Archive pour août, 2012

Periodizzazione del tempo in Galati 4,4 – Dal libro di Aristide Serra…

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=468 Periodizzazione del tempo in Galati 4,4 Dal libro di Aristide Serra, Maria serva del Signore e della Nuova Alleanza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 17-20. È noto che in Gal 4,1-7, Paolo mette a confronto, valutandole, due epoche: quella che precede Cristo (vv.1-3) e quella che inizia con la venuta di Cristo (vv.1-7). L’invio del Figlio da parte di Dio Padre determina «la pienezza del tempo». Notiamo subito che il contesto precedente Gal 4,1-7 è proprio un’ampia scansione (o « periodizzazione ») della storia salvifica, divisa in tre tappe: Abramo-Mosè-Cristo (Gal 9,14,7). Più in dettaglio: vi sono anzitutto le promesse fatte ad Abramo (3,6-9.14.16-18); poi la Legge promulgata da Mosè 430 anni dopo (3,10-13); infine l’incarnazione del Figlio, come inviato da parte del Padre (4,1-7). Paolo intende affermare che il piano divino va oltre Israele, il popolo che viveva sotto il regime della Legge mosaica, e si estende all’intera umanità. Difatti la promessa fatta ad Abramo diceva: «In te saranno benedette tutte le genti» (Gen 12,3 citato da Gal 3,8). Venendo ora direttamente alla pericope di Gal 4,l-7, si vede che l’età minorile dell’erede – spiega Paolo – dura per tutto il tempo necessario, fino a quando giunge la scadenza (prothesmìa) fissata dal padre (Gal 4, 1-2). Secondo l’Apostolo, tale termine scatta «quando venne la pienezza del tempo», allorché «Dio mandò il suo Figlio» (v.4). Da questa decodificazione fatta da Paolo in persona, è lecito concludere che il tempo in cui il fanciullo vive nella minorità è senz’altro l’era dell’Antico Testamento. Un’era che si è snodata lungo un percorso cronologico fatto di secoli, anni, mesi, giorni, ore….. Con l’apparizione del Figlio inviato dal Padre, comprendiamo che il tempo, a somiglianza di un viandante, era in cammino verso la meta dell’incarnazione. Contemplando le epoche trascorse dall’alto di questa sommità, l’Apostolo può affermare che «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4). «Venne» (greco: elthen): la scelta del verbo èrchomai (venire) all’aoristo vuol dire che il tempo, in quanto chronos, ha consumato le tappe del suo percorso lineare scandito dal calendario, per arrivare a un termine preciso, ben definito. «La pienezza» l’aggiunta di questo sostantivo significa che il tempo, stavolta in quanto kairòs,dopo aver esaurito le tappe preparatorie, finalmente raggiunge e matura il momento propizio in cui può effettuarsi l’invio del Figlio da parte del Padre. Il tempo, allora, come entità quantitativa e qualitativa, attinge la propria pienezza in un duplice senso: sia perché ha coperto la distanza cronografica che lo separava dall’incarnazione, sia perché – grazie a questo evento salvifico – è come « riempito-inabitato » dalla presenza di Cristo, che gli conferisce il senso compiuto. Assai puntuale l’esegesi di Lutero: «non il tempo fece sì che il Figlio fosse inviato, ma al contrario l’invio del Figlio realizzò la pienezza del tempo»21. A somiglianza delle sei giare di Cana, riempite fino all’orlo per la gioia dei commensali (cfr. Gv 2,7), anche il tempo, con la venuta di Cristo Redentore, è ricolmo di salvezza e trasmette salvezza. Nell’introduzione all’enciclica Redemptoris Mater del 25 marzo1987, Giovanni Paolo II esordisce scrivendo: «Questa pienezza definisce il momento fissato da tutta l’eternità, in cui il Padre mandò il suo Figlio, « perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16). Essa denota il momento beato, in cui « il Verbo, che era presso Dio, [...] si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi,, (Gv 1,1.14), facendosi nostro fratello. Essa segna il momento, in cui lo Spirito Santo, che già aveva infuso la pienezza di grazia in Maria di Nazareth, plasmò nel suo grembo verginale la natura umana di Cristo. Essa indica il momento in cui, per l’ingresso dell’eterno nel tempo, il tempo stesso viene redento e, riempiendosi del mistero di Cristo, diviene definitivamente ,,tempo di salvezza » », (Redemptoris Mater I). Una salvezza che si attua nel cuore della storia. Paolo infatti attesta che il Figlio inviato dal Padre diventa uno di noi. Anch’egli, al pari di ogni essere umano, è un «nato da donna». Non solo. Come tutti, entra a far parte di un gruppo sociale, quello ebraico, che si reggeva appunto secondo gli ordinamenti della Legge mosaica: «sotto una legge». Mediante il « ministero » materno di Maria, il Figlio di Dio si fa uomo, e uomo ebreo»22. Eccoci, pertanto, alla dimensione « kenotica » dell’incarnazione,cioè al suo aspetto di abbassamento, di umiliazione (Fil 2,6-8; 2Cor 8,9). NOTE 21 Vorlesung über den Galaterbrief, 1516-1517,18. La citazione è tratta da H. Schlier, Lettera ai Galati, Paideia, Brescia 1965, 202, nota 35, e 299 (bibliografia). Cfr. anche A. Pitta, Lettera ai Galati, Dehoniane, Bologna 1996, 237 e 428. 22 L’espressione «nato da donna», è simile all’altra che suona «generato da donna». Quest’ultima ricorre cinque volte nel libro di Giobbe (11, 2.12 secondo la versione greca dei Settanta; 14,1; 15,14; 25,4); due volte nei vangei, in riferimento a Giovanni Battista (Mt 11,11; Lc 7,28) e quattro nei testi di Qumran (1QS 11,21; 1QH 13,14; 18,12-13.16.23-26). In sé, la qualifica di «nato [generato] da donna» pone l’accento sul1a persona umana in quanto è impastata di piccolezza, di limite, di fragilità.

