Archive pour juillet, 2012

Ez, 1-4-28 – Va’, figlio d’uomo!

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Ez, 1-4-28 – Va’, figlio d’uomo!

Omelia (05-07-2009)

don Marco Pratesi

(non è lo stesso passo della prima lettura di domenica, ma il commento…ci sta bene)

Siamo agli inizi del libro. Di fronte alla temibile visione della gloria del Signore (1,4-28) Ezechiele è caduto faccia a terra. Viene però invitato a rialzarsi – riceve dall’alto l’energia necessaria – per ascoltare. « Figlio dell’uomo », così viene chiamato, e l’appellativo diverrà abituale nel corso del libro. Di fronte alla impressionante gloria di Dio sta un semplice essere umano, con i suoi limiti e le sue fragilità. Non si tratta per niente di un uomo speciale, divino, di un angelo o un semidio: egli è della razza umana, in essa è nato e di essa porta in sé tutte le caratteristiche. Proprio un simile essere è scelto e inviato da Dio ad altri uomini. E’ un modo di fare costante nel corso della storia della salvezza: Dio si rivela agli uomini attraverso altri uomini, mediante fratelli tra fratelli. La Parola di Dio non si presenta all’uomo disincarnata, astratta, tutta immateriale e mentale, ma tende da subito a cercare carne, a farsi carne.
Ciò comporta una doppia difficoltà. Da un lato il prescelto sperimenta una « invasione » della propria carne da parte di Dio. Tutta la sua vita cambia, e deve ora essere posta a servizio della Parola. Dall’altro i destinatari dovranno superare la difficoltà di prestare ascolto a uno come loro, a un « figlio d’uomo » che non ha niente di speciale, ma è portatore di qualcosa che esige ascolto e obbedienza.
Facilmente l’inviato sperimenta l’insuccesso, ed è quello che viene detto da subito ad Ezechiele: sei mandato a gente ostinata, dura. Ascoltino o meno, essi devono almeno sapere che in mezzo a loro c’è un profeta. Curioso, sembra quasi che Dio si disinteressi dell’accoglienza del suo messaggio. Ma l’espressione non è da intendere così: Dio parla per essere accolto. Egli vuole che « il peccatore si converta e viva » (33,11). Tuttavia qui si intende sottolineare che la Parola di Dio e la sua validità non dipende affatto dalla disposizione degli ascoltatori. Essa non è « modellata sull’uomo » (Gal 1,11), plasmata sulle esigenze umane. Il profeta è colui che sa e vive nella propria carne il fatto che quand’anche fosse rifiutata da tutti, la Parola rimane vera e imprescindibile, e deve essere imperativamente annunziata. L’uomo saprà almeno che Dio non lo abbandona e continua a chiamarlo. Quale potrebbe essere infatti l’alternativa? Che Dio smetta di parlare, che abbandoni l’uomo a se stesso e a ciò che vuol sentirsi dire. I falsi profeti, quelli che hanno come criterio il successo, quelli che calibrano il messaggio in vista del consenso, non mancano mai.
Naturalmente non è sufficiente dire cose sgradite o che nessuno dice per avere la certezza di essere profeti autentici. Questa stessa lettura ci offre qualche criterio di discernimento. Primo: la faccia a terra davanti al mistero di Dio. Secondo: la viva e permanente consapevolezza di essere fratello tra fratelli. Terzo: l’indifferenza di fronte al trionfo o al fallimento umano, ovvero all’autoaffermazione.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

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Lo scandalo vincente del Profeta – Il Profeta Ezechiele

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Lo scandalo vincente del Profeta – Il Profeta Ezechiele

[Omelia (05-07-2009)]

padre Romeo Ballan

Riflessioni
Io ti mando a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me? sono figli testardi e dal cuore indurito? sono una genìa di ribelli? (Ez 2,3-5). Con un linguaggio, che oggi sarebbe subito considerato ?politicamente scorretto?, il Signore ha inviato il giovane Ezechiele (I lettura) ad essere profeta tra gli Israeliti (VI sec. av. C.) deportati in schiavitù a Babilonia. Il linguaggio duro indica la difficile missione di essere profeta. Era difficile allora; lo è stato per Gesù (Vangelo) e per Paolo (II lettura). Essere profeta di Dio, portatore del Vangelo di Gesù, è stata sempre una missione ardua in ogni epoca e latitudine. Senza il prurito di cercarsi aureole di eroismo, la storia offre prove copiose di tali difficoltà. Le tre letture di questa domenica invitano a riflettere sullo ?scandalo del profeta?, presentandone la vocazione e la missione.

