Archive pour septembre, 2012

Saint John Chrysostom

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Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

13 Settembre: San Giovanni Crisostomo : (Storia e Pagine scelte)

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13 Settembre: San Giovanni Crisostomo

(Storia e Pagine scelte)

Vescovo e Dottore della Chiesa

Educato dalla madre, Santa Antusa, Giovanni (nato ad Antiochia, probabilmente nel 349) negli anni giovanili condusse vita monastica in casa propria.
Poi, mortagli la madre, si recò nel deserto e vi rimase per sei anni, dei quali gli ultimi due li trascorse in solitario ritiro dentro una caverna, a scapito della salute fisica.
Chiamato in città e ordinato diacono, dedicò cinque anni alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione.
Ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano, ne diventò zelante collaboratore nel governo della chiesa antiochena.
La specializzazione pastorale di Giovanni era la predicazione, in cui eccelleva per doti oratorie e per la sua profonda cultura.
Pastore e moralista, si mostrava ansioso di trasformare il comportamento pratico dei suoi uditori, più che soffermarsi sulla esposizione ragionata del messaggio cristiano.
Nel 398 Giovanni di Antiochia – il soprannome di Crisostomo, cioè, Bocca d’oro, gli venne dato tre secoli dopo dai bizantini – fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla prestigiosa cattedra di Costantinopoli.
Nella capitale dell’impero d’Oriente Giovanni esplicò subito un’attività pastorale e organizzativa che suscita ammirazione e perplessità: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni antiariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili al richiamo della ricchezza.
I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d’ore, ma il dotto patriarca sapeva usare con consumata perizia tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l’udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire.
Predicatore insuperabile, Giovanni mancava di diplomazia per cautelarsi contro gli intrighi della corte bizantina.
Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da quello di Alessandria, Teofilo, ed esiliato con la complicità dell’imperatrice Eudossia, venne richiamato quasi subito dall’imperatore Arcadio, colpito da varie disgrazie avvenute a palazzo.
Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, dapprima sulla frontiera dell’Armenia, poi più lontano, sulle rive del Mar Nero.
Durante quest’ultimo trasferimento, il 14 settembre 407, Giovanni morì.
Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante.
Dei numerosi scritti del santo ricordiamo il volumetto “Sul sacerdozio”, un classico della spiritualità sacerdotale.

PAGINE SCELTE
Si deve soffocare l’ira prima del tramonto del sole
Raccomanda Paolo: Il sole non tramonti sulla vostra ira (Ef 4,26). Vuoi riempirti d’ira? Ti basti una sola ora e una seconda e una terza, in maniera che il sole, ad ogni modo, non vada a dormire lasciandovi nemici. Il sole sorge grazie alla bontà di Dio; che non tramonti, perciò, su persone indegne! Dal momento che il Signore, infatti, ha inviato il sole in virtù della sua grande bontà e ti ha rimesso i peccati, considera quanto tu sia malvagio, non rimettendo i peccati al tuo prossimo. Inoltre vi è anche un altro motivo: il beato Paolo teme che la notte, se sorprende infiammato colui che è stato colpito da un’offesa, accenda il fuoco ancor di più. Finché è giorno, infatti, ti è consentito di adirarti; quando cala la sera, però, riconciliati ed estingui il male recente. Se la notte ti sorprenderà in questo stato, infatti, il giorno successivo non sarà più in grado di estirpare il male accumulato nel corso della notte; anzi, se anche riuscirai a estinguerlo, in parte e non interamente, la notte successiva, ancora una volta, accenderà da ciò che resta un rogo ben più grande. E come quando il sole, non essendo riuscito con il calore del giorno a sciogliere e disperdere il vapore che durante la notte si è radunato e condensato nell’aria, favorisce il sopraggiungere della tempesta, allo stesso modo avviene per la nostra ira…
Perciò, ve ne prego, facciamo ogni cosa per estinguere le nostre inimicizie prima del tramonto del sole. Se le conservi per un primo e un secondo giorno, infatti, spesso giungerai a prolungarle anche sino a un anno. D’altronde le inimicizie stesse, dal canto loro, si accrescono da sole e non hanno bisogno di alcun pretesto per questo… Come, dunque, calmeremo l’ira? In che modo estingueremo la fiamma? Pensando ai nostri peccati e al fatto che saremo costretti a rendergliene conto; pensando che non feriamo il nemico, ma noi stessi.
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli Efesini, 14,1-2

