Archive pour décembre, 2012

I PADRI DELLA CHIESA: LA DEVOZIONE A MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/catechesi/2000-2001/I%20Padri%20della%20Chiesa.html

I PADRI DELLA CHIESA: LA DEVOZIONE A MARIA

“La devozione a Maria, per essere autentica, deve essere ben fondata sulla Scrittura e sulla Tradizione”,

così si è espresso Giovanni Paolo II, il 24 settembre 2000. Negli articoli precedenti, abbiamo considerato il fondamento della pietà mariana della Chiesa, costituito dalla Sacra Scrittura nelle sue due parti: Antico e Nuovo Testamento.
Consideriamo ora il saldo fondamento della pietà mariana, costituito dalla Tradizione della Chiesa.
La Costituzione dogmatica conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione insegna infatti, al n. 9: “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa sorgente, esse formano, in certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la Sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione, fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano…”.
E al n. 10 della Dei Verbum: “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio, affidato alla Chiesa, e – nell’adesione ad esso – tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli apostoli”.
Testimoni qualificati della grande Tradizione di fede della Chiesa, sono innanzitutto i Padri della Chiesa e cioè antichi autori cristiani, dei primi secoli, maestri della fede, la maggior parte di essi furono vescovi, dunque responsabili di comunità cristiane, eminenti per santità di vita e dottrina.
Essi ci hanno lasciato, nei loro scritti, il loro autorevole insegnamento di fede. Si tratta di una produzione vastissima, mi limito perciò ad una scelta personale, che cerco però di motivare: parleremo di Sant’Ireneo, San Massimo di Torino, Sant’Agostino e San Cirillo d’Alessandria.

Sant’Ireneo
Martire e Vescovo di Lione nel II sec. Nato a Smirne verso il 130, educato da San Policarpo, discepolo di San Giovanni apostolo ed evangelista.
È considerato l’ultimo uomo della generazione “apostolica” e primo teologo della Chiesa: uomo della Scrittura e della Tradizione apostolica. Tutto si incentra e si restaura in Cristo, il nuovo Adamo. Sant’Ireneo, citato anche dal Concilio, nella Lumen Gentium, per primo costruisce il parallelismo
Adamo-Cristo, Eva-Maria: Maria è la nuova Eva.
Riportiamo una breve citazione dal trattato Contro le eresie, Lib. 5,19… “… Mentre Eva, sviata dal messaggio del diavolo, disobbedì alla parola divina e si alienò da Dio, Maria invece, guidata dall’annuncio dell’angelo, obbedì alla parola divina e meritò di portare Dio nel suo grembo. Quella dunque si lasciò sedurre e disubbidì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata dalla vergine Eva…)”.

San Massimo
Primo Vescovo conosciuto della Chiesa torinese. Visse tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo. Probabilmente proviene dalla cerchia dei discepoli di Sant’Ambrogio di Milano. Si conservano di lui numerosi Sermoni. In essi la figura della Vergine Maria ha un particolare rilievo. Paragona Maria all’antica “Arca dell’alleanza”, davanti alla quale danzò il re Davide.
Dal Sermone 42,4-5: “Nelle feste e specialmente nelle nozze, la gente ha l’abitudine, tradizionale, di danzare e di cantare… Per queste nozze è giusto che noi danziamo. Davide, re e profeta, danzò davanti all’arca… nel suo spirito infatti vedeva una sua discendente, Maria, unirsi in nozze a Cristo… Quest’arca davanti alla quale danzò il profeta, non corrisponde forse alla vergine Maria? L’arca racchiudeva in sé le tavole dell’alleanza, Maria portava in sé l’erede dell’alleanza…”.

Sant’Agostino
Grandissimo Padre della Chiesa. Vescovo e dottore della Chiesa. Nato nel 354, morto nel 430. Fu per 34 anni Vescovo di Ippona. Sant’Agostino insiste soprattutto sulla qualifica di Maria come discepola del Signore, come Colei che ha fatto pienamente la volontà di Dio ed ha accolto e custodito fedelmente la parola di Cristo suo Figlio.
Dai Discorsi di Sant’Agostino, vescovo (Disc. 25,7-8). “Credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede… Conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo… Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo. Cristo è verità, Cristo è carne; Cristo è verità nella mente di Maria, Cristo è carne nel grembo di Maria. Conta di più ciò che è nella mente di ciò che è nel grembo…”.

San Cirillo
San Cirillo di Alessandria d’Egitto (370-444). Vescovo e dottore della Chiesa. Dottore per eccellenza della Incarnazione; presiedette il Concilio di Efeso nel 431. L’omelia tenuta durante il Concilio di Efeso che proclamò la “divina maternità” di Maria è una celebrazione ammirata ed entusiasta della Santa Vergine, dove abbondano le immagini prese dalla Bibbia per cantare la grandezza di Maria.
Dall’Omelia tenuta nel Concilio di Efeso. “Ti salutiamo, o Maria, Madre di Dio, venerabile tesoro di tutta la terra, lampada inestinguibile, corona della verginità, scettro della retta dottrina, tempio indistruttibile, abitacolo di colui che non può essere circoscritto da nessun luogo, madre e vergine insieme per la quale nei santi vangeli è chiamato «benedetto colui che vie-
ne nel nome del Signore» (Mt 21,9)…”.

 Giovanni Zappino SDB

Una storia meravigliosa: come fu scoperta a Efeso l’abitazione della Vergine Maria (anche Paolo)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/carroll_la_casa_di_maria1.htm

(sei parti, anche Paolo..!)

La casa di Maria

Donald Carroll

Una storia meravigliosa: come fu scoperta a Efeso l’abitazione della Vergine Maria

