Archive pour août, 2012

Paolo viene condotto al martirio

Paolo viene condotto al martirio dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) i173

http://www.nicolarosetti.it/ImmaginiReligiose.htm

Rav Riccardo Di Segni: La rottura del bicchiere

http://www.morasha.it/zehut/rds20_rottura_bicchiere.html

Riccardo Di Segni

(Rabbino capo di Roma)

La rottura del bicchiere

Il Salmo 127 esprime lo stato d’animo degli esuli ebrei in Babilonia, dopo la distruzione del primo Tempio, che rifiutavano l’invito dei loro persecutori a cantare in terra straniera i canti di Sion. La stessa situazione si ripeté secoli dopo, in termini molto più tragici, con il secondo esilio, e le parole del Salmo (im eshkachekh Yerushalaim.., se ti dimenticherò Gerusalemme) furono un riferimento per i Maestri che imposero alla comunità d’Israele l’obbligo della conservazione della memoria storica. Secondo quanto riferisce il Talmùd (bab. Baba Bathra 6B), dopo la distruzione del Tempio vi furono dei gruppi che cercarono di imporsi, come segno di lutto, l’astensione dal consumo della carne e del vino; ma i Maestri, pur avvertendo la necessità di dare delle norme per mantenere il ricordo, si opposero a forme di lutto così radicali e prolungate nel tempo, e trovarono un compromesso stabilendo delle regole più limitate: lasciare un piccolo spazio non intonacato in ogni nuova costruzione, limitare l’uso di ornamenti femminili e l’eleganza delle tavole apparecchiate; e in particolare agli sposi furono imposte, con ripetute disposizioni, delle limitazioni nell’uso di ornamenti speciali allora in voga, e allo sposo fu richiesto di porsi della cenere nel posto dove si mette la tefillà del capo (per la codificazione di queste norme v. Shulchan Arukh, Orah Chayym 560).
Chi assiste oggi a una cerimonia nuziale ebraica difficilmente potrà trovare un segno evidente dell’applicazione di queste norme, ma certamente non mancherà di notare un altro uso, che, almeno in apparenza, sembra avere le stesse motivazioni: la « rottura del bicchiere », che avviene alla fine della cerimonia. E’ il bicchiere di vetro, che poco prima, pieno di vino, il rabbino celebrante tiene in mano durante la recitazione della prima serie di benedizioni, quelle dei qiddushìn, e che poi porge allo sposo e alla sposa perché ne bevano insieme per la prima volta. Generalmente è lo sposo stesso, alla fine della cerimonia nuziale, che rompe di persona il bicchiere, mentre è avvolto in un panno o un tovagliolo, calpestandolo con il piede. In alcuni luoghi, come nella Sinagoga principale di Roma, è lo shammash che viene incaricato di rompere il bicchiere, alla fine della benedizione che gli sposi ricevono dal rabbino, insieme alla famiglia, davanti all’aròn aperto. Abitualmente la rottura del bicchiere è accompagnata dalla recitazione della frase del Salmo 127: im eshkachekh Yerushalaim.., se ti dimenticherò Gerusalemme… e l’uso sembra trovare la sua spiegazione proprio nell’idea espressa nella frase del Salmo. Questa frase sintetizza l’impegno per ogni ebreo di non dimenticare mai la perdita di Gerusalemme, soprattutto nei momenti più importanti della propria esistenza. Le nozze sono uno di questi momenti, anche perché sono il segno della continuità biologica; ma la continuità biologica si deve arricchire di significati culturali, deve avere la funzione di trasmettere la memoria e l’identità. Dunque nel grande momento della gioia e della commozione personale e familiare, non bisogna dimenticare la propria identità di popolo e ciò che manca collettivamente alla comunità, perché la gioia di tutti sia completa. Il bicchiere rotto viene così a ricordare simbolicamente che il popolo ebraico non può essere completamente in gioia, perché un’antica frattura storica, che ne ha segnato il destino per tanti secoli, non si è ancora sanata.
La spiegazione sembra perfetta, così come l’uso appare perfettamente funzionale all’idea che vuole esprimere; ma se si indaga sulla sua origine si può scoprire che le cose non sono affatto così chiare. Infatti le fonti talmudiche sopra citate, che impongono varie forme di ricordo della perdita di Gerusalemme, non fanno menzione dell’uso di rompere il bicchiere; mentre qualche cosa che sembra analoga alla rottura del bicchiere in occasione delle nozze è menzionata nel Talmùd, ma in un contesto e con significati differenti: è un brano (b. Berakhot 30b-31a) nel quale si raccontano, con piccole varianti, due episodi simili nei quali, in Babilonia, nel quinto secolo, durante un matrimonio l’allegria dei convitati era salita a un tale livello che un rabbino presente la considerò disdicevole, e per imporre un improvviso cambio d’umore ruppe un preziosissimo calice di vetro. Questa testimonianza, rispetto al nostro uso, si distingue per alcuni elementi importanti:
