Archive pour juillet, 2012

Pentecoste sul Monte Athos (di Sandro Magister)

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Pentecoste sul Monte Athos

Viaggio sulla santa montagna della Chiesa ortodossa. Compiuto e raccontato la prima volta nel 1997. Cioè ora, quest’anno. Perché sull’Athos i tempi della terra fanno tutt’uno con l’oggi eterno del cielo

di Sandro Magister

MONTE ATHOS – Fermate gli orologi, quando dai vapori del Mar Egeo vedete sbucare la cima dell’Athos. Perchè lì sono cose d’altri tempi. Il calendario è il giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello latino che ha invaso il resto del mondo. Le ore non si contano a partire da mezzanotte, ma dal tramonto del sole. E non è sotto il sole meridiano, ma nel buio notturno che l’Athos più vive e più palpita. Di canti, di luci, di misteri.
Il Monte Athos è vera terra santa, che incute timor di Dio. Non è per tutti. Intanto non è per le donne, che già sono una buona metà degli umani. L’ultima pellegrina autorizzata vi ha messo piede sedici secoli fa. Si chiamava Galla Placidia, quella dei mosaici blu e oro di una chiesa di Ravenna a lei intitolata. A nulla le valse d’esser figlia del grande Teodosio, imperatore cristiano di Roma e Costantinopoli. Entrata in un monastero dell’Athos, un’icona della Vergine le ordinò: férmati! e le ingiunse di lasciar la montagna. Che doveva restare da lì in poi inviolata da donna. Dal secolo XI – dicono – neanche gli animali femmina, vacche, capre, coniglie, osano più salire impunemente il santo monte.

URANÚPOLIS
Uranúpolis, città del cielo, ultimo villaggio greco prima del sacro confine, è posto di frontiera specialissimo. Cartelli di ferro smaltato vi avvertono fino all’ultimo che non la passerete liscia se siete donna travestita da uomo o se vi scoveranno senza i giusti permessi. La sacra epistassía, il governo dei monaci, vi consegnerà a un tribunale di Grecia. Il quale è sempre severo nel tutelare l’extraterritorialità dell’Athos e le sue leggi di autonoma teocrazia, sancite nella costituzione ellenica e forti di riconoscimento internazionale.
Sudati monaci in tonaca e cappello a cilindro tengono a freno la calca dei viaggiatori in cerca d’un lasciapassare. Molti i chiamati ma pochi gli eletti, dice il Vangelo. E pochissimi sono i visti d’ingresso timbrati ogni mattina col sigillo della Vergine. Chi finalmente riceve la similpergamena che autorizza la visita corre al molo d’imbarco. Perché nell’Athos si entra solo via mare, su navigli che hanno nomi di santi.
Lo sbarco è un porticciolo a metà penisola che si chiama Dafne, come la ninfa di Apollo. Ma il lontano Olimpo, che da lì si scorge nelle giornate ventose, dimenticàtelo. Un vecchio autobus panciuto, del color della terra anche nei finestrini, arranca sulla salita fino a Kariès, ombelico amministrativo dell’Athos, sede dalla sacra epistassìa.

KARIÈS
A Kariès ci sono la gendarmeria, un paio di viuzze con botteghe che vendono semi di farro, icone, grani d’incenso e tonache monacali; ci sono il finecorsa dell’autobus e una trattoria. C’è anche un telefono pubblico, che ha tutta l’aria d’essere il primo e l’ultimo.
Kariès è uno strano paesetto senza abitanti. Quei pochi che compaiono sono tutti provvisori: monaci itineranti, gendarmi, operai di giornata, viaggiatori smarriti. Da lì in avanti si procede a piedi, ore di marcia su strade sterrate, senz’ombra, in nuvole di polvere impalpabile come cacao. Oppure su camionette prese a nolo da un altro degli strani greci provvisori. Oppure saltando su jeep di passaggio, di proprietà dei monasteri più ammodernati.
Ma sempre con grande supplizio corporeo. L’Athos è per tempre forti, ascetiche. Da subito vi torchia. Ogni giorno di visita avrà la sua via crucis di polvere e sassi e precipizi: perchè sul prezioso vostro permesso c’è scritto che non potete fermarvi più di una notte in un monastero e tra l’uno e l’altro ci sono ore di cammino. Il pellegrinare è d’obbligo.

