Archive pour septembre, 2012

26 SETTEMBRE : SANTI COSMA E DAMIANO (mf)

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26 SETTEMBRE : SANTI COSMA E DAMIANO (mf)

Cosma e Damiano furono martirizzati nel 303 da Lisia, governatore della Cilicia, insieme ai loro fratelli Antino, Eupreprio e Leonzio. Erano entrambi medici, nati in Arabia nel III secolo. Sono patroni dei medici, barbieri, parrucchieri, farmacisti, dentisti e chirurgi. Inoltre sono patroni della Boemia.
Cosma e Damiano, santi, martiri, i loro resti sono custoditi nel pozzetto dell’antico altare situato nella cripta dei Ss. Cosma e Damiano in Via Sacra, dove li depose S. Gregorio Magno (590-604). Con queste reliquie vi sono anche quelle dei loro fratelli: Antimo, Leonzio ed Euprepio. I corpi di Cosma e Damiano, martirizzati nel 303 da Lisia, governatore della Cilicia, furono portati in Siria e sepolti a Ciro sotto l’Ara Massima del tempio eretto in loro onore. Effettuata la ricognizione il 24 maggio 1924, le ossa dei martiri, unitamente a quelle dei loro fratelli germani, furono riposte in una nuova urna di metallo e ricollocate nel pozzetto dell’altare. In questa occasione fu rinvenuta una cassetta d’argento contenente reliquie dell’Apostolo Matteo. M.R.: 27 settembre – In Egea il natale dei santi Martiri Cosma e Damiano fratelli, i quali, nella persecuzione di Diocleziano, dopo aver superato per divina virtù molti tormenti, catene e prigioni, sommersioni nel mare e nel fuoco, croci, lapidazioni e saette, furono decapitati. Con essi poi furono martirizzati, come si dice, anche tre fratelli germani, cioè Antimo, Leonzio e Eupreprio. [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]

Onore ai medici.
Onora il medico, perché la sua missione non è inutile. L’Altissimo l’ha creata, come ha creato le medicine e respingerle non è cosa da saggio.
« Le piante hanno le loro virtù e l’uomo che le conosce glorifica Dio, degno di ammirazione in tutto quello che ha fatto. Il dolore, per mezzo di esse è addolcito, l’arte ne trae ricette senza numero nelle quali risiede la salute.
Se sei malato, non trascurarti, figlio mio, ma prega il Signore che ti guarisca, allontana da te il peccato, purifica il tuo cuore, fa’ la tua offerta all’altare e poi lascia che il medico intervenga. Il suo intervento una volta o l’altra si impone e non contare di evitarlo.
Egli pure però deve pregare il Signore, perché diriga le sue cure a calmare la sofferenza, allontanare il male e rendere le forze a colui che lo ha chiamato » (Eccli 38,1-15).
Sono parole della Sapienza che era bene citare in questa festa. Fedele al precetto divino, la Chiesa onora oggi in san Cosma e san Damiano la professione del medico nella quale molti raggiunsero la santità (Dom A. M. Fournier, Notices sur les saints médicins).

Il Cristo e la sofferenza.
Sarebbe un errore grossolano pensare che la Chiesa, sollecita della salute delle anime e persuasa che la sofferenza è per esse sorgente di meriti immensi, si disinteressasse del corpo dei fedeli e delle miserie che li colpiscono.
Non ci si mostra Gesù Cristo nel Vangelo medico dei corpi e delle anime? Il maggior numero dei suoi miracoli hanno per oggetto la guarigione di malattie e infermità e la risurrezione stessa. Se la pietà del suo cuore arrivava fino all’anima degli infelici che gli erano messi davanti e vi portava il rimedio con la grazia della contrizione e con il perdono dei peccati, non dimenticava la malattia fisica, ma li liberava da essa con eguale potenza e bontà.

La Chiesa e la sofferenza.
Depositari del potere di far miracoli, gli Apostoli continuarono la missione del Maestro e il libro degli Atti ci fa sapere che il primo miracolo di san Pietro fu compiuto per guarire un infelice, che non aveva mai potuto camminare.
Quando la Chiesa ebbe la libertà di farlo, fondò non soltanto scuole per l’istruzione e l’educazione della gioventù, ma anche ospedali per i vecchi e i malati. Con la dottrina, tutta carità e mansuetudine, con l’esempio di abnegazione e di sacrificio, ispirò a molti suoi figli il pensiero e il desiderio di consacrarsi a quelli che soffrono.
Nel corso della storia sorsero numerose Congregazioni per l’assistenza dei malati: Fratelli di san Giovanni di Dio, Sorelle di san Vincenzo de’ Paoli ecc., e nelle regioni nostre come nei luoghi di missione si contano a migliaia gli ospedali, i dispensari dove religiosi e religiose curano con abnegazione indiscutibile che desta ammirazione, tutte le miserie della povera umanità.

Cristo nei fratelli sofferenti.
Questa attività generosa trova la sua spiegazione in un amore disinteressato per l’umanità sofferente e, prima ancora, in un amore per Cristo, che continua a soffrire nelle sue membra infelici. Mentre curano il malato, l’infermiere e l’infermiera vedono più lontano, vedono il Signore sofferente e, per amore suo, superano la naturale ripugnanza, la fatica che le cure e le veglie comportano, passano sopra tutte le difficoltà che incontrano nel malato o in quelli che lo circondano e non chiedono né paga, né ricompensa.
Però una ricompensa è loro assicurata: spesso quella degli uomini; ma, soprattutto e infallibilmente, quella di Dio. Il contatto con Dio è risanatore e santificante. Dio si è sostituito al prossimo ed è Dio che è servito, a Lui risale l’amore. Un bicchiere d’acqua offerto in suo nome non resta senza ricompensa e le sue grazie scendono abbondanti anche quaggiù su coloro che Lo servono, ma nell’ultimo giorno essi ascolteranno con gioia le parole del giudice supremo: « Ero ammalato e voi mi avete visitato » (Mt 25,36).