PREFAZIONE                                        

La casa sulla Collina degli Usignoli

«Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Quindi disse al discepolo: « Ecco tua madre! ». E da quell’ora il discepolo la prese in casa sua» (Giovanni 19, 25-27).
Cosi l’apostolo ed evangelista Giovanni racconta la presenza di Maria presso la croce di Gesù. Gli Atti degli Apostoli ricordano poi la presenza di Maria al momento della Pentecoste: «Tutti costoro attendevano costantemente con un cuor solo alla preghiera con le donne e Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (Atti 1,14). Dopo di che, a parte qualche vago accenno, di lei non si hanno più notizie precise nel Nuovo Testamento.
Fortunatamente, però, Maria non scompare dalla memoria dei cristiani. Ad esempio, secondo la tradizione, negli anni successivi alla lapidazione di Stefano, nel 37 d.C., quando s’inasprì in Gerusalemme la persecuzione contro i seguaci di Cristo, Giovanni condusse con sé Maria a Efeso, sulle coste dell’ attuale Turchia bagnate dal Mar Egeo. Efeso, oltre a essere una delle più grandi città dell’Impero romano, era anche la capitale della provincia d’Asia, e sarebbe divenuta, secondo le parole dello storico francese Ernest Renan (1823-1892), «la seconda provincia di Dio». Effettivamente essa fu una delle basi di lancio del cristianesimo: è lì che Paolo predicò per tre anni e scrisse le sue lettere ai Corinzi; lì Giovanni scrisse il suo Vangelo. E lì, dopo la morte di Giovanni, sulla sua tomba furono costruiti prima un memoriale e successivamente una grande basilica.
Ma che cosa è avvenuto di Maria? Comprensibilmente, Giovanni e le altre persone responsabili della sua vita non erano interessati ad attirare l’attenzione sulla sua presenza a Efeso, città dominata dall’imponente tempio di Artemide, dedicato al culto della Dea Madre: Oltre tutto, era compito loro e non suo sfidare il paganesimo nel mondo greco-romano e diffondere la « buona notizia » di Cristo. Il suo ruolo era semplicemente quello di tenere un profilo basso; per il bene suo e di tutti. Sfortunatamente per gli storici che si sono succeduti nei secoli, Maria c’è riuscita fin troppo bene!
Tuttavia essa non scomparve dai pensieri della crescente comunità cristiana di Efeso, che conservò viva la memoria del tempo da lei trascorso in mezzo ad essa. Non sorprende, quindi, che nel IV secolo la prima chiesa nella cristianità a essere dedicata alla Vergine Maria sia stata costruita a Efeso. Vale la pena ricordare che, all’ epoca, una chiesa poteva essere dedicata a un santo solamente se questi era vissuto in quel posto o vi aveva subìto il martirio. E non è solo una pura coincidenza che quando, nel 431 d.C., fu convocato il III Concilio Ecumenico per proclamare Maria Madre di Dio, esso si sia riunito proprio nella chiesa dedicata alla Vergine Maria a Efeso.
Eppure solo nel XIX secolo si fecero tentativi per scoprire come e dove esattamente Maria fosse vissuta; in altre parole, per collegare la Maria celeste, la Regina del cielo, alla Maria terrena, l’anziana signora « addolorata » che aveva trascorso i suoi ultimi anni lontano dal tumulto che accompagnava la diffusione di quella religione che l’avrebbe «esaltata su tutte le donne».
L’uomo che per primo cercò di localizzare l’ultima dimora di Maria fu un prete parigino, don Julien Gouyet. Gli era capitato in mano un libro che raccontava dettagliatamente le visioni avute da una monaca tedesca inferma e segnata dalle stigmate, morta mezzo secolo prima. In quelle visioni la monaca descriveva, fornendo abbondanti particolari, la casa dove Maria da ultimo era vissuta e indicava anche la sua localizzazione. Don Gouyet fu affascinato dal libro, tanto che nel 1881 si recò ad Efeso per cercare la casa, seguendo le indicazioni della monaca. La trovò, infatti, sulla sommità della Bülbül Dagi, la « Collina degli Usignoli », appena a sud di Efeso. O quantomeno pensò di averla trovata. Ma dopo che ebbe riferito la scoperta ai suoi superiori a Parigi e a Roma, su questo argomento scese presto un velo di silenzio. Nessuno prese sul serio le sue affermazioni. Ci vollero altri dieci anni prima che, nel 1891, una serie di spedizioni alla casa raccogliesse testimonianze sufficienti a convincere le autorità ecclesiastiche che essa non era un vecchio rudere qualunque; e poi ancora altri anni di scavi e ricerche prima che gli studiosi fossero disposti ad accettare la possibilità che la casa sulla Collina degli Usignoli fosse davvero quella che aveva abitato Maria.
A questo punto devo confessare che la mia prima reazione alla « versione pia » sulle origini della casa non è stata dissimile da quella degli ecclesiastici. Anche dopo diverse visite ero decisamente scettico. Dopo tutto, mi sembrava difficilmente credibile che un vecchio edificio di pietra, per quanto remoto, per quanto piccolo e privo di attrazione, fosse passato inosservato per milleottocento anni. Inoltre la possibilità di crederci era messa alla prova ancor più dal fatto che la casa era stata « vista » per prima da una monaca malata mai uscita dalla Germania e le cui visioni avevano portato alla sua scoperta: un procedimento davvero strano!… Infine, se la scoperta era veramente un evento speciale, perché sulla casa non era reperibile nemmeno un libro, né sul luogo stesso né in qualche libreria delle città vicine?
D’altra parte, bisogna ammettere che anche la leggendaria Troia era riuscita a scomparire per tremila anni, mentre la stessa Efeso, città un tempo splendente di marmi, era sparita dalla vista per cinque secoli. Inoltre la scoperta di Troia nel 1873 da parte di Heinrich Schliemann era stata resa possibile solo dalla determinazione ostinata dell’ archeologo nel seguire gli indizi presenti nell’Iliade, sicuramente non l’opera storiografica più affidabile. Efeso, invece, sarebbe rimasta sepolta per sempre sotto terra, se un ingegnere inglese, archeologo dilettante, John Turde Wood, non avesse seguito la descrizione di una processione trovata su un frammento di pietra. E, quindi, forse non si dovrebbe essere tentati di giudicare l’autenticità di una scoperta dalla maniera in cui viene fatta.
Ma tutto questo lasciava ancora aperto l’interrogativo sul perché, a quanto sembrava, non ci fosse un libro sull’argomento. C’erano le solite brochures e libretti turistici, che si ripetevano o si contraddicevano l’un l’altro, in un inglese straordinariamente eccentrico; ma non c’era un racconto affidabile su quello che era avvenuto effettivamente in quelle zone montagnose oltre un secolo fa o, per la storia in questione, venti secoli or sono. Con la curiosità alimentata dalla frustrazione, mi rivolsi a internet, alle agenzie specializzate nella ricerca di libri e ai migliori antiquari di libri. All’inizio i risultati furono deludenti, poi, un po’ alla volta, cominciarono a emergere piccole informazioni, alcune in inglese ma più sovente in francese, tedesco e turco, paragonabili a quei frammenti di vetro in forme e colori diversi, che speri – e poi cominci a crederci! – possano formare una finestra di vetro colorato, se ricomposti convenientemente.
E ora si può credere alla mia ricostruzione? Sì, perché ritengo che i fatti della storia siano stati assemblati con scrupoloso rispetto e attenzione, e perché in nessun momento la storia è stata rielaborata per accomodarla a esigenze religiose. Tuttavia bisogna realisticamente ammettere che la permanenza di Maria sulla Collina degli Usignoli, per quanto la cosa possa risultare suggestiva e commovente, rimane un indizio, una possibilità, al massimo una probabilità, e così forse resterà per sempre, in un certo senso non diversamente da altre affermazioni basate su pie e persistenti tradizioni religiose storicamente indimostrabili.
Ma credere che sulla Collina degli Usignoli sia stata scoperta davvero la casa di Maria, a me, sinceramente, sembra essere quanto di meno difficile – e improbabile esista al mondo!I

La città di Efeso al tempo di Maria e Giovanni
Negli anni immediatamente successivi alla morte e risurrezione di Gesù, la piccola setta di agitatori conosciuti come cristiani godette, a Gerusalemme, di un periodo di relativa tolleranza. Ma quando il loro numero e la loro influenza aumentarono, la pazienza delle autorità giudaiche cominciò a diminuire, finché nel 37 d.C. scomparve del tutto. Quell’anno vide il martirio di santo Stefano e con esso l’inizio della persecuzione diretta della comunità cristiana di Gerusalemme. Nel corso dei cinque anni successivi la persecuzione divenne più crudele, raggiungendo il suo culmine nel 42 d.C., quando Erode Agrippa I salì al trono e ordinò l’imprigionamento di san Pietro e la decapitazione di san Giacomo, fratello di san Giovanni.
Fu così che, in quel frangente, la maggior parte dei cristiani, compresi probabilmente san Giovanni e la Vergine Maria, fuggirono. Molti trovarono rifugio in Giudea e in Samaria, ma coloro che, come Giovanni, erano incaricati di diffondere il messaggio di Gesù, andarono più lontano. Giovanni raggiunse Efeso e, fedele al suo impegno con Gesù morente, condusse con sé Maria e diversi altri credenti.
È difficile immaginare le difficoltà di un viaggio di quella lunghezza, in quelle condizioni, su quel terreno. Maria soprattutto dovette soffrire durante quella lunga fuga fuori della Terra Santa: all’ epoca poteva avere una sessantina d’anni. Non possiamo immaginare la reazione di questo gruppetto di rifugiati alla vista dello splendore di Efeso: essa era una delle più grandi città dell’Oriente, uno dei più importanti centri economici dell’Impero romano, sede della prima banca del mondo, città di grandi ricchezze e tra le più popolose. L’effetto dev’essere stato sorprendente.

1. Sguardo panoramico sulla città                                                                              
Avvicinandosi a Efeso, lungo quella che viene ora chiamata la via della Vergine Maria, devono essersi trovati di fronte alle imponenti mura della città costruite da Lisimaco, generale di Alessandro Magno e poi suo successore, nel III secolo a.c. Sulla sinistra le mura si sviluppavano lungo le pendici superiori della Collina degli Usignoli. Entrando per la Porta di Magnesia, si raggiungeva dapprima l’Agorà statale: un’imponente piazza pubblica circondata da edifici che servivano da centro amministrativo della città. Lungo il lato nord, di fronte alla strada, si trovava una grandiosa basilica che ospitava i tribunali. La piazza stessa, un’ area semisacra dove si tenevano riunioni politiche e religiose, era nascosta alla vista, ma il grande frastuono che arrivava da essa ne segnalava l’importanza. Appena oltre l’Agorà, dall’altra parte della via, si trovavano le otto grandi colonne dori che del Pritanèo, dietro il quale bruciava giorno e notte la fiamma sacra di Efeso. Più lontano si trovavano imponenti monumenti e fontane che insieme costituivano il sigillo imperiale di Roma.
Proseguendo si arrivava al passaggio ad arco che si apriva sulla via dei Cureti, che prendeva il nome da un particolare ordine di sacerdoti consacrati ad Artemide. Essa conduceva giù verso il centro della città. La via era delimitata da statue marmoree raffiguranti i dignitari di Efeso ed era fiancheggiata da portici con pavimenti mosaicati. Su questi portici si alzavano da entrambi i lati degli edifici, soprattutto pubblici e commerciali sulla destra, privati e residenziali sulla sinistra; ancora a sinistra, su per il pendio della collina, si erigevano le ville dei ricchi e dei potenti.
Svoltando a destra in fondo alla via dei Cureti, Maria e i suoi compagni si sarebbero trovati di fronte a una delle viste più straordinarie del mondo antico. Sulla sinistra si trovava la monumentale Porta a tre archi di Mazzeo e Mitridate, attraverso la quale si accedeva all’Agorà commerciale, la piazza del mercato della città. Al suo esterno, lungo più di un centinaio di metri, si trovavano file di negozi dietro gallerie con portici. Più avanti, al di là della strada, sulla destra, si trovava il Teatro Grande, un impressionante anfiteatro costruito sul pendio della collina che poteva accogliere 24.000 spettatori. E più oltre, in lontananza, si trovava l’imponente tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo, lungo 155 metri e largo 55, con una doppia fila di colonne monolitiche alte 22 metri che circondavano le mura: il più grande edificio del mondo, interamente costruito in marmo.
Poi, guardando dal Teatro Grande giù verso il porto, si trovava la via del Porto (successivamente chiamata via Arcadiana dal nome dell’imperatore Arcadio, inizio del V secolo), un’ampia strada fiancheggiata da colonne, pavimentata di marmo e affiancata da negozi dietro enormi colonne. Tra i negozi e le colonne correvano vialetti pedonali pavimentati con elaborati mosaici. Di notte la via, lunga oltre cinquecento metri, era illuminata da cinquanta grandi torce, il che faceva di Efeso, insieme a Roma e Antiochia, una delle tre città antiche che avesse strade illuminate. Ma la via del Porto non era solo una ricca arteria mercantile di grande traffico: siccome terminava presso il porto, sempre affollato di navi provenienti da tutto il mondo conosciuto, essa era anche la via di accesso cerimoniale alla città, attraverso la quale erano passati imperatori, personaggi potenti e altre figure storiche, tra le quali Antonio e Cleopatra, nelle loro visite a Efeso.
Si ritiene che Maria abbia trascorso i suoi primi mesi a Efeso in una casa a nord della via del Porto, vicino a un’ ampia arena sportiva, mentre Giovanni faceva costruire per lei una casa sulla Collina degli Usignoli. Ovviamente, non avrebbe senso speculare sulle circostanze esatte della vita di Maria a Efeso, ma si possono quantomeno dire due cose con un certo grado di sicurezza. La prima e più importante: è improbabile che si sia sentita in pericolo di fronte alle autorità locali. Il governo della città era conosciuto per la sua tolleranza religiosa, che, ad esempio, permetteva agli Ebrei, nonostante il loro monoteismo singolare, di avere sinagoghe e praticare la loro religione apertamente, senza subire interferenze. E quindi non c’era timore di persecuzioni, come invece era avvenuto a Gerusalemme. In secondo luogo, il comfort materiale di Maria probabilmente fu molto più grande a Efeso di quanto fosse stato in precedenza. Dopo rutto, Efeso era una delle poche città al mondo in cui la maggior parte delle case era dotata di acqua corrente e dove si poteva trovare con facilità ogni sorta di cibi, vestiario e attrezzature domestiche.
La maggior parte delle cose necessarie si poteva trovare nell’Agorà commerciale, sia per quanto riguardava i cibi (pane, verdure, cereali, carne, pesce, animali vivi, olio di oliva, vino, miele, sale ed erbe e spezie arabe) sia per quanto riguardava gli oggetti per la casa (utensili da cucina di rame, scodelle, anfore e lampade a olio). Per chi poteva spendere, c’erano anche sete, profumi e gioielleria fatta con pietre preziose. Vi si poteva comperare anche il lavoro, perché schiavi e uomini liberi che cercavano occupazione si ritrovavano lì all’alba e aspettavano di essere ingaggiati da chi aveva bisogno di lavoratori a giornata.

