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Vita dopo la morte: Dan 12,1-4 nel contesto di Dan 10–12

 http://www.cjconroy.net/pr-it/pr6da-t12a.htm

Profezia e apocalittica: secondo semestre 2006-07

Charles Conroy

Vita dopo la morte: Dan 12,1-4 nel contesto di Dan 10–12

L’interesse particolare di Dan 12,1-4 sta nel fatto che si tratta del primo testo biblico che parla chiaramente di una risurrezione di alcuni individui (però ci sono testi più antichi nel libro extra-biblico 1 Enoch che parlano di un giudizio dopo la morte e di risurrezione). Le idee tradizionali del destino indifferenziato dei morti nello Sheol erano ancora correnti nei primi decenni del secondo sec. a.Cr., come si può vedere nel Siracide: « Negli inferi infatti chi loderà l’Altissimo / al posto di viventi e di quanti gli rendono lode? // Da un morto, che non è più, la riconoscenza si perde / chi è vivo e sano loda il Signore » (Sir 17,22-23 [in alcune versioni: vv. 26-27]). Cf. ancora Atti 23,6-10.

I punti principali della lezione sono:
Il contesto del brano: la visione apocalittica di Dan 10–12
Lettura di Dan 12,1-4
Ci sono due pagine di bibliografia per questa lezione: alcuni studi su Dan 10–12 e una scelta di titoli sul tema « risurrezione nell’AT ».
1.   La visione apocalittica di Dan 10–12
Si tratta dell’unità apocalittica più lunga del libro di Daniele, dove il messaggio del libro arriva alla sua formulazione più forte. Nelle grandi linee si può parlare di una struttura in tre parti: prima (1.1) un prologo dove si racconta (« cornice narrativa ») la preparazione per la comunicazione della rivelazione (10,1–11,1); poi (1.2) il contenuto della rivelazione del futuro (11,2–12,4); infine (1.3) un epilogo (12,5-13) dove c’è una discussione sulla durata del tempo prima della « fine ».
1.1     Il prologo: la preparazione per la rivelazione (10,1–11,1)
1.1.1   La situazione della rivelazione (10,1)
La voce di un narratore si sente brevemente a 10,1 (cf. 7,1) e poi il testo passa alla voce di Daniele che racconta la visione in prima persona (10,2–12,13), come è normale nei testi apocalittici. La visione viene datata al « terzo anno di Ciro », cioè, del dominio di Ciro su Babilonia (dunque nel 536 a.Cr.), esattamente 70 anni dopo la deportazione di Daniele da Giuda nel terzo anno del re Ioiakim (606 a.Cr.): forse un modo di dire che si tratta della visione più « perfetta » e significativa.
Notiamo anche l’uso esplicito del verbo « rivelare » (… GLH) col sostantivo « parola » a 10,1; il sintagma, che non si trova nei Profeti posteriori, ha il suo parallelo più vicino a 1 Sam 3,7.
1.1.2   Daniele si prepara alla rivelazione (10,2-3.12)
I riti penitenziali (o secondo alcuni, riti di lutto) di cui parlano questi versetti costituiscono anche una supplica per la luce soprannaturale necessaria per capire una rivelazione divina: cf. 10,12 « … dal primo giorno in cui ti sei sforzato di intendere, umiliandoti davanti a Dio … ». Notiamo l’insistenza sul « capire, intendere » qui (??? BYN; il verbo si trova due volte in 10,1 e 12 volte nell’insieme di Dan 10–12).
1.1.3   L’epifania dell’angelo mediatore-interprete (10,4-6)
Anche se il v. 5 lo presenta come « uomo », è chiaro che si tratta di un angelo di alto rango (cf. la sua associazione con Michele nel 10,13). Non viene nominato, a differenza di Dan 8 e Dan 9 dove l’angelo mediatore è chiamato Gabriele. Alcuni commentatori pensano che si tratti di Gabriele anche qui nel cap. 10, mentre altri preferiscono lasciarlo anonimo. In ogni caso l’influsso di Ez 1 e 9-10 è chiaro nella descrizione dell’angelo di Dan 10,5-6 (che poi influirà sulla descrizione di Cristo glorificato in Apoc 1,13-16 e 2,18).
1.1.4   L’impatto dell’epifania su Daniele (10,7-19)
Solo Daniele vede la visione, e non i suoi compagni, che però si rendono conto della presenza di qualcosa di soprannaturale e fuggono (cf. Atti 9,7 e 22,9). L’importanza della visione viene sottolineata dal motivo di un triplice crollo fisico di Daniele (vv. 8-9.15.16b-17) e di un triplice intervento angelico per ridare forza a Daniele (vv. 10-11.16.18-19). Questo motivo della debolezza del ricevente umano è tipico di parecchi testi apocalittici (Dan 7,28; 8,17-18; 1 Enoch 14,13-14; Apoc 1,17: cf. già Ez 1,28 e 3,14-15).
1.1.5   Il motivo di guerre celesti (10,13.20-21; 11,1)
Diverse volte nella conversazione fra Daniele e l’angelo (prima della rivelazione propriamente detta) si menzionano guerre fra angeli, che sono gli angeli protettori di regni o popoli terrestri. Michele è l’angelo protettore di Israele (« il vostro principe » 10,21), e sta lottando prima contro « il principe [cioè l'angelo] di Persia » e poi contro « il principe della Grecia ». Il significato di questo è di far capire ai lettori che Israele (in quel momento storico un popolo assoggettato e debolissimo) ha un grande protettore celeste capace di battere i protettori delle grandi potenze dominatrici come la Persia e la Grecia. Sapere questo è certamente un forte motivo di fiducia per i lettori ebrei.
1.2     Il contenuto della rivelazione del futuro (11,2–12,4)
La rivelazione è contenuta nel « libro della verità » (10,21); riguarda la situazione del popolo di Daniele « negli ultimi tempi » (10,14); viene manifestata adesso (11,2) dall’angelo. Tutto, cioè, è previsto; il Dio di Israele è il Signore incontestato della storia del mondo e degli imperi sino alla fine dei tempi. La rivelazione inizia (1.2.1) con una parte più sintetica, prosegue descrivendo più in dettaglio (1.2.2) il regno di Antioco IV, e arriva al suo culmine (1.2.3) nell’annuncio degli avvenimenti trascendentali della fine dei tempi.
1.2.1   Dall’epoca del dominio persiano fino al re Seleuco IV (187-175) (11,2-20)
Un breve accenno agli ultimi re persiani (v.2) e ad Alessandro Magno (vv.3-4) apre questa sezione, che si interessa principalmente delle guerre fra i re ellenistici « del sud » (i Tolemei di Egitto) e quelli « del nord » (i Seleucidi della Siria e dei territori vicini) durante il terzo sec. a.Cr. Questi re non vengono nominati ma, per chi conosce la storia del terzo sec. a.Cr. da altre fonti, la descrizione degli avvenimenti basta per identificare i personaggi e le vicende nei vari versetti. Il personaggio più importante qui è Antioco III Magno (r. 223-187), le cui vicende sono presentate nei vv.10-19. Quasi tutto ciò che si dice qui è d’accordo con ciò che si sa della storia del tempo da fonti extra-bibliche. Notiamo in particolare il v.14 dove si parla di un coinvolgimento di una fazione violenta degli ebrei nella lotta fra Tolemei e Seleucidi; la divisione interna della comunità è chiara (l’autore di v.14 non approva le azioni violente di questo gruppo), anche se i commentatori non sono d’accordo sull’identità precisa del gruppo in questione (pro-Tolemei o pro-Seleucidi).
1.2.2   Il re Antioco IV Epifane (175-164) (11,21-45)
La presentazione di questo re nei vv.21ss è formulata (come vv.2-20) in termini leggermente vaghi (però chiari per chi già conosce la storia di quei tempi) e costituisce indubbiamente l’interesse storico principale dell’autore. Anticipiamo una conclusione importante: gli avvenimenti descritti nei vv.21-39 (1.2.2.1) corrispondono a ciò che si sa della storia di quegli anni da altre fonti bibliche e extra-bibliche, mentre non è così per ciò che viene detto nei vv.40-45 (1.2.2.2). Notiamo alcuni dettagli della presentazione.
1.2.2.1     Gli avvenimenti fino alla persecuzione dell’anno 167 (vv. 21-39)
Dopo un accenno decisamente ostile all’accessione al trono e ai primi anni del regno di Antioco (vv.21-24), vengono presentate le sue campagne militari contro i Tolemei di Egitto (vv.25-30a) che finirono bruscamente a causa di un ultimatum dei Romani (i « Kittim » del v.30) che imponevano la ritirata ad Antioco. Poi nei vv.30b-35 viene descritta la persecuzione ordinata dal re umiliato contro la comunità giudaica. Si menziona in particolare la profanazione del Tempio di Gerusalemme, dove il re ordinò la costruzione di un altare pagano sopra l’altare degli olocausti (probabile interpretazione del « abominio della desolazione » del v. 31).
A diverse riprese il testo nota le divisioni all’interno della comunità giudaica. Da una parte ci sono « coloro che avranno abbandonato la santa alleanza » (v.30 e similmente v.32), cioè il gruppo di ebrei ellenizzanti radicali; dall’altra parte c’è « il popolo di quanti riconoscono il proprio Dio » (v.32), che si oppongono alle azioni del re. Di quest’ultimo gruppo il testo insiste su un componente particolare, « i più saggi tra il popolo » (v.33: CEI), che cercano di far capire al resto del popolo la loro situazione; alcuni di questi saggi cadono vittime della persecuzione (vv.33-35). C’è un’espressione curiosa nel v.34 dove si dice che i saggi nelle loro difficoltà riceveranno « un po’ di aiuto » da altri non meglio specificati; di solito viene interpretata come un riferimento (non molto entusiasta) alla resistenza armata portata avanti dai Maccabei. Sembra che i « saggi » (e con essi l’autore del testo, che forse era uno di loro) preferivano la resistenza passiva.
Poi i vv.36-39 tornano alla descrizione del re Antioco, la sua auto-esaltazione e le sue bestemmie contro « il Dio degli dèi ». Con insistenza però il testo sottolinea diverse volte che il re « avrà successo finchè non sarà colma l’ira: poichè ciò che è stato determinato si compirà » (v.36). I « tempi » della storia sono completamente sotto il controllo di Dio (cf. anche i vv.24, 27, 29, 33, 35). Così i fedeli che nel presente soffrono la persecuzione possono avere la certezza che il persecutore fallirà nel suo tentativo di cancellare la comunità dei fedeli del Dio di Israele. Per questo vengono incoraggiati a perseverare nella fedeltà e a sperare in Dio nonostante tutto.
1.2.2.2     Il « tempo della fine » per Antioco (11,40-45)
Il testo annuncia « il tempo della fine » (v.40). Ci sarà una grande battaglia fra il re d’Egitto e Antioco; quest’ultimo vincerà nell’Egitto e nella Palestina ma notizie preoccupanti lo costringeranno a ritornare verso il nord. Mentre è ancora accampato nella Palestina, « fra il mare e il bel monte santo [il riferimento è al monte del Tempio] poi giungerà alla fine e nessuno verrà in suo aiuto » (v.45). Sembra proprio che il v.45 annunci che Antioco morirà in Palestina. Questo annuncio, a differenza dei vv.21-39, non corrisponde a ciò che conosciamo della morte di Antioco, sia da fonti bibliche (1 Mac 6,1-6; 2 Mac 1,14-16; 9,1-29) che da fonti extra-bibliche (cf. i commentari). Queste fonti, nonostante alcune divergenze nei dettagli, sono d’accordo nel dire che Antioco morì nella Persia verso la fine dell’anno 164 dove si era recato per saccheggiare un tempio.
Parecchi commentatori concludono che la composizione di Dan 10-12 (e anche della forma finale di Dan 1-12 come tutto) è da situarsi dopo l’inizio della persecuzione di Antioco nel 167 (descrizione esatta) ma prima della sua morte nel 164 (descrizione non più esatta).
1.2.3   Gli avvenimenti trascendentali del « tempo della fine » (12,1-4)
La rivelazione raggiunge il suo culmine in questi versetti, dove gli aspetti trascendentali sono al centro, in particolare la questione di una risurrezione dai morti per alcuni almeno. Un commento più dettagliata verrà offerto sotto.
1.3     L’epilogo del racconto (12,5-13)
In questi versetti si ritorna alla cornice narrativa (cf. 10,1–11,1). Daniele assiste ad una discussione fra personaggi anonimi (angeli evidentemente) riguardante il calcolo del tempo della fine. Nell’ultimo versetto Daniele riceve la promessa confortante di una risurrezione personale: « Tu, va’ pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni » (12,13).

