nel linguaggio di Paolo; serve infatti a sottolineare ancora una volta che nella vita cristiana l’iniziativa è nelle mani di Dio, è Dio che con la sua misericordia ci custodisce, ci avvolge, ci riempie di pace. 
Tutto quello che è vero, giusto, puro… 
Vv.8-9: « In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi ».
Paolo conclude le sue esortazioni con un duplice invito che vuoi essere un po’ riassuntivo di tutto l’insegnamento che ha dato finora.
Anche questo fa parte del suo stile. Nelle sue lettere dà molte indicazioni, ma non sono sempre le stesse che si ripetono. Egli ha la coscienza di non esaurire nella lettera tutte le norme di comportamento, tutta la casistica dell’esistenza cristiana. I commentatori delle lettere di Paolo dicono che le indicazioni sono legate alla situazione concreta dei cristiani a cui scrive: alcune comunità hanno bisogno di essere esortate in certi punti, altre in altri.
In conclusione, dice ai Filippesi, che cosa occorre fare? Tutto ciò che è buono, vero, bello, ciò che è positivo e virtuoso. Sarebbe interessante analizzare parola per parola queste indicazioni di Paolo, perché ognuna di esse ha una sfumatura particolare, ma possiamo riassumere tutto in un’espressione che ritroviamo nella 1 Pt 2,15: operare il bene. Noi sappiamo, poi, che il bene è quello che esce dalla bocca di Dio, cioè la volontà del Signore. È bene tutto ciò che fa parte della volontà di Dio. 
Paolo, comunque, in queste parole riassume tutto ciò che i cristiani debbono fare. E aggiunge subito una seconda esortazione, perché la prima potrebbe lasciare adito ad ambiguità. Cos’è buono? Cos’è giusto? Cos’è vero? Qualcuno potreb­be dire: per me questa cosa è buona; un altro, invece: no, per me è buona un’altra cosa. L’uomo purtroppo non sa con profonda certezza che la fonte della bontà è la volontà di Dio e che va ricercata non nei propri pensieri, ma nelle Scritture, nelle lettere di Paolo, nei vangeli, insomma in tutti i testi che manifestano il pensiero del Signore. Un cristiano che non abbia chiara questa consapevolezza potrebbe equivocare e allora Paolo aggiunge un elemento inequivocabile, dicendo: « Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare ». Ciò che lui ha insegnato è quello che i cristiani devono fare; ha dato degli ordini… ed è quello che devono mettere in pratica. Le parole di Paolo (il « suo vangelo ») sono ciò che i cristiani devono seguire.
Paolo, però, potrebbe non avere esaurito tutto in ciò che ha insegnato e proclamato; allora aggiunge: « e veduto in me ». Quello che i cristiani gli hanno visto e gli vedono fare, è la norma suprema della loro condotta!
« E il Dio della pace sarà con voi ». AI versetto precedente aveva detto: « la pace di Dio »; qui « il Dio della pace ». La presenza di Dio è pacificante; la comunione con Lui è sinonimo di pace; ma si ottiene e si mantiene nella piena adesione alla sua vo­lontà. Direbbe Dante: « In la sua voluntade è nostra pace ». E Giovanni XXIII, nel suo motto papale: « Obbedienza e pace »!

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 17 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Jerusalem Joy (firts reading)

Jerusalem Joy (firts reading) dans immagini sacre jerusalemjoy_big

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Publié dans:immagini sacre |on 14 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

commenti alle letture, Alleluia: viene in mezzo a noi il Dio della gioia

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(commenti alle letture)

Alleluia: viene in mezzo a noi il Dio della gioia

don Remigio Menegatti 

III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete

Vangelo: Lc 3,10-18  
Per comprendere la Parola di Dio alcune sottolineature
La prima lettura (Sof 3,14-18) fa nuovamente risuonare l’invito alla gioia rivolto a Gerusalemme e a tutta la comunità di Israele. Viene messo in risalto il vero, profondo, motivo della gioia: Dio si manifesta come salvatore, gioisce mentre rinnova il patto di alleanza con il suo popolo. Gerusalemme non ha quindi più motivo di scoraggiasi e di sentirsi abbandonata e sola nei suoi problemi; non vedrà più la sventura che mette in discussione la fede in colui che è fedele alla sua alleanza.
Il vangelo (Lc 3, 10-18) racconta di Giovanni e delle persone che hanno accolto il suo invito a cambiare vita e chiedono di conoscere come poter vivere con continuità il gesto della conversione manifestato con il « battesimo » che amministra colui che non si reputa degno di sciogliere i sandali al Messia. Aderire a Dio, rinnovare l’alleanza con lui significa vivere gesti concreti di solidarietà e di riconciliazione con le persone, mostrando le radici profonde del rito penitenziale del battesimo del Giordano.

