Archive pour août, 2012

LA DANZA NELLA BIBBIA

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LA DANZA NELLA BIBBIA

Segno di gioia e di gratitudine
La Danza, nella Bibbia è intesa soprattutto come lode, manifestazione di gioia spirituale ed espressione liturgica. Si danza per festeggiare una vittoria ottenuta con l’intervento divino; per il ritorno di una persona cara, e in occasione di nascite e matrimoni.
La profetessa Miriam, sorella d’Aronne, esterna la sua esultanza e ringrazia Dio, dopo il passaggio del Mar Rosso, “formando cori di danze” con le altre donne, suonando i timpani e cantando (Cf Es 15,20). Un’altra danza molto famosa è quella che fece Davide, in occasione del trasferimento dell’arca a Gerusalemme.
Danzando e saltellando agilmente, il re d’Israele manifesta con tutto il suo essere la gioia incontenibile che prova per il singolare avvenimento.
“Allora Davide andò e trasportò l’Arca di Dio dalla casa di Obed-Edom nella città di Davide, con gioia. (…) Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod Così Davide e tutta la casa d’Israele trasportarono l’arca del Signore con tripudi e a suon di tromba” (2Sam 6,12; 6,14-15).
Per descrivere l’esultanza del re Davide di fronte all’arca dell’Alleanza, l’autore sacro usa le parole: “gioia” e “con tutte le forze”, rimarcando così il coinvolgimento totale della persona nel movimento ritmico della danza.

Simbologia rituale
Nell’Arca sono custodite le Tavole della Legge date da Dio a Mosè sul Monte Sinai. Danzando davanti all’arca, Davide indossa un costume sacerdotale succinto, una specie di perizoma adatto a compiere i sacrifici: l’efod di lino. Il testo sacro ci fa capire che la nudità del re e la sua danza sono in rapporto con gli “olocausti e i sacrifici di comunione” che egli si appresta ad offrire davanti al Signore.
Il modo in cui Davide esprime la sua gioia per la Legge (Torà), è ritenuto sconveniente dalla figlia di Saul che se ne scandalizza. “Mentre l’Arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo” (2Sam 6,16). Più tardi il re chiarirà alla donna il senso rituale del suo gesto: “L’ho fatto dinanzi al Signore, (…) ho fatto festa davanti al Signore” (2Sam 6,21).
Gli ebrei di oggi, al termine della festa dei Tabernacoli (Sukkot), celebrano nelle sinagoghe la Simchat Torà – o gioia della Legge – danzando, a saltelli ritmati, con i rotoli della Torà e cantando inni in onore dell’Eterno. La danza è anche in questo caso un gesto liturgico che esprime il rapporto di tutto l’essere con Dio. È un’espressione di gioia e di “festa davanti al Signore”, per il dono della Torà. Ed è ancora con la danza che gli ebrei chassidici [i], dopo le preghiere quotidiane, esternano il loro entusiasmo religioso.

La Danza in cerchio: hag
Ai tempi biblici, le processioni danzanti di uomini e donne caratterizzavano le tre grandi feste di pellegrinaggio: Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Sembra che tali danze ritmate avvenissero in modo circolare, ed è forse per questo motivo che nell’ebraismo, la danza in cerchio è chiamata hag: festa.
In cerchio si danza intorno ad un luogo sacro, o durante una cerimonia religiosa, esprimendo così il clima gioioso e comunitario della festa. La simbologia della danza in cerchio ci dice che nessuno può ritenersi più importante dell’altro, mentre tutti sono rivolti verso Colui che è al centro della vita di ognuno.

Rito Bizantino: la triplice danza
Ritroviamo il movimento circolare nella celebrazione del matrimonio cristiano nel Rito bizantino, la cui liturgia prevede una triplice danza in cerchio del sacerdote e degli sposi. Dopo essersi recati presso l’iconostasi, essi girano per tre volte intorno all’altare, mentre si cantano alcuni tropari.