2.   Lettura più dettagliata di Dan 12,1-4
Versione CEI (prima edizione)

[1a] Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe,
[1b] che vigila sui figli del tuo popolo.
[1c] Vi sarà un tempo di angoscia,
[1d] come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo;
[1e] in quel tempo sarà salvato il tuo popolo,
[1f] chiunque si troverà scritto nel libro.
[2a] Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno:
[2b] gli uni alla vita eterna
[2c] e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.
[3a] I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento;
[3b] coloro che avranno indotto molti alla giustizia
[3c] risplenderanno come le stelle per sempre.
[4a] Ora tu, Daniele, chiudi queste parole
[4b] e sigilla questo libro,
[4c] fino al tempo della fine:
[4d] allora molti lo scorreranno
[4e] e la loro conoscenza sarà accresciuta».

12,1
« In quel tempo … » (1a): cioè il tempo della morte del re persecutore (11,40-45) fa parte del dramma escatologico, « il tempo della fine » (11,40; 12,4). Ci sarà grande tribolazione ma poi verrà la salvezza dei fideli del popolo di Daniele. Notiamo come il termine « tempo » ricorre quattro volte nel 12,1.                               
Secondo la presentazione del testo dunque la morte del re Antioco coincide con l’inizio degli ultimi eventi. Cronologicamente non era così di fatto. Dove sta la verità di questo testo? Il valore di verità in questo testo, e in testi escatologici simili altrove nella Bibbia, non sta nella precisione cronologica delle predizioni del futuro ma piuttosto nella convinzione religiosa che il male non trionferà in ultima analisi e che i fedeli di Dio verranno certamente premiati per le loro sofferenze.         
Michele, già menzionato come angelo protettore di Israele in Dan 10,13-21, ritorna qui con una funzione particolare: « che vigila sui figli del tuo popolo » (1b CEI: letteralmente « che sta sopra … »). L’espressione ebraica potrebbe avere una connotazione giudiziale: « stare come in tribunale per difendere qualcuno o per eseguire la sentenza della corte ». Effettivamente i versetti seguenti 12,2-3 implicano il grande giudizio escatologico. Si può paragonare anche la scena giudiziale della visione apocalittica di Dan 7.
Nel « tempo di angoscia » (1c), che fa parte del motivo tipicamente apocalittico delle tremende tribolazioni degli ultimi tempi (cf. Marco 13,19.24 par.), ci sarà un esito favorevole per il popolo di Daniele (1e); non indistintamente per tutti gli ebrei però, ma per chiunque di loro « si troverà scritto nel libro » (1f). Notiamo qui una doppia restrizione: il testo si interessa del popolo di Daniele, non di altri popoli, e afferma la salvezza soltanto per quegli ebrei i cui nomi si troveranno nel libro – presumibilmente il « libro della vita » (per il concetto cf. per es. Esod 32,32-33; Is 4,3; 65,6; Sal 69,29), qui con un senso escatologico nuovo grazie al contesto.        
La salvezza annunciata nel v.1e-f sembra che riguardi gli ebrei che saranno in vita negli ultimi tempi. Ma quale sarà la situazione degli ebrei fideli che saranno già morti prima? Saranno esclusi da questa salvezza? A questa domanda risponde il v.2.

12,2              
La maggior parte degli studiosi sostiene che Dan 12,2 sia l’unico testo nella Bibbia ebraica che parli chiaramente di una risurrezione dai morti per alcune persone almeno. Il linguaggio del versetto ha contatti importanti con Is 26,19 – un testo filologicamente molto difficile che nella versione CEI suona così: « Ma di nuovo vivranno i tuoi morti, / risorgeranno i loro cadaveri. / Si sveglieranno ed esulteranno / quelli che giacciono nella polvere… » Notiamo qui in particolare il verbo « svegliarsi » e il sostantivo « polvere », che si ritrovano in Dan 12,2. Mentre Is 26,19 viene per lo più interpretato come un’espressione metaforica per la restaurazione nazionale del popolo (come Ez 37,1-14 nel suo strato più antico almeno), Dan 12,2 si serve del linguaggio del testo profetico per comunicare una nuova speranza, cioè, la risurrezione dai morti per certi individui. Però accanto ad elementi chiari il versetto contiene diverse difficoltà interpretative.        
Ciò che è chiaro lo troviamo nel v.2a. La metafora « dormire » per « essere morto » è comune nella Bibbia (per es. Ger 51,39.57; Sal 13,4; Giobbe 3,13) e nelle culture intorno a Israele (dove è particolarmente frequente in testi greci dell’epoca ellenistica). L’espressione « nella terra di polvere » (CEI inverte i termini nella versione « nel polvere della terra ») si riferisce allo Sheol, il mondo dei morti nell’antropologia semitica (c’è un sintagma accadico « casa di polvere » per indicare appunto il mondo dei morti). E il verbo « svegliare » si trova nel senso di un « tornare alla vita dalla morte » in 2 Re 4,31 e Is 26,19 (già menzionato). Dunque il v.2a annuncia una vita nuova per persone già morte. Ma chi sono precisamente? A questo punto entriamo nelle difficoltà interpretative del versetto [cf. testo del versetto in trascrizione].
Prima c’è il sintagma « molti dei dormienti… ». Il termine « molti » in alcuni testi biblici può avere un senso inclusivo, indicando cioè una grande moltitudine senza connotare l’esclusione di alcuno: così per esempio in Marco 14,24 (« questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti »). Alcuni pochi esegeti hanno proposto questo senso inclusivo anche per Dan 12,2, dove allora « molti » significherebbe o « tutti i morti » o almeno « tutti gli Israeliti morti ». Però ci sono due argomenti pesanti contro questa interpretazione nel caso presente. (1) In Dan 12,2 il termine « molti » è seguito da una preposizione min, che in espressioni di questo genere normalmente ha un senso partitivo (indicando dunque una parte di una totalità), per cui i « molti » sono solo una parte e gli altri della totalità non sono compresi nel verbo « si sveglieranno ». (2) Altrove in Dan tutte le ricorrenze del termine « molti » si riferiscono a gruppi particolari e non a tutto il popolo (si tratta di dodici testi tutti nei capp. 8-12, tre dei quali in 12,1-4). Si capisce allora perchè una larga maggioranza di commentatori sostiene che v.2a annunci un ritorno alla vita per alcuni ma non per tutti, una risurrezione limitata, non una risurrezione generale.                                    
Poi ci sono le due « destinazioni » (2b-c): « la vita eterna » (2b: il solo testo nella Bibbia ebraica con questo sintagma) e « la vergogna e l’infamia eterna » (2c: dove il termine « infamia » ricorre altrove solo in Is 66,24). Chi sono quelli che andranno all’una e all’altra di queste destinazioni? E nei due casi si tratta di una risurrezione? Gli studiosi si dividono di fronte a queste domande. Sinteticamente distinguiamo due tipi di interpretazione.
Tipo A (quello più comune): Molti si sveglieranno (= risorgeranno). Di questi, alcuni risorgeranno alla vita eterna (nel contesto, gli ebrei fedeli che sono morti nella persecuzione di Antioco), mentre altri risorgeranno ad un castigo esemplare (gli ebrei apostati nella persecuzione, e forse anche i persecutori pagani). Il testo non si preoccupa direttamente di altre persone dei tempi precedenti o successivi; non esclude una risurrezione per loro ma non l’afferma neanche.
Tipo B (minoritario ma difeso anche da studiosi recenti e contemporanei come Alfrink e altri): Molti si sveglieranno (= risorgeranno) e si sveglieranno alla vita eterna (gli ebrei fedeli morti nella persecuzione). Gli altri, che non risorgeranno, rimarranno nella vergogna e infamia dello Sheol (gli ebrei apostati). Secondo questa linea di interpretazione, dunque, « quelli » e « quelli » del v.2b-c non sono due sottocategorie di risuscitati ma indicano « i risuscitati » e « i non-risuscitati »; in altre parole il versetto annuncia solo una risurrezione dei giusti (cf. 1 Enoch 7; 2 Mac 7,7-23; 12,38-46; 14,45-46).
Il Tipo A è preferito dalla maggioranza soprattutto per la difficoltà filologica di spiegare la coppia di termini « quelli » … « e quelli » nel senso dell’interpretazione di Tipo B.

12,3
Nell’annuncio della risurrezione uno splendore particolare è annunciato per « i saggi … coloro che avranno indotto molti alla giustizia ». Questa categoria di persone è stata già menzionata in Dan 11,33.35 dove si dice anche che alcuni di essi hanno subito il martirio. Qui notiamo in particolare un contatto molto interessante fra Dan 12,3 e Is 52,13–53,12 (il « Quarto Canto » del servo): il sintagma « rendere giusto, indurre alla giustizia » [S?DQ Hif] più il termine « molti » come complemento oggetto si trova in Is 53,11 (« il giusto mio servo giustificherà molti ») e Dan 12,3 (« i saggi … che avranno indotto molti alla giustizia »), e in nessun altro testo della Bibbia ebraica. Sembra proprio che Dan 12,3 voglia attribuire ai saggi del tempo di Antioco il ruolo del servo sofferente di Is 53; forse l’interpretazione-applicazione più antica della figura del servo sofferente.

12,4
Qui finisce la rivelazione del futuro (11,2–12,4). Notiamo solo dalla prima parte del versetto il motivo di segretezza (4a-b: parole chiuse e libro sigillato). Si ritorna al « Daniele del testo », e dunque al sesto sec. a.Cr. La rivelazione fatta in quel tempo deve essere mantenuta segreta « fino al tempo della fine » (4c), cioè, al tempo intorno alla persecuzione di Antioco nel secondo sec. a.Cr., il tempo dei primi lettori reali. Questo motivo di segretezza è un’esigenza del procedimento di pseudonimia, che è tipico di molte opere apocalittiche e anche del libro di Daniele. Tralasciamo qui l’ultima parte del versetto (4d-e) a causa delle difficoltà filologiche notevoli del testo ebraico.     

