Archive pour octobre, 2012

Gesù e i bambini

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Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

AZIONE UNIFICANTE DELLA PUREZZA DI CUORE E DELLA CARITÀ (Teilhard de Chardin)

http://http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_x.htm#ESSERE ACCORDATI CON IL VESCOVO COME LE CORDE ALLA LIRA

AZIONE UNIFICANTE DELLA PUREZZA DI CUORE E DELLA CARITÀ

         Teilhard de Chardin *

La passione di Cristo ha condotto il padre Teilhard de Chardin a farsi «evangelista» di questa Buona Novella: per mezzo di Gesù Cristo, Dio è attivamente presente nel cuore dell’universo, per orientarlo a sé. Questo messaggio che egli avrebbe voluto proclamare sopra i tetti, prima di tutto lo ha interiorizzato durante tutta una vita di fedeltà personale alla sua vocazione di ricercatore. Entrato nel 1899, a 18 anni, nella Compagnia di Gesù, non cessò mai di cercare Dio attraverso ogni verità: nella scienza, nella filosofia e nella teologia A 74 anni, questo innamorato della luce, ebbe la «gioia di chiudere gli occhi» il giorno della Risurrezione (1955).

E’ puro di cuore l’uomo che ama Dio al di sopra di tutto e sa vedere Dio presente in tutte le cose. Sia che riesca ad elevarsi su ogni cosa creata per giungere quasi a toccare la Divinità, sia che con l’azione affronti il mondo per conquistarlo e perfezionarlo – compito, questo, affidato a ogni uomo – il giusto è sempre, tutto e solo, proteso verso Dio. Per lui le cose hanno perduto la molteplicità superficiale. In ciascuna di esse, secondo le loro qualità e attrattive particolari, è Dio che si offre ad una vera conquista. L’anima pura, per un privilegio che le è connaturale, si muove sul piano di una unità superiore e sconfinata. Come non vedere che grazie a questo contatto essa si unificherà fino alle più intime fibre del suo essere?…
Mentre il peccatore, che si lascia andare in balia delle sue passioni, disperde e dissocia il suo spirito, il santo invece, con un procedimento inverso, sfugge alla complessità degli affetti. Questa infatti è la causa per la quale sussistono negli esseri il ricordo e l’impronta della loro molteplicità originaria. E facendo così egli si spiritualizza. Tutto è Dio per lui, Dio per lui è il tutto e Gesù è insieme il suo Dio e il suo tutto… L’azione specifica della purezza è quella di unificare le potenze interiori dell’anima nell’atto di una passione unica, esclusiva, straordinariamente ricca e intensa. In fondo, l’anima pura è quella che, superando l’attrazione molteplice e dispersiva delle cose, tempra la propria unità (cioè matura la propria spiritualità) nel fuoco della semplicità divina.
Ora l’operazione stessa che la purezza compie nell’intimo dell’individuo, la carità l’attua nell’ambito della collettività delle anime. Si rimane sempre sorpresi (a meno di essere intorpiditi spiritualmente dall’abitudine) quando si vede con quale straordinaria cura, Gesù raccomanda agli uomini di amarsi gli uni gli altri. L’affetto vicendevol-e è il comandamento nuovo del Maestro, i’l carattere distintivo dei suoi discepoli, il segno sicuro della nostra predestinazione, l’opera principale di ogni esistenza umana. Saremo giudicati sulla carità, condannati o giustificati in base ad essa. Cosa vuoi dire dunque quest’insistenza? Se non fosse in gioco nient’altro all’infuori di un interesse filantropico, di una diminuzione della sofferenza nel mondo, di un maggior benessere terreno, come si spiegherebbe la gravità del tono, le promesse e le minacce del Salvatore?… No, la fraternità cristiana non ha solo il compito di riparare le ingiustizie dell’egoismo e mitigare la pena delle ferite inferte dalla malizia degli uomini… La carità, unendo le anime nell’amore le rende capaci di dar vita a una natura più elevata, che deve nascere dalla loro unione. Essa assicura la loro coesione, ne fonde man mano la molteplicità. La carità spiritualizza il mondo.
Purezza, carità. Si potrebbe esser tentati di credere, a volte, che le virtù cristiane sono qualcosa di statico, e che attraverso di esse l’uomo si fa vane illusioni sullo stato della sua coscienza o si sofferma in una compassione sentimentale e sterile. La morale di Gesù sembra timida e insulsa a quelli che propugnano la lotta vigorosa e aggressiva per conquistare le cime verso le quali la vita ascende. Di fatto, invece, nessuno sforzo terrestre è più costruttivo, più progressivo di quello di Cristo. Non sarà la forza orgogliosa, ma la santità evangelica a salvaguardare e proseguire lo sforzo autentico dell’evoluzione.

* La lutte contre la multitude, in «Écrits du temps de guerre» Edit. Bernard Grasset, Parigi 1965 – pp. 126-127.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 25 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

NOI VI ANNUNCIAMO… (At 13,32)

http://www.parrocchiadisancesareo.it/san_paolo.html

(Parrocchia San Giuseppe, San Cesareo, RM)

E  NOI VI ANNUNCIAMO… (At 13,32)

Carissimi catechisti, sabato 4 aprile ci troveremo insieme ai nostri ragazzi, in giro per la città di Roma, in cerca della Basilica di San Paolo fuori le mura per vivere il Giubileo di San Paolo, in quest’anno 2009, accogliendo l’invito che ci ha fatto Papa Benedetto XVI.
La figura di San Paolo è straordinariamente ricca sia per la personalità di quest’uomo, sia per la missione che gli è stata affidata da Gesù, portare la Buona Novella fino ai confini della terra, cioè, predicare ai pagani.
Lo scopo della lettura che vi propongo, non è altro che quello di aiutarci a vivere meglio il nostro giubileo Paolino, conoscendo più a fondo la figura del nostro Santo Apostolo. Quindi, buona lettura e buon giubileo!  
Paolo di Tarso è il missionario, l’evangelizzatore per eccellenza, colui che dopo l’incontro con il Risorto, ha sentito l’urgenza di portare il Cristo e il suo Vangelo a tutti i popoli fino agli estremi confini della terra. Possiamo dire, senza dubbio, che la storia della nostra stessa Europa, non sarebbe la stessa senza i viaggi missionari di Paolo.  
Paolo ricorda più volte nelle sue lettere l’incontro con Cristo che gli ha cambiato la vita, ma non descrive né le circostanze, né dove si trovava.
E’ Luca a fornirci queste informazioni, e non una volta soltanto: per ben tre volte infatti racconta l’evento (Atti 9.22.26); già da sola questa ripetizione mostra l’importanza che tale evento ha nell’ottica di Luca, come fatto davvero decisivo per la corsa della Parola dell’evangelo, da Gerusalemme fino a Roma.  
Oggetto della predicazione di Paolo è essenzialmente la persona stessa di Gesù, morto e risorto per noi.
Più di tutti gli autori del Nuovo Testamento Paolo insiste sull’ebraicità di Gesù e sulla irrevocabilità delle promesse fatte a Israele, ma è soltanto in Cristo che ogni altra cosa, a partire dall’eredità religiosa del giudaismo, acquisisce il colore e la preziosità che essa possiede.

