Archive pour décembre, 2012

Benedetto XVI: Giovanni Damasceno – mf 4 dicembre

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090506_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 6 maggio 2009

Giovanni Damasceno – mf 4 dicembre

Cari fratelli e sorelle,

vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre – di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.
Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.

In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)” (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.
L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dalla nostra colpa, “fosse rinforzata e rinnovata” dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’“essere”, ma nel “bene-essere” (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: “Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…” E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).                         
Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.

Il Natale nella poesia liturgica di Romano il Melode: Adamo ed Eva alla grotta del nuovo bambino – di Manuel Nin

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2008/300q01b1.html

(Osservatore Romano)

Il Natale nella poesia liturgica di Romano il Melode

Adamo ed Eva alla grotta del nuovo bambino

di Manuel Nin

Le tradizioni liturgiche orientali, molto spesso con forme letterarie belle e nello stesso tempo contrastanti, ci propongono la contemplazione del mistero della nostra fede. Romano il Melode, teologo e poeta bizantino del vi secolo, nel suo primo kontàkion (poema a uso liturgico) come ritornello ripete le parole « nuovo bambino, il Dio prima dei secoli » che riassumono il mistero celebrato:  il Dio eterno, esistente prima dei secoli, diventa nuovo nel bambino neonato. La tradizione bizantina, celebrando la « nascita secondo la carne del Dio e salvatore nostro Gesù Cristo » accosta, sia nell’iconografia che nell’eucologia, la celebrazione del Natale a quella della Pasqua. L’icona del Natale nel bambino fasciato messo in un sepolcro vuole prefigurare già il sepolcro dove il Signore, di nuovo fasciato, verrà messo il Venerdì Santo per risuscitarne glorioso all’alba di Pasqua. I testi della liturgia con immagini molto profonde e vivaci ci propongono così tutto il mistero della nostra salvezza.
Nelle settimane precedenti il Natale, senza un vero e proprio periodo corrispondente all’Avvento delle tradizioni latine, la liturgia bizantina in bellissimi tropari ci ha fatto pregustare tutto il mistero dell’Incarnazione:  l’attesa fiduciosa e la povertà della grotta, prefigurazione della miseria dell’umanità che accoglie il Verbo di Dio; e ancora, tutta la serie di figure e personaggi che si affacciano nella vita liturgica di questi giorni:  i profeti Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele e i Tre Fanciulli; Betlemme, quasi personificata e collegata con l’Eden; Isaia che si rallegra, Maria, la Madre di Dio presentata come « agnella », cioè colei che porta in seno Cristo, l’Agnello di Dio; infine, nelle due domeniche che precedono il Natale, i Progenitori di Dio da Adamo fino a Giuseppe, cioè la lunga serie di figure che hanno atteso il Cristo e che ci ricordano il fatto che anche noi siamo parte di una storia e di una umanità che l’accolgono nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio e nel peccato.
Nel secondo dei kontàkia Romano il Melode narra la visita di Adamo ed Eva alla grotta del neonato. Il canto di Maria all’orecchio del bambino sveglia Eva dal sonno eterno ed essa persuade Adamo di recarsi nella grotta per capire cosa sia quel canto. Nel dialogo tra Eva e Adamo svegliati ormai dal loro sonno la donna gli annuncia la buona notizia:  « Ascoltami, sono la tua sposa:  io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, guarda l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga con il frutto del suo parto. Il serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma al vedere ora la mia discendenza fuggirà strisciando ». La nascita verginale di Cristo diventa guarigione, salvezza per il genere umano ferito dal peccato.
E le risponde Adamo:  « Riconosco la primavera, o donna, e aspiro le delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso:  la Vergine che porta in grembo l’albero di vita, lo stesso albero sacro che custodivano i cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile albero, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla Piena di grazia ». Il risveglio di Adamo è una prefigurazione, in quanto viene collocato nella primavera, cioè nel contesto pasquale in cui sarà definitivamente riportato in paradiso. E questo è anche cambiato, rinnovato:  « Scorgo un nuovo, diverso paradiso », che altro non è se non il grembo della Vergine che porta il nuovo albero della vita.
« Sono sopraffatto dall’amore che sento per l’uomo » risponde il Creatore. « Io, o ancella e madre mia, non ti rattristerò. Ti farò conoscere tutto ciò che sto per fare e avrò rispetto per la tua anima, o Maria. Il bambino che ora porti tra le braccia, lo vedrai fra non molto con le mani inchiodate, perché ama la tua stirpe. Colui che tu nutri, altri l’abbevereranno di fiele; colui che tu chiami vita, dovrai tu vederlo appeso alla croce, e di lui piangerai la morte. Ma tu mi stringerai in un abbraccio allorché sarò risuscitato, o Piena di grazia. Tutto questo sopporterò volentieri, e causa di tutto questo è l’amore che ho sempre sentito e sento tuttora per gli uomini, amore di un Dio che non chiede altro che di poter salvare ». All’udire queste parole Maria grida:  « O mio grappolo, che gli empi non ti frantumino! Quando sarai cresciuto, o Figlio mio, che io non ti veda immolato! ». Ma egli risponde:  « Non piangere Madre, su ciò che non sai:  se tutto questo non sarà compiuto, tutti coloro, a favore dei quali mi implori, periranno, o Piena di grazia ».
Un Dio il quale « non chiede altro che di poter salvare ». Questa è la realtà, l’unica realtà che celebriamo in questi giorni nella nostra fede cristiana:  l’amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Come cristiani nel condividere – e forse anche nel mettere in contrasto la nostra fede – con un mondo segnato fortemente dall’individualismo, dall’oblio dell’altro, dall’ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri e non chiede altro che poter salvare. Lui « nuovo bambino, il Dio prima dei secoli ».