Il profeta autentico non è mai un auto-candidato, ma un chiamato da Dio, che lo manda. Spesso la chiamata di Dio avviene a tappe, che aiutano a comprendere il senso e la portata di una vocazione. Così è avvenuto per Abramo, Mosè, Gesù stesso, i Dodici apostoli, Paolo e tanti altri. Per Ezechiele la chiamata ha almeno tre momenti: in primo luogo, la visione del ?carro del Signore? in una scenografia ricca di immagini di non facile comprensione (Ez 1). Segue la chiamata vera e propria, espressa in termini diretti (I lettura): è Dio che interviene e abita nel profeta (v. 2); questi si alza in piedi, ascolta la voce di Dio che lo manda (v. 3.4) a quei ?figli testardi e dal cuore indurito? (v. 4). Ma il profeta -è il terzo momento della vocazione- non deve aver paura, non deve lasciarsi impressionare dalle facce di quella genia di ribelli, che sono come cardi, spine, scorpioni? (v. 6-7). Egli si presenta a loro, forte della Parola che ha mangiato: il rotolo della Parola diventa per la sua bocca dolce come il miele. Il profeta avrà una ?faccia tosta?: non dirà parole sue, ma solo quelle che avrà ascoltate dal Signore e che avrà accolte nel suo cuore. In questo modo egli sarà sentinella fedele e coraggiosa nel trasmettere i messaggi di Dio. Ascoltino o non ascoltino! (Ez 3).

Paolo è un modello di profeta, scelto dal Signore per una missione di primo annuncio del Vangelo ai pagani. Una missione che egli ha realizzato con determinazione, generosità, ampiezza di orizzonti geografici e culturali, in mezzo a prove di ogni genere, come racconta nei testi che precedono il brano di oggi (II lettura). È stata una missione coraggiosa, ma vissuta, al tempo stesso, nell?umiltà e debolezza, con una spina nella carne (v. 7). Ha pregato insistentemente per esserne liberato, ma alla fine ha compreso che la grazia del Signore era in lui (v. 8-9). E ancor più, che la missione è più forte e più vera quando si realizza nella debolezza: negli oltraggi, difficoltà, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo (v. 10). Perché in tal modo appare chiaramente che missione e vocazione sono opera di Dio e non invenzioni umane. (*) L?esperienza storica dei missionari e delle Chiese da loro fondate e sostenute danno prova di questo paradosso, sul quale solo il mistero di Cristo getta un po? di luce.

Sembrerebbe logico che almeno la missione profetica del Figlio di Dio in carne umana fosse chiara per tutti, accettata senza rifiuti né contestazioni. Invece, proprio nella sua patria, tra i suoi, Gesù fu incompreso (Vangelo) e, più tardi, nella città santa di Gerusalemme fu eliminato in un complotto ordito dai suoi avversari religiosi e politici. A Nazaret la gente, stupita (v. 2), oscilla tra varie interpretazioni: si pone ben cinque domande circa l?identità di Gesù (v. 2-3), passando dalla sorpresa allo scandalo, alla gelosia e fino al rifiuto di quel concittadino, che appare troppo divino (sapienza, prodigi?), ma, al tempo stesso, troppo umano (falegname, uno come loro, di famiglia ben conosciuta?). Data l?incredulità di molti, Gesù, a malincuore, è obbligato a limitarsi: compie solo poche guarigioni (v. 5).

Nonostante la chiusura e l?incomprensione di quegli abitanti, Gesù risponde con un duplice segno: 1. percorre i villaggi d?intorno, si commuove al vedere la gente, insegna loro molte cose (v. 6 e 34); 2. chiama i Dodici e li manda a due a due tra la gente, dando anche a loro ?potere sugli spiriti immondi? (v. 7). Anche i Dodici, venuto il tempo della loro missione piena sulle strade del mondo, vivranno le stesse esperienze del loro Maestro: incontreranno riconoscimenti e accettazioni, ma, più spesso, incomprensioni e persecuzioni, sospetti e disprezzo, assieme a malattie e difetti personali. Sono le alterne vicende della vita di ogni missionario, chiamato a seguire i passi di Gesù, che aveva predetto: ?Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola?? (Gv 15,20). E sempre con la certezza di Paolo: la potenza di Cristo e del suo piano di salvezza ?si manifesta pienamente nella debolezza? (2Cor 12,9). Attraverso la fragilità degli strumenti umani, appare più chiaramente che la forza della missione viene da Dio. È questo lo scandalo del profeta; è lo scandalo vincente della croce.

