Archive pour septembre, 2012

Omelia XXIII Domenica del T.O. – La parabola dell’abat-jour: l’unica non autorizzata da Cristo

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La parabola dell’abat-jour: l’unica non autorizzata da Cristo

don Marco Pozza

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (09/09/2012)

Vangelo: Mc 7,31-37

Perché il cristianesimo rimanga prima di tutto occasione di stupore e meraviglia. Solo così il muto ritrova l’eleganza della parola, il cieco riacquista la sensualità della vista, il sordo riavverte l’eco dei rumori nelle gallerie dei suoi timpani e lo zoppo riassapora la dolcezza dei passi. Il tutto sotto gli occhi di una natura ch’è tutta un’esplosione di vita: le paludi diventano sorgenti d’acqua cristallina, il deserto s’ammanta della freschezza dell’erba e la natura ritrova quell’alfabeto primordiale che dall’alba dei tempi è rimasta l’orma di Dio nelle strade di quaggiù. (Is 35, 4-7) E’ la legge eterna, quell’inimitabile fremito d’Amore che riordina il cuore e permette allo sguardo d’intravedere prospettive inimmaginabili: in qualunque posto l’uomo si trovi, in qualsiasi disordine esso abiti, la sua vita diverrà il punto di partenza per iniziare il viaggio di ritorno a Lui. Con la nostalgia inabissata nello sguardo ch’è la forma estrema di avvertimento che Lui ha appeso il cartello « lavori in corso » dentro gli anfratti più oscuri dell’anima. Storie di profeti distanti mille miglia dagli astrologi del fumo. (liturgia della XXIII^ domenica del tempo ordinario)
Vecchio seduttore il Dio cantato da Isaia; esperto conoscitore del lato sensuale dell’Amore il Gesù pennellato nel Vangelo. Discreto e amabile, colorato e delicatissimo, amante che mai svergognerebbe creatura alcuna sul palcoscenico della storia. Così delicato da condurti in un luogo appartato e lontano dalla folla: perché il tuo deficit non divenga motivo di derisione alcuna. (Mc 7, 31-37) E solo là, sul limitare di quella zona dove il Creatore s’appresta a restaurare la sua creatura, ti mette le dita nelle orecchie, ti tocca con la saliva la lingua, alza gli occhi al cielo e pronuncia quella parola strana che d’allora è divenuta sinonimo di movimento e divertimento: « Effatà ». Poche sillabe, la brevità di un suono che s’allarga sull’Infinito, il grido di battaglia della Vita: « Apriti! ». In un verbo all’imperativo il desiderio più recondito e manifesto che abita il cuore di Dio: che nessuna casa sia senza la festa del cuore. Cosicché da dietro quelle vetrate, un verbo che nell’italica lingua tiene come sinonimi « accendere, allargare, allentare, bucare, agevolare, facilitare, scoppiare liberarsi, nascere, sbocciare » nell’alfabeto del Cielo questa domenica diventa sinonimo di « stupirsi, meravigliarsi, mettersi in gioco, allargarsi, alzasi, lottare, gioire, sbranare la vita ». Il Vangelo è l’unica aula scolastica dove abbinando tali sinonimi al verbo aprire non si rischia una plateale bocciatura ma l’esatto contrario: una meritata promozione per aver allargato lo sguardo sulle prospettive vertiginose di Dio.
« Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare (…) Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano » (G. D’Annunzio Alcione). Transumanza e movimento settembrino anche tra le pagine del Vangelo: fare transumanza quassù nelle mie montagne significa spostare il bestiame da una terra all’altra, dalle malghe aperte della montagna alle stalle claustrali della pianura. Fare transumanza nel Vangelo – terra popolata di pastori azzardati che scalciano sui fianchi delle terre segnate – è invitare a spostarsi da una terra di rassegnazione ad una terra di beatitudine, ad abbandonare la sicurezza claustrale delle sacrestie per abitare il deserto sconfinato del mondo. Per risvegliare quella sete d’infinito che palpita dentro il cuore della storia. Dell’uomo stesso, magari nascosto sotto un pugno di braci.

Chi può aiutare la Chiesa oggi, eminenza?
- Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vede nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque.
(estratto dall’ultima intervista rilasciata poco tempo prima della morte dal Cardinale Carlo Maria Martini)

« Apriti (…) e poi non dirlo a nessuno ». E l’uomo guarito compì una trasgressione in piena regola: perché ad imprigionare la gioia dentro il cuore solo l’uomo infelice ci riesce. Dal giorno in cui i Vangeli aprirono squarci di luce quaggiù, certi uomini smisero di confondere la luce dell’abat-jour con quella del sole. S’inabissarono in quella Luce che aprì loro gli occhi, riaccese in loro i passi, fece avvertire il suono del corno nei loro timpani assonnati. Da quel giorno avversari e nemici inciamparono per troppo stupore: « ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti ». Svegliò l’aurora perché iniziò a predicare il Vangelo della Vita: « in principio era la Bellezza ». Apriti!

Salutation of the Blessed Virgin Mary

 Salutation of the Blessed Virgin Mary dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 6 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

TUTTI I COLORI DEL GIUDAISMO – di Gianfranco Ravasi

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TUTTI I COLORI DEL GIUDAISMO

