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Catechesi su S. Paolo di Padre Roberto Zambolin

http://www.sacrafamiglia.diocesipa.it/testo%20catechesi%20paolina%20padre%20roberto%20zambolin.htm

(ancora qualcosa su Paolo, aiuta a comprendere…)

Catechesi su S. Paolo di Padre Roberto Zambolin

La personalità dell’Apostolo Paolo è una personalità poliedrica e complessa che tuttavia noi possiamo leggere per un dato importante perché Paolo ha posto come obiettivo nella sua vita,  quello che la propria vita avesse un senso cioè tutta la sua vita è stata centrata , tutta la  sua vita le sue passioni le sue esperienze sono state centrate attorno ad un obiettivo che per lui è diventato il senso della sua vita e questo obiettivo è Gesu’ Cristo; questo già secondo  me è un dato molto importante, a volte noi, ecco, nella nostra vita siamo molto divisi, la mente và per conto suo, il cuore và per conto suo, gli istinti vanno per conto loro; facciamo fatica ad essere delle personalità unificate, a ritrovare un senso di ciò che facciamo, facciamo fatica a dare un orientamento preciso alla nostra vita, per questo a volte siamo un po’ smarriti, scissi, anche noi stessi divisi, noi possiamo comprendere qualcosa della personalità di Paolo perché Paolo ha trovato un centro unificatore nella sua vita che è Gesu’ Cristo; questo è un dato importante anche nella psicologia cioè ché se noi vogliamo essere persone autentiche, ognuno di noi deve avere un centro attorno al quale unifica e da senso a tutto ciò che fa ed è  bellissimo pensare che Cristo sia stato il senso del suo essere uomo e del suo essere credente ed evangelizzatore.
Credo che il primo dato che appare sia proprio questo : Paolo che era un uomo passionale è diventato Paolo e non ha cambiato temperamento o carattere ma con l’aiuto della grazia di Dio Paolo ha saputo orientare le sue passioni , le sue energie fisiche e spirituali verso una nuova meta quella  di conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Lui ( Fil. 3,8 ) ed io credo che qui sta tutto il segreto della felicità per ogni essere umano, quello di cercare e trovare un centro unificato attorno al quale fare girare tutta la propria vita; allora tutto diventa più chiaro, tutto finisce col piacere e anche riusciamo a superare le prove più terribili che immancabilmente la vita ci riserva se abbiamo davanti a noi un obiettivo ben preciso.
Quali sono i tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così, di individuarne sostanzialmente quattro: innanzitutto è una persona estremamente volitiva, solo una persona come lui poteva reggere per esempio all’urto subìto a Damasco dove la sua umanità è stata messa a dura prova, c’è stato uno sconvolgimento pieno della sua umanità, un cambiamento totale della sua vita, lì ha fatto un’esperienza che ha trasformato completamente lui come uomo; pensate per esempio questa sua aggressività, il suo andare contro i cristiani, questo suo mettersi d’impegno per dire:io devo andare a cercare i seguaci di Cristo.Dunque Paolo era uno, in un certo senso,che metteva come centro anche se stesso;l’esperienza di Damasco l’ha reso umile,docile e gli ha fatto capire che anche lui ha bisogno di essere condotto dagli altri;gli ha fatto capire che il suo passato forse aveva bisogno di essere illuminato da un’ altra luce, allora si è fatto condurre da Anania, si è fatto condurre anche lui per mano per strada; Paolo che mentre prima aveva fatto di se stesso il centro della sua vita, ora lui non era più il centro  di se stesso, lui si è messo alla periferia di se stesso e ha messo Cristo come centro di se stesso; dunque per un cambiamento del genere è possibile se davvero una persona cerca, trova e rimane fedele a ciò che ha trovato. Quì però dobbiamo dire che Paolo è estremamente onesto, Paolo è sì un passionale però attenzione, a volte capita che quando noi siamo passionali ed emotivi noi stravolgiamo la verità. A Paolo premeva  mettersi a servizio della verità e una volta scoperta si sente anche in dovere di cambiare strada nella propria vita; l’onestà di Paolo la potremmo chiamare un onestà a prova di bomba, per esempio questa forza di volontà, questa onestà di Paolo la esprime quando entra in polemica con i suoi avversari, non certo per odio contro di loro ma piuttosto per un amore incondizionato alla verità.Di questo amore alla verità Paolo è un testimone credibile, per esempio nella lettera agli Efesini 4,14-15, quando Paolo vuole esortare i cristiani di Efeso a costruire la chiesa dell’unità, scrive così:questo affinchè non siamo più come fanciulli, sballottati dalle onde e portati qua  e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini, con quell’astuzia che tende a trarre nell’errore, al contrario vivendo e servendo la verità nella carità.Cerchiamo di crescere in ogni caso verso di Lui che è il capo ,Cristo. Ecco, fare la verità nella carità ,una passione quella di Paolo,al servizio della verità; il testo greco dovrebbe essere tradotto “più che fare la  carità nella verità” potremmo tradurlo in “verare la verità”, cioè non può esistere una carità se non c’è una verità, la prima forma di carità è il servizio alla verità.Quella di Paolo era una passione al servizio della verità e quindi viveva nell’amore autentico nel senso che Paolo non ha mai disgiunto la verità dalla carità. Attenzione alla falsa forma di carità io li distinguo anche nell’evangelizzazione, cioè un conto è l’attenzione, la conoscenza della persona umana nei suoi tempi, nei suoi ritmi, ma per questo noi non possiamo stravolgere la verità; va offerta secondo la comprensione, secondo la possibilità di ognuno ma non possiamo passare una fede facile.Così per essere accettati, per essere accolti, per sentirsi moderni, a volte questo purtroppo succede e noi pensiamo di vivere la carità e non curando la verità e così non facciamo un servizio né alla carità ne alla verità. Quindi Paolo estremamente volitivo, ma anche estremamente angusto, estremamente sincero, un ricercatore della verità, sincero al punto tale che di fronte alla verità cambia completamente centro della sua vita, non è più se stesso ma è di Cristo. Ancora un altro elemento della personalità di Paolo l’abbiamo già