Archive pour septembre, 2012

21 SETTEMBRE: SAN MATTEO : UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0921letPage.htm

21 SETTEMBRE: SAN MATTEO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 4, 1-16

Varietà dei carismi distribuiti in un solo corpo
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto:
Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini.
Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.
È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

Responsorio Cfr. 2 Pt 1, 21; Pro 2, 6
R. Non da volontà umana fu rivelata a noi la parola divina: * mossi da Spirito Santo quegli uomini parlarono da parte di Dio.
V. Il Signore dà sapienza, dalla sua bocca esce prudenza:
R. mossi da Spirito Santo quegli uomini parlarono da parte di Dio.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Om. 21; CCL 122, 149-151)

Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi» (Mt 9,9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: «Seguimi». Gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2,6).
«Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì» (Mt 9,9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
«Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli» (Mt 9,10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice: «Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

LECTIO: ELIA

http://www.novena.it/Lectio_divina_personaggi_biblici/lectio_vedova.htm

LECTIO: ELIA

Invocare

«Concedimi, o Signore, un po’ di tempo per le mie meditazioni sui segreti della tua scrittura. Non chiuderla a me che busso alla sua porta. Non senza uno scopo certamente tu, o Signore, facesti scrivere tante pagine piene di misteri. Non mancano certo gli amanti della parola santa che quali cervi si rifugiano in essa come in una foresta. In essa si ristorano. Scorazzano in essa da un angolo all’altro come in un prato. Vi pascolano. trovano riposo e ruminano. O Signore, fa’ che anch’io giunga a tanto: rivelami la tua scrittura. Ecco, la tua voce è la mia gioia. La tua parola è il desiderio mio oltre ogni desiderio. dammi ciò che amo. Tu sai che io amo: tu mi hai dato di amare. Non abbandonarmi, Signore. Non trascurare questo filo d’erba che ha sete di te. Quando scoprirò i segreti dei tuoi libri, allora ti loderà l’anima mia» (Sant’Agostino).