1. il comportamento dei rabbini che rompono il bicchiere appare sporadico e non abituale;
2. il motivo che provoca la rottura del calice è un’allegria considerata eccessiva;
3. viene distrutto non un bicchiere qualsiasi, ma un oggetto prezioso.
Per trovare dei riferimenti espliciti al nostro uso bisogna attendere molti secoli; nel medioevo diverse fonti cominciano a parlarne, ma con diverse varianti. Nella prima metà del 120 secolo R. Eliezer b. Nathan di Magonza ne parla come un uso comune, ed esprime dei dubbi sul fatto che alla sua origine siano i due episodi del Talmùd di Berakhot. Un’altra fonte, il Machazor Vitry (p. 589 e 593), riferisce l’uso senza spiegazioni, e lo descrive in questo modo: il bicchiere delle sette benedizioni (quindi non quello delle prime due benedizioni, che noi oggi usiamo), dopo essere stato usato, viene svuotato e quindi lanciato verso il muro. Nella descrizione più dettagliata di Jacob Moellin (morto nel 1427) nel Sefer Maharail p.64b-65a, lo sposo, dopo aver bevuto insieme alla sposa, si gira con la faccia verso il Nord e lancia il bicchiere contro il muro.
La prima fonte che spiega l’uso come una forma di ricordo della distruzione di Gerusalemme è il Kolbo (Regole per il 9 di Av, p. 67), del 14° secolo. In questa stessa chiave interpretativa l’uso viene finalmente citato nelle aggiunte allo Shulkhan Arukh di R. Moshe Isserles (Orah Chayym 560 e Even haEzer 65). Non mancano tuttavia spiegazioni differenti, come quella proposta dal cabalista italiano Menachem Recanati, e ripresa da Isaia Horowitz in Shne Luchot haBerit (p.378a), secondo la quale l’uso ha lo scopo di dare la sua parte all’attributo della giustizia e grazie a questo ‘l’iniquità chiuderà la bocca’. Nella letteratura ritualistica degli ultimi secoli le modalità dell’uso vengono progressivamente definite e giustificate, fino ad arrivare alle forme con le quali oggi viene universalmente praticato.
Come è possibile sbrogliare l’intreccio di queste notizie così contraddittorie? Per rispondere a questa domanda bisogna tener presente che su un momento così importante come quello del matrimonio convergono diversi temi, esigenze, preoccupazioni. Tra quelli che sono documentati più o meno apertamente nelle fonti tradizionali ebraiche emergono in particolare:
1. la preoccupazione per l’invidia e il malocchio, e più in generale per lo scatenamento di forze negative e sinistre in un momento di gioia intensa;
2. la critica delle manifestazioni di eccessiva allegria e spensieratezza, che male si adattano ad una concezione ideale di austerità e di autocontrollo;
3. il rischio di perdita dell’identità della comunità ebraica, che non dovrebbe dimenticare, proprio nei momenti familiari più importanti, la sua storia comune e la scala di valori ideali con cui misurarsi.
Ognuna di queste motivazioni ha una sua giustificazione legittima, anche se con un « peso » e un’importanza variabile secondo i punti di vista. Alla luce di questo può essere difficile distinguere in un singolo uso e comportamento una motivazione isolata e valida per sempre, anche perché la sensibilità umana e la cultura evolvono in continuazione, e i comportamenti che ne sono l’espressione spesso sopravvivono alle motivazioni iniziali, e si mantengono nel tempo con altre motivazioni, più vicine all’evoluzione delle sensibilità.
Per questi motivi, ad esempio, il comportamento dei rabbini del Talmùd che rompono un prezioso calice per frenare un’eccessiva allegria, può avere cause contingenti, ma rispecchia esigenze più vaste, che pescano da un lato nelle preoccupazioni primordiali per il malocchio, dall’altro nelle considerazioni filosofiche sull’ideale sobrietà dell’uomo, e infine può perfettamente adattarsi alla cornice, stabilita in altri usi codificati, che impone forme di ricordo storico per la Gerusalemme perduta.
Nell’interpretazione dell’uso della rottura del bicchiere non bisognerà quindi esagerare le sue presunte origini come rito di protezione antidemoniaca (come ha fatto J. Z. Lauterbach, in HUCA II, pp. 351-380, in un saggio per altro apprezzabile per l’accuratezza della ricerca e dell’analisi). Bisognerà piuttosto metterne in evidenza la pluralità e la coesistenza di diversi possibili significati, e soprattutto la prepotente insistenza con cui la tradizione rabbinica ha voluto e ha saputo, con successo, imporre la « sua » spiegazione, di conservazione di memoria e di identità storica. E tutto questo con scopi educativi, costruttivi e consolatori: « chi fa lutto per Gerusalemme avrà il merito di vederne la gioia, come è detto: ‘Gioite per Gerusalemme e rallegratevi per lei, tutti coloro che l’amano.’ »
ebraica..

