Archive pour octobre, 2012

Omelia (22-10-2006) XXIX DOMENICA DEL T.O. : Siamo salvati da Gesu’, crocifisso e risorto

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Omelia (22-10-2006) XXIX DOMENICA DEL T.O. B

Monaci Benedettini Silvestrini

Siamo salvati da Gesu’, crocifisso e risorto

Chi legge il Vangelo odierno non può fare a meno di percepire la solitudine di Gesù che va verso Gerusalemme, luogo di passione e di morte, e si trova a far fronte a richieste di questo genere. « Concedici, Signore, di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra ». La domanda di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo è dettata ancora da un desiderio terreno e da una comprensione della gloria di Cristo valutata secondo la mentalità umana. Non è colta ancora la sua novità di offerta. Essa è veramente gloria, ma dopo la croce. Gesù rivela loro con quale premessa si può prendere parte alla sua gloria: bisogna bere il suo calice, condividere la sua morte. Ma questo significato della gloria del Signore e di quanto accadrà, non è oscuro soltanto ai due fratelli, lo è anche agli altri dieci, che se non giungono a tanta assurda richiesta, vi reagiscono con il medesimo spirito, tutti sono ripiegati sui propri meschini interessi. Lo schema che opera in tutti indistintamente è quello « dei capi delle nazioni e dei loro grandi »‘. Gesù corregge il loro concetto di gloria, troppo umano e ne propone uno nuovo. « Fra voi però non è così ». Secondo il vangelo il primato consiste e si esercita nel servire. Il primo è l’ultimo, il grande è il servo. E’ posta con questo nell’umiltà la rivoluzione più radicale, il capovolgimento più sorprendente della vita cristiana. D’altra parte non si tratta di una imposizione strana di Gesù. Il mondo è redento perché il Figlio di Dio si è collocato all’ultimo posto, e ha concepito il suo essere primo con un amore ablativo. Il cristiano riflette ed evidenzia nella propria esistenza e nella propria sensibilità la logica di Dio: la sua vita di salvezza. Non inventa, ma acconsente e prosegue. Egli beve al calice di Gesù ed è consorte a lui nel suo battesimo, e quindi nel mistero di chi « non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti ».

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

L’Annunciazione, Card. Bloch

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Publié dans:immagini sacre |on 18 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Il compito dell’uomo nel divino governo del mondo – Mesrop armeno, Secondo discorso

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030214_mesrop-armeno_it.html

Il compito dell’uomo nel divino governo del mondo

Mesrop armeno, Secondo discorso

« Il Creatore ha ordinato anche l’impegno di curare le sue creature, sia le visibili che le invisibili. Al di sopra di tutte quelle visibili egli ha posto l’uomo, padrone e dominatore delle realtà terrene, artista e costruttore, con la sua intelligenza. Dio ha creato dal nulla tutte le cose e su di esse ha posto e innalzato l’uomo quale re, perché così egli, il Creatore, fosse riconosciuto e per sempre glorificato, perché l’uomo, cioè, conoscesse la sua gloria, avendolo egli innalzato dalla bassezza a un onore che supera quello di tutte le altre creature. Con il suo ingegno costruttore, che ha ricevuto dal Creatore, l’uomo sa usare di tutti gli esseri, animati e inanimati, e così tutto ciò che egli, con pieno dominio, adopera per le sue necessità o per le sue costruzioni, per ornamento o anche per sfoggio, rivela in tutto l’opera della sua saggezza. Ma nel possesso di questo suo dominio regale, egli deve sempre glorificare il suo benefattore; infatti, gli uomini sono giunti allo stesso onore degli spiriti incorporei e immortali: Dio li ha resi saggiatori e panegiristi della sua creazione, che per sempre lo devono lodare con l’osservanza della legge, affinché, per mezzo della loro libera volontà, sempre e con fermezza credano nella verità e pongano sempre la dovuta distinzione fra il Creatore e le creature, fra il sostentatore e gli esseri sostentati, tra l’elargitore di vita e tutti i viventi, perché egli sazia i bisogni di tutto il creato.

Ed è ben conveniente pregarlo in ogni tempo, ottenere con suppliche la custodia delle essenze spirituali e corporee, rendersi collaboratori della sua benefica volontà e restar puri dal peccato, davanti alla benefica bontà di Dio. Secondo questo modello, dobbiamo passare dalla corruzione al bene, dal disprezzo alla gloria, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Dio, crescendo nella vera fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, per diventare eredi del regno celeste e dell’eterna beatitudine. È lui infatti il Creatore di tutto, che degli spiriti ha fatto suoi servi, e delle schiere celesti, fiamme di fuoco. E l’uomo, formato dalla terra, egli lo sostiene in vita, elargendogliene i mezzi. Coloro poi che hanno ricevuto l’annuncio degli angeli, vengono dagli angeli educati alla vita spirituale, secondo la provvidenza di Dio, che al bisogno ha elargito la legge. »

Publié dans:MEDITAZIONI, Vaticano (dal |on 18 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

ATTI DEGLI APOSTOLI (I) : IN OCCIDENTE (Paolo)

http://www.indes.info/lectiodivina/2003-04_Atti_degli_Apostoli/In_Occidente.html

[questo è il programma che ho trovato, la parte precedente deve essere stata fatta nell’anno liturgico precedente, all’inizio c’è una presentazione, poi posto anche gli altri 6:

2003-04 – Atti degli Apostoli
14 novembre 2003 – In Occidente, Pino Stancari
dicembre 2003 – Il ritorno a Gerusalemme, Pino Stancari
febbraio 2004 – Quale Evangelo?, Pino Stancari
marzo 2004 – Nella luce vedo la luce, Pino Stancari
aprile 2004 – La tempesta, il vento, lo spirito, Pino Stancari
maggio 2004 – Con tutta franchezza e senza impedimenti, Pino Stancari
giugno 2004 – Tutto nel racconto è teologico, Pino Stancari]

ATTI DEGLI APOSTOLI (I)

(14 novembre 2003)

IN OCCIDENTE

di Pino Stancari

Abbiamo letto fino al cap. 15,35. Noi abbiamo incontrato dei personaggi, delle situazioni, delle vicende, la rivelazione di questa potenza di Dio che opera nella vita degli uomini e suscita frutti di conversione, nel senso che gli uomini ritornano alla vita, è nella loro vita che si manifesta la potenza di Dio, ma è proprio la vita umana che deve essere ricomposta, deve essere rieducata, deve essere restaurata. Gli uomini ritornano alla pienezza della vita dal momento che sono chiamati a percorrere l’itinerario che è stato aperto una volta per tutte dal Figlio nella carne umana, da Gesù il Signore che è risorto dai morti. E’ con potenza di Spirito Santo che la nostra realtà umana è sigillata nella comunione con lui vivente e glorioso. L’evangelizzazione è in corso.
Questa volta affrontiamo il secondo grande viaggio missionario di Paolo. Abbiamo incontrato l’ambiente nel quale la prima evangelizzazione di insedia a Gerusalemme. Abbiamo assistito al configurarsi della prima comunità dei discepoli del Signore, là dove viene invocato il nome di Gesù, là dove i discepoli del Signore si rendono conto di essere inseriti in quel giorno nel quale si è compiuta una volta per tutte la visita di Dio per la salvezza degli uomini. Quel giorno oramai costituisce un oggi definitivo, oggi eterno. Ed ecco la vita nuova, la vita di coloro che si rendono conto di essere inseriti in quell’oggi. E’ un evento profetico, è un evento che si manifesta passando attraverso il vissuto di persone che sono in grado oramai di testimoniare quale cambiamento è avvenuto, quale cambiamento sta avvenendo in loro stessi, e così in grado di testimoniare quale trasformazione è oramai donata in prospettiva a tutti gli uomini.

A Gerusalemme
Abbiamo incontrato Pietro, ma il personaggio che emerge come figura dominante nel corso della narrazione è Paolo. E la presenza così paziente, capillare e comunque necessaria degli evangelizzatori si configura come testimonianza contemplativa a quell’opera di cui Dio solo è protagonista. Tornano ad Antiochia, ed ecco cap. 15 a Gerusalemme la grande assemblea, nella quale sono convocati i rappresentanti della chiesa di Antiochia, così come gli altri apostoli ed anziani, per discutere la questione riguardante la circoncisione che qualcuno vorrebbe imporre anche ai pagani, mentre la decisione va in direzione esattamente opposta, così come, per altro, Paolo e Barnaba sostengono, ma prima ancora di loro Pietro e lo stesso Giacomo.
E proprio in quel contesto a Gerusalemme, in occasione di quella grande assemblea, che ancora una volta i nostri evangelizzatori Paolo e Barnaba danno conto della loro esperienza contemplativa, raccontano ciò che hanno vissuto, ciò di cui sono stati spettatori ed hanno a che fare con interlocutori silenziosissimi presi, conquistati anch’essi dal racconto che ascoltano in modo da divenire partecipi anch’essi di quell’esperienza contemplativa. E siamo al secondo grande viaggio missionario. Le pagine con le quali dobbiamo fare i conti: 15,36-18,22.

Ritorniamo: un cammino di conversione
Notate l’avvio di questa nuova tappa nella grande narrazione lucana: «Dopo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno» (15,36). Questo versetto può servire come titolo del racconto che segue del secondo grande viaggio missionario. Ritorniamo a far visita ai fratelli. Il verbo ritornare allude a un’azione di valore pastorale immediatamente comprensibile per noi. Si tratta di stabilire un contatto con quelle chiese che sono state fondate precedentemente e nel frattempo stanno crescendo e maturando nella loro vocazione. E quindi: ritorniamo. Il verbo usato qui indica quel certo modo di ritornare che noi altrimenti chiameremmo conversione. Ritorniamo a far visita: è un ritorno non soltanto nel senso oggettivo di un viaggio che dev’essere intrapreso per ristabilire un contatto diretto con quelle chiese, ma è un ritorno che già qui ci viene proposto come un cammino di conversione. In tutte le città nelle quali l’evangelo è stato annunciato, là dove man mano si sono costituite delle comunità che attualmente stanno crescendo, là dove la novità della vita cristiana si è oramai radicata anche se in modo un po’ nascosto, con tanti limiti, con tante insufficienze, con tante incertezze, in queste città Paolo intende compiere la visita. Per questo si è rivolto a Barnaba. La visita ai fratelli si inserisce in un quadro complessivo che è già annunciato come un itinerario di conversione.
Luca che racconta, ci mette già sull’avviso: secondo viaggio missionario, un cammino di conversione per Paolo e per gli altri con lui. Le pagine che leggeremo ci aiuteranno a costatare come il grande viaggio missionario è il viaggio che in primo luogo e in maniera davvero radicale determina la esperienza di conversione che interpella e struttura la vita nuova di coloro che a quell’opera di evangelizzazione sono consacrati, sono riservati: un cammino di conversione. Ma che vuol dire questo?