Lectio (1Re 17,7-16)
17, [7] Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. [8] Il Signore parlò a lui e disse: [9] « Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo ». [10] Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: « Prendimi un pò d’acqua in un vaso perché io possa bere ». [11] Mentre quella andava a prenderla, le gridò: « Prendimi anche un pezzo di pane ». [12] Quella rispose: « Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo ». [13] Elia le disse: « Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, [14] poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra ». [15] Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. [16] La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia. Dopo aver presentato la vocazione del profeta Elia come una irruzione di Dio nella storia che viviamo, lasciandoci nel momento in cui Elia “beveva al torrente”. Col presentare la vedova di Sarephta, ci fa da introduzione la secca del torrente, la siccità che aumenta. Quel ‘poco’ carne, pane, acqua finiscono, ed il profeta per continuare il suo ministero, la sua esperienza di Dio, deve essere educato dai poveri a Sarephta, città della Fenicia e quindi terra pagana. Ci incamminiamo in punta di piedi in questo brano, con una espressione paolina: «Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,27-29). In queste parole possiamo leggervi la vocazione di ciascuno di noi, anche della persona che, come Geremia, risponde al Signore così: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). È una debolezza che viene premiata, poiché, come è detto, il Signore «rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati […] protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi» (Sal 146,7.9).Dal Testo leggiamo che il piano di Acab viene sconvolto ed Elia trova rifugio e sostentamento assieme alla vedova e al figlio di lei. La vedova si presenta con abiti da lutto, che raccoglie legna e alle parole del profeta che la invita a prendergli dell’acqua per dissetarlo, ella si presenta accogliente, si mette in movimento, la Parola stessa mette in movimento questa povera donna. Ma il profeta gli chiede insieme all’acqua anche del pane. Certo adesso si presenta una difficoltà per la situazione che la vedova sta vivendo insieme al figlio: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo» (v. 12). Il profeta la conforta. La vedova è una donna pagana che mostrandosi nella sua semplicità e spontaneità nella più ardua disperazione, trova motivo di fiducia nella parola del profeta, nella Parola del Signore tanto da mettere in atto quanto dice il profeta. L’obbedienza di questa donna ha permesso di anteporre la ragione a quanto le veniva detto, tutto ha permesso l’incontro con Dio, tanto che alla fine, la vedova farà la sua professione di fede: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca» (1Re 17,24). Questa donna diventa modello di obbedienza, modello di ascolto di colei che accoglie la Parola con fede, perché «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Il profeta sperimenta a casa di questa pagana, di questa vedova l’accoglienza e la solidarietà e la Parola e la Carità non si esauriscono. La vedova è simbolo di una realtà piccola, povera (infatti Sareptha è una piccola città), dove ognuno può collocarsi, trovare il senso della sua vocazione: l’amore di Dio e l’amore del prossimo e il profeta, ha trovato senso alla sua vocazione. La vedova per ciascuno di noi è esempio di condivisione dei valori che non si esauriscono mai, nonostante la siccità dominante all’esterno.
Anche Gesù presenta questo esempio di vita (cfr. Mc 12,41-44; cfr. anche Lc 4,25-26), ad andare alla sua scuola: ella è come Gesù… dona tutto se stessa (cfr. Lc 10,33-37). Anche in questa povera donna si manifesta una chiamata, un dono del Signore: essere profeta. Infatti, «Chi accoglie un profeta… avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca auno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,41-42). Da queste parole traspare che Gesù non si aspetta che i suoi discepoli, i suoi profeti vengano accettati in patria (cfr. Lc 4,24-26), ma c’é una missione che Lui ha
ricevuto e per la quale è disposto a offrire la sua vita. In qualche modo, anche la vedova di Sareptha offre la sua vita partendo dall’ascolto della parola del profeta nella condivisione della propria esistenza. L’espressione «non temere…» (v. 13) è la stessa parola di Dio che passa nella vita di tante persone che troviamo nella Bibbia, ma anche al di fuori di essa, perché è la carezza di Dio che tocca il cuore e chiama alla vita e alla donazione di sé. La vedova è segno di una continua presenza di Dio nella storia di chi a Lui si affida per camminare, accogliere la Sua parola nella propria esistenza anche quando la vita si presenta dura, «Con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4-5). Nella Mishnà, una parte del Talmud (sec. II d.C.), troviamo abbozzata una risposta: «Con tutta l’anima» vuol dire «perfino se Egli ti strappa l’anima», cioé fino al martirio; «con tutta la tua forza» significa «con tutti i tuoi beni», cioé con tutte le tue
sostanze, alla vedova viene chiesto anche il figlio, il suo bene più prezioso, come lo fu per Abramo: «…prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gen 22,2). La vedova è colei che si fida di Dio senza riservare niente per sé e senza aspettarsi da lui alcun miracolo, perché capace di giocare la propria vita su Dio, con un atteggiamento di fiducia, di apertura e di disponibilità completa alle sue vie e alla sua provvidenza. Ella è come la vedova del Vangelo che «nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,43-44) per divenire icona di una fede vissuta.

Interrogarsi
1. Nella tua precarietà o condizione di miseria, trovi spazio per accogliere la Parola di Dio?
2. Sei capace di obbedire, anteponendo la ragione a quanto ti viene chiesto dalla Parola di Dio, per conoscere “il Dio di Elia”?
3. Sei pronto anche tu, come la vedova, a condividere quel poco che hai senza difficoltà a credere in Dio che ha cura dei poveri?
4. Alle parole «non temere…», anche tu sei pronto a rispondere come la vedova con una sorta di giuramento, di fiducia in Dio, che ispira e guida a scelte di
abbandono totale a lui?

Preghiera
Nella nostra povertà, Signore, gridiamo a te all’estremo delle nostre forze. Tu ci hai guariti, ci hai sollevati dal fango molle della nostra condizione. L’abbondanza di prima si è cambiata in carestia; la città santa e il suo tempio sono diventati Zareptha, città pagana. Siamo rimasti soli; soli con i nostri “figli unici”, senza altro che non sia siccità e fame. Al colmo della solitudine, tu vieni e ci chiedi ancora una volta il “tutto ciò che abbiamo per vivere”. Tu bussi nuovamente alla porta del nostro cuore e ci ricordi che solo “Dio è il Signore”. Ci chiedi “l’acqua della tribolazione e il pane dell’afflizione” e non possiamo darti altro che “un pugno di farina e un po’ d’olio”. Sentiamo, Signore, sulla nostra pelle l’incapacità di dare; non è più come prima quando vivevamo nella ricchezza, ora quel poco che ci resta “lo mangeremo e poi moriremo”. Riempi o Signore la fragile giara della nostra vita, perché ne possiamo mangiare a sazietà e non venir meno alla tua Parola.

