Archive pour décembre, 2012

Omelia IV Domenica di Avvento: Elisabetta nostra madre e sorella

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Elisabetta nostra madre e sorella

don Alberto Brignoli 

IV Domenica di Avvento (Anno C) (23/12/2012)

Vangelo: Lc 1,39-45  

Mi ha sempre affascinato, nella mia immaginazione, l’incontro tra queste due donne ebree, una molto giovane, l’altra più avanti negli anni, accumunate dalla parentela, dalla gravidanza e dalla straordinarietà del modo in cui, per entrambe, ciò è avvenuto. Il Vangelo è, insieme, ricco nella sua descrizione ma pure scarno di particolari, dal momento che dedica al loro incontro vari versetti (tra l’altro rimasti nella memoria di ogni credente, lungo i secoli, soprattutto per il Cantico di Maria) ma al tempo stesso sorvola sui tre mesi trascorsi da Maria in compagnia di Elisabetta, in modo particolare nel momento della nascita di Giovanni, a cui possiamo presumere che Maria abbia assistito.
Che cosa si saranno dette (oltre al « Magnificat » e a un pezzetto di « Ave Maria ») durante quei momenti trascorsi insieme? Come avranno commentato, tra di loro, ciò che stava avvenendo « dentro » – non c’è avverbio più appropriato – la loro storia personale? Che cosa avranno detto riguardo a questo Dio manifestatosi a loro e ai loro mariti in modo così particolare? Tra l’altro, dei quattro coniugi, solo Elisabetta è quella che non riceve – stando ai Vangeli – alcuna rivelazione divina riguardo la sua maternità: eppure, è quella che più degli altri tre sperimenta su di sé la grandezza della potenza di Dio, in quanto « vecchia » e « sterile ». La più « miracolata », la più « baciata dalla misericordia di Dio », è « colmata di Spirito Santo » nonostante nessuno lo avesse a lei rivelato direttamente dall’alto, né in sogno, né in visione, come fu per Zaccaria, per Maria e per Giuseppe.
Forse, è proprio questo che la rende ancor più vicina a noi: a noi, parte di quell’umanità che, senza clamori né eclatanti rivelazioni dall’alto, continua a credere con insistenza e a sperare contro ogni speranza, confidando solo nella misericordia di Dio, nonostante tutto. Non voglio certo sminuire la grandezza della Madre di Dio, o quella di figure di uomini giusti come Giuseppe e Zaccaria, ma Elisabetta ha qualcosa di particolare che la rende molto più simile a noi: ed è l’ordinarietà e la quotidianità della sua esistenza e del suo modo di vivere la fede, il suo nascondimento messo in atto dal momento in cui scopre di essere incinta (rimase nascosta cinque mesi, ci dice Luca), il suo sentirsi un nulla di fronte alla grandezza della cugina più giovane (atteggiamento che trasmetterà a suo figlio, il quale lo ripeterà nel suo rapporto con il Messia), la sua insistenza a rimanere fedele alle promesse di Dio nel momento in cui dovrà – insieme al marito zittito perché troppo presuntuoso e diffidente – dare il nome al proprio figlio contro il parere della tradizione e della legge.
Una donna forte, coraggiosa, tenace, come tante esaltate nella Sacra Scrittura, ma come molte altre presenti nella storia dell’umanità, in ogni dove e in ogni quando, che senza fare rumore intorno a sé hanno scritto pagine di vita vissuta e di fede professata di fronte alle quali ci sentiamo veramente poca cosa. E tra esse, ci mettiamo molte delle nostre mamme e delle nostre nonne, donne che hanno sperimentato la sofferenza e il dolore sulla propria pelle, e hanno sempre risposto con un « sì » anche quando tutto intorno a loro diceva « no ». Elisabetta è nostra madre e sorella, madre di quell’umanità umile ma talmente amata ed esaltata da Dio da essere considerata il vertice più alto della Creazione (« tra i nati di donna, non ne è sorto uno più grande di Giovanni il Battista »), proprio a motivo della sua umiltà.
Se guardiamo al cammino fatto in questo Tempo di Avvento così breve, ci rendiamo conto di come non ci potesse essere conclusione più appropriata che quella dell’incontro con la figura di Elisabetta. In una umanità sconvolta per ciò che continuamente vede accadere nel mondo in cui si trova a vivere (le drammatiche notizie di stragi di innocenti ascoltate in questi giorni sembrano riportarci alle terrificanti immagini della Liturgia della Parola della 1ª domenica), lo Spirito di Dio pervade la vita non dei grandi della storia o dei potenti di turno, ma degli umili e dei semplici che si sanno fidare di Dio e che sono capaci di far risuonare la Parola di Dio anche nel deserto del quotidiano (2ª domenica). È di quest’umanità – che ben conosce la concretezza della vita di ogni giorno con le sue ricchezze ma anche con le sue difficoltà, e che sa unire la fede con la vita (3ª domenica) – che Dio si serve per rivelare il suo messaggio di salvezza. E se ne serve, anche se le apparenze che essa dà a vedere non sono certo di vitalità e di vigore. Da questa donna già provata dal peso degli anni e ancor più dall’incapacità a generare vita, Dio sa trarre il germe di un’umanità nuova.
Allora, ciò che conta nella vita non è l’apparire, ma l’essere; ciò che conta, di fronte a Dio, non è l’immagine di noi stessi che diamo al mondo, magari camuffata dietro il mito dell’eterna giovinezza o di un’efficienza totale e assoluta anche dove questa non c’è, ma la fiducia incondizionata in lui, per il quale davvero nulla è impossibile. Se dunque Elisabetta, come spesso diciamo, è anche immagine di una Chiesa di antica tradizione curva sotto il peso degli anni e delle proprie fatiche, apparentemente incapace a rigenerarsi e che guarda con speranza alle giovani Chiese piene di vitalità, non facciamoci prendere dalla delusione o dallo scoraggiamento ogni volta che abbiamo l’impressione che le nostre chiese si svuotino, che le nostre assemblee invecchino, che le nostre attività vadano a vuoto: da Betlemme, infatti, « così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele ».
Dio è capace ancora oggi di stupire l’umanità. E quando vedremo le sue fattezze nella grotta di Betlemme, lo stupore e la meraviglia pervaderanno ancor di più il nostro cuore.