(Lettura biblica: Atti 13,16-39)

Alla luce del brano ascoltato ci chiediamo cosa intendeva Paolo per Vangelo di Gesù Cristo, quando lo annunciava con così grande energia, vitalità e passione?

Per lui il Vangelo era
- dono gratuito del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe;
- la rivelazione sua e del suo amore fedele;
- giustizia in Gesù Cristo, crocifisso e risorto, radice della libertà dal peccato e liberatore dalla morte;
- giustificazione, cioè fondamento di un nuovo rapporto con Dio per mezzo della fede.

Paolo si era reso conto prima di altri, prima ancora dello stesso Pietro, che la radicale gratuità della salvezza, proposta da Cristo nel Vangelo, sta all’origine della sua universalità. Un così grande annuncio di liberazione non poteva essere per uno sparuto numero di persone; la salvezza che nasceva dall’immensa sofferenza della morte del Figlio di Dio non poteva essere per pochi intimi.
Il Vangelo diventa forza di Dio per la salvezza di tutti i credenti, non importa di quale popolo o nazione, non importa se greci o romani, se vicini o lontani. Paolo conosce la potenza di Dio e della Parola del Cristo e come un vaso ricolmo, non può trattenere solo per sé o per pochi amici questa notizia traboccante. Vorrebbe dire il Vangelo a qualunque uomo o donna e sente questo come un peso, una responsabilità. Un’urgenza senza pari che vediamo anche dai suoi scritti: “Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti; sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il Vangelo anche a voi di Roma”
(Rm1,14- 15).          
Dopo Damasco, Paolo, avrebbe potuto rimanere nella beatitudine di aver conosciuto, incontrato il Cristo, si sarebbe potuto dedicare a vita privata per poter vivere fino alla fine nella preghiera e nella solitudine. Ma ciò che conta è che Paolo non è stato così! O ancora. Dato il grande dono che Dio gli aveva fatto poteva ergersi in un atteggiamento di superbia e di pseudo-santità e sentirsi maestro sopra gli altri. Ma Paolo non fa neanche questo.  
Egli sceglie la condizione di prigioniero del Signore perché, come apostolo di Gesù Cristo, vuole essere libero da tutti. Essere servo per Paolo significa condividere la condizione dei destinatari del vangelo, sia Giudei, osservanti della legge, sia Greci, estranei alle prescrizioni della legge giudaica. Paolo è sicuro e pieno di passione per ciò che predica perché lo ha sperimentato. Sarebbe capace, e in realtà lo è stato, di farsi uccidere per ciò che annunciava.
Il Vangelo di Gesù Cristo, il Crocifisso risuscitato da Dio, fonda anche il suo metodo di comunicazione. Un metodo che può essere definito solidale con la condizione di vita dei destinatari. L’efficacia della comunicazione di Paolo non dipende da un metodo “retorico”.  
Probabilmente come Mosè o Samuele, non era neanche un abilissimo parlatore, un incantatore, tanto che molte volte, come accadde a Efeso, è dovuto andar via di corsa dal grande teatro, prima che lo catturassero, perché ciò per cui la gente lo sentiva non erano le belle parole che tanto ci attraggono oggi, capaci cioè, di accontentare tutti in una sorta di compromesso che non cambia nulla. I suoi dialoghi con gli altri erano improntati e definiti dalla libertà di amare. Paolo aveva ben compreso e vissuto il concetto moderno di inculturazione e lo accompagnava a quello di una verità gioiosa immutabile che nasce dall’amore di Dio. La motivazione di questa scelta deriva dalla prospettiva missionaria: “salvare ad ogni costo qualcuno”.  
Per Paolo aver incontrato il Signore Risorto sulla via di Damasco è stata l’unica grande esperienza religiosa della sua vita, che gli ha cambiato i connotati spirituali. Cambiati in meglio, naturalmente, visto che da quel momento in poi egli ha orientato tutto se stesso alla conoscenza di Colui dal quale era stato conosciuto, alla diffusione di quella “bella notizia” che gli era stata annunciata, alla missione che gli era stata affidata.  
La missione di Paolo non fu qualcosa da fare, ma il suo nuovo modo di essere, l’unico modo per continuare a vivere in modo conforme alla chiamata ricevuta. Sotto questo profilo le sue lettere possono essere considerate quasi come un diario della sua attività missionaria. Se poi le intrecciamo con quello che Luca ci fa conoscere negli Atti (13-28) allora il quadro si completa..  
Missionari, dunque, si diventa non per scelta propria o per una mera iniziativa umana, ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio, solo per iniziativa di Colui che, solo per amore nostro, ha creato il mondo e lo vuole ricreare in Cristo Signore, nella potenza dello Spirito Santo.  
Il messaggio di Paolo si sprigiona non solo dalle sue lettere, ma dalla sua persona e dalla sua opera missionaria. Possiamo dire che la sua attualità è innegabile ed evidente.
Paolo ancora oggi non cessa di parlare alle Chiese e alla Chiesa; non cessa di suscitare meraviglia e stupore, non cessa di provocare le coscienze di molte persone.  
Anzitutto ci ricorda che ciò che vale ed è determinante nella vita di un credente è l’incontro personale con Gesù: un incontro più o meno drammatico, più o meno eclatante, ma pur sempre personale, decisivo.
In secondo luogo ci avverte che la missione nella Chiesa manifesterà tutta la sua efficacia solo se ispirata e animata dalla spiritualità del mistero pasquale, cioè vissuta come partecipazione alla passione, morte e resurrezione di Gesù. Proprio come ha fatto lui!
In terzo luogo Paolo, che più volte si qualifica come il “prigioniero di Cristo”, ci ricorda che per vivere il cristianesimo nella sua vera natura, non dobbiamo preoccuparci tanto di ciò che riusciamo a fare da soli o con gli altri, quanto di quello che siamo dinanzi al Signore, prigionieri solo del suo amore.  
In questo anno in cui si celebra il bimillenario paolino, i nostri sentimenti dovrebbero essere gli stessi di Paolo, la nostra energia spirituale dovrebbe venire corroborata dalle sue parole, dalla sua schiettezza e dal suo amore, perché altro non sono che un rimando all’amore stesso che Dio ha per noi e che nella sua misericordia ha voluto manifestare in, con e per Cristo, immagine viva e tangibile del Padre.  
Dobbiamo pur dire che per un cristiano e ancor più per un missionario, misurarsi con la figura e l’opera di Paolo è difficile e faticoso, ci si sente piccoli, insignificanti, di fronte a colui che viene unanimemente riconosciuto non solo come Apostolo delle genti, ma come chi attraverso i suoi viaggi portò il Vangelo di Gesù di Nazareth dalla Palestina, una delle province più periferiche e sperdute, al cuore delle città dell’Asia Minore e della Grecia, per arrivare infine a Roma, capitale dell’impero.  
Una delle cose che colpisce in Paolo è la determinazione delle sue scelte. Determinato come giudeo osservante nel perseguitare la nascente comunità cristiana, ancor più determinato nell’annunciare la Buona Novella di Cristo dopo Damasco.
Proviamo a chiederci: quanto di questa sua determinazione alberga dentro i nostri cuori oggi?  
Un altro aspetto della personalità di san Paolo che balza sotto i nostri occhi, è il suo carattere. Di solito si dice che una persona che ha carattere, ce l’ha pessimo, quello di Paolo doveva essere terribile! Lo scontro con Pietro e i riverberi con questo e quell’altro discepolo ci mostrano un San Paolo che nella franchezza del linguaggio e nel coraggio nell’esporre le proprie idee era un testimone straordinario del fascino che Cristo aveva esercitato su di lui. Quanti di noi possono dire lo stesso? Nonostante il suo carattere forte e deciso seppe trasformare i suoi conflitti in una fonte di spiritualità, arrivando ai suoi interlocutori utilizzando un linguaggio carico di attenzione e tenerezza.
Quanti di noi riescono a fare altrettanto?  
Abituati come siamo ad utilizzare mezzi di trasporto superveloci, non riusciamo più a percepire la straordinaria vitalità di quest’uomo che, a piedi, a cavallo, o su imbarcazioni alquanto malsicure, seppe percorrere nei suoi molteplici viaggi, le vie consolari dell’Impero e muoversi nel mar Mediterraneo come se fosse un lago. Gli itinerari di San Paolo portano dritti nelle grandi città del tempo ed è proprio in queste città: Antiochia, Corinto, Efeso, Atene, ecc. che Paolo si misura con la cultura del suo tempo e a viso aperto propone l’annuncio del Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani!  
Questo suo atteggiamento è ancora patrimonio comune per i cristiani, oppure siamo lentamente scivolati nella tentazione di addolcire o meglio annacquare il messaggio di Gesù così da offuscarne lo splendore originario?  
Un altro aspetto caratteristico di San Paolo rivendicato con forza da lui stesso, è quello in cui Paolo sottolinea il fatto di essere un lavoratore che annuncia il Vangelo, Paolo non era un predicatore itinerante, un estroso cantastorie che si spostava di città in città contando belle storielle, era un uomo chiamato da Cristo a portare il Vangelo nel cuore stesso dei popoli estranei a Israele, e per fare questo egli si guadagnava da vivere svolgendo un lavoro manuale che gli consentiva di non pesare su alcuno.  
Questa sua indipendenza lo metteva nella condizione di essere libero interiormente ed esternamente di fronte a qualsiasi interlocutore.