Parola del Papa
(*) ?Paolo appartiene a quella schiera di ?mistici costruttori?, la cui esistenza è insieme contemplativa ed attiva, aperta su Dio e sui fratelli per svolgere un efficace servizio al Vangelo. In questa tensione mistico-apostolica, mi piace rimarcare il coraggio dell’Apostolo di fronte al sacrificio nell’affrontare prove terribili, fino al martirio (cf 2Cor 11,16-33), la fiducia incrollabile basata sulle parole del suo Signore: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9-10)?.
Benedetto XVI
Omelia nella festa della Presentazione del Signore, 2.2.2009

Omelia (08-07-2012) : Debolezza e poi meraviglia

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Omelia (08-07-2012)

Gaetano Salvati

Debolezza e poi meraviglia

La liturgia della Parola di oggi evidenzia che la realtà creaturale, compresa di tutte le debolezze, non frena l’iniziativa della grazia nella nostra vita. La novità cristiana, quindi, è l’annuncio che l’uomo, capace di Dio, e per questo disponibile ad accogliere la Sua libera e gratuita auto-comunicazione, può accettare gli avvenimenti della storia, anche quelli che lasciano increduli, e divenire il luogo vivente, forte e unico, in cui Dio si rivela nell’esistenza redenta. La liturgia esorta il credente a prendere coscienza di questa lieta notizia mediante due espressioni: « debolezza » (2Cor 12,9) e « meraviglia » (Mc 6,6).
In primo luogo, la debolezza. Certamente la vita cristiana comprende delusioni, sconfitte; ma, non sono segnali di Dio che mortificano la nostra natura. San Paolo, infatti, manifesta ai Corinzi che la potenza di Dio passa, deve passare, attraverso persone segnate dalla « debolezza »; vale a dire, quando l’uomo redento riconosce che non dispone della facoltà di risolvere da solo qualsiasi questione, è in grado di affidarsi all’amore di Colui che conosce le debolezze.
Altra espressione è meraviglia. Gesù, come racconta san Marco, è giunto nella sua patria. Comincia a predicare (Mc 6,1-2); molti, però, « rimanevano stupiti » (vv.2-3). Forse, questi credevano che il Messia, l’inviato di Dio, non doveva essere uno di loro, o almeno, non doveva avere legami di parentela con alcuno: pensavano fosse un Messia troppo umano. In tal senso, può essere letta la parola del Maestro: « un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua » (v.4); cioè, la vicinanza del Signore, mostrarsi vicinissimo agli eventi umani, era un impedimento per la loro fede. Effettivamente, l’evangelista riferisce che il Salvatore, rimasto meravigliato, « non poteva operare nessun prodigio » (v.5) perché non trovava persone accoglienti, disposte a dire di si alla volontà di Dio. Che senso ha, allora, la meraviglia del Signore Gesù per noi? Il sentimento di stupore del Maestro è un invito a considerare che ogni momento, quello positivo, dove c’è più fervore, ma, soprattutto, quello triste, in cui si avverte l’amarezza del tradimento, è il tempo del perdono, il tempo che Dio dedica a noi: un’occasione per ricominciare a seguire il Signore.
Contemporaneamente, è l’invito a vivere nella meraviglia della quotidianità, cioè a non cadere nella tentazione che la via per la santità si sviluppi solamente per mezzo di opere grandiose. La vita cristiana, infatti, è la chiamata a realizzarsi secondo i doni (carismi) che Dio ha dato ad ogni battezzato: sarà la nostra vita, segnata dalla debolezza per essere aperti all’iniziativa di Dio, a farci contemplare il Suo volere su di noi. Amen.

