Archive pour septembre, 2012

Rosh Hashanah 2012/5773 – Capodanno Ebraico domani

http://www.nostreradici.it/Rosh-haShana.htm#rosh

CAPODANNO EBRAICO – DOMANI – 2012/5773

Rosh Hashanà
——————–———–
Una baraita insegna che Rabbi Eliezer ha detto: come sappiamo che il mondo è stato creato in tishrì? Grazie al passaggio: poi D-o disse: la terra produca verzura, erba che porta seme, alberi da frutto… (Gen 1;11) e in che mese in effetti, la terra produce verzura, alberi da frutto che danno frutto? È nel mese di tishrì, a quell’epoca è autunno: la pioggia cade sulla vegetazione e la fa crescere, come è detto: ma un vapore si levava dalla terra… (Gen. 2,6)

(Baraita (aramaico …: « esterno » o « fuori »; plur. Baraitot (anche Barayata). Anche Baraitha, Beraita, Ashkenazi: Beraisa) designa una tradizione della Legge orale ebraica che non è stata incorporata nella Mishnah. « Baraita » si riferisce quindi agli insegnamenti « esterni » ai sei ordini della Mishnah. Originamente « Baraita » si riferiva probabilmente agli insegnamenti delle scuole al di fuori delle principali yeshivah dell’era mishnaica, sebbene in raccolte successive Baraitot individuali siano spesso state scritte dai saggi della Mishnah (Tannaim).)
——————————

Il nome più noto della festa è sicuramente Rosh HaShanà, capodanno.

Rosh… la memoria della conclusione della creazione del mondo: il venerdì della creazione compiuta nella dimensione materiale (manca il sabato). Facendo memoria della creazione dell’uomo, si contempla il vero inizio del tempo nella sua percezione umana, cioè il momento « zero » dell’esistenza dell’uomo nella realtà.
Per noi che vogliamo vivere questo ricordo significa « tornare in una situazione nella quale il peccato non c’è ». In realtà noi siamo esseri fortemente temporali; è una valenza positiva, ma ci condiziona il fatto che è difficile scardinare l’oggi: « sono così perché ieri ero così ». Invece questo tornare al momento 0 rompe il legame del nesso logico di causa-effetto; il che impedisce che diventiamo il prodotto di un determinismo spaventoso che ci fa rimanere schiavi di ciò che siamo stati e rende vana la redenzione.
Il procedimento non è semplice e non esauribile in toto in un solo momento; ma esso dura tutta la vita e fa sì che il passato, pur restando presente, cambi di segno.
Questo nome della festa dipende da vari motivi. Innanzi tutto, è il momento dell’anno in cui D-o inizia a giudicare l’uomo per le proprie azioni, come afferma il Talmùd Babilonese: Nel capodanno ogni uomo passa davanti a D-o come gli animali del gregge davanti a un pastore. Ossia, così come un pastore fa sfilare le sue pecore una per una davanti a sé per farle entrare nell’ovile, così D-o, guardando il destino di ogni uomo, fa passare davanti a Sé le azioni compiute da ogni persona. In questo modo Egli può giudicare l’operato di ogni persona per sapere in quale libro scrivere il suo nome. Disse, infatti, rabbi Kruspedaì a nome di rabbi Yochanàn:
Tre libri sono aperti davanti a D-o nel giorno di Rosh Hashanà: uno per i giusti (Tzaddìkim) completi, uno per i malvagi (Reshaìm) completi e uno per quelli che stanno a metà strada, che non sono, cioè, né totalmente giusti, né totalmente malvagi (Benonìm). I giusti vengono iscritti immediatamente nel libro della vita, mentre i malvagi vengono iscritti immediatamente nel libro della morte. Per coloro, invece, che sono Benonim D-o attende a dare il giudizio fino al giorno di Yom Kippùr e se avranno fatto teshuvà (penitenza) nei giorni che vanno da Rosh Hashanà a Yom Kippùr, allora verranno iscritti nel libro della vita; altrimenti verranno iscritti nel libro della morte.
Il giudizio implica il peso delle azioni umane, che vale sia per il singolo che per la collettività e, in definitiva, per l’intera umanità. Giudizio rigoroso, che si dipana nei giorni successivi della teshuva.
Ciascuno, cambiando il peso delle proprie azioni, può cambiare il mondo.
Norme rabbiniche precise per la celebrazione di Rosh Hashanà prescrivono il suono dello shofar (corno di ariete) che non a caso ricorre anche a Kippur. L’ariete ricorda la legatura di Isacco. (cfr. approfondimenti in Yom teruà)
Vi riconosciamo l’aspetto collettivo di chiamare alla riunione e invitare al pentimento tutta la comunità ed ogni persona.
Ma lo shofar è anche una citazione della creazione: il primo vero shofar è Adamo (quando Dio gli ha inalato la ruah), il primo che suona lo shofar è D-o. Vi leggiamo la riproposizione delle modalità di rapporto tra materia e spirito. Noi prendiamo da dentro il fiato da insufflare, Dio lo prende da sé. Lo shofar ricorda l’impasto costitutivo dell’essere dell’uomo.