GRANDE LAVRA
Ma quando arrivate esausti in uno dei venti grandi monasteri, che paradiso. La Grande Lavra, il primo nella gerarchia dei venti, vi accoglie tra le sue mura sospese tra terra e cielo, verso la punta della penisola proprio sotto la santa montagna. Compare un giovane monaco e vi ritira pergamena e passaporto. Ricompare come l’angelo dell’Apocalisse dopo un silenzio in cielo di circa mezz’ora, ristorandovi con un bicchier d’acqua fresca, un bicchierino di liquor d’anice, una zolletta di gelatina di frutta e un caffè alla turca, speziato. È il segno che siete stato ammesso tra gli ospiti. Vi tocca un letto in una camera a sei tra mura vecchie di secoli, con le lenzuola fresche di bucato e l’asciugamano. Da lì in avanti farete vita da monaci.
Ossia farete come vi pare. I monasteri dell’Athos non sono come quelli d’Occidente, cittadelle murate dove ogni mossa, ogni parola sono sotto regola collettiva. Sull’Athos c’è di tutto e per tutti. C’è l’eremita solitario sullo strapiombo di roccia, cui mandano su il cibo di tanto in tanto con una cesta. Ci sono gli anacoreti nelle loro casupole sperdute tra ginestre e corbezzoli, sulla costa della montagna. Ci sono i senza fissa dimora, sempre in cammino e sempre irrequieti. Ci sono i solenni cenobi di vita comune retti da un abate, che qui si chiama igúmeno. Ci sono i monasteri villaggio dove ciascun monaco fa un po’ a ritmo suo.
La Grande Lavra è uno di questi. Dentro le sue mura ci sono piazze, stradine, chiese, pergole, fontane, mulini. Le celle fanno blocco come in una kasbah orientale. Spiccano gli intonaci azzurri, mentre il rosso è il sacro colore delle chiese. Quando suona il richiamo della preghiera, con campane dai sette suoni e con il martellare dei legni, i monaci s’avviano al katholikón, la chiesa centrale. Ma se qualcuno vuol pregare o mangiare in solitudine, niente gli vieta di restare nella sua cella. Anche per il visitatore è così, salvo che lui di alternative ne ha proprio poche. Al vespero accorre impaziente. Alla preghiera notturna ci prova, presto indotto a ripiegare dal sonno. Alla liturgia mattutina ci riprova, vagamente stordito.
O inebriato? C’è profumo d’Oriente, di Bisanzio, nella Grande Lavra. C’è aroma di cipresso e d’incenso, fragranza di cera d’api, di reliquie, di antichità misteriosamente prossime. Perchè i monaci dell’Athos non patiscono il tempo. Vi parlano dei loro santi, di quel sant’Atanasio che ha piantato i due cipressi al centro della Lavra, che ha costruito con forza erculea il katholikón, che ha plasmato il monachesimo athonita, come se non fosse morto nell’anno 1000 ma appena ieri, come se l’avessero incontrato di persona e da poco.
Santi, secoli, imperi, città terrene e celesti, tutto par che oscilli e fluisca senza più distanza. Ai visitatori sono offerti in venerazione, al centro della navata, i tesori del monastero: scrigni d’oro e d’argento con zaffiri e rubini, che incastonano la cintura della Vergine, il cranio di san Basilio Magno, la mano destra di san Giovanni Crisostomo. La luce del tramonto li accende, li fa vibrare. E s’accendono anche gli affreschi di Teofane, maestro della scuola cretese del primo Cinquecento, le maioliche azzurre alle pareti, le madreperle dell’iconostasi, del leggio, della cattedra.
Dopo il vespero si esce in processione dal katholikón e si entra, dirimpetto sulla piazza, nel refettorio, che ha anch’esso l’architettura di una chiesa ed è anch’esso tutto affrescato dal grande Teofane. È la stessa liturgia che continua. L’igúmeno prende posto al centro dell’abside. Dal pulpito un monaco legge, quasi cantando, storie di santi. Si mangia cibo benedetto, zuppe ed ortaggi in antiche stoviglie di ferro, nelle feste si beve del vino color ambra, su spesse tavole di marmo scolpite a corolla, a loro volta poggianti su sostegni marmorei: vecchie di mille anni ma che evocano i dolmen della preistoria. Anche l’uscita avviene in processione. Un monaco porge a ciascuno del pane santificato. Un altro lo incensa con tale arte che anche in bocca ve ne resta a lungo il profumo.

VATOPÉDI
Dopo la Grande Lavra, nella gerarchia dei venti monasteri, viene Vatopédi. Sorge sul mare tra dolci colline vagamente toscane. Lì, raccontano, si salvò il naufrago Arcadio, figlio di Teodosio. E lì dovette riprendere il largo la sorella, Galla Placidia, la prima delle donne interdette dall’Athos.
Come la Lavra è rustica, così Vatopédi è raffinato. E lo fu sin troppo, in qualche tratto della sua storia passata: opulento e decadente. Ancora non molti anni fa albergava monaci sodomiti, disonore dell’Athos. Ma poi è venuta la sferza purificatrice d’un manipolo di monaci rigoristi giunti da Cipro, che hanno messo al bando i reprobi e imposto la regola cenobitica. Oggi Vatopédi è tornato monastero tra i più fiorenti. Accoglie giovani novizi fin dalla lontana America, figli di ortodossi emigrati.
Vatopédi è l’aristocrazia dell’Athos. Dice solenne l’igúmeno Efrem, barba color rame, occhi chiari e voce melodiosa: « L’Athos è unico. È il solo Stato monastico al mondo ». Ma se è città del cielo sulla terra, allora tutto lì dev’essere sublime. Come le liturgie, che a Vatopédi sublimi lo sono per davvero. Specie nelle grandi feste: Pasqua, Epifania, Pentecoste. Il pellegrino vinca il sonno e non perda, per niente al mondo, i suoi meravigliosi uffici notturni.
Già la chiesa è di grande suggestione: è a croce greca come tutte le chiese dell’Athos, mirabilmente affrescata dai maestri macedoni del Trecento, con un’iconostasi fulgentissima d’ori e d’icone. Ma è il canto che a tutto dà vita: canto a più voci, maschio, senza strumenti, che fluisce ininterrotto anche per sette, dieci ore di fila, perché più la festa è grande e più si prolunga nella notte, canto ora robusto ora sussurrato come marea che cresce e si ritrae.
I cori guida sono due: grappoli di monaci raccolti attorno al leggio a colonna del rispettivo transetto, con il maestro cantore che intona la strofa e il coro che ne coglie il motivo e lo fa fiorire in melodie e in accordi. E quando il maestro cantore si sposta dal primo al secondo coro e traversa la navata a passi veloci, il suo leggero mantello dalle pieghe minute si gonfia a formare due ali maestose. Sembra volare, come le note.
E poi le luci. C’è elettricità nel monastero, ma non nella chiesa. Qui le luci sono solo di fuoco: miriadi di piccoli ceri il cui accendersi e spegnersi e muoversi è anch’esso parte del rito. In ogni katholikón dell’Athos pende dalla cupola centrale, tenuto da lunghe catene, un lampadario a forma di corona regale, di circonferenza pari alla cupola stessa. La corona è di rame, di bronzo, di ottone scintillanti, alterna ceri e icone, reca appese uova giganti che sono simbolo di risurrezione. Scende molto in basso, fin quasi a esser sfiorato, proprio davanti all’iconostasi che delimita il sancta sanctorum. Altri fastosi lampadari dorati scendono dalle volte dei transetti.
Ebbene, nelle liturgie solenni c’è il momento in cui tutte le luci vengono accese: quelle dei lampadari e quelle della corona centrale; e poi i primi sono fatti ampiamente oscillare, mentre la grande corona viene fatta ruotare attorno al suo asse. Almeno un’ora dura la danza di luce, prima che pian piano si plachi. Il palpito delle mille fiammelle, il brillare degli ori, il tintinnio dei metalli, il trascolorare delle icone, l’onda sonora del coro che accompagna queste galassie di stelle rotanti come sfere celesti: tutto fa balenare la vera essenza dell’Athos. Il suo affacciarsi sui sovrumani misteri.
Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d’iniziare a simili misteri e d’infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d’oggi. All’Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza di umanizzare Dio, le Chiese d’Occidente lo fanno sparire. « Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale », sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. « Un Dio che non deifichi l’uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell’ondata di ateismo in Occidente ».
Gli fa eco Vassilios, igúmeno dell’altro monastero di Ivíron: « In Occidente comanda l’azione, ci chiedono come possiamo rimanere per così tante ore in chiesa senza far nulla. Rispondo: cosa fa l’embrione nel grembo materno? Niente, ma poiché è nel ventre di sua madre si sviluppa e cresce. Così il monaco. Custodisce lo spazio santo in cui si trova ed è custodito, plasmato da questo stesso spazio. È qui il miracolo: stiamo entrando in paradiso, qui e ora. Siamo nel cuore della comunione dei santi ».