Omelia XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: Le mie parole non passeranno

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=16653

Le mie parole non passeranno

mons. Gianfranco Poma

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (15/11/2009)

Vangelo: Mc 13,24-32  

Con questa domenica, XXXIII del tempo ordinario, concludiamo la lettura del Vangelo di Marco che ci ha accompagnato per tutto questo anno liturgico. Questo Vangelo è tutto concentrato sulla formazione dei discepoli di Gesù. In una mirabile sintesi, il progetto formativo di Gesù, è descritto in questi termini: « Formò i Dodici perché stessero con Lui e per mandarli ad annunciare con l’autorità di scacciare i demoni » (Mc.3,14-15). Il centro di tutto è lo « stare con Lui », vivere un’esperienza di condivisione totale che genera l’identificazione con Lui. San Paolo esprimerà lo stesso concetto affermando: « Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal.2,20). San Paolo parla di fede: anche per il Vangelo di Marco la preoccupazione fondamentale è l’educazione alla fede, che significa lasciarsi incontrare da Gesù, lasciarsi afferrare da Lui, affidare a Lui tutta la propria vita, lasciarsi trasformare in Lui. E la conseguenza della fede in Lui è la missione: chi si è lasciato afferrare da Lui non può non andare ad annunciarlo e a mostrare che da Lui viene una forza capace di vincere il male. Tutto il Vangelo di Marco ci mostra la raffinatezza dell’azione educatrice di Gesù senza nascondere la difficoltà sperimentata dai discepoli nel seguirlo: l’identità di Gesù si rivela gradualmente sino a raggiungere il momento culminante nella Croce; ai discepoli chiamati ad affidarsi a Lui, chiede di seguirlo fidandosi di Lui, mentre appare sempre più evidente la sua estraneità ad ogni progetto di potere ogni tipo. L’esperienza che egli propone è di una adesione a Lui, assolutamente libera da ogni strumentalizzazione: Marco sottolinea continuamente che « essi non capivano ». Solo l’incontro con Gesù risorto illuminerà la loro mente e riscalderà il loro cuore per poter comprendere che cosa significhi « stare con Lui ed essere mandati ad annunciare ».
Il brano che oggi leggiamo, Mc.13,24-32, è solo una piccola parte di un capitolo di estrema importanza nell’itinerario formativo dei discepoli: contiene il discorso « escatologico » che riguarda « le cose ultime », certamente non facile da comprendere per il genere « apocalittico » con cui si esprime, fatto di simboli che richiedono di essere interpretati con grande attenzione. La « apocalisse » è la « rivelazione » da parte di Gesù del senso della storia, è il « togliere il velo » da ciò che è nascosto. Alla vigilia della sua Passione, Gesù vuole portare a compimento l’opera di formazione dei suoi discepoli: lungo tutto il Vangelo, gradualmente, egli ha tolto a loro ogni illusione, non vuole che seguano Lui perché compie i miracoli, non vuole che lo vedano come il Messia potente, ha ripetuto per tre volte l’annuncio di ciò che lo attende a Gerusalemme, la folla lo abbandona, i potenti religiosi e politici lo condannano, eppure continua a chiedere che « stiano con Lui »: come è possibile? Pietro aveva proclamato: « Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito (Mc.10,28): che cosa ne verrà a noi?(Matt.19,27) ».
Sono le grandi domande che non possono mancare nel cammino dell’uomo credente: perché seguire Gesù se tutta la sua opera lo conduce alla croce? Perché fidarsi di Lui se la sua avventura storica finisce in una tenebra fitta che avvolge il mondo intero (Mc.15,33) e le sue ultime parole sono un grido di angoscia: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mc.15,34) Perché credere in Dio, il Padre che ci ama, nella drammatica fragilità della storia?
Ma si innesta proprio in questo la sua « rivelazione »: « In quei giorni, dopo quella tribolazione… ». Con il linguaggio tipico del genere apocalittico, con espressioni prese da testi dell’Antico Testamento, in una descrizione solo apparentemente narrativa degli avvenimenti finali, Gesù parla in realtà del fine della storia e del senso della creazione: « …dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà… » Nei versetti precedenti, il Vangelo ha parlato di avvenimenti accaduti in Giudea talmente drammatici da assumere una rilevanza per il mondo intero: essi sono percepiti come eventi che simbolicamente rappresentano la fine di tutto il creato e della storia: « ..il sole si oscurerà… »: in modo simbolico viene descritta la distruzione dell’ordine della creazione (Gen.1-3), come se i fondamenti stessi dell’universo fossero minati.
Eppure, annuncia Gesù, proprio quando il mondo creato sembra prossimo alla sua disfatta, interviene una forza dall’alto: « allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con potenza… » E’ questa la grande « rivelazione », il « lieto annuncio » finale, che toglie il velo a ciò che è nascosto: proprio nella fragilità del mondo creato da Dio, nella drammaticità della storia che può raggiungere livelli tali da minarne i fondamenti stessi, appare una presenza capace di mantenere in vita e di rinnovare ciò che sembrerebbe finire. Gesù rivela ai suoi discepoli che la sua fragilità, il suo fallimento, il suo dramma è la partecipazione al dramma della storia: ma proprio in questo si manifesta l’Amore di Dio per il mondo. Questo mondo drammatico, questo uomo fragile è comunque amato da Dio: Gesù ne è la manifestazione. Ecco perché Gesù chiede ai suoi discepoli di « stare con Lui » nonostante tutto: egli non è segno di potenza in un mondo fragile, è segno di Amore che tiene in vita ciò che sembrerebbe essere vicino alla morte. La fede che Gesù chiede ai suoi discepoli è la capacità nuova di « vedere » l’Amore, vedere Lui che dona la vita, proprio là dove gli occhi umani vedrebbero solo fallimento e distruzione. E la missione che egli affida a loro è di essere annunciatori efficaci del suo Amore nella drammaticità della storia: anche dove tutto sembra distrutto il « lieto annuncio » è certezza di risurrezione. La fede nasce quando guardando la croce « vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con potenza e gloria grande »: dentro la croce sta la forza del Padre che fa risorgere il Figlio ». E la missione consiste nel vedere la gloria del Figlio dell’uomo nella croce continua della storia: « egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo ». Mentre la fragilità del creato e la drammaticità della storia sembra condurre alla distruzione, è operante una forza di Amore che aggrega, costruisce, vivifica. Certo è fede vedere la gloria dentro la fragilità della carne: ma è questo l’insondabile mistero di Dio, mistero di infinito Amore che si annienta e si incarna. Gesù ci invita a credere, a educare la nostra fede, ad essere attenti per vedere con occhi di fede gli eventi della storia: « …imparate la parabola…quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte ». Gesù ci avverte: ogni generazione è messa alla prova. Ma ci assicura: « il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno ».

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St. Albert the Great, bishop, confessor and doctor

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BENEDETTO XVI: SANT’ALBERTO MAGNO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100324_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

