Archive pour octobre, 2012

Jesus, Icon of the Second Coming

Jesus, Icon of the Second Coming dans immagini sacre icon_second_coming

http://nearemmaus.com/2011/02/10/giving-scripture-the-eschatological-benefit-of-the-doubt/

Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

La presenza naturale di Dio in tutte le cose

http://www.certosini.info/testi/amoreesilenzio.htm

La presenza naturale di Dio in tutte le cose                                        

Per meglio comprendere la pre­senza soprannaturale di Dio, richiamia­mo prima alla memoria come Dio è natu­ralmente presente.
Dio è in ogni luogo. Noi dimenti­chiamo troppo questa verità così sempli­ce. Essa potrebbe intanto, se noi ci pen­sassimo di più, dare un nuovo orienta­mento alla nostra vita.
Noi tormentiamo, qualche volta, l’immaginazione per rappresentarci un Dio lontano, e la nostra preghiera ne sof­fre. Dio è Spirito, Spirito che non è limi­tato in un luogo, ma che penetra ogni co­sa. Così i veri adoratori adorano Iddio %n spirito e verità ». Ricordiamoci delle parole dell’Apostolo: In Lui infatti vivia­mo, ci muoviamo ed esistiamo » (At. 17,28).
All’inizio della nostra vita spirituale, cominceremo ad aprire gli occhi a que­sta grande verità. Il risultato sarà mera­viglioso, se noi potremo arrivare a far vivere in noi questo pensiero della presenza immediata e universale di Dio.
 La ragione, prima di ogni rivela­zione soprannaturale, ci dice che Dio ci conosce, ci vede perfettamente e senza posa, perché Egli conosce e vede ogni co­sa. « Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se sal­go in cielo, là tu sei, se scendo negli infe­ri, eccoti » (Salmo 138, 7-8).
Dio non ci segue appena con un semplice sguardo, ma Egli comanda e di­rige tutto quel che facciamo. E’ Lui che ci dà il volere e l’operare (cf. Fil. 2,13). Se Egli non fosse presente in noi, io non sa­rei neppure capace di muovere il dito mi­gnolo. Non c’è nulla, proprio nulla, che non sia sottoposto alla sua azione: neppu­re il peccato. Nell’atto del peccato, Dio è là, Dio dà il potere di agire e l’esercizio dell’atto. La depravazione della nostra volontà è l’unica cosa che non viene da Dio. Siccome Egli è la causa prima e totale, noi non possiamo fare il più piccolo at­to senza di Lui. Se fosse altrimenti, Dio non sarebbe più Dio. « Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra » (Salmo 138,9-10).
Ma c’è ancora di più. Non basta che Dio governi la creatura e che Egli ne diriga l’attività. Essendo il principio uni­co e sovrano della totalità degli esseri, bi­sogna che Egli li sostenga nell’esistenza, che Egli continui ad ogni istante a dar lo­ro tutto ciò che essi sono. Se l’azione divi­na cessasse per un solo secondo, l’univer­so e noi stessi ci dilegueremmo come un sogno. Quando si è capita la necessità dell’atto divino che conserva tutte le cose do­po averle create, si riconosce al più picco­lo oggetto una grandezza singolare, perché è l’Onnipotente, e Lui solo, che, pre­sente in questo essere infimo, lo mantiene fuori dal nulla.
L’ombra sembra la più tenue delle realtà: la nostra ombra non è nulla para­gonata a noi. Ma paragonati a Dio, pre­sente in noi, noi abbiamo una realtà ancor minore. Vicino alla realtà divina, noi non siamo neppure delle ombre.

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Diario Vaticano / Il concistoro dei sei cardinali – (il sito è di Sandro Magister)

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350351

Diario Vaticano / Il concistoro dei sei cardinali

Nessuno di loro è di curia, o italiano, o di altri paesi europei. L’americano Harvey lascerà la carica di prefetto della casa pontificia. E col filippino Tagle riceverà la porpora un seguace della « scuola di Bologna »

di ***

(il sito è di Sandro Magister)