Rito Romano
Col progredire dell’inculturazione, il Rito Romano si va arricchendo di gesti e simboli appartenenti ad altre culture. Sempre più frequentemente, anche grazie al mezzo televisivo, si possono vedere celebrazioni liturgiche in cui la danza, la musica e il canto di altri popoli, trovano uno spazio adeguato.
“I gesti e gli atteggiamenti dell’assemblea, in quanto segni di comunità e di unità, favoriscono la partecipazione attiva esprimendo e sviluppando l’intenzione e la sensibilità dei partecipanti. Nella cultura di un paese, si sceglieranno gesti e atteggiamenti del corpo che esprimano la situazione dell’uomo davanti a Dio, dando ad essi un significato cristiano, in corrispondenza, se possibile, con i gesti e gli atteggiamenti provenienti dalla Bibbia.
Presso alcuni popoli, il canto si accompagna istintivamente al battito delle mani, al movimento ritmico del corpo o a movimenti di danza dei partecipanti. Tali forme di espressione corporale possono avere il loro posto nell’azione liturgica di questi popoli, a condizione che esse siano sempre espressione di una vera preghiera comune di adorazione, di lode, di offerta o di supplica e non semplicemente spettacolo”.[ii]
—————————
[i] Chassidismo, da Chassid: pio, devoto. È un movimento ebraico sorto in Europa intorno al 1750. I suoi membri pongono l’accento sulla gioia del cuore e sulla retta intenzione.
[ii] Da: “ La Liturgia romana e l’inculturazione” (III, 41-42) – Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 25 gennaio 1994.

San Samuele Profeta

San Samuele Profeta dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 22 août, 2012 |Pas de commentaires »

20 agosto: San Samuele Giudice e profeta d’Israele

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San Samuele Giudice e profeta d’Israele

20 agosto

Rama, Palestina, 1070 a.C. – 950 a.C. ca.

