Archive pour septembre, 2012

LA ROCCIA DA SCALARE – di GIANFRANCO RAVASI – I PARTE

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DOSSIER – UN INTERROGATIVO SENZA RISPOSTA ESAURIENTE

LA SOFFERENZA NELLA BIBBIA

Il dolore umano resta invalicabile. La ragione ne comprende alcuni aspetti, ma non tutti i varchi le sono aperti. La Bibbia insegna che la sofferenza dell’uomo è un mistero che fa parte di un piano trascendentale, del quale possiamo intuire la coerenza generale. Un’ampia porzione del male, diffuso nel mondo, è riconducibile alla libertà e quindi al comportamento di chi possiede il libero arbitrio. Il dolore dell’umanità costringe ciascun uomo a porsi un forte interrogativo sull’egoismo, le prevaricazioni, le ingiustizie messe in atto a danno di altre persone. Al contrario, sostenere il sofferente, anche senza cancellare pienamente il suo dolore, significa continuare l’opera di Cristo.

BIBBIA E SOFFERENZA

LA ROCCIA DA SCALARE -I PARTE

di GIANFRANCO RAVASI
(biblista)

«Perché soffro? È questa la roccia dell’ateismo». La famosa battuta del dramma La morte di Danton (1835) di George Buchner, uno dei più intensi scrittori dell’Ottocento tedesco, riassume in modo folgorante uno dei due approdi antitetici a cui conduce l’esperienza del dolore, in particolare del dolore innocente. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov ove Dostoevskij s’interroga: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza?».
Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del « Papiro di Berlino 3024″ (2200 a.C.), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L’accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’ »ateismo » che fa leva sul proprio dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (capitolo 13): «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?».
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella ragione tenebrosa della sofferenza personale che si celebrano le apostasie, come affermava il pensatore agnostico francese Jean Cotureau: «Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male». E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell’umanità, ricorrendo appunto a quella teodicea a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo – accanto al Dio buono e giusto – un’altra divinità negativa e ostile, un Dio del male (pensiamo, a titolo esemplificativo, al manicheismo e a tante forme apocalittiche estremiste). Si è appellato alla cosiddetta « teoria della retribuzione », per altro ben attestata anche nella Bibbia, come vedremo: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un’espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell’innocente).
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità o il bene quando si presentano nella vita!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore francese Albert Camus osservava: «C’è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no». Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un’apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell’essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche come lo stoicismo greco-romano o il brahmanesimo indiano per il quale il male è solo maya, cioè « illusione ». In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione. Le energie cosmiche e il progresso umano sono la via da percorrere per la graduale eliminazione di ogni negatività.

Giobbe, l’impaziente
La cittadella fortificata del dolore, comunque, rimane non del tutto valicabile dalla ragione umana, anche se in essa possono aprirsi brecce e varchi. Il suo centro ultimo, come insegna la Bibbia che ora interrogheremo su questo tema, può essere chiuso e non necessariamente nell’assurdo, ma anche nel « mistero » di un progetto metarazionale e trascendente del quale possiamo al massimo intuirne una coerenza generale. C’è, però, un dato preliminare rilevante: un’ampia porzione del male diffuso nel mondo è riconducibile alla libertà e quindi al peccato dell’uomo. È, allora, necessario partire con l’esame di coscienza ideale che è proposto da Genesi 2-3 ove è protagonista appunto ha-adam, in ebraico « l’uomo » di tutti i tempi e di tutte le regioni del mondo. Al progetto di armonia con Dio, con la natura e con il suo simile, descritto come desiderio del Creatore nel capitolo 2, egli, nella sua libertà, decide di opporre un progetto alternativo di alienazione, violenza, sopraffazione, imperialismo (si vedano il capitolo 3 e la storia successiva di Caino, del diluvio e di Babele).
Il dolore dell’umanità, allora, in molti casi, prima di appellare al mistero dell’agire divino, deve trasformarsi in un atto di accusa che l’uomo lancia contro il proprio agire immorale. Prima di gridare a Dio protestando perché lascia morire di fame o senza cure molti bambini o ne fa nascere altri deformi, l’uomo deve interrogare il suo egoismo, le sue prevaricazioni, la sua politica, le sue oppressioni e ingiustizie, la sua scienza distruttrice.
Detto questo, bisogna però riconoscere che c’è – per usare un’espressione del commento a « Giobbe » del filosofo francese Philippe Nemo – un « eccesso di male » che deborda dall’azione e dalla responsabilità umana. È appunto il « libro di Giobbe » a porre sul tappeto questa interrogazione per ragioni strettamente teologiche, cioè per scoprire il vero volto di Dio. Infatti, il testo di Giobbe – equivocato come simbolo di pazienza (cfr. Gc 5,11) – è una ricerca lacerante della genuina realtà divina che nel dolore appare in modo scandalosamente sconcertante: «La rabbia di Dio mi perseguita per dilaniarmi, contro di me digrigna i denti, contro di me il mio nemico affila gli occhi. Ero sereno e lui mi ha stritolato, mi ha afferrato per la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, infierisce su di me come un generale trionfatore» (Gb 16,9.12-14). Dio, quando si ha la pelle torturata dal dolore, non è visto come un padre, ma come un imperatore trionfatore, come un arciere sadico che trafigge l’uomo senza pietà. In quei momenti l’unica preghiera è solo una domanda di tregua: «Quando la finirai di spiarmi e mi lascerai inghiottire la saliva?» (7,19). «Inghiottire la saliva» è un curioso modo orientale per indicare un istante di respiro e di tregua.
Per l’uomo tormentato dalla sofferenza l’unico spiraglio liberatore sembra essere la morte: «Se devo sperare, è solo l’Ade la mia casa, nelle tenebre stenderò il mio giaciglio. Al sepolcro io grido: Padre mio sei tu! Ai vermi: Madre mia, sorelle mie!» (17,13-14). Giobbe nel dolore si spoglia di qualsiasi appoggio umano e spirituale. Il suo itinerario è quello della fede pura e nuda, priva di facili appoggi, lontana dagli schemi freddi che gli amici teologi gli oppongono per spiegare il mistero del male. Ed è proprio attraverso la povertà assoluta del soffrire che Giobbe giunge al vero Dio. Verso di lui l’uomo apre un’offensiva processuale per farlo deporre in un’ideale assise giudiziaria perché giustifichi il suo strano infierire sull’uomo: «Ecco qui la mia firma. L’Onnipotente mi risponda! Il mio Rivale scriva il suo protocollo! Sono pronto a rendergli conto di tutti i miei passi; come un principe, mi presento davanti a lui» (31,35.37).
E sorprendentemente Dio accetta di fare la sua deposizione, imboccando la via del dialogo. Il Signore pronunzia due discorsi monumentali, che sono anche le pagine poeticamente più alte del libro. Da quelle strofe grandiose emerge il mondo delle meraviglie cosmiche (terra, mare, astri, costellazioni, aurore, leoni, ibis, gazzelle, struzzi, bufali, cavalli, camosci), ma anche tutta la sfera delle energie caotiche e negative che attentano allo splendore della creazione, energie personificate nei due mostri simbolici Behemot e Leviatan (capitoli 38-41). Giobbe è un pellegrino stupito tra questi misteri, di cui egli non sa sondare che qualche particella microscopica mentre Dio li percorre totalmente con la sua onniscienza e onnipotenza.
Giobbe, allora, comprende che, accanto alla piccola logica dell’uomo che riesce solo a comprendere e a sistemare piccoli frammenti della realtà e che quindi ha ragione di trovarsi a disagio di fronte al male, esiste un grande e superiore « progetto » di Dio, infinitamente più completo e invalicabile ai nostri piccoli schemi. Questo progetto divino è capace di collocare al suo interno anche gli aspetti che a noi risultano debordanti o inutili o dannosi. Gli amici di Giobbe si illudevano, come molti « consolatori », di conoscere questo progetto identificandolo con le loro facili spiegazioni teologiche, soprattutto con la già menzionata teoria della retribuzione per cui ogni dolore è generato da una colpa. Ma la realtà li smentiva, come smentiva anche Giobbe, quando credeva che non esistesse nessuna via per sistemare la sofferenza nell’arco della storia della salvezza. Il dolore non è, quindi, spiegato a Giobbe ma, incontrando il vero Dio, Giobbe comprende che il Dio infinito e sapiente potrà inquadrarlo nel suo supremo disegno di salvezza. Solo così Giobbe si abbandona alla mano divina.