SANT’ALBERTO MAGNO

Mercoledì, 24 marzo 2010  

Cari fratelli e sorelle,

uno dei più grandi maestri della teologia medioevale è sant’Alberto Magno. Il titolo di “grande” (magnus), con il quale egli è passato alla storia, indica la vastità e la profondità della sua dottrina, che egli associò alla santità della vita. Ma già i suoi contemporanei non esitavano ad attribuirgli titoli eccellenti; un suo discepolo, Ulrico di Strasburgo, lo definì “stupore e miracolo della nostra epoca”.
Nacque in Germania all’inizio del XIII secolo, e ancora molto giovane si recò in Italia, a Padova, sede di una delle più famose università del Medioevo. Si dedicò allo studio delle cosiddette “arti liberali”: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica, cioè della cultura generale, manifestando quel tipico interesse per le scienze naturali, che sarebbe diventato ben presto il campo prediletto della sua specializzazione. Durante il soggiorno a Padova, frequentò la chiesa dei Domenicani, ai quali poi si unì con la professione dei voti religiosi. Le fonti agiografiche lasciano capire che Alberto maturò gradualmente questa decisione. Il rapporto intenso con Dio, l’esempio di santità dei Frati domenicani, l’ascolto dei sermoni del Beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico nella guida dell’Ordine dei Predicatori, furono i fattori decisivi che lo aiutarono a superare ogni dubbio, vincendo anche resistenze familiari. Spesso, negli anni della giovinezza, Dio ci parla e ci indica il progetto della nostra vita. Come per Alberto, anche per tutti noi la preghiera personale nutrita dalla Parola del Signore, la frequenza ai Sacramenti e la guida spirituale di uomini illuminati sono i mezzi per scoprire e seguire la voce di Dio. Ricevette l’abito religioso dal beato Giordano di Sassonia.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, i Superiori lo destinarono all’insegnamento in vari centri di studi teologici annessi ai conventi dei Padri domenicani. Le brillanti qualità intellettuali gli permisero di perfezionare lo studio della teologia nell’università più celebre dell’epoca, quella di Parigi. Fin da allora sant’Alberto intraprese quella straordinaria attività di scrittore, che avrebbe poi proseguito per tutta la vita.
Gli furono assegnati compiti prestigiosi. Nel 1248 fu incaricato di aprire uno studio teologico a Colonia, uno dei capoluoghi più importanti della Germania, dove egli visse a più riprese, e che divenne la sua città di adozione. Da Parigi portò con sé a Colonia un allievo eccezionale, Tommaso d’Aquino. Basterebbe solo il merito di essere stato maestro di san Tommaso, per nutrire profonda ammirazione verso sant’Alberto. Tra questi due grandi teologi si instaurò un rapporto di reciproca stima e amicizia, attitudini umane che aiutano molto lo sviluppo della scienza. Nel 1254 Alberto fu eletto Provinciale della “Provincia Teutoniae” – teutonica – dei Padri domenicani, che comprendeva comunità diffuse in un vasto territorio del Centro e del Nord-Europa. Egli si distinse per lo zelo con cui esercitò tale ministero, visitando le comunità e richiamando costantemente i confratelli alla fedeltà, agli insegnamenti e agli esempi di san Domenico.
Le sue doti non sfuggirono al Papa di quell’epoca, Alessandro IV, che volle Alberto per un certo tempo accanto a sé ad Anagni – dove i Papi si recavano di frequente – a Roma stessa e a Viterbo, per avvalersi della sua consulenza teologica. Lo stesso Sommo Pontefice lo nominò Vescovo di Ratisbona, una grande e famosa diocesi, che si trovava, però, in un momento difficile. Dal 1260 al 1262 Alberto svolse questo ministero con infaticabile dedizione, riuscendo a portare pace e concordia nella città, a riorganizzare parrocchie e conventi, e a dare nuovo impulso alle attività caritative.
Negli anni 1263-1264 Alberto predicava in Germania ed in Boemia, incaricato dal Papa Urbano IV, per ritornare poi a Colonia e riprendere la sua missione di docente, di studioso e di scrittore. Essendo un uomo di preghiera, di scienza e di carità, godeva di grande autorevolezza nei suoi interventi, in varie vicende della Chiesa e della società del tempo: fu soprattutto uomo di riconciliazione e di pace a Colonia, dove l’Arcivescovo era entrato in duro contrasto con le istituzioni cittadine; si prodigò durante lo svolgimento del II Concilio di Lione, nel 1274, convocato dal Papa Gregorio X per favorire l’unione con i Greci, dopo la separazione del grande scisma d’Oriente del 1054; egli chiarì il pensiero di Tommaso d’Aquino, che era stato oggetto di obiezioni e persino di condanne del tutto ingiustificate.
Morì nella cella del suo convento della Santa Croce a Colonia nel 1280, e ben presto fu venerato dai confratelli. La Chiesa lo propose al culto dei fedeli con la beatificazione, nel 1622, e con la canonizzazione, nel 1931, quando il Papa Pio XI lo proclamò Dottore della Chiesa. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente appropriato a questo grande uomo di Dio e insigne studioso non solo delle verità della fede, ma di moltissimi altri settori del sapere; infatti, dando uno sguardo ai titoli delle numerosissime opere, ci si rende conto che la sua cultura ha qualcosa di prodigioso, e che i suoi interessi enciclopedici lo portarono a occuparsi non solamente di filosofia e di teologia, come altri contemporanei, ma anche di ogni altra disciplina allora conosciuta, dalla fisica alla chimica, dall’astronomia alla mineralogia, dalla botanica alla zoologia. Per questo motivo il Papa Pio XII lo nominò patrono dei cultori delle scienze naturali ed è chiamato anche “Doctor universalis” proprio per la vastità dei suoi interessi e del suo sapere.
Certamente, i metodi scientifici adoperati da sant’Alberto Magno non sono quelli che si sarebbero affermati nei secoli successivi. Il suo metodo consisteva semplicemente nell’osservazione, nella descrizione e nella classificazione dei fenomeni studiati, ma così ha aperto la porta per i lavori futuri.
Egli ha ancora molto da insegnare a noi. Soprattutto, sant’Alberto mostra che tra fede e scienza non vi è opposizione, nonostante alcuni episodi di incomprensione che si sono registrati nella storia. Un uomo di fede e di preghiera, quale fu sant’Alberto Magno, può coltivare serenamente lo studio delle scienze naturali e progredire nella conoscenza del micro e del macrocosmo, scoprendo le leggi proprie della materia, poiché tutto questo concorre ad alimentare la sete e l’amore di Dio. La Bibbia ci parla della creazione come del primo linguaggio attraverso il quale Dio – che è somma intelligenza – ci rivela qualcosa di sé. Il libro della Sapienza, per esempio, afferma che i fenomeni della natura, dotati di grandezza e bellezza, sono come le opere di un artista, attraverso le quali, per analogia, noi possiamo conoscere l’Autore del creato (cfr Sap. 13,5). Con una similitudine classica nel Medioevo e nel Rinascimento si può paragonare il mondo naturale a un libro scritto da Dio, che noi leggiamo in base ai diversi approcci delle scienze (cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 31 Ottobre 2008). Quanti scienziati, infatti, sulla scia di sant’Alberto Magno, hanno portato avanti le loro ricerche ispirati da stupore e gratitudine di fronte al mondo che, ai loro occhi di studiosi e di credenti, appariva e appare come l’opera buona di un Creatore sapiente e amorevole! Lo studio scientifico si trasforma allora in un inno di lode. Lo aveva ben compreso un grande astrofisico dei nostri tempi, di cui è stata introdotta la causa di beatificazione, Enrico Medi, il quale scrisse: “Oh, voi misteriose galassie …, io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi stelle nelle mie mani, e tremando nell’unità dell’essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse, e in preghiera vi porgo al Creatore, che solo per mezzo mio voi stelle potete adorare” (Le opere. Inno alla creazione).
Sant’Alberto Magno ci ricorda che tra scienza e fede c’è amicizia, e che gli uomini di scienza possono percorrere, attraverso la loro vocazione allo studio della natura, un autentico e affascinante percorso di santità.
La sua straordinaria apertura di mente si rivela anche in un’operazione culturale che egli intraprese con successo, cioè nell’accoglienza e nella valorizzazione del pensiero di Aristotele. Ai tempi di sant’Alberto, infatti, si stava diffondendo la conoscenza di numerose opere di questo grande filosofo greco vissuto nel quarto secolo prima di Cristo, soprattutto nell’ambito dell’etica e della metafisica. Esse dimostravano la forza della ragione, spiegavano con lucidità e chiarezza il senso e la struttura della realtà, la sua intelligibilità, il valore e il fine delle azioni umane. Sant’Alberto Magno ha aperto la porta per la recezione completa della filosofia di Aristotele nella filosofia e teologia medioevale, una recezione elaborata poi in modo definitivo da S. Tommaso. Questa recezione di una filosofia, diciamo, pagana pre-cristiana fu un’autentica rivoluzione culturale per quel tempo. Eppure, molti pensatori cristiani temevano la filosofia di Aristotele, la filosofia non cristiana, soprattutto perché essa, presentata dai suoi commentatori arabi, era stata interpretata in modo da apparire, almeno in alcuni punti, come del tutto inconciliabile con la fede cristiana. Si poneva cioè un dilemma: fede e ragione sono in contrasto tra loro o no?
Sta qui uno dei grandi meriti di sant’Alberto: con rigore scientifico studiò le opere di Aristotele, convinto che tutto ciò che è realmente razionale è compatibile con la fede rivelata nelle Sacre Scritture. In altre parole, sant’Alberto Magno, ha così contribuito alla formazione di una filosofia autonoma, distinta dalla teologia e unita con essa solo dall’unità della verità. Così è nata nel XIII secolo una chiara distinzione tra questi due saperi, filosofia e teologia, che, in dialogo tra di loro, cooperano armoniosamente alla scoperta dell’autentica vocazione dell’uomo, assetato di verità e di beatitudine: ed è soprattutto la teologia, definita da sant’Alberto “scienza affettiva”, quella che indica all’uomo la sua chiamata alla gioia eterna, una gioia che sgorga dalla piena adesione alla verità.
Sant’Alberto Magno fu capace di comunicare questi concetti in modo semplice e comprensibile. Autentico figlio di san Domenico, predicava volentieri al popolo di Dio, che rimaneva conquistato dalla sua parola e dall’esempio della sua vita.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo il Signore perché non vengano mai a mancare nella santa Chiesa teologi dotti, pii e sapienti come sant’Alberto Magno e aiuti ciascuno di noi a fare propria la “formula della santità” che egli seguì nella sua vita: “Volere tutto ciò che io voglio per la gloria di Dio, come Dio vuole per la sua gloria tutto ciò che Egli vuole”, conformarsi cioè sempre alla volontà di Dio per volere e fare tutto solo e sempre per la Sua gloria.

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi: Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù, Fil 2,1-30

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi5.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della LETTERA AI FILIPPESI

Capitolo secondo

Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù, Fil 2,1-30

Dividiamo fondamentalmente questo capitolo in due parti: i vv. 1-18 e i vv. 19-30.