Actio
Per agire nella vita devi sapere che il discepolo del Signore è colui che rende testimonianza non per un ideale astratto ma aderisce pienamente al vangelo secondo l’insegnamento di san Paolo: «Io non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza» (Rm 1,16-17).

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 20 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Holy Mary of Egypt. 18th century icon, Kuopio Orthodox Church Museum

Holy Mary of Egypt. 18th century icon, Kuopio Orthodox Church Museum dans immagini sacre mary.egypt

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Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto XVI: San Benedetto da Norcia

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080409_it.html

(ho letto qualcosa di San Benedetto questi giorni, ve lo ripresento da una Udienza del Papa)

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 aprile 2008

San Benedetto da Norcia

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.
Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

Da San Paolo a San Josemaría Escrivá: PARTE I

www.univforum.org

Da San Paolo a San Josemaría Escrivá: PARTE I

l’idea di università tra ragione e fede

Giulio Maspero

Non si tratta di parlare della riforma dell’università, ma di parlare dell’idea di università. Le domande alle quali cercheremo di rispondere sono: da dove è sorta? Quale la sua origine ed il suo fondamento? Cosa c’entrano la ragione e la fede?
L’idea è che oggi la cultura rischia di essere considerata un optional. Non si investe in essa, perché ci sono cose più importanti a cui pensare. Si rischia un po’ quello che avviene con coloro che preferiscono piantare insalata piuttosto che querce, perché raccolgono prima i frutti della loro fatica… ma a lungo andare l’investimento si rivela insufficiente per affrontare l’avvenire. Sulla cultura, sull’idea di università e sul rapporto tra ragione e fede ci giochiamo, invece, il futuro, e per convincercene basta guardare al passato, a quello che è successo.
Lo schema di sviluppo è: partendo dalla Grecia si considererà la centralità della ragione nelle origini della cultura umana, per poi passare al mondo ebraico ed evidenziare la novità essenziale introdotta dalla rivelazione, con l’apertura di orizzonte radicale permessa dalla dimensione fondamentale della fede. Successivamente, attraverso la figura di Paolo si mostrerà come un nuovo pensiero è sorto dall’incontro tra Atene e Gerusalemme, un pensiero che ha permesso di pensare l’universo e la storia come un tutto. Da qui è sorto il concetto di università, legato a doppio filo a quello di verità e di libertà. Attraverso alcuni esempi concreti si metterà in evidenza l’attualità di questo pensiero che è ripreso da San Josemaría Escrivá, nei suoi insegnamenti sul valore della libertà e sulla necessità di una radicale apertura della ricerca a tutto campo. Fede e ragione richiedono che il cristiano sia appassionato di tutto il reale, in quanto tutto il reale è uscito dalle mani di Dio e può portare a Lui.