Publié dans:ANNO PAOLINO |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

LA ROCCIA DA SCALARE – di GIANFRANCO RAVASI – II PARTE

LA ROCCIA DA SCALARE – II PARTE

di GIANFRANCO RAVASI

Una teologia del dolore
Con Giobbe, dunque, si passa da un’antropologia della sofferenza a una vera e propria teologia. Egli è fermamente convinto che, proprio perché « mistero » terribile e supremo, la realtà del dolore non può essere « razionalizzata », addomesticata attraverso un facile teorema teologico. Il male e il dolore urlano con tutta la loro forza contro la mente dell’uomo. Ma il poeta biblico è altrettanto fermamente convinto che esiste una ’esah, una « razionalità » da mistero, cioè superiore e totalizzante, quella di Dio: essa riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto. E Giobbe, allora, resta contemporaneamente teso verso la disperazione e la bestemmia a cui lo conduce « logicamente » la sua intelligenza e verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce la sua autentica fede.
In questa stessa linea nettamente teologica – che corre accanto a quella più « filosofica » della retribuzione, della sofferenza come catarsi e pedagogia dell’uomo (così l’ultimo amico di Giobbe, Elihu), del limite creaturale (Qohelet) – si colloca la figura del Servo sofferente del Signore cantato da Isaia in quattro carmi (capitoli 42; 49; 50; 53), figura riletta in chiave messianica dal cristianesimo. Noi seguiremo ora il fondamentale quarto canto del Servo del Signore (Is 52,13-53,12). Egli nasce come un virgulto in un deserto solitario, ma cresce e si configura come un essere «disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire». Ma quella sofferenza non è frutto della punizione di una colpa, come insegnava la citata tesi della retribuzione legata al binomio « delitto-castigo ». È il peccato degli altri che viene espiato da quel giusto. Il suo dolore è salutare per noi tutti, dà salvezza e pace, genera in noi pentimento e perdono.
«Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe siamo stati guariti» (versetti 4-5). La sua donazione è totale e docile come quella dell’agnello sacrificale che vede irrompere su di sé la spada del sacerdote. E ciò che attende il Servo è ormai la morte e la sepoltura, sigillo di una vita di dolore e di disprezzo. Anche se il suo cadavere è buttato nella fossa dei perversi, una lapide ideale è posta sulla sua tomba: «Non ha commesso violenza, non ci fu inganno nelle sue parole» (versetto 9). Ma la morte non è la foce definitiva verso cui corre la vita del Servo. Anzi, la morte fa fiorire il mistero di fecondità che quel virgulto conteneva. Ora il Servo giusto contempla la luce, si sazia nella dolcezza della gloria che è il vedere Dio. «Il giusto mio servo giustificherà molti, si addosserà la loro iniquità» (versetto 11). La cornice conclusiva del carme ribalta la vicenda e presenta l’innocenza del Servo, la cui sofferenza espiatrice ha liberato gli uomini peccatori.
La sua vita, passione e morte sono state sacrificio espiatorio per noi, il suo silenzio è stato orazione esaudita, il suo dolore è stato la nostra giustificazione e riconciliazione con Dio. Per questa pagina del Secondo Isaia, allora, il dolore ha in sé una forza insospettata, una fecondità straordinaria che aiuta il compiersi della storia della salvezza. Per vie misteriose il soffrire unisce intimamente a Dio e produce al tempo stesso solidarietà salvifica coi fratelli. Apparentemente la sofferenza sembra una maledizione, in realtà essa diventa un principio di vita, come avviene per i dolori del parto (cfr. Gv 16,21).