(©L’Osservatore Romano 25 dicembre 2008)

Virgen Maria Embarazada…

Virgen Maria Embarazada... dans immagini sacre 1209159911_f

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Lettura e commento della Lettera ai Filippesi 3,13-21

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi9.htm

Gianni Zaccherini 

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi 3,13-21

(seguito del precedente, avevo diviso a metà il commento a Fil 3,1-21)

La corsa e la meta 

Vv. 13-14: “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giun­to, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù ». 

Qui Paolo ribadisce quanto ha già detto, ma il fatto che ci ri­torni con tanta insistenza è significativo. Lo fa perché sa che è un punto cruciale, un punto veramente decisivo della con­sapevolezza cristiana. La vita del cristiano è una corsa, una gara, un combattimento, al termine del quale ci sarà il premio; quella « corona di giustizia » di cui Paolo parla nella seconda Lettera a Timoteo 4,7-8: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora non mi resta che ricevere la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manife­stazione ». Corona di giustizia è la perfetta comunione con Lui nella potenza della sua Resurrezione; è l’esperienza diretta e personale del risorgere in Cristo per la gloria del Padre.
Però, nel frattempo, la vita cristiana è una corsa. E Paolo, ag­giungendo parole significative rispetto a quelle precedenti, dice alcune cose importanti per la comprensione della stessa vita cristiana: « Dimentico del passato e proteso verso il futu­ro ». Il cristiano non guarda il passato, anzi lo dimentica, lo can­cella e non vuole farlo ricadere su di sé. Qui chiaramente Paolo allude ad alcuni fatti della storia di Israele, quando nel deser­to ricordava e rimpiangeva il suo passato di popolo schiavo in Egitto. Oppure pensa a se stesso, alla sua giustizia di giudeo, al « vanto » che ha alle spalle, ma che ha ormai completamen­te dimenticato. Però sicuramente Paolo scrivendo questo ver­setto non pensa solo a questo, ma fa un’affermazione più ge­nerale: dice che è dimentico di tutta la realtà del suo passato. Qualsiasi cosa ci sia stata, egli la dimentica perché è già stata cancellata in Cristo e se la ripristinasse cancellerebbe Cristo.
Il cristiano non è mai un uomo ripiegato sul suo passato, sia di bene che di male, perché il suo scopo è quello di tenere fisso lo sguardo sul futuro, cioè su Gesù, termine del suo cammino.
Paolo sa anche che il suo passato è sterco e spazzatura, ma neanche questo considera come un peso e un ostacolo, per­ché Dio per primo lo ha dimenticato e cancellato in Gesù Cristo. Guai se l’uomo rimane rivolto al suo passato; se avviene questo, non può guardare Cristo che è il suo futuro, il premio da conseguire. 

Quale perfezione
Vv.15-16: “Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversa­mente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto in cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea ».
Qui Paolo comincia con un’affermazione stranissima: « Quan­ti dunque siamo perfetti… ». Poco prima aveva detto che lui sapeva benissimo di non aver conseguito la perfezione. Come mai questa contraddizione?
Il « perfetto » di prima è l’impeccabile, colui che pensa che non commetterà più peccati, perché ha già conseguito la santità. Paolo perciò diceva di non aver raggiunto questo tipo di per­fezione e che, anzi, chi pensasse di averlo raggiunto sarebbe nell’eresia.
Allora qual è la perfezione cristiana di cui parla qui? È quella appunto di coloro che sanno di essere in cammino. Noi siamo perfetti, perché sappiamo di essere in cammino. C’è, quindi, l’uso della stessa parola per sottolineare aspetti diversi. Paolo dice qui che l’unica perfezione che ci è data in questo cammino è quella di sapere che siamo, appunto, in cammino. Nella nostra vita attuale la perfezione sta nel ricordare sempre che si è in cammino verso la perfezione.
Alcuni commentatori dicono, invece, che con questa espressione Paolo fa dell’ironia e si contrappone a coloro che ritengono di essere i perfetti: noi che sappiamo di essere imper­fetti siamo i veri perfetti perché tendiamo alla perfezione.
Paolo poi aggiunge: « dobbiamo avere questi sentimenti », cioè dobbiamo sapere queste cose. Coloro che sono così (come appunto è Paolo) devono pensarla in questo modo. Paolo esige che coloro che vogliono essere in comunione con lui, coloro che vogliono far parte della Chiesa dei santi, devono pensarla in questo modo. Noi che siamo nella condizione esistenziale di aver ricevuto la grazia della misericordia e della salvezza e che quindi possiamo definirei perfetti in questa mo­dalità di un’esistenza ancora in tensione, in cammino verso la perfezione ricevuta da Dio nell’ultimo giorno, dobbiamo pensarla in questo modo. Paolo esige una convergenza totale del pensiero dei suoi ascoltatori con il suo. Pretende che la pensino in questo modo, che abbiano questo modo di sentire, che ragionino in questi termini. Ammette la possibilità di qualche divergenza di pensiero, ma non come un elemento positivo che debba rimanere, bensì come un elemento negativo che. Dio eliminerà: « se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo ».
Se in coloro che lo ascoltano c’è un atteggiamento spirituale autentico, Dio creerà in essi una convergenza di pensiero, così come creerà in loro la perfezione della santità. Dio è colui che opera il volere e il fare, quindi è colui che trasforma il modo di pensare dei cristiani. I cristiani possono pensare ancora in un certo modo, che è imperfetto e inadeguato al Vangelo. Ma se c’è in essi la retta intenzione, Dio trasformerà il loro modo di sentire e creerà in loro convergenza di pensiero con Paolo e con coloro che la pensano come Paolo.
Certamente questa affermazione, come affermazione di principio, appare intollerante. Ma in fondo tutto questo capitolo è polemico e per certi aspetti intollerante. Paolo sa che qui è in gioco il cristianesimo e quindi si esprime con grande durezza.
Per Paolo è in gioco la sostanza della salvezza, è in gioco la sorte del Vangelo, perché o è la Croce di Cristo che salva o è la circoncisione. Se qualcuno dice che è la circoncisione che salva e non il mistero cristiano, secondo la predicazione evangelica, crea una falsa coscienza e rende essenziale una cosa che poi in realtà non salva. Se tu vuoi essere salvo, devi credere ciò che Paolo predica, altrimenti non sei salvo.
È evidente che questa affermazione è di un’intolleranza assoluta; però su questo punto è il Vangelo ad essere intollerante. Il Vangelo è intollerante sul principio della salvezza in Cristo. Come chiaramente dice Pietro negli Atti degli Apostoli 4,12: « In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati ». Sul piano, invece, dei comportamenti pratici la « tolleranza » del Vangelo è grandissima: il nostro passato di pec­cato, di morte, conta ben poco! Quello che conta è la fede in Gesù Cristo.
La famosa frase attribuita (falsamente) a Lutero « Pecca forte­mente e credi più fortemente », cosa vuoi dire in realtà? Afferma che qualunque sia il tuo peccato e il numero dei tuoi peccati, Cristo ti salva. Non bisogna quindi farsi un cruccio dell’essere peccatori perché, se crediamo in Gesù Cristo, siamo salvati.
Il cristianesimo è di un’intolleranza assoluta sulla causa della salvezza, ma sul piano comportamentale è « di manica larga ». La domanda cruciale, infatti, è questa: è Cristo che ti salva o sei tu? Se è Cristo, affidati a Lui e tutta la tua condizione di peccatore sarà trasformata.
Allargando questo atteggiamento alla storia delle religioni dell’umanità, il cristianesimo appare come la più intollerante delle religioni. Nell’induismo, per esempio, tutte le strade sono buone e ci sono mille modi per andare a Dio. Nel cristianesimo, no: c’è una sola via che conduce a Dio ed è Gesù Cristo.
« Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea ». Paolo dice che la cosa importante, anche se c’è divergenza di pensiero – in attesa che Dio ci porti alla convergenza, illuminandoci con la sua verità – è che ciascuno cammini in questa direzione, verso questo punto di arrivo, che è l’obbedienza al Vangelo, il lasciarsi colmare dal Vangelo.
Paolo auspica una specie di « lavaggio del cervello » nei suoi cristiani. Egli sa che gli uomini hanno pensieri divergenti dai pensieri di Dio. L’Antico Testamento già metteva in bocca a Dio questa frase: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore » (Is 55,8). L’uomo « carnale » non la pensa come Dio, ma Dio può operare in lui portandolo a pensare i suoi stessi pensieri; e questo in concreto avviene attraverso il « lavaggio del cervello » della Parola di Dio. Se il cristiano si pone in ascolto continuo e perseverante della Parola, questo lo porterà a pensare coi pensieri stessi di Dio. Ecco perché l’ascolto perseverante e con­tinuo della Parola di Dio è un elemento ineliminabile da una vita che voglia dirsi cristiana.
L’importante, dice qui Paolo, è che il cristiano continui a camminare in questa direzione, cioè nella direzione dell’ascolto della Parola. Se cammina su questa linea, se percorre questa strada, Dio lo illuminerà e lo porterà a una convergenza di sentire e di pensare con Paolo e con tutti i fratelli di fede. 

