Lettera ai Filippesi: Capitolo terzo : Per guadagnare Cristo Fil 3,1-21

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Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Capitolo terzo : Per guadagnare Cristo Fil 3,1-21 

Il capitolo terzo per molti commentatori moderni è un capito­lo aggiunto, a partire dalla seconda parte del primo versetto fino al primo versetto del quarto capitolo. Infatti, mentre la prima parte del v. 1 (« Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Si­gnore ») si riaggancerebbe al v. 2 del cap. 4 e sarebbe quindi l’avvio dei saluti e delle esortazioni finali, la seconda parte dello stesso v. 1 (« A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stes­se cose » fino a: « Perciò, fratelli miei carissimi e tanto deside­rati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi! ») apparterrebbe ad una se­conda lettera di Paolo, non dalla prigionia, ma inserita in que­sto contesto con un espediente redazionale.
Questo non ci interessa più di tanto, in quanto non ci aiuta nella comprensione della lettera. Noi la leggiamo come profonda­mente unitaria, anche se al suo interno questo capitolo terzo può apparire come una parentesi. Forse Paolo è giunto a co­noscenza di fatti che stanno avvenendo all’interno della Chie­sa di Filippi e che rischiano di mettere in discussione la fedeltà di quei cristiani al Signore. Allora interviene con durezza. Tutto quello che ha detto va bene, però essi non devono dimenti­care ciò che lui ha già ripetuto loro: « A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose ».
Paolo, cioè, scrive alcune cose che i Filippesi già conoscono bene, ma che non si stanca di ripetere, dal momento che vede dei pericoli in mezzo a loro. Passa perciò ad una serie di istru­zioni relative alla vera via della salvezza cristiana, su come  cioè i cristiani devono stare attenti perché la salvezza loro do­nata in Cristo Gesù non venga meno nell’ipotesi che la predi­cazione sia portata avanti da falsi cristiani. 

Contro le eresie
 Vv. 1-2: « Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore. A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guarda­tevi da quelli che si fanno circoncidere! ».
Il rischio dell’eresia è presente fin dall’inizio e Paolo lo cono­sce bene perché contro di esso si è ripetutamente battuto, in particolare per quanto riguarda l’eresia dei giudaizzanti. Sono cristiani che non hanno capito la novità del Cristo e continua­no ad insistere con le esigenze della Legge giudaica, la cir­concisione in primo luogo. Contro essi Paolo dovette ripetu­tamente lottare, perché mettevano in discussione la sua pre­dicazione e la sua autorità apostolica all’interno delle comu­nità nei primi decenni di vita della Chiesa. Arrivava Paolo, por­tava il Vangelo, annunciava il mistero del Cristo, lo consolida­va con la potenza dello Spirito, faceva nascere la Chiesa in quel luogo, portava avanti la catechesi… E a un certo punto arrivavano altri missionari – questo è un dato classico della chiesa primitiva: c’era un pullulare di persone che cammina­vano di città in città annunciando il Vangelo o confermando il Vangelo già annunciato, in collaborazione ma anche in ten­sione fra loro – che pretendevano di « rettificare » l’insegna­mento e le disposizioni di Paolo.
Essi, pur riconoscendo Gesù come Signore, ritengono indi­spensabile alla salvezza il rispetto dei precetti della Legge. La circoncisione ad esempio, che risale a Mosè, è ineliminabile. Dalle lettere ai Galati e ai Romani sappiamo cosa vuoi dire tutto questo: vuoi dire mettere radicalmente in crisi la parola evangelica.
Perciò con costoro Paolo è sempre di una durezza inaudita. E anche ora dice: « Guardatevi dai cani ». La parola « cane », che nel nostro linguaggio è molto offensiva, lo è però meno di quanto lo fosse nel mondo giudaico. Questo termine veniva usato dai Giudei nei confronti dei pagani. Per la cultura giu­daica il cane era un animale immondo e di poco conto. Quin­di dare a uno del cane era una delle offese più gravi. Paolo ri­balta l’offesa e la rivolge a coloro che la usavano verso i pa­gani.
Oltre a ciò li chiama « cattivi operai », meglio ancora operai del male, persone che non sanno operare il bene. Le loro opere sono malvagie. Si sottintende che sono figli di Satana, perché Satana è l’operatore del male.
Probabilmente anche a Filippi sono presenti cristiani di que­sta tendenza e Paolo interviene duramente contro di essi. I commentatori fanno notare che la durezza del linguaggio di Paolo è forse giustificata proprio dalla realtà della Chiesa di Filippi: è una Chiesa bella, molto fedele al Signore, molto ge­nerosa, con la quale Paolo ha legami cordialissimi. Proprio perché la realtà è così bella e così cara a Paolo, egli si indigna al pensiero che qualche « falso fratello » possa mettere in crisi la vita e la fede di questa comunità.
Il discorso di Paolo però, anche se così severo, è messo nella cornice di una riflessione di consolazione e di gioia. Cap. 3,1: « Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore » e cap. 4,1: « Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi! », State nella gioia, state lieti, rimanete saldi, rima­nete fedeli; la vostra fedeltà e la vostra autenticità di obbe­dienza al Vangelo siano fonte radicale di gioia! Sempre, co­munque e dovunque il cristiano dev’essere nella gioia. La gioia nella quale devono stare saldi e sereni i cristiani è quella che proviene dalla fede e dalla comunione con Cristo; è una gioia permanente, perché sostiene l’esistenza cristiana anche nelle difficoltà, nelle sofferenze. Pietro nella sua prima lettera dice la stessa cosa: « Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora do­vete essere un po’ afflitti da varie prove » ( 1 Pt 1,6). Il cristiano, qualunque cosa succeda, resta nella gioia perché la sua vita è nelle mani del Signore. 