Atene
Per questo, per avvicinarsi a Paolo è essenziale comprendere bene l’importanza del Logos per la Grecia. La civiltà greca è segnata dall’esperienza di Troia e della tragica vittoria, che tanto costò agli stessi Elleni. Dovevano assolutamente ricordare che avevano 1
desiderato troppo e che avevano messo a rischio la loro stessa esistenza. Le tragedie servivano proprio a ricordare l’esigenza di non lasciare sciolto il desiderio, perché altrimenti il Fato avrebbe punito. Stessa funzione svolgevano i miti. Ercole, che supera le colonne che portano il suo nome compiendo un gesto empio, o Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per darlo agli uomini, venendo condannato poi ad una terribile pena, sono esempi di come il mondo greco sentisse l’esigenza di adeguarsi ad una legge di proporzione che caratterizzava il mondo. Questa legge si chiamava logos. Per comprenderlo basta pensare al Motore Immobile di Aristotele, che sta al vertice di una catena di cieli concentrici che sono mossi e muovono a loro volta. Questa scala ha un vertice ed è percorribile dal pensiero (logos appunto), che risale da una causa all’altra secondo il nesso (sempre logos in greco) che le unisce. In questo modo il greco trovava il fondamento della sua civiltà proprio nell’adeguarsi a questa legge insita nel mondo. I sofisti, però, reagirono a questa concezione, cercando di superare radicalmente i miti e le antiche narrazioni: essi concepivano il logos in senso meramente soggettivo, loro capacità di parola, contro la concezione oggettiva. Socrate, Platone ed Aristotele reagirono a questa operazione che minava le basi stesse della polis, in quanto ne intaccava i valori che la difendevano dallo scatenarsi del desiderio. I sofisti erano, infatti, abili nella parola, e negavano ogni fondamento predeterminato del mondo, per affermare solo l’interesse di chi era più abile nel discorso. Socrate e Platone reagirono proprio a questa concezione individualistica del logos, realizzando un approfondimento essenziale per lo sviluppo del pensiero umano: mostrarono che al di là del rivestimento mitologico, si doveva preservare un contenuto veritativo che il logos doveva riconoscere.
Platone ammonisce a non perdere fiducia nei ragionamenti, in quanto la sfiducia in essi nasce allo stesso modo della sfiducia negli uomini: come la delusione di fronte al tradimento di persone che si credevano amiche non deve spingere a credere che tutti gli uomini siano cattivi, così lo stesso avviene con i ragionamenti1. Invece, la filosofia è possibile perché la legge che regola il rapporto dell’uno e dei molti è sempre la stessa, nel presente come nel passato, in modo tale che ciò che dà valore ai ragionamenti sempre permane2.
Il greco trovava il fondamento della sua civiltà proprio nell’adeguarsi a la legge insita nel mondo
Un bellissimo esempio è il seguente: nelle Leggi Platone chiarisce il suo pensiero rispetto al mito, quando commenta l’immagine dell’uomo come mirabile burattino, costruito dagli dèi non si sa se per gioco o per qualche altra ragione più seria. Le passioni sono come le funi che tirano da una parte e dall’altra, verso il vizio e verso la virtù. La filosofia mira a mostrare la convenienza di lasciarsi guidare sempre solo da uno di questi fili, ed in concreto dal sacro filo aureo della ragione, che è il più flessibile proprio perché è d’oro. Questo filo ha bisogno di essere difeso, perché la ragione è sempre per natura pacifica ed aliena dalla violenza: per questo lo stato, che conosce quel filo grazie alla rivelazione di un dio o grazie al filosofo, dovrà proteggere la ragione attraverso la legge.
È interessante notare che il logos serve la vita, nel senso che deve proteggere dalla violenza (la vita e l’opera di Platone sono segnate dalla tragedia della condanna a morte di
Socrate da parte della città di Atene, la più evoluta del tempo). L’affermazione del logos da parte dei grandi filosofi greci è stata essenziale, perché ha fondato la possibilità di cercare il vero ed ha affermato la necessità di farlo per la sopravvivenza della civiltà. Nello stesso tempo questo logos si dimostrava insufficiente, in quanto era semplicemente necessario e non parola personale, come la intendiamo noi. Ciò impediva che l’uomo si potesse spingere a pensare senza paura: ad esempio, di fronte alla scoperta del fatto che la diagonale del quadrato era incommensurabile al suo lato – cioè irrazionale – il mondo greco reagì con un rifiuto radicale. L’uomo doveva rimanere al suo posto, accettare la necessità e non lasciarsi trascinare dal desiderio di conoscere il senso di ogni cosa. La necessità limitava la loro ricerca e l’opposizione tra il desiderio dell’individuo e la legge del fato non poteva essere risolta se non in modo tragico. In questo i pastori nomadi ebrei erano molto più avanti.