Isaia 12,2-6
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non temerò mai,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza».
Lodate il Signore, invocate il suo nome;
manifestate tra i popoli le sue meraviglie,
proclamate che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto opere grandi,
ciò sia noto in tutta la terra.
Gridate giulivi ed esultate,
abitanti di Sion,
perché grande in mezzo a voi è
il Santo di Israele.

Usiamo come « salmo responsoriale » (significa di risposta) alcuni versetti presi da Isaia, che sembrano quasi un’eco della gioia a cui invita Sofonia.
La lode che si innalza al Signore coinvolge da una parte soprattutto il popolo eletto – « abitanti di Sion » -, dall’altra anche gli altri uomini: « manifestate tra i popoli le sue imprese » come pure « ciò sia noto in tutta la terra ». L’uomo riesce a lodare Dio in maniera profonda se ha fatto esperienza che lui « è la mia salvezza ». Da qui nasce l’impegno e il proposito: « io confiderò, non temerò mai ». Una gioia che è per sua natura contagiosa, ma non vuole restare sentimento superficiale, quasi una spruzzata di zucchero sul dolce tradizionale.
Dio viene in mezzo a noi – « grande in mezzo a voi è il Santo di Israele » – non solo per qualche giorno; lui è fedele e non abbandona i suoi amici, anzi…i suoi figli. Lui è Padre, colui che sa fare per noi e per tutti « opere grandi », e apre « sorgenti della salvezza » da cui attingiamo la gioia, quella che sgorga dal cuore di Dio… sorgente che non inaridisce anche con il passare delle stagioni.

Un commento per ragazzi
Ci sono momenti in cui ci sentiamo veramente felici: succede quando il nostro comportamento è motivo di gioia anche per le persone attorno a noi e a cui siamo profondamente legati. Può trattarsi dei genitori che ci apprezzano per qualche scelta positiva inattesa, oppure per dei risultati scolastici positivi, frutto del nostro impegno. Può accadere per il gesto di perdono con cui abbiamo riaperto un legame di amicizia a cui tenevamo, e che rischiava di perdersi.
La gioia non è un sentimento solo superficiale, quasi conseguenza di un carattere allegro, o stile di chi non vede i problemi e a cui tutto sembra bastare. La gioia, quella vera, nasce da scelte che vengono condivise e approvate da chi ci ama. In tal modo siamo decisamente felici quando constatiamo la piena approvazione delle persone a cui siamo legati.
La prima lettura di questa domenica ci parla della gioia di Dio; un sentimento che non deriva dalla « beatitudine celeste », quasi che Dio fosse lontano dagli uomini, non distratto dai fatti che ci rattristano, sereno e beato…perché non intaccato dai nostri pensieri. Dio partecipa direttamente alle vicende dell’uomo e gioisce quindi per le scelte positive. Ma non solo Dio riflette sul suo volto la conseguenza dei nostri buoni atteggiamenti. Lui stesso diventa motivo di gioia perché compie ciò che può rimettere in movimento in nostri gesti positivi: « ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico » ci ricorda Sofonia. È il Signore a prendere l’iniziativa, a fare il primo passo per « seminare » attorno a sé la gioia, di modo che l’uomo condivida la beatitudine di Dio. Una beatitudine che non è sentimento leggero e superficiale, gesto di un momento che non lascia tracce.
Ecco allora l’invito di Giovanni, come risposta alle domande di diverse categorie di persone: « Cosa dobbiamo fare » e potremmo aggiungere « per rendere felice Dio e per essere nella sua gioia, per condividere il suo sorriso su di noi? ». Le risposte sono concrete e alla portata delle persone, anche quando chiedono delle scelte decise nella direzione del cambiamento. Ma quante volte abbiamo provato a cambiare scoprendo che poi non è così difficile, e che anzi la gioia dell’altra persona si riflette come causa di entusiasmo su di noi e stimolo a non mollare anche quando la fatica si fa sentire. Succede così per tutte le grandi imprese…perché non dovrebbe accadere per la nostra amicizia con Dio?

