Omelia sulla prima lettura: Piove pane!

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Omelia don Marco Pratesi – prima lettura

Piove pane!

Gli Israeliti « mormorano » (vv. 2 e 12). L’espressione ha connotazione negativa, si tratta di un brontolare privo di fede. In effetti è già decisivo il fatto che essi non si rivolgano al Signore o a Mosè perché interceda, ma si limitino a protestare con i capi. Inoltre il progetto dell’esodo viene nel complesso interpretato, in modo opposto al vero, come un progetto di morte: « ci avete fatto uscire in questo deserto per farci morire di fame » (v. 3). Essi stanno perdendo di vista l’obiettivo del cammino – la terra ideale adesso non sta più davanti ma dietro – perché adesso tutto ciò che interessa è la sazietà, indipendentemente da ogni altra considerazione. Ogni sazietà, anche la sazietà dell’Egitto, la sazietà dello schiavo, andrebbe benissimo.
Di fronte a una simile incredulità quale reazione ci aspetteremmo da parte di Dio? Esaudisce le richieste del popolo. Nella protesta riconosce l’elemento di verità: evidentemente si deve pur mangiare! Da questo punto di vista la richiesta è buona, Dio lo sa. « Dacci oggi il nostro pane », Gesù insegnerà a pregare. Appunto questo avrebbero dovuto fare gli Israeliti invece di mormorare: chiedere con fiducia a Dio.
Nella loro difficoltà a fidarsi il Signore li educa, li invita con pazienza a un « esodo nell’esodo ». Egli sa che l’uomo è alle prese con due grandi insidie. La prima: l’idolo della sazietà fine a se stessa, grande tentazione di fermarsi, di cessare ogni cammino per non cercare nient’altro non appena la pancia sia piena e il bisogno appagato. Seguo chi mi dà il pane e basta, il resto non mi interessa. La seconda: l’accumulo. Non mi basta saziarmi, ho bisogno di sentire che questa sazietà mi è garantita, che ne ho il controllo. Per stare tranquillo devo potermi dire: « ho tanto pane per tanto tempo » (cf. Lc 12,19). Tale esigenza corrisponde all’ »ansia della vita » (Lc 21,34 etc.), della quale si è inevitabilmente preda quando non ci si fida di Dio, e conseguentemente ci si deve garantire la vita con i propri mezzi, sempre insufficienti.
Dio viene incontro alla richiesta degli Israeliti. Anche lui è del parere che non si può riconoscere Dio come vita mentre si soffre la fame: « mangerete carne e vi sazierete di pane, e saprete che io sono il Signore » (v. 12). Ma proprio qui sta il punto: questa sazietà non deve essere chiusa, ma aperta al riconoscimento del Signore come tale, cioè come colui che solo ha in mano la mia vita. Che il nostro « mangiare » (di ogni tipo) non ci renda insensibili e ottusi, ma sia incontro con il Signore! Inoltre, e qui il precetto divino è formale, si deve « raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno » (v. 4). Il pane che « piove dal cielo » (cf. v. 4) non può essere confezionato, manipolato, accaparrato, commercializzato. Il dono non può diventare proprietà, la gratuità possesso. Quando lo si tenta, le cose ci marciscono tra le mani (cf. 16,20). Il deserto è il luogo giusto per imparare a dipendere con gioia e semplicità dall’amore gratuito e affidabile del Signore (cf. Fil 4,6).
Sì, davvero sconosciuto è il cibo che il Signore ci dà (cf. v. 15), e buon segno il sentirne meraviglia. Non è davvero merce ordinaria, sa di cielo, un pane che nutre tutto l’uomo, aprendolo alla conoscenza di Dio come gratuità e liberandolo dalla diffidenza e dall’ansia.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

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