SIMONOS PETRA
Simonos Petra è un altro dei monasteri che sono alla testa della rinascita athonita. Si erge su uno sperone di roccia, tra la vetta dell’Athos e il mare, coi terrazzi a vertigine sul precipizio. Eliseo, l’igúmeno, è appena tornato da un viaggio tra i monasteri di Francia. Apprezza Solesmes, baluardo del canto gregoriano. Ma giudica la Chiesa occidentale troppo « prigioniera di un sistema », troppo « istituzionale ».
L’Athos invece – dice – è spazio degli spiriti liberi, dei grandi carismatici. All’Athos « il logos si sposa alla praxis », la parola ai fatti. « Il monaco deve mostrare che le verità sono realtà. Vivere il Vangelo in modo perfetto. Per questo la presenza del monaco è così essenziale per il mondo. Scriveva san Giovanni Climaco: luce per i monaci sono gli angeli, luce per gli uomini sono i monaci ».
Simonos Petra fa scuola, anche fuori dei confini dell’Athos. Ha dato vita a un monastero per monache, un’ottantina, nel cuore della penisola Calcidica. Un altro ne ha fatto sorgere vicino al confine tra Grecia e Bulgaria. E ha aperto tre altri suoi nuclei monastici persino in Francia. È un monastero colto, dotato d’una ricca biblioteca. A notte alta i suoi ottanta monaci, prima della liturgia antelucana, vegliano in cella da tre a cinque ore leggendo e meditando i libri dei Padri.
Athos insonne. Senza tempo che non sia quello delle sfere angeliche. Lasciarlo è una dura scossa anche per il visitatore più disincantato. A Dafne si risale sul traghetto. Il cadenzato ronfare dei motori vi rimette in pari con gli orologi mondani. La ragazza greca, la prima, che a Uranúpolis vi serve il caffé, vi viene incontro come un’apparizione. Con la folgorante bellezza d’una Nike di Samotracia.

Publié dans:FESTE: PENTECOSTE, SANDRO MAGISTER |on 10 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Gianbattista Tiepolo, Il sogno di Giacobbe

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Publié dans:immagini sacre |on 9 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

I santuari in Israele

http://www.corsodireligione.it/bibbiaspecial/storia_salvezza/storiasalv_tempione_2.html

I santuari in Israele

cf.: C. Grottanelli La religione d’Israele prima dell’Esilio in : Ebraismo a cura di G.Filoramo-2007.

« … I sacerdoti sono, nella Bibbia, costantemente legati ai santuari: per esempio
- in Giudici 17 il malvagio Micah l’efraimita si procura un Levita per il suo santuario, connotato assai negativamente, che in Giudici 18 è trasferito con il Levita in Dan, ed è dunque il futuro luogo sacro di Geroboamo I;
- in / Sam. 1-3 il sacerdote Eli e i suoi figli, dotati di nomi «levitici», officiano in Silo (che altri testi biblici presentano come sede dell’Arca), e al culto di Yahweh in quel santuario è votato dalla madre il nascituro Samuele; – in / Sam. 9 Samuele, che è anche un «veggente», officia nell’alto luogo (bamah) della zona di Zuph; altrove i sacerdoti sono preti del tempio di Gerusalemme o di vari alti luoghi.

Bethel
Sui santuari la Bibbia è ricca di dati, forniti non dai libri apodittici (che identificano il luogo santo con la sola Arca, … ma dai libri narrativi dalla Genesi in poi. Per quanto riguarda le loro forme e strutture, i testi non sono perspicui: il termine bet (letteralmente: casa) indica verisimilmente il santuario stesso piuttosto che il sacello costruito; rari (se non per indicare i templi non israelitici) sono i termini riferibili a simulacri o a rappresentazioni figurate; spesso sono nominate stele (masfbot) e altari; quanto alla bamah (alto luogo), che sembra essere attribuita a forme di cui to non corrette, ma in altri casi non è connotata negativamente, essa è forse un grande altare monumentale (Vaughan, 1972), ma la sua natura non ci è chiara; sull’ ‘asherah torneremo, ma è possibile solo affermare che si trattava di un oggetto deperibile, forse ligneo (dato che è abbattuto e anche bruciato). Più chiari, ma complessi e contraddittori, sono gli elementi che è possibile ricavare sulle funzioni, sulle vicende e sulla dislocazione nel territorio dei vari santuari. Ogni libro narrativo della Bibbia ha il suo sistema di santuari, il proprio modo specifico di valutarne la correttezza e l’antichità; e tali sistemi e valutazioni sono a loro volta frutto di un complesso retroterra di tradizioni e di testi. Si pensi per esempio ai santuari di Dan e di Bethel, cioè alla coppia di luoghi di culto attribuiti a Geroboamo I, il primo re del regno del Nord o di Israele, …. Entrambi questi luoghi di culto sono condannati in IRel2, ove si narra dei vitelli d’oro che in essi stabilì Geroboamo; ma i racconti relativi ad essi che troviamo in altri libri narrativi della Bibbia sono alquanto divergenti.

Altare del vitello d’oro di Geroboamo-Dan
Per Dan, abbiamo i passi di Giud. 17-18 citati più sopra, che concordano con la condanna di I Re 12, e presentano il santuario di Micah (e futuro luogo di culto di Dan) come incentrato su un ephod (il senso del termine non è chiaro) d’argento rubato e rifuso, e quindi «idolatra»; per Bethel abbiamo invece il racconto di Gen. 28,11-22 e 35,6-7, che mostra il patriarca Giacobbe in quel luogo. Giacobbe si ferma nel sito che sarà Bethel, vi sogna il dio di Abramo cui chiede aiuto nella fuga che ha intrapreso, promettendo di adottare quel dio come suo, e di offrirgli una decima, se tornerà sano e salvo come la divinità gli ha promesso, dopo di che erige come stele la pietra sulla quale ha poggiato la testa per dormire e la unge d’olio; tornando poi con mogli, figli e beni in Palestina, si reca in quel luogo e vi costruisce un altare, chiamando la sacra località El-Bethel («El di Bethel» o «il dio di Bethel»): si tratta chiaramente del mito di fondazione, totalmente «positivo», del santuario, legato alla figura prestigiosa del patriarca eponimo di Israele.