La compagnia di Cristo
Una delle grandi figure della letteratura spirituale e filosofica del ’900 è stata certamente Simone Weil, una donna di straordinaria intensità umana, di origine israelitica, impegnata nel mondo sociale e politico, vissuta lungamente in contatto con l’esperienza cristiana e autrice di opere folgoranti. In uno di questi suoi scritti la Weil osserva: «La sola fonte di chiarezza abbastanza luminosa per illuminare il dolore è la croce di Cristo. Non importa, in quale epoca, non importa in quale Paese, dovunque ci sia un dolore, la croce di Cristo non è che la verità». Queste parole ci invitano a portare il nostro viaggio all’interno del pianeta oscuro del dolore « secondo le Scritture », fino all’ultima tappa della Bibbia, quella del Nuovo Testamento.
Durante la sua vita terrena Cristo ha messo al centro della sua attenzione proprio il mistero del dolore. Il vangelo di Marco è quasi per metà un racconto di Cristo in compagnia di malati. C’è stato un teologo, René Latourelle, che ha scritto: «Eliminare i miracoli di Gesù dai vangeli sarebbe come immaginare l’Amleto di Shakespeare senza Amleto». E i miracoli di Gesù non sono gesti spettacolari autopromozionali, destinati a sollecitare applausi e successi (quante volte Gesù impone il silenzio al malato guarito!), ma piuttosto orientati a liberare l’uomo dal male e dal dolore.
Emblematico di questa vicinanza del Cristo ai sofferenti è il suo atteggiamento nei confronti dei lebbrosi. Essi erano non solo dei malati ma degli scomunicati. Secondo le prescrizioni ufficiali della legge biblica dovevano vivere ai margini delle città, isolati dal loro passato e da ogni affetto; dovevano segnalare la loro presenza qualora sulla loro strada si fosse presentata una persona sana (Lv 14). La lebbra, infatti, era considerata – secondo la teologia « retribuzionistica » dell’Antico Testamento – frutto di una colpa gravissima di cui diventava punizione ed espiazione. Gesù, invece, spazzando via tutte queste remore, non solo si avvia sulla strada di questi « appestati », ma… Ascoltiamo la narrazione di Marco (1,41-42): «Gesù, mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: « Lo voglio, guarisci! ». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì».
Di fronte a un morbo, che oggi potremmo comparare al grande incubo dell’Aids, Gesù non si lascia coinvolgere in sofismi religiosi, non si fa tentare da preoccupazioni artificiose di autodifesa come fanno certi cristiani benpensanti, ma è pronto subito a condividere, a curare, ad amare. E, così, davanti a Gesù sfilano poveri, malati, angosciati, persone colpite da mali morali, fisici, sociali e psichici. Per tutti egli ha una parola e un gesto di speranza, proponendo così alla sua Chiesa di essere sempre accanto a chi soffre, anzi di considerare questi «fratelli più piccoli» la realtà più preziosa del Regno di Dio.
Possiamo, allora, dire che in Gesù è Dio stesso che viene incontro all’umanità sofferente per liberarla dalla tirannia del male. Una liberazione lenta e progressiva, destinata ad approdare a quella città perfetta in cui dolore e morte non saranno più i cittadini privilegiati, ma da essa saranno espulsi. Nel ritratto della Gerusalemme celeste, simbolo del mondo che Cristo ha inaugurato e che noi dobbiamo collaborare a costruire, l’Apocalisse ci offre questo profilo: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,3-4).
Cristo, però, sperimenta non solo all’esterno, ma anche in se stesso la forza tenebrosa del dolore. Egli piange davanti alla tomba dell’amico Lazzaro; egli sa che «deve molto soffrire ed essere respinto e poi venire ucciso» (Mc 8,31). E soprattutto egli entra nella passione che è un itinerario continuo di sofferenze, è la « via dolorosa », la « via crucis » per eccellenza. È un’esperienza condotta nella solitudine, anche degli amici più cari («Non siete stati capaci di vegliare una sola ora?»), nel silenzio di Dio («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), nella lotta fisica dell’agonia (il sudore di sangue), nelle torture (flagellazione e incoronazione di spine), nella crocifissione, nella catastrofe finale della morte.
Un personaggio di un film di Bergman, il sagrestano di Luci d’inverno, al pastore in crisi di fede ricorda la scena della sofferenza di Cristo: «Pensi al Getsemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati. Non avevano capito nulla. Ma non era ancora il peggio. Quando il Cristo fu inchiodato sulla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze, esclamò: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Il Cristo fu preso da un grande dubbio nei momenti che precedettero la sua morte. Dovette essere quella la più crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio». Eppure era proprio passando attraverso il dolore e la morte, qualità « impossibili » a Dio, che Cristo diventava veramente uno di noi e poteva liberare e salvare attraverso la sua divinità la nostra miseria, il nostro limite, il nostro male.
In questa luce il dolore diventa il segno supremo d’amore e di fraternità del Cristo nei confronti dell’uomo. Non per nulla egli aveva ripetuto durante la sua vita terrena: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). È illuminante, al riguardo, quanto scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer il 16 luglio 1944 nel lager di Flossenburg ove sarebbe stato, di lì a poco, impiccato: «Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta… Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza ma in virtù della sua sofferenza». La frase è certamente paradossale, ma coglie una dimensione fondamentale dell’Incarnazione: Cristo ci aiuta, capisce il nostro dolore, lo può fare perché l’ha incontrato e l’ha vissuto come noi. E questa solidarietà del Figlio di Dio è efficace e liberatrice.
In tale luce è comprensibile la dichiarazione di Paolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui» (Fil 1,29). Anzi, l’apostolo può scrivere questa frase sorprendente: «Io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Questa dichiarazione non va intesa, ovviamente, nel senso che la passione di Cristo sia incompleta o che possa mancare qualcosa alla sua croce: la morte e la risurrezione di Gesù sono, infatti, l’evento definitivo della salvezza. Il credente soffre in comunione con Cristo, nel suo Corpo che è la Chiesa, e anche il suo dolore acquista valore redentivo: la redenzione, infatti, pur compiuta nella morte e nella gloria di Cristo, si distende nel tempo e nello spazio dell’umanità.