2. La popolazione
Gli operatori commerciali, i venditori ambulanti e i commercianti della città erano ancora abbondantemente superati in numero dai lavoratori dei campi. L’agricoltura era molto importante per l’economia efesina, e molti dei cittadini ricchi avevano fatto fortuna con la coltivazione delle terre che attorniavano Efeso… Ma i cittadini più considerati erano coloro che avevano contribuito in modo significativo ad abbellire la città. Al vertice si trovavano gli scultori, seguiti dagli architetti, dai produttori di ceramiche (specialmente decoratori di vasi), tessitori e tintori, tagliatori di pietre, argentieri, gioiellieri, intagliatori di avorio, fabbri ferrai e vetrai. I dottori erano importanti, certo, ma non molto più dei barbieri. E fa riflettere piacevolmente il fatto che gli avvocati fossero tenuti a offrire i loro servigi gratuitamente, anche se era permesso loro richiedere un compenso simbolico.
C’era, poi, un lusso alla portata di tutti gli efesini, indipendentemente dalla loro condizione sociale o economica, ed era quello delle terme pubbliche. C’erano ambienti separati per uomini e donne, ma alle donne era permesso accedere ai bagni degli uomini nelle prime ore del mattino… Un ricco, alle terme, poteva trascorrere tutto il pomeriggio, seduto con gli amici a discutere di ogni questione e a risolvere tutti i problemi del giorno. E c’era molto di cui discutere negli anni dopo l’arrivo di Maria nella città. Ricordiamo gli eventi principali: l’assassinio di Caligola da parte dei suoi pretoriani nel 42 d.C.; l’invasione romana della Britannia e la costruzione di un insediamento chiamato Londinium sulle rive del Tamigi nel 43; la controversa predicazione a Efeso di Paolo a partire dal 53; l’avvelenamento di Claudio da pane della moglie Agrippina nel 54 e il suo assassinio nel 59 su ordine del figlio Nerone, il quale poi fece uccidere la moglie Ottavia nel 62, prima di uccidersi a sua volta nel 68, due anni prima della distruzione di Gerusalemme nel 70; una serie di scosse di terremoto che si fecero sentire in vari punti dell’Impero e culminarono con la scomparsa di Pompei sotto le ceneri del Vesuvio nel 79. Di sicuro, molto su cui discutere!
E i ricchi, quando non se la spassavano alle terme, si godevano le loro ville sontuose. Molte erano a tre piani e avevano interni stupendi. Ogni casa si innalzava attorno a un ampio cortile interno pavimentato in marmo – che poteva estendersi fino a cinquanta metri quadrati, scoperti in alto per lasciar entrare la luce del sole – di solito con una fontana al centro e circondato da colonne ugualmente di marmo. Il piano superiore della villa era sempre occupato dalle camere da letto. Il piano terra era riservato agli « ambienti pubblici »: sala da pranzo, soggiorno e la sala principale dove i padroni di casa accoglievano gli ospiti. Alle estremità si trovavano gli ambienti della servitù: cucina, bagno, toilette e lavandini… Ogni casa aveva la sua cisterna o il pozzo, oltre all’acqua corrente della città, e ognuna aveva il riscaldamento centralizzato, con lo stesso sistema ad ipocausto che riscaldava le terme pubbliche.
Oltre alle amenità offerte dalle terme pubbliche, un altro piacere di cui approfittavano tanto i ricchi quanto i poveri, anche se evidentemente in misura diversa, era quello della buona tavola. La dieta era costituita da cibi a base di farina di frumento, con cipolle, aglio e formaggi… Inoltre abbondavano pesce e carne di maiale. Naturalmente nelle case dei ricchi i pasti erano più vari e abbondanti.
Tutti i pasti – sia quelli del ricco sia quelli del povero – avevano tre cose in comune: il vino, il miele e il sale. Va detto che Efeso era famosa per il suo vino – ogni anno il 19 agosto c’era la festa del vino – e per il miele (l’ape, che era anticamente il simbolo di Efeso, compare in alcune delle sue monete). Quanto al sale, era considerato così importante che anche le famiglie più povere facevano dei sacrifici per poter acquistare una saliera per la tavola.
In materia di abbigliamento ci voleva poco per distinguere i benestanti dai cittadini meno privilegiati. Il vestiario quotidiano era costituito dalla tunica, fatta di un misto di cotone e lana per la gente comune, e di costosa seta per chi aveva disponibilità maggiori. C’erano tuniche con maniche e altre senza, ma tutte erano munite di cintura ai fianchi. Le tuniche degli uomini erano corte e costituite da un singolo pezzo di tessuto. Quelle delle donne erano lunghe e costituite da due pezzi di tessuto, uno indossato sopra l’altro. E mentre gli uomini erano tutti vestiti di bianco, le donne, invece, indossavano tuniche di vari colori, tra i quali il blu, il violetto e il giallo zafferano erano i più comuni. La familiare toga romana era indossata raramente al di fuori delle grandi occasioni, dei sacrifici e delle feste pubbliche. I lavoratori manuali e gli schiavi solitamente indossavano un indumento marrone, a forma di sacco, chiamato cucullus, che scendeva dal collo fino alle ginocchia.
Al tempo in cui Maria giunse a Efeso, gli uomini non portavano più la barba, ma si erano conformati a una delle mode più eccentriche del tempo: quella dei capelli biondi. Tanto gli uomini quanto le donne si facevano vedere con i capelli tinti di biondo o con parrucche bionde.
Tutto sommato, la Efeso in cui Maria si trovò a vivere era un luogo felice e civile. Questo era dovuto in parte alla sua ricchezza e in parte al governo della città, che era particolarmente illuminato anche secondo gli standard moderni. C’era un sistema fiscale imparziale e quando era parziale lo era per favorire il povero. Ad esempio, c’era una tassa standard di un denaro per il rilascio del certificato di nascita, ma se la madre era un membro della classe agiata, o intendeva essere considerata tale, la tassa era di cento denari. Allo stesso modo, il povero aveva diritto a ricevere certi benefici per i bambini, anche grano gratuito e l’entrata libera alle terme pubbliche. Il consiglio amministrativo della città, il Demos, teneva le sue riunioni nel Teatro Grande, alle quali tutti gli efesini potevano assistere liberamente. Il Teatro Grande era anche sede di frequenti concerti musicali, recital poetici ed esibizioni di spettacoli classici. Gli efesini del I secolo erano tra la gente più fortunata dell’Impero, e lo sapevano!