I modelli  V. 17:
“Fatevi miei imita tori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi ».
Non è la prima volta che Paolo nelle sue lettere pone se stesso come modello concreto per i cristiani a cui si rivolge. Nel contesto della lettera che stiamo leggendo questa indicazione ha due livelli di insegnamento da darci: da una parte, ci aiuta a capire come sia un dato ineliminabile dalla rivelazione cristiana l’indicazione non soltanto di verità da credere e di comportamenti da tenere, ma anche e soprattutto di modelli con­creti di esistenza.
Il primo modello esemplare, valido per tutti, è il Cristo e questo Paolo lo ha sottolineato al capitolo 2,5-11. Ma in tanti altri passi del Nuovo Testamento noi troviamo questa identifica­zione: Cristo ci ha lasciato un modello perché ne seguissimo l’esempio. L’indicazione di Cristo è un dato fondamentale, concreto e specifico: quello che è avvenuto in Cristo deve avvenire anche nei cristiani. Gesù stesso lo ha detto in riferi­mento ad alcuni elementi supremi dell’esistenza cristiana: « Quello che hanno fatto a me, lo faranno anche a voi », « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi », « Amatevi come io vi ho amato », ecc. Necessariamente dovrà es­serci una convergenza di vita fra il credente e Cristo Gesù.
Questa imitazione però non è soltanto nei confronti del Cristo. Infatti Paolo presenta anche se stesso come modello da imitare e lo fa a ragion veduta dopo aver detto di essere ancora un uomo in cammino, un credente che non ha ancora conseguito l’obiettivo ultimo a cui Dio lo sta conducendo, cioè la per­fezione assoluta dell’ultimo giorno.
Però Paolo sa anche di essere stato completamente investito dal Cristo; sa che il Cristo si è impadronito di lui, lo ha fatto suo schiavo; sa che Cristo vive in lui e che lui è un portatore del Cristo. Quindi può dire ai fratelli di fede: fate quello che faccio io, perché in realtà quello che faccio io non è altro che l’opera del Cristo in me e quindi può essere modello esemplare per voi.
Poi aggiunge: « Guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi ». Quindi, tutto questo non vale soltanto per Paolo, ma anche per tutti quelli che si comportano come Paolo. Si sottolinea così, ancora una volta, che nella vita cristiana il comportamento di alcune persone è davvero modello per tutti gli altri. La vita cristiana non è fatta soltanto di verità astratte o di astratte indicazioni morali, ma anche di modelli concreti che vanno imitati perché possono essere imitati: da essi infatti ci viene la conferma che vivere secondo il Vangelo non è un qualcosa di impossibile. Come diceva s. Agostino pensando ai santi: se lo sono diventati loro, perché non posso diventarlo anch’io? Se Dio in Gesù Cristo ha operato la trasformazione di certe persone, perché questo non dovrebbe essere per tutti? Tutti possono farlo. Tutti possono essere trasfigurati e trasformati dal Cristo; basta che accettino di lasciarsi trasformare, che si conse­gnino nelle mani di Cristo!
C’è quindi questa prima indicazione generale nel versetto di Paolo. Ma ne emerge anche una seconda, più specifica, che riguarda quanto Paolo sta vivendo in questo momento. Quando dice « Fatevi miei imitatori », lo riferisce soprattutto al fatto che lui è incatenato per Cristo, è sofferente, perseguitato, umiliato per il Cristo. Quindi, è come se dicesse: accettate su di voi la Croce come l’ho accettata io e come l’accettano coloro che assieme a me lavorano per il Vangelo. Paolo esige l’imitazione da parte dei Filippesi in ciò che è più eclatante nella sua esistenza in questo momento, cioè appunto la sua prigionia.
Egli è in una radicale situazione di crocifissione, come dirà nella seconda Lettera ai Corinzi, sempre polemizzando con avversari del tipo di quelli con cui polemizza qui nella Lettera ai Filippesi. L’umiliazione, l’annientamento di Paolo sono davvero una partecipazione all’umiliazione del Cristo, all’annientamento e alla radicale obbedienza richiamati al cap. 2,5-11, là dove presenta il Figlio di Dio che si fa uomo fra gli uomini e schiavo con la sua morte di croce. 