Preparare il Natale non è allora solo tirare fuori l’albero e addobbarlo, cercare lo scatolone del materiale del presepe e allestirlo in sala. Non è neppure solo fare gli auguri, più o meno distrattamente perché diventa una specie di saluto per qualche giorno. Se volgiamo che sia « buono » non tanto solo il giorno di Natale, ma ogni giornata, allora è importante scoprire per ciascuno il regalo che si attende da noi. Non fermiamoci a giochi o dolci, neppure all’alta tecnologia o disegni naif. I doni che possiamo condividere sono le scelte in cui possiamo anche noi mostrare che la novità del Natale sta maturando in noi frutti di bene; frutti che stanno maturando e possiamo gustare anche negli altri 344 giorni all’anno. Il tutto – stiamo bene attenti – non parte da noi, ma da Dio. È lui il primo a far festa e fa offrirci un dono, e tra quelli più grandi possibile: il suo Figlio, che noi chiamiamo Gesù.

Un suggerimento per la preghiera
Dio, noi ti riconosciamo come « fonte della vita e della gioia »; ti chiediamo quindi: « rinnovaci con la potenza del tuo Spirito, perché corriamo sulla svia dei tuoi comandamenti e portiamo a tutti gli uomini il lieto annunzio del salvatore, Gesù Cristo, tuo Figlio. » È lui il sorriso che manifesta la tua gioia; con lui troviamo l’entusiasmo e la forza di cambiare in meglio la nostra vita, come tu ci chiedi.

Omelia III Domenica di Avvento, Natale è vicino: che cosa dobbiamo fare?

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Natale è vicino: che cosa dobbiamo fare?

mons. Antonio Riboldi

III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete (13/12/2009)