“Vivo ma ormai non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me”;
“Completo nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo”;
“Quando mi sento debole allora sono veramente forte”;
“Fede, speranza, amore, il più grande dei tre è l’amore”.

Basterebbero queste poche citazioni tratte dall’immenso epistolario paolino, per capire quanto ancora oggi ognuno di noi deve misurarsi su questi nodi cruciali che interpellano la nostra vita e pongono delle domande inevitabili nel contesto della realtà nella quale siamo inseriti.  
Anche oggi ci sono delle Agorà, delle piazze, nelle quali scendere e dentro le quali misurarsi con la cultura dominante, anche oggi ci sono città sterminate, dove la “Plantatio Ecclesiae” ovvero il germe di una piccola, magari insignificante comunità di gente che vive nel nome di Cristo è seme di un germoglio che darà i suoi frutti proprio come avvenne al tempo di Paolo; occorre crederci, e ancor di più occorre gettare questo seme sui vasti terreni che lo Spirito Santo ci indica continuamente. Affidiamoci all’intercessione di san Paolo per ottenere dal Signore i doni necessari per annunciare con le parole e con la vita che Dio è padre, ci ama da sempre e per questo ha mandato il suo Figlio Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza.

Don Luigi Guanella 1912, inviato speciale in USA

Don Luigi Guanella 1912, inviato speciale in USA dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

24 Ottobre (mf) : Don Luigi Guanella – Cenni Biographica

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24 Ottobre (mf) : Don Luigi Guanella – Cenni Biographica

Tratto da Pietro A. Tamborini

Capitolo 1: Il Piccolo Montanaro
In una di quelle conche alpine che riserbano ancora una freschezza aromatica, e nella voce del creato e nel cuore degli abitanti, nasceva Don Luigi Guanella il 19 dicembre 1842.
Nevicava quel giorno nella dirupata Valle S. Giacomo, aperta alle bufere dello Spluga; eppure, dal solitario paesello di Fraciscio, in provincia di Sondrio, il piccolo Luigi venne subito portato con amore ansioso a Campodolcino, capoluogo, dove, nella parrocchiale di S. Giovanni Battista, ricevette le acque rigeneratrici del Battesimo il 20 dicembre. In quella grigia alba di valle nell’inverno lassú ormai inoltrato, Pa’ Lorenzo, scendendo col passo sicuro da montanaro verso la bianca chiesa, non sognava certo di quel suo figliuolo, che portava al Battesimo, tanta gloria, tanto bene; ma quell’alba invernale fu invece davvero fulgida alba estiva, luce promettente di trionfo.
Dalla madre Maria Bianchi, della frazione di Motta, Luigi ebbe il cuore formato a delicatezza di sentire, perché quella donna, laboriosa e vigilante, aveva tutta la pratica semplicitá delle anime belle; dal padre Lorenzo, tipica figura d’alpigiano, attinse quell’energia intraprendente e pur dolce che lo doveva caratterizzare in avvenire.
Pastorello, nel silenzio degli alti pianori imparò a trovare Dio nella preghiera e nell’innocenza della vita; a sera nella casa paterna attorno al povero desco si stringeva la numerosa corona vivace dei fratelli, delle sorelle, ed il padre recitava il santo Rosario, mentre la mamma col suo contegno pio insegnava l’amore alle cose sacre.
A sette anni quella tenera anima pura si apriva la prima volta al confessore nella Chiesa di S. Rocco in Fraciscio; a nove anni Gesú entrava nel suo cuore, e durante la poesia di quella giornata santa, la più bella della vita, ebbe Luigi una visione, nella quale il Signore gli concesse di dare uno sguardo al futuro. Sull’altura di Gualdera, di là del torrente Rabbiosa, ne fu da lui stesso indicato il posto; tuttavia la sua modestia non volle accennare altro se non che gli apparve la Madonna, la quale gli presentava con gesto pietoso schiere di orfanelli e d’infelici erranti.
In affettuosi, intimi trattenimenti, maggiori particolari invece egli narró di un’altra visione avuta da fanciullo a Campodolcino, presso la chiesa parrocchiale, il giorno di S. Giovanni Battista, che lassú è festa grande. « Statura mingherlina, capelli bianchi, faccia bruna, calzoni corti, calze di lana non tinta, volto amorevole, occhi pietosi » un beJ vecchietto stendeva le bianche mani, con soave, invitante sorriso, al fanciullo Luigi che, prima di entrare in chiesa, stava per riporre, dietro una catasta di legna, un cartoccio di umili dolci, avuti in regalo quel giorno di sagra.
Certo non possiamo determinare con sicurezza dove finisca l’ordinario e cominci lo straordinario nella sua esistenza. Tutti i suoi anni, specialmente quelli piú avanzati, sono ripieni di tali e tante coincidenze che davvero vi si discerne il dito di Dio. Nella vita dei santi, anche le azioni piú comuni sono talmente intrecciate e soffuse di spiritualitá, di luci mirabili e di provvidenza regolatrice che non si puó a meno di chinare il capo pensosi davanti a certi fatti, i quali costituiscono quasi il tratto di unione fra il mondo sensibile ed il mondo soprannaturale.
Nella sorella Caterina, Luigi ebbe un angelo tutelare che, a lui somigliante nella bontà, forniva argomento pio di conversazione e di giuochi infantili; talvolta in certi cavi di roccia, vicino a casa, mettevano terriccio ed acqua e, rimescolando, dicevano: « Quando saremo grandi faremo così la minestra ai poveri »; in unione di preghiera e di amore, il popolo di Fraciscio bene spesso li ammiró inginocchiati nella piccola chiesa montana.
Anime fanciulle che, quasi inconscie, nella bellezza del creato, nei divertimenti semplici cantavano cosi il loro inno a Dio, preparandosi alle future battaglie della vita dove tante corone avrebbero poi raccolte per il cielo!
A dieci anni lo troviamo a Pianazzo, il caratteristico paesello come un nido d’aquila imbalconato fra i dirupi, a cui sale ardimentoso lo stradale che muove al varco dello Spiuga; Pianazzo, l’austero villaggio alpestre, che mostra ai raggi del sole folgorante l’onda argentea e fragorosa della sua imponente cascata.
Ivi Luigi da quel parroco, Don Antonio Buzzetti, imparò e perfezionó l’istruzione elementare e, nella dimestichezza del sacerdote di Cristo, andò in lui affinandosi quel nobile sentimento che doveva poi condurlo, passo passo, all’altare.