I versetti 1-18 sono a loro volta divisi in peri copi più brevi: una prima pericope è costituita dai primi quattro versetti ed è una seconda esortazione che Paolo dà ai cristiani di Filippi, dopo quella che abbiamo visto nei versetti finali del capitolo primo in ordine al combattimento per la fede.
Questi quattro versetti iniziali sono poi seguiti da un inno, al quale vengono collegati dal v. 5. L ‘inno, che occupa i vv. 6-11, è un inno che ha al centro il mistero del Cristo. Un inno cristologico che può anche leggersi in forma autonoma, cioè anche fuori dal contesto del capitolo secondo di questa lettera, al punto che si pensa addirittura sia un inno che Paolo ha già trovato proclamato nella comunità cristiana dei primi decenni e che ha assunto incorporandolo in questa lettera a sostegno di quanto sta dicendo ai fratelli di Filippi. Si può però anche pensare che Paolo lo abbia composto in prima perso­na, ma in forma tale da poter avere una sua fisionomia propria e indipendente dal contesto.
Tutto questo però a noi interessa relativamente, perché quel che interessa veramente è il significato che l’inno assume nel contesto della Lettera ai Filippesi. Quanto, infatti, è detto in questo inno è il fondamento di tutto quanto Paolo ha già detto e di quello che dirà nei versetti seguenti. 
Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (vv. 1-11) 
La comunione nello Spirito 
V. 1: “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione…” .
I primi quattro versetti sono un’esortazione alla concordia e alla stima reciproca dei cristiani: devono vivere in comunione profonda di pensiero e di vita; devono stimarsi gli uni gli altri, ponendo sempre il fratello al di sopra di sé.
Questo primo versetto è tipico del pensiero di Paolo perché sottolinea ed evidenzia il dato di partenza di ogni esortazione morale. Paolo sa di poter dare dei precetti, degli ordini, delle indicazioni, degli orientamenti ai fratelli, se alla radice della loro esistenza c’è la novità introdotta dal Signore: quindi, que­sto « se » che ci troviamo davanti non è dubitativo, perché quello che Paolo elenca è un dato evidente, frutto del dono di Dio in Gesù Cristo.
Tutto quanto è elencato in questo versetto c’è, esiste: è la gra­zia del Signore verso la sua Chiesa, verso i suoi discepoli, verso i figli del Padre suo.
Lo schema che sta sempre dietro al ragionamento di Paolo è questo: Dio ha fatto il dono ai cristiani; essi però devono viverlo perché, se non lo vivono, è come se Dio non lo avesse fatto. Rimane sullo sfondo la possibilità di venir meno al dono escatologico di Dio in Gesù Cristo, cioè alla salvezza. Per que­sto Paolo in tutte le sue lettere alterna sempre, nell’uso dei verbi, l’indicativo (« le cose stanno così ») con l’imperativo (« fate così »). Dirà, per esempio, nella Lettera ai Colossesi (3,1): « Se siete risorti con Cristo (questo è il dato oggettivo, di parten­za), cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre (questa è la conseguenza, la messa in atto del dato iniziale, ma questa messa in atto dipende anche dall’ac­cettazione concreta del dono di Dio). Quindi, il « se » non è dubitativo, ma esprime una condizione reale nella quale si trova il cristiano e dalla quale deve far dipendere il suo comportamento. I versetti seguenti della Lettera ai Colossesi (3,3-4) si possono leggere così: siete stati immersi mediante il Battesimo nella morte del Cristo, siete morti con il Cristo; quindi date la morte alle vostre membra, cioè portate alle estreme conseguenze il dono del Signore, altrimenti esso perde la sua rile­vanza, la sua efficacia.
Questo è molto importante perché ci aiuta a capire che in tutta la rivelazione neotestamentaria il dono di Dio, che è origine e fonte di tutto, è un dono di responsabilità e comporta la necessità di un’obbedienza, di un’attuazione di ciò che Dio ha donato in Gesù Cristo.
La stessa cosa si verifica anche qui. Quello che Paolo elenca nel primo versetto non lo pone come un’ipotesi: c’è o non c’è. C’è, ma potrebbe venir meno se venisse meno il comportamento conseguente.
E in che cosa consiste il dono del Signore alla comunità dei credenti? Paolo elenca quattro elementi: la consolazione in Cristo, il conforto della carità, la comunione di spirito, sentimenti di amore e di compassione.
Anzitutto, i cristiani hanno ricevuto la consolazione di Cristo. Che cos’è la consolazione di Cristo? È il frutto, la conseguenza dell’annuncio evangelico. La proclamazione evangelica porta con sé la consolazione. Fra l’altro la parola usata qui nel testo in lingua greca è la stessa che viene usata per indicare lo Spi­rito Santo, il Paraclito, il Consolatore. Quindi è una parola che ci porta dentro al mistero stesso della salvezza. La consola­zione cristiana è questa profonda consapevolezza di essere stati investiti dalla salvezza di Dio. Questa salvezza, che altro non è che la pienezza dello Spirito Santo che viene donato ai credenti, è la consolazione cristiana.
Il conforto della carità è l’amore di Dio che in Gesù Cristo è stato riversato sui credenti. Essi a loro volta sono legati gli uni agli altri da questa carità e quindi c’è in loro il conforto che de­riva da essa. Paolo usa questa parola, o perlomeno il suo senso fondamentale, in un altro contesto, quando scrive ai cristiani di Roma: « Desidero venire da voi per confortarvi, anzi per confortarci reciprocamente nella fede che abbiamo in comune » (cf. Rm 1,11-12). Il conforto della carità è appunto questo senso di sollievo, di garanzia e di forza che deriva ai cristiani dall’essere uniti nella fede e nell’amore di Dio che si è manifestato e attuato in Gesù Cristo.
Consolazione e conforto sono frutto della proclamazione evangelica che suscita nei credenti la vita comune e ciò che caratterizza questa esistenza nuova di figli di Dio: la carità che li lega gli uni agli altri.
Poi Paolo aggiunge: « se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione ». È una conti­nuazione e una specificazione di quanto ha detto prima. L’ascolto del Vangelo, la comunione con il Cristo portano con sé, proprio perché strettamente legati, la comunione nello spirito; questo da una parte sottolinea che la comunione cristiana è frutto della presenza dello Spirito di Dio nel cuore dei credenti, e dall’altra che i credenti sono diventati una comunione di cuori, di anime, di pensiero e di esistenza. La comunione nello Spirito crea comunione tra gli spiriti di coloro che hanno accolto quello del Signore. Di conseguenza, in coloro che sono stati investiti dallo Spirito del Signore c’è una pienezza di carità e di misericordia vicendevole. 
Paolo altrove dice: « Portate i pesi gli uni degli altri » (Gai 6,2). Questo avere compassione vicendevole, questo sopportare assieme, gli uni accanto agli altri, le vicende della vita, nel bene e nel male, questo gioire con chi gioisce e piangere con chi piange è l’essenza della vita cristiana, come « effetto efficace » del dono di Dio in Gesù Cristo. 
La gioia piena 
v. 2: « … rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ».
L’imperativo che consegue alla situazione esistenziale della vita nuova nella quale sono collocati i cristiani dall’ascolto del Vangelo e dalla presenza in loro dello Spirito di Dio è rendere piena la gioia, cioè portarla a perfezione, a compimento.
Paolo, che è stato ricolmato di gioia per aver ricevuto il Vangelo, raggiunge la pienezza di questa gioia nella consapevolezza che coloro ai quali lui ha annunciato lo stesso Vangelo raggiungono la pienezza della vita amandosi fra loro e raggiungendo l’unità più profonda nel « sentire allo stesso modo ». Che cosa rende felice Paolo? Che i cristiani di Filippi siano davvero cristiani. Paolo gioisce fino in fondo per il bene che vede crescere e dilatarsi nel cuore dei fratelli.
Riceviamo ancora un’indicazione fondamentale e concreta che deve valere per ciascuno di noi: ogni credente deve rallegrarsi, sentirsi colmo di gioia, quando un fratello opera il bene e vive nella fedeltà. Se questo fosse capito meglio, quante gelosie, invidie e maldicenze verrebbero meno all’interno della comunità cristiana! Gioire per il bene dei fratelli, per la fedeltà dei fratelli, sentirsi ricolmi di gioia proprio perché c’è questa esperienza, questa consapevolezza che il dono di Dio raggiunge la sua piena efficacia.. .
« Con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ». Alla lettera: pensandola allo stesso modo, amando le stesse cose, avendo unità di pensieri e di sentimenti. A Paolo sta molto a cuore ribadire un concetto: i cristiani di Filippi devono pensarla in maniera unitaria, convergente, avere le stesse convinzioni, gli stessi giudizi, lo stesso volere, essere « un cuore solo e un’anima sola », per dirla con le parole degli Atti 4,32.
Paolo torna con forza su questo concetto e non è una cosa da poco. Egli vuole affermare un principio fondamentale della vita comunitaria: e cioè che i cristiani devono avere lo stesso modo di sentire. Cosa significa, allora, a fianco di queste affermazioni, quello che noi oggi chiamiamo con grande facilità il pluralismo? Come si combinano le due cose? Quello del pluralismo è un problema serio, sul quale occorre adeguatamente riflettere (vedi in proposito la “finestra “ 2).
Per essere uniti 
v. 3: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ».
In questo versetto Paolo indica le condizioni per raggiungere l’unità del sentire e del pensare. Perché davvero ci possa essere questa unità, cosa devono fare i cristiani?
Alla lettera « spirito di rivalità » significa spirito di parte o di grup­po. Questo è interessante e attualissimo. Paolo ha già incontrato situazioni ecclesiali in cui c’erano gruppi, parti, per esempio a Corinto (cf. 1 Cor 1,12: c’è chi dice di essere di Paolo, chi di Apollo, chi di Cefa… Ecco i gruppi). Oggi nella Chiesa i gruppi si chiamano anche movimenti: cosa direbbe Paolo dei movimenti? 
Qui dice con chiarezza che non si deve fare nulla per spirito di parte; quante volte, invece, noi operiamo perché è il gruppo che lo dice e non perché quella cosa va fatta in quanto comunità di credenti. È una realtà che appartiene al gruppo, che serve al gruppo.
Subito dopo viene l’altra parola: « per vanagloria ». Cos’è la va­nagloria? È la ricerca della propria gloria, personale o di gruppo, che non è la gloria di Dio. Il cristiano deve ricercare la gloria del Signore, la gloria di Dio. La vanagloria invece è la gloria per sé, è il vantaggio per sé. Anche nella Chiesa tante cose si fanno per il gruppo, per la setta! Molte volte si dice che i movimenti, i gruppi, le associazioni sono una manifestazione della molteplicità dello Spirito e forse è vero, ma andrebbe verificato meglio; bisognerebbe fare discernimento caso per caso.
Dov’è il confine fra la ricerca dell’unico modo di sentire e lo spirito di gruppo? Cosa distingue la ricerca della gloria di Dio dalla vanagloria? Questo è un problema sul quale ci si deve interrogare con forza. Noi viviamo una realtà di Chiesa in cui normalmente signoreggiano lo spirito di gruppo e la vanagloria.
Subito dopo Paolo arricchisce ulteriormente questi concetti: « Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ». È importantissima questa sottolineatura: spirito di parte e vanagloria caratterizzano coloro che si credono migliori degli altri, che attribuiscono a se e non a Dio la gloria e la realtà della vita fedele. Considerare se stessi migliori degli altri, più fedeli, più osservanti, più bravi è proprio l’opposto di quello che Paolo sta dicendo. Se non ci si considera inferiori agli altri, si opera secondo lo spirito di parte e si opera per vanagloria! Qual è invece il comportamento autentico del cristiano? È che con tutta umiltà consideri gli altri superiori a sé.