CITTÀ DEL VATICANO, 24 ottobre 2012 – Con una mossa a sopresa Benedetto XVI ha annunciato questa mattina un concistoro per la creazione di sei nuovi cardinali.
Non che un nuovo concistoro fosse inatteso. Già prima dell’estate nei sacri palazzi si dava per altamente probabile una nuova infornata di porpore in novembre o al più tardi nel febbraio del 2013.
Quello che ha sorpreso è invece il fatto che tra i nuovi cardinali non ci siano né italiani, né europei, né curiali in senso stretto. Un’esclusione, questa, voluta con determinazione dal papa, che non ha ammesso eccezioni neanche per il proprio connazionale, il tedesco Gerhard Ludwig Müller, da lui chiamato a guidare la prima delle congregazioni vaticane, quella per la dottrina della fede.
Il prossimo 24 novembre riceveranno infatti la porpora un nordamericano (l’arcivescovo James M. Harvey, 63 anni, degli Stati Uniti, prefetto della casa pontificia, un incarico di per sé non curiale), un latinoamericano (Rubén Salazar Gómez, 70 anni, arcivescovo di Bogotà), un africano (John Olorunfemi Onaiyekan, 68 anni, arcivescovo di Abuja in Nigeria) e ben tre asiatici (il patriarca maronita libanese Bechara Rai, 72 anni, l’arcivescovo maggiore Baselios Cleemis Thottunkal, 53 anni, dei siro-malankaresi in India, e l’arcivescovo Luis Antonio Tagle, 55 anni, di Manila nelle Filippine).
Bisogna risalire a Pio XI per trovare un altro concistoro senza nuove porpore a italiani e ad europei. Cioè al concistoro del 24 marzo 1924, quando papa Achille Ratti fece cardinali gli arcivescovi George Mundelein di Chicago e Patrick J. Hayes di New York. Mentre in quello del 19 dicembre 1927 diede la porpora a due francesi, un canadese, uno spagnolo e un ungherese.
Nei 33 successivi concistori celebrati in 85 anni da sei pontefici c’è sempre stato ogni volta almeno un nuovo cardinale italiano. Così avvenne anche in quello del 16 gennaio 1960, quando Giovanni XXIII, pur creando solo quattro cardinali, diede la porpora all’italiano Giuseppe Ferretto.
Insomma, Benedetto XVI sembra aver voluto integrare e bilanciare il concistoro dello scorso febbraio, che era stato criticato, anche da autorevoli membri della gerarchia, come troppo segnato da nomine italiane, europee e curiali.
E per rendere ancora più nitido il segnale, papa Joseph Ratzinger ha anche evitato di allungare l’elenco dei nuovi porporati con uno o più ultraottantenni, ipotesi che pure era stata presa in considerazione.
Ecco quindi spiegata la scelta, inusuale negli ultimi decenni, di compiere una nuova infornata di porpore solo pochi mesi dopo la precedente.
Era dal 1929 che non c’erano più state in uno stesso anno due differenti creazioni cardinalizie. Con Giovanni XXIII ci furono due concistori a soli tre mesi e mezzo di distanza, ma in anni solari diversi: il primo il 14 dicembre 1959 e il successivo il 28 marzo 1960.
Ferma restando la determinazione di Benedetto XVI di tener fuori italiani, europei e curiali, le scelte operate per le nuove porpore sono state quindi piuttosto prevedibili, eccetto quella di Harvey.
In America latina, la Colombia era l’unico grande paese a non avere più alcun cardinale elettore, cioè con meno di 80 anni, quando solo pochi anni fa ne aveva ben tre. Senza contare che il papa quest’anno ha avuto modo di conoscere da vicino i problemi di quella nazione, nel corso della visita « ad limina » del suo episcopato.
Pe quanto riguarda l’Asia, è facile comprendere come la scelta del patriarca maronita sia maturata sulla scia del viaggio del papa in Libano e alla luce della drammatica situazione in Siria. Mentre quella dell’arcivescovo maggiore siro-malankarese, nonostante la giovane età che lo fa diventare il più giovane membro del collegio cardinalizio, costituisce il riconoscimento del grande dinamismo pastorale di questa comunità.
Era naturale poi che le Filippine, l’unica grande nazione a maggioranza cattolica dell’Asia, avessero di nuovo almeno un cardinale elettore. Le possibilità erano due: Cebu, la diocesi più grande, o Manila, la diocesi della capitale. È prevalsa, con Tagle, la scelta di quest’ultima.
Come effetto collaterale di quest’ultima scelta il collegio cardinalizio avrà quindi tra i suoi membri anche uno degli autori della diffusa e discussa « Storia del Concilio Vaticano II » prodotta dalla cosiddetta scuola di Bologna, fautrice di una ermeneutica della « rottura ».
Tagle infatti è stato l’autore, da semplice sacerdote, di un capitolo chiave del quarto volume edito nel 1999, quello intitolato: “La tempesta di novembre: la ‘settimana nera’”. Capitolo che l’arcivescovo di curia Agostino Marchetto, nel suo volume di stroncatura della storiografia bolognese (« Il Concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia », stampato dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2005) definisce come « studio pur ricco e anche approfondito, ma scentrato », scritto in « linguaggio giornalistico » e qua e là « mancante [di] quel tanto di obiettività richiesta al vero storico ».
Le critiche di Marchetto non hanno comunque impedito che Tagle, dal 2001 vescovo di Imus, diventasse dapprima arcivescovo di Manila nel 2011 e oggi cardinale.
Tornando all’elenco dei nuovi cardinali c’è da notare poi che per il continente africano la scelta è caduta sull’arcivescovo della capitale federale della Nigeria, paese che ha già un cardinale nella persona dell’arcivescovo di Lagos. Anche in questo caso la volontà di raddoppiare la presenza cardinalizia non sorprende, vista l’attenzione e la partecipazione con cui la Santa Sede segue le cronache degli scontri etnico-religiosi tra musulmani e cristiani che insanguinano il grande paese africano.
Pe certi versi rimane invece sorprendente la nomina a cardinale dello statunitense Harvey. I due precedenti prefetti della casa pontificia hanno infatti ricevuto la porpora solo a fine carriera: Jacques Martin a 80 anni e Dino Monduzzi a 76. Harvey invece di anni ne ha 63 e il fatto che il papa, concedendogli la porpora, abbia annunciato la sua prossima nomina ad arciprete della basilica di San Paolo fuori le Mura, dovuta sostanzialmente a una salute piuttosto cagionevole, ha il sapore di una promozione, nonostante il suo nome negli ultimi mesi sia stato indicato tra quelli che, anni fa, avrebbero favorito l’infelice assunzione di Paolo Gabriele al ruolo di maggiordomo del papa.
Rimane ovviamente aperta la domanda su chi sarà il nuovo prefetto della casa pontificia. Ed è facile prevedere che sarà una scelta personalissima del papa. Scelta che però maturerà non prima del concistoro del 24 novembre.
Infine, si può notare che questa volta Benedetto XVI non ha voluto derogare al tetto dei 120 cardinali elettori. Tanti saranno infatti i cardinali con diritto di voto in conclave, nella data delle cerimonia.
Attualmente i cardinali elettori sono 116, ma due di loro supereranno gli 80 anni prima del concistoro: Francis Arinze il 1 novembre e Renato Raffaele Martino il 23.
Tra l’8 dicembre 2012 e il 25 dicembre 2013 altri undici cardinali compiranno 80 anni. E questo vuol dire che tra un anno potrà esserci un nuovo concistoro con una dozzina di nuove porpore.
Ma ora è troppo presto per fare previsioni al riguardo.
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POST SCRIPTUM – Nelle brevi parole rivolte ai padri sinodali la mattina di sabato 27 ottobre, ultima giornata del sinodo dei vescovi per la nuova evangelizzazione, Benedetto XVI ha confermato lo stretto legame tra il concistoro del prossimo 24 novembre e il precedente del febbraio 2012.

