Archive pour novembre, 2012

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi: « Dovete splendere come astri nel mondo » (vv. 12-18)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi7.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi

« Dovete splendere come astri nel mondo » (vv. 12-18) 

La seconda parte del cap. 2 contiene due brani che si possono così distinguere: i vv. 12-18 che contengono l’esortazione di Paolo a lavorare per la salvezza secondo la logica di questa stessa salvezza e della potenza di Dio che opera in essa; con una riflessione conclusiva sulla gioia, che deve riempire l’esistenza cristiana qualunque ne sia lo sbocco: vita o morte. Perché ciò che conta non è la vita o la morte in questo mondo, ma la fedeltà al Vangelo, l’ubbidienza, la realizzazione del disegno salvifico di Dio nella conformità della propria esistenza a questo stesso disegno..
I vv. 19-30 esprimono, invece, alcune riflessioni di Paolo in ordine ai suoi progetti, se la prigionia si risolverà in maniera positiva, cosa che Paolo pensa; infatti al v. 24 dice: « Ma ho la convinzione nel Signore che presto verrò anch’ io di persona ». Abbiamo già visto nel capitolo precedente che Paolo, posto di fronte alla possibilità della morte o della vita come sbocchi della prigionia, è propenso a credere che la sua condizione di prigioniero si risolverà in senso positivo, proprio per la neces­sità di continuare ad annunciare e consolidare il Vangelo nella comunità di Filippi e nelle altre comunità cristiane. L’obbedienza di Paolo comporta la sua permanenza in vita al servizio del Vangelo.
Questa è la convinzione profetica che Paolo ha della sua vicenda personale e che fa da sottofondo a tutte le sue riflessioni, anche se obiettivamente la sua sorte potrebbe avere uno dei due sbocchi possibili (vita o morte).
All’interno di questa riflessione parla di Timoteo e di Epafrodito, le due persone che gli sono accanto, dandoci indicazioni in ordine alle affettuose relazioni che ha con la comunità di Filippi mediante sia l’uno che l’altro. Illustrando, inoltre, le vicende di queste due persone, fornisce anche indicazioni implicitamente orientative per i cristiani di tutti i tempi. Quello che sono Timoteo ed Epafrodito debbono esseri o anche tutti i cristiani nei diversi contesti in cui possono venire a trovarsi.

L’importanza di un « quindi » 
V. 12: « Quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore ». 
Questo « quindi » si ricollega evidentemente a quanto precede: il mistero del Cristo, illustrato nell’inno appena riportato, è causale in ordine all’esistenza cristiana. L’esistenza cristiana è possibile nei termini che Paolo illustra perché a monte di essa c’è il mistero pasquale del Cristo, il suo annientamento, la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione mediante la quale Dio lo ha glorificato, ponendolo al di sopra di tutte le Potenze e facendo sì che il suo nome sia oggetto di adorazione e di lode su tutta la terra. Se c’è questo, può esserci quello che viene dopo.
È interessante anche la parola che viene dopo: « miei cari », miei amati. In tutti gli scritti del Nuovo Testamento, quando compare, è sempre una parola di rilevante significato. Lo cogliamo soprattutto in questa lettera in cui si manifesta una profonda tensione d’amore tra Paolo e i cristiani di Filippi: c’è una cordialità, una sintonia, un rapporto di affetto e di tenerezza che viene chiaramente e continuamente evidenziato.
Comunque questa parolina esprime quello che dovrebbe essere il tipo di relazione tra i cristiani. I cristiani debbono amarsi, ognuno dovrebbe poter dire all’altro che è amato da lui, che è l’oggetto del suo amore. Questa, in Paolo, come del resto in Giovanni, non è una parola soltanto, ma è una profonda indicazione esistenziale. La carità di cui Paolo parla, quella che manifesta e rivela ai fratelli di Filippi è la carità stessa del Cristo, è l’amore stesso del Cristo.
Il Cristo aveva detto: « Nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici » (Gv 15, 13); Paolo è schiavo al servizio dei fratelli, quindi può davvero dire « miei cari » a que­sti cristiani di Filippi. Non è un semplice intercalare, come quelli che facciamo noi quando scriviamo « carissimo » o « carissima » nelle nostre lettere.,. Quando Paolo dice « miei cari » lo dice con tutta l’anima, con tutte le sue viscere, rivelando ed evidenziando il profondo legame d’amore che lo unisce ai fra­telli di fede.
Paolo continua dicendo ai cristiani di Filippi: « obbedendo come sempre », parola che si ricollega direttamente a quanto ha scritto, prima di tutto perché la vicenda del Cristo è la vicenda dell’obbedienza e il punto di partenza dell’esistenza cristiana è l’obbedienza a Dio, al Vangelo, alle Scritture. È quanto troviamo anche nella 1 Pt 1,22: « Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità… »: il punto di partenza è l’obbedienza alla verità, cioè al Vangelo. In questa obbedienza si genera la santità, quindi la si può attuare.
I cristiani di Filippi hanno sempre obbedito, fin dall’inizio della loro conversione, quando Paolo ha annunciato il Vangelo e ora egli li invita a perseverare in questa obbedienza: « non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano », Voi avete sempre obbedito, quando ero presente; tanto più dovete obbedire ora che sono lontano. Paolo distingue i due momenti per sottolineare il fatto che l’obbedienza a Dio prescinde dalla sua presenza fisica; certo a loro il Vangelo è giunto attraverso la predicazione di Paolo ed egli continua ad essere un loro servitore nella proclamazione evangelica, ma non è a lui che essi obbediscono. È a Dio che bisogna obbedire. Quindi, sia Paolo presente, sia Paolo assente, il Vangelo permane fra di loro e a questo Vangelo devono obbedienza.
Poi Paolo dice: « attendete alla vostra salvezza con timore e tremore ». Forse la parola « attendete » non è di immediata evidenza per noi; sarebbe meglio tradurre: datevi da fare per la vostra salvezza, lavorate alla vostra salvezza, operate per essa!
I commentatori si sono chiesti: perché con timore e tremore? Che cosa significano queste due parole?
Si dice che la fede pone il cristiano davanti a Dio non più nella paura, ma nella gioia di sapersi figlio del Padre; l’assenza di paura caratterizza l’esistenza cristiana davanti a Dio nel Nuovo Testamento. Perché, allora, Paolo parla di timore e tremore nel quale e con il quale i cristiani di Filippi devono operare per la loro salvezza? 
Paolo usa queste parole altre volte. Le si ritrova, ad esempio, nella 1 Cor 2,3: Paolo è pieno di timore e tremore per l’opera che sta portando avanti nella predicazione evangelica. Anche in 2 Cor 7,15 Paolo usa la stessa espressione. Allora in che senso si deve intendere il timore e tremore di cui parla Paolo?
Lo si deve intendere in un senso molto sottile, ma significativo: ciò di cui parla Paolo è la trepidazione degli uomini che si trovano alla presenza di Dio; degli uomini nei quali Dio ha iniziato la sua opera. Non è quindi paura di Dio, ma il senso dell’immensità, della trascendenza e della santità di Dio, posta a confronto con la piccolezza dell’uomo. È un po’ la sorpresa e lo sgomento che coglie l’uomo quando si accorge che il Dio Santo e irraggiungibile è entrato in lui, si è messo in rapporto con lui, ha davvero creato una comunione di vita con lui.
L’impegno dei Filippesi è voluto da Paolo per la loro salvezza comune: non è semplicemente la salvezza del singolo, ma è la salvezza della comunità, la salvezza della Chiesa, la salvezza del popolo di Dio. Meglio ancora potremmo dire: è l’edificazione della casa di Dio che si compie attraverso l’ascolto e la messa in pratica della Parola nell’obbedienza. Salvezza collettiva all’interno della quale c’è anche la salvezza di ciascuno. 
I cristiani di Filippi sono invitati da Paolo a darsi da fare nell’obbedienza. È l’obbedienza il loro darsi da fare. Paolo non dice in che cosa darsi da fare, ma il collegamento a quanto dice prima ci fa capire che il darsi da fare dei cristiani è l’obbedienza al Vangelo. È nell’obbedienza perseverante e continua che il cristiano si dà da fare per la salvezza sua e della comunità. Quindi l’opera primaria del cristiano è l’obbedienza al Vangelo.
C’è un’apparente contraddizione tra questo passo della Scrittura e quello dell’annunciazione (Lc 1,26-38): qui si dice ope­rate con timore e tremore; là, invece, l’Angelo, rivolgendosi a Maria, dice: « Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio ». Tutto dipende dal senso che si dà alla parola « ti­more »: nell’uso comune ha il significato di paura, sgomento; invece nel significato biblico più profondo vuoi dire avere il senso dell’evento sconvolgente che sta avvenendo: Dio, da irraggiungibile che era, è diventato raggiungibile per l’uomo, è entrato in comunione con l’umano. Si è compiuto un fatto che va al di là di ogni immaginazione o ragionamento e questo suscita stupore e meraviglia, non paura. Il timore di Dio è quindi la consapevolezza di un evento nel quale il Dio inac­cessibile e santo entra in rapporto con l’uomo; l’uomo ne è sconvolto, anche se la coscienza della distanza infinita fra Dio e uomo, fra Santità e peccato, è colmata dalla manifestazione della misericordia divina. 