Giovanni Paolo II: Cantico Fil 2,6-11 – Cristo, servo di Dio

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20031119_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 novembre 2003

Cantico Fil 2,6-11 – Cristo, servo di Dio

Primi Vespri della Domenica 1a settimana (Lettura: Fil 2,6-9)

1. La Liturgia dei Vespri comprende, oltre ai Salmi, anche alcuni Cantici biblici. Quello or ora proclamato è sicuramente uno dei più significativi e di forte densità teologica. Si tratta di un inno incastonato nel capitolo secondo della Lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi, la città greca che fu la prima tappa dell’annunzio missionario dell’Apostolo in Europa. Il Cantico è ritenuto espressione della liturgia cristiana delle origini ed è una gioia per la nostra generazione potersi associare, a distanza di due millenni, alla preghiera della Chiesa apostolica.
Il Cantico rivela una duplice traiettoria verticale, un movimento prima discensionale e poi ascensionale. Da un lato c’è, infatti, la discesa umiliante del Figlio di Dio quando, nell’Incarnazione, diventa uomo per amore degli uomini. Egli piomba nella kenosis, cioè nello «svuotamento» della sua gloria divina, spinto fino alla morte sulla croce, il supplizio degli schiavi che ne ha fatto l’ultimo degli uomini, rendendolo vero fratello dell’umanità sofferente, peccatrice e reietta.
2. Dall’altro lato, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua quando Cristo viene ristabilito dal Padre nello splendore della divinità ed è celebrato Signore da tutto il cosmo e da tutti gli uomini ormai redenti. Siamo di fronte a una grandiosa rilettura del mistero di Cristo, soprattutto di quello pasquale. San Paolo, oltre a proclamare la risurrezione (cfr 1Cor 15,3-5), ricorre anche alla definizione della Pasqua di Cristo come «esaltazione», «innalzamento», «glorificazione».
Dunque, dall’orizzonte luminoso della trascendenza divina il Figlio di Dio ha varcato l’infinita distanza che intercorre tra Creatore e creatura. Egli non si è aggrappato come ad una preda al suo «essere uguale a Dio», che gli compete per natura e non per usurpazione: non ha voluto conservare gelosamente questa prerogativa come un tesoro né usarla a proprio vantaggio. Anzi, Cristo «svuotò», «umiliò» se stesso e apparve povero, debole, destinato alla morte infamante della crocifissione. Proprio da questa estrema umiliazione parte il grande movimento ascensionale descritto nella seconda parte dell’inno paolino (cfr Fil 2,9-11).
3. Dio ora «esalta» suo Figlio conferendogli un «nome» glorioso, che, nel linguaggio biblico, indica la persona stessa e la sua dignità. Orbene, questo «nome» è Kyrios, «Signore», il nome sacro del Dio biblico, ora applicato a Cristo risorto. Esso pone in atteggiamento di adorazione l’universo descritto secondo la tripartizione di cielo, terra e inferi.
Il Cristo glorioso appare, così, nel finale dell’inno, come il Pantokrator, cioè il Signore onnipotente che troneggia trionfale nelle absidi delle basiliche paleocristiane e bizantine. Egli reca ancora i segni della passione, cioè della sua vera umanità, ma si rivela ora nello splendore della divinità. Vicino a noi nella sofferenza e nella morte, Cristo ora ci attrae a sé nella gloria, benedicendoci e facendoci partecipi della sua eternità.
4. Concludiamo la nostra riflessione sull’inno paolino affidandoci alle parole di sant’Ambrogio, che spesso riprende l’immagine di Cristo che «spogliò se stesso», umiliandosi e come annullandosi (exinanivit semetipsum) nell’incarnazione e nell’offerta di se stesso sulla croce.
In particolare, nel Commento al Salmo CXVIII il Vescovo di Milano così si esprime: «Cristo, appeso all’albero della croce… fu punto dalla lancia e ne uscirono sangue e acqua più dolci d’ogni unguento, vittima gradita a Dio, spandendo per tutto il mondo il profumo della santificazione… Allora Gesù, trafitto, sparse il profumo del perdono dei peccati e della redenzione. Infatti, diventato uomo da Verbo che era, era stato ben limitato ed è diventato povero, pur essendo ricco, per arricchirci con la sua miseria (cfr 2Cor 8,9); era potente, e si è mostrato come un miserabile, tanto che Erode lo disprezzava e lo derideva; sapeva scuotere la terra, eppure restava attaccato a quell’albero; chiudeva il cielo in una morsa di tenebre, metteva in croce il mondo, eppure era stato messo in croce; reclinava il capo, eppure ne usciva il Verbo; era stato annullato, eppure riempiva ogni cosa. È disceso Dio, è salito uomo; il Verbo è diventato carne perché la carne potesse rivendicare a sé il trono del Verbo alla destra di Dio; era tutto una piaga, eppure ne fluiva unguento, appariva ignobile, eppure lo si riconosceva Dio» (III,8, Saemo IX, Milano-Roma 1987, pp. 131.133).

Tavola dipinta da Emanuele Luzzati per la copertina del libro Il cantico dei cantici, tradotto da Sigrid Sohn e da me (Blog di Barbara)

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http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2010/09/06/lele_luzzati_e_dintorni.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 août, 2012 |Pas de commentaires »

L’amicizia nella Bibbia

http://www.mabible.net/reflexions-sur-la-foi/amitie-dans-la-bible

L’amicizia nella Bibbia

Fra i temi più belli che scorrono nelle pagine della Bibbia sicuramente c’è quello dell’amicizia.
Ogni libro sapienziale non manca mai di rivolgersi a questo grande tema. Perchè si può anche nostro malgrado vivere una vita senza necessariamente trovare la nostra anima gemella, incontro che non dipende certamente da noi, ma a tutti è concesso vivere arrichendo i nostro giorni con l’insostituibile balsamo di un sorriso di un amico.
Vivere l’amore vero, quello tra un uomo e una donnna, per quando se ne dica, non dipende mai completamente da noi. L’eventualità che si venga ricambiati da un sentimento d’amore si verifica spesso di rado, e questo mancato incontro è causa di immensa sofferenza. Ma nessuno potrà mai dirsi non ricambiato da un sentimento di amicizia se questo è vissuto in maniera sincera. Nessuno al mondo potrà mai dirsi non amico, e nessuno potrà dire chi eleggerà suo amico.
Ho deciso di citare alcuni passi molto belli:

« Non lasciare il vecchio amico,
perchè quello nuovo non è uguale a lui.
L’amico nuovo è come il vino nuovo:
lo bevi con piacere quando è invecchiato ».
Siracide (9;10,11)

« L’olio e il profumo raggrelano il cuore
e la dolcezza di un amico
consola l’anima »
Proverbi (27;9,10)

« Leali sono le ferite di un amico,
ingannevoli i baci di un nemico »
Proverbi (27;6,7)

« L’amico fedele è solido rifugio:
chi lo trova, trova un tesoro.
L’amico fedele non ha prezzo,
non c’è misura per il suo valore.
L’amico fedele è medicina che dà vita,
lo troveranno quanti temono il Signore.
Chi teme il Signore è cauto
nelle sue amicizie:
come è lui, tali saranno i suoi amici »
Siracide (6; 14,18)

« Prima di farti un amico mettilo
alla prova,
non confidarti subito con lui.
C’è chi è amico quando gli conviene,
ma non resiste nel giorno
della tua disgrazia.
C’è l’amico compagno dei banchetti,
che si dilegua nel giorno della tua disgrazia »
Siracide (6; 7,10)

Publié dans:BIBLICA (sugli studi di) |on 1 août, 2012 |Pas de commentaires »

Lasciare operare Dio – Card. Joseph Ratzinger su Josemaria Escrivà

http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/lasciare-operare-dio

Lasciare operare Dio

(Josemaria Escrivà)