Il papa ha detto:
« Io ho voluto, con questo piccolo concistoro, completare il concistoro di febbraio, proprio nel contesto della nuova evangelizzazione, con un gesto dell’universalità della Chiesa, mostrando che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, parla in tutte le lingue, è sempre Chiesa di Pentecoste; non Chiesa di un continente, ma Chiesa universale. Proprio questa era la mia intenzione, di esprimere questo contesto, questa universalità della Chiesa ».

Publié dans:SANDRO MAGISTER |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

« FEDE E TEOLOGIA: NECESSITÀ, FECONDITÀ E PROSPETTIVE DI UN RAPPORTO »

http://www.zenit.org/article-33485?l=italian

« FEDE E TEOLOGIA: NECESSITÀ, FECONDITÀ E PROSPETTIVE DI UN RAPPORTO »

« Lectio Magistralis » del cardinal Mauro Piacenza presso il Pontificio Ateneo « Regina Apostolorum »

ROMA, lunedì, 29 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo di seguito la Lectio magistralis tenuta questa mattina al Pontificio Ateneo “Regina Apostolorum” dal cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2012-2013.
***
Magnifico Rettore,
Chiarissimi Professori,
Gentili Signore ed Egregi Signori,
Carissimi Studenti,
nell’Allocuzione (mai pronunciata) all’Università La Sapienza di Roma, il 17 gennaio del 2008, il Santo Padre Benedetto XVI indicava, in modo particolarmente sintetico ed efficace, il compito della teologia, affermando che ad essa è «affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e, con ciò, il compito di tenere desta la sensibilità per la verità».
In un’epoca come la nostra, nella quale sia la sensibilità per la verità, sia una corretta antropologia, capace non solo di conoscere, ma di ri-conoscere l’uomo, paiono particolarmente fragili, emerge con forza, secondo la definizione pontificia, il duplice compito della scienza teologica, che potremmo definire, al tempo stesso, noetico ed antropologico, capace di conoscere la verità e l’uomo.
Nell’ormai storico Discorso di Regensburg, in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza, Benedetto XVI invitava a «recuperare la sensibilità per la verità», indicando, in essa, l’espressione della «potenzialità del pensiero cristiano di fronte alle aporie della post-modernità, o alle nuove specie di illuminismo».
Proprio in tale specificità, è possibile cogliere la radice e l’originalità del rapporto tra fede e ragione: nel Cristianesimo, Dio si è rivelato come Ragione Creatrice e, al tempo stesso, come Ragione Amore. Per questo, la teologia, fin dal suo sorgere, è un fenomeno specificamente cristiano, derivato dalla struttura stessa dell’atto di fede. Solo per analogia – e in realtà per analogia impropria –, è possibile parlare di teologia, al di fuori della fede biblica vetero e neo-testamentaria.
Il Vangelo di Giovanni definisce Cristo come il Logos, in un evidente ed insuperabile fusione tra fede biblica e razionalità greca, sulla quale lo stesso Cristianesimo antico si fonda, già nel Nuovo Testamento.
Il rapporto tra fede e teologia, allora, è adeguatamente indagabile, solo mettendo in luce, come condizione previa ad ogni ulteriore considerazione, l’aspetto “razionale” della fede. Una fede solo emotiva, o solo etica – riduzioni sempre possibili della fede –, non potrà essere fondamento ad una corretta e buona Teologia.
Dobbiamo riconoscere che, nella fede cristiana, si manifesta Colui che è, per eccellenza, il Razionale, il Logos, anzi, la stessa Ragione fondamentale. Per dovere di coerenza, dovremmo trarre, da tale presupposto, le necessarie conseguenze ontologiche, giungendo ad affermare che lo stesso essere è ragione e che la ragione non è un prodotto casuale, ma segno, immagine e somiglianza di Colui che è il Razionale, il Logos.
Ne deriva una circolarità ermeneutica imprescindibile tra fede e ragione, che diviene il presupposto dell’altrettanto imprescindibile rapporto tra fede e teologia.
Da un lato, nella fede cristiana si manifesta la ragione e, proprio in quanto fede, essa postula l’imprescindibilità del riferimento alla ragione, sia come oggetto di fede – noi crediamo nel Logos –, sia come metodo della fede – noi crediamo per delle ragioni e abbiamo delle ragioni per credere –; dall’altro, la ragione si è manifestata, nei secoli, proprio attraverso la fede cristiana, in quanto ne presuppone la possibilità come proprio spazio vitale: una ragione, non aperta al Mistero, sarebbe un’ombra di se stessa, una riduzione antropologicamente mortificante ed inaccettabile.
1. Necessità del rapporto tra fede e teologia
Non è pensabile sperare che sia universalmente riconosciuta la necessità del rapporto tra fede e Teologia, senza assumere, con lucida consapevolezza, la frattura radicale tra “sapere” e “credere”, sancita fin dai tempi dell’illuminismo.