Tutto è grazia 
v. 13: « È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni ». 
Qui Paolo spiega il senso del timore e del tremore del versetto precedente. I cristiani debbono darsi da fare, nell’obbedienza, per la loro salvezza, ma nel convincimento profondo che in realtà chi fa ogni cosa è Dio. Il punto decisivo da cogliere è che non lui, con le sue forze, opera quest’obbedienza, ma il Signore. È Dio che è potente in lui. Ecco il senso del timore e del tremore: la coscienza di questa forza divina, la forza dello Spirito, che agisce nel cristiano quando egli si impegna « con tutte le sue forze » a operare la propria salvezza. In realtà è il Signore che agisce dentro di lui: quel Signore che è più potente e più grande di lui e di tutte le sue infedeltà.
Tutto è grazia. Non merito dell’uomo, non merito del cristiano. La salvezza è merito di Dio che in noi suscita il volere e opera il fare.
Il mistero grande che qui Paolo illustra trova il suo coronamento nell’espressione finale: « secondo i suoi benevoli disegni ». Ritroviamo questa espressione nel « Gloria » della Messa, là dove nella corretta traduzione si dice: « Gloria a Dio nell’al­to dei cieli e pace in terra agli uomini del Suo ben volere » (gli uomini che Egli ama), cioè gli uomini inseriti nella benevolen­za, nell’amore di Dio.
Proprio perché il suo è un disegno di benevolenza Dio è an­dato incontro all’uomo non per condannarlo, ma per amarlo. Tutto quello che avviene è conseguenza del grande disegno d’amore che Dio sta attuando e portando a compimento nella storia della salvezza.
All’interno di questo grande disegno di benevolenza – che è poi l’amore di Dio, la sua misericordia – Dio opera nel cuore di ogni uomo il volere e l’operare. Quindi il mistero è racchiuso nella benevolenza di Dio che tutto abbraccia e tutto risolve in sé.
Questa affermazione di Paolo è molto consolante, perché sap­piamo ormai che tutto quello che ci accade è all’interno di un disegno di amore nei nostri confronti. L’ultima parola in ogni vicenda della nostra vita è detta dall’amore di Dio. 

Due parole riprese dall’Antico Testamento 
V. 14: « Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche ».
Qui viene ripresa l’indicazione del v. 12: « Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore », e viene evidenziata la dialet­tica che deve sempre rimanere tra l’impegno dell’uomo, da una parte, e la coscienza che tutto è opera di Dio, dall’altra: l’opera di Dio non annulla quella dell’uomo, ma suscita l’im­pegno nell’obbedienza, in modo che tutto sia fatto senza mor­morazioni e senza critiche.
Cosa significa all’interno della volontà salvifica di Dio, che si attua nell’obbedienza, l’operare senza mormorazioni e senza critiche? Quelle usate qui da Paolo sono due parole riprese dall’Antico Testamento, comprensibili solo se collocate nel loro contesto originario.
La mormorazione nell’Antico Testamento costituì il pericolo fondamentale per il popolo di Dio nel deserto, quando pos­sedeva la promessa della terra, ma non vi era ancora giunto. Israele, che nella sua esperienza storica percepiva di essere all’interno del disegno salvifico di Dio, mormora nel deserto contro Dio, cioè si rifiuta di accettare la sua esistenza concre­ta come esistenza « salvata » da Dio. Notiamo, per inciso, che il pellegrinaggio del popolo di Dio nel deserto è usato fre­quentemente nel Nuovo Testamento come tipo della comu­nità cristiana che nella sua esistenza terrena è orientata al mondo futuro e cammina verso la grande Promessa.
La mormorazione è sostanzialmente l’atteggiamento dell’uo­mo che si allontana da Dio e si rifiuta di ascoltarLo. È il ribel­larsi, il non accettare quello che Dio sta compiendo per la no­stra salvezza. Non è quindi semplicemente una parola, ma un comportamento che manifesta una volontà di distacco, di al­lontanamento nei confronti di Dio, di ricusazione della sua opera.
Per chiarire meglio possiamo dire che « mormorazione » è quel­la dell’uomo che dice: « Va bene, Dio mi sta salvando, però questo non me lo può chiedere ». Cioè, è un porre condizioni all’opera di Dio, un pretendere che si comporti secondo i no­stri desideri e non secondo la sua volontà. 
La mormorazione è quindi un rischio sottile, che noi molte volte corriamo non a parole, ma nei fatti. Molte volte mormo­riamo non a parole, ma nel comportamento. 
Per Paolo questo è un pericolo di decadenza dalla salvezza, non una cosa da poco. Tutta la Lettera ai Filippesi è un appello all’incondizionata adesione a Dio, un invito a consegnarsi to­talmente nelle mani di Dio in Cristo. Se i cristiani mormorano, rischiano di decadere dalla salvezza, come Israele ha rischiato di rimanere nel deserto zenza entrare nella terra promessa.
L’altra espressione, « senza critiche », cioè senza contestazio­ni, ha un significato molto simile a « senza mormorazioni »; esprime anch’essa, cioè, un atteggiamento di rifiuto e di lon­tananza da Dio. In questo contesto si intende la riserva del dubbio, della diffidenza; non si arriva al rifiuto, ma c’è diffi­denza. Non ci si fida di Dio, non ci si consegna totalmente nelle sue mani; ma si pretende di conservare la propria autonomia, di affiancare all’agire di Dio un agire nostro e al pensiero di Dio un nostro pensiero. Questa è la contestazione.
Indubbiamente quello di Paolo è un discorso sottile, perché egli dice queste cose ai cristiani di Filippi, che sa essere profondamente obbedienti al Signore. Ma li mette in guardia contro un rischio che è sempre immediato e nel quale chiun­que, anche il più fedele, può cadere.
Notiamo, infine, che « mormorazione » e « critiche » non hanno niente a che vedere con il rapporto tra cristiani, con il difetto di sparlare degli altri. Qui è Dio l’oggetto della mormorazione e della critica.
Molte volte nella Chiesa si è fatta passare per mormorazione e critica quella che era una semplice correzione fraterna; si fa in fretta a dare del contestatore a chi contesta non l’opera di Dio, ma le stupidaggini degli uomini. Costui non è un conte­statore secondo il discorso di Paolo; potrebbe essere piutto­sto un riformatore, come lo erano i santi. Ma questo è tutto un altro discorso. 
Come astri nel mondo 
Vv. 15-16a: « perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e de­genere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita ».
L’atteggiamento di mormorazione e di critica è un rischio con­tinuamente presente nella comunità cristiana. Ma se si attua l’obbedienza, nella coscienza che è Dio a operare tutto ciò che il cristiano fa, qual è lo sbocco? Cosa prospetta Paolo ai cristiani di Filippi come esito della loro esistenza obbediente e fedele?
Se il cristiano è obbediente e fedele, si realizza come irre­prensibile e semplice, come giusto secondo il significato bi­blico di questa parola (colui che è fedele al Signore).
« Irreprensibili », cioè senza possibilità di essere richiamati da nessuno e da nulla.
« Semplici, figli di Dio immacolati »: è la definizione dell’esi­stenza cristiana. Il cristiano radicalmente obbediente e fedele rivela la radice profonda della sua esistenza che è appunto l’essere figlio di Dio. Il cristiano è figlio di Dio, è generato da Dio e il suo comportamento obbediente lo rivela, lo manifesta. La parola « semplice » probabilmente fa riferimento a quanto si diceva prima, cioè all’assenza di mormorazioni, a quella schiettezza e semplicità di comportamento che non tiene nulla dentro di sé, che non accampa riserve o nostalgie.
Aggiunge, dopo: « in mezzo a una generazione perversa e de­genere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo ». C’è, quindi, anche un’esistenza di splendore, di luce, che illu­mina. Il cristiano che è reso perfetto da Dio risplende nel mondo come una luce. Altrove Paolo,dice: « Se un tempo era­vate tenebra, ora siete luce nel Signore » (cf. Ef 5,8). I cristiani sono questa luce che brilla in un mondo oscuro. Descrivendo la realtà del mondo come « generazione perversa e degenere », con un’espressione che rimanda ad At 2,40 , cosa intende dire Paolo? 