Il distacco di Barnaba
Qui c’è di mezzo un problema per quanto riguarda la partecipazione di Barnaba al viaggio. Barnaba vorrebbe portare il nipote, Giovanni detto Marco, che nel viaggio precedente in un certo momento si era ritirato. Paolo non ne vuole sapere. Paolo è risoluto, intransigente a riguardo di queste faccende e allora si separano. E’ un addio piuttosto brusco e doloroso quello che segna l’inizio del nuovo viaggio. Barnaba con Marco si imbarcano per Cipro, Paolo invece (15,40): «scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore». Questa volta per via di terra, non si imbarcano, visitano le chiese già fondate nel viaggio precedente, partendo da Antiochia e rimanendo nei territorio della Siria, della Cilicia, all’interno della penisola anatolica per via di terra.
Il fatto che il secondo viaggio missionario sia inaugurato da un evento che in sé e per sé è piuttosto increscioso, la separazione da Barnaba, è significativo per noi. E’ davvero un viaggio che già in base a questa scena introduttiva possiamo cominciare a delineare come il viaggio nel corso del quale strappi analoghi a questo si ripeteranno provocando un dissesto che li per li potrebbe davvero diventare catastrofico, ma che diviene poi l’occasione preziosa perché una nuova prospettiva si illumini e strade nuove di delineino nell’intimo del cuore, le strade della conversione. E non senza sorprese, non senza insofferenze, non senza tanto dolore.

A Derbe e a Listra
Cosa succede qui adesso? «E attraversando la Siria e la Cilicia, dava nuova forza alle comunità». Paolo in viaggio, Sila è con lui. Adesso sono a Derbe e a Listra. Si aggrega Timoteo al gruppetto degli evangelizzatori e quindi così passano di chiesa in chiesa (16,5): «Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno». E’ una crescita nella visibilità nelle cose, ma è una crescita sempre riportata alla fortificazione della fede, una crescita di cui si ha un riscontro oggettivo, numerico, precisa il nostro narratore Luca, ma è una crescita che si attesta nella sua qualità decisiva là dove l’invisibilità del cuore umano si apre, si spalanca, si esprime oramai con il nuovo linguaggio della fede.

Attraverso la Frigia a la Galazia fino a Bitinia
«Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia». Il viaggio prosegue per via di terra percorrendo le regioni centrali della immensa penisola anatolica, l’attuale Turchia. Venendo da Antiochia, Siria, Cilicia, ecco Frigia e Galazia. Tutto lascia intendere che Paolo voglia puntare direttamente su Efeso, che è il capoluogo della provincia di Asia. Questa è la direzione, la direzione che comporta la fatica di un lungo viaggio, ma è una direzione piuttosto limpida, l’obiettivo verso cui è mirato il viaggio di Paolo è più che comprensibile. Sembra proprio del tutto logico che Paolo intenda recarsi ad Efeso per poter irraggiare la opera di evangelizzazione in tutto il territorio circostante. Soltanto che le cose non vanno così.
Ci sono dei contrasti. Questi incidenti, che possono essere avvenuti per motivazioni interiori e indecifrabili, costringono Paolo a cambiare strada. Vedete come dice qui? «avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia». Dunque la provincia d’Asia è irraggiungibile, Di Efeso non se ne parla. Raggiunta la Misia sono dirottati verso nord. Il percorso procede a zig zag. Non sa dove andare, non sa perché, non si spiega come mai le cose vadano in modo così diverso rispetto alla programmazione. Programmazione di per sé rispettabilissima, anzi doverosa e in qualche modo geniale. «Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia». La Bitinia sta sulla costa del Mar Nero. E’ questa la meta che bisogna raggiungere. Ma non è nemmeno così che vanno le cose, perché «lo Spirito di Gesù non lo permise loro». Di nuovo il vento contrario, ed è un vento energico, che parla a Paolo con la intensità della comunione che lo lega a Gesù. Eppure Paolo non sa darsi una spiegazione. «così, attraversata la Misia, discesero a Troade». Qui devono fermarsi per forza perché qui c’è il mare. La strada finisce lì dove il mare. Di nuovo il mare. Neanche Paolo sa perché. «Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: Passa in Macedonia e aiutaci!».