«L’illuminismo aveva come bandiera l’ideale della religione nei limiti della pura ragione. Tuttavia, questa religione della pura ragione si disgregò rapidamente, ma soprattutto non aveva la forza di sostenere la vita. La religione, che dovrebbe essere forza trainante per la totalità della vita, indubbiamente ha bisogno di una certa ragionevolezza. La rovina delle antiche religioni, così come la crisi del Cristianesimo nell’epoca moderna, mostrano che, quando la religione non è più in consonanza con le certezze elementari di una visione del mondo, essa si dissolve. […] Così, dopo la fine dell’illuminismo, sulla base della coscienza dell’irrinunciabilità al religioso, si è cercato un nuovo spazio per la religione, in cui essa doveva poter vivere al riparo dall’attacco delle conoscenze sempre nuove della ragione, su di un astro, per così dire, non più raggiungibile e non minacciato da questa. Pertanto, alla religione era stato assegnato il sentimento, come suo proprio ambito di esistenza nella vita umana» (J. Ratzinger, Fede, verità e tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2005, pp. 148-149).
Come conseguenze universalmente visibili di tali tentativi riduzionistici della teologia, che tendono a limitarne il rapporto con la fede, possiamo brevemente indicare la riduzione della teologia a filosofia delle religioni, ad analisi storico-critica e a scienza della prassi.
Nel primo caso, quando la teologia è ridotta a filosofia delle religioni, possiamo parlare di una vera e propria “auto-limitazione”, cioè di una teologia che rinuncia ad essere propriamente se stessa, snatura il proprio compito e la propria identità, e si riduce ad una vaga filosofia delle religioni, che relega il Cristianesimo ad una delle possibili percezioni del reale, riducendolo – è il caso di dire – a trovarsi sullo stesso piano delle altre religioni, rinunciatario a qualsiasi pretesa veritativa.
La prima conseguenza del non-riconoscimento della necessità del rapporto tra fede e teologia è, perciò, la rinuncia della teologia ad ogni pretesa e referenzialità veritativa.
Nel secondo caso – ed esso, purtroppo, è molto diffuso anche in talune Facoltà teologiche –, assistiamo al tentativo di ricondurre il lavoro teologico ad una minuziosa analisi di quanto è contenuto nei testi storici, con, al più, una peculiare attenzione per quelli scritturistici. In tal modo, tuttavia, è ugualmente tagliato il necessario rapporto tra fede e Teologia, e quest’ultima si consegna definitivamente alla storia, all’imperante storicismo, che è incapace di cogliere qualunque asserto definitivo ed universalmente valido, e che, nel caso della Teologia, può risultare meno arido, perché “spruzzato” qua e là di qualche riflessione vagamente filosofico-religiosa.
La conseguenza di una tale riduzione storicistica della teologia è che il vigore razionale del Cristianesimo e la responsabilità che ne deriva rispetto al mondo, sono eliminati dal cuore dell’esperienza di fede, facendo retrocedere ciò che è specificatamente cristiano a puro simbolo o rappresentazione, nella vaga generalità della storia delle religioni.
L’ultimariduzione di una teologia, che non viva in modo necessario il rapporto con la fede, è quella che potremmo definire “pratica”. Intendo, con essa, l’autolimitazione della teologia a scienza della prassi, a etica, che, priva di un oggettivo fondamento, diviene capace di offrire indicazioni solo nella dipendenza (o sudditanza) dalle altre scienze umane, come la psicologia, la sociologia, etc.
Risulta evidente come una tale teologia sia rinunciataria rispetto ad ogni esigenza veritativa e razionale (Logos) della conoscenza e si preoccupi, unicamente, della “fattibilità”, della “praxis”. In una tale impostazione, alla domanda: «Di che cosa si tratta?», viene sostituita la domanda: «Che cosa devo fare?».
Dall’esame delle summenzionate riduzioni, emerge come non ci sia orizzonte capace di dare corpo, consistenza, valore e referenzialità alla teologia, se non l’orizzonte della fede. Ogni altra prospettiva, che può essere utilmente integrata nella ricerca scientifica, non sarà mai necessaria come la fede, poiché essa è l’orizzonte nel qualela Teologia nasce, cresce, respira e si sviluppa.
A condizione, però, che, ascoltando la parola “fede”, non cediamo mai alle sue riduzioni sentimentalistiche o etiche, ma la comprendiamo sempre come ragionevole ossequio, carico di quella ragione, che è il più evidente segno della somiglianza tra l’uomo ed il suo Creatore.
2. Fecondità del rapporto tra fede e teologia
Abbiamo visto come, nel concetto di scienza moderna, la questione della verità sia posta come tra parentesi, quasi fosse irrilevante per la capacità referenziale della scienza. Essa viene sostituita da un’accentuazione, talvolta maniacale, riservata alla correttezza metodologica. Quasi fosse irrilevante la portata veritativa di un’affermazione rispetto al procedimento metodologico con il quale si è giunti ad essa.
A tale proposito, sarebbe interessante indagare quale perfezione metodologica sarebbe in grado di garantire una reale referenzialità veritativa, o, al contrario, come la verità, presente ed incontrata, possa essere anche una chiara indicazione di metodo.
L’esasperazione unilaterale della correttezza metodologica è uno dei frutti più amari della riduzione positivistica della ragione. Un tale modello, ovviamente, non può essere assunto dalla teologia, a meno che essa non si accontenti di esaminare criticamente dei testi, o interpretare filosoficamente dei riti, o dei simboli.
La fecondità del rapporto tra fede e teologia sta tutta nella tensione della teologia a comprendere, più profondamente, l’unica verità consegnatale dalla fede. In tal senso la teologia si auto-comprende come scienza ecclesiale, sia nel senso che riceve il contenuto della fede direttamente dalla Chiesa, sia nel senso che la teologia è propriamente al servizio della Chiesa.