Il punto di partenza per capire questa espressione è Dt 32,3­5. Nel cantico di Mosè leggiamo:
« Voglio proclamare il nome del Signore:
date gloria al nostro Dio!
Egli è la roccia; perfetta è l’opera sua;
tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace e senza malizia;
Egli è giusto e retto.
Peccarono contro di lui i figli degeneri,
generazione tortuosa e perversa ».
Quindi, in origine, le parole « generazione degenere e perver­sa » si riferiscono a Israele; è Israele, nella sua disobbedienza, che è una generazione perversa; il popolo che si ribella, il po­polo che mormora, il popolo che contesta e in questo si rive­la come la generazione perversa che si contrappone alla san­tità e alla misericordia di Dio.
Quando nel passo citato degli Atti leggiamo: « Salvatevi da que­sta generazione perversa », questa espressione è riferita da Pie­tro ancora ai Giudei. Sono i Giudei che nel momento supremo, quando il Padre si è loro rivelato in Gesù Cristo, lo hanno rifiu­tato e respinto. Essi, che furono in passato generazione ribelle e perversa, lo sono ancora adesso rifiutando il Cristo.
Ma quando Paolo usa l’espressione in questo contesto, non pensa più soltanto a Israele ribelle, pensa ormai a tutta l’u­manità che rifiuta il Cristo. La generazione perversa e dege­nere è il mondo che respinge Colui che è stato proclamato suo Signore.
Paolo non fa un’analisi sociologica per esaminare come e dove sono i perversi; si tratta piuttosto di un’affermazione di principio. Infatti, qualunque sia il loro comportamento, per il fatto che non accolgono Cristo nella fede e quindi non si con­segnano in obbedienza nelle mani di Dio sono una genera­zione perversa e degenere. È un giudizio duro sul mondo. San Giovanni dirà che il mondo è figlio di Satana, mentre i cristia­ni sono figli di Dio.
Questa contrapposizione radicale fra il popolo dei salvati e l’u­manità che non ha accolto il Cristo ci aiuta a capire il signifi­cato dell’espressione « generazione degenere e perversa »: è il mondo al di fuori della salvezza del Cristo, quindi il mondo non come categoria sociologica, ma come definizione teologica del rifiuto di Dio e del Cristo.
In questo mondo, come dice anche Pietro nella sua prima let­tera ( 1 Pt 2, 11-12 e 4,1-4), i cristiani sono immersi, ma devo­no splendere come astri di luce tenendo alta la Parola di vita. La traduzione più aderente al testo sarebbe: tenendovi salda­mente attaccati alla Parola della vita. Perché si possa essere veramente figli di Dio, immacolati, bisogna restare attaccati saldamente alla Parola, al Vangelo che produce la vita e ad essa conduce. Anche qui è possibile richiamare la 1 Pt , 1 ,23­24: lo stare attaccati saldamente al Vangelo è ciò che rende possibile l’autenticità della vita cristiana. Il rapporto con il Van­gelo è un rapporto vitale. Leggere, ascoltare, tenere dentro il Vangelo: solo così la Parola di Dio può produrre, e produce, la vita nel credente. 

Il giorno di Cristo 
Vv. 16b-18: “Allora nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non avere corso invano né invano faticato. E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e ral­legratevi con me ».

Se i cristiani di Filippi si tengono attaccati alla parola di vita, che è il Vangelo, se non mormorano, non fanno critiche e si ri­velano quindi irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, allora, nel gior­no di Cristo, nel momento in cui tutti gli uomini saranno chia­mati al giudizio di Dio, cioè nella Parusia, Paolo dice: « potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato ».