Said Peter – You are the Son of God

Said Peter - You are the Son of God dans immagini sacre KAAFK

http://malwaretips.com/Thread-Shroud-of-Turin-Latest-News-and-pictures?page=6

Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

La lettera di Giacomo: Introduzione

http://proposta.dehoniani.it/txt/letteragiacomo.html

è una introduzione alla Lettera di Giacomo, sul sito c’è il commento a tutta la lettera)

LA LETTERA DI GIACOMO

(Pedron Lino)

1) L’autore

In primo luogo dobbiamo dire che Giacomo è un cristiano, un servo di Dio e del Signore Gesù Cristo (1,1). Il termine greco « doulos » (= servo, ministro) è sicuramente anche un titolo d’onore; l’autore è ministro di Dio e di Cristo e occupa nella Chiesa un posto di primo piano.
Ma quale Giacomo può essere l’autore di questa lettera? Dei due apostoli di nome Giacomo resta escluso il figlio di Zebedeo che era già morto martire intorno all’anno 44 (At 12,2). Il contenuto di questa lettera presuppone una situazione posteriore. L’altro apostolo è Giacomo di Alfeo. Ma neppure questo sembra l’autore della lettera. Difatti nell’indirizzo di saluto della lettera di Giacomo, come in quella di Giuda, accanto al nome di Giacomo manca il titolo di apostolo.
Chi è dunque l’autore di questa lettera? Con tutta probabilità uno dei quattro fratelli di Gesù che vengono menzionati in Mc 6,3 (Giacomo, Giosè, Giuda, Simone) ed erano parenti stretti di Gesù. Di essi, Giacomo, molto presto, assunse una posizione importante nella primitiva comunità di Gerusalemme (Gal 2,9.12; At 12,7; 15,13; 21,18) e, per distinguerlo dai due apostoli di nome Giacomo, gli fu dato il soprannome di fratello del Signore.
Se dunque Giacomo, fratello del Signore, non è apostolo, è logico che in testa alla lettera, non si dica apostolo. Sarebbe inconcepibile che un uomo, che apparteneva al gruppo dei dodici apostoli, dovendo rivolgere alle dodici tribù della diaspora un’ammonizione, che per il suo tono presuppone la riconosciuta autorità dello scrittore, non si dichiarasse apostolo (Zahn).
Giacomo, fratello del Signore, secondo antiche notizie, fu vescovo di Gerusalemme (Eusebio, Storia della Chiesa 2,2,2).
La tradizione extrabiblica che tratta di lui è in parte contraddittoria e leggendaria. Secondo Giuseppe Flavio (Ant. 20,200) il sommo sacerdote Anania II, nell’anno 62 d.C., per soddisfare la propria crudeltà, fece lapidare il fratello di Gesù, che viene detto il Cristo, di nome Giacomo con alcuni altri. Secondo Egesippo, Giacomo sarebbe stato un rigidissimo asceta (Non prese mai vino o bevanda forte, né mangiò mai carne. Le forbici non toccarono mai il suo capo, né si unse con olio o prese un bagno) e spesso inginocchiato nel tempio avrebbe chiesto perdono a Dio per il popolo. Le sue ginocchia divennero dure come quelle di un cammello.
Non avendo dato le risposte desiderate alle domande dei suoi avversari, sarebbe stato fatto precipitare dal pinnacolo del tempio, lapidato e finalmente colpito col follone di un gualchieraio. Fu sepolto nello stesso luogo vicino al tempio. Ancora adesso la sua tomba è vicino al tempio. Non si può discernere chiaramente quanto vi sia di storico nella relazione di Egesippo (Storia della Chiesa 2,23,4-18; Hypomnemata).
Era soprannominato il giusto a causa della sovrabbondanza della sua giustizia (Eusebio, Storia della Chiesa, 2,37,7).

2) Giacomo, fratello del Signore nella tradizione del N.T.
In Mc 6,3 Giacomo viene nominato per primo tra i quattro fratelli del Signore. Molto probabilmente è da identificare con Giacomo il Minore di Mc 15,40: un soprannome dedotto probabilmente dalla piccolezza della sua statura (gr. o micròs = il piccolo). Secondo Mc 3,21.31-35 egli, come altri fratelli del Signore non è capace di capire Gesù e si mette contro la sua attività pubblica. Secondo Gv 7,3-10 addirittura non crede alla messianicità di Gesù. Molto probabilmente la sua incredulità fu definitivamente superata mediante un’apparizione del Risorto (1 Cor 15,7). Egli, già prima della Pentecoste si trovava con gli altri fratelli di Gesù insieme con gli apostoli (At 1,14). Guadagnò presto nella comunità primitiva di Gerusalemme un grande prestigio e dopo la fuga di Pietro ne divenne vescovo. Il N.T. ce lo presenta come uomo propenso all’accomodamento e alla mediazione. Assieme a Pietro e a Giovanni egli dà la mano della comunione (Gal 2,7-9) a Paolo e Barnaba, missionari dei pagani. Nel concilio di Gerusalemme è d’accordo, in linea di massima, con le dichiarazioni di Pietro e vi aggiunge il sostegno della Scrittura (At 15,16-18). E secondo At 21,18-25, con il consiglio dato a Paolo, Giacomo mirerebbe a questo: che l’apostolo, mediante l’accettazione del voto di nazireato, confuti le accuse di predicatore apostata che gli erano state mosse.