In Occidente: la Macedonia
La Macedonia è la regione che sta dall’altra parte del mare, perché Troade si trova in quella zona del mar Egeo, a nord, che guarda verso l’Europa. Dall’altra parte del mare la Macedonia; dall’altra parte c’è l’Europa, dall’altra parte c’è l’occidente. Asia ed Europa, oriente e d occidente, categorie un po’ generiche a dire il vero, però niente affatto banali. C’è una storia che passa attraverso i secoli e i millenni che sta alle spalle di Paolo, sta ancora alle spalle nostre. Ancora noi registriamo il valore di certi confini per cui c’è un fronte meridionale e uno settentrionale del Mediterraneo. E’ vero che i romani dicevano che il mare è nostro, però è poi vero che il complesso di eventi storici che sono consumati nell’arco di pochi secoli non contraddicono il significato di una storia che passa attraverso i millenni.
Fatto sta che per Paolo è giunto il momento di varcare quella soglia e di entrare in Europa, è giunto il momento di affrontare l’occidente. E questo passaggio non è affatto banale. Tenete conto del fatto che Paolo è un asiatico, è un uomo dell’oriente. Sono particolari su cui noi normalmente non riflettiamo. Paolo è un asiatico. E’ vero che è un giudeo, con tutto quello che significa essere giudeo e quindi criteri particolari che servono a distinguerlo,a identificarlo nella sua appartenenza al popolo d’Israele, ma è pur sempre anche Israele una realtà dell’oriente, una realtà dell’Asia. Sono millenni di storia della civiltà umana, è un linguaggio, un modo di vedere, di sentire, un modo di affrontare il mondo, mondi che si oggettivano nei comportamenti degli uomini, comportamenti che riguardano il vissuto personale, quello comunitario, il movimento dei popoli, le grandi istituzioni. Asia. Anche Gesù è un asiatico. Anche su questo noi non sempre riflettiamo abbastanza: Gesù è un orientale.
Fatto sta che c’è un macedone nel sogno che invita Paolo, incoraggia Paolo ad attraversare il mare. Non ci vuole molto dal punto di vista tecnico, è un’impresa di poco conto, in poche ore si attraversa, il mare Egeo che è sempre stato molto navigabile. Contatti frequentissimi e molto disinvolti tra le due sponde, ma mondi diversi. E’ vero, c’è uno spostamento dell’occidente in oriente, attraverso le coste che vengono colonizzate; per altro verso c’è una pressione dell’oriente sull’occidente, conflitti e momenti di temporanea assimilazione, più dichiarata che reale. Alessandro Magno conquista tutto l’oriente, ma in realtà il suo impero si sfalda nel giro di una generazione. Il racconto del secondo viaggio missionario ci costringe ad accompagnare Paolo in questo passaggio, nel superamento di questa soglia e questo episodio acquista un valore, per così dire, apocalittico, rivelativo. E tutto questo nella prospettiva che Luca ci aveva già suggerito fin dall’inizio. E’ un mondo nuovo per Paolo, è gente diversa, è un’altra storia. Adesso ce ne renderemo conto e Luca molto sapientemente ci istruisce a riguardo di queste cose.
Paolo per la prima volta entra in Europa, affronta il mondo occidentale, è tutto diverso, è tutto strano, tutto strambo. Non solo, ma strano e strambo è lui per gli occidentali. E come Paolo si presenta in Europa, subito viene riconosciuto. E’ un altro di quelli per come parla, per come veste, per come si muove, per la puzza che emana, per i riferimenti che ritiene vitali di cui va in cerca, e che sono in realtà esotiche e addirittura ridicole, ma che fanno parte del suo mondo orientale. Subito Paolo è identificato. Paolo è una persona seria, non è mica un uomo qualunque qualsiasi. Paolo è una persona dignitosa, è un uomo rispettabile, Paolo è una persona di cultura, ha anche tutti i documenti in regola. E’ addirittura cittadino romano. Soltanto che appena si presenta subito è identificato all’interno di quel certo schema interpretativo per cui non gli viene dato non solo il tempo di tirar fuori i documenti, ma nemmeno il tempo di aprire la bocca, perché è un orientale, è uno di quelli.
Non è affatto comodo per Paolo l’impatto con l’occidente, è anzi per certi versi, una vera e propria apocalisse, una rivelazione che lo espone al contatto con realtà che non avrebbe mai sospettato. Non è mica un ignorante Paolo, in realtà parla greco, che è la lingua degli occidentali fin dalla nascita, quindi non gli mancano nemmeno gli strumenti per entrare in contatto. Paolo è greco di formazione, di cultura giudeo, è un orientale. «Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore». Qui Luca usa per la prima volta la prima persona plurale, e quando Luca fa così il coinvolgimento è particolarmente pressante. E’ evidente che siamo alle prese con un passaggio decisivo. Lui, noi. Il racconto è impostato in modo tale che non possiamo non esserci partecipi.

Un mondo tutto nuovo
«Cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore». «Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia». Paolo si muove su quelle strade, incontra quella gente, guarda quelle facce, ascolta quelle parlate, cerca di capire come funziona quel mondo, è tutto nuovo, tutto diverso. Un impianto sociale a cui Paolo non è abituato. C’è anche un quadro politico a cui Paolo non è abituato. Tante regioni dell’oriente sono sottoposte al potere di Roma, ma è un’altra cosa, è un’altra civiltà. Per Paolo questo impatto diviene un motivo provocatorio, nel senso che Paolo si rende conto che qui si tratta per lui di quel processo di conversione di cui Luca ci parlava fin dall’inizio. Paolo si rende conto che per quanto lui parli il greco, per quanto lui sia cittadino romano, per quanto sia lui convinto di essere una persona onesta, si tratta di affrontare un mondo che al primo impatto ti considera un malfattore, un ladro, un disgraziato, un furfante, un uomo pericoloso. Sei subito insidiato, minacciato, inseguito, braccato, bastonato, buttato in prigione, non esisti, sei un seccatore, disturbatore della quiete pubblica. Accettare queste cose non è uno scherzo. Smetti di considerare te stesso, come tu sei; tu oramai sei un uomo diverso. Non puoi importi in base ai tuoi criteri, che sono condizionati culturalmente, dipendono da una storia, da una civiltà, da un linguaggio, da un modo di impostare la vita, da un modo di impostare le relazioni, devi rinunciare a far valere i tuoi criteri, perché tu qui non conti più niente.
Questa non è l’avventura di un turista, è l’esperienza dell’evangelizzazione di chi al servizio dell’evangelo è coinvolto in un processo che lo espropria di tutto quello a cui è abituato, di cui è convinto e che comunque non è l’evangelo, ma è proprio al servizio dell’evangelo che Paolo adesso scoprirà di essere sempre più povero. E’ vero scoprirà che gli rimane sempre e soltanto l’evangelo e per il resto sempre più sguarnito, indifeso, sempre più contestato, e sempre più consapevole di non potere fare appello a quelle certezze che hanno costituito per lui, e per tanta gente come lui, dei riferimenti inequivocabili validi quasi come degli assoluti e non è così.