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IV DOMENICA DI AVVENTO – MEDITAZIONE SULLA LETTERA AGLI EBREI – di padre Angelo del Favero

http://www.zenit.org/article-34622?l=italian

DIO SI FERMÒ A UN PASSO DAL NULLA

Meditazione per la IV Domenica di Avvento

di padre Angelo del Favero*

ROMA, giovedì, 20 dicembre 2012 (ZENIT.org).

Eb 10,5-10:

« Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: « Tu non hai voluto nè sacrificio nè offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito nè olocausti nè sacrifici per il peccato. Allora ho detto: « Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà ». Dopo aver detto: « Tu non hai voluto e non hai gradito ne’ sacrifici nè offerte, nè olocausti, nè sacrifici per il peccato », cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: « Ecco, io vengo per fare la tua volontà ». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre ».
Nel capitolo 10 della Lettera agli Ebrei, l’autore presenta il sacrificio di Cristo come l’opera che ha totalmente mutato il nostro rapporto con Dio, purificandolo dalla formalità e inutilità dei sacrifici antichi, segno di un culto esteriore che non poteva cambiare la coscienza e la volontà, dato che il sangue di animali non aveva alcun potere su di esse.
Ciò che Dio gradisce è solamente una cosa: la piena disposizione a fare la sua volontà, la quale è sempre per il nostro vero bene, iniziativa certa del suo amore per noi. Con tale accettazione pronta e docile ha risposto il Figlio di Dio, che il Padre ha interpellato in Cielo per inviarlo in mezzo a noi a compiere l’opera della nostra redenzione. Allora il Verbo ha risposto: « Ecco, io vengo per fare la tua volontà ». Non ha detto « Io vado », ma « Io vengo », perché era l’intero genere umano a supplicarlo dalla terra, invocandolo quale sacerdote solidale e fedele, unico possibile mediatore della salvezza.
Forse sono state anche le parole di Eb 10,5-10 a suggerire al giovane Karol Wojtyla il famoso verso con cui descrive l’incarnazione del Verbo: « Dio venne fin qui, si fermò a un passo dal nulla, ai nostri occhi vicinissimo » (1939, Canto del Dio nascosto).
A un passo dal nulla, il Figlio di Dio trovò il corpo di Maria, che il Padre gli aveva preparato preservandola dal peccato originale; e, nel grembo di Maria, il Verbo trovò il proprio corpo di uomo, preparato da lei in quanto donna e madre.
Si fermo’ dunque il Verbo ad un passo dal nulla, e rimase in attesa fin quando udì’ dalla bocca della Vergine le parole: « Ecco la serva del Signore, avvenga per me quello che hai detto » (Lc 1,35). Allora, per cosi’ dire, entro’ nel nulla della nostra carne mortale e il nulla divenne Tutto perché fu reso « partecipe della natura divina » (2 Pt, 1,4).
Così’ la Vita divenne visibile, vicinissima, come un bimbo in braccio a sua madre.
Alla domanda « perché Dio si è fatto uomo? », la Lettera agli Ebrei risponde indirettamente:  » Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così.. mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre » (Eb 10,9-10).
L’offerta del corpo doveva sostituire quella dei sacrifici antichi, ed il motivo che la rendeva necessaria era quel peccato originale che aveva irrimediabilmente compromesso la nostra relazione di amicizia con il Padre, causando un totale disorientamento della nostra volontà.
Perciò era necessario sanare la volontà umana dal di dentro, a partire dalla sua fatale fragilità.
Anche per questo dice: « Ecco, io vengo a ‘fare’, o Dio, la tua volontà ». Significa che obbedendo alla volontà del Padre, Gesù « fece » una volontà divina anche nella natura umana, guarendola dall’impotenza del peccato. E’ ciò che implicitamente riconosciamo, affermiamo e chiediamo nel Padre Nostro: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra ». Fu una ‘ri-creazione’ della nostra libertà operata  dallo Spirito Santo, che la divinizzò restituendole la capacita’ di riconoscere e compiere il bene, solo che si accolga la grazia che ci è’ data nei Sacramenti e nella  Parola.
Ancora un’osservazione. Diceva il versetto che « Dio si fermò a un passo dal nulla ». Possiamo anche intendere la cosa così: la creatura deve farsi nulla, deve entrare nel centro della sua umiltà per incontrare il suo Creatore nella piena comunione consentita dal vuoto di se’. Occorre consegnarsi nelle mani di Dio, come un bambino che ha bisogno di tutto ed è assolutamente felice:  » Dobbiamo amare il nostro nulla. L’anima deve preferire la sua povertà, la sua nullità, piuttosto che desiderare di crescere in virtù per avere maggiori attrattive e più stima. La nostra perfezione non deve fare da piedistallo al nostro io. Non è forse bello trovarci davanti a Dio a mani vuote, come l’ultimo peccatore che aspetta misericordia? Non voler essere nulla, amare il nostro nulla, scendere in quest’abisso e rimanervi. La santità è in questo scomparire dell’uomo nella luce di Dio » (Don Divo Barsotti).
E’ questa la luce del Natale.


* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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Terza Predica di Avvento 2012 di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap: « Vi annuncio una grande gioia »

http://www.zenit.org/article-34647?l=italian

« VI ANNUNCIO UNA GRANDE GIOIA »

Terza Predica di Avvento 2012 di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 21 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo integrale della Terza Predica di Avvento 2012, tenuta questa mattina in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia.
***
“Vi annuncio una grande gioia”
Evangelizzare mediante la gioia
Dopo aver riflettuto sulla grazia dell’anno fede e sull’anniversario del Vaticano II, dedichiamo questa ultima meditazione di Avvento al terzo grande tema dell’anno, l’evangelizzazione. Il papa ha invitato la Chiesa a fare di questo anno l’occasione per riscoprire “la gioia dell’incontro con Cristo”, la gioia di essere cristiani. Facendomi eco di questa esortazione, parlerò di come evangelizzare attraverso la gioia. Lo faccio rimanendo il più possibile legato al tempo liturgico in atto, in modo che serva anche come preparazione al Santo Natale.
1. Il giubilo escatologico
Nei “vangeli dell’infanzia”, Luca, “mosso dallo Spirito Santo”, è riuscito non solo a presentarci dei fatti e dei personaggi, ma anche a ricreare l’atmosfera e lo stato d’animo con cui furono vissuti quei fatti. Uno degli elementi più evidenti di questo mondo spirituale è la gioia. La pietà cristiana non si è sbagliata, quando ha dato agli avvenimenti dell’infanzia di Gesù il nome di “misteri gaudiosi”, misteri della gioia.
A Zaccaria, l’angelo promette che avrà “gioia ed esultanza” per la nascita del figlio e che molti “si rallegreranno” per essa (cf Lc 1, 14). C’è un termine greco che, a partire da questo momento, ricomparirà sulla bocca dei vari personaggi come una specie di nota continua ed è il termine agallìasis che indica “il giubilo escatologico per l’irrompere del tempo messianico”. Al saluto di Maria, il bambino “esultò di gioia” nel seno di Elisabetta (Lc 1, 44), preannunciando, con ciò, la gioia dell’“amico dello sposo” per la presenza dello sposo (cf Gv 3, 29 s). Quella nota raggiunge un primo vertice nel grido di Maria: “Il mio spirito esulta (egallìasen) in Dio!” (Lc 1, 47); si diffonde nella gioia quieta degli amici e dei parenti intorno alla culla del Precursore (cf Lc 1, 58), per esplodere, infine, in tutta la sua forza, alla nascita di Cristo, nel grido degli angeli ai pastori: “Vi annuncio una grande gioia!” (Lc 2, 10).
Non si tratta solo di alcuni accenni sparsi alla gioia, ma piuttosto di un impeto di gioia calma e profonda che percorre i “vangeli dell’infanzia”, dall’inizio alla fine e si esprime in mille modi diversi: nello slancio con cui Maria si alza per recarsi da Elisabetta e i pastori per recarsi a vedere il Bambino, nei gesti umili e tipici della gioia che sono le visite, gli auguri, i saluti, le congratulazioni, i doni. Ma soprattutto si esprime nello stupore e nella gratitudine commossa di questi protagonisti: “Dio ha visitato il suo popolo! [...] Si è ricordato della sua santa alleanza!”. Ciò che tutti gli oranti avevano chiesto – che Dio si ricordasse delle sue promesse – ora è accaduto! I personaggi dei “vangeli dell’infanzia” sembrano muoversi e parlare nell’atmosfera di sogno cantata dal Salmo 126, il Salmo del ritorno dall’esilio:
“Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso,
la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli:
“Il Signore ha fatto grandi cose per loro”.
Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia”.
Maria fa sua l’ultima espressione di questo Salmo, quando esclama: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente!”. Siamo davanti al più puro esempio di “sobria ebbrezza” dello Spirito. La loro è una vera “ebbrezza” spirituale, ma è “sobria”. Non si esaltano, non si preoccupano di avere un posto più o meno importante nell’incipiente regno di Dio. Non si preoccupano neppure di vedere la fine; Simeone, anzi, dice che ora il Signore può anche lasciare che egli se ne vada in pace, che scompaia. Quello che conta è che l’opera di Dio vada avanti, non importa se con loro o senza di loro.
2. Dalla liturgia alla vita
Passiamo ora dalla Bibbia e dalla liturgia alla vita. A ciò mira sempre la parola di Dio. L’intento dell’evangelista Luca non è solo di narrare, ma anche di coinvolgere gli uditori e trascinarli, come i pastori, in un corteo gioioso verso Betlemme. “Chi legge queste righe – commenta un esegeta moderno – è chiamato a condividere il giubilo; solo la comunità concelebrante dei credenti in Cristo e dei suoi fedeli può essere all’altezza di questi testi”[1].
Questo spiega perché i vangeli dell’infanzia hanno così poco da dire a chi cerca in essi solo la storia, e hanno invece tanto da dire a chi vi cerca anche il significato della storia, come fa il Santo Padre nel suo ultimo volume su Gesù. Vi sono tanti fatti che sono accaduti, ma non sono “storici” nel senso pregnante del termine, perché non hanno lasciato traccia nella storia, non hanno creato nulla. Gli eventi relativi alla nascita di Gesù sono fatti “storici” nel senso più forte, perché non solo sono accaduti, ma hanno inciso – e in modo determinante – nella storia del mondo.
