Archive pour septembre, 2012

« QUESTA PICCOLA PAROLA, «EFFATÀ – APRITI», RIASSUME IN SÉ TUTTA LA MISSIONE DI CRISTO » (Papa Benedetto, Angelus 10 settembre)

http://www.zenit.org/article-32459?l=italian

« QUESTA PICCOLA PAROLA, «EFFATÀ – APRITI», RIASSUME IN SÉ TUTTA LA MISSIONE DI CRISTO »

Le parole del Papa durante la preghiera dell’Angelus

CASTEL GANDOLFO, lunedì, 10 settembre 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito le parole rivolte ieri durante la recita della preghiera dell’Angelus da Papa Benedetto XVI ai fedeli e ai pellegrini convenuti a Castel Gandolfo.
***
[Prima dell'Angelus:]
Cari fratelli e sorelle!
Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che – nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo. L’evangelista Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più viva. Questa parola è «effatà», che significa: «apriti». Vediamo il contesto in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta «Decapoli», tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là.
Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: «Effatà», che significa appunto: «Apriti». E subito quell’uomo incominciò a udire e a parlare speditamente (cfr Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordomuto, grazie all’intervento di Gesù, «si aprì»; prima era chiuso, isolato, per lui era molto difficile comunicare; la guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare e quindi relazionarsi in modo nuovo.
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il «cuore». E’ questo che Gesù è venuto ad «aprire», a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, «effatà – apriti», riassume in sé tutta la missione di Cristo.
Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri. Per questo motivo la parola e il gesto dell’«effatà» sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni che ne spiegano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a «respirare» lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto.
Ci rivolgiamo ora in preghiera a Maria Santissima, di cui ieri abbiamo celebrato la Natività. A motivo del suo singolare rapporto con il Verbo Incarnato, Maria è pienamente «aperta» all’amore del Signore, il suo cuore è costantemente in ascolto della sua Parola. La sua materna intercessione ci ottenga di sperimentare ogni giorno, nella fede, il miracolo dell’«effatà», per vivere in comunione con Dio e con i fratelli.
[Dopo la preghiera dell'Angelus, il Papa ha salutato i pellegrini provenienti dai vari paesi nelle diverse lingue. In italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai cattolici e a tutti i cittadini del Kazakhstan, dove il Cardinale Sodano, quale mio Legato, celebra oggi la Dedicazione della nuova Cattedrale di Karaganda; come pure ai fedeli di Leopoli dei Latini, in Ucraina, che ieri, alla presenza del mio Legato il Cardinale Tomko, hanno commemorato il sesto centenario della fondazione di quella Arcidiocesi.
Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare la comunità del Seminario Minore di Padova – benvenuti! – con l’augurio di un anno formativo che sia un vero cammino di fede e di fraternità. Saluto il gruppo parrocchiale di Petrella Tifernina, il Coro «La Preara» di Lubiara di Caprino Veronese, l’Associazione «Calima» di Orzinuovi e il Rotary Club di Acireale. A tutti auguro una buona domenica, una buona settimana. Grazie! Buona domenica.

Publié dans:PAPA BENEDETTO: ANGELUS DOMINI |on 11 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Day 6 Animals with man and woman

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http://www.artbible.net/1T/Gen0126_Animals_Manwoman/pages/20%20KEES%20GEN%2001%2027%20IL%20LES%20CREA%20HOMME%20ET%20FEMME.htm

Publié dans:immagini sacre |on 10 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

La Legge e il suo spirito (Paolo Apostolo)

http://www.messiev.altervista.org/spiritolegge.html

(sono tre parti – Lo studio è della Chiesa Evangelica, per la maggior parte è condivisibile, ma bisogna fare attenzione alla differenza di mentalità e teologica, vedere su Agostino per esempio)

La Legge e il suo spirito

Al tempo di Paolo il Tanak, cioè la Torah, i Profeti e gli Scritti dell’Antico Testamento, costituivano tutta la Scrittura disponibile.

