La lettera di Giacomo: Introduzione

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è una introduzione alla Lettera di Giacomo, sul sito c’è il commento a tutta la lettera)

LA LETTERA DI GIACOMO

(Pedron Lino)

1) L’autore

In primo luogo dobbiamo dire che Giacomo è un cristiano, un servo di Dio e del Signore Gesù Cristo (1,1). Il termine greco « doulos » (= servo, ministro) è sicuramente anche un titolo d’onore; l’autore è ministro di Dio e di Cristo e occupa nella Chiesa un posto di primo piano.
Ma quale Giacomo può essere l’autore di questa lettera? Dei due apostoli di nome Giacomo resta escluso il figlio di Zebedeo che era già morto martire intorno all’anno 44 (At 12,2). Il contenuto di questa lettera presuppone una situazione posteriore. L’altro apostolo è Giacomo di Alfeo. Ma neppure questo sembra l’autore della lettera. Difatti nell’indirizzo di saluto della lettera di Giacomo, come in quella di Giuda, accanto al nome di Giacomo manca il titolo di apostolo.
Chi è dunque l’autore di questa lettera? Con tutta probabilità uno dei quattro fratelli di Gesù che vengono menzionati in Mc 6,3 (Giacomo, Giosè, Giuda, Simone) ed erano parenti stretti di Gesù. Di essi, Giacomo, molto presto, assunse una posizione importante nella primitiva comunità di Gerusalemme (Gal 2,9.12; At 12,7; 15,13; 21,18) e, per distinguerlo dai due apostoli di nome Giacomo, gli fu dato il soprannome di fratello del Signore.
Se dunque Giacomo, fratello del Signore, non è apostolo, è logico che in testa alla lettera, non si dica apostolo. Sarebbe inconcepibile che un uomo, che apparteneva al gruppo dei dodici apostoli, dovendo rivolgere alle dodici tribù della diaspora un’ammonizione, che per il suo tono presuppone la riconosciuta autorità dello scrittore, non si dichiarasse apostolo (Zahn).
Giacomo, fratello del Signore, secondo antiche notizie, fu vescovo di Gerusalemme (Eusebio, Storia della Chiesa 2,2,2).
La tradizione extrabiblica che tratta di lui è in parte contraddittoria e leggendaria. Secondo Giuseppe Flavio (Ant. 20,200) il sommo sacerdote Anania II, nell’anno 62 d.C., per soddisfare la propria crudeltà, fece lapidare il fratello di Gesù, che viene detto il Cristo, di nome Giacomo con alcuni altri. Secondo Egesippo, Giacomo sarebbe stato un rigidissimo asceta (Non prese mai vino o bevanda forte, né mangiò mai carne. Le forbici non toccarono mai il suo capo, né si unse con olio o prese un bagno) e spesso inginocchiato nel tempio avrebbe chiesto perdono a Dio per il popolo. Le sue ginocchia divennero dure come quelle di un cammello.
Non avendo dato le risposte desiderate alle domande dei suoi avversari, sarebbe stato fatto precipitare dal pinnacolo del tempio, lapidato e finalmente colpito col follone di un gualchieraio. Fu sepolto nello stesso luogo vicino al tempio. Ancora adesso la sua tomba è vicino al tempio. Non si può discernere chiaramente quanto vi sia di storico nella relazione di Egesippo (Storia della Chiesa 2,23,4-18; Hypomnemata).
Era soprannominato il giusto a causa della sovrabbondanza della sua giustizia (Eusebio, Storia della Chiesa, 2,37,7).