di Gianfranco Ravasi, fonte: ilsole24ore.com

Se volessimo adottare una suggestiva immagine orientale, potremmo dire che la cultura ebraica è come un diamante: è unica ma ha molte facce. Una di questa sfaccettature va sotto la tassonomia scolastica di “giudaismo”, una classificazione generica che tenta di abbracciare un arco storico molto variegato che procede dall’epoca successiva all’esilio babilonese (VI secolo a.C.) e avanza fino all’era ellenistica e oltre. Una pluralità diacronica che non può essere compressa in un’unica sincronia tematico-ideale, come spesso si è fatto.
Ecco, allora, ulteriori suddivisioni: ad esempio, una recente raccolta di saggi di uno dei nostri maggiori ebraisti, Paolo Sacchi, Tra giudaismo e cristianesimo, ha come sottotitolo «Riflessioni sul giudaismo antico e medio», laddove già brilla una demarcazione che non è solo cronologica. Essa, infatti, si rivolge a un passato glorioso, s’affaccia su un orizzonte intermedio, ma si proietta con lo sguardo anche verso il giudaismo intertestamentario ove ormai si è insediato con la sua potenza il Nuovo Testamento e il suo corteo di apocrifi che fanno da contrappunto a quelli giudaici antecedenti.
È significativo far conoscere quanto vivace sia la letteratura storico-critica che in Italia fiorisce attorno a questo arcobaleno culturale e religioso. Tra le mani si può sempre tenere l’opera di sintesi di una figura significativa come Clara Kraus Reggiani della Sapienza di Roma, che a lungo ha operato in un settore complesso com’è quello studiato nella sua Storia della letteratura giudaico-ellenistica, pubblicata nel 2008, vero e proprio “succo” di una diuturna consuetudine con questa particolare temperie storico-culturale, in particolare con l’amato Filone di Alessandria, espressione alta del giudaismo ellenistico egiziano.
Accanto a questa che può essere considerata una sorta di mappa, poniamo il testo di un’altra studiosa di grande raffinatezza, Francesca Calabi dell’università di Pavia. Qui il respiro è più ampio e punta all’identificazione di un pensiero molto iridescente non sempre strettamente “filosofico” che oscilla tra due poli ineludibili: da un lato, l’eredità biblica con la Torah, segno di identità, fonte di tradizione, guida ideale e spirituale; d’altro lato, la strumentazione lessicale e concettuale offerta dalla cultura greca, straordinario tramite di dialogo e di ermeneutica del dato biblico.
In pratica, potremmo dire che l’intellettuale ebreo di allora era teso tra Gerusalemme e Alessandria d’Egitto. In quest’ultima città sbocciano, infatti, personalità eccezionali, come il citato Filone a cui Calabi riserva un denso ritratto di oltre cinquanta pagine, ma fioriscono anche altre opere sorprendenti. Accenneremo solo a due scritti di grande impatto. Il primo fu un vero e proprio evento redazionale che condizionò lo stesso cristianesimo, ossia la traduzione in greco della Bibbia detta “dei Settanta”, un atto coraggioso che collocava la Scrittura sacra ebraica nell’areopago della cultura ellenistica “pagana” e in seguito nella Scrittura sacra cristiana.
Il Nuovo Testamento, infatti, com’è noto, usò questa versione per le sue citazioni bibliche e la consegnò ai secoli successivi lasciando una scia che non fu mai cancellata neanche quando entrò in scena in modo prepotente la Vulgata latina di Girolamo che detronizzò questa preesistente traduzione greca.
Ai Settanta, Bibbia di ebrei destinata agli ebrei della Diaspora, ma anche ai greci ed ereditata dai cristiani (non c’è bisogno di ricordare la leggenda, narrata in un testo noto come Lettera di Aristea, dei 72 traduttori che tradussero separatamente in 72 giorni l’Antico Testamento, offrendo alla fine un prodigioso risultato identico), dedica un saggio accurato Natalio Fernández Marcos che dirige la resa spagnola di questa Bibbia greca e che ci ha già presentato in passato uno studio sulla Bibbia dei Settanta, edito da Paideia nel 2000.
Interessante nelle sue pagine è il capitolo riservato al confronto coi testi biblici emersi a Qumran nel deserto di Giuda. Si ha, infatti, la sorprendente scoperta – nei documenti di quelle grotte – di una tipologia testuale biblica ebraica analoga a quella usata dai Settanta e spesso diversa dal modello codificato poi dai cosiddetti Masoreti nelle loro edizioni ebraiche della Scrittura (modello che ancor oggi costituisce un punto di riferimento). In seguito, come si diceva, «la Settanta divenne la Bibbia degli autori del Nuovo Testamento.
Parlavamo sopra di due opere significative del giudaismo ellenistico. Oltre ai Settanta, l’altra è il cosiddetto Libro della Sapienza o Sapienza di Salomone, infondatamente attribuita da san Girolamo a Filone, un testo «scritto direttamente in greco, in una lingua estremamente raffinata ed elaborata che utilizza hápax legómena, vocaboli rari, espressioni fiorite e poetiche e presenta una struttura letteraria concentrica», come osserva la Calabi.
A questo scritto, particolarmente rilevante per l’escatologia giudaica e cristiana, Armin Schmitt dell’università di Regensburg, ha dedicato una sua traduzione e un commento essenziale ma sostanzioso, segnalando la collocazione di frontiera di quest’opera, capace di rielaborare la dottrina e la storia ebraica in chiave dialogica con la cultura greca, ma affacciandosi idealmente anche al futuro: la Sapienza, infatti, «ha avuto un’influenza determinante sull’elaborazione della cristologia del Nuovo Testamento».Fermiamoci qui in questa approssimativa carrellata bibliografica “giudaica”, non senza però aver consigliato uno sguardo anche al Nuovo Testamento, soprattutto a quel Vangelo che ha ricevuto non poche accuse di antigiudaismo. Ebbene, una decina di studiosi affronta con rigore e senza imbarazzi questa delicata questione nella raccolta di saggi Giovanni e il giudaismo. Anche qui ci troviamo su un crinale, perché se è vero che da un versante i “Giudei” sono il simbolo dell’incredulità del mondo nei confronti di Cristo, è altrettanto vero che sull’altro versante si ha un ritratto di Gesù che partecipa al culto di Israele e ha sulle labbra una frase lapidaria: «La salvezza viene dai Giudei» (Giovanni 4,22).
È, quindi, necessario procedere con cautela in quelle pagine evangeliche, sempre evocando la definizione che ancora Filone ci ha lasciato del sapiente: egli è un methórios, ossia un uomo di frontiera che deve saper custodire i confini, le distinzioni e le identità, senza però ignorare le diversità, la molteplicità, la complessità delle tante terre dello spirito e della cultura.

di Gianfranco Ravasi, fonte: ilsole24ore.com

SAN PAOLO: UN MISSIONARIO PIU’ ATTUALE CHE MAI

http://www.novaramissio.it/EditorialiMario/SanPaolo.htm

SAN PAOLO: UN MISSIONARIO PIU’ ATTUALE CHE MAI

(ancora una introduzione all’anno paolino, c’è sempre qualcosa di nuovo!)

Per ogni missionario è difficile sottrarsi al fascino e alla personalità di San Paolo, per chi ha l’orizzonte dell’uomo e i confini del mondo piantati nel cuore, difficilmente riesce a non misurarsi con la figura di Paolo. Nell’immaginario collettivo della grande famiglia missionaria, Paolo è il primo vero autentico missionario, colui che sfruttando le maestose strade imperiali dell’antica Roma seppe portare il Vangelo da una delle province più periferiche nel cuore stesso dell’Urbe, allora « Caput Mundi »; i chilometri fatti a piedi, a cavallo e le miglia marittime percorse sulle trireme del tempo sorpassano ogni nostra immaginazione. Paolo, toccato nell’intimo della sua coscienza dall’incontro con Cristo sulla via di Damasco, dedicò tutta la sua vita a portare il Vangelo nel tessuto sociale delle città pulsanti dell’Impero dove si elaborava e si costruiva la vita ed il pensiero di popoli assai diversi tra di loro. Ma se colpisce l’ansia missionaria che portò Paolo a compiere diversi viaggi e ad inoltrarsi in lande sconosciute, sorprende ancora di più il coraggio con cui egli seppe guardare a viso aperto uomini e problemi del suo tempo e confrontarsi alla luce dell’insegnamento di Cristo sul destino dell’uomo.
Paolo, compiacente spettatore della lapidazione di Stefano e accanito persecutore dei primi cristiani, dopo l’incontro con Gesú di Nazareth (un incontro che possiamo definire un autentico mistero di fede) diventa egli stesso un Apostolo capace di suscitare nel cuore di molte persone il desiderio sincero di conoscere e seguire il Cristo.
Il Nuovo Testamento nel suo insieme ci presenta molto di più della vita di Paolo che non di quella di Gesù, le sue lettere che proclamiamo ed ascoltiamo nelle nostre Eucaristie domenicali, dimostrano quanta passione e quanto fuoco gli ardeva in cuore, le comunità da lui fondate e alle quali si rivolgeva sperimentano sulla loro pelle, allo stesso tempo rimproveri e tenerezza, correzione fraterna ed affettuosità. Paolo è un uomo eccezionale, pieno di passione e di vigore, di luce e di fuoco, in lui orgoglio ed umiltà, fascino e fortezza sono un’unica cosa. Ebreo osservante, esecutore zelante della legge di Mosè, diventa l’intrepido annunciatore del Vangelo che libera dalla legge facendo scoprire ad ogni uomo che egli è salvo, reso giusto non in virtù di vuoti ritualismi e precetti osservati scrupolosamente, ma per la gratuità sconfinata della Croce di Cristo; la fede nel Maestro rende giusto il peccatore e lo fa partecipe di quel mistero di Grazia in cui ciascuno si sente amato da Dio. Se il messaggio di Gesù imperniato sull’amore a Dio e al prossimo, che aveva come cardine il perdono da offrire anche al malvagio, era rivolto a tutti, nessuno escluso, anzi proprio coloro che erano i reietti, i peccatori, gli emarginati per eccellenza in una parola i « piccoli », si trovano ad essere i depositari privilegiati di quest’annuncio, che dà loro una dignità ed una coscienza di se stessi che nessun filosofo aveva mai osato affermare, questa tenerezza che fa del’ultimo degli schiavi un figlio prediletto di Dio e lo pone sullo stesso piano del più nobile tra gli aristocratici del tempo e dello stesso Imperatore, sarà vista come un messaggio pericolosissimo da bloccare con qualunque mezzo al fine di non scardinare un sistema di potere basato sulla schiavitù, sul dominio e sull’oppressione. Paolo porterà questo messaggio là dove era necessario che esso fosse conosciuto, inquietando in tal modo i governatori e gli imperatori di turno, ma egli non defletterà neanche di una virgola da questo compito che gli era stato affidato. Pur essendo l’ultimo arrivato tra gli Apostoli sarà quello che si opporrà anche a Pietro a viso aperto, ritenendo la sua apertura alle genti, autenticamente vicina al messaggio del Maestro.
Un personaggio così, che cosa può dire al cristiano d’oggi ed in modo particolare a chi ne ricalca le orme sui sentieri della missione? La risposta sta nello stile e nel modo di presentare il Vangelo tipico di Paolo: avere il coraggio di andare oltre, sempre! Senza fermarsi al dato acquisito o alla comunità calda, accogliente e gratificante che suadente ti invita a … restare! In secondo luogo guardare negli occhi – come Paolo – uomini e problemi che ti stanno davanti, le Agorà di oggi non sono meno problematiche ed inquietanti di quelle di allora, la grande tentazione per i cristiani di ogni tempo è di rinchiudersi in ovili protetti scantonando quelle che sono le sfide più crude che il mondo continuamente ti getta in faccia. Inoltre, la franchezza del linguaggio paolino, resta un valore oggi come ieri, anche se il modo di parlare paludato e « curiale » di certi ambienti ecclesiastici stride in maniera costante con il modo di fare di Paolo. Non ultimo la tenerezza che Paolo avvertì dentro di se dopo l’incontro con Gesù e che riversò abbondantemente sulle persone che incontrò e le comunità con le quali ebbe a che fare, ci ricordano come la buona notizia di Gesù di Nazareth è innanzi tutto amore sconfinato verso chi il mondo ignora, emargina o disprezza. Nell’anno Paolino voluto da Papa Ratzinger, riscoprire questi aspetti squisitamente missionari, ci aiuterebbe a recuperare quell’afflato paolino che certamente alberga in ciascuno di noi, un compito al quale non possiamo sottrarci.