Le lacrime nell’otre di Dio
Al termine di questo lungo viaggio nella galleria oscura della sofferenza, facciamo risuonare le Beatitudini di Cristo. Esse sembrano una voce lontana dal groviglio della vita, delle paure e delle sofferenze: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati voi che ora piangete, perché riderete» (Mt 5,4; Lc 6,21). Queste parole, però, non vogliono essere una facile e illusoria consolazione. Come diceva il poeta francese Paul Claudel: «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza». Le spiegazioni filosofiche della realtà del dolore sono spesso sterili. Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé.
Ma, proprio perché egli è il Figlio di Dio, attraverso il dolore e la morte, ha lasciato in essi un seme di divinità, di eternità. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene in ogni sofferenza. L’esperienza del dolore può essere disperante e angosciante, anche perché è come essere in una prigione che ci costringe e ci soffoca.
L’ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: egli non elimina la nostra condizione di creature fragili e limitate, ma apre la porta e ci prende per mano per condurci oltre quel carcere, cioè oltre la sofferenza e la morte. La fede ha il compito di svelarci ciò che attende il nostro soffrire e morire: non è il gorgo oscuro del nulla e del non-senso, ma la liberazione definitiva del male, come ci ricorda l’Apocalisse (21,4). Ora, durante il cammino della storia, il Signore «raccoglie nell’otre suo le lacrime: non sono forse scritte nel suo libro?» (Sal 56,9). Ci è, quindi, solidale e compagno di strada, in attesa di condurci verso la nuova creazione che redime ogni male. Noi non dobbiamo «avere speranza in Cristo soltanto in questa vita», perché, come osserva Paolo, «saremmo da compiangere più di tutti gli uomini»; dobbiamo, invece, sperare nella meta della storia, segnata già dalla Pasqua di Cristo: là «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,19.28).
Tutti coloro che, durante l’itinerario della storia, curano i malati e sono vicini a chi soffre non fanno che anticipare la meta del Regno di Dio, la costruiscono con le loro mani, accanto alle mani decisive di Dio. Sostenere il sofferente, anche senza cancellare pienamente il dolore, è una continuazione dell’opera di Cristo ed è un’anticipazione della liberazione offerta dal Regno. Tergere le lacrime dagli occhi dei sofferenti è compiere lo stesso gesto che Dio riserverà alla fine del tempo (Is 25,8; Ap 21,4). È in questa luce che a tutti costoro è riservata la citata benedizione di Cristo re: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36).

Gianfranco Ravasi

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Re Salomone e il ritrovamento della vera croce – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350326

Re Salomone e il ritrovamento della vera croce

In Libano, Benedetto XVI ha invocato per tutti la comune grammatica del diritto naturale. Mentre ai cristiani ha indicato nella croce il segno della vittoria. Sull’esempio di Costantino, l’imperatore che assicurò la libertà di religione