L’espressione « potrò vantarmi » può apparire strana, ma Paolo vuoi dire che il suo vanto, la sua gloria, sono i cristiani, parti­colarmente i cristiani di Filippi. È sottinteso questo ragiona­mento: Paolo ha avuto da Dio, al momento della conversione ­quando il Signore gli è apparso sulla via di Damasco, il com­pito di portare il Vangelo ai pagani. È il suo compito, la sua fa­tica, la sua corsa. Quindi se nell’ultimo giorno, quando si pre­senterà al Signore, al suo fianco ci saranno queste chiese, queste comunità di credenti che hanno brillato della luce del Cristo, anzi, che hanno illuminato della luce del Cristo il mondo, Paolo potrà ricavarne la corona e il premio.
Paolo altro non si aspetta in questo mondo che di suscitare delle comunità di credenti fedeli al Signore: questo è il suo compito e questo è il suo vanto. Per ogni cristiano il compito è sempre un vanto perché alla fine riceve la sua gloria proprio nell’assolvi mento di questo compito. Ebbene, per Paolo l’esi­stenza e la fedeltà delle comunità credenti sono il suo vanto e la sua gloria.
Nei vv. 17-18 Paolo riafferma il senso profondo della gioia co­mune. L’esistenza di fede dei Filippesi, che attesta l’autenti­cità e la validità del servizio apostolico di Paolo, non può che essere fonte di gioia. L’esistenza cristiana non può non esse­re un’esistenza di gioia, se c’è fedeltà di obbedienza. Qua­lunque sia il prezzo di questa gioia. Qualunque sia il prezzo di questa fedeltà.
L’attenersi strettamente al Vangelo comporta conseguenze di crocifissione e di morte. A questo punto Paolo richiama il ri­schio che sta personalmente correndo di essere messo a morte per il Signore: « anche se il mio sangue deve essere ver­sato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede », anche se deve, cioè, essere sparso sulla vostra esistenza per­ché diventi nella fede un’offerta a Dio. Paolo vede la sua morte, il suo eventuale martirio, come un sacrificio offerto per la fede dei Filippesi. È per la fedeltà all’annuncio del Vangelo che Paolo può morire e se la sua morte viene versata sul sacrificio della fede dei credenti questa è la sua gloria, questa è la sua gioia: « sono contento, e ne godo con tutti voi ». Tutto ciò, in fondo, è quello che mi aspetto, dice Paolo.
La cosa più interessante di questo versetto è che Paolo ac­costa il sacrificio della sua morte al sacrificio della fede dei cre­denti. L’esistenza di fede è sempre un sacrificio. Il cristiano sa che la sua esistenza di fede è un’esistenza sacrificale.
Colpisce nelle lettere inviate da Paolo alle sue giovani comu­nità cristiane la sobrietà dei riferimenti ai riti e ai gesti cultua­li, a parte alcuni richiami all’immersione battesimale e alla co­munione eucaristica per evidenziarne la valenza cristo logica ed ecclesiale. Gli altri accenni sono talmente occasionali e frammentari che non si è in grado di ricostruire le forme ritua­li e celebrative delle prime comunità. Ancora più notevole è il fatto che Paolo fa ricorso al linguaggio cultuale e rituale, come in questo caso, per parlare di esperienze e realtà che non sono per nulla rituali o sacre nel senso tradizionale del termine. Nella nostra lettera compare solo un paio di volte l’uso metaforico della terminologia sacrificale.
Quello che è sacro e che prende il posto dei vecchi riti è l’esi­stenza stessa degli uomini coinvolti nel nuovo dinamismo re­ligioso, manifestato e reso possibile da Cristo Gesù. Paolo in­fatti dice: « sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede ». È l’e­sistenza cristiana nella fede, l’obbedienza di ogni giorno che è un sacrificio e un culto. Il dono della propria vita per amore è la sostanza dell’incontro e della comunicazione con Dio.
Dal giorno in cui Gesù Cristo ha attuato la sua relazione ec­cezionale e unica con Dio nel contesto della fedeltà solidale con gli uomini fino alla morte, il sacrificio e il culto non si esau­riscono nei riti, ma si incarnano nell’esistenza degli uomini e delle donne che accolgono nella fede l’iniziativa gratuita e li­berante dell’amore di Dio per trasfonderla nei loro rapporti giu­sti con gli altri. Così la celebrazione del rito provoca e sostie­ne la qualità evangelica della vita e questa a sua volta invera lo spessore sacramentale del rito.
Per Paolo, come per tutta la rivelazione neotestamentaria, la separazione fra il momento cultuale – potremmo dire, oggi, la celebrazione eucaristica – e la vita quotidiana è una separa­zione relativa, perché sono strettamente coordinati tra loro. La celebrazione liturgica ha senso se si traduce in una esistenza fedele e l’esistenza fedele, trova il fondamento e il punto di par­tenza nella celebrazione liturgica che è l’attuazione del miste­ro pasquale del Cristo.
Quindi il cristianesimo non è una religione del rito. Le religio­ni animiste o antiche danno un largo spazio a quello che è l’a­spetto cultuale, sacrificale, misterico… Non è così per il cri­stianesimo. Nel cristianesimo vita e rito sono un’unica realtà, perché quello che è il vero sacrificio del credente è la sua fede in Cristo Signore, la sua obbedienza al Vangelo.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 21 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI MARIA

http://www.zenit.org/article-34021?l=italian

LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI MARIA

Accogliendo questa festa, la Chiesa ha voluto riconoscere il cammino del tutto particolare della Vergine

di Padre Mario Piatti,

direttore del mensile “Maria di Fatima”

ROMA, mercoledì, 21 novembre 2012 (ZENIT.org).- La celebrazione della odierna “memoria”, la Presentazione di Maria al Tempio, ricorda la data della dedicazione di Santa Maria Nuova, nel 543, chiesa edificata presso il Tempio di Gerusalemme. Questa festa, celebrata anche dai Cristiani d’Oriente, costituisce uno dei tanti legami, di Fede e di cultura, che strettamente congiungono “i due polmoni” della Chiesa, come li definì Giovanni Paolo II.
Maria Santissima, secondo la letteratura apocrifa (senza dubbio spesso fantasiosa e arricchita di elementi leggendari, ma utilissima per cogliere molti aspetti della vita e della devozione dei primi secoli cristiani e per la definizione o la conferma di alcuni dogmi, come quello della Assunzione) fu condotta, ancora bambina, al Tempio, perché ivi prestasse il suo servizio, a gloria di Dio. Ne parla, naturalmente, il Protovangelo di Giacomo e i successivi Vangelo dello Pseudo-Matteo e il Libro sulla Natività di Maria. Dice il Protovangelo (VII-VIII) che Maria, a tre anni, fu condotta al Tempio: “Qui l’accolse il sacerdote, il quale, baciatala, la benedisse dicendo: Il Signore ha glorificato il tuo nome per tutte le generazioni; in te alla fine dei tempi il Signore manifesterà la sua redenzione per i figli d’Israele. Poi la pose sopra il terzo gradino dell’altare e il Signore Dio fece scendere su di lei la sua grazia… I suoi genitori se ne andarono pieni di ammirazione, ringraziando il Signore Dio perché la bambina non si era voltata indietro. Così Maria restò nel Tempio, allevata come una colomba e riceveva il cibo dalla mano di un angelo”.
Al di là della storicità del racconto e dei vari particolari, ingenuamente agiografici, raccolti negli scritti apocrifi, la Chiesa, accogliendo questa festa, ha voluto riconoscere il cammino, del tutto particolare, percorso dalla Vergine. Fin da piccola Ella appartenne totalmente a Dio, per la grandezza della missione affidatale dal Cielo. Immacolata, fu preservata dal contagio del male e conservò integro il Cuore, tutto e solo per il suo Signore, “senza voltarsi indietro”, senza ripensamenti o dubbi o incertezze, ma affidandosi generosamente e sempre a Iahvé. La Vergine Maria, proprio per la sua singolare vocazione, godette certamente di particolari privilegi, ma corrispose pienamente e liberamente al suo Signore, riservando la sua anima e tutta la sua persona per Lui solo.
Contemplando la sua innocenza e la fragranza del suo Cuore, fervido e ardente di amore verso Dio e sollecito per il bene di ogni uomo, siamo invitati, una volta di più, a riconoscere la grandezza di Dio, che opera nei semplici e nei piccoli le sue meraviglie.
Facciamo nostro il desiderio del Cielo di tutelare e proteggere il vero bene dei nostri figli, esposti spesso, già nei primissimi anni, alle insidie e agli inganni del mondo. Fin dalla più tenera età Dio dialoga con loro, nel linguaggio, a volte inesprimibile con le parole, dello Spirito. Il cuore di un bimbo è un giardino di Grazia che spesso l’uomo ignora e calpesta, mentre Dio lo irrora di soprannaturale rugiada, disponendolo a ricevere i suoi doni.
Guai a chi scandalizza anche uno solo di questi fratelli più piccoli! (Mt 18,6) ha detto il Signore.
L’educazione non inizia in età scolare, delegata poi a istituzioni a volte non più all’altezza della loro altissima missione. Addirittura fin dal grembo materno –non lo dice la Chiesa, lo afferma invece proprio la Scienza- un intimo scambio avviene tra quella creatura “in fieri” e la madre. Quel dialogo, fatto di premura e di affetto, seppure ancora inconsapevole per il bimbo, continua poi, dopo la nascita, tra le braccia della mamma e nei primi anni intreccia l’ “habitat” umanissimo, in cui quel piccolo fiore piano piano germoglia, vive, cresce. Ignorare tutti questi delicatissimi passaggi –iniziati nel grembo stesso della madre- significa, in qualche modo, disprezzare l’opera che Dio, silenziosamente e pazientemente, va ricamando, a beneficio di un suo nuovo figlio.
La Presentazione di Maria viene associata alla Giornata di preghiera per le Claustrali. Anime totalmente dedite, sull’esempio della Vergine, a Dio e alle cose di Dio, spinte dall’unica preoccupazione di piacere in tutto al loro Sposo e di essergli gradite, con l’offerta di tutta la loro vita.
La Clausura non è una prigione insensata, il luogo disumano in cui seppellire la propria voglia di vivere. È il prezioso giardino dove la Grazia coltiva i fiori più belli, preservandoli dalle minacce e dalla furia del mondo. È il luogo dove la Misericordia di Dio trova anime generose che nel silenzio, nella preghiera, nella comunione della vita fraterna accompagnano la nostra frenetica società, implorando per tutti luce, perdono, pace.
Benedette siano queste anime, che in un’epoca soffocata dal materialismo e confusa dal relativismo imperante ci testimoniano, immerse nel Mistero, ancora una volta, il primato assoluto dell’Eterno; la priorità della contemplazione; la necessità dell’ascolto dell’unica Parola che salva.
Esse ci attestano, con la loro vita, che Dio esiste e che “Lui solo basta”.