 Vangelo: Lc 3,10-18  

 Credo che tutti avvertiamo il particolare clima natalizio, che è attesa di ‘novità’, o di gioia, a seconda di come viviamo questo incredibile evento di Dio che viene a noi, come uno di noi, per farsi carico della nostra vita e trasformarla.
Davanti a questo Evento divino – non c’è altro aggettivo per definirne la sublimità – cosi, oggi, esprime la sua gioia il profeta Sofonìa: « Gioisci, figlia di Sion, esulta Israele, e rallegrati di tutto cuore, figli di Gerusalemme. Il Signore ha revocato la sua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. Il quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore potente’. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il Suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa » (Sof. 3, 14-18).
E Giovanni il Battista, nel deserto, suggerisce di attendere Gesù con parole chiare: mettere alle spalle gli sbagli, che ci separano da Dio.
Immagino con voi la scena descritta dal Vangelo di oggi. L’evangelista Luca la situa nel deserto, il luogo che Giovanni aveva scelto per annunciare la venuta del Messia, che avrebbe dato certamente una risposta alla domanda di salvezza dell’umanità: salvezza da sempre invocata, anche se non si sapeva dare un volto a questa ricerca, ed è forse così anche oggi.
Siamo come assediati, almeno in apparenza, da troppi fatti, che mettono in dubbio la stessa speranza e il desiderio di una possibile pace, giustizia e serenità.
‘Non se ne può più’ si sente affermare tante volte. E diventa nostra la preghiera del Salmo 62: « O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di Te ha sete l’anima mia; a Te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua ».
Ma nel deserto non arrivano le voci scomposte del mondo: il deserto evangelico, per chi davvero ha sete di serenità, di gioia, di Dio, si riempie della Sua Presenza.
Ci andrà anche Gesù, e tante volte.
Il deserto è inospitale, eppure tanta gente di ogni condizione andava a vedere e sentire Giovanni, il Battista: gente andante – e forse è ancora così anche oggi, per tanti – che cerca la sorgente della vera acqua.
Giovanni, con la sua vita spoglia delle scorie del mondo, dava il senso della verità. Faceva venire la voglia di gettarsi a capofitto nel Giordano, per essere battezzati, in quello che era chiamato ‘battesimo di penitenza o conversioné.
A cercarlo, era – ed è forse anche oggi così gente semplice, comune, che, per entrare in una mentalità nuova, che onorasse la dignità della vita, riportasse la pace nel cuore, era disposta a cambiare vita.
Giovanni Battista dava consigli pratici, del tipo: ‘chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha mangiato faccia altrettanto’. Oppure a quanti esigevano troppe tasse, per intascarne una parte, o facevano prestiti onerosi, come i pubblicani,: ‘non esigete più di quanto è fissato’. Ai soldati, che praticavano il diritto alla razzia e al saccheggio nei territori occupati: ‘Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, ma contentatevi delle vostre paghe’.
Viene da pensare alla grande schiera dei nostri contemporanei, che vivono nella loro sicurezza senza condividere nulla con chi lotta per la sopravvivenza; alla spaventosa massa di criminali, che fanno dell’usura, della rapina o del furto, più o meno palese, più o meno coperto o a volte ‘legalizzato’, la regola per ‘far fortuna’. Magari tutti costoro ascoltassero Giovanni il Battista!
Tutti coloro che accorrevano da Giovanni, pensavano fosse lui il. Messia.
Il Vangelo di oggi ci aiuti a convertirci:
« Le folle interrogavano Giovanni, dicendo: ‘Cosa dobbiamo fare?: Rispondeva: « Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha mangiato ne dia a chi non ne ha’.
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: ‘Maestro, che dobbiamo fare?’. Ed egli disse loro: ‘Non esigete nulla di più di quanto è dovuto e fissato’.
Lo interrogavano anche alcuni soldati: ‘E noi che dobbiamo fare?: Rispose: ‘Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe’.
Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo. Giovanni rispose a tutti dicendo: lo vi battezzo in acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali; costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia, per raccogliere il frumento nel granaio, ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile’.
Con molte esortazioni annunziava al popolo la buona novella ». (Lc. 5, 10-18)
Credo che anche a tutti noi, che seriamente ci prepariamo ad accogliere Dio, che sta venendo tra di noi, – anzi che attende già oggi alla porta di ‘casa nostrà – riconoscendoci tutti peccatori, – speriamo non incalliti!- e conoscendo le nostre imperfezioni, venga spontanea la domanda: ‘Ed io che cosa devo fare?’. Non penso vi sia qualcuno che si senta talmente santo, da non aver bisogno di porsi questa semplice, ma esigente, domanda: ‘Cosa devo fare?’.
Allora era Giovanni che dava una risposta a chi si rivolgeva a lui, ad ogni categoria di persone. Oggi è il Vangelo che guida, sono certo, la nostra retta coscienza, a porci la domanda. Sarebbe davvero un grave danno per la nostra vita – quella dello spirito che conta davvero – se non ce la ponessimo, rimanendo dove siamo, senza tener conto di ‘come siamo’ agli occhi di Dio.