Chiedere conto a Dio?
Noi mangiamo ogni giorno il pane. Come può, dunque, accadere che la qualità stessa di questo alimento si trasformi in sangue, in saliva, in bile e in tutti gli altri umori? Il pane, infatti, è solido e compatto, mentre il sangue, invece, è liquido; il pane, inoltre, è bianco oppure assume il medesimo colore del frumento, mentre il sangue, viceversa, è rosso e nero. Se uno, insomma, volesse passare in rassegna, una per una, tutte le differenze che intercorrono fra le altre rispettive qualità, riscontrerebbe una grande diversità fra il pane e il sangue.
Vorrei, a questo punto, che tu mi spiegassi dettagliatamente come tutto ciò possa accadere. Ma non riusciresti mai a farlo. Se, allora, non sei in grado di render ragione del modo con il quale si trasforma ogni giorno il cibo che mangi, come potrai chieder conto a me della creazione che Dio ha compiuto? Non sarà questa, forse, una dimostrazione di estrema follia? Se Dio fosse simile a noi, allora sì che potresti domandar conto delle sue opere! Anzi, neanche in questo caso dovrebbe esserti concesso, dal momento che neppure di tanti fenomeni terreni, che avvengono sotto i nostri occhi, siamo in grado di dir nulla: del modo come, ad esempio, possa venir fuori l’oro dai metalli che la terra racchiude, ovvero come avvenga che la sabbia si trasformi in limpidissimo vetro; a più forte ragione, poi, si potrebbe citare, a tal proposito, tutte le opere prodotte artificialmente dall’uomo, delle quali ignoriamo il modo con cui siano state realizzate. Se, nondimeno, Dio fosse davvero simile a noi, ti sarebbe lecito chiedermene conto. Dal momento che, però, egli è infinitamente distante da noi e si sottrae a qualsiasi definizione, non è allora assurdo che quanti stimano immensa, divina e incomprensibile la sua sapienza e la sua potenza, vengano poi a chieder ragione, come per le cose umane, riguardo a ciascuna delle sue opere?
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Genesi, 1

Ci si difende con la croce, non con gli amuleti e gli incantesimi
Che cosa ne pensi di coloro che ricorrono a incantesimi e amuleti oppure si legano alla testa o ai piedi monete di bronzo con l’effigie di Alessandro il Macedone? Ebbene, dimmi: siamo proprio noi che, dopo la croce e la morte del Signore, dobbiamo riporre la nostra speranza di salvezza nell’immagine di un re pagano? Non sei a conoscenza delle opere straordinarie che la croce ha prodotto? Ha distrutto la morte, ha sconfitto il peccato, ha svuotato l’inferno, ha debellato la potenza del demonio. Non si deve dunque credere ch’essa possa restituire la salvezza a un corpo? La croce ha fatto risorgere il mondo intero, e tu non le dai fiducia? Che cosa, dunque, non saresti degno di soffrire!…
Non ti vergogni e non arrossisci per il fatto di esserti lasciato sedurre da queste cose, dopo aver conosciuto una dottrina così sublime? Ciò che è ancor più grave, poi, è che, mentre noi cerchiamo di metterti in guardia e di dissuaderti da tutto questo, coloro che ritengono, in questo modo, di giustificarti, dicono: «Ma la donna che fa questi incantesimi è cristiana e non parla d’altro se non del nome di Dio». Ebbene, è proprio per questo che io nutro verso di lei tutto il mio odio e il mio disprezzo, giacché, nel momento in cui afferma di esser cristiana, bestemmia il nome di Dio compiendo opere degne dei pagani. Anche i demoni, infatti, pronunciavano il nome di Dio; non per questo, però, cessavano di essere demoni. Nonostante si rivolgessero a Cristo, dicendo: Sappiamo chi sei: il santo di Dio (Mc 1,24); egli, tuttavia, li respinse con disprezzo e li scacciò.
E` per questo che vi supplico di astenervi da una simile falsità, affidandovi a queste parole («Io rinuncio a te, Satana!») come a un sicuro sostegno. E come nessuno di voi oserebbe scendere in piazza svestito o senza calzature, così pure non dovrai mai farlo senza prima aver pronunciato queste parole, nel momento in cui sei sul punto di varcare la soglia di casa: «Io rinuncio a te, Satana, alla tua vana ostentazione e al tuo culto, per aderire unicamente a te, o Cristo». Non uscire mai, senza prima aver enunciato questo proposito: esso sarà il tuo bastone, la tua corazza, la tua fortezza inespugnabile. E insieme a queste parole, imprimi anche il sigillo della croce sulla tua fronte. Così, infatti, non soltanto l’uomo che incontrerai, ma neppure il diavolo stesso potrà minimamente danneggiarti, vedendoti apparire con questa armatura.
Giovanni Crisostomo, Catechesi per i neofiti, 2,5