CAMMINANDO OGGI SULLE ORME DI SAN PAOLO
Per un cristiano e ancor di più per un missionario, misurarsi con la figura e l’opera di San Paolo è quasi impossibile, ci si sente piccoli, insignificanti, di fronte a colui che viene unanimemente riconosciuto non solo come l’Apostolo delle genti, ma come chi attraverso i suoi viaggi portò il Vangelo di Gesù di Nazareth dalla Palestina, una delle province più periferiche e sperdute, al cuore delle città dell’Asia Minore e della Grecia, per arrivare infine a Roma capitale dell’Impero. Dai testi del Nuovo Testamento, sappiamo molto più della vita di Paolo che non di quella di Gesù, proprio per questo – in vista anche dell’imminente Anno Paolino – cercare di accostarci con rispetto e attenzione a questo discepolo di Cristo, per carpirne metodi e strategie missionarie adattabili all’uomo d’oggi, ci sembra per lo meno un tentativo necessario proprio per non disperdere l’immenso patrimonio che ci ha lasciato. E, attraverso i suoi scritti porci delle domande che aiutino la nostra vita a misurarsi più in profondità con il Vangelo.
La prima cosa che colpisce in Paolo è la determinazione delle sue scelte. Determinato come giudeo osservante nel perseguire con la spada la nascente comunità cristiana, ancor più determinato nell’annunciare la Buona Novella di Cristo dopo la « conversione » sulla via di Damasco. Proviamo a chiederci: quanto di questa sua determinazione alberga dentro i nostri cuori oggi? Un altro aspetto della personalità di San Paolo che balza subito agli occhi, è il suo carattere. Di solito si dice che una persona che ha carattere, ce l’ha pessimo, quello di Paolo doveva essere orribile! Lo scontro con Pietro e i diverbi con questo o quell’altro discepolo, puntualmente segnalati dagli Atti degli Apostoli, ci mostrano un San Paolo che nella franchezza del linguaggio e nel coraggio nell’esporre le proprie idee era un testimone straordinario del fascino che Cristo aveva esercitato su di lui. Quanti di noi possono dire lo stesso? Nonostante il caratteraccio e la parresia di linguaggio, San Paolo seppe trasformare i suoi conflitti in una fonte di spiritualità, lo possiamo vedere in diversi passaggi delle sue lettere, dove dopo alcune sottolineature un po’ « pepate » sa arrivare ai suoi interlocutori utilizzando un linguaggio carico di attenzione e tenerezza. Quanti di noi riescono a fare altrettanto?
Abituati come siamo ad utilizzare mezzi di trasporto superveloci, non riusciamo più a percepire la straordinaria vitalità di quest’uomo che, a piedi, a cavallo, o su imbarcazioni alquanto malsicure, seppe percorrere nei suoi molteplici viaggi, le vie consolari dell’Impero e muoversi nel mar Mediterraneo come se fosse un lago. Gli itinerari di San Paolo portano dritti nelle grandi città del tempo ed è proprio in queste città: Antiochia, Corinto, Efeso, Atene, ecc. che Paolo si misura con la cultura del suo tempo e a viso aperto propone l’annuncio del Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani! Questo suo atteggiamento è ancora patrimonio comune per i cristiani, oppure siamo lentamente scivolati verso un’edulcorazione del messaggio di Gesù che abbiamo talmente incrostato di orpelli inutili e superflui da offuscarne lo splendore originario? Un altro aspetto caratteristico di San Paolo rivendicato con forza da lui stesso, è quello in cui Paolo sottolinea il fatto di essere un lavoratore che annuncia il Vangelo, Paolo non era un predicatore itinerante, un estroso naif che si spostava di città in città contando belle storielle, era un uomo chiamato da Cristo a portare il Vangelo nel cuore stesso dei popoli estranei a Israele, e per fare questo egli si guadagnava da vivere svolgendo un lavoro manuale che gli consentiva di non pesare su alcuno. Questa sua indipendenza lo metteva nella condizione di essere libero interiormente ed esternamente di fronte a qualsiasi interlocutore. Quanti di noi oggi possono dire altrettanto?
« Vivo ma ormai non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me »; « Completo nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo »; « Quando mi sento debole allora sono veramente forte »; « Fede, speranza, amore, il più grande dei tre è l’amore »; basterebbero queste poche citazioni tratte dall’immenso epistolario paolino, per capire quanto ancora oggi ognuno di noi deve misurarsi su questi nodi cruciali che interpellano la nostra vita e pongono delle domande ineludibili nel conteso della realtà nella quale siamo inseriti. Anche oggi ci sono delle Agorà, delle piazze, nelle quali scendere e dentro le quali misurarsi con la cultura dominante, anche oggi ci sono città sterminate, megalopoli dove la « Plantatio Ecclesiae » ovvero il germe di una piccola, magari insignificante comunità di gente che vive nel nome di Cristo è seme di un germoglio che darà i suoi frutti proprio come avvenne al tempo di Paolo; occorre crederci, e ancor di più occorre gettare questo seme sui vasti terreni che lo Spirito Santo ci indica continuamente.
Lungo gli anni della sua vita, Paolo affrontò dei passaggi che richiesero una transizione complessa e conflittuale a livello personale sia sul piano psicologico che sul piano della fede, difatti passò dal mondo ebraico al mondo greco, dal contesto rurale ad un contesto urbano, dalle sicurezze del giudaismo, al mondo pluralista e conflittuale delle grandi città dell’Impero, da una Chiesa di soli ebrei convertiti a una Chiesa che spalancava le porte per accogliere quanti erano disposti a vivere il Vangelo, da una religione legata a un popolo a una nuova religione aperta a tutta l’umanità. Si può dire che Paolo compì dentro di sé un esodo straordinario – ancor più affascinante dei suoi viaggi – i suoi ripetuti passaggi dal vecchio al nuovo ebbero certamente i dolori del parto, ma ciò che di nuovo nacque attraverso di lui con la Grazia di Cristo è divenuto patrimonio comune per tutte le generazioni seguenti. Fare in modo che questa novità di vita inaugurata da San Paolo non invecchi mai nei nostri cuori, ma ci rigeneri continuamente nella luce di Cristo, sarebbe il modo migliore per acquisire il messaggio di San Paolo e crediamo anche un modo originale per celebrare l’anno a lui dedicato.