I veri circoncisi 
V. 3: “Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù senza avere fiducia nella carne « .
L’ultima ammonizione di Paolo nel versetto precedente era « per quelli che si fanno circoncidere ». Si tratta evidentemen­te di cristiani giunti alla fede dal paganesimo e che si lascia­no convincere alla circoncisione dai « nemici della croce di Cri­sto », cioè dai giudaizzanti. Paolo dice: « Siamo noi i veri cir­concisi », ricorrendo a un concetto già utilizzato in altre lette­re: veri e falsi circoncisi. C’è una circoncisione nella carne che non è quella vera e ce n’è una nello Spirito che è quella vera. Ed è la nostra, dice Paolo. È il cristiano il vero circonciso, non nella carne, che non conta nulla; egli è circonciso nel cuore, perché è lì che si colloca la vera e autentica esistenza del fi­glio di Dio.
« Noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio »: è la pre­senza dello Spirito che individua il vero circonciso. Qui pro­babilmente c’è un’allusione al sacramento del Battesimo. I Giudei erano segnati nella carne, i cristiani sono segnati nello spirito dal Battesimo e sono mossi dallo Spirito di Dio, che opera in loro non in virtù di segni carnali, ma in virtù della po­tenza della Resurrezione del Cristo Signore.
« E ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne »: i cristiani si gloriano in Cristo Gesù, non nelle opere della carne, cioè nella circoncisione. Per un Giudeo la circoncisione era il segno della sua gloria, per il cristiano la gloria è solo nel Si­gnore.
La parola « carne », che torna in molti modi nelle lettere paoline, qui sta a significare la modalità di esistenza tipicamente giudaica. Non si fa riferimento, qui, a fatti legati alla sessualità o al mangiare e bere eccessivi. Paolo, parlando qui di carne, in­tende appunto quello che era specifico dei Giudei, che so­prattutto nei fatti legati alla circoncisione fondavano la loro gloria. 