I santi medici.
Detto questo non sorprende che un grande numero di anime si sia santificato nell’esercizio della carità fraterna. Le Litanie dei santi medici contano 57 nomi e sono incomplete, perché bisognerebbe aggiungere i nomi di santi e di sante, che senza avere diploma o titolo di dottore in medicina, consacrarono tuttavia la vita all’assistenza dei malati e dei deboli. Bisognerebbe aggiungere il nome dei missionari martiri, che portarono in regioni lontane insieme con la fede la loro dedizione al sollievo di tutte le sofferenze fisiche. Gli Angeli aggiornano il Libro d’Oro sul quale leggeremo, nell’eternità, le meraviglie che la carità ha ispirato alle anime generose e, più ancora, quelle che vi ha realizzate.

VITA. – Sarebbe più facile tracciare la storia del culto dei santi Cosma e Damiano che dare notizie della loro vita e della loro morte. La tradizione li vuole fratelli, medici, arabi e martiri. Il loro culto nacque a Cyr, città della Siria settentrionale, dove nel V secolo era una basilica ad essi dedicata, e nel 530 il pellegrino Teodosio afferma che ivi furono martirizzati. La loro fama si propagò rapidamente e si trovano tracce del loro culto in Cilicia, a Edessa, in Egitto. Papa Simmaco (498-514) consacrò loro un oratorio a Roma e Fulgenzio un monastero in Sardegna, nel 520. Nell’ottavo secolo Gregorio II istituì una Messa stazionale nel giovedì della terza settimana di quaresima e la fissò nella loro Chiesa. I due santi sono oggi Patroni di una associazione di medici cattolici e delle Facoltà di Medicina.

Preghiera ai santi Cosma e Damiano.
Per implorare la protezione dei santi Cosma e Damiano, prendiamo a prestito dal Messale Mozarabico una bella preghiera:
« O Dio, nostro guaritore e medico eterno, che facesti Cosma e Damiano incrollabili nella fede, invincibili per il coraggio, affinché con le loro ferite portassero rimedio alle ferite umane, essi, che prima del loro martirio, con una terapeutica terrena, operarono la salute dei popoli, costituiscili, te ne preghiamo, nostri custodi e medici delle nostre infermità. Per essi sia guarito quanto in noi vi è d’infermo, per essi sia la guarigione senza ricadute, per essi trovino rimedio i corpi e le anime. Mettano essi termine alle segrete malattie dell’anima, ai visibili languori concedano pronta salute. Con la loro intercessione spremano il pus delle ferite, con le dita della loro preghiera le detergano fino in fondo, vadano essi incontro alle miserie umane per portare ad esse rimedio. Sorreggano il peso che schiaccia gli uomini e possano quaggiù custodirci immuni dalla malattia del peccato per condurci ad essere coronati nella celeste patria ».

Preghiera a tutti i santi medici.
Terminiamo con una preghiera a tutti i santi medici, per raccomandarci alla loro benevola sollecitudine:
« Voi tutti santi e sante di Dio, che professione medica e carità nell’assistere gli infermi poveri illustrano e che la Chiesa cattolica onora e venera; e voi, san Luca, Evangelista di nostro Signore Gesù Cristo, primo fra tutti, principe e patrono dei medici cristiani; e voi, insigni medici, Cosma, Damiano, Pantaleone, Ursino, Ciro d’Alessandria, Cesare di Bisanzio, Codrate di Corinto, Eusebio il greco, Antioco di Sebaste, Zenobio di Egea; Voi ancora sante e dolcissime consolatrici dei malati, guaritrici dei loro mali e nelle arti medicali esperte: Teodosia, la martire illustre, madre di san Procopio, martire egli pure, Nicerate di Costantinopoli, Ildegarda vergine di Magonza, Francesca Romana, che la carità verso gli infermi poveri e i miracoli resero così celebre, intercedete per noi presso colui nella fede e nella carità del quale voi viveste e per amore del quale esercitaste la medicina, affinché noi, vostri imitatori, nella santità e nella carità cristiana per l’assistenza ai poveri malati, passiamo la nostra vita nella pietà e nella pazienza e l’eterna beatitudine sia per noi il magnifico e glorioso onorario che riceveremo dal generosissimo Gesù, che vive e regna nei secoli dei secoli ».