MISSIONARI COME PAOLO O COME CRISTO?
Nel contesto dell’Anno paolino si è molto parlato di questo Santo, passato giustamente alla Storia, grazie alla sua instancabile attività missionaria come l’Apostolo delle genti. Qualcuno ha calcolato che San Paolo percorse circa ventimila chilometri per terra e per mare per annunciare il Vangelo nelle città più importanti e rappresentative dell’epoca e, considerando che a quei tempi i mezzi di comunicazione erano abbastanza scarsi e precari, c’è veramente da dire che si è trattato di un’impresa notevole. Tutto ciò fa di Paolo un instancabile araldo evangelico e sotto questo profilo, numerosi sono stati gli articoli e le pubblicazioni che periodici e riviste specializzate hanno dedicato a questa straordinaria figura della Chiesa. Se San Paolo è quindi l’antesignano per eccellenza della “Missio ad Gentes” varrà la pena ricordare che lui stesso continuamente indicava come perno della sua predicazione la figura di Gesù di Nazareth, morto in croce e risorto per la nostra salvezza. Sorge pertanto una domanda: dai Vangeli non risulta che Gesù sia mai uscito dalla Palestina; è vero che c’è la fuga in Egitto di quando era bambino, ma non possiamo certamente indicare questo viaggio come un viaggio missionario, nè tanto meno i brevi sconfinamenti fatti nella Decapoli possono essere visti come viaggi “Ad Gentes”. In che cosa consisteva allora la “missionarietà” di Gesù tanto da essere continuamente sottolineata da Paolo? Qual’era la caratteristica di questo “nuovo messaggio” che colpiva così tanto gli ascoltatori di Paolo tanto da portarli o a rapide conversione o ad un’opposizione radicale, che a volte sfociava in tumulti popolari? Si può dire che la missionarietà di Gesù, pur non essendo “strettamente chilometrica” era per certi versi di una radicalità che suscitava inquietanti interrogativi ed entusiastiche adesioni. Gesù in fondo, pur non allontanandosi mai dalla sua terra natale, offriva come stile di vita un’approccio alle persone certamente molto più intenso e stupefacente di un viaggio missionario. Egli infatti andava incontro a coloro verso i quali nessuno andava! Sedere a tavola con i peccatori, entrare nelle case delle persone più odiate del tempo, come i pubblicani (autentici strozzini e sanguisughe della povera gente) avvicinare i lebbrosi, frequentare persone dalla dubbia moralità, circondarsi di amicizie manesche e poco raccomandabili, tutto ciò rompeva gli schemi abituali di vita consolidati dalla consuetudine, così cari alla tradizione del popolo ebraico. L’ansia apostolica di Paolo trova pertanto la sua più completa aderenza alla missionarietà di Gesù: mentre questi andava incontro ai peccatori ed agli emarginati della sua gente, Paolo portava questo stile di “prossimità” ai popoli del bacino del Mediterraneo, arrivando nel cuore stesso di questo mondo, ovvero la Roma imperiale “Caput Mundi”. Proclamando da questa “straordinaria tribuna” quanto grande fosse l’amore di Dio verso tutti gli uomini, e ancor più stupefacente rivelando quanto questo Amore fosse riservato in maniera privilegiata a coloro che in quella società non contavano nulla: i poveri, gli afflitti, gli schiavi, gli emarginati. In questo modo tutti coloro che vivevano ai bordi dell’Impero venivano collocati al centro del messaggio evangelico: notizia più sconvolgente e più straordinaria di questa non si poteva immaginare. A duemila anni di distanza lo stile missionario sia di Gesù come di Paolo deve incidere in maniera preponderante ancora oggi nel nostro modo di fare pastorale: la prossimità del Vangelo all’uomo di ogni tempo deve trovare forme concrete di vicinanza e di amicizia che faccia sentire i sofferenti, gli ammalati, i poveri, gli esclusi, gli stranieri (regolari e clandestini) a loro agio nella comunità cristiana, accolti come fratelli e valorizzati come persone; solo così le nostre comunità saranno missionarie e solo così la missionarietà non si misurerà più in chilometri ma in intensità di rapporto con ogni persona che soffre, vicina o lontana che sia.

Madre Teresa di Calcutta – memoria il 5 settembre

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BEATIFICAZIONE DI MADRE TERESA DI CALCUTTA – OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II (2003)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/2003/documents/hf_jp-ii_hom_20031019_mother-theresa_it.html

BEATIFICAZIONE DI MADRE TERESA DI CALCUTTA

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II

Giornata Missionaria Mondiale

Domenica 19 ottobre 2003

1. “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44). Queste parole di Gesù ai discepoli, risuonate poc’anzi in questa Piazza, indicano quale sia il cammino che conduce alla “grandezza” evangelica. E’ la strada che Cristo stesso ha percorso fino alla Croce; un itinerario di amore e di servizio, che capovolge ogni logica umana. Essere il servo di tutti!
Da questa logica si è lasciata guidare Madre Teresa di Calcutta, Fondatrice dei Missionari e delle Missionarie della Carità, che oggi ho la gioia di iscrivere nell’Albo dei Beati. Sono personalmente grato a questa donna coraggiosa, che ho sempre sentito accanto a me. Icona del Buon Samaritano, essa si recava ovunque per servire Cristo nei più poveri fra i poveri. Nemmeno i conflitti e le guerre riuscivano a fermarla.
Ogni tanto veniva a parlarmi delle sue esperienze a servizio dei valori evangelici. Ricordo, ad esempio, i suoi interventi a favore della vita e contro l’aborto, anche in occasione del conferimento del Premio Nobel per la pace (Oslo, 10 dicembre 1979). Soleva dire: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio”.
2. Non è forse significativo che la sua beatificazione avvenga proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la Giornata Missionaria Mondiale? Con la testimonianza della sua vita Madre Teresa ricorda a tutti che la missione evangelizzatrice della Chiesa passa attraverso la carità, alimentata nella preghiera e nell’ascolto della parola di Dio. Emblematica di questo stile missionario è l’immagine che ritrae la nuova Beata mentre stringe, con una mano, quella di un bambino e, con l’altra, fa scorrere la corona del Rosario.
Contemplazione e azione, evangelizzazione e promozione umana: Madre Teresa proclama il Vangelo con la sua vita tutta donata ai poveri, ma, al tempo stesso, avvolta dalla preghiera.