3) I destinatari della lettera
Dall’intestazione risulta che la lettera è scritta alle dodici tribù della dispersione. Pare che per dodici tribù s’intenda l’insieme delle comunità giudeo-cristiane che vivevano nelle diaspora, ossia nei territori all’infuori della Palestina.
Non è possibile stabilire se Giacomo abbia scritto di propria iniziativa o su richiesta dei giudeo-cristiani. Questa lettera può essere considerata una specie di enciclica del vescovo di Gerusalemme a più comunità giudeo-cristiane. Il territorio in cui si trovavano i destinatari si limitava alla Siria e al massimo ai territori immediatamente confinanti a nord e a nord-ovest.

4) Occasione, scopo, tempo e luogo della composizione
Giacomo scrive questa lettera per rivolgere ammonimenti alle dodici tribù della diaspora. Tali esortazioni si riferiscono per la maggior parte a problemi assai concreti e quotidiani. Un richiamo a tradurre in fatti concreti il cristianesimo giustificherebbe già la composizione di questa missiva con le sue autorevoli istruzioni.
Ma rimane un interrogativo. Perché Giacomo scrive a un così vasto raggio di destinatari, i quali, per giunta, sembrano trovarsi al di fuori della sua sfera di giurisdizione? Inoltre Giacomo, specie nella sezione centrale della lettera (2,14-26), entra in aperto conflitto con determinate concezioni della giustificazione. Il contesto lascia supporre che le concezioni che Giacomo combatte avessero a che fare col paolinismo che avrebbe tratto dalla predicazione dell’apostolo false conclusioni sulla giustificazione col pericolo di falsificare il vangelo di Gesù.
Naturalmente Paolo era stato frainteso, come leggiamo anche in 2 Pt 3,15-16: La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina. Paolo sviluppa la sua dottrina sulla giustificazione contro dei giudaizzanti, i quali presentano la circoncisione e soprattutto le opere della legge come necessari alla salvezza e in Gal 2,11 pone costoro in stretto rapporto con Giacomo di Gerusalemme. Per dirla in breve, a creare confusione sono le false presentazioni della dottrina di Giacomo e di Paolo da parte di qualche loro discepolo, quegli stessi di cui leggiamo in At 15,24: Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi.
Sia Paolo che Giacomo insegnano che la giustificazione si ottiene mediante la fede e le opere. In questa lettera Giacomo polemizza contro qualcosa che è connesso a Paolo, ma che non è Paolo stesso. Egli non polemizza contro di lui personalmente, non lo menziona, anzi non fa alcun nome; soltanto accenna a un’opinione, la quale comunque, nella forma in cui gli è pervenuta, gli pare insostenibile (G. Kittel).
Dibelius scrive: Non si può ammettere che l’autore (Giacomo) avrebbe oppugnato in questo modo la lettera ai Romani, se l’avesse letta e compresa a fondo.
La lettera di Giacomo va probabilmente collocata poco dopo la lettera di Paolo ai Romani, verso il 60 d.C. Pare che Giacomo non abbia conosciuto le lettere di Paolo, altrimenti avrebbe confutato gli pseudopaolinisti servendosi del loro stesso presunto maestro. In linea di massima dobbiamo constatare che, dopo la morte di Giacomo, al più tardi dopo il 70, non c’era più alcun giudeo-cristianesimo fuori della Palestina che potesse essere seriamente identificato con le dodici tribù della diaspora a cui Giacomo si indirizza. Con la morte di Giacomo il giudeo-cristianesimo primitivo incomincia a perdere la sua importanza (J. Blinzer). Il giudeo-cristianesimo primitivo cessò di esistere con la distruzione di Gerusalemme (J. Munck). Come la distruzione di Gerusalemme costituisce la grande svolta fatale per il giudaismo, così lo è anche per il giudeo-cristianesimo (Schoeps).
Già poco dopo la morte di Giacomo emersero grandi difficoltà nella chiesa di Gerusalemme, quando un certo Thebutis non approvò l’elezione di Simeone, fratello del Signore, a successore di Giacomo. Thebutis, poiché non era diventato vescovo, incominciò a contaminare la Chiesa fondando una setta giudeo-cristiana e distruggendo l’unità della comunità (Eusebio, Storia della Chiesa 4,22,5: citato da Egesippo).
All’inizio della guerra giudaica, i giudeo-cristiani di Gerusalemme fuggirono a Pella nella Transgiordania e la comunità cristiana scomparve nella solitudine del deserto transgiordanico. Dopo la distruzione di Gerusalemme una parte della primitiva comunità ritornò nei resti della città e cadde sotto l’influenza di sette giudaiche e si unì ad esse.
Ammesso che Giacomo, fratello del Signore, sia effettivamente l’autore della lettera, il luogo di composizione non può essere che Gerusalemme.