di Sandro Magister

ROMA. 16 settembre 2012 – Per i cittadini del Libano, appena atterrato all’aeroporto di Beirut, Benedetto XVI ha invocato la saggezza di re Salomone. Perché sappiano conservare quel decisivo « equilibrio » tra i cristiani e « i loro fratelli di altre religioni » che può far da « modello per gli abitanti di tutta la regione, e per il mondo intero ».
In un paese che porta i segni di una guerra civile ed è stato più volte invaso da truppe straniere, la scommessa era audace. Ma su di essa papa Joseph Ratzinger ha puntato senza esitazione, nei tre giorni della sua visita.
Nel discorso che sabato 15 settembre, nel palazzo presidenziale di Baadba, ha rivolto ai rappresentanti della repubblica libanese, ai membri del governo, ai capi religiosi e agli uomini della cultura, ha chiesto a tutti di ritrovarsi uniti su quei « valori comuni a tutte le grandi culture, perché radicati nella natura della persona umana ».
Tra questi valori ha messo in primo piano la libertà religiosa.
Con un inatteso richiamo a Costantino che nel 313 dopo Cristo concesse la libertà ai cristiani nell’impero, Benedetto XVI ha chiesto che non solo in Libano – unico paese della regione in cui la conversione dall’islam al cristianesimo è socialmente tollerata – ma in tutto il Medio Oriente sia data libertà piena alla pratica pubblica di ogni fede religiosa, « senza mettere in pericolo la propria vita ».
Oltre a questo, tra i « fondamenti » di quella « grammatica che è la legge naturale inscritta nel cuore umano », il papa ha particolarmente esaltato « il carattere sacro della vita donata dal Creatore ».
La difesa della vita, ha detto, è la via alla vera pace:
« Oggi, le differenze culturali, sociali, religiose, devono approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove appunto ciò che unisce è il senso comune della grandezza di ogni persona, e il dono che essa è per se stessa, per gli altri e per l’umanità. Qui si trova la via della pace. Qui è l’impegno che ci è richiesto. Qui è l’orientamento che deve presiedere alle scelte politiche ed economiche, ad ogni livello e su scala planetaria ».*
Detto questo a tutti i cittadini del Libano senza distinzione, Benedetto XVI si è però rivolto anche direttamente ai cristiani.
A loro ha chiesto semplicemente di « porsi alla sequela di Gesù ». E così ha spiegato, nell’omelia della messa di domenica 16 settembre:
« Porsi alla sequela di Gesù significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla. Poiché siamo certi che questa via conduce alla risurrezione, alla vita vera e definitiva con Dio. Decidere di accompagnare Gesù Cristo che si è fatto il servo di tutti esige un’intimità sempre più grande con lui, ponendosi all’ascolto attento della sua parola per attingervi l’ispirazione del nostro agire. Nel promulgare l’Anno della fede, che comincerà l’11 ottobre prossimo, ho voluto che ogni fedele possa impegnarsi in maniera rinnovata su questa via della conversione del cuore. Lungo tutto l’arco di questo anno, vi incoraggio dunque vivamente ad approfondire la vostra riflessione sulla fede per renderla più consapevole e per rafforzare la vostra adesione a Cristo Gesù e al suo Vangelo ».
Due giorni prima, la sera di venerdì 14 settembre, Benedetto XVI aveva messo al centro la croce di Gesù anche nel promulgare l’esortazione apostolica a coronamento del sinodo per il Medio Oriente:
« È provvidenziale che questo atto abbia luogo proprio nel giorno della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, la cui celebrazione è nata in Oriente nel 335, all’indomani della dedicazione della Basilica della Resurrezione costruita sul Golgota e sul sepolcro di Nostro Signore dall’imperatore Costantino il Grande, che voi venerate come santo. Fra un mese si celebrerà il 1700.mo anniversario dell’apparizione che gli fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante, mentre una voce gli diceva: « In questo segno, tu vincerai!’. [...]
« L’esortazione apostolica ‘Ecclesia in Medio Oriente’ vuole tracciare una via per ritrovare l’essenziale: la ‘sequela Christi’, in un contesto difficile e talvolta doloroso, un contesto che potrebbe far nascere la tentazione di ignorare o dimenticare la croce gloriosa. È proprio adesso che bisogna celebrare la vittoria dell’amore sull’odio, del perdono sulla vendetta, del servizio sul dominio, dell’umiltà sull’orgoglio, dell’unità sulla divisione. [...] Questo è il linguaggio della croce gloriosa! Questa è la follia della croce: quella di saper convertire le nostre sofferenze in grido d’amore verso Dio e di misericordia verso il prossimo; quella di saper anche trasformare degli esseri attaccati e feriti nella loro fede e nella loro identità, in vasi d’argilla pronti ad essere colmati dall’abbondanza dei doni divini più preziosi dell’oro (2 Cor 4, 7-18). Non si tratta di un linguaggio puramente allegorico, ma di un appello pressante a porre degli atti concreti che configurano sempre più a Cristo, atti che aiutano le diverse Chiese a riflettere la bellezza della prima comunità dei credenti (At 2, 41-47); atti simili a quelli dell’imperatore Costantino che ha saputo testimoniare e far uscire i cristiani dalla discriminazione per permettere loro di vivere apertamente e liberamente la loro fede nel Cristo crocifisso, morto e risorto per la salvezza di tutti ».
Con questo, ancora una volta Benedetto XVI ha deluso chi vorrebbe da lui dei gesti politici eclatanti o delle soluzioni di strategia internazionale.
Ma proprio agendo così, è andato all’essenziale di ciò che la sua missione richiede.
A tutti, ha ricordato la grammatica dei diritti naturali. Ai cristiani, il segno della croce.

l programma e i discorsi integrali in più lingue di Benedetto XVI in LIbano, compresa l’esortazione apostolica postsinodale « Ecclesia in Medio Oriente »:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2012/index_libano_it.htm

Papa Benedetto in Libano

Papa Benedetto in Libano dans immagini varie LIBANO_PAPA_E_GIOVANI

http://www.asianews.it/news-en/Pope:-May-the-Virgin-Mary-inspire-and-accompany-Lebanon's-Christians-and-Muslims-25830.html
Publié dans:immagini varie |on 17 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

P. Samir: Il coraggio di Benedetto XVI sostiene le Chiese del Medio oriente e la Primavera araba

http://www.asianews.it/notizie-it/P.-Samir:-Il-coraggio-di-Benedetto-XVI-sostiene-le-Chiese-del-Medio-oriente-e-la-Primavera-araba-25780.html

LIBANO – VATICANO

(11/9/2012)

P. Samir: Il coraggio di Benedetto XVI sostiene le Chiese del Medio oriente e la Primavera araba

di Samir Khalil Samir (Padre Samir)

Pur con le tensioni nella vicina Siria e i venti di guerra fra Israele e Iran, il viaggio in Libano non è stato rimandato. Cristiani e musulmani lo aspettano. L’Esortazione apostolica deve favorire il rapporto fra clero e laici, l’ecumenismo, l’amicizia fra cristiani e musulmani, l’impegno per i poveri, l’educazione. Il Libano possibile modello per la Primavera araba: cittadinanza comune fra cristiani e musulmani, libertà di coscienza (e di convertirsi da una religione all’altra), oltre gli eccessi del permissivismo occidentale e del fondamentalismo islamico.
Beirut (AsiaNews) Tutto il Libano si prepara ad accogliere la visita di Benedetto XVI (14-16 settembre). Si preparano anzitutto i cristiani con incontri diocesani e nazionali fra giovani, coppie, famiglie, ecc. Il Paese brulica di bandiere libanesi e vaticane; lungo tutta l’autostrada che percorre la costa vi sono immagini del pontefice con frasi significative; cartelloni luminosi. Anche nella stampa, tutti i giorni, vi sono articoli di preparazione.
Tutti aspettano la sua parola di pace e di riconciliazione, anche se la situazione in Siria, a pochi passi da qui, è molto tesa. Nonostante ciò il governo sta facendo di tutto per garantire la sicurezza. Il fatto che il viaggio avvenga, che non sia stato rimandato o cancellato, è un elemento importante. Tanti ancora non ci credono, ma io lo confermo e dico: Questo venire di Benedetto XVI è già la prova che il papa sa del pericolo, ma non lo teme. E se dovesse succedere qualcosa – Dio non voglia – significa: Io condivido le vostre preoccupazioni e inquietudini.
In effetti, il pontefice e la Chiesa al Sinodo sul Medio oriente hanno sottolineato che i cristiani di questa regione non devono abbandonare questi luoghi perché « abbiamo una missione qui ». Ma se al primo rischio, il papa avesse cancellato il viaggio, sarebbe stata una contro-testimonianza. Invece il papa sembra affermare: La vostra situazione è difficile e lo sappiamo. Ma vogliamo aiutarvi e confermarvi che la vostra presenza è importante. Questo viaggio è un messaggio già per il fatto stesso che avviene.