3. “Whoever wants to be great among you must be your servant” (Mk 10: 43). With particular emotion we remember today Mother Teresa, a great servant of the poor, of the Church and of the whole world. Her life is a testimony to the dignity and the privilege of humble service. She had chosen to be not just the least but to be the servant of the least. As a real mother to the poor, she bent down to those suffering various forms of poverty. Her greatness lies in her ability to give without counting the cost, to give “until it hurts”. Her life was a radical living and a bold proclamation of the Gospel.
The cry of Jesus on the cross, “I thirst” (Jn 19:28), expressing the depth of God’s longing for man, penetrated Mother Teresa’s soul and found fertile soil in her heart. Satiating Jesus’ thirst for love and for souls in union with Mary, the mother of Jesus, had become the sole aim of Mother Teresa’s existence and the inner force that drew her out of herself and made her “run in haste” across the globe to labour for the salvation and the sanctification of the poorest of the poor.
4. “As you did to one of the least of these my brethren, you did it to me” (Mt 25:40). This Gospel passage, so crucial in understanding Mother Teresa’s service to the poor, was the basis of her faith-filled conviction that in touching the broken bodies of the poor she was touching the body of Christ. It was to Jesus himself, hidden under the distressing disguise of the poorest of the poor, that her service was directed. Mother Teresa highlights the deepest meaning of service – an act of love done to the hungry, thirsty, strangers, naked, sick, prisoners (cf. Mt 25:34-36) is done to Jesus himself.Recognizing him, she ministered to him with wholehearted devotion, expressing the delicacy of her spousal love. Thus in total gift of herself to God and neighbour, Mother Teresa found her greatest fulfillment and lived the noblest qualities of her femininity. She wanted to be a sign of “God’s love, God’s presence, God’s compassion” and so remind all of the value and dignity of each of God’s children, “created to love and be loved”. Thus was Mother Teresa “bringing souls to God and God to souls” and satiating Christ’s thirst, especially for those most in need, those whose vision of God had been dimmed by suffering and pain.

Traduzione italiana della parte di omelia pronunciata in lingua inglese:
[3. « Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore » (Mc 10, 43). È con particolare emozione che oggi ricordiamo Madre Teresa, grande serva dei poveri, della Chiesa e del Mondo intero. La sua vita è una testimonianza della dignità e del privilegio del servizio umile. Ella aveva scelto di non essere solo la più piccola, ma la serva dei più piccoli. Come madre autentica per i poveri, si è chinata verso coloro che soffrivano diverse forme di povertà. La sua grandezza risiede nella sua abilità di dare senza calcolare i costi, di dare « fino a quando fa male ». La sua vita è stata un vivere radicale e una proclamazione audace del Vangelo.
Il grido di Gesù sulla croce, « Ho sete » (Gv 19, 28), che esprime la profondità del desiderio di Dio dell’uomo, è penetrato nell’anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore. Placare la sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù, era divenuto il solo scopo dell’esistenza di Madre Teresa, e la forza interiore che le faceva superare sé stessa e « andare di fretta » da una parte all’altra del mondo al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i poveri.
4. « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40). Questo passo del Vangelo, così fondamentale per comprendere il servizio di Madre Teresa ai poveri, era alla base della sua convinzione, piena di fede, che nel toccare i corpi deperiti dei poveri toccava il corpo di Cristo. Era a Gesù stesso, nascosto sotto le vesti angoscianti dei più poveri tra i poveri, che era diretto il suo servizio. Madre Teresa pone in rilievo il significato più profondo del servizio: un atto d’amore fatto agli affamati, agli assetati, agli stranieri, a chi è nudo, malato, prigioniero (cfr Mt 25, 34-36), viene fatto a Gesù stesso.
Riconoscendolo, lo serviva con totale devozione, esprimendo la delicatezza del suo amore sponsale. Così, nel dono totale di sé a Dio e al prossimo, Madre Teresa ha trovato il suo più alto appagamento e ha vissuto le qualità più nobili della sua femminilità. Desiderava essere un « segno dell’amore di Dio, della presenza di Dio, della compassione di Dio » e, in tal modo, ricordare a tutti il valore e la dignità di ogni figlio di Dio, « creato per amare ed essere amato ». Era così che Madre Teresa « portava le anime a Dio e Dio alle anime », placando la sete di Cristo, soprattutto delle persone più bisognose, la cui visione di Dio era stata offuscata dalla sofferenza e dal dolore ».]
5. “Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Madre Teresa ha condiviso la passione del Crocifisso, in modo speciale durante lunghi anni di “buio interiore”. E’ stata, quella, una prova a tratti lancinante, accolta come un singolare “dono e privilegio”.
Nelle ore più buie ella s’aggrappava con più tenacia alla preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Questo duro travaglio spirituale l’ha portata ad identificarsi sempre più con coloro che ogni giorno serviva, sperimentandone la pena e talora persino il rigetto. Amava ripetere che la più grande povertà è quella di essere indesiderati, di non avere nessuno che si prenda cura di te.
6. “Donaci, Signore, la tua grazia, in Te speriamo!”. Quante volte, come il Salmista, anche Madre Teresa nei momenti di desolazione interiore ha ripetuto al suo Signore: “In Te, in Te spero, mio Dio!”.
Rendiamo lode a questa piccola donna innamorata di Dio, umile messaggera del Vangelo e infaticabile benefattrice dell’umanità. Onoriamo in lei una delle personalità più rilevanti della nostra epoca. Accogliamone il messaggio e seguiamone l’esempio.
Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, aiutaci ad essere miti e umili di cuore come questa intrepida messaggera dell’Amore. Aiutaci a servire con la gioia e il sorriso ogni persona che incontriamo. Aiutaci ad essere missionari di Cristo, nostra pace e nostra speranza. Amen!

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II, SANTI |on 5 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

«TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18) (Lectio)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi4.htm

(sono sicura di avere messo le tre prime « lectio » se volete legggerle credo… di avere messo almeno la categoria « Lectio »)

PER ME IL VIVERE È CRISTO!