Gerusalemme
Gli ebrei, infatti, erano un popolo errante (lo stesso termine ‘ebreo’ significa colui che attraversa, colui che passa). Non avevano nemmeno un loro dio, ma dovevano fare i conti con gli dèi dei popoli che incontravano. Eppure svilupparono ben prima dei greci una concezione su Dio estremamente fine, per il semplice fatto che il Signore gli era andato incontro. Loro non si dovevano elevare dal basso verso Dio come facevano gli altri, ma Dio stesso era sceso dal Cielo, ordinando prima di adorare solo Lui, in quanto come creatore aveva potere su ogni territorio ed era al di sopra degli altri dèi dei popoli che gli ebrei incontravano. Ma poi il Signore stesso rivelò di essere l’unico Dio. Gli ebrei pensavano a partire da un evento singolare accaduto nella storia. La creazione stessa fissava un inizio assoluto e fondava la capacità di pensare il mondo, in quanto l’uomo era stato creato ad immagine del Creatore. Mentre per gli altri popoli il sole e la luna erano divinità, per loro no, in quanto erano stati fatti dal nulla. Mentre gli altri popoli dovevano fare i conti con gli influssi delle stelle e del fato ed erano sotto l’influenza di un principio negativo che si opponeva al bene, per gli ebrei no. Tutto era uscito dalle mani di Dio, e solo la libertà era la spiegazione del male.
Questo permise che si aprissero all’evento impensabile dell’incarnazione del Logos nel seno di Maria, in quanto non erano abituati a pensare a partire dal ripetersi necessario degli eventi, ma sapevano che il Creatore continuava a seguire il suo popolo e poteva entrare nella storia quando voleva. La teologia ed il pensiero di Paolo nacquero proprio da qui, da questo pensare a partire dalla singolarità di un evento, dall’irrompere di una presenza. Il Logos divino chiedeva di essere comunicato perché era mistero di amore e di comunicazione.
Per questo i Padri della Chiesa, sull’esempio di Paolo, scelsero la filosofia e la filosofia greca: la religione pagana si basava sulla consuetudine, rientrava nei costumi di ogni popolo, per questo nell’olimpo romano potevano starci tutti gli dèi dei popoli che via via venivano conquistati all’impero. Per i cristiani, che in molti casi morirono martiri per questo, Dio era semplicemente la verità, quella verità cercata dai filosofi. Tertulliano ha scritto “Cristo ha detto di essere la verità, non la consuetudine”. Il punto è essenziale anche per il mondo di oggi.
La fede, cioè la conoscenza della possibilità di trovare il senso di ogni cosa ottenuta grazie alla relazione con il Creatore, permetteva al pensatore ebreo e cristiano di guardare il mondo come un tutto, aprendosi al mondo radicalmente senza paura. Tutto infatti deve essere considerato buono, in quanto uscito dalle mani di Dio, e per questa stessa ragione deve poter essere conosciuto.

Publié dans:SAN PAOLO E GLI ALTRI SANTI |on 19 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Da San Paolo a San Josemaría Escrivá: PARTE II

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Da San Paolo a San Josemaría Escrivá: PARTE II