Tutti abbiamo bisogno di capire chi siamo, senza paura, con tanta fiducia, perché c’è Chi sa capire e, se incontra il nostro pentimento, è pronto a cancellare tutto, mettendoci le braccia al collo, come avvenne con il figlio prodigo.
Il Vangelo, continuando il racconto, narra che alcuni rimasero a vivere con Giovanni, altri se ne tornarono a casa propria – si spera diversi da prima – .
Capita a volte, a noi pastori di anime, di sentirci come Giovanni il Battista. É tanta la gente, di ogni tipo, giovani o adulti, che viene a volte a raccontarci la propria nausea per quello che sente dentro, per come vive. Gente disposta, per Grazia di Dio, spinta da Lui, a ‘tuffarsi nel Giordano’ per cambiare vita o almeno capire la ragione del grande, a volte insopportabile disagio della vita interiore, ma con la paura che nulla cambi. E da soli, davvero, si può fare poco… .ma sta venendo
Natale di Gesù, anzi, Gesù è già venuto, è tra noi, a darci la certezza che tutto può cambiare!
Un giorno vennero dei giovani e mi invitarono ad una manifestazione per la pace, in un grande centro, teatro di tradizionale violenza di ogni tipo, dagli omicidi alle estorsioni. C’era in tutti una gran voglia di occupare una volta per tutte quelle strade, che sembravano proibite alla libertà, al diritto della persona di vivere con dignità. Era uno schierarsi apertamente dalla parte dell’amore contro la violenza. Si partì in pochissimi. Ma, lentamente, la gente si fece vincere dal desiderio di essere persone vive, senza paura, forti del coraggio che viene dalla coscienza buona, che non tollera più offese alla propria dignità. Facile immaginare l’entusiasmo di quei. giovani. Durante la manifestazione, qualcuno mi fece una domanda simile a quella che ponevano a Giovanni: ‘Padre, ed ora cambierà qualcosa nella nostra città?’. ‘Siete davvero discepoli di Gesù?’ – chiesi, lasciandoli un po’ perplessi. Alla fine risposi: ‘Se l’uomo, ogni uomo, non cambia interiormente – come ‘battezzati nel Giordano’ dico oggi – può darsi che ottenga che questa criminalità oggi finisca, ma se l’uomo rimane quello che è, inginocchiato davanti al Dio denaro e al Dio potere, presto o tardi ne sorgeranno altri’.
Mi si fece vicina una ragazza, che chiese di poter camminare accanto a me_ Mi accorsi presto che era una tossicodipendente, ma il suo volto ispirava tanta tenerezza.
‘Perché lo fai?’ chiesi un poco ingenuamente, alludendo alla droga.
‘Perché lo faccio? – mi rispose – perché è bello. Cosa mi avete insegnato voi preti di diversamente bello? Chi è mai Cristo, che voi dite essere la verità e la gioia? Se veramente è quello che voi dite che sia, perché non si fa vedere?’.
Uscivano domande ed imprecazioni a getto continuo, che erano urla di disperazione.
Faceva veramente compassione quel volto sfregiato dalla confusione e dal dolore. Non aveva vergogna di buttarmi in faccia il suo animo, che forse aveva sognato una vita bella e si era trovato, senza che lei ne sapesse spiegare il perché, in una palude, che non offriva uscite.
Urlava tanto da attirare l’attenzione dei vicini. Io non osavo neppure interrompere e mi lasciavo sommergere da tutta quella rabbia. ‘Cosa posso fare?’ furono le sue ultime parole – la stessa domanda rivolta al Battista.
Chinammo il capo tutti e due, come in cerca di risposte. Nel silenzio mi passavano davanti agli occhi tantissimi come lei, fino a confondermi.
Più tardi presi un foglio e scrissi questa preghiera:
‘Signore, questa sera, non ho più voce, se non per dirti parole vuote: insegnami a pregare.
Signore, non so più trovare in questo mondo, pieno di voci che tradiscono, la voce che giunge a Te: insegnami a pregare. Signore, ora ti sto gridando che la mia vita e di tanti è cosi vuota di senso, che non vogliamo neppure credere che il vero senso della vita sei Tu: insegnami a pregare.
Signore, ci rimproveriamo che ormai siamo incapaci di amare ed intento non ci ricordiamo che ogni amore viene da Te: insegnami a pregare.
Signore, questa sera, vorrei farTi vedere a questa mia sorella, che è sfatta da una vita sbagliata e il mio volto è diventato un pezzo di ghiaccio per il dolore che vivo con lei: insegnami a pregare. Signore, sono confuso al punto che mi pare di vivere balbettando, non sapendo neppure più cosa dire: insegnami a pregare.
Signore, vorrei regalare a questa mia sorella e a tantissimi come lei, un sorriso che dica ‘Dio ti ama teneramente come la pupilla dei Suoi occhi’ ed invece ho gli occhi pieni di lacrime.’ Le feci avere la preghiera. Quella ragazza, si chiamava Nadia, mi rispose:
‘Le avevo chiesto di tenermi compagnia, perché mi sentivo insicura. Lei ha accettato di cuore ed io l’ho sommersa con la mia rabbia e con la voglia di uscire da questo tunnel. Le ho fatto tanto male?’. Incontrandola le diedi la risposta: ‘Non importa, quello che conta è che tu ora abbia intravista la speranza’. Oggi Nadia è diversa, tutt’altra cosa. Per Nadia, quel giorno, è stato Natale.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

San Giovanni della Croce

 

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Publié dans:immagini sacre |on 13 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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