Ma torniamo al tema della gioia. Da che cosa nasce la gioia? La sua fonte ultima è Dio, la Trinità. Ma noi siamo nel tempo e Dio è nell’eternità; come può scorrere la gioia tra questi due piani così distanti? Difatti, se interroghiamo meglio la Bibbia, scopriamo che la scaturigine immediata della gioia è nel tempo: è l’agire di Dio nella storia. Dio che agisce! Nel punto in cui “cade” un’azione divina, si produce come una vibrazione e un’ondata di gioia che si propaga, poi, per generazioni, anzi – trattandosi di azioni consegnate nella Rivelazione –, per sempre.
L’agire di Dio è, ogni volta, un miracolo che riempie di stupore il cielo e la terra: “Esultate, cieli, perché il Signore ha agito – esclama il profeta –; giubilate, profondità della terra!” (Is 44, 23; 49, 13). La gioia che erompe dal cuore di Maria e degli altri testimoni degli inizi della salvezza si fonda tutta su questo motivo: Dio ha soccorso Israele! Dio ha agito! Ha fatto cose grandi!
Come può, questa gioia per l’agire di Dio, raggiungere la Chiesa di oggi e contagiarla? Lo fa, anzitutto, per via di memoria, nel senso che la Chiesa “ricorda” le opere meravigliose di Dio a suo favore. La Chiesa è invitata a fare sue le parole della Vergine: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”. Il Magnificat è il cantico che Maria ha intonato per prima, come corifea, e ha lasciato alla Chiesa perché lo prolunghi nei secoli. Grandi cose ha fatto, in realtà, il Signore per la Chiesa, in questi venti secoli!
Noi abbiamo, in un certo senso, più ragioni oggettive per gioire, di quante ne avessero Zaccaria, Simeone, i pastori e, più in generale tutta la Chiesa nascente. Essa partiva “portando la semente da gettare”, come dice il Salmo 126 ricordato sopra; aveva ricevuto delle promesse: “Io sono con voi!” e delle consegne: “Andate in tutto il mondo!”. Noi abbiamo visto il compimento. Il seme è cresciuto, l’albero del Regno è divenuto immenso. La Chiesa di oggi è come il seminatore che “torna con giubilo, portando i suoi covoni”.
Quante grazie, quanti santi, quanta sapienza di dottrina e ricchezza di istituzioni, quanta salvezza operata in lei e attraverso di lei! Quale parola di Cristo non ha trovato il suo perfetto compimento? Ha trovato certo compimento la parola: “Nel mondo avrete tribolazione” (Gv 16, 33), ma l’ha trovato anche la parola: “Le porte degli inferi non prevarranno!” (Mt 16, 18).
Con quanta ragione la Chiesa può fare suo, dinanzi alle schiere senza numero dei suoi figli, lo stupore dell’antica Sion e dire: “Chi mi ha generato costoro? Io ero priva di figli e sterile; questi chi li ha allevati?” (Is 49, 21). Chi, guardando indietro con gli occhi della fede, non vede adempiute perfettamente nella Chiesa le parole profetiche rivolte alla nuova Gerusalemme ricostruita dopo l’esilio: “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano [...]. Le tue porte saranno sempre aperte, [...] per lasciare introdurre da te le ricchezze dei popoli” (Is 60, 4.11).
Quante volte la Chiesa ha dovuto allargare, in questi venti secoli – anche se non sempre ciò è avvenuto prontamente e senza resistenze –, lo “spazio della sua tenda”, cioè la capacità di accoglienza, per far entrare le ricchezze umane e culturali dei diversi popoli! A noi, figli della Chiesa che ci nutriamo “dall’abbondanza del suo seno”, è rivolto l’invito del profeta a rallegrarci per la Chiesa, a “sfavillare di gioia per essa”, dopo aver partecipato al suo lutto (cf Is 66, 10).
La gioia per l’agire di Dio raggiunge, dunque, noi credenti di oggi per via di memoria, perché vediamo le cose grandi che Dio ha fatto per noi in passato. Ma ci raggiunge anche in un altro modo non meno importante: per via di presenza, perché constatiamo che anche ora, al presente, Dio agisce in mezzo a noi, nella Chiesa.
Se la Chiesa di oggi vuole ritrovare, in mezzo a tutte le angustie e le tribolazioni che la stringono, le vie del coraggio e della gioia, deve aprire bene gli occhi su ciò che Dio sta compiendo oggi stesso in lei. Il dito di Dio, che è lo Spirito Santo, sta scrivendo ancora nella Chiesa e nelle anime e sta scrivendo storie meravigliose di santità, tali che un giorno – quando sarà scomparso nel nulla tutto il negativo e il peccato faranno, forse, guardare alla nostra epoca con stupore e santa invidia. Chiudiamo forse gli occhi, così facendo, ai tanti mali che affliggono la Chiesa e ai tradimenti di tanti suoi ministri? No, ma dal momento che il mondo e i suoi media non mettono in risalto, della Chiesa, che queste cose, è bene una volta sollevare lo sguardo e vedere anche il lato luminoso di essa, la sua santità.