Capitolo 2: In Seminario
Campodolcino! Bianche casucce come branchetti ineguali di pecore pascenti nella verde conca, mentre custode fedele vigila il campanile della parrocchiale, che ridesta talvolta gli echi della valle e dei monti con lo squillo delle campane ammonitrici; Campodolcino, piano di dolcezza e di quiete, dove lo spirito ama riposare, dopo aver errato a lungo fra la valanga immane degli scheggioni minacciosi e l’asprezza dell’erte! Le vette estreme cingono questo gentile paese d’una corona altera e candida nelI’azzurro del cielo; il fiume Liro, che rumoreggiando rode in livide spume la famosa gola del Cardinello, pure sen viene placido in onde mormoranti, quasi vinto da sì grande pace, per poi riprendere la discesa risonante e rabbiosa verso la forte Chiavenna.
Luigi amava tanto il suo caro paese, eppure nell’ottobre 1854, appena dodicenne, con mestizia profonda e con grandi speranze, lo abbandonava, diretto a Como nel Collegio Tolomeo Gallio, dove il buon prevosto Don Gaudenzio Bianchi di Motta gli aveva trovato un posto gratuito. Don Gaudenzio è stato sempre ricordato dai vecchi di Campodolcino come una delle figure più belle e venerande dei tempi passati: sacerdote secondo lo spirito di Cristo, furono innumerevoli le vocazioni da lui coltivate, aiutate, indirizzate a porto sicuro; restaurò la caratteristica Chiesa di S. Ermagora a Motta, eresse la stazione cattolica di Andéer, fu Direttore spirituale del Seminario Teologico, consolatore dei poveri, degli afflitti; da lui il Guanella, che gli fu intimo discepolo e parente per parte di madre, ebbe quella formazione soda e generosa ad un tempo, che doveva plasmare l’apostolo degli umili; riposa nel cimitero di Campodolcino; la sua memoria è in benedizione ed è ben degna d’esser tramandata in modo più efficace.
Nel Collegio Gallio, Luigi compi gli studi di grammatica e di umanità, conservando il suo candore illibato ed arricchendo la mente di cognizioni utilissime, modello ai compagni per l’osservanza della disciplina, nonostante il suo carattere ardente, e per l’applicazione alle materie scolastiche. Ivi conobbe il chierico Scalabrini, futuro vescovo di Piacenza, fondatore dell’Opera di S. Carlo per gli Emigranti, e Angelo Massara che poi divenne il notissimo ‘curato santo’ della Basilica di S. Vittore in Varese. Fra quelle anime generose fiorì un’amicizia tanto più sentita, quanto più basata sulle grandi idealità dell’apostolato.
Per le vacanze estive Luigi tornava nella vallata natia, cercando di alleviare anche con l’opera delle sue mani le strettezze della famiglia e, durante il tempo libero, dopo il lavoro e lo studio, intratteneva con pii discorsi, utili consigli e giochi, i fanciulli del paese; si faceva notare per il sacrificio e la pazienza grande nella cura degli infermi, per la sobrietà del cibo, per lo spirito pratico di iniziativa; devoto, composto, assiduo alle sacre funzioni, era segnato come modello.
Nel 1859, mentre l’ltalia fiammeggiava dalle Alpi al mare e le sette traevano occasione dall’amor patrio per scagliarsi contro la Chiesa, egli poteva finalmente vedere esauditi i suoi voti: nel Seminario di Como trovò il suo piccolo paradiso.
Lo studio della filosofia all’ombra della storica basilica di S. Abondio, sotto la guida di superiori santi e di professori valentissimi, lasciò nell’animo suo un ricordo incancellabile; la Teologia, appresa con profondità nel Seminario Maggiore in un piccolo ed intimo cenacolo di fede, valse a foggiare in lui una mente davvero sacerdotale.
Carattere vivo, intraprendente, sensibile, vinse ogni difficoltà mediante la preghiera, la mortificazione, I’obbedienza, di salute non troppo buona, tanto che uno dei suoi professori, il celebre Don Martino Anzi, al quale aveva chiesto un rimedio, gli ripeto tre volte il detto: « Caro mea non est aenea: la mia carne non è di bronzo »; non risparmiò né fatica, né studio, anzi volle assistere giorno e notte un compagno affetto da male contagioso incurabile; prefetto di disciplina, non sapeva adattarsi ad un sistema rigido di educazione ed amò la soavità ed i buoni modi; in quegli anni tumultuosi in cui molti, anche seminaristi, si lasciavano trascinare dalla corrente rivoluzionaria, egli conservò intransigenza di idee, dirittura di giudizio, pacatezza d’animo, « perché all’insaputa di altri e di se stesso ruminava in cuore ben altri desideri ».
Il 26 maggio 1866, festa della SS. Trinità, mentre gravi torbidi erano in Como, da Mons. Bernardino Maria Frascolla, Vescovo di Foggia, esule e condannato a domicilio coatto, venne ordinato sacerdote.
« Ricordo come se fosse oggi l’imponente maestà del vescovo Frascolla ordinante, le esortazioni di fuoco che diresse a tutti noi, le tenere raccomandazioni che ci rivolse dopo averci dato il bacio della pace. Per questo beneficio insigne della sacra Ordinazione è più profondo in noi l’affetto della gratitudine figliale ».Così Don Luigi Guanella.
Il giorno del Corpus Domini di quel 1866, nella devota Chiesa Collegiata di Prosto sopra Chiavenna, dedicata alla Madonna Assunta ed accarezzata dall’armonia del fiume Mera camminatore, celebrava la sua Prima Messa; il novello sacerdote, piangendo di gioia, vide così aprirsi vie grandi di bene, traverso il mondo, per la salvezza d’anime a migliaia.