Va sottolineato questo « con tutta umiltà », concetto che troviamo altre volte nel Nuovo Testamento e sul quale spesso equivochiamo. Cos’è l’umiltà? Spesso facciamo dell’umiltà un fatto puramente esteriore, che riguarda il comportamento e non la sostanza della persona. Invece la parola greca (ta­peinofrosyne) indica il sentirsi, il pensare, l’essere un povero, un ultimo, un insignificante. È la condizione dello schiavo, di colui che è all’ultimo posto, che non conta nulla, non può fare nulla da sé, ma si aspetta tutto dagli altri e soprattutto da Dio.
Solo così gli altri saranno pensati superiori a se stessi: se uno sa di essere all’ultimo posto, dovrà davvero pensare agli altri come a qualcosa di… meglio. Troviamo spesso nella Bibbia la parola tapein6s (esiste anche l’italiano « tapino ») a indicare le persone insignificanti, che proprio non sono niente, sono gli ultimi della terra. Il cristiano deve essere questo, cercare que­sto, gioire per questo. 
Troviamo questa parola, per esempio, nel Magnificat, quando la Madonna glorifica il Signore perché, dice, « ha guardato l’umiltà della sua serva » (Lc 1,48): non si pensi all’umiltà come virtù, ma alla piccolezza, all’insignificanza, all’irrilevanza, al nulla di questa fanciulla che non contava niente nella storia degli uomini ed è stata scelta come Madre di Dio.
Nel Vecchio Testamento c’è spesso una contrapposizione tra il ricco e il povero. Allora come adesso il ricco ha i soldi, ha il potere, è lui che conta; invece il povero non ha nulla e neppu­re conta nulla: è lui il tapino!
A questo proposito troviamo una frase molto importante nella Lettera di Giacomo (Gc 1,9). Anche se la logica del ragionamento è un po’ diversa da quella del Magnificat, la sostanza rimane la stessa: « Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione. .. ». Il povero si rallegri perché come Cristo, che si è fatto povero, ultimo, è stato glorificato nella risurrezione, così anch’egli è glorificato da Dio, già a partire da questo mondo, nella comunione con il Cristo e nella potenza della sua risurrezione. Poi Giacomo continua: « … e il ricco della sua umiliazione ». Il ricco si rallegri del suo diventar povero, picco­lo, tapino. Cosa deve fare il ricco? Deve farsi anche lui ultimo e allora anche lui sarà glorificato assieme al povero. Secondo Giacomo nessuno ha colpa a nascere ricco, però ha colpa se lo rimane.
Luca, Paolo, Giacomo: nella diversità delle situazioni, il concetto rimane lo stesso, perché lo stesso è il mistero e il dono. Che il cristiano, cioè, pensi sempre di essere l’ultimo, il più in­significante, quello che ha meno parole da dire, che ha meno gesti da fare; che vede sempre gli altri migliori, più grandi, più importanti, più validi di sé. Tutto questo nel senso più profondo, autentico, trasfigurato; non secondo la logica mondana, ma secondo la logica dell’esistenza nuova dei figli di Dio. 
L’interesse degli altri 
v. 4: “Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri ».
Bisogna stare attenti alla parola « anche » che qui va intesa piuttosto come « invece », « al contrario ». È, cioè, una contrapposizione; ci sono due posizioni contraddittorie: c’è la ricerca del proprio interesse e c’è, invece, la ricerca dell’interesse degli altri. Meglio ancora potremmo intendere questa frase così: non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma di più quello degli altri.
A conferma di questa interpretazione c’è quanto dice Paolo al cap. 2,21: « perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo ». Questa purtroppo è una situazione che Paolo ha davanti: fra i cristiani si cerca il proprio interesse, il proprio vantaggio, e non quello di Cristo. Anche in 1 Cor 10,24: « Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui » e nella stessa lettera (10,33): « Così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza ». C’è dappertutto il senso di una contrapposizione.
Cosa vuoi dire Paolo con questo? Vuoi dire molte cose, l’una stratificata sull’altra. 
Prima di tutto è un invito, un’esortazione a uscire dal proprio personale orizzonte per aprirsi, da una parte, all’orizzonte di Cristo e, dall’altra, all’orizzonte degli altri: ai loro bisogni, alle loro necessità; è un invito all’obbedienza a Dio attraverso l’assoggettamento al fratello, al cui servizio ogni cristiano deve porsi. Il cristiano non deve vivere per sé, ma per Dio e per i fratelli. Questo vuoi dire nella sostanza il ragionamento di Paolo che poi si può arricchire anche di altri significati.
Il cristiano deve sapere che non ha più davanti a sé, come punto di riferimento, se stesso e l’ambito dei propri interessi, delle proprie necessità, delle proprie utilità. Fra l’altro qui Paolo, con una forte radicalità, non distingue tra interessi legittimi e illegittimi, ma distingue tra due ambiti: l’ambito del proprio io e l’ambito degli altri. Il cristiano deve uscire dal proprio ambito ed entrare nell’ambito dei fratelli, mettendosi al loro servizio.
Questo pone indubbiamente tutta una serie di problemi, per i quali queste affermazioni di Paolo sono decisive. Infatti, se siamo anche solo minimamente critici nei nostri confronti e nei confronti della nostra comunità, ci accorgiamo di vivere proprio al contrario di quello che qui Paolo dice. Siamo nella posizione polarmente opposta al pensiero di Paolo. Ma se quello che dice Paolo è vero (e quello che dice Paolo noi sappiamo che non è parola di uomo, ma Parola di Dio), vuoi dire che nella nostra esistenza concreta rischia di venir meno il dono originario di Dio. A questo punto, di fronte ad un’esistenza cristiana così radicalmente infedele alle esigenze del Vangelo, cosa significa continuare a dirsi cristiani? È un interrogativo che non ci si può non porre di fronte a una pagina come questa. 
Il sentire di Cristo 
V. 5: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù ».
Il versetto 5 è un versetto di raccordo tra i primi 4 vv. e l’inno cristologico successivo, anche se c’è già un raccordo interno dato dall’espressione che abbiamo trovato al v. 3: « con tutta umiltà », che rimanda alla parola « umiliò » che leggeremo al v. 8: « umiliò se stesso ». 
La condizione umile, povera, insignificante alla quale è chiamato il cristiano si è, cioè, già attuata in Cristo Gesù; anzi ha avuto in Lui il suo compimento supremo ed è attraverso questa umiliazione che si è attuata e consumata la salvezza; quindi questa umiliazione diventa esemplare per tutti i cristiani.
Paolo ha già invitato tutti i cristiani ad avere uno stesso sentire (vedi sopra, a p. 59,2,2); qui aggiunge una cosa importantissima, infatti ci si potrebbe chiedere: questo comune modo di sentire e di pensare a chi appartiene? Supponiamo di essere tutti attorno a un tavolo e di pensarla ognuno in un modo diverso. Quando alla fine ci diciamo che dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo, di chi assumiamo il modo di pensare? Paolo dice che il modo univoco di pensare dei cristiani non è il modo di pensare di questo o di quello, di un uomo cioè, ma è il modo di pensare del Cristo.
Il comune pensiero dei cristiani non può essere altro che il pensiero del Cristo, che poi non è semplicemente un pensiero, ma un essere, un modo di vivere: e Paolo lo illustra con l’inno che segue. La convergenza del modo di pensare e di sentire dei cristiani si fonda quindi sull’unico pensiero e sull’unica « sensibilità » del Cristo.
Ricordiamo a questo proposito la parola dell’Antico Testamento scritta in Is 55,8 ss., dove si dice: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie », cioè fra il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio c’è un abisso. Ora, nel Nuovo Testamento, si è reso possibile agli uomini, in Gesù Cristo, avere lo stesso pensiero di Dio. È ormai possibile per il credente pensarla come la pensa Dio. La separazione che nella vecchia economia c’era fra il pensiero di Dio e il pensiero degli uomini è stata superata in Gesù Cristo, per cui oggi i credenti possono avere lo stesso pensiero di Dio mani­festatosi e attuatosi in Gesù Cristo. E lo hanno in questo senso: possono non semplicemente imitare Gesù, ma grazie alla vicenda personale di Lui è resa loro possibile la trasformazione da uomo mondano in uomo di Dio o, come direbbe l’evangelista Giovanni, da figlio di Satana in figlio di Dio.
E questa possibilità non è legata a uno sviluppo temporale (sono passati gli anni, quindi l’uomo ha raggiunto una tal perfezione che può pensarla come la pensa Dio). No, è perché Cristo è morto e risorto, è perché c’è stato questo evento che è reso possibile agli uomini vivere come ha vissuto Gesù Cristo e pensarla come la pensa Dio (tutto l’inno di Paolo ruota attorno a questo concetto).
L’evento che ha reso possibile all’uomo pensarla come il suo Signore si attua poi nel credente attraverso l’accoglienza del Vangelo. Come fa l’uomo, potremmo chiederci, a pensarla come Dio? Prendendo dentro di sé il Vangelo e mettendolo al posto dei propri pensieri. Lasciandosi quindi invadere dal pensiero di Dio manifestatosi nella sua Rivelazione, nella sua Parola che è la Scrittura e primariamente il Nuovo Testamento. In questo modo l’uomo può arrivare a pensarla come Dio e quindi è possibile che tutti gli uomini la pensino allo stesso modo. Questo esige davvero un ascolto continuo, perseverante, mai interrotto delle Scritture.
Quando negli Atti degli Apostoli si dice che i primi cristiani avevano un cuore solo e un’anima sola (At 4,32), si usa lo stesso concetto che troviamo qui in Paolo: avevano uno stesso modo di sentire, la pensavano tutti allo stesso modo. Ma per­ché questo? Nel cap. 2, sempre degli Atti, si spiega il perché concreto, operativo: « Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (At 2,42). Ciò che generava in loro l’unico modo di sentire era il fatto che ascoltavano sempre, senza smettere mai, la predicazione apostolica contenuta nelle Sacre Scritture. I cristiani di oggi leggono perseverantemente le Sacre Scritture? Ascoltano veramente questa parola che non è parola di uomo, come dice Paolo, ma Parola di Dio? Poi seguono l’Eucarestia, la vita comune e le preghiere, ma è soprattutto questo il punto di partenza, questo ascolto dell’insegnamento apostolico, questo ascolto del Vangelo.
I cristiani per poterla pensare tutti nello stesso modo debbono avere in sé quello stesso pensiero che fu in Cristo Gesù; l’espressione greca è talmente stringata e forte che vuoi dire anche qualcosa di più: pensarla tutti come la pensava Gesù è possibile solo perché i cristiani sono in Cristo Gesù. I cristiani sono collocati in Cristo mediante la fede e mediante i sacramenti; quindi non solo l’ascolto della Parola, ma anche l’atto sacramentale del Battesimo e dell’Eucarestia fonda la comunione con Cristo e quindi la possibilità di pensarla come il Cristo stesso. È questa un’affermazione di Paolo che dice in po­chissime parole un’infinità di concetti, perché il cristiano può pensarla come Cristo perché è in Cristo, vive in Cristo, ha la vita nuova che gli è data dall’essere incorporato a Gesù. In altre lettere Paolo dice: voi siete il corpo di Cristo!
Il v. 5 ci presenta, quindi, un’imitazione di Cristo che ha il suo fondamento nell’incorporazione a Cristo. Poiché siamo in Cristo dobbiamo pensare secondo la logica della vita nuova che Cristo ci ha trasmesso, logica che si è manifestata sia nelle opere sia nelle parole del Cristo stesso. L’evento Cristo è l’evento salvifico e trasfigurante che fonda il nostro nuovo essere e il nostro nuovo sentire.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 15 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