Giuseppe De Virgilio

Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18

IV. «TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18)

IV. 1 LECTIO

12 Quindi, miei cari, voi che siete stati sempre obbedenti, non solo quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e tremore. 13 È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo di­segno d’amore. 14 Fate tutto senza mormorare e senza esitare, 15 per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplende­te come astri nel mondo, 16 tenendo alta la parola di vita. Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano aver faticato. 17 E se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. 18 Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.
Dopo il brano cristo logico di Fil 2,6-11, nel v. 12 l ‘Apostolo riprende il dialogo con i cristiani di Filippi denominandoli «amati» (agapetoi). La ripresa è introdotta dall’ avverbio oste (perciò) e contrassegnata dalla raccomandazione: «attuate la vostra salvezza» (ten heauton soterian katergazesthe). Si tratta del primo dovere dei cristiani, che deriva dall’ obbedienza della fede vissuta in senso religioso «con timore e tremore» (meta probou kai tromou). Si nota il collegamento con il tema dell’obbedienza di Cristo (Fil 2,8), da cui deriva l’obbedienza dei cristiani.
Nel dialogo epistolare l’Apostolo, essendo fisicamente lontano, esprime il desiderio di essere vi­cino alla comunità con lo stesso affetto e la stessa premura di quando aveva soggiornato a Filippi. L’esortazione del v. 12 fa leva sulla frase comparativa: «(…) come sempre avete obbedito (…) ancora di più obbedite ora che sono lontano». Pertanto come nella presenza (parousia), anche nell’ assenza (apusia) dell’ Apostolo i Filippesi non devono venir meno nell’impegno per la loro salvezza. L’imperativo katergazesthe (52) rivolto all’intera Chiesa filippense evidenzia la necessità di lavorare fattivamente e responsabilmente, mediante una stretta e utile collaborazione (53). L’esortazione lascia emergere l’intento di unire la comunità e la preoccupazione circa le divisioni e i personalismi che Paolo percepisce nel contesto ecclesiale di Filippi.
Nel v. 13 l ‘Apostolo adduce la motivazione teologica: è Dio (theos) ad attivare l’energia (o energon) nei Filippesi; cioè a produrre la forza spirituale affinché si possa realizzare nei credenti il Suo disegno di amore. Egli suscita «in voi» (en hemin) il volere e l’operare «per» (hyper) «il disegno di amore» (eudokias). La formulazione dell’espres­sione hyper tes eudokias, nel contesto della frase, lascia aperte due possibili attribuzioni: la benevolenza sarebbe riferita a Dio (la sua benevolenza), ovvero ai destinatari (la vostra benevolenza) (54). Secondo Fabris la particella hyper non indicherebbe la causa ma lo scopo dell’agire di Dio nei credenti; per tale ragione l’esegeta friulano opta per una «lettura antropologica» (Dio attiva in noi il volere e l’operare per [= in vista della] la [vostra] benevolenza) (55). La traduzione CEI preferisce attribuire a Dio il «disegno di amore» della sua azione a favore dei credenti.
Il v. 14 si apre con un secondo imperativo: «fate tutto» (panta poiete). Lo stile che i cristiani dovranno seguire in mezzo ad una generazione «malvagia e perversa» (V. 15: skolias kai diestrammenes) dovrà essere ispirato al modello umile ed obbediente del Cristo. Come il «servo sofferente di Jahvé», il Signore non alzò la sua voce (cf. Is 42,2), non criticò i suoi accusatori, ma come agnello si lasciò immolare per la salvezza del suo popolo (cf. Is 53,7). Allo stesso modo i «credenti in Cristo», de­vono vivere «senza mormorare e senza esitare» (choris goggysmon kai dialogismon): sono proprio questi limiti che producono un clima fazioso e ne­gativo nella Chiesa.
Nel v. 15 si specifica l’invito paolino con la finale introdotta da ina: una vita impegnata sul versante della concordia e dell’unificazione comunitaria rende i credenti persone «irreprensibili e semplici» (amemptoi kai akeraioi). Paolo intende esprimere l’idea di irreprensibilità e di integrità etica: nessuno potrà rimproverare ai cristiani alcunché di male poiché essi si comportano da veri «costruttori di civiltà», come uomini saggi ed «immuni dal male» (cf. Rm 16,19). L’immagine che segue è molto densa: in un contesto sociale segnato da divisioni e malvagità, i cristiani dovranno essere «figli di Dio innocenti» (tekna theou amoma) e per questo devono «risplendere» (phainesthe) come astri nel mondo. È proprio lo «splendore della testimonianza»che accompagna la fede dei credenti. L’allusione alla «generazione perversa e degenere» riporta alla memoria il giudizio del popolo di Israele lungo il cammino del deserto, riproponendo il giudizio divino in Dt 32,5.20: «Peccarono contro di lui i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa (…) sono una generazione perfida, sono figli infedeli». Anche Gesù riprenderà questo giudizio nel contesto della sua missione, soprattutto per via dell’incredulità di Israele (cf. Mt 17,17; Lc 9,41; cf. Sal 78,8).
Nel v. 16 si riprende il motivo della «Parola di vita», già evocato nella prima unità (cf. Fil 1,14) (56). Siamo al culmine del messaggio paolino, che sottolinea ulteriormente la missione della Chiesa: far risplendere su tutti gli uomini la Parola di vita (logon zoes). I cristiani non devono distinguersi per ceto sociale o posizioni economiche o usanze tradizionali, ma per il fatto che «tengono alta» (epeehontes) la Parola di vita (57), cioè la priorità dell’annuncio del Vangelo (cf. 2Cor 4,2; 1 Ts 1,6). In questo essenziale messaggio Paolo condensa tutta la sua esperienza apostolica: il Vangelo è parola di vita perché opera efficacemente in coloro che la accolgono (1Ts 2,13), genera riconciliazione (2Cor 5,19), diventa una strada di speranza per ricominciare ogni giorno (2Cor 2,16-17), attesa di compimento futuro in Cristo Gesù (2Tm 1,10).
Agganciandosi al motivo escatologico, Paolo passa a parlare di sé e dell’ esito della sua missione, gettando uno sguardo sul «giorno futuro» di Cristo (eis emeran Christou), cioè sull’ epilogo della sua vita terrena. L’apostolato del Vangelo non è fatica vana: per Paolo l’impegno missionario e pastorale, come per un atleta o un agricoltore, porterà il suo frutto (58). L’apostolato è paragonabile ad una «corsa» (edramon) in vista della mèta, ad un «faticoso lavoro» (ekopiasa) in vista del frutto! Per questo egli può vantarsi (eis kauehema) della sua missione (cf. 2Cor 1,14), anche nel caso gli fosse chiesto di morire mediante il martirio.
Al v. 17 si esplicita questo concetto, mediante la metafora cultica del sacrificio cruento, in connessione con la sua situazione di prigioniero in attesa di giudizio (cf. Fil 1,12-13). Anche se l’Apostolo deve «essere sparso in libagione» (spendomai) (59) «sul sacrificio e sul servizio» (epi te thysia kai leitourgia), tutto questo accadrà «per la loro fede»(tes pisteos hymon), cioè a favore e a beneficio della fede dei Filippesi. L’esempio di una offerta tanto coraggiosa è stato seguito anche da altri missionari: l’Apostolo stesso addita la testimonianza mirabile di Epafrodito, che ha dato prova di un altissimo «servizio sacrificale» avendo sofferto per il V angelo senza cercare i propri interessi ma quelli di Cristo (cf. Fil 2,19-24.30).
La pagina si conclude con il motivo della gioia condivisa: «sono contento e ne godo con tutti voi» (ehairto kai sygehairo pasin hymin). L’Apostolo ha iniziato il suo dialogo epistolare con la gioia e termina questa prima sezione riconfermando di essere un uomo contento della propria missione. Abbiamo potuto constatare come l’espressione gioiosa del cuore di Paolo non è un artificio retorico né una manifestazione esterna e sentimentale. La gioia (chara) è frut­to di un’esperienza spirituale intensa (cf. Gal 5,22) che viene comunicata alla Chiesa di Filippi perché possa maturare la sua crescita in Cristo. Possiamo determinare la gioia cristiana come il metro indicatore del «sentire insieme», del «vivere insieme», del «soffrire insieme», del «servire insieme», dello «sperare insieme»! Si tratta della dimensione ecclesiale del cristianesimo, che vince la solitudine e apre il cuore alla condivisione!
Così nel v. 18 Paolo può rivolgere l’ultima esortazione ai suoi destinatari: «Godete e rallegratevi con me» (ehairete kai sygehairete moi). Possiamo interpretare questa splendida conclusione nella prospettiva pasquale. Anche se non viene espressamente menzionata, la visione paolina della «vita nuova» si ispira alla «risurrezione di Cristo». Il vanto e la gioia sono centrati su questo mistero; allo stesso modo la vocazione e la missione dei credenti non possono che partecipare a questo evento di salvezza e di speranza. L’intera Chiesa di Filippi accomunata dal «sentire comune», è chiamata alla gioia e alla comunione con il Cristo morto e risorto!