Solo in questa imprescindibile reciprocità, nella qualela Chiesafa dono alla teologia della fede e la teologia è al servizio della fede della Chiesa, è possibile parlare di fecondità nel rapporto tra fede e teologia.
Una fede senza teologia, infatti, non avrebbe le “parole” per esprimere la “Parola”, i loghia per esprimere il Logos, le ragioni per esprimerela Ragione; nel contempo, una Teologia senza la fede, sarebbe totalmente apofatica, poiché non avrebbe né il suo oggetto proprio, né il suo metodo.
Per la scienza teologica, allora,la Chiesanon può rappresentare, in alcun caso, un’istanza estranea, o, talvolta, addirittura “ostile” e nemica della libertà di ricerca, ma, al contrario,la Chiesaè il fondamento dell’esistenza della Teologia, è la condizione della sua possibilità; parafrasando un noto teologo, potremmo dire chela Chiesaè il trascendentale della teologia.
Risulta evidente come, ai fini di un fecondo rapporto tra fede e teologia, sia assolutamente inevitabile il superamento di quella riduzione gnoseologica rappresentata dal procedimento conoscitivo di tipo sperimentale. Esso, riducendo la conoscenza a rigida ed esclusiva sottomissione di ogni proposizione al trinomio di ipotesi, verifica e falsificazione, esclude ogni possibilità di intervento di ulteriori istanze conoscitive, stigmatizzandole come cause del venir meno della scientificità. In tal senso, l’istanza conoscitiva ulteriore per eccellenza, rappresentata dalla Divina Rivelazione, non troverebbe posto alcuno per una teologia ridotta a scienza storico-positiva.
3. Prospettive del rapporto tra fede e teologia
Nel Discorso di Regensburg, Benedetto XVI affermava: «Non agire secondo ragione, non agire con il Logos, è contrario alla natura di Dio». Cosa può significare questo per il lavoro teologico?
Come il recupero della dimensione razionale della fede incrementa la portata veritativa della teologia?
Penso che, innanzitutto, si debba riscoprire la dimensione passiva della fede: l’atto di fede è, anzitutto, un ricevere. «Un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui […] La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero, ma in un fatto: Egli si è mostrato  […] Verbum caro factum est. Nel fatto, ora, c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo, che risponde all’umiltà di Dio» (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, College des Bernardins, Parigi,12 settembre 2008).
La teologia è dunque chiamata continuamente a ricevere, ad accogliere la fede, così come la fede è un ricevere, un accogliere il fatto della Rivelazione.
In tale orizzonte, è opportuno sottolineare, inoltre, come la teo-logia sia innanzitutto l’atto con il quale Dio si auto-possiede, donandosi a Se stesso e agli uomini. Tale donazione contiene in sé la chiamata dell’uomo a rispondere all’umiltà di Dio, che si dona. E questo atto di risposta non è soltanto teologale, cioè mosso dalla Parola e dalla Vita divine, ma è anche propriamente teologico, cioè partecipa alla conoscenza che Dio ha di se stesso.
La prospettiva della teologia è la fede, precisamente, in questo senso: essa deve favorire la partecipazione della creatura all’auto-comprensione del Creatore, come risposta all’auto-donazione gratuita che il Logos fa di Sé.
Solo in questo senso, è possibile individuare la prospettiva “attiva” della fede: accogliendo ciò che Dio comunica di Se steso nel Logos, l’uomo è mosso dal dono stesso di Dio a rispondere all’Amore con amore.
Nel rapporto tra fede e teologia, infine, la prospettiva è sempre quella analogica: la teologia non è un sapere, se non in ragione dell’analogia, nello spirito della «maior dissimilitudo in similitudine» (Lateranense IV, 125).
Solo l’analogia, infatti, è in grado di tradurre, nelle intelligenze e nel linguaggio umani, il Mistero di Dio, sempre più grande, o, traducendo il Lateranense IV, la differenza sempre più grande della somiglianza.
In quanto scienza della fede, allora, la teologia vede, nelle affermazioni di fede, il proprio oggetto, che essa non produce da se stessa, né può, in alcun caso, eliminare, ma che deve umilmente servire, attraverso una riflessione metodologicamente corretta, ragionevole, capace di condurre l’uomo, progressivamente, ad una sempre più approfondita comprensione della fede e ad una sua acquisizione sempre più esistenzialmente significante.
Allora «il cammino verso la verità piena impegna anche l’intero essere umano: è un cammino dell’intelligenza e dell’amore, della ragione e della fede. Non possiamo avanzare nella conoscenza di qualcosa, se non ci muove l’amore, e neppure possiamo amare qualcosa, nella quale non vediamo razionalità, dato che non c’è l’intelligenza e poi l’amore; ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore» (Benedetto XVI, Discorso all’Escorial, 19 agosto 2011).
L’augurio allora è che anche questo Anno Accademico, nell’Anno della Fede, sia un passo del cammino verso la Verità piena, un passo carico di intelligenza e di amore, un passo da compiere interiormente con la Benedetta fra le donne, che è Sedes Sapientiae e gratia plena!