Il vanto « secondo la carne » 
Vv. 4-6: “Sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge « .
Che per « carne » si debba intendere qui la logica del giudai­smo intesa appunto come realtà ormai fragile, caduca, inuti­le e anzi nociva per il cristiano, Paolo lo conferma in questi ver­setti, portando il proprio esempio. Si potrebbe anche sottoli­neare un altro aspetto: la fiducia dei Giudei nella carne è le­gata alla fiducia di essere discendenti di Abramo. Figli di padri e madri ebraiche, appartengono alla sua stirpe: questo è il loro vanto e la loro gloria. Il vangelo di Giovanni ci mostra Gesù in polemica con gli Ebrei che si vantano di essere figli di Abra­mo secondo la carne (cf. Gv 8,37 -40). Dio, dice il Vangelo, può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (cf. Lc 3,8). Ormai l’appartenenza carnale a una stirpe non conta più per la sal­vezza; ciò che conta è l’appartenenza al Signore nella poten­za dello Spirito mediante la fede in Cristo morto e risorto.
I giudaizzanti si vantano « nella carne »? Ebbene, dice Paolo, se servisse a qualcosa, io potrei vantarmi più di loro; ed enumera i suoi « titoli di gloria »: è stato circonciso « ottavo giorno, cioè nei termini stabiliti dalla Legge; è della stirpe d’Israele, in quanto membro della tribù di Beniamino (Paolo, come ogni buon israe­lita, aveva i suoi documenti e la sua genealogia per attestare la propria ascendenza); è « ebreo da ebrei », può cioè rivendicare la purezza delle sue origini e della sua cultura. 
Tutto quello che un giudaizzante può dire di sé, anche Paolo può dirlo. Aggiunge, però, un’ulteriore appartenenza: « fariseo quanto alla legge ». Non solo appartenente alla stirpe di Israe­le, ebreo tra gli ebrei, ma fariseo. All’interno del giudaismo i fari sei erano il gruppo più osservante, che si poneva come cu­stode della Legge. E i fari sei osservavano non soltanto la legge scritta, ma anche quella orale, tramandata di bocca in bocca da Mosè fino agli ultimi rabbini. Paolo rivendica la sua fedeltà a tutte le tradizioni del giudaismo al pari dei farisei.
« Quanto a zelo, persecutore della Chiesa »: se poi si deve met­tere in conto anche quello che Paolo ha fatto concretamente per garantire e difendere la tradizione dei Padri, egli ha per­seguitato i cristiani; quanti di coloro che polemizzano con lui possono dire altrettanto? In conclusione, chi più di Paolo ha dimostrato di essere un autentico giudeo?
« Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservan­za della legge »: qui Paolo dice una cosa impressionante; si po­trebbe pensare che la vis polemica gli faccia superare ogni mi­sura. Lui, che nella Lettera ai Romani dirà che nessun giudeo ha mai osservato pienamente la Legge del Signore, qui dice di sé: « irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’os­servanza della legge », cioè presenta se stesso come un os­servante scrupoloso e irreprensibile di tutti i precetti della Legge. Paolo ha una coscienza fortissima di quella che è stata la sua vicenda all’interno del giudaismo e sembra quasi do­mandare: chi è stato più scrupoloso osservante di me? lo sono stato irreprensibile!
Quando poi dice « irreprensibile quanto alla giustizia che deri­va dall’osservanza della legge », parla secondo la logica del­l’Antico Testamento: la giustizia veniva all’uomo dall’osser­vanza della Legge. Osservando la Legge – quindi con le sue forze, con la sua tensione spirituale – l’uomo si faceva giusto e meritava la salvezza come premio. Per un giudeo osservan­te la salvezza non è un dono, ma il compenso che spetta alla sua fedeltà.
Paolo è stato tutto questo; quindi quando affronta così dura­mente i giudaizzanti lo fa a ragion veduta. All’interno del giu­daismo c’è stato a lungo e con coerenza estrema, con un impegno di perfezione altissimo. Può dunque ben dire quello che sta dicendo. 

Il guadagno e la perdita 
v. 7: “Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo ».
A questo punto Paolo introduce la sua testimonianza di fede: tutto questo mio vanto secondo la carne, che nella logica del­l’Antico Testamento mi avrebbe permesso di chiedere a Dio il premio meritato, in realtà è una perdita in confronto a Cristo Gesù. C’è qui il rovesciamento totale della logica cristiana ri­spetto a quella giudaica, del Vangelo rispetto alla Legge.
Perché è una perdita? Perché l’uomo che si vanta di fronte a Dio in realtà ha saputo, in Gesù Cristo, di non avere alcuna ca­pacità, alcuna possibilità di salvezza. Quello che lui poteva pensare come un guadagno secondo la logica giudaica, in realtà è la pretesa di Adamo di essere lui l’arbitro di ciò che è bene e di ciò che è male.
Il cristiano sa che chi segue questa logica così non può ere­ditare la salvezza. Chi si salva, allora? Chi sa di non poter fare nulla da sé in ordine alla salvezza. Di fronte al Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza, rivelando la nostra ra­dicale impotenza e la nostra totale necessità di ricevere da lui la grazia e la misericordia, tutto ciò che secondo una logica giudaica e carnale avrebbe potuto essere un vanto è invece una perdita e l’unica cosa da fare è buttarsi sciolto da queste presunte ricchezze nelle braccia del Cristo accogliendo la sua grazia nella fede. 