Ci si pone la domanda: che cosa della Legge Paolo ha attaccato nelle sue epistole? Tutte le lettere di Paolo sono state indirizzate ad assemblee prevalentemente Gentili, che per quanto riguarda la salvezza non avevano nulla a che fare con i 613 comandamenti di Mosè, che invece erano lo stile di vita del popolo ebraico. È comprensibile che Paolo, l’apostolo delle genti, si arrabbiasse con quei pochi giudaizzanti che cercavano costantemente di ostacolare il suo lavoro, imponendo alle assemblee dei Gentili a tenere usanze ebraiche a garanzia della salvezza. Ma sia Gesù che Paolo non hanno mai smesso di pensare che gli ebrei dovevano continuare a mantenere lo stile di vita prescritto dalla Legge in quanto popolo dell’alleanza. Va notato che versi come Mar.7:15, in cui sembra che Gesù non sia d’accordo con le leggi alimentari ebraiche (quando sottolinea la differenza tra contaminazione fisica e spirituale) non dimostrano affatto che aveva abbandonato le leggi sul cibo date a tutti gli ebrei. Si dovrebbe anche notare che degli studiosi ebrei del Nuovo Testamento, come David Flusser nel suo libro Jesus conclude che « Gesù come Ebreo è stato fedele alla Legge ». Il problema a capire le lettere di Paolo si può paragonare a un gioco dove si conoscono solo le risposte ma non si hanno le domande. Siccome le sue lettere sono state scritte per raddrizzare i problemi dei suoi convertiti Gentili, che non avevano familiarità con le vie e leggi di Dio, il lettore superficiale riceve l’impressione che egli era contro la Legge. In realtà, Paolo indirizza i suoi commenti apparentemente negativi in merito alla Legge, verso due gruppi: (1) I non-ebrei che credevano necessario osservare la Legge (in particolare la circoncisione) per la salvezza, e (2) alcuni ebrei fondamentalisti che cercavano di mettere come prerequisito che i non-ebrei dovevano osservare la Legge (in particolare la circoncisione) se volevano essere salvati.
Quando certi cristiani si mettono subito sulla difensiva al sentir parlare della Legge di Dio, viene la tentazione di chiedere: « Quale legge vi fa sentire a disagio? » Questa è una reazione piuttosto allarmante poiché la Legge condanna solo chi viola la legge. Purtroppo, la Chiesa sin dal primo secolo ha frainteso quella Legge che sia Gesù che Paolo avevano amato e vissuto. Ci sono almeno tre fondamentali ragioni per questa carenza d’informazione riguardo la Legge nella chiesa di oggi:
In primo luogo, quando la chiesa primitiva si è gradualmente espansa da Gerusalemme verso Occidente, molti dei convertiti greci e romani che divennero leader della chiesa hanno conservato alcune delle loro pratiche culturali pagane. Di conseguenza, hanno letto le Scritture Ebraiche con la loro mentalità greca. Hanno imposto al testo biblico uno schema interpretativo straniero che ha immesso un’informazione inesatta nella teologia della chiesa riguardo la Legge di Dio, la quale è in contrasto con la Parola di Dio conosciuta da Gesù e Paolo.
Secondo, per Paolo la Legge era Parola di Dio, ed egli non aveva di certo intenzione di dare inizio a una nuova religione opposta alla Scrittura. Le polemiche di Paolo, che sembrano essere dirette contro la Legge, erano in realtà rivolte contro il cattivo uso della Legge da parte di quelli che cercavano di mettere le chiese gentili sotto la schiavitù dell’insegnamento che la Legge serviva loro per la salvezza.
Terzo, l’insegnamento che la Legge è stata sostituita o è in opposizione alla grazia non ha avuto origine con Paolo, ma si è sviluppata a seguito dell’interpretazione eretica che Marcione ha fatto degli scritti di Paolo. Marcione, che morì verso il 160 d.C. respinse completamente l’Antico Testamento. Egli credeva, attraverso l’influenza dello gnosticismo, a una nozione demiurgica che il Dio dell’Antico Testamento era un Dio crudele e diverso. Era così preso dalla convinzione che il messaggio di grazia predicato da Paolo era contro la Legge di Dio che considerava testo ispirato del Nuovo Testamento solo gli scritti di Paolo, cioè quelli che erano in accordo con la sua teologia. Le idee di Marcione erano così estranee alla Parola di Dio che il pastore Policarpo, discepolo diretto di Giovanni, lo chiamò il « primogenito di Satana ». Marcione si recò a Roma verso il 139 d.C. facendo un generoso dono alla chiesa, la quale, dopo aver esaminato le sue idee restituì il denaro e lo scomunicò. Marcione fondò una sua propria chiesa la quale mischiò gnosticismo e cristianesimo, creando una teologia fortemente dualistica e antagonistica al giudaismo, rigorosamente ascetica, celibe, che ha avuto un’influenza distruttiva sulla cristianità. Purtroppo, molti cristiani moderni hanno inconsapevolmente accolto le sue idee.
In seguito Agostino ha sostenuto le idee di Marcione sulla grazia in opposizione alla Legge, e ne ha fatto una parte importante della teologia della chiesa. Al tempo della Riforma, uomini come John Wycliffe con il suo primo manoscritto inglese della Bibbia, e Miles Coverdale il traduttore della prima Bibbia stampata in inglese, sono stati fortemente influenzati da Agostino. Nel 1514 Coverdale fu ordinato sacerdote ed entrò nel Monastero Agostiniano di Cambridge. Il concetto della grazia contro la Legge ha subito un’accelerazione quando il riformatore francese Giovanni Calvino ha approvato questa posizione nella sua « Istituzione della religione cristiana », che divenne la guida delle Chiese Riformate del protestantesimo.

La Legge è durata fino a Giovanni
È comune sentire qualcuno che riporta, fraintendendola, la frase di Luca 16:16, chiedendo poi: « Il Nuovo Testamento non dice che la Legge e i profeti hanno durato solo fino a Giovanni? » Insieme con l’altra domanda: « Oggi non siamo forse sotto l’era della grazia? » Questo versetto è spesso male interpretato. Luca 16 sta semplicemente affermando che era iniziata una nuova epoca nel piano redentivo di Dio (da quel tempo è annunziata la buona novella del regno di Dio…), ma non sta dicendo che con la venuta di Giovanni la Torah è stata abolita o ha perso la sua autorità. Anzi, fino a Giovanni Battista la Torah e i Profeti hanno dato la loro testimonianza predittiva della venuta del regno di Dio; ora, in aggiunta alla loro testimonianza, il regno di Dio viene proclamato direttamente, prima da Giovanni e poi da Gesù.
Inoltre il Vangelo di Luca non poteva significare che la Legge di Dio è stata superata, perché si è continuato ad osservarla anche dopo questa dichiarazione di Gesù. È chiaro che Gesù Cristo, come anche Paolo, non hanno mai contemplato la sostituzione della Legge eterna di Dio (Mat.5:17-20; Rom.3:31).