Qual è la volontà di Dio?
Chi sono coloro che ignorano ciò che valga davvero e ciò che sia volontà di Dio? Tutti quelli che aspirano a possedere i beni di questo mondo, che ritengono giusto cercare la ricchezza e disprezzano la povertà, che sono assetati di potere e anelano all`eterna gloria su questa terra; sono tutti coloro che si reputano chissà chi, per il fatto di aver innalzato splendide case, d`aver acquistato magnifici sepolcri, di possedere, magari, folle di schiavi ed esser attorniati da una schiera di eunuchi. Tutti costoro, infatti, ignorano ciò che valga davvero e, al tempo stesso, quale sia la volontà di Dio, dal momento che le due cose sono, in realtà, una sola.
Le cose che sono davvero utili per noi, Dio le vuole; e quelle che Dio vuole, d`altronde, sono per noi indubbiamente utili. E che cos`è che Dio vuole, allora? Che noi viviamo nella povertà, nell`umiltà, nel disprezzo della gloria, nella temperanza e non nei piaceri; nelle tribolazioni e non nella quiete; nel dolore e nell`austerità, non nella dissolutezza e nel divertimento; in tutte le altre condizioni, insomma, che egli ha prescritto. Molti, invece, non vedono di buon occhio questi insegnamenti e non ritengono che si tratti di cose utili né che rappresentino la volontà di Dio. E` per questo che costoro non hanno mai potuto giungere ad accettare le tribolazioni in nome della virtù. Chi, infatti, ignora cosa sia la virtù, ma anzi apprezza la dissolutezza, e chi, in luogo di una casta sposa, preferisce una meretrice, quando mai riuscirà a distaccarsi da questo mondo? Prima di ogni altra cosa, dunque, dobbiamo esprimere una giusta e corretta valutazione delle cose e, anche senza ancora mettere in pratica la virtù, dobbiamo tuttavia apprezzarla come merita; anche senza ancora distoglierci dalla nostra cattiva condotta, dobbiamo nondimeno condannarla e aderire intanto a una sana concezione della vita. Di questo passo, facendo progressi nella giusta direzione, saremo alla fine in grado di mettere in pratica i princìpi che abbiamo formulato. E` per questo che Paolo ci sollecita a rinnovarci, dicendo: Affinché possiate distinguere quale sia la volontà di Dio (Rm 12,2).
Giovanni Crisostomo, Commento alla lettera ai Romani, 20,2-3

