Archive pour septembre, 2012

Santità

http://www.albatrus.org/italian/teologia/peccato/santita’.htm

(sul sito ogni citazione è, anche, un link al testo; non capisco se questo sito è cattolico, il testo, comunque,  è interessante e utile, credo)

Santità

aymon de albatrus

“Procacciate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore,” (Ebr 12:14)
La Santità è lo stato o la qualità di essere Santi. La Santità significa lo stato di essere stati messi a parte per il culto e il servizio di Dio. Questo stato è più spesso applicato alla gente ma si può anche applicare ad oggetti, tempi o luoghi. La definizione di Santità nel più alto senso appartiene a Dio e a Cristiani consacrati al servizio di Dio, come sono conformati su tutto al volere di Dio. Amen
La Santità è la purezza del cuore, incontaminata, separata dal peccato e peccatori. Noi non possiamo diventare Santi senza l’opera dello Spirito Santo. Le caratteristiche della Santità sono 9 secondo la Sacra Scrittura: “Ma il frutto dello Spirito è: amore gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo.” (Gal 5:22) Contro queste non c’è Legge.
La perfetta Santità è la qualità della perfezione, mancanza di peccato e inabilità di peccare che è posseduta solo da Dio, infatti Dio è tre volte Santo: “L’uno gridava all’altro e diceva: «Santo, santo, santo è l’Eterno degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».” (Isa 6:3) Come Cristiani noi siamo chiamati a ricercare la santità (1Pi 1:16). Ma questo non si riferisce alla nostra natura, invece è un commando per le nostre abitudini e pensiero. Dobbiamo essere Santi in obbedienza (1Pi 1:14) Dio ci ha fatti santi attraverso Suo Figlio Gesù (Efe 1:4; 1Pi 2:9). Legalmente siamo stati fatti Santi, ma empiricamente lo Spirito Santo lavora questa Santità dentro di noi.
Essere santificati significa essere messi a parte per uso santo. Dio ci ha separati per scopo di santificazione, non per impurità (1Te 4:7) ed essendo tali siamo chiamati a fare lavori buoni (Efe 2:10).
Come Cristiani noi dobbiamo santificare Cristo come Signore dei nostri cuori (1Pi 3:15). Dio santificò Israele come la Sua nazione speciale (Eze 27:28). La gente può essere santificata (Eso 19:10,14) e così pure una montagna (Eso 19:23) e lo stesso il giorno di Sabbath (Gen 2:3), e qualsiasi altra cosa creata è santificata attraverso la Parola di Dio e la preghiera (1Ti 4:4).
La Santificazione segue la Giustificazione. Con la Giustificazione i nostri peccati (passati, presenti e futuri) sono completamente perdonati in Cristo, perché niente ci può separare dall’amore di Cristo (Rom 8:38,39). La Santificazione è il processo per il quale lo Spirito Santo ci fa crescere nell’immagine di Cristo in tutto quello che facciamo, pensiamo e desideriamo. Vera santificazione è impossibile da noi stessi, a parte al lavoro espiatorio di Cristo sulla croce perché solo dopo che i nostri peccati sono perdonati possiamo cominciare a condurre una vita santa.
Nel processo di essere salvati è importante differenziare fra la Giustificazione e la Santità. La Giustificazione è un’altra parola per Salvezza. Gesù diede la sua vita sulla croce come sacrificio per i nostri peccati. Il Suo santo sangue lava tutti i nostri peccati e ci libera da una eternità di sofferenza e condanna. Noi siamo salvati una volta per un atto Sovrano di Dio, e salvati per sempre. Noi non possiamo fare niente per meritarci la Salvezza (Giustificazione) è il dono dato ad ogni figlio di Dio indipendentemente da razza, età, maturità o merito. La Santificazione invece è un processo che dura tutta la vita su questa terra come risultato della Salvezza. Al momento della conversione, lo Spirito Santo entra la nostra vita e noi siamo fatti liberi di vivere la vita che Dio vuole per noi. Noi dunque siamo santificati semplicemente dovuto alla posizione che abbiamo in Dio come anime perse salvate per Grazia. Infatti noi eravamo già salvati prima che il tempo fosse, ancor prima della fondazione del mondo: “3 ¶ Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesú Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, 4 allorché in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell’amore, 5 avendoci predestinati ad essere adottati come suoi figli per mezzo di Gesú Cristo secondo il beneplacito della sua volontà,” (Efe 1:3-5)
Santificazione è un termine forense, nel senso che legalmente davanti a Dio, avendo avuto i nostri peccati perdonati, la punizione dovuta per i nostri peccati è stata cancellata e noi siamo stati consacrati a Lui attraverso la meravigliosa e non meritata Grazia di Dio tramite il sacrificio di Cristo sulla croce che ha pagato pienamente per i nostri peccati: “……. anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana.” (Isa 1:18)