Sichem-rovine
Proprio l’esempio di Bethel e di Dan mostra come siano trattati diversamente, dai libri narrativi della Bibbia, i diversi santuari: alcuni legati dai racconti della Genesi alle gesta dei patriarchi, altri riferiti a età successive; alcuni appena menzionati, sia pure in contesti che ne mostrano l’importanza (è il caso dell’alto luogo di Gabaon, legato a Salomone prima della costruzione del tempio di Gerusalemme in IRe 5), altri invece (come quello di Sichem) oggetto di estese narrazioni in più libri biblici. Un tipò a sé stante è quello dei santuari ove si narra che fu custodita l’Arca (come a Silo, citato sopra), e i ricettacoli del dio della nazione correttamente venerato sono nella Bibbia, a rigore, solo due: l’Arca, appunto, e il tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone proprio per ricevere definitivamente l’Arca. Questa è descritta e spesso citata nei libri apodittici (Es. 37 dà una descrizione completa; la menzionano spesso Numeri e Deuteronomio) come la cassa in legno d’acacia, protetta da «cherubini» in legno e in lamina d’oro, e trasportabile mediante l’applicazione di stanghe. Conteneva le due tavole della legge data da Yahweh a Mosè. Spiccano due elementi: da un lato il carattere mobile del piccolo «santuario» che, portato da Leviti, precedeva Israele nel suo viaggio attraverso il deserto verso Canaan; dall’altro la sua natura di contenitore di un sacro testo, un testo dettato da Yahweh e scritto da Mosè; e si noti che, mentre l’Arca entra trionfante in Canaan e resta il centro sacro della nazione, Mosè invece non mette piede nella terra promessa, e addirittura si ignora il sito della sua sepoltura (v. Grottanelli, 1994). Ciò configura l’Arca come un costrutto essenzialmente biblico, mediante il quale il testo ispirato, che si presenta come fondamento della religiosità d’Israele e fulcro della vita nazionale, parla di sé.
Dal libro di Giosuè fino al primo libro dei Re e ai libri delle Cronache, l’Arca resta il vero santuario di Israele (ma coesiste nel tessuto narrativo con gli altri santuari di cui abbiamo detto) ; Salomone le costruisce un tempio secondo IRe6 (cfr. II Cron. 2-7), e da quel momento l’attenzione dei testi, che era incentrata sull’Arca, si sposta sul tempio salomonico di Gerusalemme. La struttura del tempio, descritta con cura nei passi citati, trova riscontri con i documenti, sia archeologici sia testuali, relativi all’architettura sacra del Vicino Oriente e dell’Egitto, e in particolare dell’area palestinese e fenicia: cortile con area sacra, sacello tripartito con sacralità crescente man mano che si procede verso l’interno, fino a un «santo dei santi» che è la cella, arredi dotati di un valore simbolico forse già originariamente complesso, culto sacrificale praticato sull’altare posto nel cortile. Il Tempio è stato certamente di vitale importanza nella vita religiosa dell’età post-esilica, durante la quale esso era davvero il centro della vita del popolo e del potere ierocratico; ma nel racconto della sua costruzione sono presenti tratti di quell’ideologia regale che trova così difficilmente e irregolarmente spazio nella Bibbia: il tema del re saggio e costruttore (v. Ahlstròm, 1982), il racconto dello scambio di materie prime e di maestranze con il re Hiram di Tiro; e in particolare il fatto che il santuario è associato alla reggia, costruita insieme con esso, al punto di apparire quasi come una cappella palatina. Certo è che la costruzione del santuario gerosolimitano segna un passaggio fondamentale da una fase instabile e turbolenta (Esodo, Conquista, età dei Giudici) a una fase di maggiore pace e stabilità, e di rapporto più sicuro con la terra. Il fatto che a costruire il tempio sia non Davide, erede e partecipe di quella prima fase, ma suo figlio Salomone, che nel nome regio reca il concetto di «pace» e di «benessere» contenuto nell’ebraico saloni, rafforza e chiarisce ancora tale passaggio.