In ogni epoca – anche nella nostra – lo Spirito dice alla Chiesa, come al tempo del Deuteroisaia: “Ora ti faccio udire cose nuove e segrete che tu nemmeno sospetti. Ora sono create e non da tempo” (Is 48, 6-7). Non è una “cosa nuova e segreta” questo soffio potente dello Spirito che rianima il popolo di Dio e suscita in mezzo ad esso carismi di ogni genere, ordinari e straordinari? Questo amore per la parola di Dio? Questa partecipazione attiva dei laici alla vita della Chiesa e all’evangelizzazione? L’impegno costante del magistero e di tante organizzazioni a favore dei poveri e dei sofferenti e l’anelito a ricomporre l’unità spezzata del Corpo di Cristo? In quale epoca passata la Chiesa ha avuto una tale serie di Sommi Pontefici dotti e santi come da un secolo e mezzo a questa parte e tanti martiri della fede?
3. Un diverso rapporto tra gioia e dolore
Dal piano ecclesiale passiamo al piano esistenziale e personale. Qualche anno fa ci fu una campagna promossa dall’ala militante dell’ateismo, il cui slogan pubblicitario, affisso sui mezzi di trasporto pubblico di Londra, diceva: “Dio probabilmente non esiste. Dunque smetti di tormentarti e goditi la vita”: There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life”.
L’elemento più insidioso di questo slogan non è la premessa “Dio non esiste” (che è tutta da dimostrare), ma la conclusione: “Goditi la vita!” Il messaggio sottinteso è che la fede in Dio impedisce di godere la vita, è nemica della gioia. Senza di essa ci sarebbe più felicità nel mondo! Bisogna dare una risposta a questa insinuazione che tiene lontani dalla fede soprattutto i giovani.
Gesù ha operato, a proposito della gioia, una rivoluzione di cui è difficile esagerare la portata e che ci può essere di grande aiuto nell’evangelizzazione.  È un pensiero che credo di avere già espresso in questa stessa sede, ma l’argomento lo richiede. Esiste un’esperienza umana universale: in questa vita piacere e dolore si susseguono con la stessa regolarità con cui, al sollevarsi di un’onda nel mare, segue un avvallamento e un vuoto che risucchia indietro il naufrago. “Un non so che di amaro – ha scritto il poeta pagano Lucrezio -  sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia in mezzo alle delizie”[2]. L’uso della droga, l’abuso del sesso, la violenza omicida, sul momento danno l’ebbrezza del piacere, ma conducono alla dissoluzione morale, e spesso anche fisica, della persona.
Cristo ha ribaltato il rapporto tra piacere e dolore. Egli “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottomise alla croce” (Eb 12,2). Non più un piacere che termina in sofferenza, ma una sofferenza  che porta alla vita e alla gioia. Non si tratta solo di un diverso susseguirsi delle due cose; è la gioia, in questo modo, ad avere l’ultima parola, non la sofferenza, e una gioia che durerà in eterno. “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6,9).  La croce termina con il Venerdì Santo, la beatitudine e la gloria della Domenica di risurrezione si prolungano in eterno.
Questo nuovo rapporto tra sofferenza e piacere si riflette perfino nel modo di scandire il tempo della Bibbia. Nel calcolo umano, il giorno inizia con la mattina e termina con la notte; per la Bibbia comincia con la notte e termina con il giorno: “E fu sera e fu mattina: primo giorno”, recita il racconto della creazione (Gen 1,5). Anche per la liturgia, la solennità comincia con i vespri della vigilia. Che significa questo? Che senza Dio, la vita è un giorno che termina nella notte; con Dio, è una notte (a volte, una “notte oscura”), ma termina nel giorno, e un giorno senza tramonto.
Dobbiamo però prevenire una facile obiezione: la gioia è dunque solo per dopo la morte? Questa vita non è, per i cristiani, che una “valle di lacrime”? Al contrario, nessuno sperimenta in questa vita la vera gioia quanto i veri credenti. Si narra di un santo che un giorno gridò a Dio: “Basta con la gioia! Il mio cuore non ne può contenere di più”. I credenti, esorta l’Apostolo sono “spe gaudentes”, lieti nella speranza (Rom 12, 12), il che non significa solo che “sperano di essere felici” (s’intende, nell’al di là), ma anche che “sono felici di sperare”, felici già ora, grazie alla speranza.
La gioia cristiana è interiore; non viene dal di fuori, ma dal di dentro, come certi laghi alpini che si alimentano, non da un fiume che vi si getta dall’esterno, ma da una sorgente che zampilla nel suo stesso fondo. Nasce dall’agire misterioso e attuale di Dio nel cuore dell’uomo in grazia. Può far sì perciò che si abbondi di gioia anche nelle tribolazioni (cf 2 Cor 7, 4). È “frutto dello Spirito” (Gal 5, 22; Rom 14, 17) e si esprime in pace del cuore, pienezza di senso, capacità di amare e di lasciarsi amare e soprattutto in speranza, senza la quale non ci può essere gioia.
Nel 1972 il Consiglio d’Europa, su proposta di Herbert von Karajan, adottò come inno ufficiale dell’Europa unita l’inno alla gioia che conclude la Nona Sinfonia di Beethoven. Si tratta certamente di uno dei vertici della musica mondiale, ma la gioia cantata in esso è una gioia vagheggiata, non realizzata; è un grido che si leva dal cuore umano, più che una risposta ad esso.
Nell’ode di Schiller, da cui è tratto il testo dell’inno, si leggono parole inquietanti: “Chi ha avuto la gioia di possedere un amico o una buona moglie, chi ha conosciuto, non fosse che per un’ora sola, cos’è l’amore, questi si accosti pure; ma chi non ha conosciuto nulla di tutto ciò, ebbene che si allontani, piangendo, dalla nostra cerchia”. Come si vede, la gioia che gli uomini “bevono dai seni della natura” non è per tutti, ma solo per alcuni privilegiati della vita.