« Signore da chi andremo? tu hai parole di vita eterna! »

http://ofszonavellino.altervista.org/blog/signore-da-chi-andremo/

Publié dans:immagini sacre |on 24 août, 2012 |Pas de commentaires »

INTERPRETAZIONE DI EFESINI 5,23-33 (due link utili)

http://digilander.libero.it/gbe/qbiblistica_risp1.htm

INTERPRETAZIONE DI EFESINI 5,23-33

(ho trovato questa intepretazione del difficile passaggio di Efesini che oggi leggiamo, mi sembra un buona lettura, anche se, secondo me, non è esaustiva del pensiero di Paolo, continuo a cercare qualcosa che…entri più profondamente nel pensiero dell’Apostolo, ossia, in realtà ho trovato una Omelia di San Giovanni Crisostomo su questo passo della lettera agli Efesini, la devo ancora leggere tutta, l’ho trovata in inglese, in inglese ci sono le citazioni ai passi citati nell’Omelia, è lunga, vi metto il link delle due, italiano:
http://www.monasterovirtuale.it/home/la-patristica/s.-giovanni-crisostomo-omelia-xx-sulla-lettera-agli-efesini.html
inglese:
http://thedivinelamp.wordpress.com/2012/08/21/st-john-chrysostoms-homiletic-commentary-on-ephesians-521-32/)

Come deve essere intesa la scrittura di Efesini 5,23-33 riguardo alla condizione femminile? È ancora accettabile che la donna « stia sottomessa al marito »?
Riportiamo prima di tutto il brano in questione:

Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola.
(Ef 5, 23-33)
Questa parola della Bibbia appare in una prima lettura quasi antistorica, antisociale. Una donna che lavorasse in un organismo per la pari dignità dell’uomo e della donna rimarrebbe quasi inorridita: le donne siano sottomesse ai mariti! Come è possibile al giorno d’oggi?
Potremmo svicolare dicendo che questa considerazione appartiene a 2000 anni fa, che fa parte di una cultura maschilista, che oggi stiamo cercando di superare.
Eppure in questo momento mi vengono in mente altre parole che farebbero inorridire un moderno sindacalista: penso alla parabola raccontata da Gesù del padrone della vigna che vaga per la città in cerca di lavoratori e ogni ora manda delle persone a lavorare nella propria vigna. Al termine della giornata paga a ciascuno il salario cominciando dagli ultimi arrivati. A questi da un denaro. Coloro che erano a lavoro fin dalla mattina sperano e pensano che avrebbero percepito un salario più alto. Ma così non fu. E anch’essi ricevettero un denaro.
Che cosa fareste? Non vi ribellereste? Che giustificazione dà il vignaiolo per questo suo comportamento?
<<Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi>>
(Mt 20,13-15)
Ecco la logica usata da Dio. Dio non fa torto, perchè dà a ciascuno secondo quanto era stato promesso. Dio è fedele alle sue promesse. Ma Dio è anche libero e la sua libertà si esprime nell’amore, nel ribaltamento di ogni logica sociale, perchè in questo sta l’amore: nel ribaltamento.
Quando si ama, si pensa a volte di amare perchè… e cerchiamo sempre delle motivazioni. In realtà il vero amore è libero e ama, punto e basta.
Non dico « ti amo perchè… », ma « …perchè ti amo! ».
Prendiamo ad esempio il perdono: il perdono è il dono più elevato che possiamo fare ad una persona. È il PER – DONO. Il dono multiplo, il massimo. E se ci pensiamo è proprio il massimo dal momento che perdonare è la cosa più faticosa, più costosa. Quando perdono cambia qualcosa anche in me.
Anche lo stesso pentimento di chi ci fa un torto, se ci pensiamo, è poca cosa, perchè non sempre quel pentimento riesce a ridarci quanto ci è stato tolto.
Ma Gesù ci invita a perdonare, da questo riconosceranno i suoi discepoli: perdonare non è un dovere, ma un libero atto amore. Non è un atto dovuto, non è la contropartita di qualcosa, uno scambio, ma un dono unilaterale.
Il passaggio dalla logica dello scambio mercantile, a quella della compassione, dell’amore universale: ecco la vera rivoluzione cristiana. Ecco ciò che può rivoluzionare la nostra vita.