5) Classificazione della lettera
Non è un trattato teologico. Per quanto riguarda il suo carattere epistolare, esso risulta solo dall’indirizzo (1,1), ma manca la chiusura. Anche nelle altre parti la lettera non manifesta più alcuna vera caratteristica epistolare. In 1,2 viene immediatamente introdotta la parenesi (= esortazione) che continuerà per tutta la lettera. Questa lettera è una catena di singole esortazioni più o meno lunghe, di gruppi di sentenze e di vertenze più brevi…che vengono accostate l’una all’altra più o meno forzatamente (Kummel). Tale materiale deriva in gran parte dalla tradizione dell’Antico Testamento e da quella evangelica.
Nella lettera di Giacomo si trova una concezione ben precisa dell’esistenza cristiana, per es. nel giudicare l’esagerata curiosità culturale, la ricchezza, il culto della personalità nella comunità, l’amicizia del mondo, l’orgogliosa progettazione della vita, l’esigenza della mutua responsabilità, e traspare in genere un cristianesimo di impegno fattivo.
Proprio questa esigenza di un cristianesimo deciso e impegnato, già proposto da Gesù nel discorso della montagna, costituisce il motivo conduttore dei singoli brani parenetici. Dal punto di vista storico-letterario, questo scritto può essere definito una Didachè parenetica (Windish).

6) Lingua e stile
Il greco della lettera di Giacomo è da tutti considerato buono. La sua avversione per i ricchi e la sua critica alla sapienza terrena non gli impediscono di presentare la sua lettera in un greco molto buono, di efficacia quasi letteraria.
Accanto ai molti grecismi, Giacomo ci offre un numero ancora maggiore di semitismi; ciò significa che sotto la veste greca sta un autore che pensa in semitico. Giacomo costituisce una sintesi meravigliosa del mondo linguistico greco e di quello semitico in una mutua acclimatazione (E. Pax).

Omelia XXIV domenica del T.O. : Ma voi, chi dite che io sia?

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=26361

Ma voi, chi dite che io sia?

mons. Gianfranco Poma

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (16/09/2012)