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Melchisedech e Abramo

Melchisedech e Abramo dans immagini sacre

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JOACHIM JEREMIAS: PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO: IV. DAMASCO

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JOACHIM JEREMIAS: PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO

MORCELLIANA 1973
Titolo originale dell’opera: Der Schlüssel zur Theologie des Apostels Paulus
trad. di Guido Stella

I. TARSO
II. GERUSALEMME
III. ANTIOCHIA
IV. DAMASCO

IV. DAMASCO

Ci rimane solo una chiave per la teologia paolina e si chiama Damasco. Paolo appartiene a quegli uomini che sono avanzati nella vita grazie ad una violenta rottura e la sua teologia nella sua essenza è caratterizzata dal fatto che è derivata da una svolta nella vita.
Noi siamo molto ben documentati sull’esperienza di Damasco. La fonte più autorevole è la testimonianza stessa dell’ Apostolo; si trova in Gal 1, 12-17 (21); 1 Cor 9, 1; 15, 8. 10; 2Cor 4, 6; Fil 3, 7 s.12. A ciò si aggiunge la testimonianza delle comunità della Palestina sulla sua conversione da persecutore in apostolo (Gal 1, 23 s.; cfr. p. 41 s.) ed infine il racconto degli Atti (9, 1-19), che nei passi 22, 4-16 e 26, 9-18 viene ripetuto da Luca con alcune varianti. È. degno di nota come questo racconto in momenti decisivi coincida con la testimonianza dell’ Apostolo: Paolo inizialmente ha perseguitato la comunità cristiana (Gal 1, 13.23; 1 Cor 15, 9; Fil 3, 6 / At 9, 1 s.; 22, 4 s.; 26, 9-11); la conversione è localizzata a Damasco o nei pressi di questa città(Gal 1, 17 / At 9, 3.8.10; 22, 5 s.10 s.; 26, 12); essa consiste nella visione del fulgore luminoso del Signore (2 Cor 4,6; cfr. 1 Cor 9, 1; 15,8 / At 9,3; 22,6.11; 26, 13).
Vorrei cercare di dimostrare sulla base di undici osservazioni come tutta la teologia dell’Apostolo trovi le sue radici in questa esperienza.
1) È assolutamente certo che per Paolo la fede in Cristo e la comunione con Cristo sono nate dall’esperienza fatta a Damasco. Da quando Paolo ha potuto vedere Gesù nella sua gloria, il Signore esaltato e glorioso rappresenta una grande realtà nella sua vita. Da quel momento, egli è « schiavo di Gesù, il Salvatore»(Rom 1, 1), sua proprietà personale, legato a lui come uno schiavo al suo padrone. Non meno di 55 volte, nelle lettere paoline, incontriamo l’espressione «nostro Signore ». Non è certo un caso che l’unico passo in san Paolo in cui incontriamo la locuzione « mio Signore» sia quello di Fil 3, 8, dove egli parla della sua vocazione come della «conoscenza sovraeminente di Gesù Cristo, mio Signore ». Con quanta forza la cristologia paolina sia determinata dalla sua visione del – Cristo a Damasco, lo si vede anche dal fatto che il titolo di Kyrios, in lui, designa in primo luogo il Signore presente nella Chiesa, il Christus praesens. Egli gli era venuto incontro come il ‘presente ‘.
2) Paolo era cosciente che un cristiano appartiene, sin da ora, nel Cristo, al mondo futuro di Dio. « Perciò se uno è in Cristo è una nuova creazione; ciò che era antico è passato: ecco, il nuovo è sorto» (2 Cor 5, 17). « Siano rese grazie al Padre… egli ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nei Regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 12 s.). Anche questa consapevolezza, di appartenere qui ed ora al santo mondo di Dio, deriva dall’esperienza di Damasco. Poiché, quando Paolo riferisce l’avvenimento accadutogli in quell’ora con l’espressione: «Dio mi ha rivelato suo Figlio» (Gal 1, 16 e 12), adopera un termine (apokalyptein), che era il termine tecnico per la rivelazione finale di Dio (cfr. Mt 10, 26; Lc 17, 30; Rom 8, 18; 1 Cor 3, 13). Lo splendore che lo avvolse significò per lui una reale irruzione del nuovo mondo di Dio nella sua vita.