accennato, un temperamento passionale nel bene e nel male, sentite cosa dice Paolo nella 1° lettera a Timoteo 1,13:io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento, bene questo, la violenza di un tempo Paolo l’ha messa a servizio del Vangelo, sapendo sopportare anche le prove più tremende.E’ molto bello quello che dice Paolo quando parla anche delle sue esperienze, delle prove che lui ha sopportato e che ha sopportato per amore di Cristo ed è proprio per questo suo temperamento passionale che l’ apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie interminabile di viaggi missionari che caratterizzano il suo servizio apostolico,perché poi la verità unita alla volontà,unita alla passione per ciò che si fa ti spinge ad uscire fuori,ti spinge a donare,ti spinge a  camminare;una persona che ha la passione alla verità, altamente sentirà il desiderio di poterla dire, di poterla evangelizzare,di poterla comunicare. Il guaio a volte di molti credenti è che credono senza passione,,è che credono in modo scontato, è che credono senza contemplazione, senza godere in ciò in cui credono.Attenzione che, un conto è la passione, un conto  è l’emozione;avete presente quando si va ai pranzi di nozze.si beve un po’  di vino e ci si sente un pochino tutti allegri;il mondo sembra tutto allegro ,poi passa  l’effetto del vino e si torna come prima.L’emozione è questa, è quella fascia delle sensazioni che dura finchè  dura l’emozione e poi tutto finisce.La passione è invece  un motore che spinge la macchina, è una specie di forza che ti porta avanti nella vita e tu vivi  proprio con gioia, con bellezza, gustando quella verità che tu hai e cerchi di coinvolgere il più possibile nella conoscenza, nella testimonianza di questa verità.Questo è temperamento passionale, un altro elemento che noi troviamo in Paolo, che emerge dai suoi scritti è una persona di un’intelligenza eccezionale, non solo da un punto di vista logico, ma anche da un punto di vista relazionale, cioè Paolo sa entrare in contatto con tutti, all’occorrenza sa anche entrare in polemica con gli avversari che negano la verità, come sa  discorrere serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità, Paolo sa interpretare correttamente la profezia dell’Antico Testamento, mostrando che Cristo ha attualizzato quella profezia; come sa dimostrare la ragionevolezza nell’ andare in Cristo e la libertà nell’ atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre sta seminando menzogna e zizzania, come per esempio, Paolo, sa esortare con la parola, ma soprattutto con l’esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo. Paolo sa scrivere pagine di arte di ispirazione poetica,pensate agli Inni Paolini, sublimi e profondi, come l’addentrarsi in discussioni teologiche più specialistiche, quindi è un’intelligenza molto acuta quella di Paolo. Possiamo dire che Dio lo ha dotato di doni di natura e di doni di grazia,uomo difficilmente uguagliabile, ma tutto viene messo al servizio della carità e della verità . Mi pare che Paolo possa dirsi anche un amico fedele,ci sono delle cose molto belle anche di questa affettività di Paolo,intanto fedele nei confronti della verità che non è una verità teorica, quella di San Paolo, la verità ha un nome che si chiama Gesù Cristo che è una persona; non avrebbe senso rimanere fedeli ad una verità per la verità, ma quando quella verità è divenuta una persona, allora solo un rapporto culturale (dobbiamo stare attenti perché alle volte un rapporto relazionale con Cristo rischia di trasformare il Vangelo in cultura) non è sempre detto che un teologo sia per forza un credente, per essere credente si deve stabilire una relazione con Gesù Cristo, non solamente una deduzione intellettuale razionale, ecco perché l’importante è che accanto alla profondità teologica ci sia questa dimensione relazionale, affettuosa con Cristo.Una volta che Paolo ha conosciuto Cristo Signore attraverso una relazione che Cristo ha avuto con lui perché sapete che nella fede il primo passo lo fa sempre il Signore.é stato proprio Dio che ha incontrato Paolo, una volta che Paolo si è lasciato incontrare da Dio, Paolo non ha mai cessato di coltivare questa amicizia straordinaria e di onorarla anche a costo di pagare di persona.Paolo lo ha dimostrato in diverse circostanze ,anche con il martirio e a  questo proposito è bene che ascoltiamo proprio lui  nella 2° lettera di Timoteo 4,6-8 “Quanto a me, dice Paolo,il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele, ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede; mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto Giudice, mi consegnerà in quel giorno.” Vedete che sono parole estremamente chiare che indicano il percorso di vita di Paolo, e soprattutto sarà una profezia di quello che capiterà, non molti anni dopo, a Roma quando sarà decapitato intorno all’anno 64 d.C.; ebbene, con queste pennellate essenziali io penso un pochino di avere colto qualche cosa della psicologia di Paolo.
Paolo uomo estremamente volitivo, passionale, di un’intelligenza eccezionale, uomo di relazione, uomo fedele. Mi vorrei fermare un pochino di più sull’incontro di Paolo a Damasco perché lì c’è proprio di mezzo la sua vita, il coinvolgimento della sua vita, potremmo dire lo sconvolgimento della sua vita. Che cosa rivela quell’incontro di Paolo a Damasco? Rivela delle qualità eccezionali per un’uomo che non è facile riscontrare; rivela innanzitutto una capacità di rimettersi in discussione, di non vivere una vita scontata, di aprirsi alla novità, di tendere sempre al futuro, di cercare una qualità migliore della sua vita; cioè direi veramente che Paolo voleva vivere una vita in pienezza per un uomo che amava la vita,voleva gustare la vita in pienezza e tutto questo lo ha portato a rendersi disponibile a qualche cosa di nuovo, a qualche cosa di profondo, di misterioso, a qualche cosa che lo superava che era la rivelazione di DIO; un confronto che lo ha cambiato spiritualmente; è diventato un uomo nuovo difatti Paolo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale; ma se Paolo fosse stato una persona introversa, una persona chiusa nelle sue certezze, chiusa nella sua sicurezza, una persona