l’idea di università tra ragione e fede

Giulio Maspero

Paolo
Alla luce di tutto ciò non sorprende quanto narrato in Atti 11,19-26: si racconta che i discepoli di Cristo furono chiamati per la prima volta cristiani ad Antiochia quando iniziarono ad annunciare il Vangelo ai greci. Infatti prima di allora i discepoli predicavano solo ad ebrei come loro e per questo non serviva un altro nome per indicarli, erano semplicemente ebrei che avevano trovato il Messia. È estremamente interessante che si sia iniziato a parlare di cristianesimo proprio con l’annuncio ai greci e proprio ad Antiochia, città della Siria poco distante da Tarso, di dove era originario Paolo. L’incontro tra Atene e Gerusalemme è, infatti, un elemento essenziale della sua vita. Si capisce perché Benedetto XVI a Regensburg ha pronunciato le seguenti frasi alle quali si ispira il titolo del mio intervento: «L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco.»
Il salto essenziale che è richiesto dal cristianesimo è quello dalla necessità alla libertà, quello che distingue natura e storia, riempiendo di valore quest’ultima.
Paolo aveva ricevuto a Tarso l’educazione tipica di una città grecizzata del tempo. Aveva letto Euripide e Omero ed era stato formato secondo i principi della retorica del tempo, come è evidente dalle sue opere. Da esse traspare anche la conoscenza della filosofia stoica. E proprio un trattato filosofico di origine aristotelica molto diffuso a quel tempo, ma oggi perduto, è alla base del discorso all’areopago (At 17), quando Paolo ad Atene si rivolge ai filosofi del tempo, citando in alcuni punti in modo quasi letterale lo scritto di Aristotele, come ha dimostrato Enrico Berti. Il punto di partenza è una valutazione positiva della pietà dei greci, che avevano anche un altare per il dio ignoto. Questo Dio Paolo lo annuncia partendo dal fatto che unico è il creatore, dal quale tutto ha avuto origine. Gli ateniesi lo seguono, ma rifiutano repentinamente l’annuncio del Vangelo quando sentono parlare di resurrezione, cioè quando dalla natura si passa alla storia. Si tratta proprio del salto essenziale che è richiesto dal cristianesimo, quello dalla necessità alla libertà, quello che distingue natura e storia, riempiendo di valore quest’ultima e superando la concezione dell’eterno ritorno. Secondo le parole del teologo J. Ratzinger: “Il tono paradossale della fede biblica di Dio sta proprio nell’amalgama unitario, in cui risultano combinati i due elementi da noi descritti; sta quindi nel fatto che l’Essere vien creduto Persona e la Persona vien creduta Essere, ritenendo per vero che solo il Remoto è il Vicinissimo, che solo l’Inaccessibile è l’Accessibile, che solo l’Unico è l’Universale, buono per tutti e per cui tutti sussistono” (Introduzione al cristianesimo, Brescia, 1979, pp. 96-97).
Ma questo annuncio fu possibile proprio perché il mediterraneo era contraddistinto dall’uso di un’unica lingua, cioè la koiné greca, diffusa dalle conquiste di Alessandro Magno. Con la sua avanzata, le polis greche avevano perso il loro primato a favore degli stati nazionali, come la Macedonia e l’Egitto. Le forze vive della Grecia vennero attratte verso le grandi città come Alessandria, Pergamo ed Antiochia, appunto, che divennero i nuovi centri culturali e commerciali dell’epoca. Gli anni che vanno dalla morte di Alessandro (323 aC) alla caduta dell’Egitto in mano romana (31 aC), sono segnati da un scambio intenso a livello culturale e religioso, che segna anche la Palestina, dove si diffonde la cultura greca. Di questo c’è traccia evidente anche nella Bibbia, ad esempio nel secondo Libro dei Maccabei dove si depreca la diffusione dell’ellenizzazione (2 Mac 4,13) che si oppone al giudaismo (2 Mac 2,21). È estremamente significativo che i più grandi autori ebrei dell’antichità scrissero in greco (Filone e Flavio Giuseppe). Fondamentale fu anche la traduzione della Bibbia detta dei Settanta in riferimento ai settanta esperti che tradussero per la prima volta il testo sacro ad Alessandria per gli ebrei della diaspora, che non riuscivano più a leggere in ebraico.
Si era prodotto qualcosa di radicalmente nuovo rispetto alla Grecia classica, ma che affondava in essa le sue radici, in particolare nella concezione del Logos del IV sec. aC.
Il pensiero cristiano e l’università
Tre esempi possono servire a comprendere la dimensione universale di questo pensiero, che caratterizzerà poi la riflessione dei Padri, i quali senza paura si riallacciano alla riflessione dei filosofi pagani e riconoscono un senso a tutta la ricerca del vero di ogni epoca e di ogni uomo.
Il primo è quello molto noto del mito della caverna di Platone: per il grande filosofo la condizione umana è quella di chi è legato in una caverna e vede le ombre di quello che c’è fuori proiettate sulla parete di fondo. Il mondo materiale è apparenza. Gregorio di Nissa, nel sec. IV (dC ovviamente), all’inizio, partendo dalla sua cultura filosofica greca ricevuta per mezzo di suo fratello Basilio, che aveva studiato ad Atene, modifica questa concezione, affermando che solo per il peccato originale l’uomo è legato in una caverna e non semplicemente per il fatto di essere uomo. Dopo un viaggio a Gerusalemme, però, vede i luoghi santi ed in concreto la grotta di Betlemme e cambia opinione. Adesso ha compreso che il sole stesso è entrato nella grotta, per cui le tenebre si sono dissipate. Il mondo ridiventa buono ed il movimento platonico di fuga è esattamente invertito, perché Dio stesso è sceso.