A Filippi
Paolo è a Filippi, gironzola dentro Filippi. «Restammo in questa città alcuni giorni». Cosa fa Paolo? Come sempre in tutti i luoghi, attraverso i quali procede nei suoi viaggi, Paolo cerca in primo luogo la sinagoga, cerca i suoi. L’oriente è caratterizzato da una presenza diffusa, capillare, di sinagoghe. Minoranze di giudei sono presenti dappertutto, qualche volta sono minoranze qualificate, che esprimono città per città figure di spicco, magari sono figure che governano la stessa amministrazione cittadina. Paolo si guarda attorno e a Filippi non c’è una sinagoga. Si guarda attorno ma intanto gli altri guardano lui. «Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite». Se ci sono dei giudei, il sabato si riuniscono per la preghiera.
Attenzione, questo versetto porta con sé una forza esplosiva intanto perché le donne colà riunite sono in preghiera, questo in oriente non avviene. Non solo, ma «sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite». Questo in oriente non avviene e non può avvenire. Ancora oggi nelle sinagoghe osservanti le donne sono contenute in spazi loro riservati, ma la preghiera è degli uomini, non delle donne. Cosa c’entra la donna con la preghiera? Da quando si raggiunge l’età del bar-mitzvà, non si tratta più con una donna. E Paolo non ha mai trattato con una donna perché Paolo è celibe. E’ uno dei pochi celibi del Nuovo Testamento. Dopo sua madre, che ha salutato a 12 anni, lui, Paolo, non ha mai più aperto bocca con una donna. Il fatto interessante è che adesso, al momento in cui è entrato in Europa, Paolo avrà costantemente a che fare con delle donne: di tappa in tappa compaiono delle donne. A Filippi donne in preghiera e noi parlavamo con loro, dialogavamo con loro. Ancora noi oggi siamo stupefatti per certe cose che riguardano certi mondi orientali che non sono più incivili del nostro mondo. Soltanto che sono mondi determinati da una certa interpretazione della realtà, delle relazioni, del maschile e del femminile. Di questo si può discutere, ma è così. Fatto sta che nel momento stesso in cui Paolo entra in Europa: donne. Sono cose nuove, non glielo ha insegnato nessuno. Non è automatico per un uomo come lui intrattenere una relazione diretta, una conversazione con una donna. Anzi, a Filippi, addirittura, c’è una donna che fa da capofamiglia, una industriale: «C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia». Forse Lidia è vedova, ma fa da capofamiglia, questo in oriente non succede. Potremmo dire: sono banalità. No! Non sono banalità perché il viaggio missionario di Paolo passa attraverso questa sconcertante scoperta. C’è un altro impianto sociale.
Queste cose Paolo le vive tutte in prima persona, lo provocano, lo scuotono, lo interpellano, lo mettono in discussione, lo consumano, lo smontano in tutte le sue costruzioni culturali. Perché questo? E’ l’evangelo in un altro mondo. L’evangelo in quest’altro mondo è il motivo per cui il mondo di Paolo è rimesso totalmente in questione. Senza dare giudizi di valore. Tra l’altro Paolo affronta situazioni molto penose, è trattato in modo veramente volgare, quindi subisce dei danni che sarebbero insopportabili, ma non si tratta di stabilire chi ha torto e chi ha ragione. Si tratta di andare sempre più a fondo nel discernimento del cuore umano e nell’obbedienza all’evangelo, che passa attraverso le originalità più inimmaginabili nella grande vicenda delle civiltà.
Questa Lidia di Filippi, battezzata «ci invitò: Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa. E ci costrinse ad accettare». Piuttosto energica questa Lidia, capofamiglia. Un giudeo non entra nella casa di una donna: ci costrinse ad accettare! Adesso, sempre a Filippi,nel giro di pochi giorni Paolo e Sila si ritrovano in galera. Anche qui c’è di mezzo una donna: Paolo interviene nei confronti di una schiava che era dotata di certe capacità divinatorie, per cui i padroni la sfruttavano. Questo è l’altro volto dell’emancipazione femminile, c’è Lidia, capofamiglia, emancipata, ed ecco la schiava che viene strumentalizzata nel modo più spietato e Paolo interviene e si prende cura di questa donna, di questa schiava e i padroni protestano in nome della difesa dell’ordine pubblico, e dicono: Paolo turba l’ordine pubblico. In realtà non è l’ordine pubblico, è l’interesse privato, ma i padroni di quella schiava hanno buon gioco perché subito scendono in piazza (16,19). Anche questa è un’immagine che serve a suo modo a descrivere, con un’indicazione ulteriore, l’impatto con il mondo occidentale: la piazza, il pubblico. Ma quale concetto di pubblico è questo, che cosa vuol dire il pubblico e cosa vuol dire il privato in oriente e in occidente?
«Presentandoli ai magistrati dissero: Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare». Turbano l’ordine pubblico, in realtà hanno compromesso il loro interesse economico privato.
«La folla allora insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia». Sono in prigione, non hanno neanche fatto in tempo ad aprire bocca.
«Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad ascoltarli». Cantano le nenie della propria tradizione giudaica. Durante la notte «d’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito tutte le porte si aprirono e si sciolsero le catene di tutti». E’ una scena qui che Luca ci descrive nel seguito del cap. 16, un processo sismico che ha le sue caratteristiche oggettive. E’ un processo sismico che serve benissimo a simboleggiare quale terremoto produce la presenza di un uomo come Paolo nella prigione di Filippi. Che cosa c’è al di sotto di quella piazza, di quel mondo, quella città, quell’ambiente, là dove gli equilibri dell’organizzazione sociale sono stabiliti in quel modo. Sotto cosa c’è? Sotto c’è la galera. Questo è l’occidente come lo sta sperimentando Paolo. Paolo non se ne viene fuori con delle sentenze di ordine generale, non se ne viene fuori nemmeno con una proposta di trasformazione sociale, non se ne viene fuori con una rivendicazione di carattere ideologico. Paolo dentro a questo mondo diverso che non riesce a ricondurre alle sue categorie culturali, è sempre più espropriato di tutto perché è sempre più radicato nell’evangelo. Tant’è vero che il carceriere si commuove. Il mattino dopo i magistrati dicono: adesso liberateli e fateli partire. Paolo pretende che vengano loro. I magistrati quando vengono a sapere che Paolo è un cittadino romano si spaventano, subito si precipitano, per poco non subiscono un infarto. Alla fine Paolo deve andarsene: anche per dei cittadini romani come voi qui non c’è spazio. La formalità giuridica funziona soltanto per coloro che già sono inseriti in un contesto culturale, su delle premesse che non stanno scritte in nessuna formula giuridica e quindi da qui dovete sparire.