3) Nell’episodio di Damasco si radica la sua comprensione dell’azione salvifica di Dio nel Cristo, che forma il contenuto centrale del messaggio paolino. Dobbiamo qui partire da Gal 3, 13: «Cristo ci ha riscattati da questa maledizione della legge, essendo per noi divenuto maledizione. Sta scritto infatti: «Sia maledetto chiunque è appeso al legno del patibolo (Dt 21, 23) ». Questa espressione si trova del tutto isolata nel Nuovo Testamento. Nessuno ha osato altrove definire Gesù come riprovato da Dio. -Per il carattere inaudito, enorme di questa affermazione esiste soltanto una spiegazione: essa proviene dal vocabolario del persecutore Saulo, traboccante di odio.
Così Gal 3, 13 ci consente di avere una visione dei motivi che lo spinsero a perseguitare i cristiani. Egli scorgeva in loro i discepoli di un seduttore, del capo di un’eresia che era suo dovere estirpare. Egli aveva una prova concreta tra le mani che questo Gesù di Nazareth era un falso Messia: la croce. Ed ora Dio gli faceva vedere con i suoi occhi il dannato e maledetto nella gloria celeste. In questa visione dovette apparire chiaro a Paolo come la morte in croce di Gesù non fosse affatto la morte di un delinquente, ma come i cristiani avessero ragione quando affermavano che questa morte aveva valore di sostituzione per noi. Paolo espresse questa certezza in Gal 2, 20, in maniera personalissima: «Mi amò e diede se stesso per me ». Egli sopportò la maledizione per me.
4) Nell’episodio di Damasco si è stabilita la sua consapevolezza dell’ onnipotenza della grazia. «Per grazia di Dio sono quello che sono», afferma Paolo (1 Cor 15, lO), dando uno sguardo retrospettivo alla sua vocazione. Che Dio abbia collocato nel numero dei testimoni della Resurrezione lui, che le comunità della Palestina consideravano un mostro 28, perché voleva distruggere radicalmente la Chiesa di Dio (Gal 1, 13); più ancora, che Dio lo avesse reso ambasciatore di Cristo (2 Cor 5,20); che egli, nelle dure fatiche al servizio del Vangelo, dovesse superare tutti gli altri inviati (1 Cor 15, 10) per tutto questo esisteva un solo vocabolo: grazia.
Nuove realtà creano un nuovo linguaggio. Ciò vale anche nel nostro caso. Charis si riferisce ad un concetto centrale della teologia dell’Apostolo; si trattava di un nuovo uso del termine. Nel greco profano, la parola indicava grazia, amabilità, favore, benevolenza, ringraziamento ed era usata quasi esclusivamente nel significato profano. Ciò vale anche per il giudaismo ellenistico, in cui appare quasi del tutto isolata e indica l’atteggiamento pieno di bontà di Dio nei confronti degli uomini (22). Il significato centrale che la parola assume in Paolo non ha alcuna analogia.
5) Strettamente collegata è una osservazione più vasta. Con maggior forza di tutti gli altri scrittori neotestamentari, Paolo sottolinea il solo operare di Dio, la sua elezione gratuita, che trascende ogni azione umana (Rom 9-11). In definitiva non si tratta della volontà o degli sforzi dell’uomo, ma soltanto della misericordia di Dio. Con locuzioni volutamente unilaterali, Paolo sottolinea la sovranità assoluta di Dio. «Egli usa misericordia a chi vuole, e indurisce chi vuole» (9, 18) come sta scritto: « Io faccio grazia a chi voglio far grazia ed ho pietà di chi voglio avere pietà» (Es 33, 14). Paolo ha sperimentato nella conversione della sua vita questo operare esclusivo di Dio. Siamo abituati a chiamare questo momento «la conversione» dell’Apostolo. Paolo dal canto suo non si serve di questa locuzione e l’avrebbe respinta appassionatamente, perché la locuzione « convertirsi» indica una decisione umana, o per lo meno la implica. Ma poiché Cristo « chiama mediante la sua grazia» (Gal 1, 15) lui, il persecutore, ogni cooperazione umana veniva esclusa. Dio, soltanto lui, era all’opera. Egli portava a compimento ciò che aveva deciso molto tempo prima che Paolo nascesse (1, 15 a). E ciò che era avvenuto, non era una conversione, ma una chiamata (1, 15 b).