IV.2 MEDITATIO
La terza sezione della nostra pericope completa il percorso svolto, introducendo nuovi aspetti parenetici e sottolineando i motivi annunciati precedentemente. In primo luogo l’Apostolo offre una sintesi della vita della Chiesa attraverso la propria esperienza apostolica. La vicenda di Cristo (2,6-11) non rimane isolata e irraggiungibile, ma deve costituire il fondamento dell’obbedienza della fede nell’esistenza dei credenti. Possiamo ben affermare che la vocazione si concretizza nell’obbedienza della fede. Tale obbedienza deve essere condivisa in modo comunitario, sia in presenza che in assenza di Paolo (Fil 2,12).
Il protagonista della nostra vocazione è Dio. L’Apostolo esplicita bene questo concetto, per evitare equivoci nei cristiani. Nessuno si salverà da solo, con le proprie forze. Se ogni iniziativa è ispirata da Dio, allora il cammino della maturità cristiana è mosso dalla consapevolezza della priorità di Dio, della sua Parola di vita. I termini con cui l’Apostolo esorta a vivere il Vangelo esprimono bene la dialettica spirituale che differenzia il credente dal pagano. Attenzione a non trasformare la Chiesa in una sorta di società paganizzante, conformandosi alla generazione perversa e degenere!
Probabilmente le divisioni presenti nell’ambito della Chiesa di Filippi fanno emergere la fragilità del cristianesimo locale e la fatica di «crescere insieme». Paolo parla di una «generazione perversa e degenere», omologata da una vita piatta e senza fede, costruita sugli equilibri degli interessi e delle passioni umane. La sintetica descrizione appare molto attuale. Di contro la Chiesa è chiamata ad un «colpo di audacia», un «salto di qualità» che nasce dalla Parola di vita. Riscoprire la propria vocazione alla santità significa accettare di convertire il proprio cuore a Dio e alla fede del Vangelo.
Un ulteriore compito collegato al cammino della conversione è dato dall’esperienza della figliolanza. L’Apostolo invita i Filippesi ad essere «figli di Dio immacolati», a splendere come «astri nel mondo». Le due immagini possono aiutarci nella verifica del nostro cammino ecclesiale. Riscoprire la figliolanza divina nell’itinerario dello Spirito (cf. Rm 8,16-17) e riflettere su come le nostre comunità vivono questa figliolanza (o vivono forse una «orfananza» ?). La seconda immagine è quella degli astri, che sono capaci di illuminare o per luce propria o per luce riflessa. Lo splendore astrale richiama il tema della testimonianza cristiana, sempre più necessaria nel contesto della nostra cultura in declino.
Tenere alta la «Parola di vita». Si tratta del cuore del messaggio paolino, che ritorna nell’intera lettera. «Tenere alto» può essere attualizzato secondo tre applicazioni. Si tratta anzitutto della «priorità» della Parola che chiede di essere ascoltata e interiorizzata. Una comunità che non rimette al centro la Parola di vita, che non sa ricominciare dalla Parola, rischia di strumentalizzare e confondere la propria vocazione e missione. «Tenere alto» inoltre significa testimoniare in modo coraggioso e visibile la Parola, in forma personale e comunitaria. Infine «tenere alto» significa mirare alla santità, aspirare ad un’ascesi che consenta di «volare alto» sia nelle relazioni ecclesiali che nella vita sociale del mondo.
In questa lettera, forse più che in altri scritti epistolari, Paolo si presenta come un uomo «contento» e le espressioni di gioia e di letizia caratterizzano l’appassionato dialogo con i cristiani di Filippi. Se ripercorriamo con attenzione la vicenda di Paolo e le sue peripezie, possiamo solo minimamente renderci conto delle sofferenze e delle fatiche che l’Apostolo ha dovuto sostenere per la Chiesa (cf. 2Cor 4,11-18; 6,3-12). Eppure Paolo vive la gioia, la condivide, la proclama, la testimonia in modo convincente (Fil 1,25; 2,17-18). Si tratta di un «dono» che Dio fa all’Apostolo; allo stesso tempo la gioia deve caratterizzare la vocazione dei credenti e la loro missione: la lotta gioiosa per il Vangelo è la modalità attraverso la quale anche oggi siamo chiamati a «correre e a proclamare la Parola » lungo le strade del mondo.

IV.3 ORATIO
«Rallegratevi con me»

Quando fin dall’aurora
sperimentate la gioia di vivere,
incrociando gli occhi dei vostri vicini,
pronti a ricominciare una nuova giornata,
con il desiderio di lavorare per il Regno,
«Rallegratevi con me».

Quando siete chiamati
a dialogare nella famiglia,
accogliendo l’altro nella sua unicità,
disposti a servire i fratelli che vi sono accanto
con la stessa gratuità e tenerezza di Cristo,
«Rallegratevi con me».

Quando sperimentando la fatica delle relazioni,
sentite nel vostro cuore le resistenze ad amare,
timorosi di fare il primo passo nell’umiltà,
eppure vi lasciate portare
dalla speranza nel Vangelo,
«Rallegratevi con me».

Quando gli altri, per causa Sua,
diranno male di voi,
accusandovi ingiustamente
a motivo della testimonianza alla verità,
soli di fronte al mondo
e deboli di fronte agli uomini,
nella consapevolezza che lo Spirito
rinnoverà il cuore,
«Rallegratevi con me».

Quando vi passeranno davanti
con la protervia dell’ autoritarismo,
ritenendovi inutili per quello che siete e valete,
e vi relegheranno nei luoghi comuni
della commiserazione,
ma voi continuerete a servire
e a testimoniare la forza di vivere,
«Rallegratevi con me».

Quando i fratelli vi domanderanno
ragione della vostra fede,
e voi senza paura narrerete
le meraviglie di Dio,
mostrando come i superbi cadono
e i piccoli vengono esaltati,
sforzandovi di entrare per la porta stretta
del dono di sé,
«Rallegratevi con me».

Quando avrete compreso
che la vostra missione volge al termine,
e avrete fatto tutto quello che Dio
vi aveva chiesto,
sperimentando di essere stati
«servi inutili»
nella gratuità,
con il cuore grato alla Chiesa
e nell’attesa dell’Ultimo,
«Rallegratevi con me».

IV.4 CONTEMPLATIO
«Lo Spirito Santo, autore della missione»