Publié dans:FESTE DI MARIA, MARIA VERGINE |on 21 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

Lettura e commento della Lettera ai Filippesi: L’inno cristologico (vv. 6-11)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi6.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Lettura e commento della LETTERA AI FILIPPESI

L’inno cristologico (vv. 6-11) 

L’inno contenuto in questi versetti, come dicevamo sopra, ha una sua struttura logica che lo fa sussistere in sé, anche scorporato dal contesto della lettera, ma nella lettera serve sia a rivelare che ad esortare perché la vita nuova in Cristo con la sua logica di imitazione è resa possibile dall’evento Cristo illustrato nell’inno.
Il mistero del Cristo che l’inno ci presenta ha due facce: una prima, nei w. 2-8, è il mistero della sua umiliazione; successi­vamente, nei w. 9-11 è il mistero della sua esaltazione. Il Cristo visto nella sua spoliazione e nella sua glorificazione.
Va detto che l’inno è di non facile comprensione. Affermazioni che a prima vista sembrano facili in realtà non lo sono. Hanno dato adito a molte discussioni da parte degli interpreti e degli studiosi. Se si raccogliessero tutti i commenti fatti all’inno, che portano ad affermazioni a volte perfino contraddittorie, partendo dai tempi dei Padri della Chiesa fino ai nostri giorni, si raccoglierebbe una piccola biblioteca. Cerchiamo, quindi, di cogliere il filo conduttore del ragionamento di Paolo in quest’inno. 

La preesistenza di Cristo 
v. 6: « [Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cri­sto Gesù] il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio… « .
Il v. 6 ci presenta il Cristo nella sua condizione preesistente all’incarnazione. Il Cristo che era di natura divina, dice il testo, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, cioè non pretese di tenere solo per sé questa uguaglianza con Dio o, meglio, non pensò di esaurirsi in essa.
Prima della sua nascita umana il Cristo era di natura divina, ma non è rimasto chiuso in questa dimensione esistenziale che era appunto la sua Divinità. Non custodì con gelosia la gloria del suo essere Dio.
Questo versetto è molto importante, perché ci troviamo di fronte a uno dei primi tentativi che la comunità cristiana ha fatto per capire il mistero del Cristo nella sua preesistenza; sforzo di comprensione che troverà la sua pienezza nel prolo­go del vangelo di san Giovanni [che è almeno di quarant'anni posteriore alla Lettera ai Filippesi, n.d.r.], dove troviamo la massima illustrazione del mistero della preesistenza del Verbo nella gloria del Padre prima dell’incarnazione.
La Chiesa delle origini ha riflettuto sul mistero del Cristo ed è arrivata ad una certa pienezza di comprensione partendo dall’incarnazione, meglio ancora partendo dalla « manifestazione » (epifaneia). Il Cristo ha cominciato a manifestarsi come Messia all’età di circa trent’anni, ma la Chiesa , guidata dallo Spirito Santo, ha capito subito che non è divenuto Messia a quell’età, ma lo era sin dalla nascita. Nascita, inoltre, che si collega misteriosamente al suo esistere già prima della nascita, quando era « presso Dio » e Dio egli stesso fin dall’eternità, come dice il prologo del vangelo secondo Giovanni. C’è quindi un crescendo di comprensione del mistero del Cristo nella Chiesa, di cui questo v. 6 è una traccia. 