I nemici della Croce 
Vv. 18-19: « Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si van­tano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra « .
Cosa significa comportarsi da nemici della croce di Cristo? Nel contesto della lettera, questi « nemici » sono gli stessi « cattivi operai » di cui si parla all’inizio del capitolo terzo, sono cioè i giudaizzanti, coloro che pensano che l’elemento centrale della salvezza non sia Gesù Cristo, ma la circoncisione e l’appartenenza alla tradizione veterotestamentaria. 
Il mistero pasquale del Cristo, questo uomo che è stato messo a morte su una croce e poi è risorto, diventa così un elemento marginale in ordine alla salvezza, perché questa ha la sua radice nella circoncisione e la sua realizzazione nell’osservanza della Legge. Si tratta quindi di persone profondamente legate alla rivelazione veterotestamentaria e che interpretano l’esistenza cristiana in chiave veterotestamentaria. Questo è il punto decisivo: considerare, in fondo, la croce di Cristo come uno scandalo, una cosa che non ha molto senso.
Questo fra l’altro si ricollega al motivo fondamentale per cui i giudei in quanto tali, almeno la massa dei giudei, hanno rifiu­tato il Cristo. Il messi a atteso dai giudei non era il Messia crocefisso, ma un messia vincitore, trionfatore anche sul piano politico e, forse, militare. Era un messi a che avrebbe sconfitto tutti i nemici di Israele e avrebbe ridotto al silenzio le genti, restaurando la potenza della regalità davidica.

Questa mentalità vincente è ben descritta dal Salmo 83:
« Dio, non darti riposo,
non restare muto e inerte, o Dio.
Vedi: i tuoi avversari fremono
e i tuoi nemici alzano la testa.
Contro il tuo popolo ordiscono trame
e congiurano contro i tuoi protetti.
Hanno detto: ‘Venite, cancelliamoli come popolo
e più non si ricordi il nome di Israele’
Hanno tramato insieme concordi,
contro di te hanno concluso un’alleanza;
le tende di Edom e gli Ismaeliti,
Moab e gli Agareni,
Gebal, Ammon e Amalek,
la Palestina con gli abitanti di Tiro.
Anche Assur è loro alleato
e ai figli di Lot presta man forte. Trattali come Madian e Sisara,
come labin al torrente di Kison:
essi furono distrutti a Endor,
diventarono concime per la terra.
Rendi i loro principi come Oreb e Zeb,
e come Zebee e Sàlmana tutti i loro capi;
essi dicevano:
‘I pascoli di Dio conquistiamoli per noi’.
Mio Dio, rendili come turbine,
come pula dispersa dal vento.
Come il fuoco che brucia il bosco
e come la fiamma che divora i monti,
così tu inseguili con la tua bufera
e sconvolgili con il tuo uragano.
Copri di vergogna i loro volti
perché cerchino il tuo nome, Signore.
Restino confusi e turbati per sempre,
siano umiliati e periscano;
sappiano che tu hai nome ‘Signore’,
tu solo sei l’altissimo su tutta la terra ».