La sublimità della conoscenza 
V. 8: “Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le con­sidero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo ».
Paolo ribadisce il concetto precedente allargandolo alla tota­lità: « tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù ». Cos’è tutto? Tutto ciò che non è Gesù Cristo, tutto ciò che si contrappone alla cono­scenza di Lui. Qual è l’obiettivo della vita cristiana che emerge da queste affermazioni di Paolo? L’obiettivo della vita cri­stiana è capire che l’unica cosa che conta è il riferimento a Cri­sto; è appunto la conoscenza di Gesù Cristo in quanto ade­sione piena a Lui, conformità al suo pensiero e alla sua vita.
Con l’espressione « di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù », Paolo ci rivela un’esistenza cristiana che non è un dato acquisito una volta per tutte. È un altro modo per esprimere un concetto che già abbiamo incontrato nella lettera di Paolo: l’indicazione della crescita, del perfezionamento nella vita cristiana. La vita cristiana parte dall’accoglienza del Cri­sto e dal riconoscere che tutto ciò che appartiene al passato è una perdita e addirittura – dice Paolo – « spazzatura », cioè cosa ignobile. Riconoscendo ciò, ci si affida al Cristo e si cre­sce nella conoscenza di Lui. La conoscenza del Cristo è una forma di rapporto dinamico con il Signore; è il rapporto per­sonale con Colui che ci invita ad uscire sempre più da noi stes­si per entrare nella Comunione.
La parola « conoscenza » nel linguaggio biblico non indica solo un rapporto intellettuale e ma, pur essendolo, è soprattutto un fatto di esperienza, di esistenza; è un possesso, è un entrare in comunione. Comunione esistenziale con Lui, destinata a crescere, a raggiungere un vertice di perfezione, come abbia­mo già visto nel primo capitolo. Mentre nella prospettiva giu­daica veterotestamentaria la propria vita è un guadagno quan­do è ciò che costruiamo giorno per giorno in un’assoluta fe­deltà alla Legge – e quindi ci si aspetta la salvezza come un diritto -, per Paolo e per il cristiano il guadagno è Gesù Cristo, che non può essere oggetto di conquista, ma ci viene dato come dono in assoluta gratuità; si avvia così un cammino che lascia cadere alle proprie spalle tutto ciò che non è Lui per muovere, invece, verso la piena conoscenza-esperienza-possesso di Lui. 

La giustizia che viene dalla fede 
V. 9: “e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede ».
« Essere trovato » da chi? Da Dio, in modo da incontrarlo al ter­mine della propria esistenza. « In lui », in Cristo, cioè con una giustizia che non è quella costruita con le proprie mani, met­tendo in pratica le indicazioni della legge, ma è quella ricevu­ta da Dio per la fede.
In cosa si contrappongono radicalmente la giustizia secondo la Legge e la giustizia che viene da Dio per la fede in Gesù Cristo?
La giustizia che viene dalla Legge è la giustizia conquistata dall’uomo con le sue forze, con il suo impegno, con la sua ca­pacità di mettere in pratica tutte le richieste della Legge; la giu­stizia cioè che afferma e realizza le virtù dell’uomo.
Invece, la giustizia che viene da Dio nella fede in Cristo Gesù è puro dono, è grazia. Trasforma l’impotenza dell’uomo nella capacità di portare frutto.
È molto importante sottolineare il fatto che la giustizia che viene dalla fede non è una giustizia che non opera, che non porta a compimento delle realtà; ma queste realtà compiute dalla giustizia che viene dalla fede, le compie nel credente la potenza di Dio in Gesù Cristo. È lo Spirito che opera; è Dio, come Paolo aveva detto in precedenza, che dona il volere e il fare: non l’uomo con le sue forze, ma la potenza di Dio in lui (cf. Fil 2,13). 
La giustizia che viene dalla fede non è una giustizia vuota, ma una giustizia piena di opere, che non sono più opere dell’uo­mo, ma opere di Dio. Questa è la differenza essenziale: non è l’uomo che compie le opere, ma è Dio che compie le opere della fede in lui. 