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1109-1112

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 26 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: Ogni fatica è vana senza il Signore (Salmo 126 – 31.8.2005)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050831_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 31 agosto 2005

Ogni fatica è vana senza il Signore

Vespri – Mercoledì 3a settimana

1. Il Salmo 126, ora proclamato, presenta davanti ai nostri occhi uno spettacolo in movimento: una casa in costruzione, la città con le sue guardie, la vita delle famiglie, le veglie notturne, il lavoro quotidiano, i piccoli e i grandi segreti dell’esistenza. Ma su tutto si leva una presenza decisiva, quella del Signore che aleggia sulle opere dell’uomo, come suggerisce l’avvio incisivo del Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (v. 1)
Una società solida nasce, certo, dall’impegno di tutti i suoi membri, ma ha bisogno della benedizione e del sostegno di quel Dio che, purtroppo, spesso è invece escluso o ignorato. Il Libro dei Proverbi sottolinea il primato dell’azione divina per il benessere di una comunità e lo fa in modo radicale affermando che «la benedizione del Signore arricchisce, non le aggiunge nulla la fatica» (Pr 10,22).
2. Questo Salmo sapienziale, frutto della meditazione sulla realtà della vita di ogni giorno, è costruito sostanzialmente su un contrasto: senza il Signore, invano si cerca di erigere una casa stabile, di edificare una città sicura, di far fruttificare la propria fatica (cfr Sal 126,1-2). Col Signore, invece, si ha prosperità e fecondità, una famiglia ricca di figli e serena, una città ben munita e difesa, libera da incubi e insicurezze (cfr vv. 3-5).
Il testo si apre con l’accenno al Signore raffigurato come costruttore della casa e sentinella che veglia sulla città (cfr Sal 120,1-8). L’uomo esce al mattino per impegnarsi nel lavoro a sostegno della famiglia e a servizio dello sviluppo della società. È un lavoro che occupa le sue energie, provocando il sudore della sua fronte (cfr Gn 3,19) per l’intero arco della giornata (cfr Sal 126,2).
3. Ebbene, il Salmista non esita ad affermare che tutto questo lavoro è inutile, se Dio non è al fianco di chi fatica. Ed afferma che Dio premia invece persino il sonno dei suoi amici. Il Salmista vuole così esaltare il primato della grazia divina, che imprime consistenza e valore all’agire umano, pur segnato dal limite e dalla caducità. Nell’abbandono sereno e fedele della nostra libertà al Signore, anche le nostre opere diventano solide, capaci di un frutto permanente. Il nostro «sonno» diventa, così, un riposo benedetto da Dio, destinato a suggellare un’attività che ha senso e consistenza.
4. Si passa, a questo punto, all’altra scena tratteggiata dal nostro Salmo. Il Signore offre il dono dei figli, visti come una benedizione e una grazia, segno della vita che continua e della storia della salvezza protesa verso nuove tappe (cfr v. 3). Il Salmista esalta in particolare «i figli della giovinezza»: il padre che ha avuto figli in gioventù non solo li vedrà in tutto il loro vigore, ma essi saranno il suo sostegno nella vecchiaia. Egli potrà, così, affrontare con sicurezza il futuro, divenendo simile a un guerriero, armato di quelle «frecce» acuminate e vittoriose che sono i figli (cfr vv 4-5).
L’immagine, desunta dalla cultura del tempo, ha lo scopo di celebrare la sicurezza, la stabilità, la forza di una famiglia numerosa, come si ripeterà nel successivo Salmo 127, in cui è tratteggiato il ritratto di una famiglia felice.
Il quadro finale raffigura un padre circondato dai suoi figli, che è accolto con rispetto alla porta della città, sede della vita pubblica. La generazione è, quindi, un dono apportatore di vita e di benessere per la società. Ne siamo consapevoli ai nostri giorni di fronte a nazioni che il calo demografico priva della freschezza, dell’energia, del futuro incarnato dai figli. Su tutto, però, si erge la presenza benedicente di Dio, sorgente di vita e di speranza.
5. Il Salmo 126 è stato spesso usato dagli autori spirituali proprio per esaltare questa presenza divina, decisiva per procedere sulla via del bene e del regno di Dio. Così il monaco Isaia (morto a Gaza nel 491) nel suo Asceticon (Logos 4,118), ricordando l’esempio degli antichi patriarchi e profeti, insegna: «Si sono posti sotto la protezione di Dio implorando la sua assistenza, senza mettere la loro fiducia in qualche fatica che avessero compiuto. E la protezione di Dio è stata per loro una città fortificata, perché sapevano che senza l’aiuto di Dio essi erano impotenti e la loro umiltà faceva loro dire con il Salmista: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”» (Recueil ascétique, Abbaye de Bellefontaine 1976, pp. 74-75).

MARTINI, L’INQUIETUDINE DEL COMUNICARE ( di Aldo maria Valli)

http://www.zenit.org/article-32804?l=italian

MARTINI, L'INQUIETUDINE DEL COMUNICARE

Un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini di un vaticanista del Tg1