Con la santificazione una persona è messa a parte da Dio per uno specifico scopo divino. Nel momento che percepiamo la salvezza in Cristo noi siamo anche immediatamente santificati e cominciamo il processo di essere conformi all’immagine di Cristo. Come figli di Dio noi siamo « messi a parte », e da quel momento cominciamo a compiere il Suo scopo divino nell’eternità: “Con un’unica offerta, infatti, egli ha reso perfetti per sempre coloro che sono santificati.” (Ebr 10:14)
La Santificazione è un processo incessante che continua nella vita di un cristiano su questa terra. A differenza dalle cose o luoghi che sono santificati da Dio nella Bibbia, gli umani hanno la capacità di peccare. Anche se siamo stati messi « a parte » come figli di Dio, continuiamo a comportarci in modo contrario alla santità perfetta. Subito dopo la conversione ci rendiamo conto che è subentrata dentro di noi un battaglia fra la nostra vecchia natura e la natura dello Spirito. Paolo in Galati descrive bene la lotta interna fra la carne e lo Spirito, che sono contrari fra di loro (Gal 5:17).
Come Paulo, il desiderio del nostro cuore è di ubbidire Dio, ma la nostra carne è debole rendendo il peccato difficile da resistere. Eppure, è in questa lotta continua con il peccato e obbedienza a Dio che la santificazione fa il suo lavoro. Come per Paolo, possiamo prendere conforto che Gesù Cristo ci libererà da questo conflitto (Rom 7:24,25) e che adesso non c’è più condanna per quelli che sono in Cristo e camminano secondo lo Spirito (Rom 8:1).
Ma praticamente cosa significa essere « messi a parte »? La Santificazione può essere descritta come quel processo interno per il quale Dio infonde cambiamenti nella vita di un cristiano per mezzo dello Spirito Santo. Il vivere in un mondo caduto ha danneggiato tutti noi in modi differenti. Noi tutti affrontiamo problemi differenti, lottiamo col peccato e le ferite del passato che ostacolano la nostra abilità di vivere la vita che Dio desidera per noi. Una volta che Gesù Cristo entra nelle nostre vite, lo Spirito Santo entra nella nostra vita a cominciare il processo di trasformazione (Santificazione progressiva). Egli ci fa vedere le aree che devono essere cambiate, aiutandoci a crescere in santità. Cominciamo a vedere il mondo, la gente e le difficoltà personali da una prospettiva Biblica. Le nostre scelte cominceranno ad essere motivate da amore e verità e non da egoismo. Per esempio prima mettevamo la nostra confidenza sulla bellezza, ricchezza e materialismo, ma Dio potrebbe ordinare circostanze difficili per liberarci da queste trappole che ostacolano la crescita in santità. Il processo di trasformazione potrebbe essere anche doloroso, ma è sempre motivato dall’amore di Dio verso di noi. Inoltre, Dio promette nella Sua Parola che non ci metterà attraverso prove che non possiamo sostenere (1Co 10:13).
Il processo di santificazione è personale per ogni individuo, ma la meta finale e quella di controllare il peccato e di generare crescita spirituale. La Santificazione non ha niente a che fare con vivere in una perfetta mancanza di peccato perché in questa vita non saremo mai senza peccato, data la nostra natura e questo corpo di peccato in cui viviamo. In fatti la Bibbia ci ammonisce contro tali insegnamenti falsi: “Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.” (1Gi 1:8)
La Santificazione non è nel cercare di essere senza peccato in modo tale da guadagnare il favore di Dio. Piuttosto, la santificazione è per il nostro beneficio, come tutti i comandi di Dio. Il Signore da una parte comanda di perseguire la santificazione attraverso la quale saremo benedetti, e dall’altra è impossibile di essere santi senza l’intervento personale del Signore nelle nostre vite.
Dentro di noi non c’è la capacità e nemmeno la conoscenza di come essere santi, visto che prima della conversione tutto quello che sapevamo e facevamo era sempre peccato a niente altro. E’ Dio, lo Spirito Santo che dopo averci convertito vivifica il nostro spirito, lavorando progressivamente le cose di Dio cosicché le possiamo capire e ci va volenti di farle. In altre parole, oggi siamo più santificati die ieri, ma meno di domani, raggiungendo piena santificazione soltanto dopo aver lasciato questa ‘tenda’ peccaminosa ed essendo con in Signore.
La Santificazione è il processo di Dio per portarci al perfetto stato in Paradiso.