Publié dans:TEOLOGIA |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

El Greco, luk-18,35-Healing Blindness (parallel passage)

El Greco, luk-18,35-Healing Blindness (parallel passage) dans immagini sacre 16%20EL%20GRECO%20CHRIST%20HEALING%20THE%20BLIND

http://www.artbible.net/3JC/-luk-18,35-Healing%20Blindness-Guerissant%20les%20aveugles/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Domenica, 28 ottobre 2012 commento alla Prima Lettura di Marie Noëlle Thabut

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione Google, la traduzione non è perfetta, ma il tema non è facile, credo che si capisca però, i commenti  di Marie Noëlle mi semebrano molto buoni, se conoscete il francese potete leggerli in originale)

Domenica, 28 ottobre 2012: Marie Noëlle Thabut

PRIMA LETTURA – Geremia 31, 7-9

Sembra che era molto male! Basta sentire che cosa il vostro progresso più trionfante di indovinare in quale contesto terribile Geremia parlato qui. Poiché si tratta di una caratteristica dei profeti. Geremia, come tutti i profeti, titolare di due lingue al momento di incoscienza e di infedeltà alla legge, ha parole severe per i suoi compatrioti per invitare conversione. Egli minaccia, ha annunciato il disastro imminente. Un tempo e contro il tempo, il rischio di diventare persecuzione insopportabile, ha avvertito, ha invitato ad aprire gli occhi, di ritornare a Dio. Il suo messaggio è « la vostra sciocchezza vi condurrà direttamente al disastro! « Ma, al contrario, al momento della disgrazia e la deportazione, si tratta di ridare speranza, ha detto che Dio non abbandona mai il suo popolo, a prescindere dalla loro assurdità.
 Il tono del testo è, ovviamente, nel contesto della sventura. Questo perché noi siamo nel profondo della disperazione che Geremia oserei dire « Rallegrati, » è perché siamo nel profondo di umiliazione che Geremia chiamò Jacob (vale a dire vale a dire il popolo d’Israele) « prime nazioni ». Questo non è il gusto per il paradosso, è il grido della fede! Questo è quando si nella notte, deve a tutti i costi credere che la luce tornerà. Il profeta, in questi casi, è quello che conosce il primo a discernere l’alba. Possiamo avere difficoltà a credere questo messaggio di speranza, come tutto va male, è per questo che Geremia prese la briga di portare il suo messaggio con la formula solenne: « . Così dice il Signore » Modo di dire che non sto parlando di me stesso, quello che ti dico, è Dio stesso che te lo prometto. [1]
 Che male c’è? Corso dell’esilio babilonese. Non possono essere le disgrazie del regno del nord: non si conoscono le date esatte di Geremia, ma ciò che è certo è che è nato molto tempo dopo la fine del regno del nord, che è stato definitivamente distrutto dall’Assiria (vale a dire, Ninive) in 721. Se stesso detto di aver sentito la parola del Signore, per la prima volta durante il regno di Giosia, che regnò 640-609. La disgrazia è che non può essere che l’esilio babilonese, che durò 587-538.
 Una prima ondata di deportazioni ebbe luogo nel 597 e 587 in una seconda ondata, Geremia, egli non è stato deportato, ha quasi essere, tuttavia, ha fatto parte della linea di prigionieri incatenati, ma la guardia del corpo capo di Nabucodonosor lo ha lasciato di scegliere se andare a Babilonia con gli esuli, o per rimanere a Gerusalemme e Geremia scelto di stare e ha molto da fare a Gerusalemme per mantenere il morale di coloro che rimangono il paese. Sul fronte politico, più parti si oppongono: deve restare sottoporsi a questo tutela babilonese, e cercare di sopravvivere il paese in attesa di giorni migliori? Questa è stata la posizione di Geremia dovrebbe invece essere esiliato in Egitto? O dovremmo continuare la guerriglia, anche rimuovere quelli che si adattano molto bene alla presenza babilonese?
 Il testo che abbiamo ascoltato è stato scritto da Geremia rimase a Gerusalemme per la lotta contro la disperazione dei suoi connazionali. Egli ha annunciato il ritorno degli esuli « Qui sono tornato dal Nord, li raccolgono dalle estremità del mondo … Si tratta di una grande assemblea di ritorno. « Ed egli oppone le condizioni di esilio in cambio umiliazione trionfante nel paese: » Sono stati lasciati in lacrime, io li porterà consolazione. « In convogli di deportati, si sa in anticipo che un numero non si assume le brutali condizioni di detenzione e le difficoltà della strada. Ma quando si torna, la passeggiata sarà morbido, così morbido che anche i più deboli potrebbe intraprendere! « Tra loro il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la giovane madre. « E ‘un popolo sconfitto, deboli, inciampando che è stato preso in catene, e, per alcuni, gli occhi strappati … Questo è un popolo libero, che ha assicurato ritorni.
 Ciò che è preoccupante è che tutti i nomi (Jacob, Efraim, Israele) Geremia usa per parlare delle persone che hanno definito i nomi non sono il Regno del Sud (Gerusalemme), ma il regno del nord prima della sua distruzione, sapendo Geremia in nessun caso non avrebbe potuto essere un contemporaneo del regno del nord, si può supporre che pubblicità qui tacitamente riunificazione del popolo di Dio.. Sappiamo anche che una parte della popolazione del nord era fuggito Gerusalemme dopo la distruzione di Samaria nel 721, forse li affrontare in modo specifico?
 Ultima osservazione, la paternità di Dio è chiaramente affermato: « Io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito. » Questo modo di parlare di Dio è recente: può essere il profeta Osea a parlare per primo, nel secolo VIII, il regno del nord, che descrive la cura di Dio per il suo popolo: «Quando Israele era giovinetto, Lo amavo, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio … Ero per loro come chi solleva un bimbo stretta contro la sua guancia. « (Osea 11:. 1 4). Fino ad allora, hanno esitato a chiamare Dio Padre, per evitare ambiguità, per le altre persone di buon grado lo stesso titolo ma considerando la paternità di Dio a immagine della paternità umana, sensuale, organico. Israele, Dio è il Totalmente Altro, e la sua paternità è di un altro ordine. Ma Geremia il salto, usa la parola « Padre »: « Io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito » di nuovo, è il cavo del disastro che la fede di Israele era un balzo in avanti.