3. Paolo e i primi cristiani a Efeso
Non c’era nulla, si può dire, che potesse disturbare il benessere degli efesini – e certo anche il loro auto compiacimento – fino al 53 d. c., quando arrivò sulla scena Paolo di Tarso, il quale fece conoscere ad essi che i loro dèi erano un nulla: in realtà c’è solo un unico Dio! All’inizio egli predicò nelle sinagoghe, ma dopo qualche mese si trasferì nella sala conferenze di Tiranno, dove per due anni e mezzo insegnò ogni giorno dalle undici del mattino alle quattro del pomeriggio. Durante quel periodo molti si convertirono, ma ciò provocò malumori e preoccupazioni particolarmente tra gli argentieri, che traevano buoni profitti soprattutto dalla vendita di statuette e medaglioni della dea Artemide.
Uno di essi, un certo Demetrio, alla fine decise di fare qualcosa contro questa minaccia nei confronti del loro commercio, e così organizzò una riunione di tutti coloro la cui sussistenza dipendeva da Artemide e dalle altre divinità greco-romane. Dopo essere riuscito con successo a infiammare gli ascoltatori evocando i timori per gli affari, soffiò sul fuoco insistendo che quell’intruso cristiano insultava anche la dignità della grande dea. Nella loro furia collettiva, gli uditori aumentarono fino a diventare una folla che prese d’assalto il Teatro Grande, dove per due ore gridarono: «Grande è l’Artemide degli efesini!». Mentre il contagio della collera si diffondeva tra la folla, il teatro si riempì di gente che non aveva idea del perché ci fosse tutto quel rumore. E così – ma non per l’ultima volta nella storia – l’interesse commerciale privato e una demagogia spudorata si accordarono perfettamente per creare una « opinione popolare » a proprio vantaggio.
Paolo era intenzionato ad affrontare la folla, per misurarsi di persona con la loro rabbia, ma gli amici lo persuasero diversamente. Poi, con il loro aiuto, riuscì a malapena a mettersi in salvo. Alla fine, l’ordine venne ristabilito solo dopo che il cancelliere della città si presentò alla folla ricordando che, se qualcuno aveva delle accuse da fare, il tribunale era il luogo indicato per cercare giustizia. Poco dopo, Paolo lasciò Efeso e andò in Macedonia. Probabilmente nel 64 d. C. egli subì il martirio a Roma, e Giovanni divenne il capo della Chiesa di Efeso.
Ma quelle degli apostoli non furono le uniche presenze cristiane influenti a Efeso, durante i primi tempi della Chiesa. Anche Luca probabilmente fu a Efeso per un certo periodo, e alcuni studiosi ritengono che a Efeso abbia scritto il suo Vangelo. Si racconta che anche Marco avrebbe accompagnato Pietro a Efeso, mentre Filippo vi avrebbe trascorso un certo periodo prima di trasferirsi a Gerapoli, circa cento cinquanta chilometri a est di Efeso, dove predicò fino al martirio.
Quanto di questa attività missionaria sia arrivata all’attenzione di Maria, o quanto ella sia vissuta e abbia potuto vedere di tutto questo, nessuno lo sa. Siccome si ritiene che si sia trasferita nella casa sulla Collina degli Usignoli pochi mesi dopo il suo arrivo a Efeso, dovrebbe essere rimasta lontana dal rincorrersi quotidiano delle notizie che caratterizzava la metropoli in basso. D’altra parte, i membri della comunità cristiana efesina in continua crescita, alcuni dei quali vivevano proprio nelle sue vicinanze, sul fianco della montagna, di sicuro la tenevano al corrente degli eventi, mentre Giovanni stesso poteva informarla sulle sue attività apostoliche.
Allo stesso modo, possiamo solo fare delle congetture su quanto a lungo Maria abbia vissuto in quella casa. Alcuni anticipano la morte di Maria fino al 43 d. C, altri invece la posticipano fino al 63. La mia opinione è che la morte sia avvenuta probabilmente a metà fra queste due date. Non lo sapremo mai, come del resto non sapremo mai la data esatta della crocifissione di Gesù. Quello che importa è che, grazie alla curiosità e caparbietà di alcuni uomini e donne di molti secoli dopo, ora conosciamo molto più di quanto si sia mai saputo sugli anni che precedettero la morte di Maria, e sono convinto che in futuro sapremo ancora di più.

Publié dans:MARIA VERGINE, MARIA VERGINE E SAN PAOLO |on 19 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Archangel Gabriel Flying

Archangel Gabriel Flying dans immagini sacre archangel_gabriel_flying_m

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Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

SULLE ORME DI SAN PAOLO APOSTOLO – LA CHIESA ORTODOSSA

http://www.ortodossia.it/LA%20CHIESA%20ORTODOSSA%20SULLE%20ORME%20DI%20S.htm

LA CHIESA ORTODOSSA

SULLE ORME DI SAN PAOLO APOSTOLO

(Pensieri di un Metropolita Ortodosso)

1. Introduzione
Ringrazio particolarmente per l’invito fraterno a partecipare a questo Convegno, importante dal punto di vista ecumenico, pastorale e sociale.
Ogni Convegno, di conseguenza anche questo, il nostro, costituisce una riflessione sulla responsabilità per il percorso della testimonianza cristiana e del suo ruolo nel mondo di oggi, angosciato e travagliato, bisognoso di modelli e soluzioni per i propri gravi problemi.
Sono lieto e mi congratulo con il Professore Farrugia e con il Prof. Busattil della Fondazione di Malta, per l’invito che tocca anche la Chiesa dell’Oriente, la Chiesa di Costantinopoli, il Patriarcato Ecumenico, in quanto la mia umile persona, è Metropolita della Chiesa di Costantinopoli.
Il gentile pensiero degli organizzatori di invitare anche la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta del Patriarcato Ecumenico, nella persona del suo Metropolita in questo significativo incontro è per essa un sostegno morale ed un riconoscimento di un prestigio particolare per continuare la sua peculiare missione: testimoniare e trasmettere la sua ricchissima Spiritualità, fare conoscere ai suoi fedeli la sua fede, il suo culto e la sua Tradizione; costruire Ponti di amore e di pace, di rispetto e fratellanza, di unità e di speranza, indispensabile per la sincera collaborazione, per rafforzare il “Dialogo della Carità” che è la base del “Dialogo Teologico”, per pregare ed affrontare la volontà di Dio: “Che tutti siano una cosa sola”; creare, cosi, un popolo di Dio cosciente; preparare la coscienza per la realizzazione dell’unità, in quanto l’unità sarà dono di Dio; ma (anche) si realizzerà quando l’ideale diventerà coscienza del popolo, cioè vita con preghiera quotidiana, con interessamento morale ed ardente desiderio per il cambiamento della mentalità e del cuore, affinchè l’uomo possa comprendere la sua responsabilità di fronte a Dio ed al suo prossimo.

2. San Paolo e la sua predicazione
Entriamo nel nostro importantissimo tema: “La Chiesa Ortodossa sulle orme di san Paolo apostolo”. Per iniziare dobbiamo sottolineare che san Paolo è per eccellenza il maestro e la guida spirituale, morale e sociale dei santi Padri Greci, i quali hanno conservato nella Chiesa Ortodossa inalterata la dottrina degli Apostoli e dei Concili Ecumenici.
Approfondiamo in alcuni rilevanti temi teologici, pastorali e sociali, che san Paolo sottolinea prioritamente, dando risposte che influenzano i Padri dell’Oriente, e di conseguenza la Chiesa Ortodossa Orientale, che segue la dottrina e le orme di san Paolo.
Secondo san Paolo, Dio non è lontano dall’uomo, al contrario lo ha conosciuto lui stesso ed è stato da lui illuminato e liberato dai limiti del giudaismo, quando ha visto ed ha incontrato la luce della salvezza; ha sentito il mistero, ha compresso il divino intervento, perciò, accompagnato dalla vigilanza e disponibilità a predicare Cristo, è riuscito, lontano dalle passioni della pigrizia e dalla superbia, a trasformare, coll’assistenza della grazia di Dio, il mondo già colpito e travagliato da grandi problemi morali, spirituali e sociali, cambiandone il suo percorso.
È verità indiscutibile che il Vangelo di Cristo, predicato da san Paolo, ha percorso e toccato tutto l’impero Romano. La sua, era una predica di amore, di pace e di unità, nonchè di giustizia, di libertà e di uguaglianza. La sua predicazione ha dato conforto, riposo e solievo spirituale ad ogni uomo stanco e disperato, che si è redento dai suoi peccati, provocando così una rivoluzione interiore, pacifica e salvifica.
San Paolo è l’apostolo della spiritualità greca, è il predicatore della fede in Cristo, che si è affaticato grandemente affinché il seme della fede si diffondesse in tutto il mondo, è il convertitore delle nazioni alla fede in Cristo.
Così, la predicazione di san Paolo (????? t?? ?a????) è chiara, pura, precisa, è ????? di salvezza; è lo stesso “?????” di Cristo che è la predicazione della verità, della vita, della pace e dell’unità. La sostanza di tutto ciò conferma con chiarezza san Paolo, quando dice: “ieri ed oggi lo stesso e nei secoli”.
È diacronico, immutabile nei secoli, acquista oggi un particolare significato, di fronte a questi tremendi tempi di crisi spirituale, morale e sociale, la conoscenza di Cristo che è per la Chiesa Ortodossa il punto di partenza di un percorso di redenzione e di una nuova brillante civiltà, ove la sua base, il suo centro ed il fine unico è la fede cristiana. Da qui si comprende l’importanza della predicazione di san Paolo per la salvezza del fedele Ortodosso che è in sostanza “? ?????”, cioè la predicazione di Cristo che con chiarezza mette in evidenza: “noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” .
In quella epoca, in cui si è rivelato “il mistero del Vangelo, taciuto per secoli eterni” , l’umanità era sotto l’Impero Romano ed aveva come lingua comune quella greca. San Paolo nelle sue predicazioni ha proclamato il “????? di Cristo” e sulle sue orme il popolo si è nutrito e trasformato, diventando popolo fedele di Dio, che è l’Alfa e l’Omega, “? ?? ?a? ? ?? ?a? ? ????µe???”.
Solo il Pantocratore può fermare la distruzione e può rendere possibile la salvezza di tutti coloro che parteciperanno ed ascolteranno la Parola del Signore, espressa da San Paolo.
Scrive ai Galati: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in noi” .
L’apostolo Paolo vive la sua relazione con Cristo sostanzialmente e realmente, anzi con parole vivissime e persuasive:
“Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” .
Anche la lettera ai Filippesi proclama questa verità in modo straordinario: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”; ho “il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” .
Ma, pure, il messaggio: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” dichiara la sua assoluta interiore identificazione con Cristo che presuppone non la sua superiorità, ma sottolinea la sua indegnità e la sua minimizzazione: “Io infatti sono l’ultimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio”.
La verità incontestabile che lui professa è la grandezza della grazia di Dio, che, malgrado noi fossimo “ancora peccatori e Cristo è morto per noi” , e ci ha fatto diventare “concittadini dei santi e familiari di Dio” , nominandoci altressi “eredi di Dio e coeredi di Cristo” .
Questa spiritualità di san Paolo costituisce per la Chiesa Ortodossa Orientale un modello ed una norma riguardo i grandi e profondi temi, dal punto di vista spirituale, morale e sociale, dei suoi membri per la loro esistenza, per la loro relazione e comunione secondo la sua parola “cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati quella della vostra vocazione” .
La dottrina della Chiesa Ortodossa Orientale è basata sulle Orme di San Paolo che promuove la lotta per rendere i suoi membri uniti nello stesso Spirito ed i quali, “s??a?????ta?” lottando per la fede di Cristo e costituiscono il corpo della Chiesa stessa, così come si canta durante la liturgia della Pentecoste, che lo Spirito Santo “costituisce tutta l’istituzione della Chiesa” quale Suo donatore.