Etimologia: Samuele = il Signore ha ascoltato, dall’ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di san Samuele, profeta, che, chiamato da Dio fin da piccolo e divenuto poi giudice in Israele, unse, per ordine del Signore, Saul re sul suo popolo; e dopo che Dio ebbe ripudiato costui per la sua infedeltà, diede l’unzione regale anche a Davide, dalla cui stirpe sarebbe nato Cristo.
Samuele è l’ultimo giudice d’Israele e il primo dei profeti; la sua vita è narrata principalmente nei capitoli 1-15 del I libro di Samuele della Bibbia, gli altri capitoli parlano di Saul primo re, mentre il secondo libro di Samuele, parla del grande re Davide.
La vicenda della sua vita inizia verso il 1070 a.C. e finisce verso il 980 a.C.; come per altre figure della Bibbia, anche la sua nascita è dovuta alle preghiere di una madre pia ma sterile, come Sara moglie di Abramo, la madre di Sansone, ecc.; il figlio viene considerato in questo modo un dono divino, assoluto, frutto della preghiera materna e della grazia divina; Samuele avrà così questo nome che ha il significato di “l’ho domandato al Signore”.
La madre Anna nell’implorare la sua nascita perché sterile, fa voto al Signore di consacrarlo a Lui, secondo le regole del nazireato, che comprendeva fra l’altro la crescita senza il taglio dei capelli e l’astensione dalle bevande alcoliche.
Una volta nato, Samuele è tenuto in famiglia fino allo svezzamento, che a quell’epoca era prolungato fino al secondo o terzo anno di vita; giunto il momento, con il consenso del marito e padre del bambino Elkana, la madre Anna lo conduce al santuario di Silo, nella Palestina centrale, dove si custodiva l’Arca dell’Alleanza e lo consegna al gran sacerdote Eli, affinché cresca nel tempio, come consacrato a Dio.
Prima di ritornare, Anna eleva a Dio un cantico di lode, in cui si sottolinea la potenza divina, che trasforma la prepotenza dei potenti in un trionfo finale dei più deboli e la sterilità emarginante di una donna, in una fertilità di madre, come nel suo caso.
Il primo libro di Samuele, scritto come il secondo, da un anonimo nel secolo IX a.C., prosegue con la descrizione del santuario di Silo, dove in contrapposizione al giusto sacerdote Eli, vi erano i due figli Ofni e Finees, anch’essi per discendenza sacerdoti del tempio, che però erano ‘perversi’ abusando delle donne addette ad alcuni incarichi e non erano giusti nella ripartizione delle parti degli animali offerti.
Samuele cresce nel tempio e già da piccolo porta la veste sacerdotale, la madre viene a trovarlo ogni anno portandogli in dono un mantello, quasi per assicurarlo della sua presenza e protezione, Anna per maggior gloria di Dio, concepirà altri tre maschi e due figlie.
Il rivelarsi di Dio attraverso la parola dei profeti, in quell’epoca era raro, però Egli si manifesta al fanciullo e per ben tre volte lo chiama di notte, ma Samuele pensa che sia il suo maestro Eli, che dorme in una stanza accanto, quest’ultimo, emblema della vera guida spirituale, senza sostituirsi a lui, lo istruisce a rispondere così: “Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.
E alla quarta chiamata, Dio nominandolo suo profeta, gli predice la punizione proprio del suo maestro Eli, per la debolezza dimostrata verso i figli degeneri; al mattino Samuele rivelerà la profezia ad Eli, il quale da quel momento diventerà un suo discepolo e da giusto qual’era, dirà: “Egli è il Signore! Faccia ciò che è bene ai suoi occhi”. Ormai l’investitura di Samuele è ufficiale in tutta Israele, egli come profeta non è un sognatore o un mistico colpito da estasi, ma un personaggio che opera all’interno della storia e le sue profezie non caddero mai a vuoto.
Gli anni passano e all’orizzonte di Israele compaiono le truppe dei Filistei, popolo di origine egeo cretese, dotati di forte tecnologia militare; gli ebrei si scontrano in battaglia, subendo una prima sconfitta ad Afek sulla costa mediterranea e poi una seconda più grave, in cui gli ebrei vengono sconfitti definitivamente, i figli del gran sacerdote uccisi in combattimento e l’Arca dell’Alleanza, che veniva portata nelle battaglie, secondo le usanze ebraiche, viene catturata dai Filistei.
La notizia portata da un messaggero ad Eli, rimasto nel santuario di Silo, fa cadere per il dolore dal seggio il vecchio sacerdote, che si fracassa il cranio e muore; la città di Silo viene poi distrutta, avverandosi del tutto la profezia di Samuele. L’Arca in mano dei Filistei, peregrinò per vario tempo nei loro territori, ma eventi disastrosi per loro, l’accompagnavano, per cui si convinsero a restituirla agli ebrei; ma non essendoci più il santuario, fu tenuta per venti anni in vari posti, fino al tempo del re David, quando sarà collocata definitivamente a Gerusalemme.
Samuele in questo periodo, svolge il suo ministero profetico riportando gli israeliti al culto di Iahweh e a prepararli alla riscossa sui filistei, che di fatto li opprimevano. Li raduna tutti a Masfa di Beniamino e con preghiere, digiuni, confessioni dei peccati, si parla della guerra contro gli oppressori; gli ebrei eleggono Samuele come giudice (1050-1030).