Vangelo: Mc 8,27-35

Il brano del Vangelo di Marco che la Liturgia della domenica XXIV del tempo ordinario ci presenta (Mc.8,27-35), centrale nella struttura del Vangelo e di fondamentale importanza per il cammino della nostra fede, ci impegna ad una attenta, sincera, personale risposta alla domanda che Gesù, oggi, pone a noi: « La gente chi dice che io sia?… Ma voi, chi dite che io sia? ».
Purtroppo la Liturgia omette la lettura di Mc.8,1-26 (che è bene che ciascuno legga personalmente), che, in particolare nei vv.11-26, esprime con forza la convinzione che Gesù non sarà mai compreso ed accolto pienamente, mettendo in evidenza la presunzione di chi pensa di poterlo « possedere ». Particolarmente significativo è il racconto, che si trova solo in Marco, della guarigione per tappe del cieco: è l’evento nel quale, simbolicamente, si sintetizza tutto quello che i discepoli hanno sperimentato fino a questo momento. L’uomo non ritrova immediatamente la vista: dopo il primo gesto di Gesù, ha solo una visione confusa; occorre un secondo intervento perché possa vedere chiaramente.
Il brano che oggi leggiamo si trova proprio a questo punto: si conclude la prima fase dell’intervento di Gesù perché l’uomo veda (8,18: « Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? …Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?… »), e si apre immediatamente la seconda (8,27: « E uscì Gesù e i suoi discepoli… ») nella quale il Vangelo descrive ciò che Gesù deve fare perché i suoi discepoli vedano chiaramente, cioè deve soffrire, essere messo a morte e poi risorgere.
Che cosa vuole Gesù che l’uomo, diventato suo discepolo, veda? Vuole che veda lui, veramente, fino in fondo, abbandonato, colpito, messo a morte e poi risuscitato. Vuole che veda l’Amore: vuole che veda Dio. Vuole che nei gesti che egli compie, veda i segni dell’amore con cui Dio è presente nella fragilità della carne dell’uomo. Vuole che l’uomo comprenda che la logica della presenza di Dio nel mondo non è la potenza, il potere, la legge, ma la fragilità onnipotente dell’Amore che condivide, com-patisce, conforta. E vuole che l’uomo, suo discepolo, condivida con lui, il Figlio che vive totalmente della volontà del Padre, una vita nella quale l’Amore del Padre continua a rendersi presente come unica forza che dà la vita al mondo.
Per questo, Gesù, arrivato a metà del suo cammino, riprende il viaggio con i suoi discepoli. È meraviglioso il Vangelo: narra la vita di Gesù e nello stesso tempo è « simbolo » della nostra storia e della storia di ogni tempo. Gesù (il suo nome riappare qui dal cap.6,30) non si stanca di riprendere il cammino con i suoi discepoli che continuano a vedere le cose a modo loro e a non capire la belleza del mondo nuovo che egli vuole che essi comincino a vivere. Egli li ha scelti « perché stessero con lui e per mandarli a dare l’annuncio »: ma « bisogna » che lo vedano e comprendano chi lui è. Tutta la prima parte del Vangelo è incentrata sul problema dell’identità di Gesù: ma i loro occhi continuano a non vedere.
« E nella strada, Gesù interrogava i suoi discepoli ». Tutto è per noi, discepoli di oggi: per la prima volta appare l’espressione « nella strada » applicata a Gesù e ai suoi discepoli e il verbo all’imperfetto, significa un’azione mai conclusa. Gesù, oggi, rimette in cammino noi, che rischiamo di essere discepoli stanchi, che non riescono a vedere con chiarezza, ci spinge sulle strade del nostro mondo e ci interroga. « La gente chi dice che io sia? » « Ed essi risposero – nota Marco -: Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei discepoli ».
Certo, la gente, oggi, alla nostra intervista in nome suo, non risponde negli stessi termini: di Giovanni il Battista e ancora di più di Elia o degli altri profeti non sa quasi nulla. Eppure, a ben guardare, la risposta della gente, oggi, è, nella sostanza, identica a quella del Vangelo: Gesù è un difensore dei valori etici (i valori « non negoziabili »), come Giovanni Battista; oppure Gesù è l’eroe integralista, che lotta contro gli avversari di Dio, come Elia (« il Signore è il mio Dio); oppure il coraggioso difensore dei diritti dei poveri (come Amos); o il raffinato politico credente (come Isaia), o il delicato testimone della inarrestabile decadenza del popolo (come Geremia) o un illuso eroe romantico di un tempo passato che oggi non può dire più nulla.
Gesù a questo punto non fa nessun commento, lasciando aperta ogni interpretazione, e aggiunge: « Ma voi, chi dite che io sia? » « Pietro gli rispose: ‘Tu sei il Cristo’ ». Risposta secca, decisa, precisa. A noi, Gesù, oggi pone la domanda e noi, certo, con Pietro rispondiamo: « Tu sei il Cristo ». Risposta teologicamente precisa. Gesù aveva scelto i Dodici perché « stessero con lui e per mandarli a portare l’annuncio ». Adesso (tutto è precisamente nello stile di Marco, essenziale e spiazzante), « Gesù ordinò loro di non parlare di lui a nessuno ». Adesso che abbiamo capito, definito con precisione…Gesù proibisce di parlare di lui. Ma Pietro, e noi, abbiamo davvero capito? Il « Messia », secondo le attese di quel tempo (anche il nostro!) è colui che viene come nuovo Davide, sovrano trionfante, con l’aiuto di Dio, liberatore di Israele dal giogo dei romani.
Che Gesù non interpretasse la sua missione in questo senso, come potenza vittoriosa a favore di Israele, appare evidente dal nuovo « inizio » dell’insegnamento di Gesù e dalla reazione di Pietro che invece manifesta quanto egli (…e noi?) fosse ancora legato a quell’idea così logicamente umana del Messia. « E cominciò a insegnare: il Figlio dell’uomo deve soffrire ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere ». E sottolinea Marco, in contrasto con la precedente proibizione di parlare di lui, « faceva questo discorso apertamente ». La reazione di Pietro è significativa: « lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo », e suscita la dura reazione di Gesù che « rimproverò Pietro e gli disse: ‘Va’ dietro a me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! ».
Sono di estremo interesse (e sono meravigliosi) questi « inizi » della Chiesa, sempre attuali: questa dialettica tra Gesù e Pietro, tra la radicalità e la novità evangelica e la storia, tra Pietro che vuole « difendere » Gesù e Gesù che chiama Pietro « Satana ». Il titolo che Gesù si attribuisce è « Figlio dell’uomo ». Egli « deve » fare la volontà del Padre che non è volontà di dominio, potere, vittoria del più forte sul più debole secondo logiche umane, imposizione di leggi che dall’esterno impongono comportamenti morali: « deve » soffrire ed essere rifiutato dai capi del popolo, dai capi religiosi e dagli interpreti della Scrittura. La volontà del Padre è sconvolgente novità, follia umana: è volontà di Amore, servizio, onnipotente debolezza che esplode nel momento della più grande « sconfitta », è forza che cambia i cuori interiormente, non con l’imposizione esteriore di leggi che non scalfiscono la durezza dei cuori.
Gesù tratta Pietro come « Satana »: per lui, il modo di pensare di Pietro, così normale per ogni uomo, è la « tentazione » per eccellenza e Marco, così discreto nel parlare delle tentazioni dopo il Battesimo, adesso ne parla con chiarezza narrando questo duro confronto con Pietro. Satana è incrostato nella nostra logica umana, in noi, in Pietro, nella Chiesa, nella aspirazione che noi condividiamo con tutta l’umanità, al dominio, ad ogni forma di potere anche finalizzato al bene: tutto questo contrasta la novità di Gesù che è solo Amore che si dona per fare nuovo il mondo. Solo l’Amore salva il mondo. Pietro deve ancora rimettersi in cammino, convertirsi per arrivare là dove lo precede uno sconosciuto centurione pagano che « stando di fronte alla croce, vedendolo morire in quel modo, disse: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’  » (Mc.15,39).
E noi, con Pietro tornato dietro Gesù, ci incamminiamo con lo sguardo fisso su di lui, ascoltando la sua parola che ci dice: « Se qualcuno vuol venire dietro a me… prenda la sua croce e mi segua ».