SCARDINIAMO LA LOGICA GIURIDICA
1. Ma torniamo al brano di Efesini 5. Paolo non vuol stabilire un sistema giuridico. Non gli interessa. La legge non salva. La legge è solo un binario, ma non è il motore del treno. La legge giuridica non salva la coppia, non fa la loro felicità. Paolo va oltre. Oltre la logica umana. Paolo sta dicendo: se una coppia non è fondata sull’amore, non può stare in piedi. Non è la parità giuridica, la parità dei diritti che rende equilibrata una coppia, ma l’amore. Se tutte le loro azioni sono fondate sull’amore.
Diceva s. Agostino: « Ama e fa ciò che vuoi ».
Non servono molti comandamenti. Basta amare. Della frase di Agostino, spesso, abbiamo preso solo la seconda parte: « fa ciò che vuoi ». Oggi viviamo in questa ottica, nell’ottica di farsi ciascuno la propria legge. Agostino premette l’amore: non quello sdolcinato delle telenovelas, ma quello che sa farsi da parte se necessario per accogliere, l’amore come com-passione, come sentire-insieme, l’amore come elevazione dell’altro, l’amore come andare oltre le apparenze, oltre le illusioni.
Se « questo » amore è il fine e allo stesso tempo il fondamento di ogni nostra azione, allora veramente lo Spirito vive in noi, e noi siamo veramente vivi.

RAPPORTO D’AMORE UOMO-DONNA, COME IL RAPPORTO D’AMORE CRISTO-CHIESA
2. La moglie si sottomette al marito per amore, non perchè deve, ma ama e quindi si sottomette, cioè si affida completamente al marito. Sottomettersi non significa annullarsi, ma « mettersi sotto ». La moglie è chiamata a ricercare la protezione e ad affidarsi completamente al marito.
Il marito è chiamato ad amare la moglie a santificarla, a curarsi di lei come del proprio corpo.
Il tipo di amore che ci viene proposto, non è quello banale della parità. È lo stesso amore che esiste e che circola tra Cristo e la Chiesa: ecco il modello.
L’amore dell’uomo deve essere similea quello di Cristo per la Chiesa. L’amore della donna deve somigliare a quello della Chiesa per Cristo.
In che modo la Chiesa, cioè tutti noi siamo chiamati ad amare il Cristo? Affidandogli completamente la nostra vita, lasciandogli docilmente la guida.
A. AMICIZIA. Ma Cristo in che modo ha amato i suoi discepoli? Ha detto loro: <<non vi chiamo più servi, ma amici>>. AMICI. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore, che si consegnato nelle mani degli uomini, che si è abbandonato a loro, alla loro volontà, che si è lasciato uccidere sulla croce, lui del quale si diceva che fosse figlio di Dio. Lui ci ha chiamato AMICI, come se fossimo sullo stesso piano. Di più: come se avesse bisogno di noi.
Allo stesso modo: l’amicizia deve caratterizzare il rapporto tra uomo e donna. Amicizia, che significa: mi interessi, mi prendo cura di te, soffro insieme a te, gioisco insieme a te.
B. SERVIZIO. Non solo. Gesù non si è limitato a chiamare i suoi apostoli « amici ». Nella notte del venerdì santo, il venerdì prima della sua Pasqua
<<Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto>>
(Giovanni 13,3-5)
Gesù, il Figlio di Dio, ci ha lavato anche i piedi, come uno schiavo qualunque. Lavare i piedi è umiliante, ti abbassa. Così, in questo modo, il marito è chiamato ad amare la moglie: lavandole i piedi,. nascondendo il proprio IO, facendo anche ciò che lo ripugna, mettendola più in alto di se stesso, sottomettendosi a lei.
«La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie».
(1 Corinzi 7,4)
I due non sono più 2, ma 1. Il marito ama la moglie perchè è parte di sè. La moglie ama il marito perchè è parte di sè. Così ci vede Dio, così lo spirito dell’uomo e della donna vengono fusi nel sacramento del matrimonio. Marito e moglie non dovrebbero sentire imperativi categorici: amarsi dovrebbe essere naturale. Rispettarsi, cercare il bene dell’altro, la gioia dell’altro, dovrebbe essere naturale, perchè non sono più 2, ma 1.