6) Nell’episodio di Damasco si radica la sua consapevolezza della spaventosa natura del peccato. Paolo era certamente già prima cosciente della santità di Dio e della colpa dell’uomo; entrambe appartengono alla parte migliore della sua eredità ebraica. Ma nell’intimo del suo cuore non aveva preso sul serio il peccato; aveva invece creduto di essere « quanto alla giustizia che si può raggiungere con la legge, di condotta irreprensibile » (Fil 3, 6). Ora si trova improvvisamente dinanzi al fatto abissale che egli ha bestemmiato il Messia ed ha cercato di distruggere la sua comunità. L’amara esperienza che le intenzioni più pie possono condurre alle colpe più gravi, esperienza che egli si è trascinata dietro come un peso lungo la sua esistenza, ha infranto per sempre la sicurezza in se stesso, il «vantarsi di sé dinanzi a Dio », il pensar bene di se stesso.
7) Soltanto pensando all’esperienza di Damasco si comprende la posizione radicale dell’Apostolo contro ogni pietà che si basi sulla legge. Paolo sintetizza il significato di quell’ora per la sua vita nel fatto che egli ha vissuto un sovvertimento radicale di tutti i valori; tutto ciò che sino a quel momento era apparso « valido », era diventato per lui «privo di valore », «a confronto del vantaggio sovraeminente che è la conoscenza di Cristo Gesù mio Signore» (Fil 3, 7 s). Prima di Damasco, il contenuto della sua vita era stato lo sforzo, grazie al penoso compimento della legge, di apparire senza macchia dinanzi a Dio (3, 6). Ora, pone al posto della legge una novità al centro della sua vita: Cristo, «mio» Signore (3, 8). Come tutti gli uomini che progrediscono grazie ad una rottura, Paolo vede con maggior severità degli altri l’aspetto negativo del passato. La sua attività si svolge in un’epoca, in cui esiste il pericolo che il cristianesimo divenga una setta giudaica. Il giudeo-cristianesimo sviluppa molto l’idea che la fedeltà alla legge e la fede in Cristo siano pienamente conciliabili. Paolo è cosciente dell’inconciliabilità della giustizia proveniente dalla legge con la « giustizia di Cristo ». «Se la giustizia si ottiene mediante la legge, allora Cristo è morto inutilmente» (Gal 2, 21).
8) Nell’ episodio di Damasco ha le sue radici la speranza di Paolo. Certamente l’attesa della resurrezione dai morti e del nuovo mondo di Dio apparteneva già al suo retaggio farisaico (cfr. At 23, 6-8). Ma ora egli aveva visto la luce del nuovo eone con i propri occhi, aveva visto « la gloria di Dio che brilla sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Questa visione dello splendore di Dio fu da allora in poi il pegno della sua speranza: «Allora conoscerò appieno, come sono conosciuto» (1 Cor 13, 12).
9) Nell’ episodio di Damasco ha le sue radici l’impegno missionario dell’Apostolo. Recentemente è stata offerta la prova convincente che la notizia più antica sulla chiamata di Paolo che noi possediamo (più antica dell’autotestimonianza contenuta nelle sue lettere e del racconto degli Atti degli Apostoli nei suoi diversi contesti) è contenuta in una breve frase che Paolo cita (Gal 1, 23) del tutto incidentalmente (23). Egli dice nel versetto precedente (v. 22) che egli, nei primi anni dopo la sua chiamata all’apostolato personalmente è rimasto sconosciuto alle comunità cristiane della Palestina ed esse ora hanno saputo che