Anche i musulmani attendono il papa
Vi sono parole di benvenuto al papa anche dalle personalità musulmane. I musulmani non sono indifferenti. La figura del papa e di questo in particolare, è sempre stata una figura pacifica, costruttiva, che predica la comprensione e la riconciliazione, la pace fra musulmani e cristiani. Il Libano poi, è un Paese piccolo e debole ed è contento di essere messo per alcuni giorni sotto i riflettori del mondo.
D’altra parte il Libano è anche il Paese arabo dove c’è più intesa fra cristiani e musulmani. Il fatto che il papa per dire qualcosa al Medio oriente scelga il Libano, significa che questo Paese ha anche una missione. E i musulmani libanesi sono consci di questo. Di fronte a problemi quali la libertà religiosa, la libertà di coscienza, il rapporto con la modernità e l’occidente, essi hanno una posizione molto più moderata e aperta di tutti gli altri musulmani della regione.
In questo settore essi hanno una funzione trainante perchè sostenitori della convivenza. Tale posizione non è neppure facile perché anche in Libano i conflitti possono sorgere per un nonnulla. Vi sono provocazioni che vengono dall’estero: i problemi della Siria, la tensione con l’Iran, i fondamentalisti dalla Giordania o dall’Arabia saudita o del Qatar; i profughi dall’Iraq…
Eppure la comunità libanese mantiene la sua posizione. In questi ultimi anni, poi, i conflitti sono più fra musulmani, fra moderati – la stragrande maggioranza – e le tendenze salafite pur presenti in Libano. E la risposta è sempre per una moderazione, non a favore dell’estremismo. Ieri, durante una gita speleologica a Jaita, nel Metn, abbiamo visto centinaia di famiglie musulmane in visita. Anche loro simpatizzano per la venuta del papa.

Le tensioni in Medio oriente
Il timore più grande per noi viene dalla situazione siriana. Ogni giorno vediamo siriani passare la frontiera, musulmani e cristiani, come profughi o come combattenti, per prolungare la lotta. Gli scontri avvenuti nel nord Libano, sono fra musulmani e musulmani. L’esercito cerca di isolarli perché entrambi i gruppi sono armati. Hezbollah, da parte loro, hanno cercato di avere un profilo basso, pieno di prudenza e saggezza. Hezbollah sostiene il regime siriano, ma non si è molto pronunciato, se non a parole.
Se le cose dovessero peggiorare in Siria, non si sa cosa potrebbe succedere in Libano. Speriamo che la venuta del papa tranquillizzi la situazione.
Vi sono anche tensioni fra Iran e Israele. Di continuo Teheran promette di distruggere Israele e Israele minaccia un raid aereo contro le centrali nucleari iraniane. A me sembra che le minacce iraniane contro Israele siano solo delle parole. L’Iran non ha mai attaccato Israele in modo diretto. E in un momento così delicato per l’Iran, non sarebbe saggio il farlo. Io temo più un attacco cosidetto « preventivo » di Israele. Spero che almeno durante questa visita, la presenza del papa porti qualche sentimento di pace. Un attacco di qualunque parte sull’altra sarebbe un errore assoluto: un attacco o una guerra preventiva non si giustificano. E non porterebbero alcun frutto, se non qualche massacro in più per la povera gente.
La tensione sta crescendo in Siria, con il governo che ha bombardato sabato scorso Aleppo con gli aerei Albatros. Allo stesso tempo, vi è stato un attacco dei ribelli in una caserma dove si reclutavano nuovi soldati. Ed è sempre la gente comune che paga con la vita. In Siria le cose vanno male perché ognuno pensa che si è vicini alla soluzione finale e alla vittoria per la propria parte. Spero che almeno durante questi giorni di visita del papa i due fronti attuino una tregua.
Del resto, il papa viene a proporre un sostegno morale e spirituale, e propone una riconciliazione fra tutti.
L’Esortazione apostolica e la missione
Il papa viene a pubblicare e a diffondere l’Esortazione apostolica che fa seguito al Sinodo per le Chiese del Medio oriente. Tutte le diocesi si stanno preparando alla visita con dibattiti, conferenze, basati proprio sui temi del Sinodo. Cosa porterà in più questa visita? Dipenderà certo da ciò che i cristiani metteranno in atto dopo la visita.
Per prima cosa bisognerà studiare il documento. I giornali aiuteranno da subito a leggere sintesi, citazioni, contenuti. Ma penso che saranno soprattutto le diocesi a doverlo studiare con incontri fra adulti, giovani, affrontando i problemi sociali ed ecumenici.
Per me, una delle tematiche più importanti dibattute al Sinodo e su cui l’Esortazione potrà spingere è la riforma del rapporto fra clero e laici. Qui in Medio oriente il rapporto fra sacerdote e la sua comunità di laici è un po’ quella fra padrone e servi. In confronto all’occidente, qui i laici sono molto più impegnati al servizio della Chiesa e della società, ma purtroppo i preti decidono, e tendono a comandare e chiedono ai laici solo di ubbidire. E’ tempo di dare più spazio ai laici nella missione della Chiesa.
Un secondo aspetto che si spera di potenziare è l’impegno ecumenico. I fedeli laici sono molto più aperti alla collaborazione ecumenica. Giorni fa ho celebrato un matrimonio ecumenico, fra una cattolica e un greco-ortodosso. C’ero io, il sacerdote ortodosso e poi un frate. Abbiamo fatto tutti i riti insieme alternandoci, con i canti dei due riti in arabo. I laici premono anche per unificare le feste, praticare un unico calendario per Pasqua, Natale, ecc.
Il terzo elemento è il rapporto coi musulmani. I rapporti con loro sono buoni, soprattutto se non cerchiamo di fare accordi teologici. La cosa più importante che si realizza in Libano è la libertà di coscienza, cioè la possibilità per un individuo di cambiare religione senza alcuna costrizione.
Ieri un giovane monaco che mi ha accompagnato ad una conferenza mi ha detto che si chiamava Muhammad. Davanti al mio stupore, lui ha raccontato che cinque anni fa si è convertito e poi è entrato in monastero. Con la sua famiglia vi sono ancora buone relazioni soprattutto coi fratelli e con la madre, ma non col padre.
All’incontro – che era sul rapporto fra cristiani e musulmani – erano presenti diversi uomini e donne convertite. Fra tutti, vi era anche uno che mi ha detto: « Io ero un terrorista musulmano. Poi, grazie a Tele Lumière [una televisione cattolica libanese], mi sono convertito. Grazie a Fratel Noor [il responsabile della tivu] sono cambiato. Ora lavoro alla stessa televisione ». Un’altra persona, di origine marocchina, mi ha raccontato che dopo la conversione, è venuta a vivere in Libano con la bambina, per le difficoltà sorte con i suoi familiari.
Vale la pena sottolineare che il Libano è l’unico Paese dove ci si può convertire da una religione all’altra senza rischiare di essere uccisi o fortemente emarginati dalla società. Nel Paese si ricorda ancora la conversione di p. Afif Osseiran (1919-1988), proveniente da una grande famiglia sciita, e il suo diventare sacerdote maronita, che si proclamava « buon musulmano e vero cristiano ». Si converti’ all’età di 25 anni, dopo aver letto il « Discorso sulla Montagna », e in particolare la parola « Ed io vi dico: Amate i vostri nemici » (Mt 7, ). Non ha mai rinnegato la sua doppia realtà! È morto 25 anni fa. La famiglia, tutta musulmana, ancora oggi, ogni anno partecipa a una messa a ricordo del loro defunto. Ciò che in Libano è possibile, è totalmente impossibile nel resto del mondo[1].
Il quarto punto programmatico, frutto del Sinodo e dell’Esortazione apostolica è la priorità verso i poveri. La Chiesa si impegna attraverso i laici, ma la critica che si fa è che i monaci o i vescovi sono troppo ricchi, o vivono in modo non povero. Tale critica è spesso valida. Spero che il Santo Padre suggerisca di vivere il Vangelo in modo più rigoroso e più vicino ai deboli.