I filistei insospettiti, decidono di attaccare gli ebrei, Samuele invoca Dio e tuoni e rombi immensi si scatenano nell’aria, per cui i filistei terrorizzati scappano, venendo sconfitti fino a Bet-Kar, e da allora non entrarono più in Israele, almeno fino a quando Samuele fu giudice.
Dopo la distruzione di Silo egli dimorava a Rama, dove era nato e nuova sede dell’Arca e del santuario, ogni anno girava per il territorio d’Israele giudicando nelle vertenze, presiedendo adunanze; il resto della sua vita fino alla vecchiaia è passato sotto silenzio.
Ormai molto anziano, con i propri figli Ioel e Abijiah che non seguivano le orme del padre determinando un malgoverno, la minaccia di nuova invasione filistea, spinsero il popolo a chiedergli di rinunziare alla carica e di nominare un re, che governasse e marciasse alla testa dei soldati, come era uso di quel popolo.
Prima titubante poi convinto da Dio, a cui aveva ricorso con la preghiera, Samuele consacra re Saul, in tre fasi, prima privatamente a Rama, poi con il sorteggio a Masfa e poi a Galgala lo presenta al popolo, ungendolo re. Samuele scrisse il codice (statuto) sul diritto del regno, quindi si dimise da Giudice e si congedò dal popolo con un discorso memorabile, indicando la via per conservare l’amicizia con Dio.
I libri di Samuele continuano con il racconto delle gesta di Saul come sovrano, delle sue vittorie e anche delle sue disubbidienze ai voleri di Dio. Samuele a cui Dio parlava nel sonno, si recò da Saul dopo la grande battaglia contro gli Amaleciti a rimproverargli di non aver adempito allo sterminio totale di quel popolo e dei suoi animali e di aver invece salvata la vita al loro re Agag e di aver preso per bottino tutti gli armenti migliori.
Poi davanti a Saul, Samuele uccide il prigioniero Agag, re di quegli acerrimi nemici d’Israele (ci è difficile capire questi atteggiamenti estremi, ma tutto va inquadrato negli usi, nelle vendette, nelle guerre esasperate di quell’epoca) e nel contempo egli dice a Saul che il Signore lo ha ripudiato come re, per darlo ad un altro più degno.
Pur se dispiaciuto di aver dovuto ripudiare Saul, Samuele, sempre su indicazione di Dio, si reca da Iesse il betlemita; arrivato a Betlemme si fece condurre davanti i sette figli presenti di Iesse, ma nessuno di loro gli veniva indicato da Dio come il futuro re, ma c’era un ottavo figlio, Davide, il più piccolo che pascolava le pecore, allora fattolo venire, Samuele riconobbe in lui il prescelto e con il corno dell’olio, alla presenza dei fratelli, lo consacrò re d’Israele, poi si alzò e ritornò a Rama.
La sua figura ricompare ancora fuggevolmente nelle vicende che riguardano il re David, la persecuzione contro questi di Saul, i circoli dei profeti residenti a Najat, ecc. ma ormai è Davide che irrompe con tutta la sua grandiosità di re nei capitoli successivi del secondo libro di Samuele.
Il profeta morì verso i novanta anni, tra il compianto di tutti gli israeliti e fu seppellito nella sua proprietà di Rama. Dopo morto, Samuele viene evocato da Saul prima della battaglia contro i Filistei e gli predice la sconfitta dell’esercito israeliano e la morte sua e dei suoi figli, sul campo.
La personalità di Samuele è affascinante, egli è prima un prescelto consacrato sin da bambino, poi profeta adolescente, ma accettato dal suo maestro Eli; senza essere un condottiero di eserciti come lo erano i giudici d’Israele, egli assume questa carica per la sua vittoria sui nemici del suo paese, ottenuta però con la preghiera e l’invocazione a Dio e come novello Mosé, le forze della natura lo favoriscono nell’impresa.
Pensa di creare una dinastia, ma i suoi figli degeneri non ne sono degni, allora pur essendogli doloroso mettersi da parte, nomina un re per Israele nella persona di Saul, per il quale mostrava sincero affetto. La delusione della ripudiazione come sovrano, non gli da soddisfazione di rivincita, anzi lo rattrista e intimamente prega per lui, dovette usare le maniere forti con Saul ma temperate da grande condiscendenza ed umanità; non potendo fare più niente per lui, si ritira nel silenzio della sua Rama.
Viene richiamato da Dio per ungere il nuovo re David e forte nella fede in Dio, lo fa sapendo di sfidare l’ira di Saul; sarà il consigliere e profeta cercato dallo stesso David e infine profetizza la fine di Saul anche dopo morto, è stato certamente uno dei più grandi profeti d’Israele.
Le sua reliquie furono scoperte nel 406 d.C. e trasportate a Costantinopoli con una solennità eccezionale, tra due ali di folla continua, dalla Palestina a Calcedonia. Al tempo della IV Crociata, esse furono portate a Venezia dove sono tuttora, venerate nel tempio di S. Samuele; a partire dal 730 il suo nome compare in tutti i Martirologi Occidentali al 20 agosto.