La Santificazione è un attributo di Dio, ed è sempre parte della presenza di Dio. La santità pratica è l’evidenza della presenza di Dio nel convertito credente. Azioni di santità, non premeditate, sorgeranno come il credente si focalizza sempre più sulla sua relazione con Cristo. Questa è la vita di fede, una vita dove uno riconosce che la sua sua natura peccaminosa è presente (anche se sempre meno) ma la grazia di Dio invade e lo attira sempre più a Cristo.
Calvino formulò un sistema pratico di santità che incorporava anche la culture e la giustizia sociale. Tutte le azioni empie, egli ragionò, risultano in sofferenza. Perciò egli provò ai padri della città di Ginevra che ballare e altri vizi sociali finivano sempre con i benestanti opprimendo i poveri. Una vita santa, egli riteneva, era pietistica e semplice, una vita che evitava eccessi, stravaganza e vanità. Al livello personale Calvino credeva che la sofferenza era la manifestazione di aver preso la croce di Cristo, ma la sofferenza era anche parte del processo di santificazione. Lui si aspettava che tutti i cristiani avrebbero sofferto in questa vita, non come una punizione, ma piuttosto come partecipazione in unione con Cristo, che soffrì per loro. Eppure, socialmente, Calvino argomentava che un santa società sarebbe stata una gentile, premurosa società (eccetto ai criminali), dove i poveri sarebbero stati protetti dagli abusi dei ricchi, gli avvocati e dagli altri che normalmente predano so loro.
La Santità preannuncia anche la maestà e grandezza di Dio. Egli è maestoso in santità (Eso 15:11), e la vera essenza di Dio è tale da provocare soggezione e timore. Giacobbe a Bethel in un sogno vide l’elevato Signore, si svegliò e gridò: “16 Allora Giacobbe si svegliò dal suo sonno e disse: «Certamente l’Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo». 17 Ed ebbe paura e disse: «Come è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di DIO, e questa è la porta del cielo!».” (Gen 28:16-17) La primaria reazione alla maestosa santità di Dio e di meraviglia, timore e anche di terrore. Il Salmista proclama: “Prostratevi davanti all’Eterno nello splendore della sua SANTITÀ’, tremate davanti a lui, o abitanti di tutta la terra.” (Sal 96:9) La Sua maestosa presenza chiama per una risposta di adorazione e riverenza, timore e tremolio.
Incidentalmente, avete mai notato come la vostra « santità » turba le persone del mondo attorno a voi e in certi casi essi si allontanano da voi?
La Santità denota la separazione o differenza di Dio da tutte le Sue creature. La parola santità, nel suo significato fondamentale, contiene la nota che separa o divide. Dio è totalmente altro che il mondo e l’uomo: “…. perché sono Dio e non un uomo, il Santo in mezzo a te, e non verrò con ira.” (Ose 11:9) Questa separazione o differenza è prima di tutto della Sua essenziale Deità. Dio, in nessun modo (come in tante religioni), deve essere identificato con qualsiasi cosa nella creazione. Questo significa la totale separazione di Dio da tutto quello che è rozzo e profano, da qualsiasi cosa impura e malvagia.
La Santità in relazione a Dio si riferisce alla Sua perfezione morale. La Sua Santità si manifesta in totale giustizia e purezza. Il Santo Dio si manifesta santo in giustizia (Isa 5:16). I Suoi occhi sono troppo puri per approvare il male (Hab 1:13). Questa dimensione morale o etica della santità di Dio diventa sempre più significante nell’evangelizzare. Tutto quello che è associato a Dio è anche santo: un santo Sabbath (Eso 16:23); Il cielo di Dio è santo (Sal 20:6); Dio siede sul Suo santo trono 8Sal 47:8); Sion è la montagna sacra di Dio (Sal 2:6). Il nome di Dio è specialmente sacro, e mai deve essere menzionato in vano (Eso 20:7; Deu 5:11).
Sia nel VT come nel NT il Suo popolo è chiamato a consacrarsi all santità: “Poiché io sono l’Eterno, il vostro DIO; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo; … ” (Lev 11:44) “poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo».” (1Pi 1:16)
I credenti, sia nel VT come nel NT, come eletti santi di Dio, sono: “E sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. …. » (Eso 19:6; Deu 14:2) “Ma voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio, a…..” (1Pi 2:9). Nel VT la nazione santa era Israele e nel NT la nazione santa sono tutti i credenti in Cristo (sia Gentili come Giudei), quelli che sono gradualmente trasformati alla meta finale: “per far comparire la chiesa davanti a sé gloriosa, senza macchia o ruga o alcunché di simile, ma perché sia santa ed irreprensibile.” (Efe 5:27) Il popolo del Patto di Dio sono gente separata al Signore, e perciò santi, non per qualche virtù il loro stessi ma semplicemente separati dal mondo a Lui. Il marchio di santità è la più grande espressione relazionale del Patto fra un Dio Santo e il suo popolo.