A Tessalonica
Paolo parte da Filippi e si reca a Tessalonica, (17,1ss), segue la via di Anfipoli, di Apollonia, «giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei». Bisogna che mettiamo a fuoco un altro aspetto: in quell’atteggiamento di disprezzo nei confronti del mondo orientale e di coloro che sono considerati come degli asiatici pericolosi, in quell’atteggiamento di disprezzo c’è una particolare nota di risentimento che riguarda la presenza dei giudei in quanto giudei. Paolo questo non l’aveva mai sperimentato, in oriente non avviene questo. Dal momento in cui viene in occidente l’antigiudaismo è dominante. Questi giudei di Tessalonica esistono, però sono molto preoccupati e la presenza di Paolo diventa per loro motivo di disagio angosciante, perché la presenza di Paolo mette tutto in discussione. Loro a Tessalonica, hanno cercato di ritagliarsi un piccolo spazio nascosto, segreto dove comunque possono sopravvivere, perché per il resto non possono esporsi. Adesso è arrivato Paolo e Paolo fa cose sue con libertà incontrastata, se nonché poi trascina dietro di sé altri e mette a repentaglio la stessa stabilità della sinagoga. Per questo avviene che i più feroci avversari di Paolo in questo contesto, diventino quelli della sua gente, del suo popolo, del suo ambiente: gli altri giudei che considerano Paolo come un pericolo. Intanto ci sono alcuni tra i pagani che gli vanno dietro. Si tratta di rimettere in discussione tutti gli equilibri a cui si eravamo aggrappati e nei quali potevano sopravvivere. Non è più così. I Tessalonicesi non sopportano Paolo. Già precedentemente, ricordate, a Paolo è stato detto: voi siete giudei.
Paolo ha la sua posizione: è determinato dalla necessità di evangelizzare, quindi affronta la polemica con quelli della sua gente, gli altri giudei come lui. E’ una polemica disgustosa, deludente, una polemica che lo offende. Nello stesso tempo Paolo non riesce a capire perché in quel mondo nel quale adesso è entrato i giudei, che per altro verso sono diventati quelli del suo popolo e della sua storia, quelli che condividono la sua radice, sono diventati suoi nemici.

A Berea
Paolo deve partire anche da Tessalonica, si trasferisce a Berea. Sta percorrendo la via Egnazia, una delle grande vie dell’impero che attraversa tutta la penisola balcanica fino a Durazzo dove ci si imbarca per arrivare in Italia e si prosegue fino a Roma. Ma deve ancora una volta cambiare strada. Diremmo: ma queste chiese nascono o non nascono? l’evangelizzazione procede o non procede? lui ottiene o non ottiene frutti? la gente si converte o non si converte? Sì, qua e là, qualcosa, qualcuno. Certo piccole chiese che diventano le grandi chiese del Nuovo Testamento: chiesa dei Filippesi, dei Tessalonicesi. Il racconto è impostato in modo tale da lasciare, per così dire, in una zona un po’ appartata, in primo piano c’è il vissuto di Paolo, l’evangelizzatore che sempre più è espropriato di tutte le sue presunzioni, sicurezze, garanzie, tutte le sue aspettative, capacità di programmare. A Berea, le cose vanno in modo tale che deve cambiare strada e viene trascinato fino ad Atene.