AYAVIRI: IL TETTO DELLA CORDIGLIERA PERUVIANA

http://www.zenit.org/article-31616?l=italian

AYAVIRI: IL TETTO DELLA CORDIGLIERA PERUVIANA

Intervista a mons. Kay Martín Schmalhausen, vescovo della prelatura Ayaviri

ROMA, domenica, 8 luglio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo l’intervista con monsignor Kay Martín Schmalhausen, S.C.V., vescovo della prelatura di Ayaviri in Perù, realizzata da Johannes Habsburg per il programma Where God Weeps (Dove Dio Piange), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).
***
Il Perù possiede una straordinaria ricchezza naturale, ma anche molta povertà. Come mai?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Il Perù è un Paese di contraddizioni, di enormi contrasti. Un Paese ricco di risorse, di opportunità certamente con una geografia molto complicata perché abbiamo una zona costiera, una catena montuosa e poi una vasta foresta.
…questo complica l’attività agricola o lo sviluppo del territorio? …
Mons. Kay Martín Schmalhausen: … con questo cominciamo già a rispondere alla domanda. Tenendo in considerazione la varietà del clima, delle zone geografiche e climatiche, e delle alture e pianure è difficile che il Paese possa essere produttivo velocemente, subito. Richiede inoltre molti investimenti, oltre che pazienza, per sfruttare le risorse naturali in modo che si possano raggiungere anche i più poveri e bisognosi.
Immagino che un problema persistente sia anche il fenomeno, sfortunatamente molto latinoamericano, della corruzione. Esiste anche in Perù?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Certamente è un problema di lunga data che abbiamo sentito con maggior acutezza negli ultimi 15-20 anni, soprattutto sotto il regime di Fujimori, durante il quale la corruzione ha quasi toccato il fondo.
E’ una situazione che ci riguarda, come riguarda in effetti tutto il continente latinoamericano. Il Perù e i suoi governi devono provare molto di più quello che è la trasparenza politica, economica e istituzionale.
La regione nella quale si trova la prelatura da Lei diretta è estremamente povera, una delle più povere del Perù. Perché c’è questa economia incentrata su un’agricoltura quasi di sussistenza?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Varie ragioni spiegano perché noi viviamo in una situazione di estrema povertà. Direi che il 60 o 70% della popolazione vive in una situazione tra la povertà e l’estrema povertà; il 30% in una situazione leggermente migliore.
Da un lato direi che questa situazione è legata all’altitudine e al clima freddo: viviamo tra i 4.000 e i 5.400 metri sopra il livello del mare. È molto in alto, ci manca l’aria, e poi che cosa cresce a 4.000 o 5.000 metri di altitudine? Praticamente nulla. L’agricoltura è molto povera, limitata, l’allevamento di bestiame è un allevamento di bovini, ovini per la lana e di alpaca, anche per la lana. Ma i prezzi della lana oggi sul mercato nazionale sono molto bassi e questo spiega perché la gente – agricoltori o allevatori – pratica un’economia di sussistenza.
E nelle altre zone?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Nelle zone più basse e nella selva, le vie d’accesso sono praticamente impossibili, facendo sì che, anche se luoghi molto fertili, sia difficilissimo estrarre la produzione ad un costo ragionevole. A dir la verità, nonostante sia una cosa deplorevole – accanto all’attività mineraria che è una inversione che sta cominciando – ciò che si produce di più attualmente è la foglia di coca. Con tutto quello che comporta a livello di complessità e difficoltà per la realtà sociale.
Parliamo un attimo della coca e del narcotraffico. In alcuni Paesi dell’America Latina ha provocato danni tremendi. Com’è la situazione in Perù, sapendo che Lei si trova in una delle regioni del Perù che ne produce di più? Sente la presenza e la violenza del narcotraffico?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Sì senz’altro. Oggigiorno, anche se la questione del terrorismo è in gran parte finita, comincia ad emergere questa nuova alleanza del “narcoterrorismo”, nella quale il narcotraffico produce ed estrae la coca e il terrorismo (le cellule terroristiche rimaste), li proteggono e a loro volta si finanziano con il narcotraffico. Poi viene una serie di problemi sociali: giovani che abbandonano gli studi per andare a raccogliere foglie di coca perché è un metodo rapido e facile per fare soldi, per guadagnare ad esempio più dei loro professori nel collegio; o giovani che abbandonano l’educazione secondaria per dedicarsi all’alcool, alla droga. Tra l’altro lato è anche una questione che corrompe la vita morale della popolazione o delle comunità che vivono vicino alla selva peruviana.
Se dovessimo dare una ragione fondamentale per la quale la gente sceglie di piantare la coca, potremmo dire che è per disperazione, perché non ci sono altre forme per sopravvivere, o perché è denaro facile, comodo e tutto ciò che comporta, quindi potere, benessere, prestigio…
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Penso entrambe. Come ho detto, nella selva si vive giorno per giorno una situazione di povertà, di assenza dello Stato, di mancanza di servizi sanitari decenti, di carenza di un’educazione un minimo decente e ben definita, e c’è inoltre quel tipo di povertà non solo economica ma anche culturale che porta appunto alla ricerca di soluzioni facili. D’altro canto, bisogna tenere a mente che ci potrebbero essere altre opportunità: abbiamo in effetti nella bassa selva uno dei migliori caffè, che ha vinto di recente in premio internazionale in Olanda, il caffè Tunqui, ma…
… è molto meno redditizio…
Mons. Kay Martín Schmalhausen: …certamente, anche se è un commercio bello e prezioso, risulta molto meno redditizio. Sia il caffè che il cacao stanno infatti diminuendo, mentre sta aumentando la piantagione di foglie di coca.
Nella prelatura, il 90% della popolazione è indigena, cioè parla la lingua Quechua. Cosa significa questo per il rapporto con lo Stato e per la pastorale di evangelizzazione?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Per noi come Chiesa rappresenta una sfida a livello di evangelizzazione perché suppone un’evangelizzazione bilingue, anche se bisogna ricordare che il Quechua – non voglio essere pessimista – mi pare destinato a scomparire: le nuove generazioni, i giovani, per il desiderio di inserirsi nel mondo abbandonano la lingua di famiglia…
… preferiscono lo spagnolo…
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Sì, preferiscono parlare lo spagnolo perché apre nuove possibilità nel mondo. Ma, in ogni caso, noi affrontiamo una grande sfida. Di recente abbiamo fatto una revisione del nostro libro di canti bilingue, che è il primo documento in due lingue, e dopo sistemeremo i manuali di preparazione ai sacramenti: prima comunione, cresima, matrimonio anche bilingue. Mi pare che sia questa una sfida molto bella, perché i nostri catechisti, soprattutto quelli che vivono nelle zone più remote e che parlano il Quechua, avranno uno strumento concreto di aiuto per l’evangelizzazione.
Il suo motto episcopale è: “La mia vita è Gesù”. Chi è Gesù per Lei? Poiché per decidere di seguire questa chiamata, bisogna avere una relazione molto concreta con il Signore. Chi è quindi Gesù Cristo? Chi è per Lei che lo vuole comunicare agli altri?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: E’ il mio Signore, il mio amico, la mia gioia, la mia allegria, la mia roccaforte… Ciò che voglio dire è che senza il Signore non so cosa ne sarebbe stato della mia vita. Così ho scelto questo motto perché in fondo esprime ciò che è proprio di tutti noi cristiani e della nostra fede cattolica: che Gesù è il centro della nostra vita. Per me la vita è Cristo, e tutto il resto, senza di Lui, è una perdita.
Qual è il desiderio del cuore di Cristo per la prelatura di Ayaviri e come possiamo, noi come Chiesa, realizzare questi desideri e sostenere la sua missione?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: I desideri del Signore per la prelatura sono quelli del Signore per tutta la Chiesa. Non credo che siano molto distinti, forse il Signore ha nel suo cuore alcune cose particolari, ma penso che voglia una Chiesa giovane, piena di gioia, di vocazioni, una Chiesa prosperosa, non nel senso economico – questo forse arriverà anche col tempo e io lo spero perché viviamo davvero una situazione molto dura – ma spiritualmente. Cioè che questa Chiesa così profondamente religiosa, ma alle volte anche così povera o senza alcuna formazione, possa arrivare a conoscere Gesù, ad amarLo e seguirLo.
E come possiamo aiutarla a realizzare questi desideri?
Mons. Kay Martín Schmalhausen: Potete aiutarci, in primo luogo, con borse di studio per il seminario. Abbiamo adesso 10 giovani che stanno studiando filosofia e teologia e certamente sarebbe un grande aiuto per noi che siamo, come ho detto, una prelatura in banca rotta, perché davvero non abbiamo introiti e viviamo delle azioni di carità altrui. Inoltre abbiamo aperto alcuni anni fa il primo collegio parrocchiale e ho l’intenzione di aprire, nel futuro, almeno altri due collegi, per offrire un’educazione veramente cattolica e anche per impartire una buona educazione in un luogo dove l’educazione è molto deprezzata.
Un terzo aiuto sarebbe appoggiarci nelle forme di carità che dobbiamo sostenere, come le medicine. Alle volte abbiamo casi di persone malate, handicappate, che la gente umile nasconde in casa per vergogna, per timore, per paura e noi cerchiamo attraverso la nostra Caritas di mandarli a Arequipa o a Cusco per essere operata o assistita o ricevere delle fisioterapie, etc. Infine, un altro mezzo indispensabile è la preghiera: abbiamo bisogno che si preghi per la missione, che coloro che non vivono nella missione, ma in luoghi dove la Chiesa ha una certa stabilità e sicurezza, preghino per chi invece ha bisogno di preghiere, affinché Dio li ascolti e ci dia aiuto.
———
Questa intervista è stata condotta da Johannes Habsburg per Where God Weeps, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network, in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Per maggiori informazioni:
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
Aiuto alla Chiesa che soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it
Where God Wheeps: www.wheregodweeps.org