L’Oriente a Roma: Una visita alla Basilica di San Saba, sul « piccolo Aventino »

http://www.zenit.org/article-32508?l=italian

L’ORIENTE A ROMA

Una visita alla Basilica di San Saba, sul « piccolo Aventino »

di Paolo Lorizzo*

ROMA, mercoledì, 12 settembre 2012 (ZENIT.org).- Un vento d’oriente ha spesso soffiato su Roma, fin dalla sua nascita. La cultura greca, presente fin dall’VIII secolo a.C. per scopi puramente commerciali nell’area di quello che poi diverrà il Foro Boario (i resti dell’Ara Massima di Ercole al di sotto della chiesa di S. Maria in Cosmedin stanno a testimoniarlo) è solo il primo di una serie di elementi culturali di tipo orientale che caratterizzeranno la storia di Roma antica. Costruita tra l’Aventino e il Celio, in quella porzione di territorio nota come ‘Piccolo Aventino’ sorge il complesso di S. Saba, un tempo formato da una chiesa e da un monastero, completamente isolato rispetto al nucleo urbano fino a quando, con il nuovo piano regolatore di Roma del 1909, venne edificato un nuovo quartiere (a cuila Basilicadà il nome) e il complesso religioso integrato ad esso.
L’antica costruzione prende il nome da S. Saba, personaggio di grande rilevanza storico-religiosa che tutt’oggi rappresenta uno dei capisaldi della cultura cristiana orientale. Di famiglia benestante, Saba ebbe la fortuna di studiare e formarsi nel contesto religioso monasteriale di Flavianae nei pressi della cittadina di Cesarea in Cappadocia e di maturare la consapevolezza di voler trascorrere una vita nella preghiera e nella meditazione. A soli 18 anni infatti giunse in Terrasanta e conobbe le asperità della vita anacoretica e la sua guida spirituale identificato nel monaco Eutimio, che lo iniziò ai concetti della religiosità più austera e all’importanza del vivere comune e della condivisione. Lui stesso, in seguito alla morte del maestro, ne fonderà una stabilendosi in una grotta nei pressi di Gerusalemme, intorno alla quale si formerà nel tempo una piccola comunità fino addirittura a raggiungere il numero di centocinquanta monaci. Questa comunità detta ‘lavra’ (dal greco ‘cammino stretto’) rappresentò per Saba uno dei momenti di grande crescita spirituale, basandosi sui principi del ritiro spirituale e dell’anacoretismo durante la settimana e sull’incontro e la comunione durante il sabato e la domenica per la condivisione eucaristica.
Nel 492 Saba venne ordinato sacerdote ‘archimandrita’ (a capo di tutte le unità monastiche anacoretiche palestinesi), un personaggio austero, talvolta severo ed intransigente, elementi che lo costrinsero ad allontanarsi per un periodo dalla sua comunità salvo tornarci su richiesta del patriarca. Morì nel 532 ultra novantenne e con la fama di aver compiuto lo straordinario miracolo contro i danni prodotti da una grande siccità.
L’edificio romano venne a lui dedicato alla luce delle grandi imprese compiute durante la sua vita, probabilmente l’unico luogo dell’area che venne abitato per secoli riutilizzando antiche preesistenze di epoca romana. Si ipotizza infatti che alcuni monaci eremiti, fuggiti dalla Palestina nel VII secolo, perché dilaniata da guerre e carestie, abbiano riadattato le rovine di una caserma della IV coorte dei vigili, situata in un luogo strategico per il controllo del territorio circostante. Prima ancora, nel VI secolo, era stato costruito un complesso formato dalla chiesa e dal monastero, la cui tradizione vuole sia stato il rifugio per un certo periodo di San Gregorio Magno e di sua madre Santa Silvia.
A partire dall’VIII secolo e per tutto il secolo successivo il complesso di S. Saba divenne il monastero più importante di Roma, soprattutto perché venne considerato il tramite ideale tra l’Autorità Ecclesiastica e Costantinopoli, mediante l’invio di ambasciatori (ruolo spesso ricoperto dagli stessi egumeni o abati). Ricoprire questo importante incarico diplomatico rappresentò per il complesso un periodo di grande ricchezza, che portò all’abbellimento degli interni con arredi mobili ed immobili di grande pregio. Il declino avvenne a partire dall’XI secolo quando la comunità di monaci sabaitici venne sostituita dapprima dai benedettini di Montecassino e successivamente dai cluniacensi attraverso l’applicazione del rigido protocollo della riforma religiosa cluniacense.
L’edificio religioso che ammiriamo oggi risale al XII/XIII secolo sorto sulle strutture della chiesa precedente, i cui resti sono attualmente visibili nei sotterranei. Da allora furono numerosi gli interventi di ristrutturazione e restauro che ne alterarono quasi integralmente l’aspetto originario di epoca medievale. E’ il caso del portico del XVIII secolo che occlude completamente la facciata della chiesa e che ha sostituito una più armoniosa costruzione fatta di colonne al piano terra e di bifore al piano superiore, irragionevolmente sostituiti rispettivamente da pilastri e finestrelle. Gli interventi di restauro del 1901 e del 1943, atti a ripristinare l’antico aspetto, non hanno però alterato il contesto architettonico d’ingresso, lasciando probabilmente in piedi una ‘bruttura’ che doveva essere migliorata. L’interno, diviso in tre navate da quattordici colonne di riuso, riassume quel clima di misticismo proprio delle prime comunità monastiche che soggiornarono nel luogo.
Il complesso venne acquisito nel 1573 dal Collegio Germanico Ungarico ed è tutt’ora gestito dai gesuiti.
* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l’Università degli Studi di Roma de ‘La Sapienza’. Esercita la professione di archeologo.

