Omelia XXIII Domenica del T.O. – La parabola dell’abat-jour: l’unica non autorizzata da Cristo

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La parabola dell’abat-jour: l’unica non autorizzata da Cristo

don Marco Pozza

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (09/09/2012)

Vangelo: Mc 7,31-37

Perché il cristianesimo rimanga prima di tutto occasione di stupore e meraviglia. Solo così il muto ritrova l’eleganza della parola, il cieco riacquista la sensualità della vista, il sordo riavverte l’eco dei rumori nelle gallerie dei suoi timpani e lo zoppo riassapora la dolcezza dei passi. Il tutto sotto gli occhi di una natura ch’è tutta un’esplosione di vita: le paludi diventano sorgenti d’acqua cristallina, il deserto s’ammanta della freschezza dell’erba e la natura ritrova quell’alfabeto primordiale che dall’alba dei tempi è rimasta l’orma di Dio nelle strade di quaggiù. (Is 35, 4-7) E’ la legge eterna, quell’inimitabile fremito d’Amore che riordina il cuore e permette allo sguardo d’intravedere prospettive inimmaginabili: in qualunque posto l’uomo si trovi, in qualsiasi disordine esso abiti, la sua vita diverrà il punto di partenza per iniziare il viaggio di ritorno a Lui. Con la nostalgia inabissata nello sguardo ch’è la forma estrema di avvertimento che Lui ha appeso il cartello « lavori in corso » dentro gli anfratti più oscuri dell’anima. Storie di profeti distanti mille miglia dagli astrologi del fumo. (liturgia della XXIII^ domenica del tempo ordinario)
Vecchio seduttore il Dio cantato da Isaia; esperto conoscitore del lato sensuale dell’Amore il Gesù pennellato nel Vangelo. Discreto e amabile, colorato e delicatissimo, amante che mai svergognerebbe creatura alcuna sul palcoscenico della storia. Così delicato da condurti in un luogo appartato e lontano dalla folla: perché il tuo deficit non divenga motivo di derisione alcuna. (Mc 7, 31-37) E solo là, sul limitare di quella zona dove il Creatore s’appresta a restaurare la sua creatura, ti mette le dita nelle orecchie, ti tocca con la saliva la lingua, alza gli occhi al cielo e pronuncia quella parola strana che d’allora è divenuta sinonimo di movimento e divertimento: « Effatà ». Poche sillabe, la brevità di un suono che s’allarga sull’Infinito, il grido di battaglia della Vita: « Apriti! ». In un verbo all’imperativo il desiderio più recondito e manifesto che abita il cuore di Dio: che nessuna casa sia senza la festa del cuore. Cosicché da dietro quelle vetrate, un verbo che nell’italica lingua tiene come sinonimi « accendere, allargare, allentare, bucare, agevolare, facilitare, scoppiare liberarsi, nascere, sbocciare » nell’alfabeto del Cielo questa domenica diventa sinonimo di « stupirsi, meravigliarsi, mettersi in gioco, allargarsi, alzasi, lottare, gioire, sbranare la vita ». Il Vangelo è l’unica aula scolastica dove abbinando tali sinonimi al verbo aprire non si rischia una plateale bocciatura ma l’esatto contrario: una meritata promozione per aver allargato lo sguardo sulle prospettive vertiginose di Dio.
« Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare (…) Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano » (G. D’Annunzio Alcione). Transumanza e movimento settembrino anche tra le pagine del Vangelo: fare transumanza quassù nelle mie montagne significa spostare il bestiame da una terra all’altra, dalle malghe aperte della montagna alle stalle claustrali della pianura. Fare transumanza nel Vangelo – terra popolata di pastori azzardati che scalciano sui fianchi delle terre segnate – è invitare a spostarsi da una terra di rassegnazione ad una terra di beatitudine, ad abbandonare la sicurezza claustrale delle sacrestie per abitare il deserto sconfinato del mondo. Per risvegliare quella sete d’infinito che palpita dentro il cuore della storia. Dell’uomo stesso, magari nascosto sotto un pugno di braci.

Chi può aiutare la Chiesa oggi, eminenza?
- Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vede nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque.
(estratto dall’ultima intervista rilasciata poco tempo prima della morte dal Cardinale Carlo Maria Martini)

« Apriti (…) e poi non dirlo a nessuno ». E l’uomo guarito compì una trasgressione in piena regola: perché ad imprigionare la gioia dentro il cuore solo l’uomo infelice ci riesce. Dal giorno in cui i Vangeli aprirono squarci di luce quaggiù, certi uomini smisero di confondere la luce dell’abat-jour con quella del sole. S’inabissarono in quella Luce che aprì loro gli occhi, riaccese in loro i passi, fece avvertire il suono del corno nei loro timpani assonnati. Da quel giorno avversari e nemici inciamparono per troppo stupore: « ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti ». Svegliò l’aurora perché iniziò a predicare il Vangelo della Vita: « in principio era la Bellezza ». Apriti!

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