San Paolo con Aquila e Priscilla

 San Paolo con Aquila e Priscilla dans immagini sacre 04-san-paolo-con-aquila-e-priscilla

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Publié dans:immagini sacre |on 7 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Gli Atti degli Apostoli ed i fatti che riguardano Aquila e Priscilla (di don Andrea Lonardo)

http://www.gliscritti.it/approf/2007/conferenze/sprisca/sprisca.htm#mozTocId143398

Gli Atti degli Apostoli ed i fatti che riguardano Aquila e Priscilla, Paolo e Luca e la città di Roma, di don Andrea Lonardo

(stralcio per Aquila e Priscilla)

Iniziamo questi nostri itinerari di conoscenza della storia della Chiesa di Roma con una premessa. Nei nostri appuntamenti visiteremo diversi luoghi senza preoccuparci troppo se sono con certezza quelli nei quali si sono verificati i fatti che racconteremo
Ho imparato nei pellegrinaggi in Israele che è molto più importante dell’esattezza millimetrica la consapevolezza che, comunque, quegli eventi sono accaduti in quell’area anche se più allargata, se non esattamente lì dove c’è una chiesa che li ricorda, almeno vicino ad essa. Ho molto apprezzato, nel tempo, alcune guide che ci portavano su di una altura, dove si dominava il panorama, e spiegavano poi che in quell’ambiente naturale, in quel villaggio, in quel paesaggio che potevamo abbracciare con lo sguardo quel fatto era avvenuto.
Vogliamo così oggi innanzitutto renderci conto che sicuramente sono passati di qui, più o meno dove è ora la parrocchia di Santa Prisca, Aquila e Priscilla, questa coppia di sposi di cui si parla negli Atti e nelle lettere di Paolo, e poi lo stesso san Paolo accompagnato da san Luca.
Molti nostri concittadini non sanno nemmeno che san Luca, che è l’autore del terzo vangelo ma anche degli Atti degli Apostoli, è stato a Roma. Gli Atti degli Apostoli hanno delle pericopi, le cosiddette “sezioni-noi”, nelle quali Luca, dopo aver raccontato alla terza persona singolare ciò che hanno fatto Paolo o Pietro, cambia il soggetto del racconto e dice: “Noi partimmo per Filippi…” e in seguito: “Noi arrivammo a Roma”. Nelle “sezioni-noi” (At 16ss; 20,6ss; 27,1ss) utilizza la prima persona plurale, il “noi” appunto, per indicarci che era presente proprio lui con Paolo. Quindi Luca è stato sicuramente a Roma ed è stato la persona più fedele a Paolo.
Questo è confermato anche dall’attestazione delle lettere paoline. In due luoghi si ricorda che Luca è vicino a Paolo, nei suoi viaggi missionari:
Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori (Filemone 1,23-24).
Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema (Col 4,14)[1].
Ma, in un testo della seconda lettera a Timoteo, che è affidabile storicamente anche se le lettere fossero della scuola paolina, si dice espressamente della presenza di Luca con Paolo a Roma, come dell’unico che gli è rimasto accanto:
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me (2Tm 4,9-11).
Abbiamo così la certezza che l’autore del terzo vangelo, che era anche lui un predicatore del vangelo prima di esserne scrittore, seguiva Paolo ed annunziava con lui il Cristo. E quando Paolo si trovò in difficoltà qui nella capitale Luca, come abbiamo ascoltato, si fermò anch’egli a Roma per prestargli aiuto.
La casa di questa coppia cristiana Aquila e Priscilla, come ci è già stato spiegato, poteva essere proprio in questo luogo, sotto l’attuale chiesa di Santa Prisca o anche essere qui vicino. Ma era, comunque, da qualche parte in Roma. È interessante rendersi conto che comunque non distante da qui sono certamente passati anche san Paolo e san Luca e chissà quante volte noi mettiamo i piedi, in qualche zona di Roma, dove, senza che lo sappiamo, duemila anni fa li hanno posti anche l’apostolo ed il suo compagno di annuncio.
Perché Paolo e Luca debbono essere passati qui vicino all’Aventino? Non solo perché se questa era la casa di Aquila e Priscilla sicuramente qui saranno stati ospitati ed avranno vissuto riunioni e liturgie, ma anche perché qui vicino passano le due vie di percorrenza, una marina e l’altra terrestre, dalle quali si arrivava a Roma provenendo dal sud e dall’oriente.
Quando più tardi arriveremo al Giardino degli aranci, da lì vedremo il Tevere. Lo vedremo precisamente nel punto dove c’era l’antico porto fluviale romano. Le persone che arrivavano via mare dal Mediterraneo attraccavano al porto di Ostia Antica e poi navigando lungo il fiume sbarcavano qui vicino nell’antico porto. Da qui proviene l’origine dei nomi di questi luoghi: via Marmorata perché è lì che si scaricava il marmo, Testaccio che viene dal latino testae, cocci, una collinetta cioè formata dai resti delle anfore usate per trasportare le merci, foro Boario, cioè il mercato del bestiame, foro Olitorio, cioè il mercato della frutta e verdura, arco degli Argentari, cioè dei cambiavalute. Noi dall’alto vedremo così questo luogo nel quale potrebbero essere sbarcati i primi cristiani che hanno evangelizzato poi la città. Forse da lì sono partiti in esilio o sono giunti Aquila e Priscilla, forse lì è sbarcato anche san Pietro.
L’altra via per giungere a Roma dal sud, via questa volta terrestre, è la via Appia che giunge a Roma oggi attraverso Porta San Sebastiano. Ai tempi di Paolo e Luca, quando ancora questa porta non esisteva, si entrava attraverso Porta Capena, che era vicina al Circo Massimo. Quindi questa porta era proprio qui sotto, non lontano dall’Aventino. Quasi sicuramente per questa via sono giunti a Roma Paolo e Luca, poiché sappiamo dagli Atti degli Apostoli che hanno percorso la via Appia, dopo essere sbarcati a Pozzuoli, probabilmente fino all’ingresso della capitale.