colui che un tempo ci perseguitava
ora predica quella fede
che un tempo voleva distruggere (v. 23).

Questi tre versetti, che sono caratterizzati come una citazione grazie al «che» (dass) da cui sono introdotti sono stati chiaramente formulati sotto la recente impressione dell’accaduto e ci lasciano provare ancora qualcosa del come nelle comunità della Palestina la notizia del fatto di Damasco si fosse diffusa in un baleno e quale lode a Dio (Gal 1,24) esse innalzassero: la doppia menzione della persecuzione fa riecheggiare l’angoscia dei cristiani minacciati, il suono quasi di innodia dei tre versetti, la grande meraviglia per un miracolo inconcepibile di Dio. Per la nostra ricerca è interessante, in questa antichissima fonte sino ad ora nascosta, ed ora scoperta, sulla chiamata di Paolo, che l’oggetto del giubilo non viene espresso in questi termini: il persecutore è diventato un seguace, ma: il persecutore è diventato un predicatore. Paolo perciò deve aver confessato pubblicamente il Cristo molto presto dopo la sua chiamata. In realtà, gli Atti degli Apostoli ci dicono che Paolo già « alcuni giorni dopo» aveva cominciato a predicare Gesù come Figlio di Dio, nella Sinagoga di Cafarnao (At 9, 19 s.). Egli stesso afferma del suo dovere missionario: «è una necessità che mi incombe» (1 Cor 9, 16) o con maggior forza (lì dove la forma indiretta descrive l’azione di Dio): «Dio mi obbliga ». Gli uomini che hanno fatto l’esperienza di un subitaneo cambiamento provano con maggior forza che non gli altri il bisogno di far conoscere ciò che ad essi è accaduto (invece il carattere universale della sua missione, ed il compito di predicare ai pagani, sono rivelati all’ Apostolo tre anni dopo la sua chiamata nel corso di una visione nel tempio di Gerusalemme [At 22, 17-21]. Certamente, l’Apostolo afferma [Gal 1, 16] che Dio gli ha rivelato il suo Figlio, « affinché lo annunciassi alle nazioni »; tuttavia il termine « affinché» indica qui l’intenzione divina, non un avvenimento attuale (24). In questa visione di Cristo nel tempio, Paolo si è dapprima opposto alla sua missione fra i gentili, ma un duro: «Va’!» del suo Signore lo ha chiamato all’obbedienza).
10) L’episodio di Damasco origina infine la coscienza apostolica di sé e la coscienza della missione nell’Apostolo Paolo. Il titolo di «Apostolo di Gesù Cristo» si incontra per la prima volta in Paolo ed è forse una » creazione paolina. Con essa egli si designa come plenipotenziario dell’ Altissimo ed esprime che egli non viene dopo i dodici, anche se non è stato un seguace di Gesù durante la sua vita. Come loro infatti, egli è testimone della Resurrezione (1 Cor 9, 1; 15, 8-10). La sua missione apostolica è collegata alla visione di Cristo. Nessun altro se non Gesù, il Signore in persona, lo ha rivestito di potere, nell’ora della chiamata, per essere suo. messaggero (1 Cor 9, 1). Perciò lottando per il suo ministero apostolico in Asia Minore egli dice di essere: «Apostolo non per. volere umano né per mediazione d’uomo, ma per opera di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha resuscitato dai morti» (Gal 1, 1).
11) Fin qui ci siamo limitati ai rilievi che ci offrono le lettere paoline, richiamando testi degli Atti solo a comprova. Se analizziamo infine la loro relazione dell’ episodio di Damasco, troviamo nella domanda, colma di rimprovero, del Risorto, la stessa in tutt’e tre le relazioni: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»una testimonianza che la concezione della Chiesa dell’ Apostolo per lo meno ha una delle sue radici nel suo incontro con il Cristo. Il Signore risorto si identifica con la comunità dei suoi fedeli. Chi lo perseguita, perseguita lui. Questa identificazione è fondamentale per la visione paolina della comunità. L’Apostolo in seguito ha così espresso in un’immagine quest’unità fra Cristo e la comunità dei suoi: la Chiesa forma il corpo di Cristo. Egli è il suo capo, ed ogni cristiano è un ,membro del suo corpo.
In sostanza abbiamo visto che tutta l’esistenza di fede dell’ Apostolo e tutta la sua teologia si richiamano alla sua visione di Cristo sulla strada di Damasco. Solo partendo da qui possiamo comprenderlo. La sua teologia è la teologia di uno che è stato improvvisamente chiamato. Né Tarso, né Gerusalemme e neppure Antiochia, ma Damasco ci offre la chiave per comprendere la teologia dell’Apostolo Paolo. Gli altri fattori che consideriamo la cultura ellenistica, l’eredità giudaica e la tradizione cristiana primitiva – non sono svuotati di valore da questa conoscenza, perché furono assunti a servizio della sua missione. Decisivo però è il momento, riferendosi al quale l’Apostolo dice: «Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Fil 3, 12).

[21] Da notare che il v. 16 non ,può essere tradotto: «per rivelare in me suo Figlio» (ciò che potrebbe indicare una esperienza mistica), ma deve esserlo cosi: «per rivelare a me suo Figlio».
[22] G. P. WETTER, Charis (Untersuchungen rom Neuen Testament, 5), Leipzig 1913, p. 6.
[23] E. BAMMEL, Galater 1, 23, «Zeitsrchrift für die neutestamentliche Wissenschaft» 59, 1968, pp. 108-112.
[24] At. 26, 175., è da interpretare in maniera analoga al passo di 22, 17-21.