Card. Joseph Ratzinger

Mi ha colpito sempre l’interpretazione che Josemaría Escrivá dava del nome Opus Dei; un’interpretazione che potremmo chiamare biografica e che ci consente di capire il fondatore nella sua fisionomia spirituale. Escrivá sapeva di dover fondare qualcosa, ma era pur sempre consapevole che quel qualcosa non era opera sua, che lui non aveva inventato niente, che semplicemente il Signore si era servito di lui. Quello non era quindi la sua opera, ma l’Opus Dei. Lui era soltanto uno strumento con cui Dio avrebbe agito.
Nel considerare questo fatto mi sono venute in mente le parole del Signore riportate nel Vangelo di Giovanni (5, 17): «Il Padre mio opera sempre». Sono parole dette da Gesù nel corso di una discussione con alcuni specialisti della religione che non volevano riconoscere che Dio può agire anche il sabato. Ecco un dibattito tuttora aperto, in qualche modo, tra gli uomini — anche cristiani — del nostro tempo. C’è chi pensa che, dopo la creazione, Dio si sia « ritirato » e ormai non abbia più alcun interesse per le nostre cose di tutti i giorni. Secondo questo modello di pensiero, Dio non potrebbe più entrare nel tessuto della nostra vita quotidiana. Ma nelle parole di Gesù abbiamo la smentita. Un uomo aperto alla presenza di Dio si accorge che Dio opera sempre e opera anche oggi: dobbiamo quindi lasciarlo entrare e lasciarlo operare. Ed è così che nascono le cose che danno un avvenire e rinnovano l’umanità.
Tutto ciò ci aiuta a capire perché Josemaría Escrivá non si riteneva « fondatore » di nulla, ma solo uno che vuole compiere la volontà di Dio, assecondare l’azione, l’opera — appunto — di Dio. In questo senso, il teocentrismo di Escrivá de Balaguer, coerente con le parole di Gesù, vale a dire questa fiducia nel fatto che Dio non si è ritirato dal mondo, che Dio opera adesso e noi dobbiamo soltanto metterci a sua disposizione, essere disponibili, capaci di reagire alla sua chiamata, è per me un messaggio di grandissima importanza. È un messaggio che conduce al superamento di quella che si può considerare la grande tentazione dei nostri tempi: la pretesa cioè che dopo il big bang Dio si sia ritirato dalla storia. L’azione di Dio non si è « fermata » al momento del big bang, ma continua nel corso del tempo sia nel mondo della natura che nel mondo umano.
Diceva dunque il fondatore dell’Opera: non sono io che ho inventato qualcosa; è un Altro che fa ed io sono soltanto disponibile a servire come strumento. Così questo titolo, e tutta la realtà che chiamiamo Opus Dei, è profondamente collegato con la vita interiore del fondatore, il quale, pur rimanendo molto discreto su questo punto, ci fa capire che era in dialogo permanente, in contatto reale con Colui che ci ha creato e opera per noi e con noi. Di Mosè dice il libro dell’Esodo (33, 11) che Dio parlava con lui «faccia a faccia, come un amico parla con un amico». Mi sembra che, anche se il velo della discrezione ci nasconde tanti dettagli, tuttavia da quei piccoli accenni risulta che si può applicare benissimo a Josemaría Escrivá questo « parlare come un amico parla con un amico », che apre le porte del mondo perché Dio possa farsi presente, operare e trasformare tutto.