Autore: Antonio Borrelli

Papa Benedetto XVI, Omelia: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5,7).

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DOMENICA DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Sagrato della Basilica Vaticana, 12 aprile 2009

Cari fratelli e sorelle,

“Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5,7).

Risuona in questo giorno l’esclamazione di san Paolo, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratta dalla prima Lettera ai Corinzi. È un testo che risale ad appena una ventina d’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, eppure – come è tipico di certe espressioni paoline – contiene già, in una sintesi impressionante, la piena consapevolezza della novità cristiana. Il simbolo centrale della storia della salvezza – l’agnello pasquale – viene qui identificato in Gesù, chiamato appunto “nostra Pasqua”. La Pasqua ebraica, memoriale della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, prevedeva ogni anno il rito dell’immolazione dell’agnello, un agnello per famiglia, secondo la prescrizione mosaica. Nella sua passione e morte, Gesù si rivela come l’Agnello di Dio “immolato” sulla croce per togliere i peccati del mondo. È stato ucciso proprio nell’ora in cui era consuetudine immolare gli agnelli nel Tempio di Gerusalemme. Il senso di questo suo sacrificio lo aveva anticipato egli stesso durante l’Ultima Cena, sostituendosi – sotto i segni del pane e del vino – ai cibi rituali del pasto nella Pasqua ebraica. Così possiamo dire veramente che Gesù ha portato a compimento la tradizione dell’antica Pasqua e l’ha trasformata nella sua Pasqua.
A partire da questo nuovo significato della festa pasquale si capisce anche l’interpretazione degli “azzimi” data da san Paolo. L’Apostolo si riferisce a un’antica usanza ebraica: quella secondo la quale, in occasione della Pasqua, bisognava eliminare dalla casa ogni più piccolo avanzo di pane lievitato. Ciò costituiva, da una parte, un ricordo di quanto accaduto agli antenati al momento della fuga dall’Egitto: uscendo in fretta dal paese, avevano portato con sé soltanto focacce non lievitate. Al tempo stesso, però, “gli azzimi” erano simbolo di purificazione: eliminare ciò che è vecchio per fare spazio al nuovo. Ora, spiega san Paolo, anche questa antica tradizione acquista un senso nuovo, a partire dal nuovo “esodo” appunto, che è il passaggio di Gesù dalla morte alla vita eterna. E poiché Cristo, come vero Agnello, ha sacrificato se stesso per noi, anche noi, suoi discepoli – grazie a Lui e per mezzo di Lui – possiamo e dobbiamo essere “pasta nuova”, “azzimi”, liberati da ogni residuo del vecchio fermento del peccato: niente più malizia e perversità nel nostro cuore.
“Celebriamo dunque la festa… con azzimi di sincerità e di verità”. Quest’esortazione di san Paolo, che chiude la breve lettura che poco fa è stata proclamata, risuona ancor più forte nel contesto dell’Anno Paolino. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito dell’Apostolo; apriamo l’animo a Cristo morto e risuscitato perchè ci rinnovi, perché elimini dal nostro cuore il veleno del peccato e della morte e vi infonda la linfa vitale dello Spirito Santo: la vita divina ed eterna. Nella sequenza pasquale, quasi rispondendo alle parole dell’Apostolo, abbiamo cantato: “Scimus Christum surrexisse a mortuis vere ” – sappiamo che Cristo è veramente risorto dai morti”. Sì! È proprio questo il nucleo fondamentale della nostra professione di fede; è questo il grido di vittoria che tutti oggi ci unisce. E se Gesù è risorto, e dunque è vivo, chi mai potrà separarci da lui? Chi mai potrà privarci del suo amore che ha vinto l’odio e ha sconfitto la morte?
L’annuncio della Pasqua si espanda nel mondo con il gioioso canto dell’Alleluia. Cantiamolo con le labbra, cantiamolo soprattutto con il cuore e con la vita, con uno stile di vita “azzimo”, cioè semplice, umile, e fecondo di azioni buone. “Surrexit Christus spes mea: / precedet suos in Galileam – Cristo mia speranza è risorto e vi precede in Galilea”. Il Risorto ci precede e ci accompagna per le strade del mondo. È Lui la nostra speranza, è Lui la pace vera del mondo. Amen!

Virgen Mary, Mother of God

 Virgen Mary, Mother of God  dans immagini sacre poe-madona

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Publié dans:immagini sacre |on 21 août, 2012 |Pas de commentaires »

« Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » – San Leone Magno nel quinto secolo

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« Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » 

San Leone Magno nel quinto secolo

Gesù voleva armare i suoi discepoli con una grande forza d’animo e con una costanza che avrebbe permesso loro di prendere, senza timore, la propria croce, malgrado la sua rudezza. Voleva anche che loro non arrossissero del suo supplizio, che non ritenessero una vergogna la pazienza con la quale egli avrebbe dovuto sopportare una passione così crudele, pur senza perdere in nulla la gloria della sua potenza. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto”, e in quel momento manifestò loro lo splendore della sua gloria. Anche se essi avevano capito che la maestà divina dimorava in lui, ignoravano ancora la potenza detenuta in quel corpo che velava la divinità…
Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che “la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve”. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede… Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo. Di questa gloria, lo stesso Signore parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18)… In un altro passo dice ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3-4).