Incarnazione, passione e morte 
Vv. 7-8:  » … ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce ».
Il testo sottolinea che il Cristo, già esistente come Dio, a un certo punto spogliò se stesso, si svuotò della gloria che aveva nella comunione con il Padre divenendo simile agli uomini, cioè facendosi uomo. È il mistero dell’incarnazione che rimarrà sempre impenetrabile alla nostra conoscenza. Infatti, che Dio abbia potuto farsi uomo lo possiamo dire in mille modi, ma comprendere le profondità di questo mistero sarà sempre impossibile alla mente umana.
Ricordiamo tutti, dal catechismo, che i misteri principali della nostra fede sono: Unità e Trinità di Dio; Incarnazione, Passione e Morte di nostro Signore Gesù Cristo. Misteri sommi, che rimarranno sempre insondabili all’intelligenza dell’uomo. Li potremo credere, affermare, illustrare, indagare, ma com­prenderli nella loro profondità sarà sempre impossibile, tanto che ogni tentativo di più acuta penetrazione di essi ha portato spesso nella Chiesa a dispute ed eresie. Quasi tutte le ere­sie dei primi secoli ruotano attorno allo sforzo di illustrare que­sti misteri.
Ad ogni modo, con il v. 7 Paolo vuole illustrarci la reale umanità del Cristo. Egli si è fatto veramente uomo. Occorre stare attenti al significato della parola « simile » (« divenendo simile agli uomini’), su cui i primi teologi cristiani hanno discusso all’infinito. Qui simile va inteso nel senso di uguale. Non si tratta di una somiglianza esteriore, né di un travestimento illusorio. Gesù fu vero uomo.
E si è fatto uomo prendendo la condizione di schiavo: non semplicemente uomo, ma schiavo, nel senso di « ultimo fra gli uomini ». La spoliazione, l’annientamento del Cristo non si è attuato soltanto nel farsi uomo, ma nel prendere poi tra gli uo­mini l’ultimo posto. Non è stato un uomo potente, ma è stato uomo nella forma dello schiavo ed è morto come morivano gli schiavi condannati a morte: crocifissi.
Dice ancora il testo: « apparso in forma umana », cioè apparso come uomo. L’espressione « in forma umana » si contrappone a quella del v. 6: « di natura divina ». I due poli del mistero del Cristo: la forma umana, la natura divina.
Apparso come uomo, presente nel mondo come uomo, « umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce ». Questa umiliazione, questo annientamento, questo ridursi a nulla, questo prendere l’ultimo posto ha raggiunto forma suprema nella morte, ma non una morte qualsiasi: la morte di croce. La sottolineatura della morte come morte di croce ha due risvolti nel pensiero dell’inno: da una parte si ricollega al concetto di schiavo (come si è detto sopra, proprio nella morte si è manifestata la scelta di Cristo di prendere l’ultimo posto fra gli esse­ri umani, quello di uno schiavo qualsiasi); dall’altra indica la violenza della morte. Cristo non è morto per cause apparentemente naturali; assumendo su di sé una morte violenta ha rivelato che in realtà ogni morte è una morte violenta.
« Facendosi obbediente »: è interessante questa parola che riassume in qualche modo tutto il mistero del Cristo; tutta questa umiliazione è un’umiliazione legata all’obbedienza di Cristo al Padre.
C’è un mistero di obbedienza nel mistero del Cristo. L’obbedienza radicale del Cristo, che si sottomette alla volontà del Padre, assumendo la natura umana e giungendo fino a morire e a morire di croce, contraddice e annulla la disobbedienza originaria di Adamo. Adamo non si assoggettò al coman­do di Dio, Cristo viene e si assoggetta in tutta la sua vicenda al comando del Padre.
Mentre la disobbedienza di Adamo, che nella sua intenzione era finalizzata alla propria divinizzazione, procurò la morte, l’obbedienza del Cristo fino alla morte invece procura la vita.
Rovesciando radicalmente la scelta originaria dell’uomo, l’obbedienza nella morte procura la vita. La morte del Cristo diventa così una morte salvifica nella quale si compie il mistero di salvezza per ogni uomo. A questo punto ogni cristiano deve rendersi conto che soltanto attraverso la partecipazione al mistero di obbedienza della morte del Cristo può avere la glorificazione. Come per la morte del Cristo si è avuta la salvezza di tutto il genere umano, così ogni uomo passa attraverso la morte per ottenere la salvezza. 

La glorificazione del Figlio
v. 9: « per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome ».
L’umiliazione fino alla morte è la causa che genera l’esalta­zione. L’esaltazione o innalzamento poggia sull’abbassamento che Cristo ha accettato incarnandosi e che ha portato all’estremo con l’obbedienza della croce. Giovanni nel suo van­gelo accosterà ancora di più i due termini: la crocifissione del Cristo è già la sua glorificazione. « Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me » (Gv 12,32): innalzato qui significa sia innalzato sulla Croce sia glorificato.
Dio l’ha glorificato e gli ha dato il nome « che è al di sopra di ogni nome ». Qual è il nome che Cristo ha ricevuto in questo mistero e per questo mistero? Il nome di Kyrios, Signore. Cristo che si è ridotto a nulla, alla morte dello schiavo, è diventato per questo il Signore, il sovrano di tutte le cose, colui che ricapitola in sé tutto l’universo e ne è la testa, il capo. Gesù ha ricevuto questo nome proprio in virtù del suo annientamento.
Nel linguaggio biblico il nome è tutt’uno con la persona e quindi dare il nome significa mettere in evidenza la persona stes­sa. Aver ricevuto il nome di Signore vuoi dire essere stato posto in una condizione di gloria e di esaltazione suprema. Dire, dunque, « Gesù Cristo è il Signore » diventa l’affermazione più alta e più sintetica della fede cristiana (cfr. At 2,36 e Rm 10,9). 

La glorificazione del Padre 
Vv. 10-11: « Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre ».
Senza entrare nei particolari, cari a molti commentatori, è importante dire che Paolo elencando « nei cieli, sulla terra e sotto terra » vuole indicare tutte le Potenze dell’universo. Esse sono state sottomesse a Gesù. Alle Potenze che tengono schiavo il mondo è subentrato un Signore che ha la funzione di liberare il mondo e l’uomo dalla schiavitù delle Potenze.
Dietro il termine « Potenze » si nasconde tutto un universo, con Satana in testa, che si oppone alla signoria di Gesù, alla quale tuttavia è già stato sottomesso.
È attuale e operante anche oggi il mistero delle Potenze! Non a caso viviamo in un tempo in cui c’è un grande risveglio di at­tenzione a fenomeni magici, nascosti, tenebrosi. È Satana il signore delle tenebre, mentre Gesù Cristo è il Signore della luce. Come ci avverte tutto il Nuovo Testamento, ciò che è fatto di nascosto è sotto il segno di Satana (cf. Mt 6,23; 1 Ts 5,5; 1 Gv 1,5-7,2,9-11).
A questo Signore che ha sottomesso tutte le Potenze si innalza la proclamazione di ogni uomo: « e ogni lingua proclami… « . È la confessione ecclesiale e universale: Gesù è il Signore delle Potenze, è Colui che riceve gloria da ogni bocca.
La signoria universale del Cristo si risolve poi nella glorificazione del Padre: « a gloria di Dio Padre ». E qui trova conclusione la storia della salvezza: Dio Padre che nell’umiliazione.;. esaltazione del Figlio, nella sua morte e resurrezione, tutto ha posto sotto i suoi piedi facendolo Signore, riceve poi da questo Figlio tutta la gloria. La gloria ritorna al Padre, da cui è partita tutta la storia della salvezza. In questo mistero di rapporto trinitario fra Cristo e il Padre nello Spirito – il Padre che consegna tutto nelle mani del Figlio e il Figlio che gli riconduce, ricapitolandole, tutte le cose, in un rapporto di reciproco infinito Amore – si consuma tutta la storia della salvezza.
Con questa immagine di ritorno di tutto l’universo, unificato in Cristo, alla gloria del Padre si chiude l’inno di Paolo.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 20 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

L’EDUCAZIONE ALLA FEDE (PRIMA PARTE) – Mons. Bruno Forte

http://www.zenit.org/article-33944?l=italian

L’EDUCAZIONE ALLA FEDE (PRIMA PARTE)