di Aldo Maria Valli  

ROMA, mercoledì, 26 settembre 2012 (ZENIT.org) – Ricordo che in occasione delle interviste (e sono state tante) mi chiedeva sempre: “Di quanti secondi hai bisogno?”. Poiché conosceva l’importanza della sintesi per la comunicazione televisiva, si metteva nei panni del giornalista e cercava di semplificargli il compito. Non voleva ricevere le domande in anticipo e non chiedeva mai di rileggere le risposte. Si fidava. Aveva totale rispetto dell’autonomia del giornalista. D’altra parte quella del giornalismo era una passione che lui stesso aveva coltivato da ragazzo. Poi fu l’altra chiamata a prevalere, ma per lui quella del giornalista restò sempre una missione.
Studioso della Bibbia e uomo della Parola, Martini ebbe una considerazione altissima della comunicazione. All’inizio degli anni Novanta, quando era arcivescovo a Milano, dedicò al comunicare due celebri lettere pastorali, Il lembo del mantello ed Effatà! Apriti! Due documenti che per me e, credo, per tanti altri giornalisti sono stati fondamentali. Perché ci hanno ricordato che la comunicazione, prima di essere problema tecnico, è questione morale. Questione che riguarda il senso profondo del rapporto con l’altro.
Martini non parlava mai tanto per parlare, non girava attorno, non svicolava. Non si lasciava condizionare dalle preoccupazioni di opportunità politica o ecclesiale. Ogni sua parola era come una luce. Andava dritta al cuore e alla mente dell’interlocutore. A dispetto del tono, pacato e perfino monocorde, il suo linguaggio inquietava e metteva letteralmente in crisi, nel senso che obbligava a scegliere, a pensare. Il verbo “inquietare” gli piaceva molto. Diceva che il cristiano non è e non può essere un uomo comodo, per se stesso e per gli altri. Quando istituì la cattedra dei non credenti disse che la sua speranza era di inquietare e lasciarsi inquietare. Perché in ogni credente c’è qualcosa del non credente, e viceversa. Celebre è anche la sua distinzione tra pensanti e non pensanti, l’unica, diceva, davvero importante.
L’altissima considerazione che aveva del comunicare non era il frutto di un suo pallino intellettuale o conseguenza del suo essere studioso delle sacre scritture. Era frutto della sua fede. Lo vediamo bene nel testo raccolto nel bel libroColti da stupore, là dove, occupandosi della misteriosa comunicazione avvenuta nel sepolcro di Gesù, spiega che proprio in quel luogo, nella notte di Pasqua, ci fu la comunicazione più radicale di ogni tempo. Lo Spirito Santo si comunica e ridona il soffio della vita a Gesù. Si può immaginare qualcosa di più sconvolgente? La morte sconfitta, per sempre, attraverso la comunicazione. Attraverso la comunicazione del Padre che dona se stesso, per amore.
Il Dio dei cristiani è un Dio che parla, ma non solo e non tanto per ordinare. È un Dio che ascolta e chiede ascolto, che interpella, che si mette in relazione, che inquieta, che consola, che indica la strada, che sta vicino. È un Dio comunicatore. Un Dio che raggiunge il vertice della comunicazione divenendo esso stesso Parola viva, incarnata. Ecco dove nasce la passione di Martini per il comunicare. Ed ecco dove nasce la sua preoccupazione per una comunicazione che tanto spesso può essere formale, vuota, debole, priva di autentico coinvolgimento.
Quando comunichiamo, noi sempre doniamo noi stessi, o almeno qualcosa di noi stessi. E ascoltando ci mettiamo nella condizione di accogliere il dono dell’altro. Senza questa predisposizione non c’è comunicazione degna di tale nome. Ci potrà essere, al più, un’informazione, magari anche accurata. Ma comunicare è un’altra cosa. Il comunicare riguarda la comunità, l’essere in comunione. Comprensibile dunque l’attenzione dedicata dal cardinale Martini ai nuovi strumenti del comunicare e alle nuove frontiere.
In lui non ci fu mai rifiuto preventivo. Prevalse sempre la fiducia. Come Pio XII, come Giovanni Paolo II, vedeva nei moderni mezzi di comunicazione autentici doni di Dio, messi a disposizione della libertà dell’uomo. Non gli piaceva scagliare anatemi. Preferiva raccomandare la vigilanza e il senso di responsabilità. Della televisione, per esempio, non sopportava la naturale invadenza e la tendenza a ridurre la parola a un rumore di fondo, indistinto e senza significato. Però ne capiva l’importanza per la tempestività e per la capacità di entrare nelle case di tutti, indipendentemente dalla condizione sociale e dallo status culturale.
Quando poi ci fu l’avvento dell’informatica accolse la novità con disponibilità e, ancora una volta, con fiducia. Vedeva bene i rischi, ma gli interessava di più mettere in luce le potenzialità positive. Vide nella rivoluzione del web il pericolo di una comunicazione ancora più spersonalizzata, ma mise l’accento soprattutto sulla possibilità di accrescere il tasso di fraternità attraverso la conoscenza reciproca.
Fino agli ultimi giorni usò il computer e la posta elettronica con riconoscenza, perché gli permettevano di restare in contatto con tante persone nonostante la perdita della voce. Sempre curioso e interessato a tutto, gli piaceva ricevere notizie e rispondeva sempre. Messaggi semplici, per forza di cose, ma mai banali.
Ricordo che quando un mio servizio televisivo su di lui faticò non poco per andare in onda (perché il direttore del Tg1 di allora decretò che gli italiani non erano interessati alle vicende di un vecchio cardinale, e i vicedirettori si dissero d’accordo con lui), gli scrissi una mail per chiedergli scusa. Ero mortificato nei suoi confronti e sbigottito davanti a un tale miscuglio di ignoranza e arroganza da parte dei miei superiori. Lui mi rispose: “È un bene essere respinti”. Cinque parole che conservo gelosamente e che sono preziosissime nel mio lavoro.
Il Parkinson gli tolse la parola e lo limitò nei movimenti. Per battere sui tasti del computer o semplicemente per vergare la sua firma doveva fare una gran fatica, ma considerava quelle difficoltà una benedizione, perché lo obbligavano ad andare ancora di più al cuore della comunicazione, togliendo ogni orpello, ogni fronzolo inutile.
Anche Pietro e Paolo, come Gesù, sono stati uomini della comunicazione. E con le loro diversità, così marcate, ci dicono che il cristianesimo è religione plurale, che ama le differenze. Il cristiano non è mai per l’uniformità. La Parola è chiamata a incarnarsi ovunque, in contesti diversissimi. In quanto gesuita, Martini amava la complessità e stare sulla frontiera. Per questo capiva bene le difficoltà dei Papi e pregava per loro.
Quando lo dipingevano come un anti-Papa sorrideva e diceva che lui, semmai, era un ante-Papa, uno che, da pastore in mezzo al popolo, percorreva in anticipo le strade che il Papa avrebbe dovuto a sua volta affrontare. Non dimentichiamo che, nonostante la malattia, negli ultimi mesi della sua vita terrena chiese di poter incontrare il suo coetaneo Benedetto XVI, prima a Roma e poi di nuovo a Milano. Per guardarsi negli occhi. Per comunicare davvero.