Capitolo 3: Le Prime Battaglie
Piuro, la bianca cittadina adagiata in fondo valle, dal 1618 dorme sepolta sotto la gigantesca rovina del monte. Ora tra masso e masso, verdeggiano silenziosi i vigneti, e la roccia spaccata ancor minaccia, ed il fiume Mera sulla piccola Pompei alpina, da quel tragico giorno in risonanze meste, trascorre pellegrino eterno. E’ rimasto soltanto il superbo palazzo Vertemate, unico ricordo di una gloria tramontata per sempre, e, voce dispersa, memore di un’immane sciagura, il campanone di Prosto, ritrovato fra la melma del fiume.
A Prosto, successa all’antica Piuro come capoluogo di pieve, Don Luigi non trovò campo sufficiente alla sua energia giovanile, perché quella Collegiata era troppo angusta per lui, dalle vedute ampie ed animato da zelo irrefrenabile. Allora i superiori lo destinarono alla parrocchia di Savogno, piccola invero, ma dove almeno avrebbe potuto agire di propria iniziativa.
Da canonico coadiutore che ‘doveva e voleva’ sacrificare talvolta i suoi progetti arditi all’amor di pace, ora Don Luigi diviene parroco e può, nella stretta cerchia della sua cura, manifestare le doti preziose.
Savogno, « il ridente paesello assiso in capo alla sua scala di duemila gradini, cosi grato nei miei ricordi per la sua pietà cristiana » – come esclamava il santo Cardinal Ferrari – Savogno di cui si disse « circondatelo di mura ed avrete un convento », apprezzò subito il nuovo curato.
Fu una gara santa di opere buone tra i figli spirituali ed il padre amorevole; vennero istituite scuole serali, classi festive, restaurata ed ampliata la chiesa, formato un nuovo cimitero, edificate cappelle; tutto insomma rifioriva e dava frutti ubertosi, dietro l’esempio di Don Luigi e della sorella Caterina, umile e virtuosissima.
A Chiavenna poi, Don Luigi, in unione col sacerdote Don Callisto Grandi, istituiva una Società di Mutuo Soccorso che fu la prima Società Cattolica sorta nel regno d’Italia. Indica questo il suo zelo per la salvezza delle anime; zelo logico, intransigente, senza viltà e patteggiamenti, che gli procurò la persecuzione del governo, le critiche dei colleghi e dispiaceri molti anche da parte dei superiori,
Ed ecco che in una nebbiosa e fredda sera del gennaio 1875, un sacerdote, sul fior degli anni, si presentava in Torino a Don Bosco, che l’accolse con grande amorevolezza e lo salutò con l’invito: – Andiamo in America?

Quel sacerdote era Don Luigi Guanella.
Come mai aveva lasciato il piccolo paese di Savogno, cosi bello e poetico all’ombra pia dei castani nella quiete della vallata alpina? Irrequieto cercava una via, la sua via; di cuore sensibilissimo, davanti a tante sventure e miserie si commoveva al pianto, voleva consolare e confortare, tergere le lacrime di tanti poveri infelici.
Mentre il liberalismo s’infiltrava ovunque e le turbe si davano al male, egli comprese che la carità sarebbe stato il mezzo migliore per preparare il ritorno a Dio di tanti fratelli perduti. E sorse allora grandioso nella sua mente il progetto d’una vasta casa di ricovero che fosse difesa vivente dell’ideale cristiano, che fosse asilo di pace per gli stanchi, e nel corpo e nel cuore, trascinantisi soli per le tristi strade del mondo. Ma ai vasti progetti non rispondeva il troppo ristretto orizzonte. Il canonico Lorenzo Sterlocchi scrisse in proposito: « Mi sovviene che, essendo chierico e trovandomi un giorno a Savogno nel suo giardino con un altro nipote pure chierico, ci disse: – lo voglio fondare un Istituto: mi aiutate? – Si, gli rispondemmo, ecco. E ridendo gli demmo venti centesimi per ciascuno. Li accettò egli, pur ridendo, e disse: – Lasciateli fare, ché frutteranno! « 
Non riuscendo egli, per la pochezza delle sue forze e per difficoltà grandissime, a fondare questo sognato Istituto, si limitava ad aiutare giovani d’ambo i sessi nella loro vocazione accompagnandoli a Torino da Don Bosco, la cui fama s’era ormai diffusa in tutta Italia; e cosi decine di studenti e di artigiani avevano una casa ospitale che li educasse, come decine e decine di poveri deficienti presso il Cottolengo trovavano un sorriso di pace e d’amore. Non dobbiamo meravigliarci quindi se lo stesso Don Luigi, che faceva tre, quattro volte all’anno il viaggio di Torino in una peregrinazione pia di carità, ottenuto a stento il permesso de’ superiori, d’improvviso lasciasse tutto e corresse da Don Bosco, trascinato dal suo ideale sublime.
Voleva Don Luigi che Don Bosco fondasse una sua opera nella diocesi di Como, per sovvenire a tanti bisogni urgenti, specialmente della Valtellina, fierissima e nobilissima terra, dove abbondano le miserie, gli ingegni e le vocazioni povere destinate purtroppo a perire per mancanza di mezzi.
Tre anni rimase con Don Bosco nella speranza che questi si valesse di lui per una fondazione nell’Alta Lombardia e non furono anni perduti, perché,se non riuscì nello scopo, apprese però alla scuola di quel santo i solidi fondamenti di ogni opera grande.
Ai primi di settembre del 1878, Don Luigi, richiamato dal vescovo Mons. Carsana, ritornava in diocesi dove « I’accoglieva lusinghiera la fama di ‘mezzo matto’ che l’avrebbe seguito amara ed avversa per anni e anni ».
Ritornò, lasciando con dolore Don Bosco che tanto l’amava, ritornò alla ricerca della sua via un’altra volta. Davanti ai confratelli, agli amici, ai conoscenti appariva un vinto; egli invece aspettava fidente la grande ora di Dio, I’ora della Misericordia.