Anche fra i convertiti al cristianesimo la mentalità veterote­stamentaria gioca un peso molto forte, perché è una mentalità mondana. C’è gente che si colloca ancora all’interno di questa logica: il Messia non può essere uno sconfitto! È e deve essere un vincitore!
Invece Gesù Cristo è uno sconfitto, umanamente parlando è un uomo che non conta niente. Morto in croce, la sua esistenza è finita. Secondo la mentalità « vincente », cosa deve fare Dio dei suoi nemici? Deve annientarli. Ebbene, il Cristo crocifisso è un elemento che stride un po’ in questa prospettiva. Secondo la prospettiva religiosa di questi « falsi operai », impregnati profondamente della mentalità che abbiamo chiamato « mentalità vincente », il popolo di Dio non può che essere un popolo trionfatore.
Per capire bene questo fondamentale concetto, portiamo un esempio: nel 1968, al primo anniversario della « guerra dei sei giorni » tra Israele e i Paesi arabi, il rabbino di Gerusalemme scrisse un articolo, pubblicato anche da « Le Monde », in cui spiegava la vicenda dell’anno prima come compimento delle profezie veterotestamentarie. Israele aveva vinto sui suoi ne­mici ed era in procinto di assoggettarli politicamente, ma in questo c’era benedizione e salvezza per quei popoli! L’unica via che resta ai popoli arabi è assoggettarsi ad Israele, accettandolo come punto di riferimento nello scacchiere mediorientale; e in questo sarebbero colmati della benedizione di Dio, perché Israele vincente diventa benedizione per tutte le genti. È un ragionamento in perfetta linea con l’Antico Testa­mento, ma non ha niente a che fare con il cristianesimo. 
Tutto l’Antico Testamento è impregnato dell’idea che il popolo di Israele deve vincere sui nemici. Quando arriva Gesù Cristo questa logica si rovescia: infatti, il Cristo vince quando perde, quando è annientato, quando viene crocefisso, e in questo diventa un modello per tutti i cristiani. Il cristiano vince non quando vince, ma quando è sconfitto con il Cristo suo Signore.
Colui che ama la croce del Cristo, per tornare al discorso di Paolo, è colui che accetta questa logica di annientamento di sé per risorgere nella potenza del Cristo risorto. Quando c’è una prospettiva religiosa di vittoria, di successo, di dominio, allora si è nemici della croce di Cristo. Se si vuole rimanere all’interno della logica vincente, si resta nemici della croce di Cristo. Soltanto se si accetta la logica perdente si è seguaci della croce.
Si anticipa così quel che verrà detto al v. 20, in cui si legge: « La nostra patria invece è nei cieli ». Mentre per il cristiano l’orizzonte è ormai il Cielo, con le sue nuove e radicali esigenze, per i nemici della croce del Cristo la prospettiva è soltanto car­nale: « la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra ». Il loro orizzonte è terreno. In fondo, il loro Dio è il potere e la loro prospettiva è il successo in questo mondo.
Questo va visto non soltanto in chiave individuale, ma anche ecclesiale. Ci sarebbe, quindi, da fare una lunga riflessione sulla storia della Chiesa: quando la Chiesa, come comunità nuova dei figli di Dio, ha accettato di essere umiliata e crocefissa; e quando invece ha voluto imporre se stessa come potenza vincente e dominatrice di questo mondo.
Anche la Chiesa, in questa prospettiva, è stata nemica della croce di Cristo: la Chiesa che fa le crociate è nemica della croce di Cristo, perché vuole realizzare se stessa secondo schemi mondani. 
Il punto nodale quindi è: che cosa significa « realizzazione di sé »? Del singolo e della Chiesa? Qual è l’autentica realizzazione? È la realizzazione secondo i propri pensieri o secondo i pensieri di Dio? Questo dualismo è sempre presente nell’uomo, che può pensarla secondo i propri pensieri, da uomo vecchio, o può pensarla come uomo nuovo ricreato da Dio in Cristo Gesù dopo la sua crocifissione.
Per Paolo, se non si passa attraverso la croce – che è l’annientamento di sé la realizzazione di sé è realizzazione mondana, realizzazione dell’uomo vecchio, non dell’uomo ricrea­to da Dio in Cristo Gesù. Il nemico della croce di Cristo, che Paolo ha di fronte a sé in questo momento, è quindi colui che non accetta di porre la propria esistenza sulla croce del Cristo, inchiodando se stesso con tutto ciò che questo comporta, come annientamento dell’uomo vecchio, come distruzione dei propri pensieri per essere ricolmato dai pensieri di Dio.
I cristiani di cui qui parla Paolo non sono suoi imitatori, né imitatori di Cristo. Essi hanno tutto un altro orizzonte, un’altra prospettiva.
La perorazione di Paolo è quanto mai appassionata: « ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto… ». Perché piange? Perché ha di fronte a sé uomini che vanno in rovina e rischiano di trascinare con sé coloro che riescono a convincere. Se questi « falsi operai » riusciranno a convincere qualcuno dell’autenticità di quello che dicono nel loro contrapporsi a Paolo e quindi nel loro contrapporsi alla croce di Cristo, sarà rovina grande e Paolo non può non piangere di fronte a questo. È il Vangelo che va a pezzi, è tutta la rivelazione cristiana che è rimessa radicalmente in discussione, se non si accetta la croce di Cristo come partecipazione, concreta e reale, alla Sua morte nella morte dell’uomo vecchio.
Per Paolo, e per tutta la rivelazione cristiana, non esiste l’uomo come entità generica, portatrice in ogni caso di « umanità »: esiste l’uomo vecchio ed esiste l’uomo nuovo. Esiste l’uomo sottoposto alla signoria di Satana, del peccato e della sua menzogna, ed esiste l’uomo nuovo ricreato nella potenza del Cristo risorto.
Bisogna mettere a morte l’uomo vecchio che c’è in noi: il cristianesimo è questo. Bisogna partecipare alla croce di Cristo, lasciando che essa faccia morire l’uomo vecchio con tutte le sue passioni, i suoi pensieri, le sue prospettive, svuotandoci di questa dimensione esistenziale e aprendoci davvero alla prospettiva nuova dei figli di Dio. Questo è il nodo di questa istruzione di Paolo; ma bisogna dire che anche su questo punto la riflessione cristiana è molto fragile. 
Per specificare ulteriormente tale riflessione – premesso che dovremmo sempre aver chiaro se quello che diciamo è un nostro pensiero o è il pensiero di Dio che viene dalle Scritture -, dobbiamo tenere presente che qui Paolo ci presenta eretici che sono convinti che ciò che pensano è sicuramente vero.
Erano infatti convinti di essere arrivati alla perfezione, per cui tutto quello che usciva da loro era santo e buono, Paolo dice: no, non siamo ancora giunti alla perfezione. Cosa insinua qui Paolo? Suggerisce che nell’uomo, fino a che non sarà giunto alla perfezione, ci sarà sempre una dualità. Può esserci il pensiero dell’uomo vecchio e quello dell’uomo nuovo. Quando dalla testa dell’uomo esce un pensiero, non si è sicuri a priori se sia il pensiero dell’uomo vecchio o quello dell’uomo nuovo. Per il solo fatto che sono cristiano non posso dire che ogni pensiero che nasce nella mia mente è certamente buono.
L’uomo ha sempre questa doppia possibilità: tutti i suoi pensieri, tutte le sue azioni, tutti i suoi gesti possono essere caricati di due significati. Cos’è che fa l’azione buona? La sua origine, il suo punto di partenza. Quand’è che sappiamo che un’azione è buona?
Abbiamo per questo il Vangelo, il riferimento esplicito dell’esempio del Signore, quello che ha fatto Paolo, quello che hanno fatto i fratelli nella fede, quello che hanno fatto i santi e quello che è riportato nelle Scritture. Se i nostri pensieri sono conformi alle Scritture, al Vangelo in esse contenuto, allora sono buoni; se invece non sono conformi alle Scritture, allora non sono buoni. 
Paolo dice poi esplicitamente che un primo elemento di autenticità che deve essere presente in ogni cristiano è l’essere amico della croce di Cristo: cioè, se la sua vita non passa at­traverso la crocifissione e la morte, quello che viene fuori da lui è sicuramente l’uomo vecchio, non quello nuovo. Ci vuole, quindi, questa profonda e radicale immersione nella croce di Cristo, così concreta che ogni cristiano quando gli nasce un pensiero o una prospettiva nuova dovrebbe dire: « Questo è l’uomo vecchio. Lo ammazzo, poi vedo cosa succede ». Affermazione paradossale ed estremista, ma sicuramente punto di partenza di ogni autentico ragionamento. Per assurdo due uomini potrebbero fare la stessa identica cosa, ma uno la fa da uomo vecchio e l’altro da uomo nuovo. Non sono le cose in sé positive o negative, ma le radici da cui nascono: se nascono dal dono di Dio, sono buone; se nascono dal pensiero dell’uomo, sono cattive.
Facciamo un altro esempio per approfondire il ragionamento: Camillo in questi anni ha cambiato lavoro, lo ha fatto seguendo un suo ragionamento che potrebbe essere giusto, ma anche sbagliato. Se però il suo ragionamento fosse stato guidato e sorretto da una comunità, allora avrebbe avuto molte più probabilità di essere vero; invece, essendo solamente un suo ragionamento, potrebbe essere la ricerca di maggiore prestigio, successo o potere… Dietro questa scelta potrebbe esserci una spinta umana e quindi non sarebbe un mettere i propri talenti al servizio del Signore. Allora siamo nelle sabbie mobili? Sì, lo siamo; e finché non abbiamo questa consapevolezza siamo davvero incapaci di accogliere il Vangelo.
Ma come facciamo allora a sapere se quello che viene dal cuore è da Dio o dal demonio? Esistono alcuni elementi di garanzia, ad esempio: la preghiera, la lettura della Parola di Dio, la celebrazione eucaristica, la vita comunitaria, l’attenzione ai bisogni dei fratelli… Soprattutto, come dicevamo sopra, il discernimento della comunità o di qualche suo rappresentante: la « direzione spirituale ». Le nostre scelte devono essere sottoposte a un vaglio e rientrare, in qualche modo, nell’ordine dell’obbedienza.
Inoltre, proprio dalla lettura meditata della Lettera ai Filippesi ricaviamo un punto fermo: Paolo dice che il Vangelo, le Scritture, la Parola di Dio non danno ricette precostituite e nessu­na sicurezza se non Gesù Cristo. Gesù Cristo soltanto, un Dio crocefisso che nessuno ha visto risorto se non coloro che hanno creduto in Lui. Se il Vangelo ci offrisse le ricette della nostra vita quotidiana, non sarebbe più Vangelo. Le dottrine umane pretendono di risolvere i nostri problemi, di darci sicu­rezze. Il Vangelo non ce ne dà nessuna se non quella di sapere che Gesù Cristo dopo la nostra morte, se avremo creduto in Lui, ci accoglierà nel suo Regno. Solo questo. Il cristianesimo ci spalanca l’orizzonte del Regno di Dio, ma è molto più di quanto potremmo chiedere noi. In questo senso è esemplare quanto accade allo storpio che, mentre chiede l’elemosina davanti al Tempio, incontra Pietro e Giovanni, come racconta il capitolo terzo del libro degli Atti. Cosa si aspettava quello storpio, qual era il suo orizzonte? Sicuramente non si aspettava che qualche moneta, ma Pietro gli dice: « Non possiedo né ar­gento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cri­sto, il Nazareno, cammina! ». Pietro gli cambia la vita, gli cambia l’orizzonte. Quell’uomo non dovrà più pensare all’elemosina, ma a camminare! Inizia per lui un’altra storia. Il cristianesimo è questo. 