Publié dans:CHIESE - CHIESE E BASILICHE |on 12 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

L’uomo/donna all’origine – Card. Angelo Scola

http://www.sanpaolo.org/vita/0907vp/0907vp68.htm

Festival biblico di Vicenza

L’uomo/donna all’origine

del cardinale ANGELO SCOLA

La bellezza della Scrittura svela il mistero di Dio e risponde agli interrogativi che emergono dall’esperienza più profonda dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Bibbia viene affermato che l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio.
Il dossier raccoglie alcuni interventi tenuti durante il Festival della comunicazione di Alba (Cn) e il 5° Festival biblico di Vicenza. Si passa così dai mezzi di comunicazione ai contenuti, come l’analisi del card. Scola in apertura.

«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna» (Pr 30,18-19).
Con potenti immagini l’autore del libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.

L’uomo/donna
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema. L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la « strada dell’uomo attraverso la donna » (Pr 30,18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia 1985, Brescia, p. 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi « sposta » (differenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità.

A immagine di Dio
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità e alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un’affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,26-28). A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda ». [...] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: « Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta ». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può tanto meno dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Si capisce perché per il libro della Genesi a un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.

La differenza sessuale
Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al « fuori di sé ». E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (4,9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta d’imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a sua immagine.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13,3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.
Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio? Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza» (op. cit., pp. 144-145).

La tentazione dell’idolatria
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20,3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.
Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (34,1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato suo Figlio tra noi come via alla verità e alla vita.

La parola e i gesti di Gesù
Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che egli, in netta antitesi con i costumi del suo tempo, porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma l’assoluta dignità e la singolare vocazione.
Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cf Lc 7,37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «Si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cf Gv 4,5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, comprese quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili: da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38) e per questo Gesù dice «le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7,47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11); a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7,13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15,21-28).
«[L’uomo e la donna]», scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! »» (Gv 19,26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel « luogo » deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come sé stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (5,32-33).

cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Angelo Scola |on 12 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Sal 149: Il Signore ama il suo popolo.

(dalla messa di oggi)

Sal 149

Il Signore ama il suo popolo.

Cantate al Signore un canto nuovo;
la sua lode nell’assemblea dei fedeli.
Gioisca Israele nel suo creatore,
esultino nel loro re i figli di Sion. 

Lodino il suo nome con danze,
con tamburelli e cetre gli cantino inni.
Il Signore ama il suo popolo,
incorona i poveri di vittoria.