Publié dans:TEOLOGIA, teologia - biblica |on 24 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

III. LE VIE DELLA BELLEZZA – LA « VIA PULCHRITUDINIS »

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/cultr/documents/rc_pc_cultr_doc_20060327_plenary-assembly_final-document_it.html#3

LA VIA PULCHRITUDINIS

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA

LA « VIA PULCHRITUDINIS », CAMMINO DI EVANGELIZZAZIONE E DIALOGO

III. LE VIE DELLA BELLEZZA.

Tre sviluppi si offrono a noi come vie privilegiate della Via pulchritudinis, per dialogare con le culture contemporanee:
III.1 La bellezza della creazione
III.2 La bellezza delle arti
III.3 La bellezza di Cristo, modello e prototipo della santità cristiana
La Bellezza di Dio, rivelata dalla bellezza singolare di suo Figlio, costituisce l’origine e il fine di tutto il creato. Se è possibile partire dal grado più elementare, per poi risalire, secondo un dinamismo inscritto nelle Sacre Scritture, dalla bellezza sensibile della natura alla Bellezza del Creatore, quest’ultima risplende in maniera unica sul volto di Cristo e su quello di sua Madre e dei santi. Per il cristiano «creazione» è inseparabile da «ricreazione», poiché se Dio ha giudicato buona e bella l’opera dei sei giorni (cf. Gn 1), il peccato, con il disordine, ha introdotto la bruttezza della morte e del male. «Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!», canta la liturgia di Pasqua: la Grazia, che si riversa sul mondo dal costato aperto di Cristo Salvatore, purifica e introduce in tutt’altra bellezza il mondo salvato che attende gemendo l’ora della trasformazione finale (Rm 8, 22).
III.1 La bellezza della creazione.
La Scrittura sottolinea il valore simbolico della bellezza del mondo che ci circonda: «Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere…Se…li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza» (Sap 13, 1.3). C’è, tuttavia, un abisso tra la bellezza ineffabile di Dio e le sue vestigia nella creazione, pertanto l’autore sacro non ritiene inutile precisare il quadro di tale «dialettica ascendente»: «…dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore » (v. 5). Occorre, perciò, superare le forme visibili delle cose della natura, per risalire fino al loro Autore invisibile, il Tutt’Altro, che noi professiamo nel Credo: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra».
A) La meraviglia davanti alla bellezza della creazione. «La natura è un tempio in cui dei pilastri vivi lasciano talvolta uscire confuse parole…» Se i poeti sono, con Baudelaire[16], particolarmente sensibili alle bellezze della creazione e al loro misterioso linguaggio, è perché dalla contemplazione di un paesaggio al tramonto, delle cime dei monti innevate sotto il cielo stellato, dei campi coperti di fiori inondati di luce, del rigoglio delle piante e delle specie animali nasce una varietà di sentimenti che ci invitano a «leggere dall’interno – intus-legere», per raggiungere dal visibile l’invisibile e dare risposta alle domande: chi è questo artefice dall’immaginazione così potente all’origine di tanta bellezza e grandezza, di una simile profusione di esseri nel cielo e sulla terra? [17].
Nello stesso tempo la contemplazione delle bellezze della creazione suscita la pace interiore e affina il senso dell’armonia e il desiderio di una vita bella. Nell’uomo religioso, lo stupore e l’ammirazione si trasformano in atteggiamenti interiori più spirituali: l’adorazione, la lode e l’azione di grazie verso l’Autore di tali bellezze. Così il salmista: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi… O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 4-7.10). La tradizione francescana, con san Bonaventura e Giovanni Scoto Eriugena[18], riconosce una dimensione «sacramentale» alla creazione, che porta in se stessa le tracce delle sue origini. Inoltre, la natura stessa è considerata come un’allegoria, e ogni realtà creata simbolo del suo Creatore
B) Dalla creazione alla ricreazione. Tra le creature ce n’è una che presenta una certa somiglianza con Dio: l’uomo, creato «a sua immagine e somiglianza». Con la sua anima spirituale, egli porta in sé un «germe d’eternità irriducibile alla sola materia» (Gaudium et spes, 18). Ma l’immagine è stata alterata dal primo peccato, veleno che indebolisce la volontà nel suo orientamento verso il bene e, quindi, offusca l’intelligenza e vizia la sensibilità. La bellezza dell’anima, assetata di verità e slancio verso il beneamato, perde il suo splendore e diventa capace di operare il male, il brutto: un bambino testimone di un’azione cattiva non dice spontaneamente: «Non è bello»? Così la bruttezza – e dunque a fortiori il bene – appare nel campo della morale e si riflette sull’uomo, suo soggetto. Con il peccato, questi ha perso la sua bellezza e si vede nudo fino a provarne vergogna. La venuta del Redentore lo riporta alla sua bellezza originaria, anzi lo riveste di una bellezza nuova: la bellezza inimmaginabile della creatura elevata alla filiazione divina, la trasfigurazione promessa dell’anima redenta ed innalzata dalla grazia, lo splendore in tutte le fibre del suo corpo chiamato a resuscitare.
Se Cristo, Nuovo Adamo, «svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22), lo sguardo cristiano sulla bellezza della creazione trova il suo compimento nella sconvolgente notizia della ricreazione: il Cristo, rappresentazione perfetta della gloria del Padre, comunica all’uomo la sua pienezza di grazia. Egli lo rende «grazioso» vale a dire bello e gradito a Dio. L’Incarnazione è il centro focale, la giusta prospettiva in cui la bellezza assume il suo significato ultimo.:«”Immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), Cristo Signore è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata ad una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». Torneremo ancora su questo argomento, la bellezza della santità che emana dall’uomo conformato a Cristo, sotto il soffio dello Spirito Santo, è una delle più belle testimonianze in grado di scuotere i più indifferenti e di far sentire loro il passaggio di Dio nella vita degli uomini.
In un’azione di grazie continua, il cristiano loda il Cristo che gli ha ridato vita e si lascia trasfigurare da questo dono glorioso che gli viene fatto. I nostri occhi avidi di bellezza si lasciano attrarre dal Nuovo Adamo, vera icona del Padre eterno, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Ai «puri di cuore» ai quali è stato promesso che vedranno Dio faccia a faccia, Cristo concede già di intravedere la luce della gloria nel cuore stesso della notte della fede.