Relazione di monsignor Bruno Forte al Seminario di studio per i Vescovi Italiani

ROMA, domenica, 18 novembre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito la prima parte della relazione tenuta martedì 13 novembre a Roma da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, al Seminario di studio per i Vescovi Italiani.
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Il Sinodo dei Vescovi dedicato al tema della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, svoltosi dal 7 al 28 Ottobre 2012, ha rappresentato una straordinaria occasione per condividere esperienze pastorali e delineare vie affidabili per un annuncio della fede alle donne e agli uomini di oggi, annuncio “nuovo” tanto a partire dal rinnovamento dei cuori nello Spirito Santo, che dalla novità delle sfide poste ai credenti dai diversi contesti in cui vivono. Da tutti i partecipanti al Sinodo è stata rilevata nel mondo intero un’attesa – esplicita o celata – di un nuovo risuonare del Vangelo, che dia speranza, gioia e motivazione ai credenti, anche non praticanti, e si offra a chi non crede come proposta di vita e di speranza. Certamente, nella varietà delle situazioni presenti nel “villaggio globale”, la proposta cristiana incontra non poche difficoltà. A volte esse si manifestano sotto forma di una vera e propria persecuzione religiosa; altre volte in una diffusa indifferenza dovuta al rigetto, conseguente alla crisi delle ideologie, nei confronti di ogni visione del mondo totalitaria e violenta; a volte, infine, specialmente nel Nord del pianeta, nella sfida rappresentata dalla cosiddetta “modernità liquida”, in cui ciascuno si sente portatore della propria verità soggettiva, incapace di affidarsi a un progetto comune.
La “globalizzazione”, comunemente intesa nel suo profilo socio-economico, è stata vissuta al Sinodo come un’esperienza unica di coappartenenza a una stessa umanità, vissuta come famiglia di Dio, raggiunta dal dono del Suo amore in Cristo nella varietà delle mediazioni storiche e culturali. Il continuo scambio fra i Padri sinodali ha dato più volte l’impressione intensa di un ritrovarsi fraterno, radicato nell’incontro col Risorto, vivo e presente per la fede nei cuori. In questa luce è emerso con chiarezza il senso vero dell’aggettivo posto davanti al sostantivo evangelizzazione. Non si tratta di una novità cronologica, quasi che si voglia fare quello che prima non si era mai fatto, secondo il significato di novità temporale, espresso nel greco del Nuovo Testamento col termine “neòs”. Ciò che è veramente in gioco è la novità di un cuore “nuovo”, capace di nuovo ardore, di creatività e audacia nuove, secondo il senso della novità qualitativa o escatologica, che il greco biblico esprime con l’aggettivo “kainòs”. È la novità dei “comandamento nuovo” datoci da Gesù, l’“entolé kainé”, nuovo non perché chieda quello che prima non veniva richiesto, l’amore di Dio e del prossimo, ma perché lo chiede a cuori resi nuovi dal dono dello Spirito. In altre parole, questo Sinodo ha domandato alla Chiesa di rinnovarsi nella fede e nella carità, di intraprendere cammini umili e coraggiosi di conversione pastorale, che metta al primo posto l’esperienza dell’amore fraterno, della carità verso Dio e verso i poveri, e lasci trasparire il Vangelo attraverso testimonianze contagiose di gioia e di bellezza, rese sempre con simpatia e amicizia verso i destinatari dell’annuncio.
In questa prospettiva, particolare attenzione è stata manifestata da parte del Sinodo ai giovani, che in considerazione dei processi in atto di estraniamento dalla fede, alcuni già definiscono “la prima generazione incredula”: da più interventi si è sottolineato come alle nuove generazioni bisogna più che mai proporre in maniera credibile l’incontro con Gesù come amore liberante e salvifico, anche se forte ed esigente. In famiglia, nella scuola, nella comunità cristiana, occorre dare ai giovani tempo e ascolto, stabilendo relazioni personali feconde, annunciando la bellezza della sequela del Signore, senza mai scoraggiarsi. La trasmissione della fede alle nuove generazioni diventa così in qualche modo la cartina da tornasole della temperatura spirituale degli evangelizzatori: la loro credibilità, la profondità delle loro convinzioni e la verità dell’amore con cui si dedicato alla causa del Vangelo, emergono qui in primo piano, anche per la singolare capacità che hanno i giovani di discernere l’autenticità di ciò che viene loro proposto a partire dall’autenticità del testimone. Come diceva Paolo VI nella “Evangelii Nuntiandi” (n. 41), “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. I giovani stessi, peraltro, sono chiamati a essere soggetto attivo della nuova evangelizzazione, specie fra i loro coetanei: un tale impegno li aiuterà anche a discernere il progetto di Dio su di loro e a corrispondervi come alla vocazione che dà senso e bellezza alla vita. Alla luce di quanto emerso nei lavori sinodali, mi pare allora di poter evidenziare alcune indicazioni di fondo sul tema dell’educazione alla fede specialmente dei giovani.
1. In primo luogo, circa la rilevanza della cosiddetta sfida educativa:essa appare chiara se solo si consideri quanto la trasmissione ai nostri ragazzi e giovani di ciò che per noi veramente conta nella vita risulti oggi più che mai ardua. È come se la distanza fra le generazioni si fosse improvvisamente accresciuta, sia per l’accelerazione dei cambiamenti in atto, sia per la novità dei linguaggi che il mondo del computer e della rete ci va imponendo. I “nativi digitali” – coloro cioè che sono nati nell’era di “internet” e che vi accedono con strabiliante naturalezza – fanno fatica a intendersi con gli abitanti del vecchio pianeta terra, solcato da confini e lontananze, che risultavano spesso difficilmente valicabili. Quanto viene proposto dall’opera di genitori e educatori desiderosi di far bene, rischia di essere volatilizzato dal mondo della “rete” in cui i nostri ragazzi navigano alla grande, spesso senza adeguata cautela e discernimento. Mentre il “villaggio globale” dei giovani è sempre più omologato su modelli planetari, le identità tradizionali, radicate in storia, usi e costumi, appaiono relativizzarsi e perdere d’interesse ai loro occhi. Anche nell’azione pastorale ci sembra a volte di rispondere a domande che nessuno pone o di porre domande che non interessano più nessuno!
L’amore per i nostri ragazzi, che ci motiva a trasmettere loro quanto di più bello abbiamo in cuore, sembra dunque ferito dalla difficoltà di trovare la via giusta perché ciò avvenga. Come vivere questo amore ferito? Come affrontare la sfida che ne consegue? Come dire alle nuove generazioni ciò che veramente ci sta a cuore, la vita della nostra vita, il senso delle nostre fatiche e la speranza dei nostri giorni? È a domande come queste che più volte ha invitato a rispondere Papa Benedetto XVI, che all’educazione alla fede ha dedicato tutta la sua vita di teologo e di pastore. È a tali domande che i Vescovi italiani hanno scelto di prestare la loro attenzione prioritaria in questi “anni dieci” del terzo millennio. È su di esse che vorrei riflettere a partire da un’icona biblica, quella dei discepoli di Emmaus, cui si affianca sulla via un viandante dapprima non riconosciuto, Gesù, che li introduce progressivamente alla realtà tutta intera del suo mistero (Lc  24, 13-35). Mi sembra che il modello del Figlio di Dio, che si fa educatore dei due discepoli tanto simili a noi e ai nostri ragazzi, come noi “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, possa aiutarci a capire come rispondere alla sfida tanto urgente, quanto decisiva dell’educazione.