ALBINO LUCIANI INEDITO (SECONDA PARTE)

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ALBINO LUCIANI INEDITO (SECONDA PARTE)

Intervista a Marco Roncalli, biografo di Giovanni Paolo I

ROMA, martedì, 21 agosto 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Marco Roncalli, autore della prima, completa, biografia critica di Giovanni Paolo I, del quale ricorrono il 34° anniversario della sua elezione a Pontefice (26 agosto), quello della morte (28 settembre) e il centenario della nascita (17 ottobre). La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 20 agosto.
di Renzo Allegri*
E dopo il Seminario?
Marco Roncalli: Venne ordinato sacerdote a 23 anni. Per due anni lavorò in parrocchia come aiutante del parroco, svolgendo “quell’apostolato spicciolo tra la gente che mi piaceva tanto”. E poi tornò di nuovo in Seminario, come insegnante e come vicedirettore. Altri dieci anni di Seminario, dal 1937 al 1947. Sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Anni difficili, drammatici, soprattutto per l’Italia, Egli li visse intensamente, impegnandosi in attività anche fuori del Seminario. Riuscì, in quegli anni, anche a conseguire una laurea, summa cum laude, in teologia, alla Gregoriana di Roma. Ma studiava soprattutto gli eventi che stavano accadendo nel mondo, la vita degli uomini che erano fuori dal Seminario, per i quali egli stava preparando le guide spirituali del futuro.
Poi, nel 1947, arrivò la stagione dell’agire. In un momento difficile per la sua salute, perché, proprio in quel periodo aveva problemi gravi e fu ricoverato in sanatorio. Ma la stima dei suoi superiori era grande e fu egualmente nominato provicario della diocesi, poi vicario generale e, nel 1958, vescovo di Vittorio Veneto. Prese, come motto del suo stemma vescovile, la parola Humilitas, spiegando: “Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto la dignità episcopale dell’illustre diocesi di Vittorio Veneto”. Non ebbe mai grande considerazione di se stesso. Scrisse: “Alcuni vescovi assomigliano ad aquile, che planano con documenti magistrali ad alto livello; io appartengo alla categoria dei poveri scriccioli che, nell’ultimo ramo dell’albero ecclesiale, squittiscono”.
Nel 1962 iniziò il Concilio Vaticano II. Luciani era già vescovo, come lo visse?
Marco Roncalli: Con grandissimo entusiasmo, ma nel nascondimento. Non si conoscono suoi interventi diretti, ma fu sempre presente a tutte le sezioni. Guardava a quell’evento con stupore. Ne parlava esprimendosi con un linguaggio sportivo, paragonandolo a una “partita straordinaria” dove giocano “oltre 2000 vescovi” e “arbitro è il Papa”. Ma quell’evento ebbe un significato enorme per lui. Scrisse: “Il Concilio mi ha obbligato a farmi ancora studente e a convertirmi anche mentalmente”. Dopo il Concilio, la sua azione pastorale ebbe un’impennata di iniziative nuove, forti, che molti giudicarono, a volte, addirittura rivoluzionarie.
In che senso?
Marco Roncalli: Erano anni di cambiamenti, di progresso anche economico e nella vita dei cristiani si affacciavano molti problemi nuovi. Luciani si dimostra un vero pastore, che rifiuta di farsi incasellare nei soliti stereotipi di “conservatore” o di “progressista”. Fermo, quanto a dottrina e principi, ma pieno di comprensione per la fragilità umana, vicino ai problemi reali delle famiglie.
Uno dei problemi più scottanti in quegli anni, e lo è ancora oggi, riguarda il controllo delle nascite. La contraccezione era ed è proibita dalla Chiesa. Ma sono molte le coppie credenti che, avendo già dei figli e, per ragioni varie e anche gravi, non possono averne altri, ricorrono alla contraccezione vivendo in stato di peccato. Luciani soffriva per questa situazione. In varie discussioni espresse parole che dimostravano una sua prudente ma precisa apertura. Ipotizzava e auspicava un’evoluzione della dottrina cattolica su questo problema. Poi, però, arrivò l’enciclica di Paolo VI Humanae vitae che ribadiva la condanna della contraccezione e si adeguò. Era un innovatore, ma sempre pronto a obbedire alla Chiesa.
Era aperto anche al problema delle “coppie di fatto”. Scrisse: “Tutelata una volta la famiglia legittima e fatto ad essa un posto d’onore, non sarà possibile riconoscere, con tutte le cautele del caso, qualche ‘effetto civile’ alle ‘unioni di fatto’?”.