non disposta all’ascolto, al dialogo, all’accoglienza della novità, soprattutto chiusa nel mistero, Paolo probabilmente non si sarebbe lasciato inondare dalla luce di Cristo. Uno studioso morale contemporaneo ha scritto che per comprendere la teologia di Paolo non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale Paolo è nato ed ha ricevuto la sua prima formazione, non basta nemmeno partire da Gerusalemme, città nella quale Paolo è stato educato ed ha potuto confrontarsi con gli apostoli, in modo particolare con Pietro; non è sufficiente neanche partire da Antiochia che è stato il punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari; certo queste città hanno avuto importanza nella formazione di Paolo, hanno contribuito alla sua crescita morale  e spirituale, ma per entrare nel pensiero di Paolo dobbiamo capire l’approccio che lui ha avuto con Cristo perché il rapporto con Cristo ha sconvolto la sua vita ed è stato al centro della sua evangelizzazione; che cosa è capitato in quell’avvenimento? – qui ci sono delle cose formidabili: Innanzitutto a Damasco Paolo ha capito che tra Gesù e i cristiani vi è una identità spirituale nella quale stà il segreto, il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro essere comunità, del nostro essere fraternità, del nostro amore alla Chiesa; Che cosa ha sperimentato in quell’avvenimento, che cosa dice l’esperienza che ha vissuto, ha sentito quelle parole “ Io sono quel Gesù che tu perseguiti “ , oggi molti dicono “ Cristo sì la Chiesa no”; Io sono quel Gesù che perseguiti ,dunque, nella persona dei suoi discepoli è il Signore ad essere perseguitato e allora voi capite che un elemento importante nella personalità di Paolo era quello che noi potremmo chiamare l’empatìa non la simpatia; cioè Paolo era uno che sapeva farsi carico della comunità, della fraternità, sapeva farsi carico degli altri; probabilmente se non avesse avuto questa empatia non avrebbe colto nei cristiani che lui perseguitava la presenza stessa di Gesù Cristo; dunque tra Gesù e i Cristiani c’è un’identità spirituale ; nella persona dei credenti Gesù stesso è perseguitato, quindi la Chiesa è il prolungamento della sua Umanità, la Chiesa è la sposa amata da Cristo e non si può separare la Chiesa da Cristo come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo; sarebbe questa una violenza assurda; come si può separare la persona dalla unicità di se stessa? Paolo era una persona che aveva molto forte il senso dell’unità dell’uomo, io quando parlo di persona umana faccio un riferimento molto banale, ma se volete molto efficace: – a casa nostra abbiamo tutti delle credenze, dei comò e sono quasi tutti a cassetti; io tiro un cassetto, mi apro solo quel cassetto gli altri rimangono chiusi; la persona umana non è fatta a cassetti; la persona umana è fatta di un’unità, di una totalità! Se io sono stressato, se io ho un problema , se ho mal di testa, l’aspetto fisico, l’aspetto psichico, l’aspetto spirituale della persona umana funzionano insieme, non si può scindere e oggi il concetto di salute che non è più la salute fisica ma è la salute psicofisica; se io ho mal di dente, il dente è un elemento piccolissimo della persona, eppure se uno ha mal di dente, non ha voglia di fare niente, non ha voglia di pregare, non ha voglia di abbandonarsi a Dio, per dire come anche la nostra esperienza di fede deve essere così: si prega con tutto noi stessi anche la propria corporeità; voi pensate quanto danno abbiamo fatto anche nella nostra vita spirituale escludendo il corpo a volte dalla preghiera, escludendo la bellezza del corpo anche dalla nostra vita spirituale
perché il corpo veniva visto come fonte di passioni e mai invece come possibilità di espressione, come linguaggio, come ricchezza di linguaggio.         
Paolo ad un certo punto era una persona che ha colto l’unità della persona umana; la testa senza il corpo non ha senso, il corpo senza la testa non  è una cosa unita, perciò lui ha colto questa identità spirituale tra Gesù e i cristiani; non si può separare la Chiesa da Cristo, non si può separare la persona dal corpo, non si può separare la sposa dallo sposo, sarebbe una violenza assurda ed è per questo che lui ha compreso, che Gesù di Nazaret è il vero Messia, destinato a diventare il Salvatore di tutti gli uomini, di tutta l’umanità, di tutti i peccatori. Ecco, care sorelle, cari fratelli, io penso che forse Paolo qui ci insegna un grande principio fondamentale della psiche umana, cioè quello di imparare una unificazione nella nostra vita, oggi noi invece notiamo proprio questa continua separazione tra le persone; si pensa una cosa se ne dice un’altra e se ne fa un’altra ancora; a volte scherzando dico che se ci guardassimo allo specchio veramente, la nostra vita diventa un carnevale perché utilizziamo una maschera quando siamo soli, ne utilizziamo un’altra quando siamo in famiglia, ne utilizziamo un’altra quando siamo in parrocchia, ne utilizziamo un’altra quando siamo con altre persone, cioè noi procediamo nella vita per diversità, per distinzioni, invece Paolo era se stesso ovunque, sia quando era persecutore, sia quando ha fatto la scelta di Cristo; essere nella totalità del proprio essere, vivere nella totalità del proprio essere, e Paolo una volta fatta la scelta di Cristo a questa scelta è rimasto fedele ; soprattutto Paolo ha fatto una scelta importante, la scelta del dono della vita per i fratelli, dell’uscire da sé per andare verso gli altri, a Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che della vita quello che vale di più non è l’affermazione di sé stessi a scapito degli altri ma il dono di sé stessi  a colui per il quale possiamo ritrovare la nostra vita e amare il nostro prossimo. L’amore per  il prossimo per Paolo è diventato inseparabile dall’amore di Gesù perché l’amore unifica, la centralità di sé divide; quante volte ci siamo trovati di fronte a persone che hanno voluto affermare la centralità di sé stessi e hanno diviso le comunità, hanno diviso le famiglie; l’amore invece unifica; invece vi capita che l’amore non è il piacere delle sensazioni, ad amare si impara, si impara accogliendo anche la diversità, accogliendo anche ciò che magari noi non abbiamo, noi non possediamo; ecco, su questo tema Paolo ha composto un bell’inno, pensate questo Paolo passionale, questo Paolo che ad un certo punto diventa anche molto polemico, molto forte, questo Paolo razionale. Andatevi a leggere questo inno alla carità: ritrovate questo Paolo calmo, sereno, semplice, profondo nello stesso tempo, la carità è paziente; secondo me l’inno alla carità è frutto di un percorso umano; andate a vedere tutti quegli elementi che Paolo ci