Gesù andò oltre la lettera della Legge
Spesso Gesù è andato oltre la lettera della Legge e ha istruito i suoi discepoli nello spirito della Legge. Alcuni esempi possono essere visti quando egli ha ammonito che guardare in maniera lussuriosa una donna equivale ad aver commesso adulterio, e chi dice al proprio fratello di essere pazzo merita di andare nella geenna del fuoco (Mat.5:19-30). Ciascuno degli esempi di cui sopra vanno ben al di là della lettera della Legge.
Qual era l’intenzione di Paolo quando ha insegnato che la lettera della Legge uccide? È ovvio che non voleva dire che la Legge di Dio è cattiva e che rende le persone schiave, come qualcuno oggi suggerisce. Paolo ha rispettato la Legge e ha incoraggiato gli ebrei a fare lo stesso (1Cor.7:18). Dovremmo anche ricordare che queste parole sono state scritte per i gentili di Corinto, non per i credenti ebrei (2Cor.3:6). Il fatto è che uno degli obiettivi della Legge è quello di mostrare e definire il peccato. Per i convertiti Gentili cercare di osservare uno stile di vita ebraico senza un disciplinato retroterra di devozione, sarebbe diventata una schiavitù né necessaria né corretta. In questo contesto Paolo dice che la lettera della Legge uccide, ma poi ha continuato dicendo che lo spirito della Legge vivifica. Paolo stava parlando della salvezza dei Gentili e su questo argomento la lettera della Legge è morte ed è solo attraverso il suo spirito che può venire la vita. La sintesi del pensiero di Paolo lo troviamo nella sua dichiarazione ai Romani: «La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte…affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo spirito» (Rom.8:2-4).
Il tributo più significativo alla Legge di Dio è venuto dal Salvatore stesso quando disse: «chi li avrà messi in pratica ed insegnati [i comandamenti di Dio], esso sarà chiamato grande nel regno dei cieli» (Mat.5:19). La triste verità è che ben presto, diverse nuove idee hanno preso il posto della Legge di Dio.

Alcuni scopi della Legge
1 – Istruire i credenti su come servire, rendere il culto e piacere a Dio (Sal.19:7,9).
2 – Istruire i credenti su come trattare i loro simili ed avere tra di loro sane relazioni (Lev.19:18; Gal.5:14; 6,2).
3 – Istruire i credenti sul modo di essere felici e prosperare qui sulla terra e manifestare la potenza e l’autorità del regno di Dio nella loro vita (Gios.1:8; Sal.1:1-3; Luca 12:32).
4 – La Legge è stata data, non per salvare, ma per misurare le opere dell’uomo verso Dio e verso il suo prossimo, raddrizzare tutte le questioni contrarie alla sana dottrina (1Tim.1:8-10; 2Tim.2:5; 1Cor.6:1-12; 3:13; Rom.2:12; Apoc.20:12,13).
5 – La Legge è un maestro che ci mostra la nostra colpevolezza e quindi ci conduce a Cristo, la nostra giustificazione messianica (Gal.3:21-24; Rom.3:19).
6 – La Legge ci dà la conoscenza e la profondità del nostro peccato (Rom.3:20; 4:15; 7:7,8).
7 – La Legge rivela la buona, santa, giusta, e perfetta natura di Dio, nonché la sua volontà (Sal.19:7,9; Rom.7:12).
8 – La Legge deve essere confermata o compiuta dalla nostra fede, perciò è chiamata la «legge della fede» (Rom.3:27,31).
9 – La stessa Legge oggi è scritta nei nostri cuori, e per mezzo dello Spirito di Dio possiamo prendere diletto in essa (Rom.7:22).

QOHELET, IL LIEVE SUSSURRO NEL GRAN SILENZIO DI DIO (Gianfranco Ravasi)

http://www.bibbiablog.com/2011/12/02/qohelet-il-lieve-sussurro-nel-gran-silenzio-di-dio/

L’opera una rilettura del cardinale Ravasi sugli interrogativi attuali e sul senso angoscioso dell’esistenza