Virgin and Child with Byzantine rulers, Istanbul

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Publié dans:immagini sacre |on 14 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi: La prigionia di Paolo e il suo impegno per il Vangelo (vv. 12-30)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi4.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi

La prigionia di Paolo e il suo impegno per il Vangelo (vv. 12-30) 

A questo punto Paolo introduce la presentazione della sua situazione concreta. I w. 12-26 ci prospettano quella che è la condizione di Paolo nella prigionia e le conseguenze di questo fatto, che è un’ulteriore proclamazione evangelica perché dalla prigionia di Paolo è il Vangelo che trae vantaggio. Il v. 12 dice appunto: « Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo ».
Possiamo raggruppare i w. 12- 26 in questo modo: dal 12 al 17 vengono descritti gli effetti della prigionia di Paolo nella co­munità nella quale si trova a scontare questa condanna; il v. 18 è un auspicio che la proclamazione del Cristo venga fatta comunque e dovunque; i vv. 19-26 sono una presentazione del compito di Paolo nella situazione in cui si trova. 
Il vantaggio del Vangelo 
Vv. 12-14: « Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo; in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunciare la parola di Dio con maggiore zelo e senza timore alcuno ».
I vv. 12-14 ci presentano il progresso che il Vangelo compie anche in conseguenza della prigionia di Paolo, perché evangelo e ufficio apostolico di Paolo sono strettamente congiunti: dov’è Paolo, si potrebbe dire, lì è anche il Vangelo.
La prima affermazione che Paolo fa è questa: la sua prigionia, le accuse, il processo, le sofferenze che a questo si accompagnano si sono trasformati non in un danno, non in un momento negativo, ma in un vantaggio, in un dato positivo per l’annuncio evangelico. Potremmo dire: lo svantaggio umano di Paolo è un vantaggio per il Vangelo.
Dovunque si sa che la prigionia di Paolo è a causa di Cristo. Questo si è reso evidente per tutti. Non ci sono motivi umani all’origine della prigionia, ma solo il Vangelo di Cristo. È per il Vangelo che Paolo è prigioniero.
Se noi ipotizziamo, come è probabile che sia, che la prigionia di Paolo si svolge a Efeso (ma sarebbe lo stesso se fosse a Roma), sappiamo che all’origine della sua carcerazione ci sono stati molti pretesti: c’è stata la sommossa degli orefici contro di lui; ci sono altre accuse di carattere umano e sociale fatte nei suoi confronti… Però, dal processo che si sta istruendo, sembra dirci Paolo, emerge sempre più il fatto che nessuna accusa può reggere nei suoi confronti. Tutte le accuse umane cadono e in fondo l’unico motivo per cui Paolo è in prigione è davvero il Vangelo del Cristo e attraverso questo evento può davvero dilatarsi la proclamazione evangelica. Il Vangelo, quanto più è conculcato, tanto più è potente e forte.
Nella cerchia dei cristiani si è creato un clima di fiducia che ha dato impulso e coraggio nell’annuncio della Parola. Le catene di Paolo, che confermano l’autenticità del « suo » Vangelo perché rivelano in Paolo un discepolo del Cristo che patisce come Lui, danno nuovo impulso all’evangelizzazione all’interno della comunità cristiana.
Le catene portate per il Cristo sono fonte di consolazione e di coraggio e anche in questo si attua il rovesciamento: Paolo in sostanza non è più l’accusato, ma l’accusatore, l’annunciatore del Vangelo. Nei processi che noi troviamo nei primi capitoli degli Atti, le accuse del Sinedrio contro i discepoli si rovesciano sempre in un’occasione di proclamazione evangelica da parte degli apostoli. Qui si verifica la stessa cosa: Paolo è incatenato, viene processato, ma in realtà è lui che prende occasione da questo fatto per proclamare il Vangelo e quindi per accusare – in senso escatologico, cioè salvifico – coloro che lo accusano. C’è dunque un rovesciamento del processo: l’accusato diventa un testimone, uno che proclama il Vangelo a coloro che lo accusano, per la loro stessa salvezza. 
Lo spirito di contesa 
Vv. 15-17: « Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato posto per la difesa del Vangelo; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene ».
Paolo approfitta di questa messa a punto della sua situazione per far sapere ai cristiani di Filippi quello che sta avvenendo in occasione della sua prigionia: è cresciuto l’annuncio evangelico, ma non sempre con nobili motivi. I vv. 15-17 ei presentano un elemento di ambiguità in questa predicazione evangelica. Attorno a Paolo ci sono due tipi di predicazione: da una parte c’è chi predica il Vangelo con lui e per dilatare la sua predicazione; dall’altra, invece, c’è la prédicazione fatta per invidia e per rivalità nei suoi confronti. Egli ha sempre avuto nemici e avversari, persone che lo hanno fortemente contrastato, cristiani ciechi e incapaci di capire il senso profondo delle cose. Anche nel contesto della sua prigionia ci sono cristiani che in maniera cieca e stolta pensano di trarre vantaggio dalla condizione di Paolo, dal fatto che Paolo è prigioniero. Sembrano pensare: « Menomale che ora Paolo è in galera! Noi prendiamo il suo posto. Lui è ridotto al silenzio e noi possiamo farei avanti »!
Tutto questo aggiunge dolore alle sue catene. Il dolore di Paolo non nasce dal timore che costoro lo sopravanzino nella predicazione, ma dal fatto che ci sia all’interno della comunità cristiana una predicazione non pura, fatta per gelosia e per invidia.
Perché Paolo sottolinea tutto questo? Semplicemente per amore di cronaca? Per rivelare quello che sta accadendo attorno a lui? No, ma per mettere in guardia i Filippesi, per far loro capire che questo non dovrà mai avvenire presso di loro. Lo spirito di rivalità, l’interesse personale, l’ambiguità avvelenano la predicazione evangelica e minacciano la vita comunitaria. Devono essere banditi. Paolo lo ripeterà al cap. 2,3: « Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ». 
Paolo lamenta che tanti cerchino i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo: un rischio che è continuamente presente nella comunità cristiana e da cui bisogna guardarsi. Annunciare il Vangelo non per spirito di servizio o di carità, ma per acquistare vantaggi personali o per porsi al di sopra degli altri è una possibilità reale, dalla quale bisogna stare lontani, con ogni intelligenza e ogni impegno. 
Purché Cristo venga annunciato 
V. 18: « Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene ».
Eppure sembra che Paolo accetti questo fatto: egli ha ben chiaro davanti agli occhi il fatto che Cristo viene proclamato e di questo si rallegra, anche se la predicazione viene attuata contro di lui, pensando di metterlo in difficoltà. Tutto ciò a Paolo non importa, anzi per lui è fonte di gioia, perché quello che conta è che il Vangelo sia proclamato e Cristo sia fatto conoscere. Paolo non cerca il proprio interesse, ma solo il Cristo. Che Paolo ne tragga o no un vantaggio non interessa, interessa che il Cristo sia annunziato. 
Questo versetto ha fatto discutere molto i commentatori perché se da una parte rivela la grandezza spirituale di Paolo, dall’altra pone un problema: come è possibile annunciare il Cristo con motivazioni negative, egoistiche? Se c’è una predi­cazione « cattiva », come può essere efficace, come può portare frutti buoni? È un grosso problema, che rimane senza una risposta esauriente. Molto probabilmente con questo difficile versetto Paolo vuole sottolineare un dato fondamentale della rivelazione cristiana e cioè che la parola di Dio è efficace al di là della miseria degli uomini che la annunciano. La cattiveria degli uomini non è capace di imprigionare la Parola di Dio.
È un discorso che riguarda anche noi: come è possibile che in una Chiesa a volte così inautentica e infedele possa esercitarsi efficacemente la predicazione? Questo è un fatto che non si può negare: anche quando i cristiani sono cattivi e infedeli, la Parola di Dio, che passa attraverso loro, è salvifica ed efficace per coloro che li ascoltano. La Parola di Dio è più potente della meschinità e della cattiveria degli uomini.
Questo passo di Paolo è forse un’illustrazione puntuale ed efficace del fatto che nella Chiesa, misteriosamente, al di là di tutto, vive sempre la Parola di Dio; e la Chiesa, nelle sue membra, santi o non santi che siano, è sempre portatrice di quella Parola che è più grande e più santa di lei.
Di questo mistero straordinario ci si deve rallegrare assieme a Paolo, per cui davvero dobbiamo gridare con lui: « Ma che importa? Purché in ogni maniera, ipocritamente o con sincerità, Cristo venga annunziato, ce ne rallegriamo e continueremo a rallegrarcene »! 
La glorificazione di Cristo in Paolo 
Vv. 19-20: « So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla rimarrò confuso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia ».
Dopo la parentesi in cui ha riflettuto sul mistero sconvolgente della predicazione ambigua che può esserci nella Chiesa, Paolo torna al fatto della sua prigionia. E la gioia di Paolo per la proclamazione del Cristo si dilata ora nella certezza di avere in Cristo, e nelle sue catene per Cristo, la salvezza.
Il Vangelo è forza di Dio per la salvezza di chi crede, dice Paolo nella Lettera ai Romani. Quello che sta avvenendo – la proclamazione evangelica, ma anche le sue catene che ne permettono il dilatarsi – sarà per lui fonte di salvezza. Paolo, nel suo predicare il Vangelo e nel suo essere incatenato per il Vangelo, incontra la salvezza di Dio. Qualunque sia la condizione di Paolo (« sia che io viva sia che io muoia »), qualunque sia la conclusione del processo a cui sarà sottoposto, sia che riottenga la libertà, sia che venga messo a morte, Cristo sarà in lui glorificato. La speranza di Paolo è la certezza del futuro di Dio. 
Ritorna alla mente quel passo di Paolo nella Lettera ai Romani, al cap. 5, in cui dice che la speranza cristiana non delude perché il suo sbocco è nella resurrezione del Cristo. Anche qui Paolo sa bene che qualunque cosa avvenga non potrà esse­re deluso né confuso, ma troverà davvero la pienezza di salvezza e Cristo sarà glorificato in lui. Proprio perché il credente sa di essere nelle mani di Dio, nella vita come nella morte, la sua speranza è invincibile.
Paolo aggiunge una cosa importante, che è una ripresa rispetto a quanto aveva detto a proposito del suo rapporto con i Filippesi: « grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo ». La certezza di Paolo nel futuro di Dio è legata a due fatti fondamentali: da una parte la preghiera dei fratelli per lui (quindi l’amore dei fratelli nei suoi confronti), dall’altra l’aiuto dello Spirito.
Qui Paolo sembra richiamarci quella parola che leggiamo nei vangeli, per esempio in Mt 10,19 ss.: « E quando vi consegneranno nelle loro mani non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi ». In coloro che soffrono per il Vangelo c’è la potenza dello Spirito di Dio, che parla e agisce per loro: se c’è questo, e Paolo ne è certo, egli non potrà essere deluso e questo servirà, dice, alla sua salvezza e quindi alla glorificazione del Cristo in lui. 
Il vivere e il morire 
v. 21: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno ».
Avendo Paolo richiamato il duplice sbocco della sua vicenda, vita o morte, parla di questa dialettica vita-morte in cui è posta la sua esistenza.
Egli è posto in tutta evidenza di fronte alla morte: può essere, anche fra breve, condannato e messo a morte. Questo fa pen­sare alla vicenda del vescovo Ignazio di Antiochia (primi anni del Il secolo d.C.), che quando viene portato prigioniero a Roma per il processo e viene a sapere che dei cristiani di Roma stanno cercando di ottenere qualche intervento a suo favore perché sia liberato, scrive: « Lasciatemi morire, anzi lasciatemi vivere, morendo, e non uccidetemi facendomi rimanere in vita… »! In fondo, il cristiano posto di fronte alla morte sa che, per lui che ormai è definitivamente in Cristo, questo è un evento di vita. La cosa più profonda, autentica e grande è morire in Cristo.
Paolo è posto di fronte a questo fatto: da una parte c’è la pro­spettiva della morte, che è poi la prospettiva fondamentale della vera vita; dall’altra c’è la prospettiva di rimanere in vita per poter continuare a predicare il Vangelo. Posto davanti all’ipotesi concreta della morte, dal momento che la sua vita è ormai definitivamente in Cristo, questa (la morte) è il suggello definitivo di questa appartenenza e quindi è un guadagno: « Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno ». 
Cosa scegliere 
Vv. 22-24: “Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti fra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne ».
Non c’è niente di più bello, per chi vive in Cristo, che morire per Lui. Ma c’è un dilemma! Paolo se lo pone in questa lettera non semplicemente per estrinsecare una sua problematica interiore, ma per far capire qualcosa ai cristiani di Filippi. Il dibattito che si svolge nel suo intimo è rilevante per tutti coloro che lo ascoltano.
Paolo, infatti, dice: da una parte la mia morte in Cristo sarebbe per me un guadagno, perché è il suggello definitivo della mia appartenenza al Signore; dall’altra c’è il mio ministero apostolico. Egli sa di avere un compito: il Signore lo ha chiamato per l’annuncio evangelico; il motivo fondante della sua conversione è l’invio in missione e sente che questo compito non è ancora terminato.
Paolo sa che potrebbe anche morire, ma ha la percezione profonda che dovrà portare avanti ancora il suo ministero evangelico. E se il suo rimanere nel corpo significa lavorare con frutto per l’evangelizzazione, non si sottrae a questa che per lui personalmente è una perdita perché allontana l’ora in cui Cristo sarà definitivamente glorificato in lui.
Questo dilemma di Paolo è il dilemma di ogni cristiano e tutti e due i corni del dilemma sono veri: è verissimo, da una parte, che ogni cristiano deve desiderare di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo: questo è meglio per lui, è il suo vero vantaggio; quanto prima avviene tanto meglio è. Quindi il desiderio della morte per il cristiano è un desiderio vero, fonda­mentale, primario.
Non però un desiderio di morte per cessare di vivere in questo mondo: ai tempi di Paolo un punto fondamentale della cultura e della filosofia greca era che la vita terrena è una vita infelice, quindi quanto prima l’anima immortale si scioglie dal corpo tanto meglio è. Non è questo il ragionamento di Paolo. Paolo non vuole cessare di vivere in questo mondo, lui vuole stare con Cristo; non abbandonare un’esistenza infelice, ma entrare in una pienezza di esistenza; non una volontà negativa, ma la volontà positiva di stare definitivamente con Cristo. Paolo desidera la morte non per paura della vita, ma per raggiungere la pienezza della vita.
« D’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne »: c’è però una necessità, un’obbedienza. Ecco il punto decisivo: l’obbedienza al Signore, l’obbedienza al Vangelo, la necessità di proclamare il Vangelo.