trasmette: ci sono elementi estremamente umani; se noi volessimo proporre alle persone un cammino di formazione anche umano, di equilibrio umano, basterebbe solo che gli proponessimo di vivere l’inno alla carità. La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto sposa, tutto sopporta; A volte io questo testo lo propongo come esame di coscienza; se non dobbiamo esaminarci sulla carità, su cosa ci dobbiamo esaminare? Ecco, sull’amore e conclude poi Paolo “ la carità non avrà mai fine”; Paolo ha capito che c’è qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Solo se noi impariamo a decentrarci possiamo fare la scoperta di qualcuno da amare profondamente; in fondo la persona autocentrata è una persona che ama solo sé stessa; la persona capace di decentrarsi è la persona che sa scoprire la bellezza di un amore che la può rendere più felice.
Paolo doveva poi far conoscere a tutti questa scoperta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, in terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore e gloria di Dio Padre.
Dunque a Damasco Paolo si è visto costretto a cambiare l’orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare  intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato la Grazia di Dio; ma Paolo si è aperto alla Grazia di Dio, Paolo ha lasciato che la Grazia di Dio lo lavorasse, lo plasmasse; Paolo si è posto come creta di fronte alla grazia di Dio tanto è vero che lui dice, pensate anche l’autocoscienza che poi ha avuto di se stesso, tanto è vero che dice: “voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la devastassi”,ma quando Colui che mi scelse sin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua Grazia si compiaque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani, non fù più così.Paolo ha saputo fare una attenta riflessione del suo passato alla luce della novità di Cristo. Ognuno di noi può fare i progetti che vuole, può anche illudersi di potere fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita tutto cambia e cambia in meglio; a volte, diceva un grande filosofo spagnolo “ la mia fede è lottare con Dio”; a volte la fede è anche lotta, però dobbiamo lasciare che sia Dio a vincere perché se Dio vince, veramente la nostra vita può cambiare; dopo una lotta invece, di fronte a dei cristiani a delle persone che dopo una lotta buttano le armi, pensate oggi quanto sia difficile per esempio parlo anche per noi sacerdoti; costruire una relazione, una relazione se gratifica si porta avanti, ma appena quella relazione diventa un po’ conflittuale e difficile subito si molla, subito si chiude, subito si lascia perdere, e così che cosa troviamo noi,  noi troviamo delle persone che da un punto di vista affettivo io li chiamo i  vagabondi dell’affetto, vagabondaggio affettivo, si gira per trovare un affetto che gratifica ma non si costruiscono relazioni, semplicemente si consumano emozioni; non si può costruire  un rapporto su delle emozioni che consumano, ma il rapporto si costruisce sulla roccia e dunque la lotta, il confronto, le difficoltà, i problemi sono molto importanti da questo punto di vista; dunque Paolo lo ha imparato questo, che ad un certo punto anche gli sconvolgimenti della vita possono portare ad una vita migliore. Dovremmo di Paolo capire un’altra cosa: quando qualcosa nella nostra vita si chiude vuol dire che Dio vuole aprire qualche altra cosa, perché qualche cosa di nuovo nasca, questa è la legge della vita , qualche cosa deve morire, quindi se non accettiamo di morire non accettiamo di crescere, di guardare avanti ; Paolo ha accettato di morire a se stesso per potere ritrovare se stesso nell’amore di Dio, questo è anche un’indicazione umana molto importante, io vi consiglio se volete un bel libro sull’Apostolo Paolo, un testo di Albert Wanhoye “ Pietro e Paolo” ; ci sono due capitoli , uno sul carattere di Paolo e uno sulla vita affettiva di  Paolo; sono due capitoli della personalità di Paolo, vi leggo semplicemente un passaggio che riguarda la sua vita affettiva : è molto importante questo, dice l’autore, nei suoi rapporti con gli altri Paolo sfruttò veramente tutte le doti della sua affettività a cominciare dai suoi collaboratori. Come Timoteo che egli chiama figlio e a cui scrive: “sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia e anche tante altre persone, uomini e donne suoi collaboratori e collaboratrici a cui mostra molto affetto, alle sue comunità Paolo manifesta un’affetto paterno, un’affetto materno, un’affetto anche sponsale e ai cristiani della Galazia dice persino i miei bambini che partorisco di nuovo nel dolore , egli parla di un amore geloso per le sue comunità, quindi San Paolo ci insegna ad investire pienamente tutte le nostre capacità di azione, di affetto nel nostro amore per Cristo e nell’amore per le persone che Cristo ci affida, Paolo dice infatti : Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza ma di coraggio, di amore e di saggezza ; quindi in Paolo noi troviamo quelli che sono gli elementi che fanno l’umanità vera, l’azione, la passione, l’affetto, la razionalità che sono poi le sfere che costituiscono la struttura della persona umana, le troviamo veramente unificate; se noi le scindiamo noi avremo l’uomo tutta ragione, tutto testa o avremo l’uomo tutto cuore o avremo l’uomo tutto azione, proprio sempre un uomo bilaterale per potere avere una personalità piena questi elementi devono essere unificati insieme e io credo che Cristo possa essere davvero il collante di tutto questo per cui davvero quello che dice anche Giovanni Paolo II nella sua 1° enciclica REDENTIO HOMINI “ chi si avvicina a Cristo diventa anch’egli più uomo; e Paolo è anch’egli una testimonianza di questa bella affermazione.