Esultino i fedeli nella gloria,
facciano festa sui loro giacigli.
Le lodi di Dio sulla loro bocca:
questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Holy Name of Mary, optional memory , September 12

Holy Name of Mary, optional memory , September 12 dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 11 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

ELIA (Lectio Divina Personaggi Biblici)

http://www.novena.it/Lectio_divina_personaggi_biblici/lectio_vedova.htm

ELIA

Lectio Divina Personaggi Biblici

A cura di fra Vincenzo Boschetto

Invocare
«Concedimi, o Signore, un po’ di tempo per le mie meditazioni sui segreti della tua scrittura. Non chiuderla a me che busso alla sua porta. Non senza uno scopo certamente tu, o Signore, facesti scrivere tante pagine piene di misteri. Non mancano certo gli amanti della parola santa che quali cervi si rifugiano in essa come in una foresta. In essa si ristorano. Scorazzano in essa da un angolo all’altro come in un prato. Vi pascolano. trovano riposo e ruminano. O Signore, fa’ che anch’io giunga a tanto: rivelami la tua scrittura. Ecco, la tua voce è la mia gioia. La tua parola è il desiderio mio oltre ogni desiderio. dammi ciò che amo. Tu sai che io amo: tu mi hai dato di amare. Non abbandonarmi, Signore. Non trascurare questo filo d’erba che ha sete di te. Quando scoprirò i segreti dei tuoi libri, allora ti loderà l’anima mia» (Sant’Agostino).

Lectio (1Re 17,7-16)
17, [7] Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. [8] Il Signore parlò a lui e disse: [9] « Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo ». [10] Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: « Prendimi un pò d’acqua in un vaso perché io possa bere ». [11] Mentre quella andava a prenderla, le gridò: « Prendimi anche un pezzo di pane ». [12] Quella rispose: « Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo ». [13] Elia le disse: « Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, [14] poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra ». [15] Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. [16] La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia. Dopo aver presentato la vocazione del profeta Elia come una irruzione di Dio nella storia che viviamo, lasciandoci nel momento in cui Elia “beveva al torrente”. Col presentare la vedova di Sarephta, ci fa da introduzione la secca del torrente, la siccità che aumenta. Quel ‘poco’ carne, pane, acqua finiscono, ed il profeta per continuare il suo ministero, la sua esperienza di Dio, deve essere educato dai poveri a Sarephta, città della Fenicia e quindi terra pagana. Ci incamminiamo in punta di piedi in questo brano, con una espressione paolina: «Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,27-29). In queste parole possiamo leggervi la vocazione di ciascuno di noi, anche della persona che, come Geremia, risponde al Signore così: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). È una debolezza che viene premiata, poiché, come è detto, il Signore «rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati […] protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi» (Sal 146,7.9). Dal Testo leggiamo che il piano di Acab viene sconvolto ed Elia trova rifugio e sostentamento assieme alla vedova e al figlio di lei. La vedova si presenta con abiti da lutto, che raccoglie legna e alle parole del profeta che la invita a prendergli dell’acqua per dissetarlo, ella si presenta accogliente, si mette in movimento, la Parola stessa mette in movimento questa povera donna. Ma il profeta gli chiede insieme all’acqua anche del pane. Certo adesso si presenta una difficoltà per la situazione che la vedova sta vivendo insieme al figlio: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo» (v.
12). Il profeta la conforta. La vedova è una donna pagana che mostrandosi nella sua semplicità e spontaneità nella più ardua disperazione, trova motivo di fiducia nella parola del profeta, nella
Parola del Signore tanto da mettere in atto quanto dice il profeta. L’obbedienza di questa donna ha permesso di anteporre la ragione a quanto le veniva detto, tutto ha permesso l’incontro con Dio, tanto che alla fine, la vedova farà la sua professione di fede: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca» (1Re 17,24). Questa donna diventa modello di obbedienza, modello di ascolto di colei che accoglie la Parola con fede, perché «La fede è fondamento delle cose che si sperano e
prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Il profeta sperimenta a casa di questa pagana, di questa vedova l’accoglienza e la solidarietà e la Parola e la Carità non si esauriscono. La vedova è simbolo di una realtà piccola, povera (infatti Sareptha è una piccola città), dove ognuno può collocarsi, trovare il senso della sua vocazione: l’amore di Dio e l’amore del prossimo e il profeta, ha trovato senso alla sua vocazione.
La vedova per ciascuno di noi è esempio di condivisione dei valori che non si esauriscono mai, nonostante la siccità dominante all’esterno. Anche Gesù presenta questo esempio di vita (cfr. Mc 12,41-44; cfr. anche Lc 4,25-26), ad andare alla sua scuola: ella è come Gesù… dona tutto se stessa (cfr. Lc 10,33-37). Anche in questa povera donna si manifesta una chiamata, un dono del Signore: essere profeta. Infatti, «Chi accoglie un profeta… avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca auno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,41-42). Da queste parole traspare che Gesù non si aspetta che i suoi discepoli, i suoi profeti vengano accettati in patria (cfr. Lc 4,24-26), ma c’é una missione che Lui ha ricevuto e per la quale è disposto a offrire la sua vita. In qualche modo, anche la vedova di Sareptha offre la sua vita partendo dall’ascolto della parola del profeta nella condivisione della propria esistenza. L’espressione «non temere…» (v. 13) è la stessa parola di Dio che passa nella vita di tante persone che troviamo nella Bibbia, ma anche al di fuori di essa, perché è la carezza di Dio che tocca il cuore e chiama alla vita e alla donazione di sé. La vedova è segno di una continua presenza di Dio nella storia di chi a Lui si affida per camminare, accogliere la Sua parola nella propria esistenza anche quando la vita si presenta dura, «Con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4-5). Nella Mishnà, una parte del Talmud (sec. II d.C.), troviamo abbozzata una risposta: «Con tutta l’anima» vuol dire «perfino se Egli ti strappa l’anima», cioé fino al martirio; «con tutta la tua forza» significa «con tutti i tuoi beni», cioé con tutte le tue sostanze, alla vedova viene chiesto anche il figlio, il suo bene più prezioso, come lo fu per Abramo: «…prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gen 22,2). La vedova è colei che si fida di Dio senza riservare niente per sé e senza aspettarsi da lui alcun miracolo, perché capace di giocare la propria vita su Dio, con un atteggiamento di fiducia, di apertura e di disponibilità completa alle sue vie e alla sua provvidenza. Ella è come la vedova del Vangelo che «nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,43-44) per divenire icona di una fede vissuta. 


