Archive pour juillet, 2012

Papa Benedetto: La benedizione divina per il disegno di Dio Padre (Ef 1,3-14)

http://www.vatican.va/latest/sub_index/hf_ben-xvi_aud_20120620_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 20 Giugno 2012

La benedizione divina per il disegno di Dio Padre (Ef 1,3-14)

(già l’ho messa, ma per le letture di questa domenica è un grande insegnamento)

Cari fratelli e sorelle,

la nostra preghiera molto spesso è richiesta di aiuto nelle necessità. Ed è anche normale per l’uomo, perché abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di Dio. Così per noi è normale richiedere da Dio qualcosa, cercare aiuto da Lui; e dobbiamo tenere presente che la preghiera che il Signore ci ha insegnato, il «Padre nostro», è una preghiera di richiesta, e con questa preghiera il Signore ci insegna le priorità della nostra preghiera, pulisce e purifica i nostri desideri e così pulisce e purifica il nostro cuore. Quindi se di per sé è normale che nella preghiera richiediamo qualcosa, non dovrebbe essere esclusivamente così. C’è anche motivo di ringraziamento, e se siamo un po’ attenti vediamo che da Dio riceviamo tante cose buone: è così buono con noi che conviene, è necessario, dire grazie. E deve essere anche preghiera di lode: se il nostro cuore è aperto, vediamo nonostante tutti i problemi anche la bellezza della sua creazione, la bontà che si mostra nella sua creazione. Quindi, dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa.
Nelle sue Lettere, san Paolo non solo parla della preghiera, ma riporta preghiere certamente anche di richiesta, ma anche preghiere di lode e di benedizione per quanto Dio ha operato e continua a realizzare nella storia dell’umanità.
E oggi vorrei soffermarmi sul primo capitolo della Lettera agli Efesini, che inizia proprio con una preghiera, che è un inno di benedizione, un’espressione di ringraziamento, di gioia. San Paolo benedice Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché in Lui ci ha fatto «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9). Realmente c’è motivo di ringraziare se Dio ci fa conoscere quanto è nascosto: la sua volontà con noi, per noi; «il mistero della sua volontà». «Mysterion», «Mistero»: un termine che ritorna spesso nella Sacra Scrittura e nella Liturgia. Non vorrei adesso entrare nella filologia, ma nel linguaggio comune indica quanto non si può conoscere, una realtà che non possiamo afferrare con la nostra propria intelligenza. L’inno che apre la Lettera agli Efesini ci conduce per mano verso un significato più profondo di questo termine e della realtà che ci indica. Per i credenti «mistero» non è tanto l’ignoto, ma piuttosto la volontà misericordiosa di Dio, il suo disegno di amore che in Gesù Cristo si è rivelato pienamente e ci offre la possibilità di «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3,18-19). Il «mistero ignoto» di Dio è rivelato ed è che Dio ci ama, e ci ama dall’inizio, dall’eternità.
Soffermiamoci quindi un po’ su questa solenne e profonda preghiera. «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). San Paolo usa il verbo «euloghein», che generalmente traduce il termine ebraico «barak»: è il lodare, glorificare, ringraziare Dio Padre come la sorgente dei beni della salvezza, come Colui che «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo».
L’Apostolo ringrazia e loda, ma riflette anche sui motivi che spingono l’uomo a questa lode, a questo ringraziamento, presentando gli elementi fondamentali del piano divino e le sue tappe. Anzitutto dobbiamo benedire Dio Padre perché – così scrive san Paolo – Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (v. 4). Ciò che ci fa santi e immacolati è la carità. Dio ci ha chiamati all’esistenza, alla santità. E questa scelta precede persino la creazione del mondo. Da sempre siamo nel suo disegno, nel suo pensiero. Con il profeta Geremia possiamo affermare anche noi che prima di formarci nel grembo della nostra madre Lui ci ha già conosciuti (cfr Ger 1,5); e conoscendoci ci ha amati. La vocazione alla santità, cioè alla comunione con Dio appartiene al disegno eterno di questo Dio, un disegno che si estende nella storia e comprende tutti gli uomini e le donne del mondo, perché è una chiamata universale. Dio non esclude nessuno, il suo progetto è solo di amore. San Giovanni Crisostomo afferma: «Dio stesso ci ha resi santi, ma noi siamo chiamati a rimanere santi. Santo è colui che vive nella fede» (Omelie sulla Lettera agli Efesini, 1,1,4).
San Paolo continua: Dio ci ha predestinati, ci ha eletti ad essere «figli adottivi, mediante Gesù Cristo», ad essere incorporati nel suo Figlio Unigenito. L’Apostolo sottolinea la gratuità di questo meraviglioso disegno di Dio sull’umanità. Dio ci sceglie non perché siamo buoni noi, ma perché è buono Lui. E l’antichità aveva sulla bontà una parola: bonum est diffusivum sui; il bene si comunica, fa parte dell’essenza del bene che si comunichi, si estenda. E così poiché Dio è la bontà, è comunicazione di bontà, vuole comunicare; Egli crea perché vuole comunicare la sua bontà a noi e farci buoni e santi.