Il secondo esempio può essere quello della concezione dell’amicizia in Aristotele: egli afferma con grande profondità che non si può vivere senza amici, perché l’amicizia è necessaria per la vita. Nello stesso tempo considera l’amicizia come una rarità perché si può essere amici solo tra uomini simili nella virtù. Per questo, quando si soffre bisognerebbe nascondersi dagli amici e sempre per questo l’amicizia è difficile per le persone anziane. Infine, la possibilità di amicizia con Dio è radicalmente esclusa, per la distanza ontologica che separa l’uomo ed il Primo Principio. La visione aristotelica è nello stesso tempo estremamente profonda e realista. Nel suo disincanto e nella sua crudezza, differisce grandemente dalla visione biblica, ma nello stesso tempo è essenziale per comprendere l’assolutezza e la dismisura del dono ricevuto.
In Es 11,33, infatti, si dice che Dio parlava con Mosè faccia a faccia, come ad un amico. E Cristo poi, chiama i discepoli amici (Gv 15, 15) e predica l’amore ai nemici. Il salto è radicale, perché la filosofia greca riconosce l’impossibilità di essere amici di Dio, ed evidenzia le difficoltà dell’amicizia, non sapendo spiegare, ad esempio, perché le madri continuano ad amare i figli anche quando questi non corrispondono. La rivelazione cristiana, invece, afferma che Dio si fa nostro amico e che, quindi, è possibile amare tutti.
Si comprende perché il Santo Padre, al n.10 della Deus Caritas est, ha scritto: “l’aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un’immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore”
L’ultimo esempio è quello della croce cosmica: infatti, alla luce della resurrezione i cristiani avevano potuto dedurre che Cristo era veramente Dio; ma allora sorgeva la domanda del perché avesse scelto come modo della propria morte proprio la croce. La risposta viene individuata in Ef 3,18, dove si parla dell’amore di Dio che si estende alle quattro dimensioni dell’universo: queste quattro dimensioni vengono poste in relazione che i quattro bracci della croce, che indicherebbero l’estendersi della salvezza e dell’effusione della bontà di Dio a tutto l’universo, secondo le quattro direzioni cosmiche.
Da qui nasce il disegno non solo di una cultura cristiana, ma di una civiltà cristiana, capace di presentarsi come unità che metta in evidenza la razionalità di ogni aspetto dell’esistenza umana e permetta di apprezzare la grandezza della ricerca dell’uomo in tutte le epoche, anche pagane.
Il sole stesso è entrato nella grotta: il mondo ridiventa buono ed il movimento platonico di fuga è esattamente invertito.
Il progetto dell’università medioevale nasce da questa visione, che è alla base della concezione della stessa piazza del Duomo di Como. L’accostamento del simbolo del potere civile – Broletto, antico municipio – e della cattedrale mostra figurativamente questa armonia, ancora più evidente nella facciata stessa dell’edificio sacro, che presenta ai lati dell’ingresso due dotti pagani – i due Plinii – coronati dall’adorazione dei Magi, uomini di scienza che hanno trovato il Dio incarnato, osservando il cielo e perseguendo la loro ricerca al di là di ogni forza che cercava di scoraggiarli. Salendo lungo la facciata, si trovano Adamo ed Eva e poi la Madonna ed i santi, lo Spirito Santo, l’Annunciazione e, al vertice, la Resurrezione. Lungo le lesene sono rappresentate figure umane che rappresentano la società civile dell’epoca. Tutto è presentato come un insieme armonico.
E proprio tutto è una parola che può riassumere l’insegnamento di San Josemaría Escrivá, che ricevette da Dio la chiamata a mostrare che ogni lavoro ed ogni situazione umana può essere cammino per unirsi a Dio. Riprendendo l’esempio dei primi cristiani, l’uomo si scopre chiamato ad amare il mondo appassionatamente scoprendo quella dimensione divina nascosta in ogni circostanza. Questo evidenzia il valore della storia e della libertà dell’uomo, di ogni uomo, e quindi la necessità di ascoltarsi e di cercare insieme il vero.
San Josemaría si richiama esplicitamente all’esempio di San Paolo: A me – nel mio piccolo – come a Paolo a Damasco, a Madrid sono cadute le squame dagli occhi, e a Madrid ho ricevuto la mia missione. (Lettera, 2-X-1965). Questa missione e la certezza della presenza di Dio nella storia lo porta a sottolineare radicalmente il valore della libertà e la necessità di cercare il vero tutti insieme, ascoltandosi e rispettando le scelte reciproche: “Dio, creandoci, ha accettato il rischio e l’avventura della nostra libertà: ha voluto che la storia sia una storia vera, fatta di decisioni autentiche, e non una finzione o un gioco. Ogni 6
uomo deve fare la esperienza della propria autonomia personale, con tutti gli imprevisti, i tentativi e magari le incertezze che questo comporta.” (ABC, 2.XI.1969)
Per questo la ricerca non può fare paura ad un cristiano vero e lo spirito universitario è praticamente inserito nel suo stesso DNA: “Con ricorrente monotonia, alcuni cercano di far rivivere una presunta incompatibilità tra fede e scienza, tra intelligenza umana e Rivelazione divina. Questa incompatibilità si manifesta, ma soltanto apparentemente, quando non si comprendono i termini reali del problema. (…) Non possiamo aver paura della scienza, perché qualsiasi ricerca, se è veramente scientifica, tende alla verità. E Cristo ha detto: Ego sum veritas, io sono la verità. Il cristiano deve avere sete di sapere. Dall’approfondimento della scienza più astratta, all’abilità manuale degli artigiani, tutto può e deve condurre a Dio.” (È Gesù che passa, n.10).
In questo modo l’apertura radicale e il rispetto per la libertà e la ricerca di ogni uomo permette di scorgere il fondamento dell’idea di università nella cattolicità stessa: “Per te, che desideri formarti una mentalità cattolica, universale, trascrivo alcune caratteristiche: – ampiezza di orizzonti, e un vigoroso approfondimento, in quello che c’è di perennemente vivo nell’ortodossia cattolica; – anelito retto e sano – mai frivolezza – di rinnovare le dottrine tipiche del pensiero tradizionale, nella filosofia e nell’interpretazione della storia…; – una premurosa attenzione agli orientamenti della scienza e del pensiero contemporanei; – un atteggiamento positivo e aperto di fronte all’odierna trasformazione delle strutture sociali e dei modi di vita.” (Solco, n.428)