La patria 
V. 20: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo ».
A coloro che si comportano da nemici della croce di Cristo, Paolo contrappone l’autenticità dell’esistenza cristiana: i veri cristiani, dice, non hanno la loro residenza, il luogo di abituale abitazione, in questo mondo. La loro esistenza, quindi, è sottratta alle leggi e ai costumi di questo mondo.
Nel v. 18 abbiamo trovato un’espressione ironica: « si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi ». Queste parole fanno riferimento all’inizio del capitolo terzo, là dove si diceva: « guardatevi dai cani, dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! »; alla lettera è scritto: da quelli che si fanno muti­lare. Giocando su questo doppio senso, circoncisione/mutilazione, Paolo sostiene che invece di considerarla un vanto coloro che la praticano e la predicano dovrebbero vergognarsene.
Quanti vedono il cristianesimo, come si diceva sopra, all’interno di una logica vincente, quanti pensano che ormai tutto sia stato dato e di essere giunti alla pienezza della perfezione, per cui tutto ciò che esce da loro è buono e santo, non hanno capito nulla dell’esistenza cristiana. È la forza di quell’invece: « La nostra patria invece è nei cieli… ».
La patria del cristiano, il senso della sua esistenza non è in questo mondo, ma nei cieli. Invece di « nostra patria » sarebbe meglio tradurre: « nostra cittadinanza ». Il cristiano, cioè, è un cittadino del cielo, non della terra. Questo ha due conseguenze, fra loro collegate: se la patria del cristiano è nei cieli, finché è in questo mondo l’esistenza cristiana è precaria, prov­visoria, non ha in sé il suo senso ultimo e definitivo. In secondo luogo, la « logica vincente » di questo mondo non è più la sua logica, perché la logica del Cielo è quella dell’agnello immolato (« era come agnello condotto al macello, come peco­ra muta davanti ai suoi tosatori », Is 53,7) e ora glorioso! 