–L’Esortazione apostolica e la Primavera araba
Attenzione alla povertà significa che il papa seminerà anche sul solco della Primavera araba. I movimenti che stanno cambiando il mondo medio-orientale sono partiti proprio dalla richiesta di maggiore dignità per i poveri e dallo scandalo della povertà che in molti di questi Paesi raggiunge il 40% della popolazione.
Ma la Primavera araba ha anche sottolineato valori come la libertà di coscienza, la libertà dalle dittature, la democrazia, l’uguaglianza fra cristiani e musulmani nella società, e fra uomini e donne. Credo che i cristiani dopo il Sinodo e dopo l’Esortazione apostolica potranno essere ancora più protagonisti, mantenendo la caratteristica di credenti, lavorando e lottando per le diverse libertà – di stampa, di associazione, di coscienza, di opinione… -. In occidente si affermano queste libertà, ma in modo spesso anarchico, che rasentano il libertinismo. Ciò ha spinto i musulmani a una chiusura verso l’occidente, affermando un maggior rigore e fondamentalismo.
La Primavera araba era un richiamo assoluto alla libertà, ma non a quella occidentale, che non conosce limiti e si esprime spesso solo con la libertà sessuale, l’esibizionismo, la provocazione. I cristiani con la loro visione della libertà, possono aiutare i musulmani a trovare una via media, che escluda il laicismo e gli eccessi dell’occidente da una parte, e il fondamentalismo dell’islam dall’altra.
Un altro punto che l’Esortazione dovrebbe potenziare è quello dell’educazione. In Libano circa il 50% dei ragazzi cristiani e musulmani fino a 12 anni vanno nelle scuole cattoliche. È molto importante dare un’educazione comune e garantire allo stesso tempo l’approfondimento della propria tradizione, musulmana o cristiana. La nostra università St Joseph ha il 35% di musulmani.
Infine, un desiderio: dopo la Primavera araba, in quasi tutti i Paesi interessati i tentativi di islamizzazione forzata hanno incontrato molta resistenza da parte della popolazione. Ciò avviene in Tunisia, in Marocco, Egitto e in una certa misura anche in Siria. I cristiani siriani temono una dittatura religiosa che potrebbe sostituire una dittatura politica. In realtà, secondo molte testimonianze, la tendenza radicale fra i ribelli e l’opposizione siriana costituiscono una minoranza. Non sembra giusto perciò temere, in Siria, il potere dei Fratelli musulmani o dei salafiti, anche se la prudenza è sempre richiesta. La tradizione siriana è in effetti segnata da una laicità ositiva.
Qui emerge ancora una volta il valore del Libano e della scelta del pontefice: il Libano come Paese multietnico e multireligioso, aperto a tutte le tradizioni, è in qualche misura un ideale per la Primavera araba, che sogna uno Stato laico, aperto a tutte le tradizioni religiose e culturali. E anche il Sinodo va lungo questa direzione, nella ricerca di una comune cittadinanza e non verso il fondamentalismo. Unendo le nostre forze potremo garantire un futuro buono per il Medio oriente. Inch’Allah!

[1] Cfr Jacques Keryell, Afif Osseiran (1919-1988). Un chemin de vie (Paris: Le Cerf, 2009).