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Esaltazione della Santa Croce

Esaltazione della Santa Croce dans immagini sacre crucifix800framed

http://rosemarie-spiritsinging.blogspot.it/2011_09_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 13 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0914letPage.htm

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 2, 19 – 3, 7. 13-14; 6, 14-16

La gloria della croce
Fratelli, mediante la legge io, Paolo, sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6). Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno (Dt 21,23), perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.
Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

Responsorio Cfr. Gal 6, 14; Eb 2, 9
R. Nostro unico vanto è la croce del Signore Gesù Cristo, vita e salvezza e risurrezione per noi: * egli ci ha salvato e liberato.
V. Lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto:
R. egli ci ha salvato e liberato.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancora: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

14 SETTEMBRE: ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (ANNO B)

http://www.agosti.191.it/laparola/HTML%20PAROLE%20DI%20VITA/ANNO%20B/B05%20-%20FESTIVITA’%20DEL%20SIGNORE,%20DELLA%20B.V.%20MARIA%20E%20DEI%20SANTI/B09%20-%20ESALTAZIONE%20DELLA%20SANTA%20CROCE%20(14%20SETTEMBRE).htm

14 SETTEMBRE: ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (ANNO B)

La Chiesa Madre di Gerusalemme iniziò a venerare la Santa Croce del Signore sin dalla prima metà del quarto secolo; tale celebrazione coinvolse successivamente l’intera Chiesa Cristiana, in particolare quella d’Oriente, che in questa giornata ricorda il supplizio sulla Croce con una solennità paragonabile a quella della Santa Pasqua. La data (14 settembre) vuole ricordare anche la realizzazione della stupenda basilica sul Golgota (Calvario) per opera di Costantino, inaugurata appunto il 14 settembre del 335; in quell’occasione, durante la celebrazione eucaristica, si annunciò anche il ritrovamento dei resti del “Legno della Croce”. Da allora, ogni anno in tale data, a Gerusalemme e in tutte le Chiese del mondo, l’avvenimento è ricordato con una cerimonia molto suggestiva, durante la quale il sacerdote celebrante alza la Croce verso i quattro punti cardinali, per indicare l’universalità della salvezza; la Croce, infatti, è il “segno” supremo e indelebile della Risurrezione del Signore, e del disegno di bontà che il Padre ha compiuto per la redenzione dell’intera umanità. Oggi la Chiesa, con l’esaltazione della Santa Croce, vuole ricordare il grande amore di Cristo per ogni essere umano, perché su quel “Legno Santo” è stato sconfitto per sempre l’amore per se stessi e ha trionfato definitivamente l’amore per gli altri; la Croce, quindi, è la sintesi dell’amore del Padre nel Figlio per l’intera umanità.
Tutte le letture bibliche rispecchiano questa grande realtà. La prima, tratta dal libro dei Numeri, racconta come Mosè, per salvare il popolo eletto dal giusto castigo (il morso dei serpenti velenosi), innalzò un serpente di bronzo assicurando la salvezza a chiunque lo avesse guardato con fiducia. In realtà, come ricorda esplicitamente l’Apostolo Giovanni nel brano evangelico, si trattò della prefigurazione della Croce sulla quale fu innalzato Gesù di Nazareth (Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna). L’epistola riporta la meravigliosa catechesi dell’Apostolo Paolo ai cristiani di Filippi, dove ricorda come il Figlio di Dio, incarnandosi per la salvezza degli uomini, si umiliò nella morte di Croce fino allo “svuotamento” di tutta la sua gloria divina. Ma il Padre lo ha esaltato dandogli anche come uomo titoli divini; quelli cioè che competevano a JHWH che è l’equivalente greco di Signore.

PRIMA LETTURA

Dal libro dei Numeri 21,4-9
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio e disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Perciò il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.