I MARONITI

 http://web.cheapnet.it/sanhardini/maroniti.htm

(mi sto interessando ai riti e alle chiese del Nord Africa, in particolare del Libano…[a Chiesa maronita è una chiesa cattolica sui iuris, perché, nell’ambito della Chiesa cattolica, mantiene riti e liturgia derivanti dalla tradizione siro-antiochena.wiki])

I MARONITI 

Sono cristiani di origine siriana, e prendono il loro nome da Marone, Santo eremita vissuto nel quinto secolo. Non abbiamo molte notizie sulla vita di questo grande Santo sappiamo con certezza che era un anacoreta ed è vissuto in Siria probabilmente nella regione di Apamea (oggi At al-Madiq). Egli fuggiva il mondo e quindi decise di vivere sulla montagna all’addiaccio nelle rovine di una antico tempio pagano. Il Signore oltre alla grazia, gli aveva accordato il dono delle guarigioni ed egli  si prodigò sempre durante la sua vita a curare con le sue preghiere non solo il corpo ma anche l’anima dei fedeli che si recavano nel suo eremo. Alla morte avvenuta forse nel 410 si accese una disputa fra gli abitanti del luogo per il possesso del suo corpo e questa fu vinta da quelli del villaggio più grande ed essi per onorare la preziosa reliquia costruirono una chiesa molto bella e sontuosa. Probabilmente intorno a quella chiesa, fu eretto successivamente un monastero dedicato a San Marone che diventò il più importante della Siria. Fu distrutto dalle scorrerie degli arabi intorno al X sec. e di esso ne è rimasta nessuna traccia. La testa di San Marone è conservata in Italia nella cattedrale di Foligno.
I discepoli di San Marone fedelissimi all’ ortodossia della Chiesa cattolica erano molto stimati dai fedeli che da ogni parte accorrevano presso i loro monasteri per porsi sotto la loro protezione e dividerne la onorifica denominazione di « Maroniti ». Attorno ad essi nacque il primo nucleo della Chiesa e del popolo maronita.
I Maroniti erano diffusi in Siria, quando in seguito alla dominazione araba (626-750) furono costretti ad abbandonare quel Paese per trovare rifugio nelle montagne del Libano allora praticamente disabitate. In questo periodo i monaci, e i vescovi decisero di eleggersi un Patriarca che oltre ad averne la direzione spirituale possedeva anche dei poteri temporali gli erano stati assegnati dagli Arabi, dai Crociati, dai Mamelucchi e dagli Ottomani. Anche per questo la storia, del Libano si intreccia con quella dei Maroniti che nel Patriarca hanno sempre visto oltre che il difensore della Fede anche quello della giustizia e della libertà del suo popolo.
Con l’arrivo dei Crociati nel 1098, per i Maroniti cominciò una nuova epoca. Essi li aiutarono a consolidarne la conquista e furono ripresi i contatti con la Chiesa latina interrotti in seguito alla dominazione Araba e fu rinsaldata la loro fedeltà alla Chiesa di Roma. Tutto questo durò fino al 1244 con la caduta di Gerusalemme.
Dal 1291 al 1516 la Siria e il Libano passarono sotto la dominazione dei Mamelucchi e in seguito sotto la dominazione Ottomana, e cessò ogni contatto con l’occidente, ma nonostante questo i Maroniti godettero di un periodo di relativa tranquillità, prosperità e pace. La pace durò fra alterne vicende, praticamente fino al 1860, quando i drusi sobillati dai Turchi preoccupati della relativa autonomia dei maroniti, li massacrarono.
Si parla di più di ventimila morti e di fronte a tali atrocità su richiesta di Papa Pio IX sollecitato da Patriarca Maronita, intervennero le potenze europee e cioè, la Francia, l’Inghilterra, la Russia e l’Austria che organizzarono una spedizione militare e nel 1861 fu dato ai Maroniti un nuovo statuto che resse fino alla prima guerra mondiale (1914-1918).
Il Libano sarebbe stato governato da un Presidente cristiano, nominato dai turchi e con l’assenso delle potenze europee.
Dopo la prima guerra mondiale il Patriarca Maronita Elias Hoyek sostenne al Congresso di Versailles l’indipendenza del Libano e il 31 agosto 1920 la Francia e l’Inghilterra ne dichiararono il riconoscimento come stato indipendente denominato « Grande Libano » ubicato all’interno delle sue frontiere storiche e geografiche. Da questo momento la sovranità delle grandi potenze diventa soltanto teorica. Il 26 maggio 1926 « Il Grande Libano » si trasforma in Repubblica Libanese, viene promulgata la costituzione adottando un regime parlamentare.
Nel 1944 cessa il mandato Franco-britannico sul Libano e questi ottiene la piena indipendenza.
Attualmente il Libano la cui capitale è Beriut conta circa 3.200.000 abitanti e di questi circa la metà è di religione cristiana e l’altra metà di religione mussulmana..

Publié dans:CHIESA CATTOLICA: ALTRI RITI |on 23 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Holy Theotokos

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Publié dans:immagini sacre |on 22 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

«IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_n.htm#«IL

«IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1)

Lucien Cerfaux *

Lucien Cerfaux, nato in Belgio nel 1883, si è dedicato all’insegnamento della Sacra Scrittura e ha avuto l’unica ambizione di mettere tutta la sua vita al servizio della Parola di Dio. La sua ricerca esegetica, fondata su una fede incrollabile, è caratterizzata dalla preoccupazione di ritrovare il senso originale dei testi, specie del Nuovo Testamento, fino a raggiungere quasi una connaturalità con gli autori sacri. Egli ha comunicato i frutti dei suoi studi attraverso numerosi articoli, notevoli per rigore scientifico: ma la sua prima grande opera su san Paolo l’ha pubblicata solo a 60 anni. Morto a 85 anni, ha lasciato una splendida testimonianza di vita sacerdotale e apostolica.

Paolo, vedendosi prigioniero, si è resoconto che ormai si avvicina il termine della sua corsa. Ha varcato la soglia della vecchiaia. Con coraggio conclude il suo viaggio apostolico cominciato sulla via di Damasco… Le catene lo tengono avvinto a Gesù Cristo, l’identificano a lui, lo consacrano. Per la Chiesa, corpo di Cristo, completa nella sua carne quel che manca alle sofferenze di Gesù (cfr. Col. 1,24). Egli sta al posto del «Servo sofferente»; non ha corso invano, non ha «lavorato invano».
E’ anche consacrato, come quei grandi sacerdoti-profeti che si collocano nella linea di Samuele e hanno l’incarico di offrire sacrifici e manifestare i segreti di Dio. In questo senso Paolo è stato scelto, perché rivelasse ai pagani la chiamata a Cristo, perché li offrisse a Dio quale sacrificio di odore soave.
Egli vuole che i suoi cristiani, come le vittime senza difetto che venivano scelte per i sacrifici, siano puri e irreprensibili, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione traviata e perversa…, per custodire la parola di vita (Fil. 2, 15-16). Sul sacrificio liturgico offerto dalla loro fede, egli versa la libazione della sua sofferenza in una gioia santa, che vuole condividere con loro.
Nella liturgia spirituale che è ogni vita cristiana e specialmente quella di Paolo, sacerdote e vittima nella sua I corsa apostolica, consacrato in virtù della sua prigionia, egli rivolge a Dio una preghiera solenne per i suoi cristiani venuti dal paganesimo: Perciò, io Paolo, prigioniero di Cristo per voi, che eravate pagani… piego le ginocchia davanti al Padre (Ef. 3, 1, 14). Oggetto della sua ininterrotta preghiera sarà la gratitudine per l’ingresso dei pagani nella Chiesa dei santi, per il loro radicarsi nella carità, per la comprensione dell’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, a cui si aggiunge la supplica: che essi siano colmati in tutto della pienezza di Dio (cfr. Ef. 3, 19).
L’attività dell’apostolo si conclude nel suo restare immobile alla presenza di Dio. Così ai profeti dell’Antico Testamento non incombeva più l’obbligo del pellegrinaggio al tempio e dell’adorazione rituale per trovarsi «davanti al volto di Dio». In fondo la loro stessa missione era uno sperimentare la Presenza: «Viva Dio al cui cospetto io sto». Come loro, Paolo aveva ricevuto la sua vocazione in una visione inaugurale che aveva proiettato luce su tutta la sua vita apostolica, che era andata progressivamente trasformandolo in Cristo, di cui aveva contemplato il volto, immagine del volto di Dio. La preghiera che s’innalza dalla sua prigione costituisce il culmine del mistero del suo apostolato.