Siamo ben lontani dal linguaggio di Gesù che dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28). Il vero inno cristiano alla gioia è il Magnificat di Maria. Esso parla di una esultanza (agalliasis) dello spirito per quello che Dio ha fatto in lei e fa per tutti gli umili e gli affamati della terra.
4. Testimoniare la gioia
Questa la gioia che dobbiamo testimoniare. Il mondo cerca la gioia. “Al solo sentirla nominare – scrive sant’Agostino – tutti si drizzano e ti guardano, per così dire, nelle mani, per vedere se mai tu sia in grado di dare qualcosa al loro bisogno”[3]. Tutti vogliamo essere felici. È la cosa che accomuna tutti, buoni e cattivi. Chi è buono, è buono per essere felice; chi è cattivo non sarebbe cattivo, se non sperasse di potere, con ciò, essere felice[4]. Se tutti amiamo la gioia è perché, in qualche modo misterioso, l’abbiamo conosciuta; se infatti non l’avessimo conosciuta – se non fossimo fatti per essa –, non l’ameremmo[5]. Questa nostalgia della gioia è il lato del cuore umano naturalmente aperto a ricevere il “lieto messaggio”.
Quando il mondo bussa alle porte della Chiesa – perfino quando lo fa con violenza e con ira – è perché cerca la gioia. I giovani soprattutto cercano la gioia. Il mondo intorno a loro è triste. La tristezza, per così dire, ci prende alla gola, a Natale più che nel resto dell’anno. Non è una tristezza che dipende dalla mancanza di beni materiali perché è molto più evidente nei paesi ricchi che in quelli poveri.
In Isaia leggiamo queste parole, rivolte al popolo di Dio: “Hanno detto i vostri fratelli che vi odiano e vi respingono a causa del mio nome: Mostri il Signore la sua gloria e voi fateci vedere la vostra gioia!” (Is 66, 5). La stessa sfida è rivolta, silenziosamente, al popolo di Dio, anche oggi. Una Chiesa malinconica e timorosa non sarebbe, perciò, all’altezza del suo compito; non potrebbe rispondere alle attese dell’umanità e soprattutto dei giovani.
La gioia è l’unico segno che anche i non credenti sono in grado di recepire e che può metterli seriamente in crisi. Non tanto i ragionamenti e i rimproveri. La testimonianza più bella che una sposa può dare al suo sposo è un volto che mostra la gioia, perché esso dice, da solo, che egli è stato capace di riempirle la vita, di renderla felice. Questa è anche la testimonianza più bella che la Chiesa può rendere al suo Sposo divino.
San Paolo, rivolgendo ai cristiani di Filippi quell’invito alla gioia che dà il tono a tutta la terza settimana di Avvento: “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi!”, spiega anche come si può testimoniare, nella pratica, questa allegrezza: “La vostra affabilità – dice – sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-5). La parola “affabilità” traduce qui un termine greco (epieikès) che indica tutto un complesso di atteggiamenti fatto di clemenza, indulgenza, capacità di saper cedere, di non essere puntigliosi. (È lo stesso vocabolo da cui deriva la parola epicheia, usata nel diritto!).
I cristiani testimoniano, perciò, la gioia quando mettono in pratica queste disposizioni; quando, evitando ogni acredine e inutile risentimento nel dialogo con il mondo e tra loro, sanno irradiare fiducia, imitando, in tal modo, Dio, che fa piovere la sua acqua anche sugli ingiusti. Chi è felice, in genere, non è amaro, non sente il bisogno di puntualizzare tutto e sempre; sa relativizzare le cose, perché conosce qualcosa che è troppo più grande. Paolo VI, nella sua “Esortazione apostolica sulla gioia”, scritta negli ultimi anni del suo pontificato, parla di uno “sguardo positivo sulle persone e sulle cose, frutto d’uno spirito umano illuminato e dello Spirito Santo”[6].
Anche dentro la Chiesa, non solo verso quelli di fuori, c’è bisogno vitale della testimonianza della gioia. San Paolo diceva di sé e degli altri apostoli: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede, ma siamo i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1, 24). Che splendida definizione del compito dei pastori nella Chiesa! Collaboratori della gioia: coloro che infondono sicurezza alle pecorelle del gregge di Cristo, i valorosi capitani che, con il solo loro sguardo tranquillo, rincuorano i soldati impegnati nella lotta.
In mezzo alle prove e alle calamità che affliggono la Chiesa, specialmente in alcune parti del mondo, i pastori possono ripetere, anche oggi, quelle parole che Neemia, un giorno, dopo l’esilio, rivolse al popolo d’Israele affranto e in lacrime: “Non fate lutto e non piangete [...], perché la gioia del Signore è la vostra forza!” (Ne 8, 9-10).
Che la gioia del Signore, Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, sia davvero, la nostra forza, la forza della Chiesa. Buon Natale!
*
NOTE
[1] H. Schürmann, Il Vangelo di Luca, , I, Paideia, Brescia 1983, p. 172.
[2] Lucrezio, De rerum natura, IV, 1129 s.
[3] Agostino, De ordine, I, 8, 24.
[4] Cf Id., Sermone 150, 3, 4 (PL 38, 809).
[5] Cf Id., Confessioni, X, 20.
[6] Paolo VI, Gaudete in Domino, in “L’Osservatore Romano”, 17 maggio 1975.