Spiritualità pasquale 
Vv. 10-11: « E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua resurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dei morti ».
La giustizia che gli deriva dalla fede in Cristo porta quindi Paolo alla conoscenza, con tutta la ricchezza che questo termine ha nella Bibbia: cioè a fare esperienza di Lui e della potenza della sua Resurrezione.
La potenza della Resurrezione di Gesù si sperimenta già ora, mentre si è in attesa di pervenire alla resurrezione dei morti. Ma come? Paolo sa bene che la resurrezione dei morti è un evento futuro; ma sa anche che la potenza della Resurrezio­ne del Signore viene verificata fin d’ora, nelle sofferenze che in qualche modo anticipano la morte. Siccome nelle sofferen­ze si partecipa in qualche misura alla morte di Cristo, nella ca­pacità che ci è data di accettarle con fede e speranza si ha la garanzia di partecipare anche alla sua Resurrezione. La co­munione con il Cristo della croce è anche comunione con il Cristo della gloria.
Questo è un altro modo di illustrare il mistero pasquale: come Cristo passando attraverso la passione e la morte è giunto alla Resurrezione, così il cristiano, che partecipa ora alla passio­ne e alla morte del Cristo, parteciperà anche alla sua resurre­zione. Egli sperimenta fin da ora la propria resurrezione dai morti nella partecipazione alla Croce del Cristo. Questo punto va messo in evidenza perché si collega ai versetti successivi, nei quali si parlerà dei nemici della Croce del Cristo.
Nella logica cristiana Croce e Resurrezione sono inseparabili e ineliminabili: non c’è una Resurrezione che non passi attra­verso la Croce , non c’è una vita di comunione con Dio che non passi attraverso la sofferenza. Ecco perché Paolo se la pren­de con quelli che chiama « nemici della Croce di Cristo », con coloro, cioè, che pensano sia possibile sperimentare la Re ­surrezione senza sperimentare concretamente la Croce del Cristo. Essi vogliono soltanto l’aspetto vincente e non quello perdente, ma in questo c’è la rottura del mistero pasquale. 

I perfetti 
V. 12: « Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di corre­re per conquistar lo, perché anch’io sono stato conquista­to da Gesù Cristo ».
Riprende la polemica di Paolo con i suoi avversari e contrad­dittori, che acquistano un volto sempre più preciso. Essi molto probabilmente parlavano di essere già giunti alla perfezione, di essere già entrati nella consumazione perfetta della vita cri­stiana; invece Paolo dice: « Non però che io abbia già conqui­stato il premio o sia arrivato alla perfezione ».
Qui vale la pena di aprire una parentesi sui cristiani che nei primi tempi dicevano di aver già conseguito, fin da questo mondo, la pienezza della perfezione. Era un fatto abbastanza diffuso. Paolo lo presenta in questo contesto, ma appare anche da altri scritti del Nuovo Testamento e ne abbiamo co­noscenza dalla storia della Chiesa dei primi secoli.
L’affermazione secondo cui il cristiano per il fatto di aver cre­duto in Cristo, di aver praticato la circoncisione e di praticare la legge è già perfetto, si sposa perfettamente con la menta­lità del giudaismo e quindi con la continuazione del giudaismo nel cristianesimo. Questa prospettiva si è poi aperta in mille rivoli nella storia della Chiesa e ha avuto molti sbocchi. Uno dei più classici nella Chiesa antica è l’eresia di quelle sette in cui tutti, ritenendosi già santi, pensavano di poter fare quello che volevano, perché quello che volevano era già nella san­tità di Dio. Così davano la stura a mille vizi e perversioni, con conseguenze spesso drammatiche.
Il fondamento di tutto ciò sta nel dissociare l’esistenza di fede dalla possibilità di commettere errori: ormai sono perfetto; se sono in Cristo non posso fare il male; tutto ciò che faccio è buono! Questo è il punto di crisi.
L’esistenza cristiana, dice invece Paolo, è ancora un cammi­no, è la corsa, non il traguardo della corsa. Non è ancora il pre­mio, ma uno sforzo verso il premio. Il cristiano sa di essere stato conquistato dal Cristo, ma lui non ha ancora conquista­to il Cristo: « Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché an­ch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo », Se il cristiano pensa di aver già conquistato il Cristo perché il Cristo lo ha conquistato, è fuori strada. A quel punto è nemico della Croce del Cristo, perché la sua è una prospettiva che non passa at­traverso la Croce; pensa di essere già nel mondo della Re­surrezione senza essere passato attraverso la Croce. 

Publié dans : Lettera ai Filippesi |le 29 novembre, 2012 |Pas de Commentaires »

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