2) Giacomo, fratello del Signore nella tradizione del N.T.
In Mc 6,3 Giacomo viene nominato per primo tra i quattro fratelli del Signore. Molto probabilmente è da identificare con Giacomo il Minore di Mc 15,40: un soprannome dedotto probabilmente dalla piccolezza della sua statura (gr. o micròs = il piccolo). Secondo Mc 3,21.31-35 egli, come altri fratelli del Signore non è capace di capire Gesù e si mette contro la sua attività pubblica. Secondo Gv 7,3-10 addirittura non crede alla messianicità di Gesù. Molto probabilmente la sua incredulità fu definitivamente superata mediante un’apparizione del Risorto (1 Cor 15,7). Egli, già prima della Pentecoste si trovava con gli altri fratelli di Gesù insieme con gli apostoli (At 1,14). Guadagnò presto nella comunità primitiva di Gerusalemme un grande prestigio e dopo la fuga di Pietro ne divenne vescovo. Il N.T. ce lo presenta come uomo propenso all’accomodamento e alla mediazione. Assieme a Pietro e a Giovanni egli dà la mano della comunione (Gal 2,7-9) a Paolo e Barnaba, missionari dei pagani. Nel concilio di Gerusalemme è d’accordo, in linea di massima, con le dichiarazioni di Pietro e vi aggiunge il sostegno della Scrittura (At 15,16-18). E secondo At 21,18-25, con il consiglio dato a Paolo, Giacomo mirerebbe a questo: che l’apostolo, mediante l’accettazione del voto di nazireato, confuti le accuse di predicatore apostata che gli erano state mosse.

3) I destinatari della lettera
Dall’intestazione risulta che la lettera è scritta alle dodici tribù della dispersione. Pare che per dodici tribù s’intenda l’insieme delle comunità giudeo-cristiane che vivevano nelle diaspora, ossia nei territori all’infuori della Palestina.
Non è possibile stabilire se Giacomo abbia scritto di propria iniziativa o su richiesta dei giudeo-cristiani. Questa lettera può essere considerata una specie di enciclica del vescovo di Gerusalemme a più comunità giudeo-cristiane. Il territorio in cui si trovavano i destinatari si limitava alla Siria e al massimo ai territori immediatamente confinanti a nord e a nord-ovest.

4) Occasione, scopo, tempo e luogo della composizione
Giacomo scrive questa lettera per rivolgere ammonimenti alle dodici tribù della diaspora. Tali esortazioni si riferiscono per la maggior parte a problemi assai concreti e quotidiani. Un richiamo a tradurre in fatti concreti il cristianesimo giustificherebbe già la composizione di questa missiva con le sue autorevoli istruzioni.
Ma rimane un interrogativo. Perché Giacomo scrive a un così vasto raggio di destinatari, i quali, per giunta, sembrano trovarsi al di fuori della sua sfera di giurisdizione? Inoltre Giacomo, specie nella sezione centrale della lettera (2,14-26), entra in aperto conflitto con determinate concezioni della giustificazione. Il contesto lascia supporre che le concezioni che Giacomo combatte avessero a che fare col paolinismo che avrebbe tratto dalla predicazione dell’apostolo false conclusioni sulla giustificazione col pericolo di falsificare il vangelo di Gesù.
Naturalmente Paolo era stato frainteso, come leggiamo anche in 2 Pt 3,15-16: La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina. Paolo sviluppa la sua dottrina sulla giustificazione contro dei giudaizzanti, i quali presentano la circoncisione e soprattutto le opere della legge come necessari alla salvezza e in Gal 2,11 pone costoro in stretto rapporto con Giacomo di Gerusalemme. Per dirla in breve, a creare confusione sono le false presentazioni della dottrina di Giacomo e di Paolo da parte di qualche loro discepolo, quegli stessi di cui leggiamo in At 15,24: Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi.
Sia Paolo che Giacomo insegnano che la giustificazione si ottiene mediante la fede e le opere. In questa lettera Giacomo polemizza contro qualcosa che è connesso a Paolo, ma che non è Paolo stesso. Egli non polemizza contro di lui personalmente, non lo menziona, anzi non fa alcun nome; soltanto accenna a un’opinione, la quale comunque, nella forma in cui gli è pervenuta, gli pare insostenibile (G. Kittel).
Dibelius scrive: Non si può ammettere che l’autore (Giacomo) avrebbe oppugnato in questo modo la lettera ai Romani, se l’avesse letta e compresa a fondo.
La lettera di Giacomo va probabilmente collocata poco dopo la lettera di Paolo ai Romani, verso il 60 d.C. Pare che Giacomo non abbia conosciuto le lettere di Paolo, altrimenti avrebbe confutato gli pseudopaolinisti servendosi del loro stesso presunto maestro. In linea di massima dobbiamo constatare che, dopo la morte di Giacomo, al più tardi dopo il 70, non c’era più alcun giudeo-cristianesimo fuori della Palestina che potesse essere seriamente identificato con le dodici tribù della diaspora a cui Giacomo si indirizza. Con la morte di Giacomo il giudeo-cristianesimo primitivo incomincia a perdere la sua importanza (J. Blinzer). Il giudeo-cristianesimo primitivo cessò di esistere con la distruzione di Gerusalemme (J. Munck). Come la distruzione di Gerusalemme costituisce la grande svolta fatale per il giudaismo, così lo è anche per il giudeo-cristianesimo (Schoeps).
Già poco dopo la morte di Giacomo emersero grandi difficoltà nella chiesa di Gerusalemme, quando un certo Thebutis non approvò l’elezione di Simeone, fratello del Signore, a successore di Giacomo. Thebutis, poiché non era diventato vescovo, incominciò a contaminare la Chiesa fondando una setta giudeo-cristiana e distruggendo l’unità della comunità (Eusebio, Storia della Chiesa 4,22,5: citato da Egesippo).
All’inizio della guerra giudaica, i giudeo-cristiani di Gerusalemme fuggirono a Pella nella Transgiordania e la comunità cristiana scomparve nella solitudine del deserto transgiordanico. Dopo la distruzione di Gerusalemme una parte della primitiva comunità ritornò nei resti della città e cadde sotto l’influenza di sette giudaiche e si unì ad esse.
Ammesso che Giacomo, fratello del Signore, sia effettivamente l’autore della lettera, il luogo di composizione non può essere che Gerusalemme.