Capitolo 4: Un Fondatore Fallito
« Lassù, come ben sapete, vi sono case e conventi abbandonati per quelle fondazioni che avete fisso nella mente di fare; ma badate che non siano fantasie di cervello caldo ed illusioni funeste. Provate per vostro conto, chè vi benedico »
La severa figura di Mons. Pietro Carsana, con queste parole, congedava Don Guanella che, dopo il suo ritorno da Torino, veniva destinato come cappellano a Traona, nel Terziere inferio della Valtellina.
A Traona Don Luigi trovò un cumulo tale di difficoltà che avrebbe scoraggiato anche il più audace; ma egli colla costanza del montanaro! col sacrificio del santo, riusciva ad acquistare, dando fondo agli ultimi risparmi ed alla modestissima eredità paterna, I’antico convento dei Padri Francescani con la chiesa annessa.
Sorge sul fianco del colle, donde si gode uno dei più magnifici panorami, dalle Alpi alle tremule onde del lago di Como, dalla bassa Valtellina al florido piano di Colico, al tristemente famoso Pian di Spagna. In quel convento, opportunamente riattato, egli fondò una scuola privata per i giovanetti, ampliata di poi in forma di convitto per le vocazioni ecclesiastiche che gravava quasi totalmente sulla povera sua borsa.
« L’attecchire del povero collegio suonò in alto come un grido di pericolo, e, tolto pretesto che nel secondo anno si era aperto senza che si notificasse all’autorità competente, se ne ordinò la chiusura immediata con minaccia di multe e di pene severe ».
Si rafforzò cosi la persecuzione al noto prete Guanella che, anche durante le pratiche di chiesa, molte volte, veniva sorvegliato da incaricati della questura; come avvenne a Morbegno, dove due carabinieri ed un delegato si fecero notare per la loro assidua presenza, durante la Quaresima da lui predicata con ardore non comune.
Ma quello che più lo straziava era l’incomprensione dei superiori e l’isolamento in cui era lasciato dagli stessi suoi confratelli; uno di essi, interpellato sulla fondazione del cappellano di Traona, lo aveva classificato come « un povero maniaco, noncurante delle disposizioni legislative, consigliando il superiore a confinarlo in qualche remoto angolo della diocesi, dove più non ardisse ritentare simili stranezze ».
E Don Luigi da Traona passò a Gravedona, sempre in qualità di coadiutore, e poi venne messo in confino ad Olmo, nel chiavennasco, quattro casupole, strette intorno ad una piccola chiesa, buttate su un’erta asperrima fra montagne cupe e selvagge.
Cosi la critica ed il compatimento si davano la mano per dilaniare il cuore del povero fondatore fallito che tuttavia conservava sempre la sua fiducia nella Provvidenza.
Il Vicario Generale della diocesi di Como, già suo professore in Seminario, lo rimproverava una volta:
- Non sapete che la prima virtù é la calma?
- Professore, rispose Don Luigi Guanella umile, umile, ella mi ha insegnato un giorno che la prima virtù è la fede.

Capitolo 5: Il Paese Fortunato
Pianello Lario, un piccolo paese grigio che si specchia nell’onde azzurrine del lago di Como, tutto assorto in una pace intima, mentre d’intorno l’alte montagne elevano nella maestà solenne il loro inno a Dio, doveva essere la culla delle Opere di Don Luigi Guanella.
La Provvidenza scherza co’ suoi santi e spesso, quando più le tenebre s’addensano, un raggio improvviso brilla consolatore, quasi per confortare l’umana debolezza, poi ancora talvolta tornano le tenebre; ma infine il Signore non prolunga di troppo la prova.
In pagine riservate scrisse Don Luigi: « Non so se nei viaggi di chierico o di neo-sacerdote, ricordo benissimo che, solcando il lago sul battello tra Dervio ed Olciasca, guardai verso la chiesa di Pianello, che non distinguevo, e mi parve di fissar in una luce di mente e provare un movimento di cuore, che pareva mi dicesse: – Guarda là, poiché in quel luogo avrai lavoro e soddisfazione soave ».
E difatti, dopo tante vicende, mentre stava solitario sul picco d’Olmo, Don Luigi, ‘l’esaltato da cui tutti dovevano guardarsi’, veniva destinato a Pianello Lario, parrocchia rimasta vacante per la morte del santo sacerdote Don Carlo Coppini.
Prima ancora di salire al picco d’Olmo, Don Luigi aveva saputo a Gravedona della morte del parroco di Pianello ed ebbe sin d’allora (sono parole sue) « un pensiero chiaro nella mente che gli pareva ripetesse: – Tu ne sarai il successore ».
Trascorsi parecchi mesi e ricevuto l’invito di recarsi a Pianello, caricata alla meglio la poca roba sua su un carrettino cigolante, il povero prete s’avviò, solo solo, là dove lo chiamava l’obbedienza.
« Ci ricordò più volte con singolare compiacenza, la strana modestia e povertà del suo ingresso nella nuova parrocchia. Si era agli ultimi d’ottobre o forse ai primi di novembre: e Don Luigi giunse in paese ad ora tarda, verso le undici di notte. La vecchia Martina dormiva già. Dovette scendere dalla sua stanza il settuagenario P. Mario o Fra Mario Bosatta, e con una pietra battere con tanta forza nella parete dell’unita casa parrocchiale da destare di soprassalto la servente. Gli apri la porta: e si andò a letto. L’indomani la domestica, verso le undici, domandò: – Che vuole le faccia da pranzo, signor curato?
- Quello che eravate usa disporre per il compianto Coppini
E a mezzadì Don Guanella in cucina si trovò vuotata sul tagliere un’allegra polenta con un po’di formaggio. Non c’era nemmeno una sedia. Mentre il nuovo curato mangiava, entrarono ad ossequiarlo il sindaco ed un assessore del paese … col prevosto del vicino Musso … Don Guanella offri loro quel pranzo solenne del giorno di ingresso; ma, veduta la povertà dell’invito, se n’andarono tosto… »
Abbiamo voluto riportare questo piccolo episodio, stralciandolo dalla poderosa Vita documentata che di Don Luigi Guanella scrisse Don Leonardo Mazzucchi, per dimostrare, fra l’altro, come ‘il povero prete errante’, pur compiendo tutto il bene possibile, nella sua umile semplicità aliena da ogni posa ufficiale, si considerasse soltanto di passaggio ne’ luoghi assegnatigli dai superiori, perché si sentiva chiamato a lavorare in campo tutto diverso.
Quando il cancelliere vescovile, canonico Vincenzo Barelli, gli comunicò l’atto pontificio che lo nominava parroco di Pianello e l’invitò a riceverne la regolare istituzione, Don Guanella rispose: – lo servirò la mia parrocchia, ma come semplice amministratore – e diceva a se stesso: – Per essere più sollecito a scuotere le ali quando scocchi l’ora della misericordia.
« Quello che io voglio é questo: o una Istituzione, benché minima, secondo lo spirito di Don Bosco o del Cottolengo, ovvero le Missioni Estere, ossia meglio il ritorno a Don Bosco .. Niente mi duole dei trattamenti avuti fin qui, ma mi rincresce che, avendomi trattato da matto più che da savio, cerchino ancora in giornata di sviarmi dalla mia vocazione ».
In tal modo si esprimeva don Luigi in una lettera del 1882, quando, già da oltre un anno, dedicava la sua cura alla parrocchia di Pianello Lario. Questo vuol dire che intorno a lui ancora tutto era buio. Ma non doveva tardare la luce.