Il brano proposto dalla Liturgia come prima lettura in questa solennità che esalta la Santa Croce vede il popolo eletto, ormai esausto, errare nel deserto, sfiduciato e disperato; esso non accetta più il disegno di salvezza del Signore, e nemmeno il grande Patriarca Mosè come mediatore, e chiede di ritornare come schiavo dal faraone in Egitto. Quel “mormorare” nella lingua semitica ha un significato più intenso di un semplice “borbottare” o “mugugnare”, perché rappresenta diffamazione e ribellione nei confronti di un’altra persona; un peccato orribile, rovinoso, come fu per Adamo ed Eva istigati appunto dal serpente, il persuasore della morte. E il Signore, come segno punitivo, invia nell’accampamento degli Israeliti proprio i serpenti mortali, simbolo della potenza sacra del faraone e della sua magia evocatrice di divinità. Dinnanzi a tanta “potenza divina” il popolo pentito si converte, confessa il proprio peccato contro il Signore, e chiede a Mosè di intercedere per ottenere la salvezza che Dio, nella sua infinita bontà, non può che concedere, subordinandola però alla fabbricazione di un serpente di bronzo (gioco di parole ebraico tra “nahash”, il serpe, e “nehushtan”, bronzo), da innalzare e guardare con fiducia.
Il pregio del racconto non è evidentemente nella realizzazione del serpente di bronzo (probabilmente legato a un culto idolatrico del tempo), ma nell’atto di fede in JHWH che ha donato al popolo eletto il simbolo materiale per manifestare il proprio pentimento; un espediente divino per dimostrare che la salvezza (fisica e spirituale) può avvenire unicamente per la fiducia in Dio o, meglio, in Cristo innalzato sulla Croce. Riflettendo sullo sguardo pieno di fiducia degli Israeliti rivolto al serpente per ottenere la guarigione (uno sguardo proteso verso la salvezza), viene spontaneo meditare su altri due sguardi: lo sguardo di quanti, “quel giorno” sul Golgota, contemplarono Gesù innalzato sulla Croce (tra cielo e terra) per la salvezza del mondo, e lo sguardo di coloro che quotidianamente, pieni di fiducia, si rivolgono al Crocifisso sicuri di essere compresi e aiutati. Nel momento più tragico della sua breve vita terrena, anche lo sguardo di Gesù si è sicuramente posato su ciascuno dei presenti, abbracciando così l’umanità intera che ancora oggi continua a sperare nella ricchezza inesauribile del suo amore.

SALMO RESPONSORIALE

Dal Salmo 77
Sei tu, Signore, la nostra salvezza.
Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento, ascolta le parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca in parabole, rievocherò gli arcani dei tempi antichi.
Quando li faceva perire, lo cercavano, ritornavano e ancora si volgevano a Dio; ricordavano che Dio è loro rupe, e Dio, l’Altissimo, il loro salvatore.
Lo lusingavano con la bocca e gli mentivano con la lingua; il loro cuore non era sincero con lui e non erano fedeli alla sua alleanza.
Ed egli, pietoso, perdonava la colpa, li perdonava invece di distruggerli. Molte volte placò la sua ira e trattenne il suo furore.

Il Salmo 77, nel suo insieme, è un’immensa meditazione sulla storia della salvezza che ha ispirato anche il grande compositore Händel quando realizzò la sua stupenda opera (oratorio) “Israele in Egitto”. Lo stile, però, è più quello della lode che della descrizione storica, perché il “credo” d’Israele si fonda esclusivamente sulle azioni che Dio compie nella storia dell’uomo.
Il breve testo proposto dalla Liturgia inizia con le parole dell’orante che, in forma sapienziale, invita l’intera assemblea ad ascoltare le sue parole perché provengono direttamente da Dio, che in forma allegorica (parabola) rivela i segreti della storia passata, perché diventino tesoro della vita presente. Successivamente l’Autore Sacro rievoca, in modo discreto, l’episodio dei serpenti mortali nel deserto e la conversione del popolo al Signore, unico vero Guaritore e Redentore (Quando li faceva perire, lo cercavano, ritornavano e ancora si volgevano a Dio), e termina ricordando come egli (il Signore), nella sua infinita bontà, punisce, ma non distrugge, e aiuta sempre chi crede nelle sue opere divine.