Publié dans:DOC. JOACHIM JEREMIAS, TEOLOGIA |on 5 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

JOACHIM JEREMIAS: PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO: III. ANTIOCHIA

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JOACHIM JEREMIAS: PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO

MORCELLIANA 1973
Titolo originale dell’opera: Der Schlüssel zur Theologie des Apostels Paulus
trad. di Guido Stella

I. TARSO
II. GERUSALEMME
III. ANTIOCHIA
IV. DAMASCO

III. ANTIOCHIA

In relazione con la citazione dell’ antica confessione di fede (1 Cor 15, 3. 5) Paolo sottolinea il fatto che egli ne è debitore alla tradizione (v. 3: «vi trasmisi invero, prima di tutto, quanto anch’io [come tradizione] ho ricevuto ») e che questa confessione per lui e per gli Apostoli in Gerusalemme era un possesso comune: «Tanto io, dunque, quanto essi così predichiamo» (v. 11).
In maniera del tutto analoga alla confessione di fede, Paolo introduce la sua citazione delle parole dell’ultima Cena di Gesù. Egli sottolinea di nuovo il fatto che esso gli è stato comunicato dalla tradizione (1 Cor 11, 23). Una analisi linguistica fa vedere che Paolo si serve di una forma che si era strutturata nell’ambito semitico, ma che era stata poi grecizzata. A Paolo è dunque familiare una versione delle parole dell’ultima Cena, che ebbe la sua strutturazione caratteristica in un ambiente bilingue, al qual proposito molti argomenti si possono addurre a favore di Antiochia. Poiché là, nella capitale della Siria, la terza città per grandezza dell’impero romano, dopo Roma ed Alessandria, Paolo aveva già lavorato assieme con Barnaba prima dei suoi viaggi missionari (Atti 11, 25 s.); da Antiochia era stato inviato in missione (13, 1-3) ed a questa comunità che sosteneva il suo apostolato egli aveva sempre fatto ritorno (14, 26; 15, 30.35. 18,22; cfr. Gal 2, 11).
Un’immagine analoga ci offre l’analisi linguistica dell’Inno a Cristo (Fil 2, 5-11). Essa mostra la grande verosimiglianza che Paolo non sia l’autore dell’inno, ma documenta che egli lo cita e che esso, in ogni caso, rinvia a un ambito misto semitico-ellenistico.
Tutto ciò mostra che Paolo era profondamente debitore della tradizione cristiana. Di ciò troviamo tracce in ogni pagina delle sue lettere, ed esse non si limitano affatto alle formule cristologiche o liturgiche o al patrimonio innologico. lo devo perciò limitarmi ad indicare un vasto campo nel quale Paolo, a differenza degli Apostoli di Gerusalemme, dipendeva interamente dalla tradizione: le parole di Gesù. Per cinque volte, Paolo afferma esplicitamente che egli cita parole di Gesù (1Tess 4, 15-17; 1 Cor 7, 10; 9, 14; 11,23-25; anche Rom 14, 14 è da intendersi in tal senso) ed inoltre egli si riferisce spesso al messaggio di Gesù, senza nominarlo direttamente. Così, per fare un esempio, conosce l’appellativo a Dio ‘Abba’ (Rom 8, 15; Gal 4, 6), che negli scritti del tempo non è testimoniato in alcun testo all’infuori della preghiera di Gesù (Mc 14, 36); sottolinea 20 l’annuncio di Gesù su quel Dio che ama i peccatori (Rom 5, 8) e chiama a sé non i sapienti, ma gli insipienti, non i forti ma i deboli, non coloro che sono riveriti ma i disprezzati (1 Cor 1, 26-29; Mc 2,17; Mt 11,25 s.); egli ricorda inoltre l’ammonimento di Gesù, che non ha riscontro fuori del Vangelo: «Benedite coloro che vi perseguitano» (Rom 12, 14; Le 6, 28).
Avremmo dunque alfine trovato la chiave per la comprensione della teologia dell’apostolo Paolo: la tradizione cristiana primitiva? Sarebbe vera pazzia negare il valore fondamentale che la confessione di fede, la Cena del Signore e le parole di Gesù hanno rappresentato per Paolo. Eppure Paolo si è difeso appassionatamente contro l’opinione che la dipendenza dalla tradizione sia l’elemento ultimo e decisivo della sua posizione di cristiano e della sua teologia (Gal 1, 10-2, 21). Né Tarso, né Gerusalemme, né Antiochia ci offrono la chiave che stiamo cercando.

[20] Cfr. J. JEREMIAS, Die Botschaft vom Vater (Calver Hefte, n. 92), Stuttgart: 1968.

Publié dans:DOC. JOACHIM JEREMIAS, TEOLOGIA |on 5 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

DAY 6: GOD BLESSES ADAM

 DAY 6: GOD BLESSES ADAM dans immagini sacre 15%20VERGILIUS%20MASTER%20GOD%20BLESSES%20ADAM

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Publié dans:immagini sacre |on 4 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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