3. La Cristologia di san Paolo e l’Ortodossia
San Paolo non ha scritto un trattato di Cristologia, però nelle sue lettere, che costituiscono i più antichi testi catechetici e pastorali della Chiesa, c’è la dottrina che ha riasuto ed ha consegnato: “Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi; e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo la scrittura … fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno … che apparve a Cefa e quindi ai Dodici … e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Cristo” .
La Cristologia di san Paolo sulla persona di Cristo, e sul Vangelo, è stata consegnata alla Chiesa ed è diventata un vero tesoro. L’Agiorita san Filoteo (dopo Metropolita di Iraklias e Patriarca di Costantinopoli) espone la Cristologia Ortodossa sulla base dei relativi versi di san Paolo . Dunque osserva: “l’enipostatos e l’immutata immagine del Padre e di sapienza, “la predica (?????) viva ed efficace” e il figlio omoousios di Dio … perfetto lui stesso nella divinità e perfetto nell’umanità, doppio per la natura, unico per l’ipostasi. È lo stesso unico Cristo unigenito e omoousios figlio di Dio … e omoousios figlio della santa Vergine…”
I monaci del Monte Athos vivono in modo particolare questa cristologia, perché loro, guardando nelle profondità del mare desideran trovare la preziosa perla, secondo tutto quello che proclama Abba Isacco: si spogliano dai loro vestiti, cioè, dalle loro passioni, dalle loro cattive abitudini e le loro dipendenze mondane e si gettano nel mare, per trovare la perla, Cristo, il loro Salvatore.
È attuale ricordare il detto di san Gregorio il Teologo, che riferisce che i santi Padri interpretano la teologia in modo particolare e specifico, imitando i pescatori e negando ogni teoria aristotelica .
Fede e pietà cristocentrica, ma contemporaneamente Triadocentrica, come scrive l’Archimandrita Kapsanis Georgios .
Sua Eminenza il Metropolita di Montenegro Amfilochio, che ha studiato profondamente san Gregorio Palamas, osserva: “… L’incarnazione del Verbo di Dio ha dimostrato l’esistenza delle persone della Santissima Trinità …”. .
La preghiera dei Padri Agioriti con la supplica “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbia pietà di me il peccatore”, ripetuta da loro quotidianamente, è conforme al messaggio di san Paolo. “pregate continuamente”, parole divine di preghiera con le quali gli Agioriti sono aiutati per avere come centro della loro vita Cristo e che Lui soltanto può abitare per sempre nella loro anima, per avere “cuore –intelletto di Cristo” , come san Paolo.

4. L’Ecumenicità di san Paolo e la Chiesa Ortodossa
La Chiesa Ortodossa promuove in modo straordinario lo spirito di amore, di libertà e di ecumenicità, che “ha lasciato a noi questo divino iniziatore di Cristo”, per mezzo di molti suoi scritti e delle dure lotte spirituali, risolte alla cura e alla preghiera incessante “affinché si formi Cristo in noi”. .
San Giovanni Crisostomo, il padre dell’amore e del dialogo, era commosso dalla prostrazione che tutta la vita di san Paolo dimostrava sul suo viso la (sinergia) cooperazione tra Dio e l’uomo, la sua immensa ammirazione per la sua missione apostolica; certamente, ha abbandonato tutto per Cristo, ha sofferto, è stato carcerato; è diventato bastione di Cristo fino alla sua morte nella Città Eterna.
Questi preziosi e chiari messaggi sono stati trasmessi nel seno dell’Oriente Ortodosso e questa spiritualità costituisce il duraturo orientamento per vivere in Cristo, come ritorno al vero centro, al Cristo Dio e Uomo.
Infatti, quando Dio ha considerato il tempo conveniente per rivelare a Paolo il suo Figlio Unigenito con la meta di portare al mondo pagano il gioioso messaggio della salvezza; lui “distinto” , (?f???sµ????), segnalato per l’opera della missione alle nazioni; Theofilaktos di Bulgaria riferisce: “è stato distinto non dal punto di vista di diseredazione, ma dal punto di vista pronostico per la sua dignità”.
I Padri dell’Oriente Ortodosso ammettono la missione ecumenica di Paolo, anzi Theofilaktos di Bulgaria rivela: “Mi ha rivelato il Figlio, non soltanto per vedere lui, ma per portare lui anche agli altri. Non soltanto il credere, ma anche l’ordinare, da Dio ha l’esistenza. Come, dunque, dite che io sono stato istituito dagli uomini? Non soltanto, semplicemente, annunziare Cristo, ma “alle nazioni” .
Tutto questo è allineato con la corrispondente missione che il nostro Signore risorto ha affidato ai suoi discepoli, come meravigliosamente descrive l’evangelista Luca: “Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi della terra”. .
Sappiamo benissimo che, quando Saulo, sulla via di Damasco ha visto la rivelazione di Dio, l’ordine era che egli divenisse servitore e testimone di Cristo per quello che ha visto e che il nostro Signore ha mostrato a lui: “per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprire loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me” .
Degna di menzione è anche la sua allocuzione al re Agrippa, la quale conferma la missione ecumenica di Paolo. “Pertanto, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste; ma prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e in fine ai pagani, predicavo di convertirsi e di rivolgersi a Dio comportandosi in maniera degna della conversione” .
Anche su questo punto della missione ecumenica di san Paolo, la Chiesa Ortodossa guarda non soltanto al materiale d’Archivio per una discussione accademica e ricerca poco utile, ma alla sostanza del risultato a cui la Chiesa deve giungere nel corso della sua missione ecumenica nel mondo. Ecco la linea direttiva verso la quale deve camminare la Chiesa, avendo come base e fondamenta la missione ecumenica di Paolo. In questo modo si spiegano la viva potenza e l’illuminata linea della Chiesa, che dialoga con tutto il mondo, tanto con le Chiese Cristiane, quanto con i non Cristiani e con ogni uomo di buona volontà.
Colgo, pertanto, l’occasione per sottolineare un termine, noto oggi a tutti, la globalizzazione. Di solito con esso intendiamo il movimento libero dei prodotti in tutto il mondo, come anche la possibilità degli uomini di recarsi dall’una all’altra città, in qualunque parte che si trovino, basta che abbiamo la possibilità economica; ancora essa significa il rapido movimento degli uomini dall’una città all’altra, la veloce diffusione delle informazioni tramite internet ecc.
La globalizzazione, da una parte, è positiva, utile; dall’altra è negativa, distruttiva. Alcuni sono a favore di essa ed altri sono contro. La maggioranza guarda alla globalizzazione come antidoto alle diverse forme di nazionalismo, razzismo; come antidoto alla xenofobia ecc. Come tutti i principi portati all’accesso diventano degeneranti e nocivi all’umanità intera.
La globalizzazione (?a???sµ??p???s??) deve distinguere dalla Pancosmiotita, che è collegata coll’ordine del Cristo Risorto ai suoi discepoli “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”; ovviamente, discutere su questa realtà, dal punto di vista teologico, richiede l’attenta lettura di tutto il pensiero paolino.
Sarebbe più opportuno sostituire il termine Pancosmiotita con il termine più ampio che è Ecumenicità.
Vediamo, dunque, che con l’Ecumenicità Evangelica l’uomo e la sua morale, spirituale e sociale esistenza, si trova al suo centro, contrariamente a quanto scaturito dal termine negativo e soggettivo della ?a???sµ??p???s?? – Globalizzazione nella quale l’uomo si mette a margine, soffre, si annienta con un duro metodo, con diverse modalità e scopi, che usa per servire, per fare guadagnare alcuni; ma il peggiore distrugge popoli e civiltà, sfiducia la libertà, anzi abolisce i principi del diritto e della morale.
Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, parlando a Davos, in Svizzera, si è riferito particolarmente alla priorità della persona umana contro la ricchezza, che caratterizza la globalizzazione come “segno promettendo molto a pochi e poco a molti” per sottolineare che “la Chiesa Ortodossa vive e coltiva l’ideale dell’Ecumenicità spirituale (Icumenicotita), che è una evoluzione della Pancosmiotita, perché proclama che tutti gli uomini, di ogni tribù e lingua e di ogni civiltà, devono essere collegati con i legami dell’amore, della fratellanza e della cooperazione”.