Male and female as the image of God

Male and female as the image of God dans immagini sacre Creation+Mosaic+-+Adam+and+Eve

http://thesurprisinggodblog.gci.org/2011/06/male-and-female-as-image-of-god.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Lettera ai Filippesi – PARTE I – L’inno cristologico (2,1-11) (Claudio Doglio)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/doglio_filippesi5.htm

CLAUDIO DOGLIO

Lettera ai Filippesi – PARTE I

4. L’inno cristologico (2,1-11)

Paolo scrive ai cristiani di Filippi non semplicemente per raccontare la sua situazione, dare notizie e mandare saluti, ma soprattutto per formare quella giovane comunità cristiana. Ecco perché ha senso che noi leggiamo e meditiamo questo scritto – anche se occasionale – perché non riguardava solo quelle persone, ma riguarda tutti e sempre.
All’inizio del capitolo 2 incontriamo il testo che è fondamentale in questa lettera; si tratta di un inno cristologico, cioè una celebrazione liturgica in onore di Gesù Cristo, un testo che probabilmente non ha scritto san Paolo, ma che era già stato scritto prima di Paolo e veniva utilizzato nella prima liturgia cristiana. Paolo probabilmente lo cita, cioè lo riporta per esteso, ricordando ai cristiani quello che cantavano nella liturgia, perché avessero modo di ripensare a quelle parole e contemplare il modello di Cristo.
Anche nella nostra liturgia questo è tornato a essere un cantico; ogni sabato sera, a vespro, apriamo la domenica con queste parole, avendo davanti agli occhi il modello fondamentale di Cristo.

Pienezza della gioia
Per arrivare a questo quadro, così importante, Paolo parte da una richiesta:
2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti,
Io sono contento, ma perché lo possa essere pienamente vi chiedo l’unione dei vostri spiriti. Prima però di arrivare a questa richiesta ha premesso quattro formule retoriche.
2, 1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia
Se ci sono le condizioni, allora fatemi contento fino in fondo. Le condizioni ci sono; le quattro formule che Paolo adopera sono delle affermazioni. È un modo retorico per affermare.
«Se c’è qualche consolazione in Cristo». C’è qualche consolazione in Cristo? Sarebbe come dire: “Se mi vuoi bene devi dirmi questo”; se te lo dico è perché so che mi vuoi bene. È come se io ti dicessi: “Dal momento che tu mi vuoi bene, di conseguenza, fammi questo favore”.
Proviamo allora a rileggere queste frasi come delle affermazioni, anche solenni e ribadite.
In Cristo c’è consolazione proprio perché la consolazione è strettamente legata a lui, è dentro di lui o, meglio, io sono consolato se sono in Cristo. La consolazione, l’esortazione, la formazione, sono caratteristiche dello Spirito Santo; lo Spirito Consolatore è legato a Cristo, è il dono di Cristo. Allora, dal momento che Cristo è la nostra consolazione, rendetemi contento.
Dal momento che c’è conforto derivante dalla carità, non c’è altro conforto se non l’amore, l’agàpe, la buona relazione. Non c’è altro conforto della nostra vita se non il bene che abbiamo fatto e abbiamo ricevuto; e allora – dal momento che esiste questa consolazione – rendete piena la mia gioia.
Terza condizione: dal momento che c’è «comunione di Spirito» – ovvero noi siamo perfettamente uniti in un solo Spirito, perché è lo Spirito Santo di Dio che ci tiene insieme – comunicatemi una gioia più grande.
Quarta condizione: poiché ci sono «sentimenti di amore e di compassione» – ritorna il termine che avevamo già trovato come viscere, amore passionale, viscerale, sentimenti di misericordia, di affetto – siccome ci sono, proprio esistono, allora, dal momento che mi volete bene, perché siamo uniti dallo stesso Spirito, perché siamo confortati dallo stesso amore, perché siamo consolati dello stesso Cristo Gesù, allora fatemi contento.
Ma che cosa vuole? Perché con tanta insistenza dà delle motivazioni, delle condizioni così teologiche? Per chiedere che cosa? Ha bisogno di un piacere: “Rendete piena la mia gioia”. Che cosa sta per chiedere? Evidentemente una cosa importante: «Pensate in modo unitario».
Letteralmente adopera il verbo “sentire”, “ragionare”, “pensare”: pensate la stessa cosa, abbiate una unità di intenti, siate uniti nel modo di pensare. Ha già parlato prima di unanimità e di concordia, adesso dice che bisogna avere tutti lo stesso pensiero: abbiate un pensiero solo, unico, uguale fra tutti. Ma come è possibile? Mio nonno diceva: “Tante teste, tante idee” , lo dite anche voi. Allora, se è vero che ognuno la pensa a suo modo, come può Paolo dire che dobbiamo pensare tutti la stessa cosa?
È un sistema da dittatori, perché i dittatori fanno così: lanciano loro l’idea e tutti devono venire dietro e dire la stessa cosa. È forse questa la strada? Ma che cosa intende Paolo quando dice di pensare tutti la stessa cosa? A questo punto, finalmente, specifica:
avendo tutti lo stesso amore
Parla di pensiero, poi specifica con amore, ma dice: “lo stesso tipo di amore”, cioè avendo un’anima sola, essendo uniti nell’anima. Ragionando ripete lo stesso verbo di prima: “Pensando una cosa sola”, la stessa, tutti una cosa, tutti la stessa cosa. Insiste quindi parecchio e prima di arrivare a spiegare che cosa intende apre una parentesi.
3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso,
Comincia a indicare una strada per comprendere il senso di quello che sta dicendo. È una spiegazione di tipo negativo: non fate le cose per rivalità, non fate qualcosa contro qualcuno, di nessun tipo; non fate nulla per rivalità, non fate nulla per vana gloria, cioè per emergere, per farvi vedere, per ottenere onore; è una gloria vuota. Sono due peccati gravi che caratterizzano purtroppo la nostra realtà di Chiesa. Ci sono molti, fra di noi, che peccano di rivalità e di vana gloria, che fanno le cose per rivalità nei confronti degli altri, per essere di più, per essere meglio, per far vedere, per fargliela pagare, anche nelle piccole cose.
Pensate come nelle piccole relazioni quotidiane – talvolta, se non spesso – ci sono queste ripicche: “glielo faccio apposta”; è la vana gloria, la ricerca dell’onore, del titolo, della carriera, della stima, del prestigio. Tutto questo nasce dalla prepotenza dell’io, mettendo me stesso al primo posto.