Al centro della preghiera di benedizione, l’Apostolo illustra il modo in cui si realizza il piano di salvezza del Padre in Cristo, nel suo Figlio amato. Scrive: «mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Il sacrificio della croce di Cristo è l’evento unico e irripetibile con cui il Padre ha mostrato in modo luminoso il suo amore per noi, non soltanto a parole, ma in modo concreto. Dio è così concreto e il suo amore è così concreto che entra nella storia, si fa uomo per sentire che cosa è, come è vivere in questo mondo creato, e accetta il cammino di sofferenza della passione, subendo anche la morte. Così concreto è l’amore di Dio, che partecipa non solo al nostro essere, ma al nostro soffrire e morire. Il Sacrificio della croce fa sì che noi diventiamo «proprietà di Dio», perché il sangue di Cristo ci ha riscattati dalla colpa, ci lava dal male, ci sottrae alla schiavitù del peccato e della morte. San Paolo invita a considerare quanto è profondo l’amore di Dio che trasforma la storia, che ha trasformato la sua stessa vita da persecutore dei cristiani ad Apostolo instancabile del Vangelo. Riecheggiano ancora una volta le parole rassicuranti della Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?… Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-32.38-39). Questa certezza – Dio è per noi, e nessuna creatura può separarci da Lui, perché il suo amore è più forte – dobbiamo inserirla nel nostro essere, nella nostra coscienza di cristiani.
Infine, la benedizione divina si chiude con l’accenno allo Spirito Santo che è stato effuso nei nostri cuori; il Paraclito che abbiamo ricevuto come sigillo promesso: «Egli – dice Paolo – è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14). La redenzione non è ancora conclusa – lo sentiamo -, ma avrà il suo pieno compimento quando coloro che Dio si è acquistato saranno totalmente salvati. Noi siamo ancora nel cammino della redenzione, la cui realtà essenziale è data con la morte e la resurrezione di Gesù. Siamo in cammino verso la redenzione definitiva, verso la piena liberazione dei figli di Dio. E lo Spirito Santo è la certezza che Dio porterà a compimento il suo disegno di salvezza, quando ricondurrà «al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10). San Giovanni Crisostomo commenta su questo punto: «Dio ci ha eletti per la fede ed ha impresso in noi il sigillo per l’eredità della gloria futura» (Omelie sulla Lettera agli Efesini 2,11-14). Dobbiamo accettare che il cammino della redenzione è anche un cammino nostro, perché Dio vuole creature libere, che dicano liberamente sì; ma è soprattutto e prima un cammino Suo. Siamo nelle Sue mani e adesso è nostra libertà andare sulla strada aperta da Lui. Andiamo su questa strada della redenzione, insieme con Cristo e sentiamo che la redenzione si realizza.
La visione che ci presenta san Paolo in questa grande preghiera di benedizione ci ha condotto a contemplare l’azione delle tre Persone della Santissima Trinità: il Padre, che ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha pensato e creato; il Figlio che ci ha redenti mediante il suo sangue e lo Spirito Santo caparra della nostra redenzione e della gloria futura. Nella preghiera costante, nel rapporto quotidiano con Dio, impariamo anche noi, come san Paolo, a scorgere in modo sempre più chiaro i segni di questo disegno e di questa azione: nella bellezza del Creatore che emerge dalle sue creature (cfr Ef 3,9), come canta san Francesco d’Assisi: «Laudato sie mi’ Signore, cum tutte le Tue creature» (FF 263). Importante è essere attenti proprio adesso, anche nel periodo delle vacanze, alla bellezza della creazione e vedere trasparire in questa bellezza il volto di Dio. Nella loro vita i Santi mostrano in modo luminoso che cosa può fare la potenza di Dio nella debolezza dell’uomo. E può farlo anche con noi. In tutta la storia della salvezza, in cui Dio si è fatto vicino a noi e attende con pazienza i nostri tempi, comprende le nostre infedeltà, incoraggia il nostro impegno e ci guida.
Nella preghiera impariamo a vedere i segni di questo disegno misericordioso nel cammino della Chiesa. Così cresciamo nell’amore di Dio, aprendo la porta affinché la Santissima Trinità venga ad abitare in noi, illumini, riscaldi, guidi la nostra esistenza. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23), dice Gesù promettendo ai discepoli il dono dello Spirito Santo, che insegnerà ogni cosa. Sant’Ireneo ha detto una volta che nell’Incarnazione lo Spirito Santo si è abituato a essere nell’uomo. Nella preghiera dobbiamo noi abituarci a essere con Dio. Questo è molto importante, che impariamo a essere con Dio, e così vediamo come è bello essere con Lui, che è la redenzione.
Cari amici, quando la preghiera alimenta la nostra vita spirituale noi diventiamo capaci di conservare quello che san Paolo chiama «il mistero della fede» in una coscienza pura (cfr 1 Tm 3,9). La preghiera come modo dell’«abituarsi» all’essere insieme con Dio, genera uomini e donne animati non dall’egoismo, dal desiderio di possedere, dalla sete di potere, ma dalla gratuità, dal desiderio di amare, dalla sete di servire, animati cioè da Dio; e solo così si può portare luce nel buio del mondo.
Vorrei concludere questa Catechesi con l’epilogo della Lettera ai Romani. Con san Paolo, anche noi rendiamo gloria a Dio perché ci ha detto tutto di sé in Gesù Cristo e ci ha donato il Consolatore, lo Spirito di verità. Scrive san Paolo alla fine della della Lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti, perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (16,25-27). Grazie.