* L’itinéraire spirituel de saint Paul, Le Cerf, Parigi 1966 pp. 178-180.

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 22 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

SOLO DIO SA COSA SAREBBE SUCCESSO SE NON CI FOSSE STATO IL VATICANO II

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SOLO DIO SA COSA SAREBBE SUCCESSO SE NON CI FOSSE STATO IL VATICANO II

Il cardinale Francis Arinze racconta della sua partecipazione al Concilio

di Sergio Mora
ROMA, lunedì, 22 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Era il padre conciliare più giovane quando partecipò alla quarta sessione del Concilio Vaticano II. Era stato appena nominato vescovo. Oggi il cardinale Francis Arinze, con 80 anni ben portati, assicura che il Vaticano II è stata una grazia per la Chiesa, senza la quale soltanto Dio può sapere come sarebbero andate le cose.
Nell’intervista esclusiva concessa a ZENIT, il Cardinale Arinze ha spiegato che la Gaudium et Spes e gli altri documenti conciliari sono degli strumenti che hanno permesso alla Chiesa di affrontare lo tsunami della secolarizzazione.
Lei è era il vescovo più giovane nel Concilio, vero?
Card. Arinze: Ho partecipato soltanto all’ultima delle quattro sessioni del Concilio Vaticano II, non appena consacrato vescovo nell’agosto del 1965. Per me è stato l’esordio, un qualcosa che non si dimentica, che colpisce. Sapevo che la Chiesa era universale, ma vedere quei duemila vescovi e più da ogni parte del mondo, grandi nomi come i cardinali Alfredo Ottaviani, Leon-Jospeh Suenens, Josef Frings, Bernard Jan Alfrink, Bernard Jan Doepfner, Giovanni Battista Montini e altri meno conosciuti. Chi poteva sapere allora che Karol Wojtyla o il giovane teologo Joseph Ratzinger sarebbero diventati Pontefici? Solo Dio lo sapeva.
Ero il più giovane, non avevo un gran che da dire, per me era importante ascoltare i maggiori, anche perché nella cultura africana il giovane non deve parlare quando lo fanno i più anziani.
Come valuta oggi  il Vaticano II?
Card. Arinze: Il Concilio è stato un regalo di Dio a tutta la Chiesa, un patrimonio inesaurito, visto che dopo cinquant’anni non siamo stati capaci di capire tutto quello che ci ha detto.
Poco dopo il Concilio arrivò il 68, con la rivoluzione studentesca alla Sorbona e uno tsunami di secolarismo. Cosa sarebbe successo se questi fatti fossero avvenuti senza avere prima il Concilio Vaticano II?
Card. Arinze: Solo Dio sa cosa sarebbe successo. Possiamo forse intuirlo. Certo la Chiesa avrebbe avuto forte difficoltà a vivere con il mondo di oggi. La storia non si ferma, il mondo continua con quanto ha di positivo e negativo.
Quella ribellione del 68 ha toccato le università, ma anche i sacerdoti e i seminari, non ha risparmiato nessuno. E’ stata una prova dura, anche per i genitori perché i figli si ribellavano.
Il che modo il Concilio Vaticano II ha contribuito alla crescita della Chiesa?
Card. Arinze: Il Concilio Vaticano II ha fornito molti strumenti alla Chiesa per aiutarla ad affrontare e piuttosto incontrare il mondo d’oggi. Per guardare il mondo non come un nemico, ma come pellegrini che incontrano la vita. Come si vede nel documento conciliare Gaudium et Spes, la Chiesa vuole alimentare la speranza, vuole aiutare il mondo realizzare i progetti che hanno senso e valori. Noi non siamo del mondo ma stiamo nel mondo. La Basilica di san Pietro non è solo una sacrestia da riempire con i cristiani, i fedeli cattolici devono stare ovunque. La Chiesa deve incontrare il mondo di oggi, i popoli, le lingue, le usanze, siano o no in linea con il Vangelo. Deve incontrare anche le altre religioni, musulmane, buddiste, ecc. Il Concilio ci ha aiutato a trovare l’uomo e i giovani con le loro domande.
Quali sono le difficoltà  per la realizzazione degli insegnamenti del Concilio?
Card. Arinze: La difficoltà maggiore è rappresentata dal fatto che molte persone non hanno letto né leggono i documenti del Concilio. Parlano perché  ‘hanno sentito dire’ e credono al commento negativo di qualcuno, mentre la cosa che si dovrebbe fare è leggere i documenti del Concilio.  Questo vale anche per me che ho partecipato all’ultima sessione quando la metà dei documenti erano già stati discussi e realizzati. Un altro grande ostacolo è rappresentato dai pregiudizi. Alcune persone hanno idee fisse, e esprimono un giudizio prima ancora di leggere i documenti. Così pur non conoscendo abbastanza il  Concilio Vaticano II chiedono il Vaticano III, o IV.
E le critiche?
Card. Arinze: Ci sono alcuni che leggono i documenti per cercare di confermare la loro ideologia. Se c’é una riga che non sembra essere vicina alle loro aspirazioni, lasciano subito, e non vogliono leggere più per paura di vedere le loro tesi messe in discussione. Leggere con la mente aperta i sedici documenti del Concilio genera una visione positiva e gioiosa.
Oggi a cinquanta anni del Concilio c’é più maturazione? Si riesce a capire meglio?
Card. Arinze: Sì è possibile, sempre che la persona guardi al Concilio senza pregiudizi, e non abbia paura di scoprire ciò che si è veramente detto.  La persona che legge i documenti del Concilio capisce che la Chiesa è divina e umana, con elementi divini che mai falliscono ed elementi umani che possono venire meno. Non pretendiamo che il Vaticano II abbia risolto tutti i problemi dell’umanità. Un bel giorno ci sarà anche un Vaticano III, non bisogna pensare che sia una Chiesa nuova, diversa da quella preconciliare. E’ la stessa Chiesa che progredisce pel capire il Vangelo e testimoniare Gesù.
Eminenza, lei non ha l’impressione che a volte chi chiede un Vaticano III in fondo vuole un’altra Chiesa?
Card. Arinze: Non possiamo non sospettare questo, anche se dobbiamo credere che questa persona sia onesta. Vorrei chiedere a questa persona: ‘Ha letto e digerito  il Vaticano II? O c’é qualche altra cosa che tu vuoi e come il Vaticano II non lo ha detto pensi a un Vaticano III? Non possiamo avere un Concilio ogni settimana. C’è anche il Sinodo dei Vescovi che si tiene circa ogni tre anni.
Ci sono cose che neanche un Concilio può cambiare?
Card. Arinze: Sì, per esempio i dieci comandamenti.
Cosa immagina per il futuro?
Card. Arinze: Il Concilio ha aiutato la Chiesa a porsi davanti alla realtà del mondo di oggi. Dobbiamo trovare in Cristo la chiave per testimoniare. Non siamo noi a inventare la Chiesa, ma Gesù, e il Concilio ci aiuta in diversi modi anche a incontrare l’altro cristiano che non è cattolico. L’altro credente e il non credente. Questa apertura è preziosissima, senza per questo dubitare mai nella nostra fede. Chi dubita della fede in Cristo ha perso l’identità cristiana, come un cittadino che ha perso il senso del suo paese, non può essere ambasciatore.
In che modo il Concilio ha guardato a Maria?
Card. Arinze: Il Concilio ci ha orientato benissimo su come capire meglio la Madre di Dio, Maria Santissima, nel contesto di tutta la Chiesa e nel contesto di Cristo. Come Madre di Cristo e figura della Chiesa. Per questo il Concilio non ha voluto discutere su una mariologia separata dalla ecclesiologia. E ha chiarito che non siamo noi a fare grande Maria, ma è stato Dio a fare grandi cose per Lei. La devozione mariana riconosce questa grandezza già esistente.
Un cristiano che non venera Maria Santissima deve essere  invitato a leggere il capitolo VIII della Lumen Gentium, e se questo non basta,  può leggere Matteo e Luca nei  primi due capitoli del Vangelo, o anche il capitolo XIX di Giovanni.
Al Sinodo si è parlato molto della confessione come strumento di nuova evangelizzazione
Card. Arinze:  Come possiamo testimoniare o predicare Gesù se non ci siamo convertiti? Lui ci invita: “Convertitevi e credete al Vangelo”, e ci ha detto se non fate penitenza non vi salverete. La confessione non è facoltativa. E’ il grande sacramento del popolo di Dio per la riconciliazione e la pace.
Andare a confessarsi davanti a Dio non è come farlo in un tribunale nel quale l’imputato nega tutte le accuse, dice che non era presente lì quel giorno. La confessione significa ammettere: “per colpa mia”. Non per colpa del governo o di mia suocera. Chi accetta di essere colpevole accetta di cambiare vita, poi va a casa con la pace interiore.
A volte chi non vuole confessarsi va dallo psichiatra o dallo psicoanalista, paga una bella somma, e non si porta il perdono.