Protési verso il futuro 
V. 21: “… trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose ».
Chiaramente per Paolo il Cristo è già venuto, è morto sulla croce ed è risorto; ma il cristiano che crede in Lui, pur innestato nel dinamismo della Sua morte-risurrezione, non ha ancora portato a compimento nella sua vicenda terrena questo duplice processo. Il cristiano è proiettato ancora nel futuro, dove l’attende la sua definitiva trasfigurazione-glorificazione. Paolo questo lo ha già detto e qui lo ribadisce.
C’è un altro passo paolino che richiamiamo per illustrare questo concetto: « Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,3-4).
Nel ragionamento di Paolo c’è questa successione: Cristo è morto ed è risorto, noi col battesimo siamo stati immersi nella morte del Cristo, quindi – secondo la logica dell’alternanza dei concetti – ci si aspetterebbe: siamo anche noi risorti con Lui! Cosa verissima, ma a Paolo in questo momento preme sotto­lineare non tanto quello che sarà lo sbocco ultimo e definitivo della nostra assunzione in Cristo, ma la conseguenza imme­diata di tale assunzione: cioè che noi abbiamo a camminare in novità di vita!
Il cristiano che col battesimo è stato immerso nella morte del Cristo cammina ora in una vita nuova, in attesa della consumazione perfetta di questa vita, che sarà la sua resurrezione in comunione con il Risorto e con tutti i risorti in Lui.
Il cristiano, cioè, attende ancora il compimento, la trasfigurazione della sua esistenza. Finché è in questo mondo deve verificare nella novità di vita la sua partecipazione alla morte di Cristo. Ma la conformazione al corpo glorioso di Cristo avverrà sicuramente, perché avverrà in virtù del potere che Cristo ha già avuto dal Padre « di sottomettere a sé tutte le cose ». Come abbiamo già visto al capitolo secondo, al termine dell’inno cri­stologico, la potenza che gli è stata data dal Padre Gesù la eserciterà glorificando il corpo di coloro che hanno creduto in Lui, inserendoli nella resurrezione dell’ultimo giorno.
In questa partecipazione al mistero pasquale del Cristo sta la dialettica della vita cristiana che deve verificare nella vita di ogni giorno la partecipazione alla croce in attesa di partecipare alla resurrezione che avverrà nell’ultimo giorno. È quindi una vita di speranza, una vita certa del futuro di Dio che ci aspetta alla conclusione se si conserva la fede, se si partecipa alla croce, se non si stravolge il cristianesimo facendone una conquista terrena.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 3 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: « DIO NON SI È CHIUSO NEL SUO CIELO » (omelia agli studenti)

http://www.zenit.org/article-34269?l=italian

« DIO NON SI È CHIUSO NEL SUO CIELO »

Omelia tenuta ieri dal Papa durante i primi Vespri con gli studenti degli atenei romani