Capitolo 6: Voga, Barchetta, Voga!
In una mite sera d’aprile del 1886 una barca usciva sull’onde placide del lago di Como a navigare. Incominciavano a fiorire, ad una ad una, nell’azzurro cielo lombardo, le stelle sfavillanti d’oro: dalle spiagge brillavano i lumi dei paesi adagiati alle carezze del Lario, mentre i monti sembravano taciti contemplare; l’acqua gorgogliando si scostava davanti alla prora della barca che si lasciava dietro strisce di pallido argento, ed intanto il murmure pio della preghiera si levava nel silenzio della notte lunare che ormai s’inoltrava…: « Santissima Provvidenza di Dio, provvedeteci voi! Cuore di Gesú, pietá di noi! Cuore di Maria, pregate per noi! ».
Il primo manipolo! Due suore, un gruppetto d’orfanelle pavide e pensose, con pochi fagottelli del più strettamente necessario. « Un tavolino rettangolare mancante d’una gamba, delle sedie ove la paglia era un desiderio, dei ietti che si potevano usare mercé un vero miracolo d’equilibrio… »; una fiamma di fede in seno… e basta!
Ma un sacerdote quella notte pregava a Pianello Lario, nella povera dimora, con ardore insolito, col cuore ripieno di gioia e di speranza. La preghiera di Lui, il Fondatore, vincendo lo spazio, si univa a quella piccola comitiva che il mattino seguente sbarcava a Como e si stabiliva in Via Tommaso Grossi nel luogo sul quale sarebbe sorta poi la Casa Madre, proprio lá, dove Don Guanella « studente in Collegio Gallio, parve presentisse piú d’una volta, quando là saliva a passeggio, che quel terreno sarebbe stato campo di particolari opere sue ».
Il montanaro prete visionario gettava cosi con trepida esultanza il suo primo granellino di senapa: I’ora della misericordia, preparata appunto nei giorni piú neri della prova, era finalmente scoccata.

Come?
Il suo predecessore Don Carlo Coppini, sacerdote esemplare, assai amato, morto vittima del lavoro pastorale e dell’odio diabolico di pochi malvagi, aveva scelto alcune Figlie di Maria perché assistessero delle povere fanciullette orfane, che, semiabbandonate, s’aggiravano pel paese.
Venne presa a pigione una catapecchia dove cinque giovani, appartenenti alla suddetta Pia Unione delle Figlie di Maria, decise a lasciare il mondo, si ritirarono tutte dedite ad opere di carità. Ben presto dodici orfanelle e qualche vecchia vennero accolte nell’improvvisato Ricovero. Animatore, sostenitore instancabile, era il piissimo Don Coppini, e quando il 1 luglio 1881 voló al cielo per raccogliere il premio dei suoi sacrifici, tutto sembrò rovinare in quella piccola casa di ricovero.
La Provvidenza mandó invece Don Luigi Guanella, il quale tosto si vide segnare la via; eppure, « indifferente a quanto la Provvidenza sarebbe stata per disporre in seguito », attese pazientemente il manifestarsi della volontà di Dio.
Quando poi, per invito delle Suore, consentendolo il Vescovo, divenne il Direttore di quell’umile comunità, aiutò, incoraggiò, difese e fece anche un tentativo di aprire una filiale ad Ardenno in Valtellina. Il tentativo falli per cause impreviste allora, datasi l’occasione propizia, Don Luigi impavido trasportò la piccola comunità a Como, dove, messa su basi più ampie ed ordinata in vera Congregazione religiosa, doveva essere il primo nucleo delle future opere grandiose.
Ecco perché possiamo dire che da quella barchetta, ormai leggendaria, incominciano le opere della Divina Provvidenza.
Quanto cammino ha fatto quelle barchetta! Essa ha varcato ormai anche l’oceano!
Don Luigi aveva allora 44 anni; più di metà vita spesa nella preparazione e nella lotta. Noi possiamo bene applicare a lui quello che egli stesso diceva in una commemorazione di Don Coppini: « Le anime fiacche quando si vedono avversate si smarriscono; ma i forti, oh i forti! vedono nei loro nemici uno strumento di grandezza morale ed intellettuale, uno strumento di perfezione… La lotta fu per lui un trionfo! »
Sistemata in qualche modo la sua posizione a Pianello Lario, Don Luigi accorreva a Como, alla testa della sua minuscola avanguardia, pronto a nuovo lavoro, a sacrifici più duri, a bufere più crude, per maggiore cammino, pellegrino di amore.

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 24 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

ATTI DEGLI APOSTOLI – Cap 28 – (Malta)