5. L’uomo e la donna nella Chiesa Ortodossa secondo san Paolo
I complicati versetti sul matrimonio e il celibato, scritti da San Paolo si sono comprensibili a san Giovanni Crisostomo, la cui esperienza e spiritualità diventano stabile linea e tradizione nella Chiesa Ortodossa Orientale, nella quale si ascoltano e si commentano con chiarezza e precisione le interpretazioni dei grandi ermeneuti dell’Oriente, come Teodoreto di Ciro , Giovanni Damasceno , Ecumenio Trikis , Teofilatto di Bulgaria ed Eutimio Zigabinos .
San Paolo ha posto le fondamenta teologiche e in modo meraviglioso ha composto ed ha approfondito l’importantissimo capitolo uomo e donna, attribuendo il giusto valore e soprattutto dimostrando il suo ruolo e la sua contestualizzazione nella società di ieri e di oggi.
È di grande significato il suo capitolo sull’esistenza umana, anzi è la vera colonna spirituale e morale sulla quale si basano la vita e la tradizione Ortodossa, non distingue l’uomo dalla donna riguardo alla loro salvezza.
La donna, insegna la dottrina della Chiesa Ortodossa, è stata creata a immagine di Dio, che è “essere indipendente ed esistenza libera … nella sua perfezione … La sua posizione nel percorso del genere umano si ristabilisce nella persona della sempre Vergine Maria”, “… Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge; perché ricevessero l’adozione a figli”. .
L’apostolo Paolo annunzia l’uguaglianza fra l’uomo e donna: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. infatti: “Quando venne la pienezza del tempo”. Maria ha partorito il Figlio e Verbo di Dio, il nostro Salvatore Gesù Cristo.
Simbolizza la donna come sposa di Cristo, il quale vince il male e la sua sposa è glorificata. Questa donna è la Chiesa, la nuova Eva, che vivifica il corpo di Cristo, e l’unione fra l’uomo e la donna verrà definita: “Grande Mistero” (Sacramento), e la metterà in relazione con l’unione fra Cristo e la Chiesa.
Ricordiamo la prima donna Cristiana su terreno Europeo Lidia, nella città di Filippi. Evodia e Sintica , Prisca , Damaris in Atene , le quattro figlie di Filippo , come anche Mariam, Trifena, Trifossa, Persida, la madre di Rufo, Giulia , particolarmente Febe; già citata nella Sua la lettera: “Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cristo; ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa, infatti, ha protetto molti, e anche me stesso. “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù;…”. .
Tra le donne è riferita anche la discepola di Paolo Tecla, in Iconio, (festa 24 settembre), la quale è onorata “come protomartire e campione tra le donne”, “la quale ha illuminato con la parola di Dio”, e “ha annunziato, in diverse città, il nostro Signore Gesù Cristo ed ha attirato molti verso la fede in Cristo”.
La Chiesa Ortodossa, con la sua tradizione rileva la verità di san Gregorio il Teologo: “un creatore per l’uomo e la donna, una terra per ambedue, una immagine, una legge, una resurrezione”.
6. Il monachesimo secondo San Paolo e la sua influenza sulla Chiesa Ortodossa.
Diversi momenti della vita religiosa e sociale dell’uomo rivestono particolare importanza per la chiesa Ortodossa. In particolare per la sua vita spirituale e morale San Paolo ne rileva altri punti con particolare profondità, influenzando decisamente in tal modo i Santi Padri del mondo orientale, che lo hanno costantemente come bussola e modello di riferimento anche quando parlano del monachesimo.
Concretamente secondo San Paolo, come già riferito, “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti siete uno in Cristo Gesù” . Sant’Atanasio il Grande, indirizzandosi alla vergine Sinklitikì, consigliandole serietà e forma morale, afferma: “Rigetta il proprio pensiero di donna, prendi coraggio e diventa forte, poiché nel regno dei cieli non c’è né maschio né femmina, ma tutte le donne che hanno compiaciuto Dio saranno annoverate nell’ordine degli uomini” . San Basilio chiama il monachesimo “theian strateian”, vale a dire “esercito divino”. Dice, allora: “la parola non riguarda solo gli uomini, perché anche la femmina, accanto a Cristo, con la sua forza d’animo si piò annoverare nell’esercito. Il servizio divino è effettuato con ambedue, uomini e donne” .
Pure, l’allontanamento del monaco dal mondo comincia con San Paolo che lo fa allontanare dai suoi parenti, dai suoi amici, dalle circostanze mondane e dalle precedenti abitudini.
Il monaco, secondo San Paolo, non ha città e patria, guarda verso l’invisibile e la patria celeste, è soldato del buon esercito, testimone di messaggi vitali, base e meta del monachesimo.
Esso è stato indicato dal nostro Salvatore Gesù Cristo, nato dalla Santissima Semprevergine Madre di Dio, ha vissuto nella verginità, la castità (purezza), il digiuno, la preghiera, la povertà e l’umiltà.
Gli Apostoli vivono l’ideale del monachesimo e l’insegnamento di San Paolo fu alla base di tutti i principi e delle regole della vita monastica, concretizzatesi durante l’epoca di Basilio Magno, il vero organizzatore del monachesimo della Chiesa Ortodossa Orientale.
San Basilio nel suo famoso libro “oroi kata platos kai kat’ epitomin” come anche nei suoi Discorsi Ascetici, afferma che il monachesimo si presenta come vita d’immensa importanza per conquistare il regno dei Cieli e la salvezza. Per questo i suoi canoni (regole) sono considerati autentici ed autorevoli, di grande valore e prestigio sociale per il valore del monachesimo. Allo stesso criterio di valutazione si giunge per quanto ottiene i Concili Ecumenici, i quali hanno confermato (approvato) i suoi canoni sul monachesimo.
7. La comunione nell’attività missionaria di San Paolo e la Chiesa.
San Paolo combatte una grande battaglia per conservare l’unità dei cristiani, ma anche la comunione tra loro. Essa si manifesta con ciò che egli stesso dice ai Filippesi “rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti” .
D’altra parte la città di Filippi riveste una particolare importanza per l’Europa in quanto è stata la prima città a ricevere il messaggio della salvezza.
L’opera che compiono i Filippesi con San Paolo, “dal primo giorno fino ad oggi, non è né di loro, né di lui”. Senza dubbio, l’ha cominciato un altro che lo condurrà all’integrazione escatologica, fino al giorno del suo ritorno.
I Filippesi, in comunione con San Paolo sono in comunione anche con Cristo, che compie la salvezza dell’uomo. Grazie a San Paolo abbiamo conquistato la nostra comunione. Suo risultato è quello di rendere i Filippesi partecipi della grazia di San Paolo, perchè egli è partecipe della grazia di Dio: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo dal primo giorno fino al presente e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. E’ giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa, sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Infatti dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” .
Parole, queste, che dimostrano il profondo senso di comunione e di unità tra San Paolo ed i Filippesi, esprimendosi con frasi di tenerezza. Perciò grida con sicurezza: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” .
E questa comunione e unità con Cristo daranno a San Paolo la forza e l’esultanza per gridare, pieno di gioia e coraggio: “Dio mi è testimone”.
L’unità ontologica si manifesta nella Chiesa quando i fedeli e il clero sono uniti con Cristo costituendo un corpo indivisibile, indissolubile, unito dal legame dell’amore reciproco con il riferimento a Cristo. E’ indiscutibile che l’apostolo affronti le grandi difficoltà ed i problemi, come anche la divisione e le separazioni con umiltà e comprensione, ma anche con vera gioia, perché alla fine in un modo o nell’altro si deve annunziare Cristo, salvatore dell’umanità: “purchè in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene” .
Ancora sottolineiamo: l’unità della fede e l’amore reciproco conducono all’attività dei fedeli il cui cuore ed anima sono miei, caratteristica principale della comunità cristiana. L’umiltà di Cristo, come si esprime nell’inno cristologico, è il modello per i cristiani e l’unità. E’ lo stesso Cristo che, “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome: Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” .
Oggi esiste una grande realtà: l’unità dell’Europa. Questa verità rende più possibile la necessità dell’unità della cristianità divisa.
Il dialogo è il più prezioso mezzo per arrivare all’unità. Esso riveste il carattere di priorità ed i Santi Padri teologi del mondo ortodosso orientale lo hanno esercitato con sincerità e fraternità, sperando nella pace e nella prosperità. Essi l’hanno accettato, credendo nella sua forza spirituale, morale e sociale. Così come hanno fatto Crisostomo, Basilio, Gregorio, salvando così la cristianità e la sua spiritualità teologica e culturale dalle eresie e dagli scismi di quell’epoca, influenzati, senza dubbio, dal profondo messaggio dottrinale di San Paolo.
8. San Paolo e la sua eredità per l’Europa.
La predicazione di San Paolo riguardo al desiderio di Cristo per l’unità dei discepoli, come anche di coloro che hanno creduto alla sua parola ed, in generale, di coloro che costituiscono la Chiesa, è curata da lui stesso con amore, dedizione e speranza.
La sua dottrina ed i suoi messaggi sono, in verità, per le Chiese e le confessioni cristiane di oggi, ma anche per ogni uomo di buona volontà per il quale Gesù Cristo è nato, è stato crocifisso ed è resuscitato, una preziosissima regola di vita.
Le lettere di San Paolo ai Romani, ai Corinzi, ai Filippesi, ai Tessalonicesi, costituiscono testi importantissimi anche per l’Europa. Sono testi di cultura che hanno sviluppato la civiltà e creato in genere le basi per una vita sociale migliore in tutti gli aspetti spirituali e morali.
Le sue lettere sono state riconosciute come preziose testimonianze non solo sotto l’aspetto letterario, ma anche contenutistico, e costituiscono un esempio di verità e di luce indirizzato non solo alla comunità religiosa, ma anche alla società e rappresentano un modello di evangelizzazione per la trasmissione del messaggio dell’amore e della pace, dell’unità e della speranza.
La lettera ai Tessalonicesi costituisce un modello di fede. I cristiani della città sono esempi di fede, di amore e di speranza.
Oggi l’Europa ha bisogno di questa eredità, perché soltanto così la sua confusione, la sua ansia, la sua indifferenza e la sua secolarizzazione saranno sconfitte, e sarà superata la crisi che devasta il mondo intero. L’Europa deve accogliere la parola del Vangelo con tutto il cuore e l’anima.
Dall’isola paolina, Malta, inviamo quel messaggio che è stato ascoltato 20 secoli fa; il messaggio dell’Apostolo Paolo il cui forte sentimento di fede, il cui zelo, la cui disposizione, il cui sacrificio e martirio sono grandi spinte ed occasioni per accogliere la parola di Dio: “Infatti, la parola del Signore rieccheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la fama della vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne”
Ai tempi dei Padri Cappadoci, anche in questo punto San Paolo ha influenzato il mondo orientale, perché sua particolare caratteristica è quella di presentare non tanto una buona comunità ecclesiastica, ma, qualcosa di più, un modello per quanti credono. “Chi, infatti, se non proprio voi, potrebbe essere la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui ci possiamo vantare davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta; siete voi la nostra gloria e la nostra gioia” .
9. L’influenza di San Paolo sulla civiltà europea.
San Paolo commuove l’Oriente ortodosso come anche il mondo occidentale per le affermazioni sulla libertà e l’ecumenicità. Il grande pericolo contro la verità e la sapienza di Dio proveniva dalla non comprensione da parte dei capi spirituali e politici.
Lui stesso ha affrontato durante i suoi primi anni questa realtà. La lettera ai Corinzi è testimone di questa situazione.
L’idea del progresso, come anche la storicità dell’uomo, sono due concetti fondamentali introdotti ed affermati grazie al Cristianesimo.
Per i Greci, la natura è il valore, e di conseguenza la scienza è visibile e salvifica.
San Paolo con le sue lettere: (liberazione dalla schiavitù degli elementi del mondo per mezzo di Cristo . Sappiamo molto bene che tutte queste potenze ed autorità note a San Paolo, sono state intese come divinità da parte di alcune correnti gnostiche: “i corpi di questo secolo” .
L’uomo vive sottomesso alla materia, schiavo degli elementi. L’uomo è incapace di trovare sostegno e protezione in sé stesso.
L’influenza di Paolo sulla civiltà europea si è realizzata in modo diretto ed immediato.
L’adorazione di Cristo è creatura non di Paolo, ma della Chiesa di Gerusalemme.
Il misticismo cristiano di Paolo, collegato con Cristo, costituisce il cuore della Cristianità Europea.
Paolo ha potuto realizzare, per la prima volta, una realtà in maniera ammirevole, cioè ha collegato la spiritualità con il modello di Gesù Cristo: un avvenimento storico, di importanza universale, anzi, per la storia dell’Europa un avvenimento unico.
Paolo non era un moralista, non ha creato un sistema di morale. Certamente, tutti i problemi morali della sua epoca, come anche tutti gli argomenti affrontati, non corrispondono pienamente ai nostri, o alle necessità di oggi.
La libertà secondo San Paolo (Pauleia eleutheria) è raggiunta con la liberazione dalla schiavitù ai diversi elementi del mondo. Si crea con l’Apostolo Paolo una nuova situazione, che è veramente un dono divino: l’adozione divina. Però questa libertà non esiste senza l’amore e la comunione con gli altri uomini, con il prossimo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati alla libertà. Perché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità, siate al servizio gli uni degli altri” . La libertà ha come obiettivo la carità, l’amore verso l’uomo che è “icona di Dio”.
La libertà è un bene prezioso che per il quale l’Europa lotta.  Domina l’uomo o domina la tecnologia? Secondo San Paolo la nostra libertà in Cristo dipende dalla carità, dall’amore tra di noi.
L’uomo deve abbandonare il proprio IO, abbandonare la sua avidità, svuotare sé stesso, diventare povero per arricchirsi; soltanto così, seguendo l’Apostolo missionario, l’Apostolo dell’amore e del dialogo, l’Apostolo della pace e della libertà, l’Europa diventerà una potenza utilissima non solo per le nazioni europee, ma anche per le altre nazioni non europee. L’Europa libera insegnerà la libertà con la carità, che dona la vera prosperità e il benessere giusto e duraturo.
D’altra parte gli insegnamenti riguardanti il rispetto del “corpo”, delle sue funzioni, dei suoi organi, costituiscono un faro di indirizzo per l’Europa di oggi, perché vengono in modo meraviglioso manifestati la libertà, l’amore e l’unità che costituiscono forza, prosperità, pace e speranza.
Conclusione: l’Apostolo delle Genti Paolo è l’Apostolo della Chiesa Ortodossa.
La sua influenza è una verità incontestabile.
I Padri dell’Oriente Ortodosso trovano in San Paolo la vera dottrina, e, grazie ad essa, salvano diverse situazioni pericolose dal punto di vista ecclesiastico, spirituale, morale e culturale.
Il monachesimo è forza indispensabile e propulsiva per l’unità e la diffusione del Vangelo, però deve essere libero, senza complessi e senza dubbi, ma solo ed unicamente rivolto alla protezione della Chiesa con amore, pace e speranza.
Il monachesimo è una garanzia ed una sicurezza per la Chiesa e la società civile, inquanto la sua Spiritualità è fonte di vita e di ricchezza culturale e cultuale per la cristianità intera e per ogni uomo di buona volontà.
E solo, seguendo le orme di San Paolo, diventiamo veri fratelli, collaboratori necessari per realizzare la volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola”.