QOHELET, IL LIEVE SUSSURRO NEL GRAN SILENZIO DI DIO

di Ravasi Gianfranco

L’ insieme delle domande più misteriose della Bibbia La sentenza «Il sapiente è tormentato, l’ ignorante è ilare nella sua beceraggine. Solo l’ intelligente vede il vuoto che rode l’ essere»
Uno pseudonimo ebraico, Qohelet, rimanda al vocabolo qahal , «assemblea», in greco ekklesía , donde il greco-latino Ecclesiastes è divenuto la titolatura comune nell’ Occidente cristiano di un’ opera tuttora oggetto di differenti decifrazioni.
Interpretato come testo pessimistico, scettico, considerato espressione dell’ ideologia dell’ aurea mediocritas , influenzato dalla filosofia greca del III secolo a. C., ritenuto una guida ascetica di distacco e disprezzo del mondo a parte della tradizione cristiana, è stato negli ultimi decenni da qualche esegeta riportato nell’ alveo rassicurante dell’ ottimismo a causa di alcuni passi, per la precisione sette (2,24-25; 3,12-13; 3,22; 5,17; 8,15; 9,7-9; 11,7-10), dai quali emergerebbe un appello al sereno godimento delle scarse gioie che la vita riserva. A questa interpretazione si accosterebbe, paradossalmente, anche lo scrittore francese Albert Camus quando, nel Mito di Sisi fo , vede in Don Giovanni «un uomo nutrito dall’ Ecclesiaste», «un pazzo che è un gran saggio» perché «questa vita lo appaga». (…) La tonalità dominante è quella dell’ inconsistenza, emblematicamente incarnata dal vocabolo caro a Qohelet, hebel/ habel , che risuona ben 38 volte, talora nella forma superlativa habel habalîm , il celebre vanitas vanitatum della versione latina della Volgata: il termine allude al fumo, al vapore, al soffio e quindi definisce la realtà come vuoto, vacuità, caducità irreversibile. (…) L’ incrinatura che fa scoprire la presenza dell’ hebel nell’ essere e nell’ esistere si incontra anche nell’ intelligenza umana.
Qohelet è un sapiente, uno scriba, un intellettuale (12,9-10); disprezza la stupidità, per ben 85 volte introduce le sue riflessioni in prima persona, consapevole di un’ originalità del suo pensiero. Eppure il risultato finale del conoscere è aspro: grande sapienza è grande tormento, chi più sa più soffre (1,13-18). «Anche il filosofo che crede di guidare il mondo – scrive un commentatore, Daniel Lys – non guida che il vento. Il paradosso della sapienza è che la sapienza suprema consiste nel sapere che la sapienza è vento quando pretende di essere suprema».
Non c’ è, allora, nessuna differenza tra sapienza e stupidità? No, risponde Qohelet, una differenza c’ è ed è terribile: il sapiente è tormentato, l’ ignorante è ilare nella sua beceraggine. Solo l’ intelligente vede il vuoto che rode l’ essere e la morte che pervade ogni atto che si compie sotto il sole. (…) Il Dio di Qohelet è un Deus absconditus : «La immensità di Dio non ha per Qohelet nulla di rallegrante; meraviglia in sé, resta pura impenetrabilità» (Horst Seebass). I buoni motivi che Dio – chiamato 32 volte su 40 ha-’ elohîm , cioè «il Dio», in modo freddo e distaccato – può avere sono per noi privi di incidenza perché ci restano sconosciuti. La sua opera contiene in sé una incomprensibilità tale da spegnere ogni interrogativo e rendere vana, non solo la contestazione, ma anche ogni tentativo di decifrazione del suo senso (si veda soprattutto 4,17-5,6).
A questo punto scatta un interrogativo: come possiamo, dopo aver letto tutte le pagine di questo autore dai temi spesso sconcertanti e fin provocatori, definire Qohelet «parola di Dio»? O ancora, come ha fatto il canone delle Scritture ebraiche, e quindi la comunità giudaica e cristiana, ad accogliere al proprio interno un testo apparentemente «scandaloso»? Certo, l’ interpretazione «ascetica», che ha usato l’ opera come se fosse un appello al distacco dalle cose, ha aiutato l’ inserimento di Qohelet nelle Scritture o, almeno, è servita a smorzarne la provocazione come, d’ altronde, appare nell’ epilogo del redattore finale che riduce l’ insegnamento di Qohelet alla dogmatica sapienziale classica (12,13-14).
I rabbini per «giustificare» Qohelet sono ricorsi anche ai suoi sette appelli al godimento delle gioie lecite, appelli distribuiti nell’ opera, oppure al fatto curioso e allegorico che la prima e l’ ultima parola del libro (rispettivamente: dibrê , «parole» e ra ‘ , «perverso, cattivo») si ritrovano nella Tôrah, cioè nella Legge! In realtà, c’ è una strada per comprendere come questa teologia così nuda e povera possa a buon diritto far parte ed essere coerente con la «Rivelazione» biblica. Per la Bibbia, infatti, la parola divina s’ incarna e si esprime attraverso la storia e l’ esistenza. Essa, perciò, acquista anche rivestimenti miseri, può farsi domanda, supplica (Salmi), persino imprecazione (Giobbe) e dubbio (in Qohelet).
Si vuole, così, affermare che nella stessa crisi dell’ uomo e nel silenzio di Dio si può nascondere una parola, una presenza, un’ epifania segreta divina. Il terreno umano dell’ interrogativo amaro, come quello di Giobbe, può essere misteriosamente fecondato da Dio. La Rivelazione, quindi, può passare attraverso le oscurità di un uomo come Qohelet, disincantato e in crisi di sapienza, ormai vicino alla frontiera del silenzio e della negazione.
Il silenzio di Dio e della vita non è per la Bibbia necessariamente una maledizione, ma è una paradossale occasione d’ incontro divino lungo strade inedite e sorprendenti. Qohelet è, dunque, la testimonianza di un Dio povero che ci è vicino, non in virtù della sua onnipotenza, ma della sua «incarnazione», ed è in questa fratellanza che salva e si rivela.