http://www.homolaicus.com/storia/antica/atti_apostoli/commenti1/cap_28.htm

ATTI DEGLI APOSTOLI – Cap 28

Testo – Morte di Pietro – Morte di Paolo

La baia fra la Punta di Koura e Salmonetta, presso l’isola di Malta, ove approdarono i naufraghi, si chiama ancora oggi « Baia di San Paolo ».
Vengono accolti « con rara umanità »(v. 2) dagli abitanti del luogo, perché in genere i naufraghi venivano spogliati dei loro beni se non addirittura uccisi. Luca fa qui capire che, nonostante l’arretratezza di quegli indigeni, rispetto alla civiltà greco-romana, la loro umanità era spiccata e genuina.
L’isola di Malta era, originariamente, una colonia fenicia. Cadde nelle mani di Cartagine nel 402 a. C. e fu ceduta a Roma nel 241 a. C. Il suo tempio di Giunone, molto importante e ricco, fu saccheggiato da Verrei, pretore romano della Sicilia. I maltesi quindi parlavano o greco o latino, o addirittura entrambe le lingue, visto che erano quelle ufficiali di chi li governava. E’ strano che qui Luca li definisca col termine di « barbari », allora usato in maniera convenzionale, per indicare quanti non parlavano una di queste due lingue. Non è da escludere che questi indigeni siano popolazioni primitive, dedite a caccia e pesca.
Luca tuttavia approfitta della loro ignoranza per descrivere un episodio indegno di uno scrittore del suo talento, ma è probabile che i versetti siano stati aggiunti in un secondo tempo, in quanto non hanno un nesso organico col resto del capitolo. A meno che non si tratti di un racconto molto particolare, che cerca di mascherare la fine improvvisa e inaspettata dell’apostolo: una morte banale che non poteva essere divulgata in quanto non conforme alla sua grande personalità.
« Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: « Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere ». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio »(vv. 3-6).
Luca parla proprio di « vipera » e non di un serpentello qualunque, per quanto nel testo greco non sia così evidente ch’egli fosse stato proprio morso (la serpe infatti, contrariamente al suo naturale comportamento, gli rimase attaccata alla mano). Qui comunque il redattore ha tutto l’interesse a mostrare la superiorità del cristianesimo sul paganesimo, che è idolatra per definizione (quando non videro gli effetti immediati del veleno, i maltesi cominciarono a pensare che Paolo fosse un dio, al pari di Apollo o Esculapio, che passavano per divinità con potestà sopra i serpenti). Soprattutto Luca ha necessità di mostrare come Paolo si fosse comportato, durante il naufragio, come delatore, sventando il tentativo di liberazione dei prigionieri, perché godeva di una particolare protezione divina, infinitamente superiore a quella che poteva offrire la dea « Giustizia » o Nemesi, figlia di Giove e di Temi.
L’altro episodio fantastico che accadde sull’isola e che vede protagonista, ovviamente, lo stesso Paolo, è relativo alla guarigione del padre di Publio (quest’ultimo rappresentante del pretore della provincia di Sicilia, da cui Malta dipendeva), che era stato colpito da febbre maltese.
Anche qui gli Atti non hanno dubbi di sorta nel paragonare Paolo a Gesù Cristo. Sembra anzi che quanto più egli frequenti gli ambienti pagani, tanto più sia facile far vedere a questi ambienti superstiziosi, di alto o di basso rango, quanto sia superiore la civiltà ebraico-cristiana. Ma se il primo racconto è un camuffamento della morte di Paolo, questo rappresenta una sorta di canonizzazione.
E’ straordinario vedere con quale spregiudicatezza Luca (o chi per lui) si prenda gioco della creduloneria degli abitanti dell’isola e degli stessi lettori degli Atti. Qui infatti è evidente che se anche Paolo fu in grado di risolvere, con la sua scienza, un caso di difficile soluzione per una cultura primitiva come quella degli abitanti dell’isola, ciò non avrebbe dovuto in alcun modo favorire atteggiamenti ancora più superstiziosi di quelli consueti: « anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati »(v. 9). Questo poi senza considerare che tutte le culture primitive hanno sempre avuto conoscenze mediche di tutto rispetto, da cui allora dipendeva la medicina delle civiltà più avanzate.
A parte queste stravaganze, che difficilmente potrebbero essere attribuite a una persona seria come Luca, per di più medico di professione, non può certamente sfuggire al lettore che l’autore di questo capitolo non dice assolutamente nulla della fine che fecero i 276 naufraghi (che salparono dopo ben tre mesi), in quanto là dove si scrive che Publio li ospitò per tre giorni (v. 7), occorre intendere, al massimo, soltanto Paolo, Giulio e lo stesso Luca. Solo in alcuni manoscritti è stato aggiunto, evidentemente per colmare una lacuna macroscopica, che « il centurione, arrivato a Roma, consegnò i prigionieri al prefetto del Pretorio ».
Sia come sia, la comitiva riuscì a riprendere il viaggio imbarcandosi su una nave alessandrina, che caricava il grano e faceva commerci fra Egitto e Italia e che aveva svernato sull’isola. La prima tappa fu Siracusa, una delle città più floride della Sicilia, dove stanno tre giorni, poiché aspettavano il vento favorevole al proseguimento del viaggio. La seconda tappa fu Reggio Calabria, dove si fermavano sempre le navi che da Alessandria venivano in Italia.
Poi, levatosi l’Austro, il vento di mezzogiorno, fu la volta di Pozzuoli, il porto principale di Roma e grande emporio ove convenivano la navi egizie recanti il grano che sostentava il popolo romano. Qui inspiegabilmente gli Atti affermano che Paolo e Luca (di Aristarco non si dice più nulla) furono ospiti, addirittura per una settimana, di « alcuni fratelli »(v. 14). Evidentemente Paolo godeva di ampia fiducia da parte di Giulio, anche se evidentemente non doveva mancare la scorta, come infatti risulta al v. 16.
Ma chi siano queste persone non è dato sapere: molto probabilmente sono degli ebrei chiamati « fratelli » solo in senso lato, che non sapevano nulla di Paolo (come risulta dal v. 21) o che forse lo conoscevano solo come persona autorevole o addirittura come persecutore dei cristiani. Qui non viene neppure ricordata l’importantissima Lettera ai Romani ch’egli scrisse a Corinto negli anni 57-58. C’è però da dire che Luca non cita mai alcuna lettera di Paolo.
I « fratelli » di Pozzuoli avvisano quelli di Roma, affinché si preparino ad ospitare Paolo e Luca. A Roma s’incontrano, molto stranamente, con due diverse comitive nei pressi del Foro di Appio e alle Tre Taverne: il primo, a 43 miglia da Roma, era luogo dove i venditori girovaghi e i mercanti si fermavano a bere; le Tre Taverne invece distavano circa 33 miglia da Roma. E con questi Paolo ha una prima breve conferenza, in cui spiega loro, molto genericamente, ch’era a causa della speranza d’Israele ch’egli portava le catene, « senza aver fatto nulla contro il popolo e contro le usanze dei padri »(v. 17).
A Roma, nel suo alloggio, Paolo ha una seconda conferenza, e questa volta sono presenti anche i capi giudei della comunità locale, che vogliono conoscere in dettaglio il motivo del suo arresto. Naturalmente Paolo dà la sua versione dei fatti, che i giudei lì presenti, non conoscendoli, non possono smentire, non avendo avuto di lui – anche questo molto stranamente – alcuna notizia negativa, per quanto sappiano che la setta del cristianesimo incontri ovunque forti opposizioni (v. 22). Egli comunque presume di dimostrare che « la legge e i profeti » avevano trovato il loro lento, graduale e sicuro compimento non in un regno terreno, politico-nazionale, ma in un regno dei cieli, di tipo etico-religioso: Gesù è l’unico vero figlio di dio, quindi più grande di tutti i patriarchi, di Mosè, di tutti i re e profeti che Israele abbia mai avuto, semplicemente perché è « risorto ».
Come si può notare, Paolo iniziò a comportarsi coi giudei di Roma esattamente come fino a quel momento aveva fatto coi giudei della diaspora. Infatti, dopo aver parlato con lui « alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere e se ne andavano discordi tra loro »(vv. 24-25).
La chiusa degli Atti – come si può notare – è un semplice replay di altre analoghe conclusioni di precedenti capitoli, al punto che si ha l’impressione che Paolo sia già morto o sia diventato un soggetto che ormai ha fatto il suo tempo, in quanto i nuovi cristiani di origine pagana non cercano neppure un rapporto col mondo ebraico. Si ha quasi l’impressione che a Roma abbiano celebrato il suo funerale.
Luca e Paolo vogliono far sembrare il cristianesimo un inveramento o superamento dell’ebraismo classico, ma il tentativo – come al solito – viene condiviso solo da un’infima minoranza, al punto che viene citato Isaia ad uso e consumo della propaganda ideologica del cristianesimo paolino, cioè senza alcun riferimento contestuale. Il v. 28 infatti sarebbe stato improponibile anche per il profeta più progressista.
Ma la cosa più curiosa viene detta nell’ultimo versetto, in quanto Luca fa capire che Paolo a Roma poté sfruttare le sue conoscenze tra i romani, la sua stessa cittadinanza romana per poter predicare nel proprio alloggio preso in affitto per ben due anni, « con tutta franchezza e senza impedimento »(v. 31). Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo che un accusato politico fosse tenuto prigioniero a Roma per ben due anni, senza che un qualche atto di procedura fosse fatto.
Gli esegeti si sono lamentati assai di questa laconicità di Luca, di questa conclusione repentina del romanzo, della voluta assenza di riferimenti circa la fine dell’apostolo. In realtà più chiaro di così Luca, che a Roma non andò mai, non poteva essere.
Secondo alcuni esegeti Paolo scrisse a Roma le Lettere agli Efesini e ai Colossesi, il biglietto a Filemone (con cui rimanda al padrone lo schiavo Onesimo, ch’era fuggito), e forse anche le Lettere ai Filippesi. Altri pensano che tutte queste lettere siano state scritte a Cesarea. Dopo i due suddetti anni sarebbe andato in Spagna (come da Rm 15,24). Dopo il 62-63 avrebbe scritto, forse dalla Macedonia, la prima Lettera a Timoteo e quella a Tito. Più tardi, di nuovo a Roma, la seconda Lettera a Timoteo, e nella capitale sarebbe morto sotto Nerone dopo una seconda prigionia.

russian icons of Petersburg

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Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2012 |Pas de commentaires »
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