In questa luce si capisce anche meglio che cosa significa santità e vocazione universale alla santità. Conoscendo un po’ la storia dei santi, sapendo che nei processi di canonizzazione si cerca la virtù « eroica », abbiamo quasi inevitabilmente un concetto sbagliato della santità: « Non fa per me », siamo portati a pensare, « perché io non mi sento in grado di realizzare virtù eroiche: è un ideale troppo alto per me ». La santità allora diventa una cosa riservata ad alcuni « grandi » di cui vediamo le immagini sugli altari, e che sono tutt’altro rispetto a noi normali peccatori. Ma questo è un concetto sbagliato di santità, una percezione errata che è stata corretta — e questo mi sembra il punto centrale — proprio da Josemaría Escrivá.
Virtù eroica non vuol dire che il santo fa una sorta di « ginnastica » di santità, qualcosa che le persone normali non riescono a fare. Vuol dire, invece, che nella vita di un uomo si rivela la presenza di Dio, cioè si rivela quanto l’uomo da sé e per sé non poteva fare. Forse in fondo si tratta piuttosto di una questione terminologica, perché l’aggettivo « eroica » è stato interpretato male. Virtù eroica propriamente non significa che uno ha fatto grandi cose da sé, ma che nella sua vita appaiono realtà che non ha fatto lui, perché lui è stato trasparente e disponibile per l’opera di Dio. O, con altre parole, essere santo è nient’altro che parlare con Dio come un amico parla con l’amico. Questa è la santità.
Essere santo non comporta essere superiore agli altri; anzi il santo può essere molto debole, con tanti sbagli nella sua vita. La santità è questo contatto profondo con Dio, il farsi amico di Dio: è lasciare operare l’Altro, l’Unico che può realmente far sì che il mondo sia buono e felice. E se, quindi, Josemaría Escrivá parla della chiamata di tutti ad essere santi, mi sembra che nel fondo sta attingendo a questa sua personale esperienza di non aver fatto da sé cose incredibili, ma di aver lasciato operare Dio. E perciò è nato un rinnovamento, una forza di bene nel mondo, anche se tutte le debolezze umane resteranno sempre presenti. Veramente tutti siamo capaci, tutti siamo chiamati ad aprirci a questa amicizia con Dio, a non lasciare le mani di Dio, a non smettere di tornare e ritornare al Signore, parlando con lui come si parla con un amico, sapendo bene che il Signore realmente è il vero amico di tutti, anche di quanti non possono fare da sé cose grandi.
Da tutto questo ho capito meglio la fisionomia dell’Opus Dei, questo collegamento sorprendente tra un’assoluta fedeltà alla grande tradizione della Chiesa, alla sua fede, con disarmante semplicità, e l’apertura incondizionata a tutte le sfide di questo mondo, sia nell’ambito accademico, sia nell’ambito del lavoro, sia nell’ambito dell’economia, ecc. Chi ha questo legame con Dio, chi ha questo colloquio ininterrotto può osare rispondere a queste sfide, e non ha più paura; perché chi sta nelle mani di Dio cade sempre nelle mani di Dio. È così che scompare la paura e nasce, invece, il coraggio di rispondere al mondo di oggi.

L’Osservatore Romano, 6 ottobre 2002

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