Già allora erano in crescita nel nostro Paese le presenze di emigrati appartenenti a varie religioni. E lui guardava con il cuore di un padre anche a quelle persone. Scrisse: “Qualche vescovo si è spaventato: ma allora, domani vengono i buddisti e fanno la loro propaganda?… Oppure: ci sono quattromila musulmani a Roma: hanno diritto di costruirsi una moschea? Non c’è niente da dire: bisogna lasciarli fare”.
Comprensivo, disponibile, aperto, ma anche inamovibile quanto a rigore dottrinale e disciplina. Ha ribadito sempre l’inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo. Ha condannato gli abusi di quanti rischiavano di far diventare il Concilio “un’arma per disobbedire, un pretesto per legittimare tutte le ‘stramberie’ che passano per la testa”. Fu sempre duro con i movimenti cattolici del dissenso. A Venezia, da cardinale, quando gli studenti universitari della FUCI si schierarono per il no alla abrogazione della legge sul divorzio, sciolse l’associazione. Proibì tassativamente ai gruppuscoli uniti da nostalgie preconciliari di celebrare la Messa in latino. Affermava: “Non esigiamo – situati a destra – che la Chiesa conservi oggi, in un mondo profondamente cambiato, tali e quali gli atteggiamenti e i riti, che andavano bene nel medioevo… Viceversa cerchiamo di non essere – situati a sinistra – troppo audaci e di non compromettere l’unità della fede e della Chiesa”.
Se Luciani avesse avuto un pontificato lungo, quali cambiamenti, secondo te, avrebbe realizzato all’interno della Chiesa?
Marco Roncalli: Durante i 33 giorni del suo pontificato ha continuato a comportarsi nella semplicità più assoluta, come aveva sempre fatto. Quando, subito dopo l’elezione, i cardinali gli chiesero che nome avrebbe voluto da Papa, scelse quello dei due Pontefici che lo avevano preceduto, per indicare che voleva mettersi nella scia della continuità. Alla domanda rituale rispose. “Mi chiamerò Giampaolo I”. Ma i cardinali gli fecero notare che quel nome, “Giampaolo”, era di tipo troppo “familiare” per un Papa, e così si adattò a cambiarlo in quello solenne di “Giovanni Paolo I”. Le sue prime parole ai cardinali furono: “Cosa avete fatto? Dio vi perdoni!”. Nei vari discorsi dei suoi 33 giorni di pontificato, continuò a richiamarsi alla essenzialità del messaggio evangelico, con sottolineature alla povertà e al retto uso della proprietà. Aveva per davvero metabolizzato la Popolorum progressio di Paolo VI e avrebbe certamente sistemato un po’ la questione delle ricchezze vaticane, promuovendo una Chiesa più solidale con i poveri e una maggior comunione e condivisione ai vertici.
Fu il primo papa a chiedere di poter parlare alla folla al primo affacciarsi dalla loggia di San Pietro, impedito dall’allora maestro delle cerimonie Virgilio Noè; che rifiutò l’incoronazione, la tiara, come Paolo VI, e la sedia gestatoria, sulla quale qualche volta lo obbligarono nelle udienze generali.. Per parlare con spontaneità, accantonava i testi ufficiali, allarmando ambienti della curia romana e della diplomazia. Per dare lezioni di umanità, nelle udienze chiamava i bambini a dialogare con lui come ai tempi di Vittorio Veneto e di Venezia. Quei 33 giorni bastarono per creare un imprevedibile cambiamento di clima nella Chiesa, e, bandendo ogni forma di retorica, indicare con parole e gesti, la bellezza del cristianesimo. Se avesse avuto un pontificato lungo, avrebbe certamente lasciato un segno forte e inconfondibile.
Qual è la tua opinione sul giallo della morte di Papa Luciani?
Marco Roncalli: Dai documenti che ho esaminato, sono certo che la morte sia avvenuta per cause naturali. Certo al cento per cento. Ci sono state però tante ipocrisie: la prima a trovare morto il Papa nella sua camera da letto, fu la suora che gli portava il caffè, cioè una donna, cosa che parve disdicevole, per cui si cominciarono a raccontare frottole, ad aggiustare la verità, a emettere pasticciati comunicati stampa, e nacque una confusione che, insieme ad altri dettagli e inopportune dichiarazioni, alimentò l’ipotesi del complotto e dell’avvelenamento.
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*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali “Noi” e “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese.
Ha pubblicato finora 53 libri, tutti di grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco, cinese e russo. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondatori).

Publié dans:Papa Giovanni Paolo I |on 21 août, 2012 |Pas de commentaires »
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