(qui ho saltato un commento se volete…sul sito)

RICOLMI DI SPIRITO
6.Prima di parlare del rapporto tra i coniugi Paolo ci dà un comandamento importante: SIATE RICOLMI DI SPIRITO SANTO. Significa: sottomettetevi a Dio, credete a Dio, credete in Dio. Lasciatevi guidare dalla sua Parola, anche quando vi sembra assurdo, anche quando va apparentemente contro i vostri interessi, anche quando sembra tutto inutile, quando sembra di sprofondare nel buio. Mettete Dio al centro!
Se i due coniugi non sono ricolmi di Spirito Santo a nulla varranno i loro sforzi.
È così che i 2 non produrranno un amore circolare, ma a spirale, una spirale che tende ad allargarsi, nel loro cammino verso la Luce, e che tenderà ad abbracciare e ad accogliere non solo se stessi, ma gli altri e saranno una coppia aperta verso la società.

Omelia XXI domenica del T.O. : Signore, da chi andremo?

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/7838.html

Omelia XXI domenica del T.O.

mons. Vincenzo Paglia

Signore, da chi andremo?

Il brano evangelico di questa domenica chiude il « discorso sul pane » tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Erano in molti ad ascoltarlo oltre i discepoli. L’evangelista, domenica scorsa, ci ha già mostrato la reazione incredula della folla. Le parole di Gesù, tese a sostenere che Lui « era » il pane e non che « aveva » il pane, non furono accolte dalla folla, che quasi subito abbandonò la sinagoga. C’è ora la reazione dei discepoli, ossia di coloro che avevano una certa dimestichezza con Gesù per averlo seguito e quindi sentito parlare tante volte, oltre che essere stati testimoni di non pochi miracoli. Eppure, anch’essi si unirono all’incredulità della folla e non si vergognarono di affermare: « Questo discorso è duro. Chi lo può ascoltare? ». Stando al testo greco, la reazione dei discepoli sottolinea l’aspetto dell’incomprensibilità delle cose dette, quasi un’offesa all’intelligenza. In verità, la critica dei discepoli non si riferiva alle dichiarazioni relative al mangiare la carne e al bere il sangue di Gesù (è la cosiddetta interpretazione cafarnaitica, come si diceva nell’antica teologia). Il loro mormorio riguardava la sostanza del « discorso » di Cafarnao, ossia il fatto che l’intimità con Dio si sarebbe potuta raggiungere solo attraverso quel pane che era la vera carne di Gesù. Non si trattava tanto di parole ardue da accettare o di frammenti di verità difficili da credere. Il nodo problematico, ma assolutamente centrale nel messaggio evangelico, era ed è un altro: la scelta di una intimità esclusiva con Dio attraverso il rapporto personale con Gesù. Lo scandalo è sempre lo stesso: com’è possibile che quella carne doni la vita eterna? Oppure, in termini ancor più chiari, com’è possibile che per entrare in contatto diretto con Dio si debba passare attraverso Gesù, uomo certamente buono, ma sempre uomo che, peraltro, essi conoscono fin da ragazzo? Ed è mai possibile, come lui va dicendo, che l’amicizia con lui sia direttamente amicizia con Dio? Questi interrogativi, che forse agitavano già la mente di quei discepoli, quel giorno, di fronte ad un Vangelo così chiaro, fecero maturare la decisone di abbandonarlo.
Senza dubbio il discorso di Gesù spingeva gli ascoltatori verso una scelta da compiere. Si trattava di scegliere da che parte stare, se con Gesù o no. Ed era un momento cruciale anche per la missione stessa di Gesù. Insomma, nella sinagoga di Cafarnao si ripeteva, in un modo nuovo ma con la stessa radicalità, quel che accadde al popolo d’Israele quando giunse a Sichem, cuore della terra promessa e sede di un santuario nazionale legato alle memorie dei patriarchi. Giosuè radunò tutte le tribù e chiese loro: « Scegliete oggi chi volete servire », se gli idoli pagani o il Dio liberatore dalla schiavitù dell’Egitto. E il popolo rispose: « Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Anche noi vogliamo servire il Signore, perché egli è il nostro Dio! » Fu una scelta decisiva per Israele, mentre si accingeva a prendere il possesso della terra datagli da Dio. E, quel giorno, scelsero bene. Non fu così per i discepoli di Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Essi non avevano compreso che quella « carne » era « spirito », che quell’uomo parlava il linguaggio del cielo, che veniva da Dio e a Dio conduceva. L’intimità con lui era davvero l’intimità con Dio. Ma proprio questa proposta, cuore del Vangelo, essi consideravano inaccettabile. Avrebbero assentito a un Dio potente, ma lontano. Mai avrebbero accettato un Dio così vicino al punto da farsi cibo per gli uomini. « Da quel momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui », nota con amarezza l’evangelista.