IL CARDINALE VAN THUAN TESTIMONE DELLA CROCE

http://www.zenit.org/article-32640?l=italian

IL CARDINALE VAN THUAN TESTIMONE DELLA CROCE

Omelia di mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nella Messa di suffragio per il 10° Anniversario della morte del card. Van Thuan

ROMA, lunedì, 17 settembre 2012 (ZENIT.org) – Pubblichiamo il testo dell’Omelia pronunciata da mons. Mario Toso, S.D.B., segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, durante la Messa di suffragio per il 10° Anniversario della morte del card. Van Thuan, celebrata venerdì 14 settembre, nella sede del Dicastero di Roma.
***
Cari fratelli e sorelle,
il decimo anniversario della morte dell’amato Servo di Dio Cardinale Van Thuan – abbiamo ancora vivo il ricordo della sua tumulazione avvenuta pochi mesi fa in questa chiesa di Santa Maria della Scala – viene celebrato con questa Eucaristia nel giorno della festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Sono, poi, ormai prossimi il Sinodo del mese di ottobre dedicato alla nuova evangelizzazione e l’apertura dell’anno della Fede.
Non possiamo, allora, non riconoscere che quest’anno la memoria del Cardinale Van Thuan viene caratterizzata da riferimenti ecclesiali e pastorali particolarmente densi di significato.
La festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in particolare, ci consente di ricordare il Cardinale Van Thuan come testimone eroico dell’amore di Gesù Cristo, di quell’amore totale e fedele che l’ha condotto a subire il supplizio riservato agli schiavi.
La Croce è il luogo ove Gesù Cristo ha mostrato l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e
la profondità del suo amore al Padre e all’umanità. Grazie ad un tale amore senza misure, e che sorpassa ogni conoscenza, Egli ha compiuto la volontà del Padre ed ha redento l’umanità arricchendola della capacità d’amare propria di Dio.
Il Servo di Dio Van Thuan, durante gli anni della dura prigionia, ha attinto forza dall’amore di Cristo crocifisso. Si è immerso in esso celebrando l’Eucaristia nel massimo dell’essenzialità, mosso da una fede ardente.
Ha voluto rappresentarsi un tale amore sofferente costruendo, pezzetto dopo pezzetto, la croce pettorale che, una volta liberato, portava appesa al collo, mostrandola a tutti, specie ai suoi connazionali profughi o emigrati come segno di speranza.
Nella sua predicazione citava sovente la preghiera liturgica: O Crux ave, spes unica: Ave o Croce, unica speranza nostra.
La Croce o, meglio, l’amore supremo di Gesù Cristo manifestato su di essa, è la speranza del mondo. Solo un tale amore redime e trasfigura le persone, porta prosperità piena ai popoli. Solo l’amore totale di Cristo per il Padre e per l’umanità, accolto e vissuto, può mettere in grado di rinascere dal punto di vista morale e di fondare la vita della città-polis sull’amore dell’altro, anziché sull’odio o sulla paura del proprio simile.
Mentre lavorava presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Servo di Dio Card. Van Thuan ha continuato a guardare all’amore di Cristo crocifisso come a fonte primigenia del rinnovamento umanizzatore e liberatore della cultura, della politica, dell’economia, della finanza, della famiglia dei popoli, dei mass-media.
Noi tutti sappiamo che la nuova evangelizzazione si compie solo grazie a comunità o a christifideles laici che vivono una fede intensa. Una tale fede giunge a farsi nuova cultura e nuova prassi se pienamente accolta, interamente pensata, fedelmente vissuta, celebrata con un amore appassionato per Gesù Cristo.
Una nuova evangelizzazione introduce ed accompagna i credenti nella vita nuova di amore che Gesù Cristo mostra e realizza in forma vertice sulla Croce, affinché ne divengano annunciatori e testimoni.
Si dà, pertanto, un nesso stretto tra nuova evangelizzazione e la croce di Cristo. La
nuova evangelizzazione mira a far incontrare Gesù Cristo, a viverLo, a vivere il suo
amore crocifisso, amore fedele a Dio e all’uomo.
Il mondo d’oggi, specie quello europeo, che mostra i segni della scristianizzazione e di una fede affievolita, ha bisogno di una nuova evangelizzazione, di guardare alla croce di Cristo per essere guarito, come fecero gli Israeliti che, morsi mortalmente da “serpenti brucianti”, vennero sanati rivolgendo lo sguardo al serpente di bronzo, posto sull’asta da Mosè (cf Num 21, 4-9).
Attingendo all’amore di Cristo morto in croce è possibile vincere il veleno malefico di quei “serpenti brucianti” che, sul piano della vita interiore e spirituale, sono: il ritenersi padroni assoluti della verità, la volontà di dominio sugli altri, la carenza di fraternità, l’odio; e che, sul piano delle nuove ideologie, sono: il materialismo consumistico, il mercantilismo, la tecnocrazia.
Grazie all’amore oblativo di Cristo crocifisso che, come insegna Benedetto XVI nella Caritas in veritate, è amore pieno di verità, il cristianesimo mostrerà la pienezza della sua genialità, della sua forza ispiratrice di nuovi ethos e civiltà, e non sarà ritenuto semplice riserva di buoni sentimenti (cf Caritas in veritate , n. 4).
Partecipando all’Eucaristia odierna, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, lasciamoci attrarre entro il dinamismo trascendente dell’amore di Cristo che si fa,
in certo modo, “schiavo” di Dio e dell’umanità, facendo dono totale della sua vita, perché nessuno vada perduto. Guardiamo all’esempio del Card. Van Thuan che ne è divenuto insigne testimone.
La Croce su cui Gesù ha allargato le braccia, riunendo giudei e pagani in un solo popolo, ci aiuti ad essere, come il servo di Dio Van Thuan, annunciatori di unità e di pace.

O Crux ave, spes unica!

+ Mario Toso
Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

Lo Shofar

Lo Shofar dans immagini sacre Shofar1

http://www.anchor-church-surfside.org/Hebraic%20Studies/ACS%20Shofar.htm

Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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