Publié dans:PADRE CANTALAMESSA - PREDICHE |on 21 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Announcement to the Shepherds!

Announcement to the Shepherds! dans ANNO PAOLINO shepherds-and-angels

http://markwoodward.org/2012/12/18/preparing-your-kids-for-christmas-4th-advent-2/

Publié dans:ANNO PAOLINO |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER L’INIZIO DELL’ANNO ACCADEMICO DELLE UNIVERSITÀ ECCLESIASTICHE – OMELIA – TEMA PAOLINO

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20051027_anno-accademico_it.html

(tema paolino)

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER L’INIZIO DELL’ANNO ACCADEMICO DELLE UNIVERSITÀ ECCLESIASTICHE

OMELIA DEL CARD. ZENON GROCHOLEWSKI

Altare della Confessione della Basilica Vaticana

Giovedì, 27 ottobre 2005       

Diletti Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Carissimi Rettori e Presidenti,
Professori e Studenti,
Fratelli e Sorelle,

1. L’odierna liturgia della Parola (giovedì della 30 settimana) echeggia insolitamente una tonalità drammatica. Nella prima lettura (Rm 8, 31b-39), san Paolo enumera diversi mali: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spada. Sono le prove che egli stesso ha subito nel nome di Cristo (cfr particolarmente: 1Cor 4, 9-13; 2Cor 4, 8-11; 11, 23-28). Ma noi sappiamo che le tribolazioni non sono risparmiate neanche a ciascun discepolo di Gesù. I pericoli minacciosi, che l’apostolo passa qui in rassegna, includono in qualche modo la totalità delle pene che il cristiano potrebbe subire in nome della sua fede.
Allo stesso tempo, e molto di più, Paolo afferma la sua certezza, la sua persuasione che niente potrà separarlo dall’amore di Dio. « Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Gesù Cristo ». L’Apostolo usa il plurale collettivo, quindi nella sua affermazione ingloba ciascuno dei fedeli, ciascuno di noi.
Non presenta qui, come farà nella sua epistola agli Efesini (Ef 6, 10-17), le armi che dobbiamo indossare per combattere l’avversario. Qui, è Dio stesso che, in qualche modo, impugna le armi per noi. Di fronte alla prova, infatti, Paolo ripone la sua fiducia sull’amore di Dio che ha dato « il proprio Figlio » per la nostra salvezza, Figlio che, morto e risorto, sta ora « alla destra di Dio e intercede per noi ». « Se Dio è con noi – scrive Paolo – chi sarà contro di noi? [...] In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati ».
2. Anche nel Vangelo (Lc 13, 31-35), Luca ci presenta il Cristo dinanzi ai farisei che gli parlano non per dargli un consiglio benevolo, ma perché se ne vada: « Parti e vattene via ». Le loro parole sono dettate dall’inimicizia. Gesù, rispondendo con una certa forza, rievoca « il terzo giorno » quando « avrà finito », ossia il mistero pasquale della sua morte e risurrezione. All’odio, il Cristo risponde con l’amore, con il dono del suo corpo offerto.
Di fronte alla prova, Gesù afferma la costanza nel suo cammino d’amore: « È necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada ». Quale esempio di coraggio e di perseveranza di fronte alle difficoltà ci dà il Cristo! Già il suo viso si era rinvigorito, la sua decisione era stata confermata quando aveva ripreso risolutamente la strada verso Gerusalemme, dunque verso la prova suprema della passione e della morte (Lc 9, 51).
3. Queste riflessioni, che ci suggeriscono le odierne letture, non sono così lontane mi sembra dalla nostra vita quotidiana. Beninteso, i vostri studi sono sorgente di grande gioia: gioia dell’apprendimento, della ricerca, della scoperta e della consegna della verità (mi sovviene ora la famosa espressione di sant’Agostino: « La felicità è la gioia della verità » identificando la verità con Dio stesso: Le Confessioni, lib. 10, cap. 23); la gioia dei molteplici incontri con i vostri colleghi di studio e con gli insegnanti; la gioia degli scambi così ricchi tra Paesi differenti presenti qui nella Città eterna; la gioia di poter vivere a Roma, terra tra tutte la più illustre per santità; ecc.
Ma non possiamo ignorare che questo tempo di studio talvolta può essere vissuto anche come un tempo di prove, differenti secondo ciascuno: timore di fronte alle materie nuove e difficili; difficoltà nell’apprendimento di nuove lingue e per il confronto con una cultura totalmente diversa; tristezza per la lontananza dalla propria terra e dai propri cari; scoraggiamento di fronte alla lunga durata degli studi, e magari per la redazione laboriosa di una tesi; ecc.
E allora, quanto è confortante sentire l’Apostolo ricordarci che nessun ostacolo può separarci dall’amore di Dio; anzi, nella fede tutto può e deve avvicinarci a Lui. Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nella sua Enciclica Laborem exercens (14 settembre 1981) sul lavoro umano – e gli studi fanno parte del lavoro umano -, diceva: « Ogni lavoro – sia esso manuale o intellettuale – va congiunto inevitabilmente con la fatica » (n. 27a). Ora « il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e ad ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Quest’opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo, crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere » (n. 27c).
Quanto grande è la gioia che nasce dal contemplare il Cristo che afferma nell’odierno Vangelo di voler continuare la sua strada « oggi, domani ed il giorno seguente »!
4. Ma come persistere nella durata? E necessario vivere risolutamente l’impegno dello studio e della ricerca con gli occhi fissati su Cristo. Gli studi non sono solamente un momento di preparazione per la vostra vita e per il ministero che in futuro vi sarà affidato. Non sono una parentesi. Sin da questo momento, il Cristo desidera che li viviate rimanendo uniti a Lui.
Come, allora, non pensare all’Eucaristia che stiamo celebrando, a pochi giorni dalla chiusura dell’Anno Eucaristico e dei lavori del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia come fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa? L’esperienza vissuta in questo tempo non può essere solamente un ricordo: questo anno deve essere per noi un nuovo slancio di fede, per la forza di Gesù presente nell’Eucaristia.
Durante la celebrazione del sacrificio eucaristico, prima della Comunione, il celebrante pronunzia a bassa voce questa umile preghiera che ogni fedele può ripetere: « Fa’ [...] che non sia separato mai da Te ». Come non sentire in questa espressione l’eco della parola dell’Apostolo « Niente ci separerà dall’amore del Cristo »?
L’Eucaristia è un alimento per il viaggio, compreso questo lungo viaggio costituito dal periodo degli studi. Ci ricordiamo la scena quando il profeta Elia, scoraggiato, sfinito, desideroso di morire, si coricò sotto il ginepro. Allora l’angelo del Signore gli apparve e gli diede una focaccia cotta su pietre ardenti e un orcio d’acqua, dicendo « Alzati e mangia ». Elia « si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb » (1Re 19, 4-8). Ora, la Tradizione ha visto in questo cibo, miracolosamente portato ad Elia, una prefigurazione dell’Eucaristia, pane che dà la forza nel nostro cammino cristiano.
Rivolgendo lo sguardo alle nostre fatiche, vorrei ricordare che c’è uno stretto legame tra l’Eucaristia, e più generalmente la preghiera, e gli studi, come attesta anche la vita di san Tommaso d’Aquino, di cui uno dei titoli è Doctor Eucharisticus: « Tutte le volte – ci dice il suo biografo, Guglielmo de Tocco – che voleva studiare, intraprendere una disputa, insegnare, scrivere o dettare, si ritirava nel segreto dell’orazione e pregava versando delle lacrime, per ottenere l’intelligenza dei divini misteri » (Vita S. Thomae Aquinatis auctore Guillelmo de Tocco, 30). Non diversamente hanno fatto tanti altri santi.
Nel messaggio che il Santo Padre ha mandato per il centesimo anniversario della nascita del padre Hans Urs von Balthasar in occasione del Congresso che si è tenuto alla Pontificia Università del Laterano all’inizio di questo mese, Sua Santità Benedetto XVI indica il teologo svizzero – che amava parlare di una « teologia orante » o « in ginocchio » – come modello: « L’esempio che von Balthasar – scrive – ci ha lasciato è [...] quello di un vero teologo che nella contemplazione aveva scoperto l’azione coerente per la testimonianza cristiana nel mondo ».
Innalziamo, allora, la nostra preghiera alla Divina Trinità: Padre, nel Tuo Figlio, ci hai dato tutto. Per il Tuo Spirito Santo, dacci di percorrere risolutamente la nostra strada, di compiere fedelmente il compito che ci hai affidato, come studente o come docente. Che lo Spirito c’insegni a volger verso di Te le gioie; che c’insegni a viver le prove, in comunione con il Tuo Figlio da cui mai niente ci separerà. Amen.