Publié dans:MAGISTERO DELLA CHIESA (DAL) |on 24 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Mat-09,09- Matthieu s call

 Mat-09,09- Matthieu s call dans immagini sacre 17%20TERBRUGGHEN%20H%20THE%20CALLING%20OF%20ST%20MATTHEW

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-09,09-%20Matthieu%20s%20call_Appel%20de%20Matthieu/slides/17%20TERBRUGGHEN%20H%20THE%20CALLING%20OF%20ST%20MATTHEW.html

Publié dans:immagini sacre |on 21 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

« L’EVANGELIZZAZIONE NON È OPERA DI SPECIALISTI, MA DELL’INTERO POPOLO DI DIO »

http://www.zenit.org/article-32705?l=italian

« L’EVANGELIZZAZIONE NON È OPERA DI SPECIALISTI, MA DELL’INTERO POPOLO DI DIO »

Udienza di Benedetto XVI ai Vescovi di recente nomina partecipanti al Convegno promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 20 settembre 2012 (ZENIT.org) – Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i Vescovi di recente nomina partecipanti al Convegno promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti.
***
Cari Fratelli nell’episcopato,
Il pellegrinaggio alla Tomba di san Pietro, che avete compiuto in questi giorni di riflessione sul ministero episcopale, assume quest’anno particolare rilievo. Siamo infatti alla vigilia dell’Anno della fede, del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e della tredicesima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sul tema: «Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana».
Questi eventi, ai quali si deve aggiungere il ventennale del Catechismo della Chiesa Cattolica, sono occasione per rafforzare la fede, di cui, cari Confratelli, voi siete maestri ed araldi (cfr Lumen gentium, 25). Vi saluto ad uno ad uno, ed esprimo viva riconoscenza al Cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, anche per le parole che mi ha rivolto, e al Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.
Il ritrovarvi insieme a Roma, all’inizio del vostro servizio episcopale, è un momento propizio per fare esperienza concreta della comunicazione e della comunione tra di voi, e, nell’incontro con il Successore di Pietro, alimentare il senso di responsabilità per tutta la Chiesa. In quanto membri del collegio episcopale, infatti, dovete sempre avere una speciale sollecitudine per la Chiesa universale, in primo luogo promuovendo e difendendo l’unità della fede.
Gesù Cristo ha voluto affidare la missione dell’annuncio del Vangelo anzitutto al corpo dei Pastori, che devono collaborare tra loro e con il Successore di Pietro (cfr ibid., 23), affinché esso raggiunga tutti gli uomini. Ciò è particolarmente urgente nel nostro tempo, che vi chiama ad essere audaci nell’invitare gli uomini di ogni condizione all’incontro con Cristo e a rendere più solida la fede (cfr Christus Dominus, 12).
Vostra preoccupazione prioritaria sia quella di promuovere e sostenere «un più convinto impegno ecclesiale a favore della nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede» (Lett. ap. Porta fidei, 7). Anche in questo siete chiamati a favorire e alimentare la comunione e la collaborazione tra tutte le realtà delle vostre diocesi.
L’evangelizzazione, infatti, non è opera di alcuni specialisti, ma dell’intero Popolo di Dio, sotto la guida dei Pastori. Ogni fedele, nella e con la comunità ecclesiale, deve sentirsi responsabile dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo. Il Beato Giovanni XXIII, aprendo la grande assise del Vaticano II prospettava «un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale ed una formazione delle coscienze», e per questo – aggiungeva – «è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962).
Potremmo dire che la nuova evangelizzazione è iniziata proprio con il Concilio, che il Beato Giovanni XXIII vedeva come una nuova Pentecoste che avrebbe fatto fiorire la Chiesa nella sua interiore ricchezza e nel suo estendersi maternamente verso tutti i campi dell’umana attività (cfrDiscorso di chiusura del I periodo del Concilio, 8 dicembre 1962).