Ravasi Gianfranco

The Nativity of the Blessed Virgin Mary

The Nativity of the Blessed Virgin Mary dans immagini sacre birth_of_the_blessed_virgin_mary

http://www.holycomforterparish.org/eNewsletter/eNewsletter_2011_09_02.htm

 

 

 

Publié dans:immagini sacre |on 7 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

FESTA DELLA NATIVITÀ DI MARIA: OMELIA DI PAOLO VI

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1964/documents/hf_p-vi_hom_19640908_nativita-vergine-maria_it.html

FESTA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

OMELIA DI PAOLO VI

Martedì, 8 settembre 1964

Dilette Figlie in Cristo!

È motivo per Noi di grande consolazione spirituale celebrare la festa della Natività di Maria Santissima con voi tutte buone e care Religiose!
Spesso celebrando le nostre sacre solennità Ci angustia il pensiero circa la comprensione, circa la partecipazione dei fedeli che assistono al rito, avendo ragione di dubitare se essi comprendano, se essi siano uniti alla preghiera della Chiesa, se essi godano pienamente il senso dei misteri ricordati, delle orazioni proferite, del valore spirituale e morale di quanto il culto dovrebbe presentare alle nostre anime. Questo pensiero, questo dubbio qui non sussiste! Noi siamo sicuri che voi tutte siete con Noi per dare pienezza di significato e di fervore a questa santa Messa in onore di Maria nascente; e ciò per tre evidenti ragioni, che insieme concorrono a rendere solenne e memorabile la presente cerimonia.
Prima ragione: essa ci. obbliga a ricordare l’apparizione della Madonna nel mondo come l’arrivo dell’aurora che precede la luce della salvezza, Cristo Gesù, come l’aprirsi sulla terra, tutta coperta dal fango del peccato, del più bel fiore che sia mai sbocciato nel devastato giardino dell’umanità, la nascita cioè della creatura umana più pura, più innocente, più perfetta, più degna della definizione che Dio stesso, creandolo, aveva dato dell’uomo: immagine di Dio, bellezza cioè suprema, profonda, così ideale nel suo essere e nella sua forma, e così reale nella sua vivente espressione da lasciarci intuire come tale primigenia creatura era destinata, da un lato, al colloquio, all’amore del suo Creatore in una ineffabile effusione della beatissima e beatificante Divinità e in un’abbandonata risposta di poesia e di gioia (com’è appunto il «Magnificat» della Madonna), e d’altro lato destinata al dominio regale della terra.
Ciò che doveva in Eva apparire e svanire miseramente, per un disegno d’infinita misericordia (potremmo quasi dire per un proposito di rivincita, come quello dell’artista che, vedendo infranta l’opera sua, vuole rifarla, e rifarla ancora più bella e più rispondente alla sua idea creatrice), Dio fece rivivere in Maria: «ut dignum Filii tui habitaculum effici mereretur, Spiritu Sancta cooperante. praeparasti», come dice l’orazione’ a voi tutte ben nota; ed oggi, giorno dedicato al culto di questo dono, di questo capolavoro di Dio, noi ricordiamo, noi ammiriamo, noi esultiamo: Maria è nata, Maria è nostra, Maria restituisce a noi la figura dell’umanità perfetta, nella sua immacolata concezione umana, stupendamente corrispondente alla misteriosa concezione della mente divina della creatura regina del mondo. E Maria, per nuovo e sommo gaudio, incantevole gaudio delle nostre anime, non ferma a Sé il nostro sguardo se non per spingerlo a guardare più avanti, al miracolo di luce e di santità e di vita, ch’Ella annuncia nascendo e recherà con Sé, Cristo Signore, il Figlio suo Figlio di Dio, dal quale Ella stessa tutto riceve. Questo è il celebre giuoco di grazia, che si chiama Incarnazione, e che oggi ci fa presagire in anticipo, in Maria, lampada portatrice del lume divino, porta per cui il Cielo muoverà i suoi passi verso la terra, madre che offrirà vita umana al Verbo di Dio, l’avvento della nostra salvezza.
Voi sapete, Figlie dilettissime, tutte queste cose; voi le meditate, voi le onorate, voi le imitate; Maria ve ne dà il quadro sublime, nel quale Ella trionfa in umiltà ed in gloria senza pari. Non è questa una ragione che Ci fa lieti di sapervi tutte intimamente associate a questa gioia della Chiesa, a questa glorificazione della Madonna?
Seconda ragione: voi celebrate con Noi questa festa, soave ed intima, come una giornata di famiglia, come un avvenimento domestico, che stringe i cuori in dolci e comuni sentimenti. È la festa della Madre comune e celeste; e Noi comprendiamo come la vostra devozione si accresca per il fatto che voi oggi la celebrate insieme con questo umile Padre comune e terrestre, col Papa. E codesta pia soddisfazione rende lieti anche Noi, che sentiamo la vostra devozione unirsi alla Nostra, la vostra preghiera alla Nostra, la vostra fiducia alla Nostra.
Ci pare, care e buone Religiose, che voi siate queste mattina il Nostro mazzo di fiori, col quale Ci presentiamo a Maria per esprimerle i Nostri auguri – oh, diciamo meglio: i nostri omaggi! – nel giorno del suo genetliaco. Viene alle Nostre labbra una specie di infantile discorso: Vedi, Maria, che cosa Ti offriamo, questi fiori; sono i più bei fiori della Santa Chiesa; sono le anime dell’unico amore, dell’amore al Tuo divino Figliuolo Gesù, sono le anime che hanno veramente creduto alle sue parole, e che hanno lasciato tutto per seguire Lui solo; lo ascoltano, lo imitano, lo servono, lo seguono, con Te, sì, fino alla Croce; e non si lamentano, non hanno paura. non piangono, anzi sono sempre liete, sono buone, Maria, sono sante queste figliuole della Chiesa di Cristo! Noi speriamo che la Madonna Santissima ascolti queste semplici parole, c che si senta onorata dell’offerta, che Noi oggi le facciamo di voi, Religiose. Diciamo di più: di tutte le Religiose della Santa Chiesa; e speriamo che le voglia guardare tutte, Lei la benedetta fra tutte, con quei suoi occhi misericordiosi (illos tuos misericordes oculos . . .); che le voglia rallegrare, le voglia proteggere e benedire; perché sono sue, e sono sue perché sono della Chiesa!