Conclusione
Comprendere il valore del rapporto tra fede e ragione perché possa concepirsi la possibilità dell’università stessa diventa allora essenziale per il mondo di oggi, che rischia di ricadere nella schiavitù della necessità, della superstizione e di una riduzione non solo del sapere, ma dell’uomo stesso, a mera funzione e prestazione.
In primo luogo, per essere cristiani è essenziale sapere quello che afferma la filosofia greca sull’impossibilità del rapporto con Dio, perché solo così si può cogliere il dono immenso di Dio stesso che viene incontro all’uomo. Se si parte dal logos greco, quindi, la sete di ogni uomo, tutte le seti dell’uomo, possono riconoscere il loro senso in quell’incontro che ha segnato la vita di Paolo, il quale, camminando verso Damasco si è imbattuto in Cristo stesso, che gli ha chiesto “perché mi perseguiti?”. Il Dio cristiano chiede perché. Non risponde alla violenza con la violenza o con la forza, ma semplicemente ci salva chiedendoci perché e suscitando il nostro pensiero, la nostra ricerca della verità, facendoci interrogare sul senso del nostro desiderio. E questo perfino se il Logos stesso viene schiaffeggiato, come durante l’iniquo processo nella casa del gran sacerdote, quando Cristo dice: “se ho sbagliato dimostrami dove, altrimenti perché mi colpisci?”.
È il mistero di Dio che si fa presente nel seno di una giovane donna, chiedendole permesso, in uno sperduto villaggio della Palestina, il mistero di una presenza che Atene ha tanto desiderato, ma che solo a Gerusalemme, nella singolarità e nella libertà della Croce ha trovato il suo senso. Maria si presenta allora come regina del pensiero, in quanto ha accolto nel Suo seno il Logos stesso, il Quale la trasformò, grazie alla radicale apertura di lei, al di là di ogni paura, in modello di ogni autentica università, vera alma Mater.
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Publié dans:SAN PAOLO E GLI ALTRI SANTI |on 19 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Job s wisdom and hope, Job in distress

Job s wisdom and hope, Job in distress  dans immagini sacre 20%20GRUBER%20JOB

http://www.artbible.net/1T/Job_d_wisdom_hope/pages/20%20GRUBER%20JOB.htm

Publié dans:immagini sacre |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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