Gli effetti di quella nuova Pentecoste, nonostante le difficoltà dei tempi, si sono prolungati, raggiungendo la vita della Chiesa in ogni sua espressione: da quella istituzionale a quella spirituale, dalla partecipazione dei fedeli laici nella Chiesa alla fioritura carismatica e di santità. A questo riguardo non possiamo non pensare allo stesso Beato Giovanni XXIII e al Beato Giovanni Paolo II, a tante figure di vescovi, sacerdoti, consacrati e di laici, che hanno reso bello il volto della Chiesa nel nostro tempo.
Questa eredità è stata affidata anche alla vostra cura pastorale. Attingete da questo patrimonio di dottrina, di spiritualità e di santità per formare nella fede i vostri fedeli, affinché la loro testimonianza sia più credibile. Allo stesso tempo, il vostro servizio episcopale vi chiede di «rendere ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15) a quanti sono alla ricerca della fede o del senso ultimo della vita, nei quali pure «lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina» (Gaudium et spes, 22).
Vi incoraggio, perciò, ad impegnarvi affinché a tutti, secondo le diverse età e condizioni di vita, siano presentati i contenuti essenziali della fede, in forma sistematica ed organica, per rispondere anche agli interrogativi che pone il nostro mondo tecnologico e globalizzato. Sono sempre attuali le parole del Servo di Dio Paolo VI, il quale affermava: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo… partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra di loro e con Dio» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 20). A questo scopo è fondamentale il Catechismo della Chiesa Cattolica, norma sicura per l’insegnamento della fede e la comunione nell’unico credo. La realtà in cui viviamo esige che il cristiano abbia una solida formazione!
La fede chiede testimoni credibili, che confidano nel Signore e si affidano a Lui per essere «segno vivo della presenza del Risorto nel mondo» (Lett. ap. Porta fidei, 15). Il Vescovo, primo testimone della fede, accompagna il cammino dei credenti offrendo l’esempio di una vita vissuta nell’abbandono fiducioso in Dio. Egli, pertanto, per essere autorevole maestro e araldo della fede, deve vivere alla presenza del Signore, quale uomo di Dio.
Non si può essere, infatti, al servizio degli uomini, senza essere prima servi di Dio. Il vostro personale impegno di santità vi veda assimilare ogni giorno la Parola di Dio nella preghiera e nutrirvi dell’Eucaristia, per attingere da questa duplice mensa la linfa vitale per il ministero.
La carità vi spinga ad essere vicini ai vostri sacerdoti, con quell’amore paterno che sa sostenere, incoraggiare e perdonare; essi sono i vostri primi e preziosi collaboratori nel portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. Ugualmente, la carità del Buon Pastore vi farà attenti ai poveri e ai sofferenti, per sostenerli e consolarli, come anche per orientare coloro che hanno perduto il senso della vita.
Siate particolarmente vicini alle famiglie: ai genitori, aiutandoli ad essere i primi educatori della fede dei loro figli; ai ragazzi e ai giovani, perché possano costruire la loro vita sulla salda roccia dell’amicizia con Cristo. Abbiate speciale cura dei seminaristi, preoccupandovi che siano formati umanamente, spiritualmente, teologicamente e pastoralmente, affinché le comunità possano avere Pastori maturi e gioiosi e guide sicure nella fede.
Cari Fratelli, l’Apostolo Paolo scriveva a Timoteo: «Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace…Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare» (2 Tm 2,22-25). Ricordando, a me e a voi, queste parole, imparto di cuore a ciascuno la Benedizione Apostolica, perché le Chiese a voi affidate, spinte dal vento dello Spirito Santo, crescano nella fede e la annuncino sui sentieri della storia con nuovo ardore.