Sua Eminenza Reverendissima
Il Metropolita d’Italia ed Esarca per l’Europa Meridionale
GENNADIOS ZERVOS

Il Natale nei testi letterari

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=130492

Il Natale nei testi letterari

Si sente dire in giro che questo sarà un Natale triste, perché c’è la crisi, perché ci sono troppe tasse da pagare, come se il Natale fosse allegro solo a condizione di poter spendere un po’ di soldi. Ma è davvero così? Riscoprirne il senso attraverso le storie di ogni tempo. Da Collodi a Calvino, i racconti natalizi.
          Finalmente un Natale senza soldi! Finalmente perché, anche se può sembrare banale e retorico e senza voler sdrammatizzare la gravità della crisi, questo Natale ci costringerà, ob torto collo, a concentrarci su cose che non siano i regali, i cenoni e tutte le altre classiche consuetudini festive. Ma anche a riscoprire certi aspetti della festa di cui ormai si sente parlare solo nei racconti dei nonni o nelle storie di Collodi.

La Festa di Natale di Collodi
          I tre figli della contessa Maria, racconta lo scrittore fiorentino nella Festa di Natale, arrivato il Natale, avevano facoltà di rompere il salvadanaio personale e destinare il gruzzolo risparmiato a soddisfare un proprio desiderio. Arrivato il gran giorno, il più grande acquistò un’elegante gualdrappa e una briglia nuove per il suo adorato cavallo di legno. La più piccola investì i suoi risparmi in scarpe da ballo per la sua bambola. Il mezzano, Alberto, che pur sognava di comprare vesti nuove per il suo amico burattino, donò invece la somma ad una donna perché acquistasse abiti caldi ad un piccolo orfano, salvato dalla strada, meritando così il regalo più bello ed ambito: il bacio della mamma.

I Figli di Babbo Natale di Calvino
          E non serve andare indietro nel tempo fino al 1800, anche la letteratura più recente offre spunti di riflessione ed inviti a riscoprire il vero senso del Natale.
          Nel novembre del 1963 Calvino scrisse Le stagioni in città, una raccolta di novelle il cui protagonista è Marcovaldo, un manovale con problemi economici. Nella storia intitolata I figli di Babbo Natale Michelino, suo primogenito, è intenzionato a fare un regalo ad un bimbo povero e sceglie, per questo, il figlio di un noto industriale, viziato e ricchissimo quanto solo e triste. In lui Michelino, figlio di un uomo non abbiente, vede un vero bambino povero e gli dona un martello, un tirasassi e una scatola di fiammiferi.

Un Lieto Natale di Alcott
          Tra le pagine più suggestive della letteratura natalizia, non si può tralasciare il romanzo di Louisa May Alcott, Piccole donne. L’autrice nel capitolo intitolato Un lieto Natale descrive la mattina di Natale delle sorelle March e della loro madre che, rinunciando ai regali e all’attesa colazione, decidono di andare a dare conforto ad una famiglia molto povera.
          « Buon Natale a voi, figlie mie! … prima di sederci, devo dirvi una cosa. Poco lontano da qui, una donna ha appena avuto un bimbo. Ne ha già altri sei, che stanno rannicchiati in un unico letto per non gelare. Infatti, non hanno né legna per il fuoco, né qualcosa da mangiare… Bambine mie, vorreste donare loro la vostra colazione come regalo di Natale? » L’indecisione durò per poco… “Vengo io ad aiutarti?”, chiese Beth con premura. “Io porto la crema e le focaccine”, soggiunse Amy. “Sapevo che le mie bambine avrebbero fatto questo piccolo sacrificio – disse sorridendo la signora March. – Verrete tutte con me e” … in pochi minuti tutte furono pronte per uscire”.

L’agrifoglio di Noventa
          Gina Marzetti Noventa scrive di un pastorello che si sveglia all’improvviso nel cuore della notte. “In cielo v’è una luce nuova: una luce mai vista a quell’ora….Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta. “Dove andate?”, chiede il pastorello.
“Non lo sai? – risponde, per tutti, una giovane donna. – È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso”.
          Il pastorello si unisce alla comitiva: anch’egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si così poveri?
Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono.
          Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: – Oh, un arbusto ancor verde! È una pianta di agrifoglio …il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d’agrifoglio sarà il suo omaggio”.

Racconto di Natale di Tolstoj
          Nel Racconto di Natale Leone Tolstoj narra di un ciabattino che, avendo avuto in sogno l’anticipazione di una visita del Signore per il girono seguente, si mette in sua attesa dal mattino e si prepara a riceverlo nel migliore dei modi.
          Ma quel dì davanti alla sua casa passarono solo un uomo infreddolito e una donna sola con un neonato. E lui, che aveva preparato la minestra per accogliere Gesù ed accesso il fuoco, non mancò di accogliere, sfamare e scaldare i due viandanti. A fine giornata prese il Vangelo e lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. … Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.