Nella terza unità, dopo aver focalizzato il mistero del Padre e del Figlio, fermiamoci a contemplare la persona dello Spirito Santo e la sua missione nel mondo. Infatti non ci sarebbe la Parola di vita se non ci fosse l’azione efficace dello Spirito. Allo stesso modo lo Spirito continua a guidare la missione della Chiesa e a sostenere il cammino della Parola.
Un primo aspetto da evidenziare è collegato con l’obbedienza nello Spirito da parte dei credenti. Paolo stesso dichiara ai Corinzi che la sua parola non si è basata su un discorso persuasivo di sapienza, ma sulla «manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2,4). Riflettiamo sul senso teologico di questo dinamismo che segna la storia della nostra fede e della nostra obbedienza. Non siamo resi schiavi per la violenza di una «parola oppressiva», ma siamo resi liberi per l’attrazione di una «parola liberatrice» (1 Ts 1,8-10).
La missione dello Spirito si manifesta attraverso la storia, i cui punti salienti sono ripresi nella Sacra Scrittura. Fermiamoci a contemplare in modo essenziale la presenza dello Spirito in alcuni contesti biblici: l’atto creativo guidato dall’azione misteriosa dello Spirito di Dio (Gen 1,2; Sap 1,7), il dono dello Spirito di giudizio per la missione dei settanta collaboratori di Mosè (Nm 11,17.25-29), la forza dello Spirito per la parola profetica (Balaam: Nm 24,2; Giosuè: Nm 27,18; Is 61,1), per la missione regale (Davide: 1Sam 26,13).
Lo Spirito di Dio investirà il Messia con i suoi doni (Is 11,2), eleggerà e guiderà il «servo di Jahvé» in vista della salvezza del popolo (Is 42, 1), cambierà il deserto in giardino (1s 32,15), ridarà vita alla comunità di Israele, facendola risorgere dalla morte (Ez 37,1-14) e tutto il popolo finalmente profetizzerà mediante il dono dello Spirito di Dio (Gl 3,1-4), rinnovato nel cuore con una «nuova alleanza» (Ger 31,31-34).
Negli scritti neotestamentari si porta a compimento l’azione dello Spirito, rivelata nella missione del Cristo. È anzitutto il Padre che dona il suo Spirito al Figlio (Mt 3,16) dopo essere stato generato per «opera dello Spirito Santo» nel seno della Vergine Maria (Lc 1,26-38). Gesù «profeta potente in opere e parole» esercita la sua missione nella for­za dello Spirito (Lc 4,1.18; Mt 12,28), rassicurando i suoi discepoli che sarà lo Spirito Santo a sostenerli nella prova e nelle persecuzioni (Mc 13,11) e che Dio concederà lo Spirito Santo a tutto coloro che gliela chiedono (Lc 11,13).
In modo particolare nel Quarto Vangelo si presenta l’azione consolatrice dello Spirito Santo che opera nella storia e nel cuore dei credenti (Gv 1,33), rinnovando li mediante il battesimo (Gv 3,5). È lo Spirito di verità (Gv 4,23-24), protagonista della vocazione e della missione del Figlio (Gv 7,39) per donare la vita al mondo e preparare i discepoli e far conoscere l’amore di Dio mediante la rivelazione del Figlio (Gv 14,17.26; 15,26). Nell’inviare la comunità in missione il Risorto alita sui discepoli lo Spirito (Gv 20,22), segno del compimento della Pentecoste (At 2,1-12) per la quale la Chiesa porterà il Vangelo fino agli estremi confini della terra (At 1,8).
Paolo stesso è consapevole che non si dà missione della Chiesa e dei cristiani senza l’azione dello Spirito di Dio. I cristiani hanno ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ha dona­to loro (1Cor 2,12) e per formare un solo corpo (1 Cor 12,13), diventando ministri della nuova Alleanza nello Spirito (2Cor 3,6.8). È lo Spirito il protagonista e l’autore della nostra vocazione e della nostra missione. Dopo aver riletto la presenza dello Spirito nella storia biblica, riscopri l’opera che lo stesso Spirito ha segnato nella tua vita e nella tua vicenda personale.
Per vivere questo momento di preghiera e di contemplazione, ti invito a riflettere su un passaggio della lettera enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi:
«Il giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L’incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmen­te l’uno all’altro – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », para­kletos (cfr. 1 Gv 2, 1) » (60).

IV.5 ACTIO
«La testimonianza della Parola»
La terza unità che abbiamo presentato si caratterizza per la «testimonianza della Parola». L’Apostolo esorta i suoi destinatari a «tenere alta la Parola di vita». Non si tratta di una pia esortazione spirituale, ma di un invito concreto che deve diventare impegno dentro le nostre scelte quotidiane. Possiamo esplicitare il senso di questa affermazione secondo tre prospettive.
«Tenere alta la Parola di vita» indica la centralità della Parola di Dio. Nella consapevolezza che l’obbedienza della fede sgorga dalla predicazione della Parola, occorre rifare ogni giorno la «scelta» di cominciare dalla Parola. È questa la strada maestra per la missione alle genti che la Chiesa chiede alle comunità e ai singoli cristiani.
«Tenere alta la Parola di vita» significa elevare il livello della nostra vita spirituale, non conformando ci alla mentalità del tempo, ma rinnovando la nostra mente e il nostro cuore. Si comprende bene come la prerogativa della missione implica la «dimensione spirituale» dei credenti e della comunità. Splendere come «astri nel mondo» significa non cedere alla tentazione di omologare i progetti e i mezzi al ribasso, ma di elevare lo stile delle nostre relazioni e delle nostre esperienze. La Parola di vita ci spinge a fare scelte di vita e a rifiutare compromessi di morte.
«Tenere alta la Parola di vita» corrisponde al valore personale-comunitario della testimonianza di Cristo e del suo Vangelo. Donne e uomini scelgono di partire per la missione ad gentes, come religiosi, religiose e laici a servizio del bene degli ultimi e dei più bisognosi. Sacerdoti Fidei Donum lasciano le loro case per essere inviati dalla Chiesa nei confini della terra: perché? La risposta è inscritta nella vocazione fondamentale che ciascuno di noi sperimenta nel donarsi a Dio e ai fratelli. «Tenere alta» vuol dire che non ci si può nascondere, non è possibile mistificare la grandezza e la bellezza di questa Parola di speranza.
La nostra actio può recepire questo messaggio, che chiede di essere tradotto nei contesti in cui viviamo ed operiamo. Dio ha bisogno di te, del tuo «sì», della tua «corsa per il Vangelo». I poveri aspettano il nostro «eccomi» e questo tempo della Chiesa è momento favorevole perché tutto questo accada. Ricordiamo a proposito quello che Paolo scrive ai Corinzi:
«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! 3 Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero; 4 ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5 nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6 con purezza, con sapienza, con magnanimità, con benevolenza, con spirito di santità, con amore sincero; 7 con parola di verità, con potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8 nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; 9 come sconosciuti, eppure siamo notissimi; come moribondi, e invece viviamo; puniti, ma non uccisi; 10 come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,3-10).

CONCLUSIONE
Ripercorrendo l’itinerario proposto cogliamo la dimensione missionaria della testimonianza paolina, espressa attraverso la metafora della lotta atletica (cf. Fil 1,27; 3,12-14). La medesima immagine viene riproposta in Fil 3. Trattando della sua esperienza cristiana e della sua attività apostolica Paolo fa memoria delle sue scelte: dopo aver incontrato Cristo, ha subordinato ogni altro bene alla conoscenza del Signore (Fil 3,8). Egli attende solo da Dio la salvezza e in vista di questo dono egli «cor­re la sua gara», per partecipare alle sue sofferenze, diventando conforme a Cristo nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti (Fil 3,9-10). Ritornando sulla metafora della «corsa della fede», l’Apostolo dichiara di sé:
«Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12-14).
La vocazione viene raffigurata alla «corsa verso la meta», alla gara in vista del premio finale, per la quale siamo chiamati ad un coinvolgimento pieno nella consapevolezza di essere stati conquistati da Cristo. Il brano evidenzia tre tappe di questo processo vocazionale, che possono essere applicate all’esistenza di ogni credente.
La prima tappa consiste nell’esperienza di «essere stati conquistati da Cristo». La fede che nasce dall’ascolto ci attrae al Signore e ci guida nella sua logica di amore. La vocazione nasce dall’ esperienza di un «sì» pieno al progetto di Dio per noi. Non per costrizione, ma per conquista di amore, ci sentiamo attratti da Lui e per questo «corriamo verso di Lui».
La seconda tappa è costituita dalla risposta personale all’appello divino, che consta della decisione di alzarsi e correre. La grande gara della vita implica l’impegno personale e il coinvolgimento in un confronto che è sempre faticoso, imprevedibile, aperto alla speranza. La metafora della corsa, ripresa dal contesto ellenistico, ci aiuta a capire come la vocazione sia impegno, fatica, conquista quotidiana, forza di lottare, desiderio di raggiungere la mèta, sfida costante su noi stessi e scommessa sulla fedeltà di Dio.
La terza tappa è costituita dal «premio finale», che Dio concederà «lassù», in Cristo Gesù. La sottolineatura paolina è di tipo escatologico, senza escludere la quotidiana esperienza del «portare frutto» nella missione. Se il premio finale di lassù è la mèta conclusiva della nostra vocazione alla santità, la missione è l’essenza del nostro gareggiare in questo tempo della vita.

È questa la testimonianza vocazionale di Paolo mentre scrive ai Filippesi e condivide con loro l’avventura del Vangelo.
Correre verso la mèta, per conquistare il premio! Vivere la propria vocazione mediante la missione di annunciare il Vangelo a tutti!

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Filippesi |on 5 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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