Omelia Prima Lettura : Insidiamo il giusto

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16131.html

Omelia Prima Lettura

don Marco Pratesi

Insidiamo il giusto

La lettura è la parte conclusiva del discorso degli empi (qui i giudei della diaspora che hanno abbandonato l’alleanza) che occupa il capitolo 2: come si rapportano col giusto? Egli li disturba, costituisce un ostacolo, uno « scandalo », un inciampo a perseguire i loro scopi in quanto, a parole e fatti, li contesta. Nel mondo non c’è posto per tutti e due: il giusto per un verso e gli empi per un altro non possono semplicemente camminare per la propria strada senza interferire e « intralciare » la strada dell’altro. Ma mentre il giusto costituisce intralcio con la vita e le parole, con ciò che egli in vario modo testimonia, gli empi rispondono con l’insidia, la rete tesa (tema ricorrente nei salmi, cf. 10,9; 31,4 etc.). Essi infliggono attivamente una sofferenza mediante la quale si potrà vedere, verificare la realtà. Il giusto afferma di essere « figlio di Dio », cioè non nato per caso e per la morte – come essi invece pensano -, oggetto di una cura amorosa di Dio? Vediamo se ciò corrisponde alla realtà, se Dio lo salva dai nemici. Il giusto afferma che ci sarà una « visita » di Dio (v. 20, CEI: « soccorso »), ossia che Dio si farà vivo, giudicherà, prenderà a cuore la sua causa? Vediamo se davvero lo libera dalla morte. Vediamo come va a finire, come il giusto conclude la sua vita, vediamo se la morte non ha davvero l’ultima parola. Questo « vediamo » non indica l’incertezza del risultato, ma la certezza di un esito scontato: date le premesse dalle quali essi partono (cf. 2,1-11), è evidente che per il giusto non può che finire male. Essi sono convinti che, saggiando la pazienza e la mitezza del giusto, la morte comunque si dimostrerà più forte, vittoriosa sulla fede: se il giusto cede, se cade, se abbandona la sua linea, passerà dalla parte degli empi, e sarà una conferma della loro tesi; se rimane saldo, sarà comunque eliminato e smetterà finalmente di disturbare.
Il brano, impressionante per quanto richiama da vicino la vicenda di Gesù, attira l’attenzione sul perenne scontro che è in atto nella storia. Nessuno può accettare tranquillamente chi, in un modo o in un altro, lo contesta. Ogni vita testimonia qualcosa, « depone a favore » di certi valori e contro altri. Anche il nostro mondo, a prima vista così tollerante, nel quale ognuno è libero di seguire le proprie strade, in realtà non sfugge a questo scontro. Lo mostra, tra le altre cose, l’intolleranza con la quale risponde a chi non si allinea al dogma della equipollenza delle scelte.
Non è dunque possibile sottrarsi a questo scontro. Nuove « spiritualità » si affacciano con la promessa della fine di ogni contrapposizione e divisione, di solito rimproverando al Cristianesimo (e ai monoteismi) di aver favorito le divisioni. Ma ogni irenismo è illusorio ed equivoco. Rimane necessario scegliere la vita e non la morte, corroborando la nostra scelta non attraverso la sopraffazione, l’imposizione e la violenza di qualunque tipo (questa è l’opzione degli empi), ma attraverso la fedeltà, mite ma decisa, alla Parola del Signore. Una fedeltà che sarà messa alla prova proprio attraverso il confronto duro con chi sceglie in modo opposto; ma che in questo modo diverrà sempre più solida, limpida e integrale (cf. Fil 1,27-30; 2Tim 2,11-12; Gc 1,2-4.12; 1Pt 1,6-9; 2,12.19; 3,13-18).

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Omelia XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) : I piccoli e i veri grandi secondo Gesù