Publié dans:c.CARDINALI, SINODO DEI VESCOVI 2012 |on 22 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Gesù e i dicepoli

Gesù e i dicepoli dans immagini sacre Jesus%20and%20the%20Disciples_jpg

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Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

LETTERA AGLI EBREI

http://www.adonaj.net/old/lettura/lettera.htm

LETTERA AGLI EBREI

Con la Lettera agli Ebrei si conclude il cammino del credente attraverso la storia alla ricerca del fondamento e della professione della fede. Tutto lo scritto, infatti, sta in tensione tra la memoria e il compimento delle promesse di Dio, in vista della costruzione di un progetto di vita cristiana.
Chi e quando l’abbia scritto resta un mistero. Un personaggio forse vicino a Paolo, come indicano tanti elementi, ma non l’Apostolo, né sotto la sua supervisione diretta.
Abbiamo infatti di fronte un’opera elegantissima, in cui le idee si susseguono serrate, non alla maniera emotiva e talora incomprensibile di Paolo, ma secondo una struttura per noi difficilmente ricostruibile che alterna esposizione dottrinale ed esortazione ai fedeli, tenendo al centro di tutto il sacrificio di Cristo,sommo sacerdote perché vittima.
Non si tratta neppure di una lettera, con ogni probabilità, dato che comincia senza indirizzo di saluto e simili. E’ forse un’omelia sinagogale, che l’autore scrisse e spedì a una comunità presso la quale non poteva recarsi di persona, come sembrano confermare le parole finali di saluto (13,22-25).
Chi ne era destinatario doveva avere una conoscenza fondata e sicura dell’AT,perché l’autore discute realtà del NT col linguaggio dell’AT attraverso un continuato processo di reinterpretazione.
Quanto alla struttura della lettera,seguiamo un processo di analisi del Testo che può sembrare artificiale. Tuttavia esso non pretende di ricostruire l’effettivo cammino seguito dall’autore,ma solo di dare la possibilità di seguire il discorso nelle sue linee fondamentali.
Probabilmente è utile tenere presente che il testo era destinato ad essere pronunciato e ascoltato, più che letto con gli occhi, tanto che i passaggi da una sezione all’altra sono dati dall’uso delle parole che si riprendono e riecheggiano.
c. 1, 1-4 Esordio di tono apocalittico con l’ascensione e l’intronizzazione del Figlio, compimento della Rivelazione e della salvezza. Successivamente la Lettera prosegue guardando il Figlio in tutta la sua complessità, un elemento dopo l’altro, nei suoi rapporti con la comunità dei credenti. Egli è l’intervento di Dio nella storia.

SEZIONE A 1,5-2,18 Esposizione: Cristo divino e umano
a)1,5-2,4superiore agli angeli = divino
b)2,5-18 fratello degli uomini
attraverso una attenta rilettura dell’AT, l’autore espone quale sia
la complessa realtà di Gesù Cristo. A Lui vengono trasmessi il potere
e la figliolanza con un complesso rituale di intronizzazione in cui
entrano tutti i simboli di una regalità superiore (1,5-14).
Accanto a questo c’è un mistero di sofferenza e abbassamento,grazie
al quale può partecipare agli uomini di cui si è reso fratello, la
medesima gloria.