 Nota
[1] – La traduzione liturgica ripete una formula simile (« Parola del Signore ») alla fine di questo passaggio, ma non compare nel testo ebraico.

Omelia XXX Domenica del Tempo Ordinario: Il grido del povero è professione di fede

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=26687

(mi piace molto l’Omelia di Padre  Fr. Ron Stephens, chi legge l’inglese può andarla a leggere, certo che piaccia un’Omelia più di un’altra è soggettivo, comunque il link è questo:
http://fatherronstephens.wordpress.com/)

Il grido del povero è professione di fede

don Alberto Brignoli 

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (28/10/2012)

Vangelo: Mc 10,46-52  

Sono state tre domeniche particolarmente suggestive, quelle che oggi concludono l’Ottobre Missionario. Le letture ci hanno proposto tre diversi atteggiamenti di discepolato, legate a tre figure di personaggi che hanno un incontro molto particolare con il Maestro, e di conseguenza danno tre diverse risposte a questo incontro personale.
Se nei primi due casi (il giovane ricco e i due figli di Zebedeo), il livello della richiesta dei personaggi che incontrano Gesù è di una certa elevatezza (uno chiede « la vita eterna », gli altri chiedono « un seggio di gloria »), il terzo incontro (quello del Vangelo di oggi) è tra Gesù e un uomo che non ha altra richiesta se non quella umile di un gesto di pietà nei suoi confronti; un gesto che gli permetta di ricuperare la vista e di poter tornare ad avere, come tutti gli altri, una vita normale. Gesù acconsente alla sua richiesta: e non solo per operare in lui un prodigio come ne aveva compiuti tanti altri nella sua missione, ma per fare di lui il simbolo dell’uomo di fede, spesso incapace di vedere una via d’uscita in mezzo alle tenebre della vita, e che riesce a intraprendere il cammino di sequela di Gesù per aver gridato, con fede appunto, tutta la sua disperazione.
Anche quello della disperazione gridata, dell’ansia di salvezza e della sofferenza della croce è un’espressione della nostra fede alla quale, in quest’Anno a essa dedicata, faremmo bene a porgere attenzione, evitando di considerarla solo un momento buio da superare con rapidità per non essere considerati uomini e donne di poca fede.
Anche la disperazione e il dubbio sono un momento d’incontro con Dio. Sono molto pochi gli episodi di guarigione, nel Vangelo, in cui il malato è chiamato per nome dal narratore. Se lo fa’, come in questo caso, è per farci comprendere che un incontro vero con Gesù non è una cosa qualsiasi: è un incontro personale, di due persone, di due storie, di due vicende ben definite, che a una cambia la vita, e all’altra permette di manifestarsi come il Dio della Vita.
Leggere in chiave missionaria questo commovente incontro di Gesù con Timeo, il cieco di Gerico, mi induce a pensare come uno dei compiti principali del missionario sia quello di annunciare all’uomo che incontra sul proprio cammino che Dio è un Dio misericordioso, dal cuore grande, che ha compassione dell’uomo che grida verso di lui tutta la sua disperazione.
Nei paesi tradizionalmente considerati « di missione » si viene costantemente a contatto con un’umanità che in mille maniere grida verso Dio: « Figlio di Davide, abbi pietà di me! ».
Lo gridano i popoli senza terra: eritrei, palestinesi, sinti, rom, bosniaci e sudanesi, costretti a elemosinare a nazioni vicine, ma spesso anche lontane, un pezzo di terra che – stando alla Carta dell’ONU del 1948 – spetterebbe loro per diritto.
Lo gridano i popoli che non conoscono pace: dall’Afghanistan alla Siria, dalla Libia all’Iraq, dal Mali al Messico…sono oltre sessanta i paesi al mondo che segnalano attualmente situazioni di conflitto al loro interno. Non c’è continente della terra, dove si possa dire: « Qui c’è pace », ancor meno là dove si continuano a investire quantità spaventose di denaro per armare gli eserciti delle cosiddette « forze di pace ».
« Dio, abbi pietà di noi! » è il grido dei popoli che soffrono la fame: 870 milioni di persone, 15 milioni dei quali – complice anche la crisi economica – nei paesi cosiddetti « sviluppati », come la nostra Italia, anche se a noi spiace parecchio dover ammettere che l’11% delle nostre famiglie vive sotto la soglia della povertà. E non sono solo famiglie extracomunitarie: più del 30% di quelle che accedono ai servizi delle mense della Caritas sono italiane.