Per Gesù l’annuncio di quella intimità era il Vangelo, ossia la buona notizia da divulgare a tutti, sino ai confini della terra. E, ovviamente, non poteva rinunciarvi. Era venuto esattamente per questo, ossia per liberare gli uomini dalla schiavitù del Male e del peccato, della solitudine e della morte. Se avesse taciuto questo annuncio avrebbe tradito la missione stessa datagli dal Padre. Possiamo immaginare quali pensieri traversassero la mente di Gesù in quei momenti! Forse avrà pensato anche al fallimento della sua opera. Si voltò quindi verso i Dodici (è la prima volta che compare questo termine nel quarto Vangelo) con uno sguardo tenero e deciso che dovette colpire quello sparuto gruppo e chiese loro: « Volete andarvene anche voi? ». Questo momento è tra i più gravi della vita di Gesù. Egli sarebbe potuto rimanere solo, nonostante l’estenuante lavoro fatto per radunare attorno a sé il primo nucleo del nuovo popolo. Sarebbe stata una cocente sconfitta che avrebbe messo a dura prova l’intera sua missione. A Giosuè, si potrebbe dire, andò meglio. Tuttavia Gesù non poteva rinnegare il cuore del suo Vangelo. E neppure poteva addomesticarlo. Non c’è alternativa all’esclusività di un rapporto d’amore con Dio. « Non si possono servire due padroni », dice Gesù in altra parte del Vangelo. Nella sinagoga forse sono andati tutti via, eccetto i Dodici. Non sappiamo quali fossero i loro sentimenti, le loro paure, i loro dubbi; certo furono commossi dall’appassionato discorso di quel maestro che avevano imparato a seguire e a capire. Pietro prese la parola a nome di tutti e disse: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna ». Non disse « dove », ma « da chi » andremo. Pietro, con queste sue parole, sottolineava quel rapporto di intimità con Gesù che specifica la fede del discepolo, anzi l’intera sua vita. Per loro Gesù era un punto di riferimento senza paragone alcuno; era superiore ad ogni altro maestro; solo lui aveva parole di vita eterna.
A nome dei presenti, ed anche di quelli che verranno, Pietro rispose a Gesù che era il loro salvatore. Per questo resteranno con lui, e lo seguiranno. Non hanno compreso tutto, ma hanno intuito l’unicità e la preziosità del rapporto con Gesù. Nessuno aveva mai parlato come lui, nessuno li aveva amati con tanto coinvolgimento, nessuno li aveva toccati così profondamente nel cuore, nessuno aveva dato loro il compito e l’energia che Gesù aveva donato. Come potevano abbandonarlo? A differenza dei discepoli che « non andavano più con lui », Pietro e gli altri undici continuarono a seguirlo, ad ascoltarlo, a volergli bene, come ne erano capaci. Non scomparvero le loro meschinità. La salvezza per quei Dodici, come per i discepoli di ogni tempo, non era nell’essere senza difetti e senza colpe, ma unicamente nel seguire Gesù. Dove, del resto, potevano trovare un altro maestro come lui? La risposta di Pietro manifesta tutta la forza attrattiva di Gesù e l’adesione affettuosa dell’apostolo. Le parole di Pietro conservano ancora oggi tutta la loro forza. Davvero, anche noi da chi andremo per trovare parole di vita?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 août, 2012 |Pas de commentaires »

G.B. Tiepolo: The Martyrdom of St Bartholomew

G.B. Tiepolo: The Martyrdom of St Bartholomew dans immagini sacre the-martyrdom-of-st-bartholomew-1722

http://www.wikipaintings.org/en/giovanni-battista-tiepolo/the-martyrdom-of-st-bartholomew-1722
Publié dans:immagini sacre |on 23 août, 2012 |Pas de commentaires »

LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO (24 agosto)

http://www.sanbartolomeoapostolo.org/santo.html

LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO (24 agosto)

La vocazione
Bartolomeo è uno dei dodici Apostoli che Gesù chiamò al suo seguito e dopo la sua morte e risurrezione, costituì capi dalla Chiesa da Lui fondata. Questo apostolo è menzionato soltanto nelle liste sinottiche dei dodici (Mc3,18; Mt10,3; Lc6,14) e nella lista degli apostoli in Atti 1,13.
Nei vangeli sinottici è nominato al sesto posto, dopo Filippo e prima di Matteo e di Tommaso; negli Atti al settimo posto, dopo Tommaso e prima di Matteo.A cominciare del secolo IX° la Chiesa siriaca ha identificato l’apostolo Bartolomeo con Natanaele, nativo di Cana di Galilea, che viene ricordato solo dal vangelo di Giovanni in due punti (1,43-51; 21, 2). Questa identificazione si fonda su due argomenti: innanzitutto nelle liste dei dodici apostoli i sinottici pongono Bartolomeo con Filippo e il quarto vangelo mette in relazione Natanaele con l’apostolo Filippo; in secondo luogo i sinottici menzionano solo Bartolomeo ignorando Natanaele, mentre il quarto vangelo fa l’inverso. Dopo il IX° secolo l’identificazione di queste due persone è stata riproposta da molti studiosi, almeno come probabile.
Natanaele (in ebraico “Dio ha dato”) doveva essere il nome personale mentre Bartolomeo (in aramaico bar Tol’ may – bar = figlio e tol’ may = solco-, cioè agricoltore) sarebbe il patronimico, il cognome. Null’altro sappiamo delle origini di Natanaele – Bartolomeo all’infuori di quanto ci narrano i vangeli. La sua chiamata, dunque è narrata da Giovanni. Se Andrea conduce suo fratello Pietro a Gesù, è l’amico Filippo che vi conduce Natanaele. Filippo glielo presenta come profeta, fornendo il nome, la famiglia, il luogo di provenienza « Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth ». Natanaele, originario della vicina Cana di Galilea, reagisce scetticamente. Mentre però egli andava incontro, è Gesù a pronunciare un elevato elogio su Natanaele: « Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità ». Di qui la reazione del discepolo: “Come mi conosci?” e Gesù ribatte con una risposta a dir poco stupefacente: « Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto il fico ». Che cosa fosse accaduto sotto quel fico, rimane senza risposta. Il fico è un albero spesso citato nella Bibbia, probabilmente egli era assorto nello studio delle scritture con riferimento alla venuta del Messia. Questo particolare ha fatto pensare che Natanaele fosse uno studioso della legge, della Torah. E perciò apostolo « dotto ».
La reazione dell’autentico israelita non si fa aspettare e si concretizza in una professione solenne di fede in Gesù, Figlio di Dio e re d’Israele. Di rimando Gesù dirà « Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi?. Vedrai cose maggiore di queste ». Tre giorni dopo, durante il pranzo di nozze, a Cana, Natanaele sarà testimone del primo miracolo di Gesù per il premuroso intervento di Maria, la Madre.
Così la chiamata del nostro Apostolo, si posizione nel mezzo di due importanti personaggi : Giuseppe di Nazareth, uomo giusto, custode di Gesù, colui che diede la paternità legale e la figura di Maria, che con discrezione già sta con i “chiamati” e si prende cura di loro.
Per la seconda volta il quarto vangelo (21,2) menziona Natanaele nel gruppo dei sette discepoli, che, intenti a pescare nel lago di Tiberiade, beneficiano di un apparizione di Cristo Risorto.
Dopo l’Ascensione di Gesù, Bartolomeo con gli altri apostoli è raccolto in preghiera con la Madre di Gesù e riceverà lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