Sogno di Natale di Pirandello
          Insomma, si sente dire in giro che questo sarà un Natale triste, perché c’è la crisi, perché ci sono troppe tasse da pagare, come se il Natale fosse allegro solo a condizione di poter spendere un po’ di soldi. Ma è davvero così? Nessuna risposta può essere migliore di quella contenuta nel Sogno di Natale di Pirandello. “Cerco un’anima, in cui rivivere” disse Gesù “Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà”.

Publié dans:LETTERATURA, NATALE (QUALCOSA SUL) |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Natale: il giorno dello stupore, di Enzo Bianchi

http://www.ariberti.it/scuola/irc/natale/riflessioni/riflessioni_natale.htm#bianchi_2004

(scusate le lettere scitte con altri caratteri, sono del sito, non ho molto tempo per correggere, ma si capisce)

Natale: il giorno dello stupore

 di Enzo Bianchi

La Stampa, 24 dicembre 2004

Ancora una volta � Natale: una festa che ancora oggi in occidente coinvolge in qualche modo tutti. Non che, come invece un tempo, l’intera societ� sia cristiana, ma Natale � pur sempre la memoria del Dio che si � fatto uomo, piccolo, alla nostra portata e quindi da un lato tutti possono accostarsi a lui ma, d’altro canto, tutti possono anche impossessarsene: non dimentichiamo che anche Erode voleva “andare ad adorare” il bambino nato a Betlemme… Siamo in un’epoca di tale indifferenza – anche perch� la “differenza” cristiana non si vede pi� nel quotidiano – che tutti possono far festa a Natale: da chi si pu� rallegrare per le benefiche ricadute economiche a chi, come molti di quelli che un tempo si sarebbero definiti anticlericali, carica questa festa di significato culturale, facendone un insieme di usanze da gridare per dare tono alla “nostra” identit�, occidentale e cristiana. Cos� vediamo alcuni aspetti esteriori del Natale ostentati come stemma, simbolo, emblema da opporre a quanti sono diversi per cultura o religione, cos� assistiamo al grottesco agitarsi di persone che rifiutano concretamente a qualsiasi coppia di immigrati una semplice mangiatoia, per poi brandire metaforicamente le figure del presepe come corpi contundenti contro i poveri e gli stranieri che in quelle statuine sono raffigurati.
Eppure Natale conserva intatti i suoi valori e le sue valenze, sia quelli pi� strettamente legati al mistero della fede, sia quelli maggiormente in sintonia con un ambiente socio-culturale che sta s� scomparendo dai nostri orizzonti, ma che ha dalla sua una grande forza evocatrice. Penso, per esempio, al mondo dei bambini, capaci ancora e sempre di attendere nel sogno e di accogliere nello stupore un evento festoso gratuito; penso al mondo rurale, quello della mia infanzia e adolescenza, ormai rarefatto da noi, ma ricco di elementi basilari che attraversano praticamente inalterati secoli e confini geografici, etnici e culturali; penso al messaggio degli angeli nella notte di Betlemme – “pace in terra agli umani, amati da Dio” – buona notizia che rid� vitalit� a sentimenti nascosti, storditi o repressi nella competizione globale che ci travolge a tutti i livelli.
Per chi, come me, ha vissuto il Natale per tanti decenni e lo vive ancora oggi da credente non � facile accettare le derive cui accennavo sopra: non certo per la nostalgia di un passato che non ritorna, ma per la frustrazione del desiderio di un Natale autentico, vissuto seriamente, come mistero della fede che prende corpo in una realt� umanissima. Non posso non ricordare cos’era il Natale nella mia infanzia in un paesino del Monferrato: una festa che quando si profilava all’orizzonte era attesa non tanto per i regali – ben scarsi in quel difficile immediato dopoguerra… – ma per quell’aria di autenticit� che portava con s�. Nell’imminenza del Natale, si misurava infatti la qualit� dei rapporti con gli altri: amicizia o discordia, solidariet� o rottura in casa, tra parenti, con i vicini. E i preti allora a questo erano particolarmente attenti, e su questo ritornavano con insistenza nelle loro prediche: “tornate ad andare d’accordo, fate pace, lasciate da parte i rancori, riallacciate i contatti…”; impresa non certo facile, n� si poteva pretendere che, automaticamente, il Natale portasse pace e dialogo, eppure quella festa era sentita come un’opportunit� preziosa per riflettere sui rapporti umani quotidiani, sull’amicizia o sull’indifferenza o l’ostilit� verso gli altri. Natale, capodanno, l’Epifania erano anche tra le rare occasioni di festa collettiva nei paesi e nelle borgate: nonostante il freddo ci si attardava per strada a scambiarsi auguri, si stava insieme attorno a un bicchiere di vino, chi lavorava lontano ritornava al paese, si approfittava dell’atmosfera per dissipare malintesi, per chiedere scusa senza sentirsi umiliati.
Simbolo di tutto questo clima – che oggi alcuni liquidano infastiditi come “buonismo” – era il ceppo, “el s�c ‘d Nadal”, quel groviglio di tronco e radici tagliato alla base degli alberi che veniva lasciato seccare almeno un paio d’anni sotto il portico. Un ceppo grosso che la sera della vigilia di Natale veniva messo nel camino prima che tutti quanti andassero in chiesa per la messa di mezzanotte: ardendo lentamente avrebbe aspettato il ritorno dei padroni di casa a notte fonda e li avrebbe accolti con il suo tepore e la luce della brace per riscaldare un po’ i corpi infreddoliti assieme all’ultimo bicchiere prima di andare a letto. Quella notte anche gli uomini entravano in chiesa fin dall’inizio delle funzioni, non restavano fuori a chiacchierare per comparire solo dopo la predica – perch� tanto la messa “valeva” se la si “prendeva” dal Credo in poi… No, quella notte tutti entravano subito per assistere allo “scoprimento” del Bambino sulla paglia, e non solo per il freddo e il buio: un semplice presepe, qualche candela accesa in pi�, due nastri colorati bastavano a evocare la bont� umana del Natale. Certo, Natale era innanzitutto la festa di chi si diceva cristiano, pi� o meno convinto, ma per tutti era il tempo della pace, della concordia, dell’amicizia ritrovata o da ritrovare. Questo era il grande desiderio e, infatti, se al ritorno dalla messa si trovava il ceppo che ardeva di un fuoco robusto si diceva: “buon segno, ci sar� pace in famiglia e con i vicini”; se invece faticava a bruciare ci si rammaricava: “eh, quest’anno non andr� tanto bene…”.
I cristiani, e forse � quello che oggi meno si riesce a far trasparire, cercavano di cogliere il senso del mistero della loro fede, di stupirsi di fronte a un Dio potente che erano soliti “temere” e che invece si mostrava loro in un bambino, in una condizione cos� semplice e comune per tante famiglie piene di bambini e che ben conoscevano la tenera fragilit� di un parto nella povert�. Il Dio che benediceva e puniva, che premiava chi era buono e castigava chi non era fedele alla sua legge, quel Dio severo era in realt� un bambino fragile e indifeso, un infante che sorrideva da una culla di paglia attorniata da qualche luce e da strisce dorate. Chiss� cosa davvero si riusciva a cogliere del mistero cristiano, cos� difficile a dirsi, cos� arduo da spiegare… Eppure, dopo la nascita di Ges�, Dio lo si pu� vedere in un uomo, Dio � ormai tra di noi, ha un volto, l’unico visibile dai nostri occhi, ed � quello di Ges� di Nazaret, un uomo come noi, ma cos� conforme a come Dio lo ha sempre desiderato che solo Dio stesso ha potuto darcelo quale suo racconto fedele, sua spiegazione autentica.
Dio si � fatto uomo, ma anche l’uomo � stato fatto Dio in quella nascita a Betlemme: questa � la buona notizia, il vangelo del Natale. E da questo non pu� che discendere la “pace” per l’umanit� amata da Dio, che la tradizione latina ha chiamato “uomini di buona volont�”, persone disponibili al bene. Ecco Natale � la festa che i cristiani vivono nello stupore sempre rinnovato di accostarsi a un Dio che si � fatto uomo, prossimo a noi, che � venuto a stare in mezzo a noi, a condividere le nostre semplici vite, a soffrire delle nostre fatiche e a gioire delle nostre gioie. Proprio per questo Natale � anche la festa di quanti, anche senza riconoscere in quel figlio di un’umile coppia di Nazaret il figlio di Dio, perseguono vie di pace, di riconciliazione, di perdono per vivere insieme nella solidariet� e rendere cos� questo mondo migliore e pi� abitabile. “Uomini di buona volont�” sono quelli che non si abituano al male della guerra, del terrore, della violenza, quelli che non accettano di vedere nell’altro, nel diverso un nemico, quelli che non si sottraggono alle esigenze dell’amore e della comunione, quelli che senza ostentazione sanno perdonare e vorrebbero che il perdono non fosse solo una disposizione personale ma diventasse anche una prassi collettiva, politica. S�, a Natale stringiamoci attorno a questi uomini e a queste donne di pace: ci scopriremo tutti pi� vicini tra noi e i cristiani vedranno il volto del loro Dio che si � fatto vicino all’umanit� che ama.
Enzo Bianchi

un fiore ed una preghiera per i bambini – e gli adulti – morti a New Town

un fiore ed una preghiera per i bambini - e gli adulti - morti a New Town dans immagini sacre white-rose_35-300x225

Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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