SEZIONE B 3,1-6,20 Esortazione: i cristiani devono essere fedeli e avere
Speranza
a)3,1-4,13 Cristo è stato fedele a Dio in misura maggiore di Mosè
(ripresa del tema della divinità): questo è il fondamento
della fedeltà dei credenti
b)4,14-6,20 Cristo è fratello degli uomini e, come tale, fonte di
pietà(ripresa del tema dell’umanità)
L’attenzione viene concentrata su Gesù Cristo nella sua qualità di mediatore, grazie alla continuità ripresa degli stessi temi, che viene enunciata e descritta nella:

SEZIONE C 7,1-10,18 Esposizione: Cristo come sacerdote e la sua azione
sacerdotale
a)7,1-28 identità del sacerdozio di Cristo = secondo l’ordine di
Melkisedek
b)8,1-10,18 azione sacerdotale = è entrato nel Santuario come il sommo Sacerdote nel Giorno delle Espiazioni e si è assiso
alla destra di Dio fondando un nuovo patto, grazie al suo
sacrificio (in particolare 9,1-28 e 10,1-18)

SEZIONE D 10,19-39 Esortazione:i cristiani devono vivere nella carità e compiere opere buone come risposta al sacrificio
sacerdotale di Cristo,amando nel contesto della comunità
cultuale (10,25)

SEZIONE E 11,1-13,21 Esposizione + Esortazione: fede,speranza e amore nel
Contesto della storia della salvezza
a)11,1-12,2 la fede:una realtà oggettiva che indica l’invisibile
attraverso le testimonianze dei padri,fino a Gesù
b)12,3-29 la speranza:capacità di accogliere la correzione di
Dio come requisito per guadagnare il possesso di un
Regno incrollabile
c)13,1-21 l’amore:il rendimento di grazie a Dio nel culto che
coinvolge tutta la condotta
13,22-25 ultimi saluti.

Abbiamo anticipato che la Lettera ruota attorno al sacrificio di Cristo e raccoglie e dà la chiave di spiegazione di tutti gli interventi di Dio nella storia.
Egli è il Tempio di irradiazione della vita cristiana,come si vede dalla sezione D e E. La lunga e complessa descrizione di tale sacrificio può essere forse illuminata da alcuni passi del trattato ebraico MISNA’ YOMA’, sul Giorno delle Espiazioni descritto in Lv.16; il giorno era considerato di tale importanza che lo si chiamò appunto Yomà cioè Il Giorno: in esso, come già sappiamo, il Sommo Sacerdote compiva l’Espiazione per sé e per il popolo.
L’accostamento di tale tradizione ebraica con il testo del NT dovrebbe aiutarci a raccordare tra loro ciò che il Signore anticipò nell’AT e come Egli lo compì nel NT.
Consideriamo anzitutto il rito sui due capri, dopo che su di essi è stata tratta la sorte;chi compie i vari gesti è il Sommo Sacerdote:
« Egli legava un filo di lana scarlatta sulla testa del capro espiatorio e lo girava secondo la direzione della via per la quale lo si sarebbe mandato;al capro che doveva essere ucciso legava un filo attorno alla gola. Andava al suo giovenco la seconda volta,gli imponeva le mani e faceva la confessione. Era solito dire così: O Dio,ho commesso iniquità, ho trasgredito e peccato davanti a te, io e la mia famiglia e i figli di Aronne, tuo santo popolo, come è scritto nella legge del tuo servo Mosè: »questo giorno farai espiazione per purificarti: da tutti i tuoi peccati ti pulirai di fronte al Signore »(Lv.16,30). Ed essi rispondevano dopo di lui: Benedetto il nome della gloria del suo regno adesso e per sempre! »

Poi il sacerdote uccide il giovenco su cui ha confessato le colpe; notiamo la preoccupazione di mantenere liquido (=vivo) il sangue della vittima:
 » Egli uccideva il giovenco e raccoglieva il sangue in un bacino: poi lo dava a uno che doveva agitarlo sul quarto rialzo del santuario perché non si rapprendesse ».

Poi il sacerdote procede all’incensazione dell’Arca, entrando oltre il velo tra il santuario e il Santo del Santi:
« Quando raggiungeva l’Arca metteva l’incensiere tra le due sbarre, spargeva l’incenso sui carboni e tutto l’ambiente era pieno di fumo. Usciva da dove era entrato e nello spazio esterno diceva una breve preghiera. Ma non la prolungava per non fare cadere Israele nel Terrore ».

L’operazione è ripetuta col sangue del giovenco:
« Egli prendeva il sangue da colui che lo teneva vivo ed entrava nel luogo da cui era entrato e si fermava di nuovo nel luogo in cui si era fermato. Spruzzava il sangue una volta in alto e sette volte in basso, ma come con lo schioccar di una frusta ».

Immediatamente dopo,il Sacerdote uccide il capro e ripete la stessa operazione col sangue di questo. Il rito era minuzioso e andava eseguito secondo l’ordine prescritto, sennò si doveva ricominciare.
Esso tuttavia doveva essere eseguito con una certa rapidità,come si è visto. Successivamente l’altro capro era caricato dei peccati e, con molte precauzioni, spinto nel deserto.

Quello che tuttavia ci preme qui è vedere come l’autore di Ebrei ha riferito al Cristo questo complesso rituale e a che scopo.
Se facciamo attenzione,egli riprende questi gesti singolarmente, in 9,6 e fa notare che Gesù Cristo non ha fatto che avvalorare i gesti della Tradizione, compiendoli in un’altra dimensione.
Teniamo presente che prima l’autore si è preoccupato di definire Gesù Cristo,quanto è più possibile, nel suo mistero divino ed umano.
Egli perciò non ha smentito la tradizione che gli uomini conoscevano e che lo Spirito Santo aveva loro dettato (9,8) ma,essendo divino-umano, l’ ha vissuta definitivamente e ha stabilito l’Alleanza irripetibile.
Infatti: entrò una volta sola per la sua morte (9,12.26); con sangue vivo,ma suo; garantendo una riconciliazione da non ripetersi ogni anno, ma che garantisce i beni a venire (9,11.15.26); dato che entrò nel santuario del cielo (=ascese) e in questo ha concluso la sua offerta e la sua gloria (8,1-2; 9,24; 10,12.14) sorpassando il velo del suo corpo (10,20).
Dunque: sacerdote perché vittima, egli realizza le promesse e garantisce l’alleanza definitiva.
La comunità che nasce da questa partecipazione è descritta nei capitoli successivi come capace di realizzarsi solo su un piano di cultualizzazione di ogni aspetto della vita: nella persecuzione, nell’assemblea, nei rapporti tra fratelli (10,24-25; 12,3 ss.).

Amen, alleluia, amen.

Publié dans:Lettera agli Ebrei |on 19 octobre, 2012 |Pas de commentaires »
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