Grandezza dell’umiltà
Invece l’atteggiamento di umiltà – in greco Paolo adopera una bella parola, un po’ strana: «tapeinofrosu,nh» (tapeinofrosýne). È la sapienza di chi è tapino – è proprio l’umiltà di Maria che nel Magnificat dice: «Il Signore ha guardato la mia condizione tapina». Adopera la stessa parola: ha guardato a come sono piccola, a come sono povera, «per cui tutte le generazioni mi chiameranno beata».
Bisogna allora capire bene questa frase, perché la traduzione non mi piace.
Considerare gli altri superiori a se stessi suona male, ci può portare a un atteggiamento ipocrita. Maria ha la consapevolezza che Dio ha fatto in lei ha grandi cose, ha la consapevolezza di essere piccola, povera, debole, ma non per questo dice: “Io sono l’ultima”; dice invece: “Sono la prima, sono la più fortunata di tutte, tutte le generazioni diranno che io sono beata”. Non si tratta, quindi, di dire: gli altri sono meglio di me, anche quando non ne siamo convinti; si tratta piuttosto di non mettere se stessi al primo posto. Questo vuol dire che ognuno, con tutta umiltà, deve dare più peso agli altri che a sé; deve stare attento agli altri prima di stare attento a sé; prima di mangiare deve guardare se gli altri mangiano, prima di sedersi deve vedere se gli altri sono seduti; è questo il senso dell’umiltà: l’attenzione all’altro. Capiamo allora che se esiste questa umiltà, per cui io mi decentro – non sono più al centro – ma do importanza all’altro, non posso più fare le cose per rivalità e non le faccio neanche per farmi vedere; non mi interessa emergere, perché mi interessa che lui stia bene, che lei emerga Ecco l’atteggiamento di umiltà profonda che deve portarci a non considerarci importanti; non a disprezzare le doti che abbiamo, le qualità che il Signore ci ha donato, ma a non mettere noi stessi al primo posto, riconoscendo che nonostante tutto, nonostante nostre qualità, nonostante i nostri pregi, nonostante il bene che abbiamo fatto e continuiamo a fare, tutto ci è dato gratis.
Un principio a fondamentale della imitazione di Cristo dice: “Ama nesciri et pro nihilo reputari”: “ama essere non conosciuto e ritenuto niente”.
Attenzione, perché il punto decisivo è quell’ “ama”, non “sopporta” se non ti considerano. Non dice infatti: “Datti da fare perché ti considerino, arrabbiati se non ti considerano, ma ama non esser conosciuto, ama essere ritenuto nulla”. Se gli altri non ti ritengono importante, ama quella condizione. “In quella condizione la gioia è piena” così diceva San Francesco a frate Leone: “È perfetta letizia proprio questa, quando non avrai nessuna soddisfazione, quando ti tratteranno male”. Proprio in questo mettere se stessi all’ultimo posto sta l’atteggiamento fondamentale: abbiate tutti questa unica e medesima mentalità, un atteggiamento di umiltà.
4 non cercate ciascuno le proprie cose, ma quelle degli altri.
Ecco di nuovo un’altra spiegazione: non cioè fate i vostri interessi, non pensate a voi stessi e basta, ma occupatevi delle cose degli altri, state attenti alle loro necessità.