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=16183

I piccoli e i veri grandi secondo Gesù

padre Antonio Rungi

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Vangelo: Mc 9,30-37

Celebriamo oggi la XXV Domenica del tempo ordinario e al centro della nostra preghiera e riflessione c’è il testo del Vangelo ritorna sul discorso della passione, morte e risurrezione del Signore che Gesù Maestro. Il mistero pasquale è ancora al centro della parola di Dio di questa domenica di settembre. Ma il discorso introduttivo di Gesù alla sua imminente passione non fa scattare l’interesse del Gruppo dei Dodici che tra loro stanno discutendo di altre cose, umanamente più concrete e redditizie, cioè chi era il più grande tra di loro, cioè il più importante e il primo. C’è qui un’evidente aspirazione al comando alla primazia dell’uno nei confronti degli altri del gruppo. Una cosa che evidentemente contrasta con l’autentico messaggio di Cristo, che è umile, si è fatto servo, assumendo la natura. Egli propone la via dell’abbassamento e dell’umiltà e i discepoli propongono la logica del potere e della supremazia, in netta opposizione allo stile del Maestro Gesù Cristo.
Per mediare un discorso di umiltà e per ricondurre i discepoli alla logica del vangelo Gesù deve proporre un modello di comportamento, che gli individua nell’essere o diventare bambini, nel senso più autentico del termine. Egli infatti, dice senza mezzi termini «se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E preso un bambino lo pose al centro del loro dibattito, delle loro fatue ed inutili discussioni e propone nel bambino il riferimento educativo e mentale per operare nella logica del vangelo, per accogliere Dio nella propria vita. La prospettiva della semplicità, dell’umiltà, della fragilità è quella che mette la base della relazione con Dio e con i fratelli. Dio si accoglie in un cuore semplice e aperto al dialogo, al confronto, come i bambini che sono aperti alla vita e si affacciano alla vita. «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Il testo del Vangelo di Marco che ascoltiamo oggi, certamente è molto più ricco ed articolato e nella sua interezza propone altri importanti richiami alla fede e all’azione. Leggere questo brano e meditarlo ci aiuta a ridimensionare le nostre attese ed aspettative personali e sociali, specie quando ci dobbiamo confrontare con gli altri. La ricorsa ai primi posti è una malattia soprattutto dei nostri giorni e l’orgoglio e la superbia la sperimentiamo, purtroppo, in tante situazioni, anche in quelle che dovrebbero presentare il volto più autentico del messaggio cristiano.
Strettamente connesso con il brano del Vangelo è la prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, in cui nuovamente ci viene presentato il discorso della figura del Messia, prefigurato qui, come in altri testi dell’AT come persona mite, coraggiosa, vessata con sofferenze e prove, per verificare la sua divinità. In questo brano ritroviamo in anticipo la figura di Cristo, l’esatta immagine del Crocifisso e del redentore, sia nella sua itineranza di maestro e sia soprattutto nel momento della sua morte in croce.
Ci ritornano in mente le parole di Cristo dalla Croce: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? La morte di Cristo è l’atto d’amore più grande che il Signore ha compiuto per noi. Sulla croce è tutto solo, con la sua sofferenza, espressione di un amore immenso che solo alla luce di questo unico ed irripetibile evento della salvezza del genere umano può essere letta e accettata nel mondo giusto. Ogni altra spiegazione al dolore e alla sofferenza umana non trova motivo di esistere. Si soffre e si accetta la sofferenza solo per amore. E Dio questo amore lo ha manifestato a noi sulla Croce, la sua croce. Nel segno della croce non si possono fare discorsi dei più grandi e dei più piccoli, ma solo di giustizia e solidarietà. Cristo ha scelto la via del Calvario per dare a noi uomini una grande lezione di vero amore.
Purtroppo questa lezione non l’abbiamo ancora appresa, forse abbiamo iniziato come i bambini a fare i primi passi in questa direzione; ma il cammino è lungo e difficile da percorrere se non ci mettiamo in quella dinamica della disponibilità alla volontà di Dio e alla solidarietà.
Ciò ci introduce ad un altro importante discorso: nella croce di Cristo l’umanità è stata pacificata; ma la pace non sta purtroppo né dentro di noi, né fuori di noi, né intorno a noi, né nel mondo intero.
E come ai tempi dell’apostolo Giacomo costui teneva ad evidenziare le cose che non andavano e l’origine di ogni male, passione e divisione tra le persone, così oggi ritorna come rimprovero cocente questo messaggio che ci invita a superare le divisioni, le guerre e gelosie. In un mondo in cui domina l’odio, il terrorismo, come abbiamo registrato in questi giorni con la morte di sei nostri militari in Afghanistan, questo messaggio sia di auspicio per un mondo più umano, meno conflittuale e più pacificato.
E’ proprio vero che dove c’è spirito di contesa e gelosia che solo guerra e disordine, E questo in tutti gli ambienti. Quante volte abbiamo sperimentato con nostra personale sofferenza tutto questo, potendo fare ben poco per eliminare dai nostri ambienti di rivalità e concorrenza quella insaziabile sete e fame di potere e di primeggiare. Il frutto dell’odio non più che essere una guerra su tutti i fronti, che non si sana mettendo al posto dei cosiddetti dittatori di turni altri che sono più dittatori di chi li ha preceduti. Il peggio dicevano gli antichi deve sempre ancora venire.
E mi sembra che questa nostra umanità invece di andare nella direzione della pace, va verso la guerra globale e globalizzata, con grande danno per tutti, in quanto in regime di pace è più facile potenziare la pace, in un sistema di pensiero e di azioni bellici si potenziano i conflitti e l’assurda pretesa di governare sugli altri in modo autoritario. Il motto dei romani “divide et impera”, dividi e comanda, metti l’uno contro l’altro, fa capolino nelle nostre realtà quotidiane, ma anche a livello generale.
Sia questa la nostra umile preghiera di oggi: “O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

St. Matthew Apostle

St. Matthew Apostle  dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=21550&pic=21550AB.JPG&dispsize=Original&start=0

Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
12345...10

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01