In questi nostri incontri cercheremo anche di situare cronologicamente i fatti, per renderci conto della solidità degli elementi storici in nostro possesso. Sappiamo che c’erano diverse comunità ebraiche in Roma, con diverse sinagoghe, a seconda della provenienza degli ebrei della capitale. I cristiani che giungevano qui, nei primi decenni quando ancora non si era rotto il legame che univa le due realtà, si presentavano sempre nelle sinagoghe per esserne ospitati. A Trastevere, proprio dinanzi a noi, ne sorgevano alcune, ma la presenza era ramificata in vari quartieri.
Il culto di Mitra invece, nella forma che si diffuse attraverso i soldati dell’esercito romano che vi aderirono, è chiaramente successivo al cristianesimo e ne possediamo attestazione a partire dal II secolo d.C. Il mitreo sottostante a questa chiesa viene datato circa alla fine del II secolo/inizi del III secolo d.C.
Cerchiamo di precisare meglio, allora, le coordinate storiche del cristianesimo in relazione agli eventi dell’impero romano. Come sapete benissimo, Gesù nasce sotto l’imperatore Augusto. Luca ci tiene a situare la nascita di Gesù in riferimento ad Augusto, quando racconta del censimento (Lc 2,1). È una esigenza dell’incarnazione che gli eventi avvengano in un determinato tempo, ma forse l’evangelista voleva mettere anche in rilievo che la salvezza non veniva dal potere imperiale, poiché Gesù è il vero Salvatore. Lo stesso termine vangelo era, infatti, usato dagli imperatori per annunciare le notizie, le leggi da loro date. Erano le notizie di bene che portavano l’ordine nel mondo. Il libro Gesù di Nazaret del papa si sofferma su questo punto. Augusto si faceva chiamare il principe della pace, colui che aveva portato la pace. Ricorderete l’Ara pacis, l’altare che rappresenta questa pretesa, eretto nel 9 a.C. ad indicare Augusto come il pacificatore di Roma e del mondo. Con Augusto, scrive Virgilio, inizia l’età dell’oro (« Ecco l’uomo, ecco è questo che spesso ti senti promettere, / l’Augusto Cesare, il figlio di Dio, che aprirà / di nuovo [...] il secolo d’oro »; Eneide, VI 791-793).
Subito prima di Augusto dobbiamo collegare a Roma anche la figura di Erode il Grande. Erode è stato a Roma, per ottenere nell’anno 40 a.C. il regno dal Senato romano, poiché la Giudea era già nell’orbita di influenza romana.
Come Erode il grande anche Erode Antipa venne poi a Roma, al momento della successione del regno. Fu proprio Augusto, nel 4 a.C., a decidere la divisione del regno di Erode il grande appena morto fra Archelao, Erode Antipa e Filippo. Flavio Giuseppe ci racconta che Augusto li convocò al Palatino, dinanzi al tempio di Apollo, all’interno della domus augustana. Da quel momento la Giudea con Gerusalemme, insieme a Cesarea Marittima, furono governate da un prefetto romano (detto poi procuratore). È la divisione della terra santa in quattro parti, che è quella che conobbe Gesù, motivo per il quale egli al momento di essere processato fu condotto anche da Erode Antipa, perché era cittadino della sua parte di regno.
Ad Augusto successe Tiberio, come potete vedere nei fogli che vi sono stati distribuiti. Sotto di lui fu praefectus della Giudea il famoso Ponzio Pilato, il non credente che è citato dal nostro Credo, ad indicare la storicità della fede cristiana. Più volte Pilato sarà salito al Palatino o si sarà recato al Tempio di Marte ultore nei Fori, innanzitutto per prendere le consegne al momento della sua designazione e poi chissà quante volte per riferire a Tiberio sugli avvenimenti della Giudea.
Sotto Tiberio, il secondo imperatore, noi abbiamo sicuramente la predicazione di Giovanni Battista e la vita pubblica, la morte e la resurrezione di Gesù. Tiberio è esplicitamente citato in Lc 3,1-2, dove si dice, in riferimento al Battista ed all’inizio della predicazione pubblica di Gesù:
Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetracra dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni [...] nel deserto.
Vedete la divisione in quattro parti della terra santa, che fu decisa da Augusto qui a Roma sul Palatino, ricordata anche nel vangelo.
Anche la conversione di Paolo avviene sotto Tiberio, probabilmente intorno all’anno 36 d.C. Possiamo indicare questa data con relativa sicurezza a motivo di un dato cronologico che viene riferito dagli Atti. Essi, infatti, raccontano che a Damasco Paolo, poco dopo la conversione, fuggì per salvarsi da un complotto mirante ad ucciderlo facendosi calare dalle mura con una cesta:
Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta (At 9,23-25).
La stessa circostanza viene raccontata da Paolo in 2Cor 11,32-33 e qui viene aggiunto anche chi fu colui che voleva farlo catturare:
A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani.
Areta era il re di Petra, quella città caratterizzata dalle magnifiche costruzioni in pietra scavate nella roccia, attualmente in Giordania. La sua morte è da collocarsi nel 39/40 d.C., per cui la conversione di san Paolo è sicuramente avvenuta prima di quella data, probabilmente intorno al 36 d.C., come dicevamo, quindi ancora sotto Tiberio. La fuga da Damasco avviene, quindi, probabilmente ancora sotto Tiberio o già sotto Caligola, poiché Tiberio muore nel 37 d.C.
Dopo Tiberio abbiamo quindi l’imperatore Caligola, un personaggio terribile. Sotto di lui Filone di Alessandria verrà ad implorare senza successo l’incolumità per gli ebrei di Alessandria d’Egitto, ma non possiamo ora entrare nei dettagli del suo regno.