Pare a Noi che questo incontro metta in evidenza particolare cotesto aspetto della vostra vita religiosa. Perché oggi voi siete tanto contente di assistere alla santa Messa del Papa e di venerare con lui la Madonna santissima? e perché il Papa è lui stesso contento d’avervi con sé? Perché voi siete, dicevamo, della Chiesa; voi appartenete, e con vincoli di particolare adesione, al corpo mistico di Cristo, e nella comunità ecclesiastica voi avete un posto speciale: voi siete il gaudio della Chiesa, voi l’onore, voi la bellezza, voi la consolazione, voi l’esempio! Noi possiamo anche aggiungere: voi la forza! Per la vostra pietà, per la vostra umiltà, per la vostra docilità, per il vostro spirito di sacrificio, voi siete le figlie predilette della santa Chiesa. Questo incontro deve ravvivare in voi il «senso della Chiesa». Avviene talvolta che questo «senso della Chiesa» sia meno avvertito e meno coltivato in certe famiglie religiose: per il fatto che esse vivono appartate, e che esse trovano nell’ambito delle loro comunità tutti gli oggetti d’immediato interesse, e poco sanno di quanto accade fuori del recinto delle loro occupazioni, a cui sono totalmente dedicate; avviene talora che la loro vita religiosa abbia orizzonti limitati, non solo per ciò che riguarda la vicenda delle cose di questo mondo, ma anche per ciò che riguarda la vita della Chiesa, i suoi avvenimenti, i suoi pensieri e i suoi insegnamenti, i suoi ardori spirituali, i suoi dolori e le sue fortune.
Questa non è una posizione ideale per la Religiosa; essa perde la visione grande e completa del disegno divino per la nostra salvezza e per la nostra santificazione. Non è un privilegio il rimanere ai margini della vita della Chiesa e costruire per sé una spiritualità che prescinda dalla circolazione di parola, di grazia e di carità della comunità cattolica dei fratelli in Cristo. Senza togliere alla Religiosa il silenzio, il raccoglimento, la relativa autonomia, lo stile di cui ha bisogno, la forma di vita che le è propria, Noi auguriamo che le sia restituita una partecipazione più diretta e più piena alla vita della Chiesa, alla liturgia specialmente, alla carità sociale, all’apostolato moderno, al servizio dei fratelli. Molto si fa in questo senso; e Noi crediamo con profitto sia della santificazione della Religiosa, sia dell’edificazione dei fedeli. Noi ricordiamo che a Milano, proprio in occasione di questa festività, invitammo ad assistere alla Nostra messa pontificale le care Suore di Maria Bambina, in quel Duomo, ch’è certo una delle più belle e più grandi cattedrali del mondo, e ch’è appunto dedicato alla Natività di Maria: nessuna di quelle Suore sentiva dalla propria devozione l’invito a partecipare al solenne e splendido rito in onore di Maria nascente nella Cattedrale della Città dove esse hanno la loro casa-madre e una magnifica rete di attività caritative; le invitò l’Arcivescovo; e vennero poi in Duomo tutti gli anni all’otto di settembre, in bel numero; e furono felici di sentirsi in quel giorno figlie predilette della Chiesa, come Noi lo fummo nel salutarle durante la Omelia e nel benedirle, come esemplari e degne della Nostra benevolenza. Ricordiamo anche quanto Ci sembrò edificante vedere nelle chiese delle fiorenti comunità missionarie della Rhodesia meridionale e della Nigeria le Suore, delle varie famiglie religiose, assistere, in posti riservati, alle funzioni domenicali, con grande loro onore e con grande consolazione ed ammirazione di tutti i fedeli.
Ebbene, questo incontro, ripetiamo, servirà a riaccendere in voi, come auguriamo in tutta la immensa schiera delle anime religiose femminili, l’amore alla Chiesa e a mettervi sempre più in comunione con lei. Grande pensiero, ricordatelo, è questo, che può aprire la finestra sulla realtà spirituale, a cui avete dedicato la vita; la Chiesa infatti è l’opera di salvezza stabilita da Cristo; grande pensiero, che può confortare e sostenere la modestia e il nascondimento delle vostre occupazioni; la Chiesa è il regno del Signore, chi vi appartiene e chi la serve partecipa alla dignità, alla fortuna di questo regno; grande pensiero, sì, è la Chiesa, che apre alla vostra oblazione le vie per le quali essa può essere sempre più feconda di risultati apostolici, di carità sapiente, di meriti immensi.
Noi crediamo che sia venuto il giorno in cui occorra mettere in più alto onore e in maggiore efficienza la vita religiosa femminile; e che questo possa avvenire perfezionando i vincoli che la uniscono a quella della Chiesa intera. Vi faremo a questo proposito una confidenza : Noi abbiamo dato disposizioni affinché anche alcune Donne qualificate e devote assistano, come Uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie Congregazioni generali della prossima terza Sessione del Concilio ecumenico vaticano secondo; a quelle congregazioni, diciamo, le cui questioni poste in discussione possono particolarmente interessare la vita della Donna; avremo così per la prima volta, forse, presenti in un Concilio ecumenico alcune, poche, – è ovvio – ma significative e quasi simboliche rappresentanze femminili; di voi, Religiose, per prime; e poi delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, affinché la Donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana.
* * *