La missione ed il martirio
L’apostolato di Bartolomeo dopo la Pentecoste fu attivissimo, perché la tradizione posteriore gli attribuisce lunghi viaggi missionari, pur non potendo stabilire nulla di preciso.
A Bartolomeo toccò la Licaonia, che è parte della Cappadocia, provincia dell’Asia, ove predicò e convertì molta gente alla fede. In seguito, portando con sé il vangelo di Matteo, passò nell’India “superiore” e in varie regioni del Medio Oriente, come affermano Origene, Eusebio, S. Girolamo.
Entrò poi nell’Armenia ove fu coronato dal martirio ad Albanopoli. Intono alla sua morte vi sono opinioni diverse tra gli antichi scrittori che narrano le sue gesta e il susseguente martirio. Ippolito scrive che fu crocifisso con il capo all’ingiù , e sotto il capo furono bruciate erbe fetide per soffocarlo con il fumo.
Sant’Agostino, Sant’Isidoro di Siviglia ed il martirologio di Beda affermano che san Bartolomeo fu scorticato vivo. L’Armenia fu il campo più fecondo della sua missione. Qui per provare la verità annunciate, liberò numerosi ossessi, guarì malati, diede la vista ai ciechi reclamando la distruzione degli idoli e la conversione alla dottrina di Gesù. Secondo i fatti narrati da Abdia Babilonico , avendo Bartolomeo portato alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa l’invidia dei sacerdoti locali fu tale che aizzando Astiage , fratello del re, fu decretato per lui il raccapricciante martirio di essere scorticato vivo dalla testa ai piedi. Due sole membra rimasero illese , gli occhi e la lingua e furono i due organi di cui si servì l’Apostolo per proclamare ancora la fede in Gesù. Il feroce supplizio terminò con la decapitazione per ordine dello stesso Astiage.

Iconografia
La tradizione iconografica riguardante San Bartolomeo è estremamente ricca, il suo culto ebbe grande diffusione nel mondo bizantino e di ciò è testimonianza la copiosa fioritura di manoscritti greci che diffondono nel mondo occidentale immagini della vita e del martirio di Bartolomeo. Anche l’immagine più antica che si conosca in Italia, le bellissime teste affrescate su una parete di Santa Maria Antiqua a Roma databili all’VIII° secolo, deve ricondursi senza dubbio alla tradizione orientale che ritrae l’apostolo barbuto, nella piena virilità, spesso con il libro e il coltello nelle mani, chiara allusione al Vangelo proclamato e al martirio patito.
Così è rappresentato nella Chiesa della Martorana a Palermo, del secolo XII°. Tali elementi passano inalterati nella consuetudine figurativa occidentale, che si stabilizza nel XIII° secolo. Dal libro e dal coltello è infatti contrassegnato, sia nella tavola della Pinacoteca di Siena, di un seguace della scuola di Duccio, sia nel polittico di Giovanni del Biondo, della Galleria dell’Accademia di Firenze (sec. XIV) in cui Bartolomeo appare insieme con altri santi.
La singolarità del martirio non poté non colpire la fantasia degli artisti, infatti è del secolo XIII° la straordinaria rappresentazione che ne fa un seguace di Guido da Siena nel momento culminante del supplizio della decorazione, mentre il polittico conservato allo Staedel Institut di Francoforte attribuito alla scuola del Lorenzetti del secolo XIV° preferisce rappresentare il secondo momento del martirio, cioè la decapitazione. Nel resto dell’Europa, Bartolomeo, apparirà sempre con gli altri undici o da solo nell’antica rappresentazione., con eccezione nel portale della Chiesa a lui dedicata a Lograno in Spagna del XIII° secolo, dove lo ritroviamo nel momento del martirio.
Il Rinascimento, tende ad accentuare il carattere drammatico del supplizio, soprattutto nel mondo germanico. La statua della cattedrale di Francoforte ne è un tipico esempio della nuova raffigurazione di Bartolomeo, L’Apostolo è rappresentato ora grondante di sangue, ora con la pelle interamente asportata.
In Italia, la scultura del duomo di Milano, opera di Marco d’Agrate (1500) raggiunge i limiti dell’estrema crudezza, mentre molto diffusa comincia ad essere la rappresentazione di Bartolomeo recante la propria pelle sul braccio, motivo che entra definitivamente nell’iconografia del santo dopo che Michelangelo (sec. XVI) così lo rappresenta nel Giudizio Universale della cappella Sistina in Vaticano, con l’autoritratto del pittore nella pelle pendente dalla mano sinistra del Santo.
Anche il 600 predilige le grandi scene del martirio affollate e drammatiche, che rientrano nel gusto barocco (i cicli di Ribera al Prado, a Dresda, a Vienna); gusto che incontrerà fortuna anche nel Settecento (tele di G:B. Tiepolo a Venezia e di P. Batoni a Lucca ).

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI |on 23 août, 2012 |Pas de commentaires »
12345...10

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01