5) Classificazione della lettera
Non è un trattato teologico. Per quanto riguarda il suo carattere epistolare, esso risulta solo dall’indirizzo (1,1), ma manca la chiusura. Anche nelle altre parti la lettera non manifesta più alcuna vera caratteristica epistolare. In 1,2 viene immediatamente introdotta la parenesi (= esortazione) che continuerà per tutta la lettera. Questa lettera è una catena di singole esortazioni più o meno lunghe, di gruppi di sentenze e di vertenze più brevi…che vengono accostate l’una all’altra più o meno forzatamente (Kummel). Tale materiale deriva in gran parte dalla tradizione dell’Antico Testamento e da quella evangelica.
Nella lettera di Giacomo si trova una concezione ben precisa dell’esistenza cristiana, per es. nel giudicare l’esagerata curiosità culturale, la ricchezza, il culto della personalità nella comunità, l’amicizia del mondo, l’orgogliosa progettazione della vita, l’esigenza della mutua responsabilità, e traspare in genere un cristianesimo di impegno fattivo.
Proprio questa esigenza di un cristianesimo deciso e impegnato, già proposto da Gesù nel discorso della montagna, costituisce il motivo conduttore dei singoli brani parenetici. Dal punto di vista storico-letterario, questo scritto può essere definito una Didachè parenetica (Windish).

6) Lingua e stile
Il greco della lettera di Giacomo è da tutti considerato buono. La sua avversione per i ricchi e la sua critica alla sapienza terrena non gli impediscono di presentare la sua lettera in un greco molto buono, di efficacia quasi letteraria.
Accanto ai molti grecismi, Giacomo ci offre un numero ancora maggiore di semitismi; ciò significa che sotto la veste greca sta un autore che pensa in semitico. Giacomo costituisce una sintesi meravigliosa del mondo linguistico greco e di quello semitico in una mutua acclimatazione (E. Pax).

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