Mentre godiamo di fare a voi questo annuncio Ci rattrista il pensiero delle tante manifestazioni della vita moderna in cui la Donna appare decaduta dall’altezza spirituale ed etica, che il migliore costume civile e la elevazione alla vocazione cristiana le attribuiscono, al livello dell’insensibilità morale e spesso della licenza pagana; è privata la Donna, mentre le sono aperte le vie delle esperienze più pericolose e morbose, della vera felicità e dell’amore vero, che non possono mai esser disgiunti dal senso sacro della vita.
E Ci fa pena anche il vedere come tante anime femminili, fatte per le cose alte e generose, non sanno più oggi dare alla propria vita un senso pieno e superiore, perché mancano di due coefficienti della pienezza interiore: la preghiera, nella sua espressione completa, personale e sacramentale: e lo spirito di dedizione, di amore cioè che dà e che vivifica. Restano anime povere e tormentate, a cui le distrazioni esteriori recano fallace rimedio.
Ecco allora che la terza ragione del Nostro gaudio spirituale originato da questo incontro viene a consolarci; ed è quella di osservare nel vostro numero e nel vostro fervore che vi sono ancor oggi anime pure e forti che hanno sete di perfezione e che non hanno né paura, né vergogna a indossare l’abito religioso, l’abito della consacrazione totale della propria vita al Signore.
Veramente anche a questo riguardo Noi dovremmo fare una duplice non lieta osservazione; e cioè che le vocazioni religiose, anche femminili, sono in diminuzione; e che la Chiesa ed anche la società profana hanno un crescente bisogno di tali vocazioni. È questo uno dei problemi del nostro tempo, per la cui soluzione occorrerà operare e pregare.
Ma fermiamoci ora alla prova della vitalità religiosa che la vostra presenza Ci offre. Noi ringraziamo la Madonna di questa consolazione, che Ci lascia intravedere la sua provvida e materna assistenza alla Chiesa; che Ci offre l’esempio d’una sempre rifiorente generosità cristiana, che Ci fa pensare a tutto il tesoro di opere buone, a cui la vostra vita è consacrata.
Noi preghiamo la Madonna per voi: che ci dia la certezza per la bontà della scelta da voi fatta; essa è la migliore, essa è la più difficile e la più facile insieme, essa è la più vicina a quella di Maria Santissima, perché, come la sua, è tutta governata da un semplice e totale abbandono alla divina volontà: «Fiat mihi secundum Verbum tuum!». Noi la pregheremo perché vi faccia forti: oggi la vita religiosa esige fortezza; ieri forse era il rifugio di tante anime deboli e timide; oggi è l’officina delle anime forti, costanti ed eroiche. Noi la pregheremo infine perché la Madonna vi faccia liete e felici; la vita religiosa, per povera e austera che sia, non può essere autentica che nella gioia interiore! È quella che Noi vi auguriamo a ricordo di questo incontro a tutte chiedendo orazioni per il Concilio e per la Chiesa intera, a tutte dando la Nostra Benedizione.

Commento sulla prima lettura : Isaia 35,1-6.8.10

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2035,1-6.8.10

Isaia 35,1-6.8.10

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. 2 Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. 3 Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. 4 Dite agli smarriti di cuore: « Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi ». 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
8 Ci sarà una strada appianata e la chiameranno « Via santa »; 10 su di essa ritorneranno i riscattati dai Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