Ad Atene
Paolo ad Atene, tutto solo. Anche questo particolare è significativo, lascia per la strada Sila e Timoteo e (17,16): «Mentre Paolo li attendeva ad Atene». E’ tutto solo, e deve fare i conti anche con questa solitudine. Ad Atene si guarda attorno, come sta facendo a più riprese di tappa in tappa. Atene è una città universitaria: scuole, ambienti accademici. Paolo comincia a guardare quello che succede, interviene, dice la sua. A un certo momento lo notano, lo osservano, lo chiamano a rispondere davanti a una specie di senato accademico su cosa stia cercando. Non è un tribunale in senso giudiziario, è un senato accademico con tutta la prosopopea degli accademici e tutto il fastidio che dimostrano gli uomini della accademia quando siedono in commissione. Ascoltano Paolo e lo interrogano. Paolo fa un bellissimo discorso, una catechesi splendida. Potremmo dire che Paolo va cercando di mediare le cose, vuole annacquare l’evangelo, vuole fare un discorso che possa catturare l’interesse del pubblico, per così guadagnarsi un minimo di credibilità. Non è così. Paolo non media proprio niente, dice le cose come sono, e le dice con una disinvoltura, con una lucidità, trasparenza, autenticità davvero meravigliosa. 17,32): «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta». Paolo ce l’ha messa tutta, ha dato prova di essere un conferenziere di altissimo livello, è in grado di interloquire con i rappresentanti più qualificati di quel mondo universitario ateniese, non serve a nulla. L’evangelo non ti fornisce nessuno strumento particolarmente convincente, che sia persuasivo, che sia in grado di attirare o addirittura sbaragliare e conquistare gli animi di coloro cui ti rivolgi. L’evangelo ti riduce in modo sempre più preciso e sempre più rigoroso, in uno stato di povertà che, come dire, è uno stato di silenzio. Questo non vuol dire che allora non hai niente da dire né da fare. Paolo ha da dire e da fare le sue cose, ma sei sempre più povero e sei sempre più consapevole che l’autenticità dell’evangelo, cui tu sei consacrato, non ti consente di strumentalizzare il linguaggio, le opinioni, gli strumenti di comunicazione e tutto il resto: non serve a niente. C’è una crescita straordinaria nel vissuto interiore di Paolo. E’ un viaggio missionario, ma dove stanno i frutti!? E’ una crescita che si consuma nell’intimo di Paolo. Luca fa in modo di farci intendere che il valore decisivo di questo viaggio missionario sta in quel processo di conversione che scuote e squarcia l’animo di Paolo, sempre più povero.

A Corinto
Cap. 18, «Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto», con la coda tra le gambe. Corinto è il capoluogo della provincia di Acaia. Due province in Grecia: Macedonia al nord, capoluogo Tessalonica; Acaia al sud, capoluogo Corinto. Corinto è una metropoli e Paolo si trova a Corinto. Tutto solo, si guarda attorno e se la fa con dei profughi, sono quelli con cui può trattare a tu per tu, sullo stesso livello, profughi: «Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei». Profughi. E’ una situazione quella di Paolo a Corinto tale per cui può soltanto avvicinarsi a dei profughi come lui, che non contano niente, questo è il suo ambiente, questo è il suo spazio, questa è la realtà con cui può interloquire. E per di più Paolo deve mettersi a lavorare per sbarcare il lunario, perché non sa più come sopravvivere.
«Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende», stuoie, tappeti. Si mette a lavorare, perché se no non sa come mangiare e sopravvivere. E poi di sabato in sinagoga. E’ di nuovo la questione con i giudei. Nel frattempo arrivano gli altri amici e quindi Paolo è più libero e si dedica più abbondantemente alla sua opera di evangelizzazione: è il suo lavoro di studio e il suo commento delle Scritture, la sua proposta, la sua offerta, il suo dialogo. Questo in misura crescente, man mano che passa il tempo. Aumentano i contrasti con i giudei. In quella particolare debolezza la minoranza giudaica avverte la presenza di Paolo come una minaccia, quindi cercano di contenerlo, cercano addirittura poi di espellerlo. Nel frattempo però ci sono anche conversione assai qualificate (18,8): «Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare. E una notte in visione il Signore disse a Paolo». Abbiamo incontrato un altro sogno, a Troade. Qui: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città».
Paolo è circoscritto entro i limiti di una solitudine amarissima, espulso anche dai suoi, gli altri della sinagoga come lui, malvisto, minacciato, messo alle strette anche dal punto di vista della pura sopravvivenza materiale. E il Signore gli dice: Io sono con te, e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città. Io ti ho condotto fino a qui apposta, io ti ho dato appuntamento proprio perché qui dovevi arrivare, io ti aspetto, ti ho aspettato, ti aspetterò qui, in questa città c’è un popolo numeroso, che tu non vedi, non conosci, di cui non hai nemmeno il sentore. C’è un popolo numeroso, queste sono cose mie, spiega il Signore. E tu sei qui apposta, un popolo numeroso.
«Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio». Diciotto mesi, un periodo lunghissimo, stando alle abitudini del nostro Paolo. Qui si aggiunge un episodio che in qualche maniera è ricapitolativo di tutto quello che abbiamo potuto intravedere leggendo queste pagine.
«Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione». E’ un riferimento storico molto utile agli storici, perché in base alla data del proconsolato di Gallione, si stabiliscono tutti gli altri episodi, prima e dopo. Questa è una data certa, è stata ritrovata l’iscrizione. Gallione, anno 51-52 proconsole in Acaia, non si discute, questo è l’anno. Anno 50 il viaggio di Paolo, adesso siamo nel 51, Gallione proconsole, suprema autorità, magistrato, rappresentante dell’impero. «I Giudei insorsero in massa contro Paolo», lo condussero al tribunale dicendo: Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge».
Lo accusano dinanzi al magistrato romano: lui è un uomo pericoloso, bisogna espellerlo. Attenzione. «Paolo stava per rispondere». Paolo adesso ha organizzato il suo discorso difensivo, vuol dire come stanno le cose. Intanto vuole uscire dall’ambiguità, quale legge? con chi ce l’hanno? perché ce l’hanno con lui? «Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». Al magistrato romano non gli interessa niente: perché mi seccate? perché mi piantate grane che non sono di mia competenza? «E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti (tutti i greci, tutti quelli dell’Acaia, quelli che non sono giudei) afferrarono Sòstene, capo della sinagoga». «e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò». In piazza tutti sghignazzano perché è preso a legnate un giudeo! A cosa servono i giudei nel nostro mondo? A niente. E così servono finalmente a qualcosa di positivo, a farci ridere.
Paolo così è sollevato. E’ vero che da un punto di vista pratico Paolo non ha avuto bisogno di rispondere, quell’imputazione non esiste, lui è automaticamente scagionato, però in modo profondo Paolo è sconcertato, disgustato, esterrefatto: ma che mondo è questo? D’altra Paolo è cittadino romano e non scende in piazza per dire: ecco, bisogna cambiare. Non riesce neanche a pensare cosa possa voler dire questo ipotetico cambiamento. Mentre vengono meno tutti i riferimenti a cui era così abituato per antiche consuetudini culturali, gli rimane l’evangelo, solo l’evangelo e il Signore Gesù, ed è tutto. Quando qualche tempo dopo Paolo scriverà ai corinti, la prima lettera ai Corinti, Paolo dice: accanto a me c’è Sostene. E’ molto probabilmente questo stesso capo della sinagoga che nel frattempo si è avvicinato a Paolo, si è convertito. Fatto sta che qualche anno dopo si trova ad Efeso accanto a Paolo e Paolo scrive ai Corinti e dice: sapete chi c’è qui con me, c’è quel tale che sulla piazza di Corinto è stato bastonato, ma questi sono i miei amici, con questi io posso farmela, con questi io mi intendo, con questi sono in grado di condividere la vita, perché le cose dell’evangelo vanno così.