Il cristiano non è arbitro della sua vita, ma è collocato nell’obbedienza al Signore. Lui può desiderare quello che vuole, ma è al Signore che deve obbedire e se il Signore lo ha mandato ad annunciare il Vangelo, deve annunciare il Vangelo fino alla fine del mondo. È l’obbedienza al Signore che conta.
Paolo vuoi far capire questo ai cristiani: come affermazione di principio la morte, in quanto ingresso nella vita eterna di Dio, è il massimo bene; c’è però l’obbedienza ed è ciò che concretamente determina l’esistenza di ciascuno. 
La gioia della fede 
V. 25: « Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede ».
Paolo qui anticipa, in maniera profetica, lo sbocco del suo processo. Percepisce che non è ancora chiusa la sua vicenda, che il suo compito non è esaurito: rimarrà in vita per portare a compimento la sua obbedienza. L’incertezza di Paolo sulla prospettiva migliore si risolve così nell’obbedienza al disegno salvifico. Paolo sa di dover rimanere ancora con loro, per loro.
« Per il progresso e la gioia della vostra fede ». La vita di Paolo è finalizzata alla crescita della fede dei cristiani di Filippi, come di tutte le altre comunità verso le quali è debitore non solo dell’annuncio evangelico, ma della crescita della vita cristiana e della sua piena fioritura. C’è una sottolineatura importantissima: « per la gioia della vostra fede ». Non dice soltanto per la fede, ma per la gioia della fede.
Paolo in questa lettera sottolinea ripetutamente il concetto di gioia e vuoi farci capire che la fede cristiana è una gioia, è la vera grande gioia del credente. Dov’è che il cristiano trova la gioia? Nella sua fede. Qual è la fonte della gioia per il cristiano? La sua fede. Il cristiano non gioisce per le cose del mondo ma, quando la fede ha fatto in lui il suo « progresso », gioisce per la fede, nella fede. 
La gioia e il vanto 
V. 26: « Perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi ».
La traduzione è un po’ incerta, ma Paolo sembra dire che il vanto dei Filippesi è di aver accolto il Vangelo da Paolo. Proprio attraverso il ritorno di Paolo tra loro, volto a consolidare l’annuncio evangelico, questo vanto crescerà. Paolo sa che incontrerà i cristiani di Filippi per consolidare in loro il Vangelo e questo sarà un vanto per tutti.
La gioia e il vanto di tutti i cristiani sono l’ascolto del Vangelo e il fatto che il Vangelo sia proclamato. Nella liberazione di Paolo, nel suo sfuggire al rischio della morte per rimanere nell’esistenza, cosa si attua? Si attua la proclamazione evangelica, l’evangelizzazione. È questo il vanto e la gloria di tutti. 
Cittadini del Vangelo 
V. 27/a: “Soltanto però comportatevi da cittadini degni del Vangelo… « .
Dal v. 27 del cap. 1 fino al v. 18 del cap. 2 abbiamo una serie di insegnamenti di Paolo per i cristiani di Filippi: è quella che viene chiamata, in molte lettere di Paolo, la parte parenetica o esortativa. 
Paolo struttura le grandi lettere in ‘questo modo: una prima parte di insegnamento teologico e una seconda parte di esor­tazioni concrete in ordine alla vita di ogni giorno. Nella Lettera ai Filippesi la struttura è meno rigida. Si alternano parti più teologiche con parti più esortative, sapendo però che questa distinzione è un po’ di comodo perché anche gli insegnamenti teologici contengono imperativi esistenziali, mentre anche le esortazioni sono illuminanti in ordine alla comprensione profonda del mistero cristiano.
Comunque, da qui al v. 18 del cap. 2 abbiamo una serie di esortazioni specifiche che Paolo dà ai cristiani di Filippi, indicando quelli che sono i compiti della comunità: come deve vivere la comunità per essere autenticamente cristiana.
I vv. dal 27 al 30 di questo primo capitolo sono un’istruzione in ordine al combattimento per la fede. Il conservare la fede e il dilatarla è una lotta, un combattimento nel quale bisogna ri­manere saldi.
Cosa vuoi dire comportarsi da cittadini degni del Vangelo? Evidentemente non si fa qui riferimento al comportamento sociale dei cristiani. Paolo, sempre nella Lettera ai Filippesi 3,20, dirà: « La nostra patria è nei cieli ». Viene usata la stessa paro­la che abbiamo qui al v. 27: « cittadinanza ». La cittadinanza cristiana è nei cieli; quindi i cristiani non appartengono più a una città di questo mondo, appartengono al regno di Dio che è nei cieli; sono stati strappati a una certa esistenza per essere collocati in un’altra: devono, quindi, comportarsi in modo degno della nuova esistenza nella quale sono stati collocati. Il comportamento comunitario dei cristiani deve essere degno del Vangelo di Cristo. Vivere in modo degno vuoi dire in modo ubbidiente al Vangelo, in modo tale che il Vangelo emerga dalla condotta di vita, per cui essa sia una testimonianza e una proclamazione del Vangelo. Nella vita di ogni giorno deve vedersi, deve brillare, deve manifestarsi il Vangelo di Gesù Cristo.
Paolo usa l’immagine politica (da polis = città) per far capire che ormai la vita cristiana ha una sua logica e una sua struttura, come ha una sua logica e una sua struttura la vita delle città di questo mondo. L’immagine non è usata a caso, per­ché Paolo sa di rivolgersi a cittadini greci, che hanno una lunga tradizione ed esperienza sul vivere all’interno delle comunità cittadine.
Il servizio apostolico di Paolo, la sua opera di evangelizzazione esigono l’esortazione che lui sta facendo: solo se la comunità vive in conformità al Vangelo il compito di Paolo è assolto. Il frutto del suo lavoro, per il quale è necessario che lui resti con i fratelli e non se ne vada definitivamente con il Cristo, è proprio questo. Solo se i cristiani di Filippi vivono in conformità al Vangelo ricevuto il suo compito è assolto.
La messa in pratica del Vangelo è una necessità intrinseca dell’annuncio evangelico. I Filippesi devono comportarsi come si conviene a uomini riuniti in una nuova comunità dall’annuncio evangelico. Se hanno accolto il Vangelo, devono vivere secondo il Vangelo.
Questa dialettica è comune a tutta la rivelazione neotestamentaria: da una parte c’è il dono di Dio, la grazia che opera in coloro che credono; dall’altra c’è la necessità dell’ubbidienza. Il cristiano deve comportarsi secondo il dono ricevuto..
Paolo userà ripetutamente questo modo di esprimersi: « Voi siete risorti con Cristo, quindi cercate le cose dell’alto; siete morti con Cristo, quindi mortificate il vostro corpo » (cf. Col 3,1-4). 
C’è un atto, un intervento fondamentale di Dio nell’esistenza del credente e a questo intervento il credente deve una rispo­sta nella vita di ogni giorno. Lo abbiamo già sottolineato parlando dell’indirizzo di saluto (Ef 1,1), quando Paolo si rivolge ai cristiani di Filippi chiamandoli santi. I cristiani sono santi perché sono stati inseriti nell’esistenza di fede mediante l’accoglienza del Vangelo e mediante i sacramenti; ma debbono verificare la loro santità nella condotta di ogni giorno, conforme al Vangelo. 
Unità nella fede e combattimento per la fede 
V. 27/b: « Perché nel caso che io vi veda o che di lontano senta parlare di voi, sappia che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo ».
Paolo deve sapere, sia che arrivi di persona, sia che ne riceva notizia, che i cristiani di Filippi sono saldi in un solo spirito: questa è la verifica dell’autenticità del suo servizio apostolico e della fedeltà dei cristiani di Filippi. La vita comune dei cri­stiani è il restare saldi in un solo spirito, che è lo spirito di Dio.
Questo concetto esprime anche la realtà della comunione di vita dei cristiani. Nell’affermazione di « un solo spirito » c’è implicito un solo modo di pensare, un solo modo di vedere, un solo modo di agire. È la stessa cosa che, cambiando il conte­sto, troviamo negli Atti degli Apostoli, là dove si legge che i cristiani avevano « un cuore solo e un’anima sola » (cf. At 4,32).
Ed è implicito, nell’esistenza conforme al Vangelo, anche un unanime combattimento per la fede. Con questa affermazione Paolo vuoi ribadire una verità che appartiene a tutta la rivelazione neotestamentaria: la vita cristiana è un combattimento, una lotta.
In questo contesto il combattimento e la lotta vengono evidenziati in ordine al fatto che l’essere cristiani comporta ne­cessariamente la persecuzione, l’aggressione violenta, la derisione da parte degli altri; quindi il cristiano deve sapere che questo è all’interno della logica nuova del suo essere comu­nità di Cristo, in obbedienza al Vangelo. Deve dunque rendersi conto che non è cosa strana la violenza, la persecuzione, l’emarginazione, l’aggressione che subisce da parte degli avversari. È una conseguenza necessaria dell’essere credenti. C’è un testo della 1 Pt che aiuta a capire bene tutto ciò: « Ca­rissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi » (pt 4,12). Anzi, alla lettera sarebbe: « Non sentitevi stranieri ». All’interno della persecuzione, sembra dire Pietro, i cristiani sono di casa. 
Vincitori nella sconfitta 
V. 28: « Senza lasciarvi intimorire in nulla dagli avversari. Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio ».
La logica esistenziale del cristiano è l’essere perseguitato; la persecuzione fa parte integrante della sua esistenza. Quindi il combattimento unanime nella fede è un fatto da cui non si sfugge, ma del quale non bisogna avere paura (« Non lasciatevi intimidire »). Possiamo richiamare Mt 10,20, dove si dice che è lo Spirito che parla e opera nei cristiani che vengono ac­cusati e perseguitati; non devono aver paura, perché in loro agisce lo Spirito di Dio.
« Senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari ». Ci sono degli avversari? Non bisogna aver paura, perché più potente di loro è il Signore.
« Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio ». Questa frase, tradotta così, non è chiara. Cosa vuoi dire « Questo è per loro un presagio di perdizione »? A chi si riferisce? La traduzione migliore è: « Ciò che per loro è segno di rovina, è invece per voi segno di salvezza ». Gli avversari, cioè coloro che perseguitano i cristiani, pensano, perseguitandoli, di operare la loro rovina. Questo fa parte della logica umana. Invece, avviene il contrario: quello che i pagani ritengono fonte di rovina per i credenti, è il segno della loro salvezza. Quando un cristiano è perseguitato, umiliato, umanamente rovinato, proprio in quel momento si attua la sua vittoria e la sua salvezza nella potenza di Dio. Quindi, quanto più i cristiani sono conculcati, schiacciati, umiliati, derisi, disprezzati, perseguitati, tanto più sono vincitori. C’è un insegnamento importantissimo nel rovesciamento della logica mondana: il cristiano vince non quando vince, ma quando perde.
Secondo la logica mondana si vince quando l’avversario è messo fuori gioco e quindi si riesce ad imporre il proprio modo di pensare e di fare. Per il cristiano è vero il contrario: proprio quando si attua nei suoi confronti la massima umiliazione ed emarginazione, proprio allora è davvero vincitore, come è av­venuto per Gesù Cristo.
Il momento supremo della distruzione del Cristo, del suo annientamento, quando ormai i suoi avversari erano riusciti ad eliminarlo mettendolo a morte, proprio quello è il momento in cui si consuma la loro definitiva sconfitta e il Cristo realizza la sua vittoria.
Questo è uno dei punti centrali della rivelazione cristiana, ma è difficile da capire non tanto sul piano intellettuale, quanto su quello esistenziale: perché è difficile accettarlo e viverlo. 
Soffrire per Lui 
Vv. 29-30: “Perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo ».
Paolo può dire queste cose perché i cristiani di Filippi hanno visto con i loro occhi lo stesso Paolo subire per primo questa condizione esistenziale. Nel libro degli Atti, al capitolo 16, troviamo la descrizione della vicenda di Paolo a Filippi:
« Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il gior­no dopo verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: – Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa -. E ci costrinse ad accettare. Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina. Essa seguiva Paolo e noi gridando: – Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunziano la via della salvezza -. Questo fece per molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: -In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei -. E lo spirito partì all’istante. Ma vedendo i padroni che era partita anche la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città; presentandoli ai magistrati, dissero: – Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono giudei e predicano usanze che a noi romani non è lecito accogliere né praticare. La folla allora insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei ceppi » (At 16,11-24).
Paolo aveva sperimentato la persecuzione e la prigione a Filippi. I primi cristiani di Filippi avevano visto cosa era successo a Paolo. Sembrava che fosse stato messo a tacere questo « agitatore », che gettava il disordine nella città predicando usanze non lecite!
Riprendiamo il v. 29: « … a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui ». Il discorso di Paolo qui è molto importante: i cristiani di Filippi possono capire il rovesciamento della logica umana, di cui parlavamo, perché l’hanno sperimentata. A loro è stata concessa la grazia di credere in Cristo e di soffrire per Cristo: quindi hanno visto come le cose si sono rovesciate e come si è vincitori quando si è sconfitti, come si è salvati e salvatori quando si è umiliati, disprezzati e crocefissi con Cristo.
La grazia di capire questo si riceve e si consuma nel momento in cui lo si sperimenta; finché non lo si è sperimentato, forse non lo si capisce. La grazia della fede raggiunge la sua pienezza quando si verifica in noi la persecuzione, per la quale si entra nella nuova logica del regno di Dio: finché anche a noi non è concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per Lui, non capiremo la logica cristiana.
Si attui quindi per noi quello che si è attuato per i cristiani di Filippi e più in generale per i primi cristiani, come leggiamo, per esempio, nel libro degli Atti: Pietro e Giovanni, dopo essere stati portati davanti al Sinedrio, flagellati e malmenati, « se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù » (5,41). « Lieti di essere stati oltraggiati », perché quando sono oltraggiati capiscono fino in fondo la ricchezza del Vangelo e la potenza salvifica della fede nel Signore Gesù.
Paolo dice: « Sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo ». I cristiani di Filippi hanno visto con i loro occhi Paolo patire, l’hanno visto imprigionato e ora sanno che è in catene. Ecco il collegamento con la parte iniziale della lettera: « Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo ». La prigionia di Paolo non è uno svantaggio, ma un vantaggio, perché i cristiani di Filippi si rendono conto – e accettano – che quello che si è compiuto in Paolo deve compiersi in ciascuno di essi.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 14 novembre, 2012 |Pas de commentaires »
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