SECONDA LETTURA

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2,6-11
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Le semplici parole tratte dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, proposte come seconda lettura in questa solennità che esalta la Santa Croce, racchiudono un sublime e inesauribile “inno cristologico”; in poche, ma densissime, espressioni l’Apostolo delle genti descrive l’arco dell’abissale “annientamento” del Cristo che, più di un’umiliazione, egli vede come uno “svuotamento” o, meglio, uno “spogliamento” del divino che preesisteva nel Figlio di Dio. La morte di Croce, accettata in spirito di obbedienza al Padre, rappresenta l’ultimo gradino di questo suo volontario “sprofondare” nella più mortificante situazione umana. Paolo, però, non chiude la sua immagine su questo abisso di apparente sconfitta di Cristo; egli fa intravedere anche la sua successiva esaltazione a Signore della gloria, mediante il prodigio della Risurrezione. Il brano si inserisce in un contesto ben preciso: perché regni l’umiltà, l’amore e la concordia tra i fratelli, è necessario avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù; egli non ha avuto paura, e come vero Servo sofferente ha vissuto fino alla morte l’esperienza umana; per questo Dio ha premiato la sua fedeltà glorificandolo e rendendolo Signore. Paolo, in questo modo, raffigura sia l’incarnazione, sia il mistero pasquale che non è solo “Risurrezione” da morte, ma anche “Esaltazione”, cioè innalzamento, ascensione, glorificazione del Risorto nei cieli della divinità.
È affascinante il contrasto tra la “passione” e la “gloria” di Cristo proposto dall’Apostolo delle genti: inizialmente egli vede la discesa umiliante del Figlio di Dio che “precipita” fino allo “svuotamento” (tale è il senso del verbo greco “ekenosen”) di tutta la sua gloria divina con la morte di Croce e con il supplizio dello schiavo, diventando così l’ultimo degli uomini, ma vicino e fratello dell’intera umanità; successivamente Paolo descrive l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua, quando Cristo si presenta nello splendore della sua divinità con il nome di Signore nell’esaltazione gloriosa celebrata da tutto il cosmo (cieli, terra e inferi) e da tutta la storia ormai redenti. Sono delle affermazioni molto belle, che fanno comprendere come la salvezza divina sia destinata a tutta l’umanità, perché è il frutto dell’intervento onnipotente di Dio nella storia dell’uomo; egli ha sacrificato il Figlio per la salvezza della sua creatura più cara; un “dono” che deve essere “meritato” attraverso una docile e gioiosa corrispondenza.
L’uomo, anche se credente, generalmente parla dell’Incarnazione e del sacrificio della Croce in modo superficiale, come di qualche cosa di semplice e di naturale; in realtà egli non ha nessuna esperienza della natura divina e conosce in modo superficiale anche se stesso. Quando questo “balzo” dall’eternità nel tempo è proposto come modello di carità, se non è meditato profondamente è possibile venga considerato come un semplice paradosso senza incidenza concreta. “Dare la vita per i propri fratelli” può diventare una “frase fatta” se l’esperienza di un Vangelo vissuto personalmente non crea almeno i presupposti di una vita in comune con Cristo incarnato, crocifisso e risorto.

IL VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,13-17
In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».

Il brano evangelico di questa particolare solennità segue il colloquio di Gesù con Nicodemo (fariseo, maestro della legge, che divenne discepolo di Gesù difendendolo davanti al sinedrio) e presenta in modo concreto la realtà della fede cristiana che dona la vita (la passione di Cristo simbolizzata nel serpente di bronzo, e l’amore del Padre che nel Figlio vuole la salvezza di ogni essere umano); un agire divino nella storia o, meglio, un rivelarsi dell’amore di Dio che, allora come oggi, non è stato da tutti compreso e accettato, provocando la divisione fra gli uomini. A Nicodemo il Rabbi di Nazareth rivela, che per avere la vita eterna, è necessario “rinascere”, cioè “nascere dall’Alto” (dal Cielo) per mezzo della potenza dello Spirito battesimale; concetti stupendi, ma di difficile comprensione, non solo per Nicodemo, ma anche per un vero cristiano credente. A causa del peccato umano, infatti, vi è una “distanza” enorme tra la terra e il cielo, che è la metafora per indicare il “luogo” inaccessibile del Dio trascendente al quale nessuno potrà mai accostarsi con le sole forze umane.
Solo Cristo, unica “primizia”, è già “asceso al cielo” dal Padre, perché è colui che da sempre è presente nella pienezza del seno paterno, da dove è disceso nell’abisso di perdizione degli uomini peccatori; egli è “il Figlio dell’uomo” (l’unico nome che Gesù si sia dato nella sua breve vita terrena), cioè colui che è presente in Dio, viene da Dio e da Dio è inviato (nella forma di figlio di uomo) agli uomini per riportare il Regno, la gloria e la gioia tra gli uomini. Quindi, Dio, essere divino, si è fatto uomo nel Figlio Gesù Cristo (il mistero dell’Incarnazione) per annunciare la salvezza all’intera umanità; una “venuta” che, nonostante sia stata annunciata dai Profeti, non fu realmente attesa dal popolo eletto. Egli, come il “serpente di bronzo” che Mosè eresse nel deserto per la conversione e la guarigione degli Israeliti, sarà “innalzato” o, meglio “esaltato” sulla Croce, il trono della divina gloria e dell’eterna misericordia; questa esaltazione del Figlio dell’uomo sofferente sulla Croce è voluta dal disegno divino, che sempre agisce in modo contrario alla logica umana. Dio ama da sempre il mondo e la sua creatura più cara in modo così esclusivo da comportarsi in modo apparentemente assurdo e quasi paradossale; egli, abbandonando sulla Croce l’unica realtà dovuta alla sua paternità divina (il suo unico Figlio), praticamente dona la parte più intima di se stesso. Per avere la salvezza eterna è necessario credere in questa grande verità che solo lo Spirito Santo può rivelare: un “intervento salvifico” operato dal Padre mediante il Figlio e lo Spirito.
Al termine del commento di questa stupenda pagina evangelica è bello evocare una delle più celebri parafrasi del “Padre nostro”, quella che, al canto undicesimo del primo girone del Purgatorio di Dante, è recitata dalla lenta processione degli spiriti superbi.

Preghiera

O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno
ché noi a essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.

Da’ oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restano.

Amen.

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE |on 13 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
1...45678...10

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01