AsiaNews, il canto del Natale e le vetrate delle cattedrali

http://www.asianews.it/notizie-it/AsiaNews,-il-canto-del-Natale-e-le-vetrate-delle-cattedrali-26609.html

12/12/2012

ASIA       

AsiaNews, il canto del Natale e le vetrate delle cattedrali

di Bernardo Cervellera

In un mondo che cerca di soffocare la nostalgia e la presenza di Dio, sono uno strumento di missione perché portano in chiesa anche non cristiani. Il « canto » del vescovo ausiliare di Shanghai, agli arresti domiciliari per la sua fedeltà al Papa e della giovane Rimsha Masih, la 14enne cristiana disabile, accusata di blasfemia in Pakistan, e scagionata sono solo alcune delle « melodie » che durante l’anno abbiamo presentato nelle pagine di AsiaNews; le loro testimonianze splendono nel buio come le vetrate di una cattedrale.
Roma (AsiaNews) – I canti natalizi e le vetrate delle cattedrali sono un importante strumento di missione. Nei miei Natali passati a Pechino, la notte della Veglia, le chiese si riempivano – e si riempiono – di giovani universitari non cristiani, attirati dalla bellezza dei canti, dallo splendore delle luci, dal calore e dall’amicizia dei fedeli. Da lì, molti di loro cominciano a chiedersi chi è questo Dio Bambino che si celebra in quella notte e iniziano il catechismo che li porterà a farsi cristiani.
Anche durante la mia missione ad Hong Kong, non passava anno senza preparare dei cori per i « Christmas Carols », da intonare alle fermate del traghetto o sulla strada principale, vicino a un supermercato. La gente stanca del lavoro o della spesa, di solito frettolosa, si fermava a godere dello splendore armonico delle voci, con una nostalgia di bellezza che è strada alla nostalgia di Dio.
Benedetto XVI, nel suo libro uscito in queste settimane, « L’infanzia di Gesù », dice che i canti natalizi dei cristiani di oggi sono la continuazione del canto degli angeli la notte del primo Natale a Betlemme: « «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del [suo] compiacimento »» (Lc 2,12-14). L’evangelista dice che gli angeli «parlano».  Ma per i cristiani era chiaro fin dall’inizio che il parlare degli angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente.  E così, da quell’ora in poi, il canto di lode degli angeli non è mai più cessato… Si può ben comprendere che il semplice popolo dei credenti abbia poi sentito cantare anche i pastori, e, fino ad oggi, nella Notte Santa, si unisca alle loro melodie, esprimendo col canto la grande gioia che da allora sino alla fine dei tempi a tutti è donata » (pp. 87-88).
Nel nostro mondo si è persa la semplicità dei bambini a guardare la meraviglia del Natale, ma soprattutto si tenta di soffocare la nostalgia di Dio e la sua presenza, riempiendoci di presunzione, di autonomia, di potere, di consumi: tutti modi per sfuggire al vuoto e alla disperazione. Il separarsi da Dio ha reso la natura meno bella e la convivenza fra noi più difficile. Il nostro sguardo al mondo ha un tono catastrofista: disastri naturali e operati dall’uomo, guerre, distruzioni, oppressioni, torture. Il canto degli angeli a Natale e il nostro canto ci ricorda che Dio è presente per iniziare insieme all’uomo la redenzione della bellezza.
Fra gli « angeli » che danno speranza in questo anno che volge al termine, vorrei ricordare mons. Taddeo Ma Daqin, vescovo ausiliare di Shanghai, tuttora agli arresti domiciliari. Mons. Ma, 44 anni, ha avuto il coraggio di opporsi a una politica che dura da oltre 60 anni, che vede i vescovi cinesi ostaggio dell’Associazione patriottica. Ubbidendo alla fede e al papa, mons. Ma, appena ordinato, si è dimesso dall’Associazione patriottica, per rispondere meglio alle esigenze pastorali del suo mandato. Per tutta risposta, le autorità lo hanno segregato nel seminario di Sheshan, impossibilitato a compiere il suo ministero. Ma la sua testimonianza, il suo canto, supera ogni muro o prigione e giunge a tutti come segno di speranza di libertà per la Chiesa in Cina e per le Chiese del mondo.
Un altro « angelo » – e un altro canto – è Rimsha Masih, la 14enne cristiana disabile, accusata di blasfemia in Pakistan, che nelle scorse settimane è stata scagionata. Al suo posto è stato arrestato un imam che aveva inscenato l’incendio di alcune pagine del Corano per condannare Rimsha e la sua famiglia. Ciò che impressiona è che in Pakistan, una volta tanto, abbia vinto la giustizia e la verità. Lo sesso Paul Batthi, fratello di Shahbaz, ucciso per la sua lotta contro la blasfemia, ha definito l’episodio di Rimsha Masih un segno che « la società pakistana sta cambiando ».
Il « canto » di mons. Ma e di Rimsha sono solo alcune delle « melodie » che durante l’anno abbiamo presentato nelle pagine di AsiaNews; le loro testimonianze splendono nel buio come le vetrate di una cattedrale.  Cari amici, alla fine dell’anno, vi chiediamo ancora una volta di sostenere la nostra missione, il nostro « canto »: senza di voi e senza AsiaNews, molte vetrate rimarrebbero spente.

Zacharias And The Angel, William Blake

Zacharias And The Angel, William Blake dans immagini sacre Zacharias-AndThe-Angel-William-Blake

http://freechristimages.org/biblestories/promise_to_zechariah.htm

Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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