E gridano « pietà » moltissime altre persone, in ogni angolo del mondo: donne violentate e uccise tra le mura domestiche (una ogni due giorni in Italia), prigionieri torturati, bambini abbandonati per strada, malati terminali che faticano non solo a vivere, ma anche a morire… nessun credente può rimanere sordo, di fronte a quest’umanità che grida la sua disperazione. E per via del contatto più immediato con molte di queste situazioni, il missionario è chiamato più di ogni altro credente non solo ad ascoltare, ma a dar voce, ad amplificare il grido di quest’umanità disperata.
Lo slogan scelto dalla Chiesa Italiana per l’Ottobre Missionario di quest’anno recita: « Ho creduto, perciò ho parlato », e si richiama direttamente al tema della fede da vivere prima ancora che da testimoniare. Ma non crediamo che il povero, con la sua disperazione (non solo espressa, parlata, ma addirittura gridata), non sia in grado, in questo modo, di essere un vero testimone del Vangelo, a volte senza nemmeno esserne consapevole
« Avere pietà » di questa umanità, averne compassione, non significa « commiserare »: quello, siamo capacissimi tutti di farlo, e anzi spesso ci riteniamo « a posto » solo per il fatto di aver detto anche solo « Poverini! » di fronte a certe immagini che i mezzi di comunicazione ci mostrano.
Non basta; anzi, non serve proprio a niente. La compassione del Dio di Gesù Cristo (e il Vangelo di oggi è eloquente) non è una sterile commiserazione delle sofferenze altrui, ma è una vera e propria « com-passione », è un « soffrire insieme », è sentirsi partecipe delle sofferenze dell’altro e fare qualsiasi cosa purché l’altro riesca ad abbandonare la propria situazione di sofferenza. Gesù non è venuto su questa terra solo per essere vicino all’uomo che soffre; Gesù è venuto perché l’umanità in lui abbia vita, e vita in abbondanza! Gesù non fa del pietismo o dell’assistenzialismo, di fronte all’uomo sofferente. Gesù è un liberatore, uno che ascolta il grido del povero anche là dove tutti (addirittura gente che dice di essere suo discepolo…) cercano di zittirlo; lo fa alzare in piedi, gli fa dire con le sue stesse parole che è possibile essere salvati; e una volta liberata l’umanità sofferente, desidera che si faccia sua seguace, per proclamare a tutti la misericordia che le è stata usata! Il povero liberato è testimone più di ogni altro del dono che ha ricevuto per la sua fede « urlata » in Gesù Cristo!
Se come missionari ci vantiamo spesso di essere per i più poveri il segno di un Dio che libera e che salva, allora dobbiamo partire da qui.
Da un atteggiamento che non faccia della consolazione e della vicinanza al povero l’espressione di una fede « asettica » che lascia le cose così come sono;
da una maniera di gestire le risorse e i progetti che da esse scaturiscono che punti a un reale sviluppo dell’umanità povera, e non a un assistenzialismo che non riesce mai ad uscire da una « comoda » situazione di emergenza;
dobbiamo partire dall’annuncio senza paura di un Vangelo che smuova le coscienze di quei benpensanti (credenti o meno che essi siano) che hanno tutto l’interesse a « far tacere » il povero e a lasciarlo, oltre che povero, ignorante.
E dobbiamo giungere anche noi a ciò cui Cristo giunge al termine di questo incontro con Timeo: annunciare al povero che è la sua fede nel Dio della vita che l’ha salvato, e che ora tocca a lui annunciare, essere discepolo della misericordia e della compassione di Dio verso ogni uomo, in particolare verso chi gli è simile nella povertà.
Aiutare un’umanità disperata a risollevarsi dalla sua situazione senza chiederle di fare altrettanto verso chi continua a soffrire, non fa altro che continuare a creare squilibri, tra superiorità e di dipendenza.
Chiunque si dice missionario del Vangelo, in ogni parte del mondo, in ogni situazione di annuncio, oggi deve lasciarsi scuotere da questa parola liberatrice; perché anche grazie alla pochezza delle nostre opere ci sia sempre un’umanità oppressa capace di riscattare la propria vita, e di fare altrettanto con chi ancora continua a soffrire, esortandolo con le parole del vero discepolo: « Coraggio, alzati! È il Signore che ti chiama! ».

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 octobre, 2012 |Pas de commentaires »
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