L’EDUCAZIONE ALLA FEDE (SECONDA PARTE) – Mons. Bruno Forte

http://www.zenit.org/article-33958?l=italian

L’EDUCAZIONE ALLA FEDE (SECONDA PARTE)

Relazione di monsignor Bruno Forte al Seminario di studio per i Vescovi Italiani

ROMA, lunedì, 19 novembre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito la seconda parte della relazione tenuta martedì 13 novembre a Roma da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, al Seminario di studio per i Vescovi Italiani.
***
2. La posta in gioco: il senso della vita. Ciò che il racconto di Emmaus ci fa anzitutto capire è che l’educazione è un cammino: essa non avviene nel chiuso di una relazione esclusiva e rassicurante, decisa una volta per sempre, ma si pone nel rischio e nella complessità del divenire della persona, teso fra nostalgie e speranze, di cui è appunto figura il cammino da Gerusalemme a Emmaus percorso dai due discepoli e dal misterioso Viandante. Siamo tutti usciti dalla città di Dio, in quanto opera delle Sue mani, e andiamo pellegrini verso il domani nell’avanzare della sera, bisognosi di qualcuno che ci stia vicino, sulla cui presenza affidabile poter contare: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (v. 29). Tutti siamo incamminati verso l’ultimo silenzio dell’esistenza che muore! Proprio nel confronto con l’enigma della morte, però, si affacciano alla mente e al cuore due radicali e opposte possibilità: ritenersi “gettati verso la morte” (come pensa Martin Heidegger riflettendo sulla condizione umana) o considerarsi “mendicanti del cielo” (come sostiene ad esempio Jacques Maritain), destinati alla vita vittoriosa sulla morte della Gerusalemme celeste. Se l’uomo è solo in questo mondo, l’ultima parola sul suo destino non potrà che essere quella del finale silenzio in cui la sua esistenza si spegnerà. Se invece c’è un Dio che è amore, ogni essere personale è un “tu” unico e singolare cui quest’amore è rivolto, e che come tale vive e vivrà per sempre grazie all’eterna fedeltà dell’interlocutore divino. La tristezza dei due discepoli all’inizio del racconto di Emmaus è quella di chi teme che la morte l’abbia vinta sulla vita; l’entusiasmo con cui ripartono nella notte per andare ad annunciare a tutti di aver incontrato il Risorto è quello di chi sa che la vita ha vinto e vincerà la morte.
Fra le due opzioni la scelta è decisiva e va fatta ogni giorno: ecco perché siamo tutti in cammino sulla via dell’educazione, per scegliere sempre di nuovo ciò su cui sta o cade il senso ultimo della nostra vita. Ed ecco perché l’annuncio della vita vittoriosa sulla morte deve risuonare ogni giorno, in un’incessante testimonianza vissuta nella condivisione del cammino e nella proposta umile e coraggiosa della buona novella dell’amore, fatta nella più ampia varietà di forme, di linguaggi, di esperienze: è questa la “nuova evangelizzazione” di cui ogni generazione ha bisogno. Non va mai dato per scontato l’annuncio del senso e della bellezza della vita, vista nell’orizzonte di Dio e del Suo eterno amore. Ci sarà sempre bisogno di educatori, che siano persone dal cuore nuovo, capaci di cantare il cantico nuovo della speranza e della fede lungo le vie, talvolta tortuose e scoscese, che i pellegrini del tempo sono chiamati a percorrere. Chi educa non dovrà mai dimenticare che la posta in gioco nell’educazione è la scelta decisiva della persona, l’opzione fondamentale che qualificherà il suo stile di vita e le singole decisioni settoriali. Educare vuol dire introdurre al senso della realtà totale, attraverso un processo che aiuti la persona a riconoscere come vere e ad accogliere nella libertà le ragioni di vita e di speranza che le vengono proposte. La meta di un’educazione piena e realizzante non può che essere la scelta libera e fedele del bene, la sola che consenta alla persona di entrare nell’obbedienza al disegno di Dio su di lei, dov’è la sua vera pace. È quanto afferma nella forma più densa e precisa il Poeta: “E in la sua volontade è nostra pace / ell’è quel mar al qual tutto si move / ciò ch’ella cria e che natura face” (Paradiso, Canto III, 85).
3. La condizione base del processo educativo: il dono del tempo. Se educare è introdurre alla realtà totale, colta nel suo senso e nella sua bellezza ultima, si comprende quali possano essere le resistenze e gli ostacoli principali che si frappongono oggi all’impegno educativo. La fine dei “grandi racconti” ideologici, caratteristici dell’epoca moderna, ha lasciato il campo all’esperienza della frammentazione, tipica della cosiddetta post-modernità. La cultura del frammento ha modificato profondamente gli scenari tradizionali dell’educare anzitutto nella concezione del tempo. Questa risulta profondamente segnata dai processi culturali avviatisi a partire dall’Illuminismo: la ragione, che sa di sapere e vuole tutto dominare, imprime ai percorsi storici di adeguamento del reale all’ideale un’incalzante accelerazione. Questa “fretta della ragione” si esprime tanto nella rapidità dello sviluppo tecnico e scientifico, quanto nell’urgenza e nella passione rivoluzionarie, connesse all’ideologia. Il mito del progresso non è che una forma della volontà di potenza della ragione: in esso la presunzione della finale conciliazione, che superi la dolorosa scissione fra reale e ideale, diviene chiave ispiratrice dell’impegno di trasformazione del presente, anticipazione militante di un avvenire dato per certo. Le moderne filosofie della storia non si limitano a interpretare il mondo, ma intendono trasformarlo al più presto, secondo la propria immagine e somiglianza. L’emancipazione -  motivo ispiratore e sempre ammaliante dello spirito moderno -  porta con sé un’indiscutibile carica di urgenza, un’indifferibile accelerazione sui tempi: il divario fra “tempo storico” e “tempo biologico”, ad esempio, è spinto al massimo dalla sete di compimento totale, di soluzioni finali, tipica della religione emancipata del progresso.
Le conseguenze di questa sfasatura di tempi -  di cui l’esempio forse più vistoso è il possibile impiego distruttivo dell’energia nucleare -  non sono riscontrabili solo negli effetti devastanti che essa ha sul deterioramento ambientale, ma anche nelle prospettive che si disegnano per i soggetti storici. Occorre ritrovare il predominio umano sul tempo, per tornare a dare tempo alla persona e alle esigenze del suo sviluppo integrale. Di fronte a questa urgenza si comprende come la prima e decisiva condizione del processo educativo riguardi proprio l’uso del tempo: occorre aver tempo per l’altro e dargli tempo, accompagnandolo nella durata con fedeltà, vivendo con perseveranza la gratuità del dono del proprio tempo. Oggi si parla di “banca del tempo” per dire quanto è prezioso il mettere a disposizione degli altri gratuitamente anche solo qualche ora della nostra settimana: l’impegno educativo esige un’immensa disponibilità a spendere le risorse di questa banca. Chi ha fretta o non è pronto ad ascoltare e accompagnare pazientemente il cammino altrui, non sarà mai un educatore. Tutt’al più potrà pretendere di proporsi come un modello lontano, alla fine poco significativo e coinvolgente per la vita degli altri. Gesù sulla via di Emmaus avrebbe potuto svelare subito il suo mistero: se non lo ha fatto, è perché sapeva che i due discepoli avevano bisogno di tempo per capire quanto avrebbe loro rivelato, e forse – come diceva Sant’Ireneo agli albori della riflessione cristiana – perché anche Dio ha bisogno di tempo per imparare a farsi vicino alla sua creatura così fragile e incostante. Come in ogni rapporto basato sull’amore, anche nel rapporto educativo il dono del tempo è il segno più credibile del proprio coinvolgimento al servizio del bene dell’altro.

Icon of judgment in the West Wall

Icon of  judgment in the West Wall dans immagini sacre 79918471lmorrq_fs

http://iconreader.wordpress.com/2011/02/27/the-last-judgment-spur-to-repentance/

 

Publié dans:immagini sacre |on 16 novembre, 2012 |Pas de commentaires »
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