Dopo Caligola diviene imperatore Claudio, che è importantissimo nella storia di Aquila e Priscilla. Un famoso testo di Svetonio ci informa che:
I giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di (un certo) Cresto, egli (= Claudio) li scacciò da Roma (Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantis Roma expulit) (Claudius 25).
Questo testo di Svetonio si riferisce ad eventi accaduti nel 49 d.C. Io sono convinto che sia giusta la tesi dei massimi studiosi di Svetonio, i quali dicono che questo Cresto è Cristo. Per il fenomeno dello iotacismo le vocali e ed i si trasformano l’una nell’altra, nell’evoluzione delle lingue (ad esempio in greco moderno amen si pronuncia amin). Svetonio probabilmente, non conoscendo bene la storia del cristianesimo primitivo, aveva trovato il nome di Cresto nelle fonti e aveva pensato che un agitatore che così si chiamava avesse messo in subbuglio gli ebrei di Roma.
Era, invece, la memoria di Cristo, cioè la predicazione dei cristiani nelle sinagoghe romane, che aveva destato tale scalpore e suscitato tale agitazione da attirare l’attenzione dell’imperatore Claudio. Egli era allora intervenuto cacciando in blocco gli ebrei (cioè gli ebrei rimasti fedeli alla Legge e quelli divenuti cristiani) da Roma. Questo vuol dire che solo 20 anni dopo la morte e la resurrezione di Gesù l’annuncio del vangelo era così dirompente in Roma da provocare discussioni e liti nelle sinagoghe romane.
Siamo in presenza, con questo evento, della prima notizia sul cristianesimo a Roma. Non sappiamo così chi abbia portato la fede cristiana a Roma; possiamo ipotizzare che non siano stati missionari venuti espressamente, come avverrà poi per Paolo, ma che la fede sia stata portata da mercanti o uomini d’affari o ancora personale dell’amministrazione, divenuti cristiani. Probabilmente ebrei divenuti cristiani, dato che l’annunzio destava scalpore, sotto Claudio, proprio nelle sinagoghe romane. È per i canali semplicissimi della vita ordinaria che la fede si diffonde.
Dunque: nel 49 d.C. la fede cristiana a Roma è già presente in maniera da far notizia. Vuol dire che sarà stata portata a Roma negli anni precedenti, per avere il tempo di diffondersi, tramite la conversione di cittadini della capitale.
A questa notizia di Svetonio deve essere collegata una notizia degli Atti, che ci raccontano come Aquila e Priscilla, questa famiglia cristiana di Roma che Paolo incontra a Corinto per esserne poi ospitato, proveniva proprio da Roma, essendo stata espulsa a motivo dell’editto di Claudio.
At 18, 1-2 dice infatti:
Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i giudei.
È per questo che oggi siamo qui a Santa Prisca. Vogliamo immaginare qui Aquila e Priscilla, marito e moglie, i primi due cristiani abitanti a Roma dei quali ci sia conservato il nome. Ma essi non erano soli, se la notizia di Cristo/Cresto generava tanta agitazione. Un particolare della loro vita, così come è raccontata dagli Atti e dai saluti finali della lettera ai Romani, ci fa conoscere più da vicino questa coppia. Aquila e Priscilla aprivano la loro casa per ospitare la comunità cristiana per le riunioni e, quindi, per la liturgia.
Sappiamo così che le persone divenute cristiane che avevano abitazioni spaziose le mettevano a disposizione per far incontrare insieme i cristiani –è in nuce l’istituzione delle domus ecclesiae! Gli Atti ci dicono che Aquila e Priscilla, che Paolo incontra a Corinto, facevano questo: la casa dei due coniugi a Corinto era luogo di ospitalità, di annuncio e di catechesi. A Corinto, appunto, ospitarono Paolo in casa loro. I due si trovavano a Corinto proprio perché Claudio li aveva mandati via da Roma.
La lettera ai Romani ci dice che questo continuò anche quando Aquila e Priscilla rientrarono a Roma (se la finale di Rm è indirizzata a Roma e non è, invece, un biglietto autonomo):
Salutate Aquila e Priscilla, [...] salutate tutta la comunità che si riunisce nella loro casa (Rm 16, 3-5).
Sotto Claudio avvengono il primo e il secondo viaggio di Paolo. A tale riguardo, per fissare un’altra data certa del Nuovo Testamento, gli Atti raccontano che Paolo viene condotto in tribunale davanti a Gallione, il fratello del famoso filosofo Seneca.
Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge» (At 18,12-13).
Noi sappiamo da un’iscrizione dell’imperatore Claudio trovata a Delfi che Gallione è stato proconsole dell’Acaia tra il 50 e il 52. È allora in questo breve arco di tempo, possiamo dirlo con precisione, che Paolo è stato a Corinto e proprio lì, in quei mesi ha incontrato Aquila e Priscilla che si erano appena allontanati da Roma nel 49 d.C.
Dopo la morte di Claudio diventerà imperatore Nerone, con il quale si chiuderà la dinastia giulio-claudia, a motivo dell’odio che egli si attirerà. Sotto di lui, nel 64, ci sarà la prima grande persecuzione dei cristiani per mano romana, nella quale moriranno i primi martiri della città, i santi Protomartiri romani, con Pietro e, probabilmente, anche Paolo.

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO, SANTI |on 7 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Ezechiel the prophet

Ezechiel the prophet dans immagini sacre 19%20COLRD%20B%20VALLEY%20OF%20BONES

http://www.artbible.net/1T/Eze0101_Ezechiel/pages/19%20COLRD%20B%20VALLEY%20OF%20BONES.htm

Publié dans:immagini sacre |on 6 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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