Interrogarsi
1. Nella tua precarietà o condizione di miseria, trovi spazio per accogliere la Parola di Dio?
2. Sei capace di obbedire, anteponendo la ragione a quanto ti viene chiesto dalla Parola di Dio, per conoscere “il Dio di Elia”?
3. Sei pronto anche tu, come la vedova, a condividere quel poco che hai senza difficoltà a credere in Dio che ha cura dei poveri?
4. Alle parole «non temere…», anche tu sei pronto a rispondere come la vedova con una sorta di giuramento, di fiducia in Dio, che ispira e guida a scelte di
abbandono totale a lui?

Preghiera
Nella nostra povertà, Signore, gridiamo a te all’estremo delle nostre forze. Tu ci hai guariti, ci hai sollevati dal fango molle della nostra condizione. L’abbondanza di prima si è cambiata in carestia; la città santa e il suo tempio sono diventati Zareptha, città pagana. Siamo rimasti soli; soli con i nostri “figli unici”, senza altro che non sia siccità e fame. Al colmo della solitudine, tu vieni e ci chiedi ancora una volta il “tutto ciò che abbiamo per vivere”. Tu bussi nuovamente alla porta del nostro cuore e ci ricordi che solo “Dio è il Signore”. Ci chiedi “l’acqua della tribolazione e il pane dell’afflizione” e non possiamo darti altro che “un pugno di farina e un po’ d’olio”. Sentiamo, Signore, sulla nostra pelle l’incapacità di dare; non è più come prima quando vivevamo nella ricchezza, ora quel poco che ci resta “lo mangeremo e poi moriremo”. Riempi o Signore la fragile giara della nostra vita, perché ne possiamo mangiare a sazietà e non venir meno alla tua Parola. 

Actio
Per agire nella vita devi sapere che il discepolo del Signore è colui che rende testimonianza non per un ideale astratto ma aderisce pienamente al vangelo secondo l’insegnamento di san Paolo: «Io non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza» (Rm 1,16-17).

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