Finalmente esprime chiaramente quello che aveva in testa:
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti [pensieri] che furono in Cristo Gesù,
Più che “sentimenti” io direi “pensieri”, perché in greco Paolo adopera di nuovo lo stesso verbo che ha già adoperato due volte dicendo: “pensate”, pensate la stessa cosa, pensate una cosa sola. Adesso ripete: “Pensate al modo di Cristo”. Forse la traduzione migliore potrebbe essere questa:
abbiate la stessa mentalità che fu in Cristo Gesù
Modello esemplare è la mentalità di Cristo
La parola cardine è “mentalità”, cioè modo di pensare, modo di vedere le cose. Qual è l’unico modo buono, valido, di vedere le cose? Quello di Gesù Cristo! Abbiate tutti quell’unico e identico modo che è quello di Gesù Cristo.
Non si tratta allora di dire la stessa frase, di pensare la stessa cosa, ma di avere come fondamento la stessa mentalità. Questo non è un atteggiamento da dittatore, è l’offerta del modello fondamentale dell’unica strada di salvezza.
Questo è il vertice della Lettera ai Filippesi, è il cuore della nostra riflessione: Cristo è il modello, la mentalità di Cristo è fondamentale, è un imperativo di base: «Abbiate la sua mentalità»; se non avete la mentalità di Cristo noi gli appartenete, se ne avete un’altra cambiatela, criticate fortemente il vostro modo di pensare, analizzatelo, valutatelo, confrontatelo con Cristo; se corrisponde al suo: bene; se non corrisponde al suo cambiatelo, perché va male. La conformazione a Cristo misericordioso è il primo punto della nostra adesione a lui, del nostro cammino di fede, di conversione.
«Conformarsi a Cristo!»: allora la nostra meditazione adesso raggiunge un punto decisivo.
Prima di ragionare su di me devo ragionare su di lui, devo tenere fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della nostra fede, punto di partenza e punto di arrivo.
Dobbiamo continuamente rimanere fissi su Gesù Cristo, dobbiamo essere come lui, possiamo essere come lui, stiamo diventando come lui.

Lettera ai Filippesi, l’Inno Cristologico – PARTE II (Claudio Doglio)

CLAUDIO DOGLIO

Lettera ai Filippesi – PARTE II

4. L’inno cristologico (2,1-11)

La struttura dell’inno

Ed ecco il testo dell’inno che Paolo riporta per spiegare quale è la mentalità di Cristo.
Nell’esortazione alla concordia e alla stima reciproca per il buon andamento della comunità, Paolo inserisce un inno che probabilmente i Filippesi conoscevano e cantavano nella liturgia. Si tratta di uno dei testi più antichi della liturgia cristiana che celebra il grande mistero di Cristo nella sua ricca completezza teologica, ricordando la sua natura divina preesistente, l’incarnazione, la morte e la risurrezione, per concludere con l’intronizzazione a Signore dell’universo.
Gli studiosi non sono d’accordo sull’origine di questo inno cristologico: alcuni lo ritengono una composizione liturgica scritta dallo stesso Paolo per altre circostanze ed inserita qui con qualche lieve ritocco; altri invece pensano che si tratti di un inno di autore giudeo-cristiano che l’apostolo avrebbe fatto suo adattandolo al contesto. Vari indizi linguistici fanno propendere per una composizione pre-paolina, ritoccata da Paolo. La celebrazione ha per oggetto il Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua persona; la distinzione dei vari momenti non implica separazione, ma mostra piuttosto il suo evolversi nel tempo ed il suo ritorno al Padre.
L’inno si divide nettamente in due parti: la prima discendente, la seconda ascendente.
Gesù Cristo scese fino in fondo, perciò Dio lo innalzò fino in cima. Potremmo semplificare così il contenuto: nella prima parte si presenta la discesa di Cristo fino in fondo, nella seconda parte la salita di Cristo fino in cima. Il punto determinante è quel «perciò» del versetto 9. Dio lo ha innalzato proprio perché egli si è abbassato.
Questo inno deve essere nato nella comunità cristiana come riflessione su un detto di Gesù riportato diverse volte nei vangeli: «Chi si umilia sarà esaltato, mentre invece chi si esalta sarà umiliato». Ma l’obiettivo è essere esaltati, quindi è questa la parte buona: chi si umilia, chi si comporta in modo umile, sarà esaltato; sarà esaltato da Dio. Gli esperti dicono che si tratta di un passivo divino, cioè un modo di parlare tipico della Bibbia per evitare il nome di Dio.
Chi umilia se stesso sarà esaltato da Dio; è proprio l’atteggiamento di Maria, discepola fedele del Cristo. Maria è grande perché ha imitato Gesù. Il modello è Gesù. Maria è l’esempio di una che lo ha seguito davvero, così i Santi: il modello è sempre Gesù.
Maria e i Santi sono persone che hanno realizzato il modello, in tanti modi diversi. L’unico modello, che è Gesù Cristo, viene realizzato in una infinità di sfumature differenti. Ci sono i santi uomini e le sante donne, ci sono i dottori e gli analfabeti, ci sono quelli morti giovani e quelli invece morti vecchissimi, quelli che hanno fatto tante opere e quelli che non hanno fatto quasi nulla, ci sono santi di tutti i tipi, di tutte le qualità, con tutti i caratteri possibili, con tutte le attività, gli stati. Questo vuol dire che i modi di realizzazione sono infiniti, ma il modello è uno e uno soltanto: è il modello di Gesù Cristo…

Cristo umiliò se stesso
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;