Paolo si ferma ancora qualche giorno e poi parte da Corinto e porta con sé l’esperienza di un impatto drammatico, apocalittico, l’esperienza di come la novità evangelica che ha conquistato la sua vita, lo ha condotto lungo un itinerario di conversone sempre più radicale, non ha più niente da pretendere, non ha più garanzie a cui ricorrere, non ha più strumenti per difendersi .

Saint Luke: El Greco’s Paintings.

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Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

18 ottobre: San Luca evangelista

http://www.cristianesimo.altervista.org/vangeli/sanluca.htm 

18 ottobre: San Luca evangelista

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.

Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente:  visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».
Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].

[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14.

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

17 ottobre: Sant’Ignazio di Antiochia

http://www.donatocalabrese.it/jesus/padri/Ignazio.htm

17 ottobre: Sant’Ignazio di Antiochia

(107 circa)

   Ignazio, detto il Teoforo, vescovo di Antiochia, è considerato il primo, per importanza, dei Padri apostolici.

   Si tratta di una personalità di grandissimo ingegno, tutta pervasa del mondo teologico di Paolo e di Giovanni, animata di vivissima fede in Cristo e di mistico ardore. Sarà condannato sotto l’imperatore Traiano e dato in pasto alle belve a Roma.
   Lungo la strada verso Roma, quella che lo avrebbe portato al martirio, scrisse, o dettò, sette lettere, quattro a Smirne e dirette alle comunità di Efeso, Magnesia, Tralli, Roma; tre a Troade, inviate alle comunità di Filadelfia e Smirne ed a Policarpo, vescovo della stessa Smirne.
   In tali epistole dettate da un grande coraggio ed una fede straordinaria, troviamo espressioni di un ardente e mistico amore per Cristo e per la Chiesa, oltre che sentimenti animati dalla scelta deliberata di affrontare coraggiosamente il martirio che lo aspetta a Roma, e che egli troverà nell’anno 107.
   Ormai gli studiosi sono concordi sull’autenticità delle lettere attribuite ad Ignazio di Antiochia.(Cfr. K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, 1-L’antichità cristiana, Ed. Morcelliana, 1973, 209-210).
   In questa pagina ho voluto inserire tutta la bellissima lettera scritta ai cristiani di Roma, mentre in quella successiva ho raccolto solo alcuni frammenti delle altre epistole. 

Dalla lettera di  Ignazio di Antiochia  ai cristiani di Roma (Tutta la lettera).

Lettera ai Romani
Saluto
   Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.

Incatenato in Gesù Cristo
   I,1. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. 2. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità senza ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate.

L’altare è pronto
   II,1. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. 2. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui.

Il cristianesimo odiato dal mondo
   III,1. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. 2. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. 3. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo.

Sono il frumento di Dio
   IV,1. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla.

Raggiungere il Cristo
   V,1. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». 2. Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. 3. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo.

Imitare la passione del Cristo
   VI,1. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. 2. Perdonatevi fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. 3. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime.

L’amore crocifisso
   VII,1. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. 2. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. 3. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Scrivo secondo la mente di Dio
   VIII,1. Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. 2. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. 3. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato.

Congedo
   IX,1. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. 2. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. 3. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città.
   X,1. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. 2. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa.

   Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

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