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 2 dicembre 2012 (ZENIT.org).– Riprendiamo di seguito l’omelia tenuta ieri sera nella basilica vaticana da papa Benedetto XVI durante i primi Vespri della prima domenica di Avvento con gli Universitari degli Atenei Romani e delle Università Pontificie in Roma, per l’inizio dell’Anno Accademico.
***
«Colui che vi chiama è fedele» (1 Ts 5,24).
Cari amici universitari,
le parole dell’Apostolo Paolo ci guidano a cogliere il vero significato dell’Anno liturgico, che questa sera iniziamo insieme con la recita dei Primi Vespri di Avvento. L’intero cammino dell’anno della Chiesa è orientato a scoprire e a vivere la fedeltà del Dio di Gesù Cristo che nella grotta di Betlemme si presenterà a noi, ancora una volta, nel volto di un bambino. Tutta la storia della salvezza è un percorso di amore, di misericordia e di benevolenza: dalla creazione alla liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto, dal dono della Legge sul Sinai al ritorno in patria dalla schiavitù babilonese. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe è stato sempre il Dio vicino, che non ha mai abbandonato il suo popolo. Più volte ne ha subito con tristezza l’infedeltà e atteso con pazienza il ritorno, sempre nella libertà di un amore che precede e sostiene l’amato, attento alla sua dignità e alle sue attese più profonde.
Dio non si è chiuso nel suo Cielo, ma si è chinato sulle vicende dell’uomo: un mistero grande che giunge a superare ogni possibile attesa. Dio entra nel tempo dell’uomo nel modo più impensato: facendosi bambino e percorrendo le tappe della vita umana, affinché tutta la nostra esistenza, spirito, anima e corpo – come ci ha ricordato san Paolo – possa conservarsi irreprensibile ed essere elevata alle altezze di Dio. E tutto questo lo fa per il suo amore fedele verso l’umanità. L’amore quando è vero tende per sua natura al bene dell’altro, al maggior bene possibile, e non si limita a rispettare semplicemente gli impegni di amicizia assunti, ma va oltre, senza calcolo, né misura. E’ proprio ciò che ha compiuto il Dio vivo e vero, il cui mistero profondo ci viene rivelato nelle parole di san Giovanni: «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Questo Dio in Gesù di Nazaret assume in sé l’intera umanità, l’intera storia dell’umanità, e le dà una svolta nuova, decisiva, verso un nuovo essere persona umana, caratterizzato dall’essere generato da Dio e dal tendere verso di Lui (cfr L’Infanzia di Gesù, Rizzoli-LEV 2012, p. 19).
Cari giovani, illustri Rettori e Professori, è per me motivo di grande gioia condividere queste riflessioni con voi che qui rappresentate il mondo universitario romano, nel quale confluiscono, pur nelle loro specifiche identità, le Università statali e private di Roma e le Istituzioni pontificie, che da tanti anni camminano insieme dando viva testimonianza di un fecondo dialogo e di collaborazione tra i diversi saperi e la teologia. Saluto e ringrazio il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il Rettore dell’Università di Roma « Foro Italico » e la vostra rappresentante, per le parole che mi hanno rivolto a nome di tutti. Saluto con viva cordialità il Cardinale Vicario e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, come pure le diverse autorità accademiche presenti.
Con speciale affetto saluto voi, cari giovani universitari degli Atenei romani, che avete rinnovato la vostra professione di fede sulla Tomba dell’apostolo Pietro. Voi state vivendo il tempo della preparazione alle grandi scelte della vostra vita e al servizio nella Chiesa e nella società. Questa sera potete sperimentare che non siete soli: sono con voi i docenti, i cappellani universitari, gli animatori dei collegi. E’ con voi il Papa! E, soprattutto, siete inseriti nella grande comunità accademica romana, in cui è possibile camminare nella preghiera, nella ricerca, nel confronto, nella testimonianza per il Vangelo. E’ un dono prezioso per la vostra vita; sappiatelo vedere come un segno della fedeltà di Dio, che vi offre occasioni per conformare la vostra esistenza a quella di Cristo, per lasciarvi santificare da Lui fino alla perfezione (cfr 1 Ts 5,23). L’anno liturgico che iniziamo con questi Vespri sarà anche per voi il cammino in cui ancora una volta rivivere il mistero di questa fedeltà di Dio, sulla quale siete chiamati a fondare, come su una roccia sicura, la vostra vita. Celebrando e vivendo con tutta la Chiesa questo itinerario di fede, sperimenterete che Gesù Cristo è l’unico Signore del cosmo e della storia, senza il quale ogni costruzione umana rischia di vanificarsi nel nulla. La liturgia, vissuta nel suo vero spirito, è sempre la scuola fondamentale per vivere la fede cristiana, una fede «teologale», che vi coinvolge in tutto il vostro essere – spirito, anima e corpo – per farvi diventare pietre vive nella costruzione della Chiesa e collaboratori della nuova evangelizzazione. In modo particolare, nell’Eucaristia, il Dio vivente si rende così vicino, da farsi cibo che sostiene il cammino, presenza che trasforma col fuoco del suo amore.
Cari amici, viviamo in un contesto in cui spesso incontriamo l’indifferenza verso Dio. Ma penso che nel profondo di quanti – anche tra i vostri coetanei – vivono la lontananza da Dio, ci sia una interiore nostalgia di infinito, di trascendenza. A voi il compito di testimoniare nelle aule universitarie il Dio vicino, che si manifesta anche nella ricerca della verità, anima di ogni impegno intellettuale. A tale proposito esprimo il mio compiacimento e il mio incoraggiamento per il programma di pastorale universitaria dal titolo: «Il Padre lo vide da lontano. L’oggi dell’uomo, l’oggi di Dio», proposto dall’Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato di Roma. La fede è la porta che Dio apre nella nostra vita per condurci all’incontro con Cristo, nel quale l’oggi dell’uomo si incontra con l’oggi di Dio. La fede cristiana non è adesione ad un dio generico o indefinito, ma al Dio vivo che in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, è entrato nella nostra storia e si è rivelato come il Redentore dell’uomo. Credere significa affidare la propria vita a Colui che solo può darle pienezza nel tempo e aprirla ad una speranza oltre il tempo.
Riflettere sulla fede, in quest’Anno della fede, è l’invito che desidero rivolgere a tutta la comunità accademica di Roma. Il continuo dialogo tra le Università statali o private e quelle pontificie lascia sperare in una presenza sempre più significativa della Chiesa nell’ambito della cultura non solo romana, ma italiana ed internazionale. Le Settimane culturali e il Simposio internazionale dei docenti che si svolgerà a giugno prossimo, saranno un esempio di questa esperienza, che spero possa realizzarsi in tutte le città universitarie dove sono presenti atenei statali, privati e pontifici.
Cari amici, «colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1 Ts 5,24); farà di voi annunciatori della sua presenza. Nella preghiera di questa sera incamminiamoci idealmente verso la grotta di Betlemme per gustare la vera gioia del Natale: la gioia di accogliere al centro della nostra vita, sull’esempio della Vergine Maria e di san Giuseppe, quel Bambino che ci ricorda che gli occhi di Dio sono aperti sul mondo e su ogni uomo (cfr Zc 12,4). Gli occhi di Dio sono aperti su di noi perché Lui è fedele al suo amore! Solo questa certezza può condurre l’umanità verso traguardi di pace e di prosperità, in questo momento storico delicato e complesso. Anche la prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro sarà per voi giovani universitari una grande occasione per manifestare la fecondità storica della fedeltà di Dio, offrendo la vostra testimonianza e il vostro impegno per il rinnovamento morale e sociale del mondo. La consegna dell’Icona di Maria Sedes Sapientiae alla delegazione universitaria brasiliana da parte della Cappellania universitaria di Roma Tre, che quest’anno celebra il suo ventennale, è un segno di questo comune impegno di voi giovani universitari di Roma.
A Maria, Sede della Sapienza, affido tutti voi e i vostri cari; lo studio, l’insegnamento, la vita degli Atenei; specialmente l’itinerario di formazione e di testimonianza in questo Anno della fede. Le lampade che porterete nelle vostre cappellanie siano sempre alimentate dalla vostra fede umile ma piena di adorazione, perché ciascuno di voi sia una luce di speranza e di pace nell’ambiente universitario.
Amen.

Publié dans:PAPA BENEDETTO: OMELIE |on 3 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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