Egli è nella forma di Dio, egli è Dio, ma questo essere come Dio non lo ha tenuto per sé. In greco si adopera una parola strana, che in italiano è stata tradotta in un modo fantasioso: “tesoro geloso”, come una stranezza, perché in genere il tesoro non è geloso, semmai è il proprietario a essere geloso del suo tesoro, ma lo comprendiamo a senso.
Nel testo originale Paolo non adopera però né parola tesoro né la parola geloso, dice «a`rpagmo.n» (harpagmòn). È la stessa radice da cui nella commedia hanno tirato fuori il nome di Arpagone, in genere è chiamato così l’avaro, perché è una parola che vuol dire proprio prendere, è il verbo che indica “arraffare”; Arpagone è la figura comica del vecchio avaro che vuole prendere, che vuole guadagnare, che tiene tutto per sé, che non vuole dare niente.
Gesù, che è Dio, non tenne per sé – come un oggetto da custodire gelosamente – l’essere come Dio. Non pretese di prendere. Adamo, invece, prese dell’albero con la prospettiva di essere come Dio. Mentre l’uomo pretende di essere come Dio, senza esserlo, e quindi cerca di prendere per diventare come Dio, Dio – che lo è – non tiene per sé questa prerogativa esclusivamente divina: è il capovolgimento della mentalità di Adamo.
L’uomo mira a prendere, invece lo stile di Dio è quello di dare.
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un oggetto di rapina, un oggetto da tenere gelosamente per sé la sua uguaglianza con Dio, ma, al contrario…
7 ma spogliò se stesso,
Il verbo greco è ancora più forte dell’italiano “spogliare”, è il verbo «evke,nwsen» (ekénosen) “svuotare”: «Gesù svuotò se stesso». È una frase forte dire che Dio si è svuotato. In latino hanno tradotto “exinanivit”, “rese se stesso inanis”, cioè inutile: Dio si è svuotato.
Pensate che quando una persona invece è superba, noi diciamo che è piena di sé; quando una persona si dà delle arie, diciamo che si gonfia, che è un pallone gonfiato; adoperiamo quindi delle immagini simili. L’uomo tende a gonfiarsi a essere pieno di sé.
Sono le nostre soddisfazioni: “Io, io so, io sono, io faccio, io ho”; questo è l’atteggiamento della pienezza, della superbia, dell’orgoglio.
Dio si è svuotato. Lui, che aveva tutti i motivi di essere, di avere, di sapere, si è svuotato, addirittura ha perso l’essere, è arrivato a morire;

7 ma svuotò se stesso,
prendendo forma di servo
Di schiavo, la categoria più bassa immaginabile.
e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,

«evtapei,nwsen» (etapeínosen), si fece tapino, si fece piccolo, povero. L’umiltà non è un atteggiamento spirituale, è proprio una condizione, è l’essere piccolo, povero, che non conta; si fece una povera persona. Non si fece un uomo potente, si fece uomo e un uomo marginale, senza un ruolo sociale, senza un ruolo politico, senza potere, nato in un paesino sperduto, figlio di persone senza nome, senza gloria. Ha vissuto in un ambiente povero, non ha mai comandato, non ha mai governato, non ha mai avuto un titolo di onore. Dio si è fatto quell’uomo lì.

8 Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.

Più in basso di così non si può… fino alla morte di croce, la morte più umiliante che ci sia; più in basso non poteva scendere, ma fin dove poteva, scese. Questa è la mentalità di Dio, Dio è così; se non hai quella mentalità non hai il pensiero di Gesù Cristo, non hai il pensiero di Dio, sei contrario. Tutto il resto è di conseguenza; puoi essere l’ultimo sacrestano o il primo papa, ma devi avere quella mentalità. Può essere più umile un papa di un sacrestano, ma tutti e due devono esserlo.

Perciò Dio lo ha esaltato

Al centro dell’inno troviamo la svolta decisiva:
9 Perciò Dio l’ha super-esaltato
Si adopera qui un verbo inventato, che non c’è in greco come non c’è in italiano. Con il prefisso super, “super esaltato”; Dio lo ha esaltato al di sopra di ogni possibilità,

e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi,
nei cieli, sulla terra e sotto terra;

Perché nel suo nome si pieghino le ginocchia di quelli che sono nei cieli, cioè degli angeli; si pieghino le ginocchia di quelli che sono sulla terra, cioè degli uomini e le donne vivi in questo mondo; si pieghino anche le ginocchia di quelli che sono sotto terra, cioè dei morti. Cielo, terra inferi: tutto l’universo deve piegare le ginocchia.

L’espressione è presa dal profeta Isaia:

Is 45, 23 davanti a me [è Dio che parla] si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua».

Qui, però, avviene un fatto eccezionale: si dice che invece le ginocchia devono essere piegate davanti a Gesù, davanti a quell’uomo che si è abbassato così tanto. Tutti: in cielo, in terra, sotto terra, devono inginocchiarsi davanti Gesù.
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è [Kyrios] il Signore, [Dio] a gloria di Dio Padre.
Quell’uomo Gesù, che si è abbassato fino alla morte di croce, è la persona più grande che esista nel mondo: è Dio in persona. Il riconoscimento della divinità di Gesù non è sufficiente se non riconosciamo che Dio si è abbassato; il modello è l’abbassamento.
Abbiate in voi la stessa mentalità che fu di Cristo Gesù. Questo testo la liturgia ce lo propone al sabato come luce della domenica, ce lo propone nella Settimana Santa, nel Triduo Pasquale, per avere sotto gli occhi il modello fondamentale, ce lo propone continuamente, è il cuore dei nostri esercizi.
Stateci tanto sopra, contemplate Cristo che si è umiliato: per questo è stato esaltato da Dio. Chiedete che la nostra mentalità diventi sempre più simile alla sua, una sola; dobbiamo avere tutti la stessa mentalità, quella di Cristo.

24 settembre (mf) : Nostra Signora della Mercede

24 settembre (mf) : Nostra Signora della Mercede dans immagini sacre ourladyofmercy

http://handmaidsofmercy.typepad.com/photos/the_mercy_saints/ourladyofmercy.html

Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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