COMMENTO
Isaia 35,1-6.8.10

La strada nel deserto
Il testo liturgico è tratto da una raccolta di oracoli chiamata «piccola apocalisse» (Is 34-35), l’ultima di quelle che costituiscono la prima parte del libro di Isaia, situata dopo la seconda raccolta di poemi su Giuda e Israele (Is 28-33) e prima dell’Appendice storica (Is 36-39). Questa raccolta, che fa da pendant alla grande apocalisse (Is 24-27), è certamente tardiva, come attesta il suo genere letterario. Essa abbraccia solo due oracoli: giudizio contro Edom (Is 34) e trionfo di Gerusalemme (Is 35). Questo secondo oracolo preannunzia la seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55) e soprattutto il suo carme iniziale (Is 40) di cui anticipa i temi principali. È probabile quindi che risalga all’epoca e all’ambiente del Deuteroisaia. Il testo liturgico si divide in cinque parti: trasformazione del deserto (vv. 1-2), venuta di JHWH (vv. 3-4), guarigione dei malati (vv. 5-6), la via sacra (v. 8), ritorno dei riscattati (v. 10).
L’oracolo inizia con un invito rivolto da Dio, per bocca del profeta, al deserto: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo» (vv. 1-2a). Questi versetti ricalcano un motivo attestato nel Deuteroisaia, dove si menziona l’abbondanza di acqua nel deserto e nella terra un tempo arida e senza vegetazione (Is 41,18). L’esultanza del deserto si manifesta attraverso la nascita improvvisa di fiori inconsueti in quella regione. Il deserto di cui si parla è quello che separa la Mesopotamia dalla Palestina: attraverso di esso gli esuli ritornano nella loro terra. Il rifiorire del deserto è un’immagine che viene usata non soltanto per indicare la facilità con cui il deserto viene percorso dagli esuli, ma anche per significa la trasformazione interiore degli esuli, che prendono coscienza di sé e della propria realtà di popolo. All’invito corrisponde una promessa: «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2b). Il deserto sarà reso simile alle regioni più note per la loro fertilità e vegetazione. La promessa più grande consiste nel vedere la gloria di Dio. Sintatticamente chi avrà questa visione è il deserto, ma l’autore, usando il pronome di terza persona plurale maschile, dimostra di pensare già agli esuli che ritornano. Durante il viaggio nel deserto essi faranno una intensa esperienza di Dio, il quale li aiuterà a comprendere fino in fondo il senso della scelta fatta.
La venuta di JHWH viene nuovamente annunziata mediante un invito fatto a imprecisati ascoltatori: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (vv. 3-4). Dal contesto appare il messaggio è rivolto agli esuli che si sono messi in cammino. Essi sono ancora infiacchiti dal lungo periodo di esilio, non hanno fiducia in se stessi, e soprattutto non hanno la sicurezza di poter riuscire nella loro impresa. Perciò vengono incoraggiati con l’assicurazione della presenza di JHWH che li guida come aveva fatto un tempo con gli israeliti durante l’esodo dall’Egitto. Egli porta con sé da una parte la salvezza, riservata al suo popolo, e dall’altra il castigo per i loro nemici che sono anche i suoi nemici. La ricompensa divina non consiste in un premio guadagnato con le proprie opere buone, ma nella salvezza donata gratuitamente da Dio al suo popolo.
Alla venuta dio JHWH corrisponde la guarigione di persone afflitte da diverse malattie o disabilità: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (vv. 5-6). Gli esuli che si mettono in cammino sono paragonati a persone afflitte da mali che impediscono loro la possibilità stessa di fare un lungo cammino a piedi. Nonostante la loro inabilità, essi si mettono in cammino senza difficoltà per raggiungere la meta. La loro guarigione è il simbolo più chiaro della riuscita della loro impresa. La ripresa del tema iniziale del deserto che rifiorisce per l’abbondanza di acque indica nuovamente il successo del piano di Dio.
Dopo una nuova descrizione del deserto che rifiorisce (v. 7) viene annunziata la creazione di una grande strada: «Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno» (v. 8). L’immagine della strada è tipica del Deuteroisaia (cfr. Is 40,3; 43,19; 49,11). Essa partecipa della santità di Dio, perché è Dio stesso che la percorre a capo del suo popolo. Con la santità va di pari passo la purezza, che è una prerogativa del popolo rimasto fedele a Dio. Anche chi non conosce la strada, per ignoranza o cattiva volontà, non potrà smarrirsi perché è Dio che guida le carovane dei rimpatriati.
Dopo un ulteriore accenno alla trasformazione del deserto (v. 9) vengono descritti coloro che camminano nella grande strada: «Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10). A coloro che si mettono in cammino viene conferito l’appellativo di «riscattati», in quanto sono considerati come schiavi per la cui liberazione Dio stesso simbolicamente ha pagato un prezzo. Loro prerogativa è la felicità più piena.

Linee interpretative
L’immagine del deserto che rifiorisce al passaggio degli esuli dà l’idea di un rinnovamento che, partendo dal cuore umano, si estende a tutto il creato. I giudei esuli in Babilonia hanno visto nel loro ritorno nella terra dei loro padri un dono meraviglioso di Dio, che ha adempiuto le sue promesse. Per loro è stato il momento di rifondare il loro stato teocratico, pur sotto la dominazione degli imperi stranieri. Un popolo che ritrova la sua identità e si pone al servizio di tutta l’umanità rappresenta un’enorme spinta verso un progresso in campo non solo spirituale ma anche economico e politico.
Nella realtà però il ritorno dall’esilio non ha comportato l’adempimento delle attese dei rimpatriati, i quali si sono trovati di nuovo immersi nei problemi di sempre. Inoltre essi non hanno saputo superare la tentazione dell’esclusivismo, che li ha portati tendenzialmente a chiudersi in se stessi, difendendosi dagli influssi esterni. Essi così sono stati costretti a proiettare in un futuro imprecisato quella pienezza che avevano atteso per la fine dell’esilio. Essi hanno dovuto capire a loro spese che il regno di Dio non è una realtà che si attua nella storia, ma una meta a cui tendere, mantenendo vivi i valori in cui si crede e cercando continuamente di incarnarli nell’oggi.

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 7 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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