Omelia (15-07-2012) : L’iniziativa è di Dio

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25930.html

Omelia (15-07-2012)

don Alberto Brignoli

L’iniziativa è di Dio

Credo che nessun credente, a qualunque religione appartenga, nel momento in cui mette a disposizione la propria vita per l’annuncio di un messaggio di testimonianza lo faccia per ambizione, per la ricerca del successo, di gloria o di fama personale. Sono anzi abbastanza certo, anche sulla scorta dell’esperienza personale, che se sapesse in anticipo che cosa lo attende, quando mette a disposizione la propria vita per un annuncio di speranza, di certo ci penserebbe non una volta sola, prima di dire « sì ». Essere testimoni di qualcosa di importante non è facile, occorre innanzitutto esserne convinti.
Ma essere annunciatori del messaggio di speranza che viene dalla Parola di Dio è veramente un compito arduo, perché non comporta onori, benemerenze, reverenze e riconoscimenti come forse si è tentati di pensare. Il più delle volte comporta contrasti, difficoltà, fatiche, forti incomprensioni: soprattutto quando il messaggio che si porta è di denuncia contro atteggiamenti di ingiustizia e di sopruso nei confronti dei più deboli, quando si entra in contrasto con un modo di intendere la vita che non corrisponde ai disegni di Dio.
Un testimone scomodo: questo è stato, nell’Antico Israele, il profeta Amos. Egli, originario del Regno di Giuda, del Sud, viene mandato da Dio a predicare la sua parola e a denunciare gli atteggiamenti di corruzione nel Regno del Nord, il Regno di Israele. Figuriamoci se viene accolto bene: viene insultato dalla classe dirigente, soprattutto dai sacerdoti del santuario di Betel, che lo vedono come un opportunista, uno che va in cerca di fortune, di potenti protettori a cui può dare una mano nella loro lotta politica contro il potere costituito. E non usano mezzi termini, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Vattene, veggente, nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare ». Qui no: qui non abbiamo bisogno di mercenari della Parola di Dio, abbiamo il nostro santuario, abbiamo il nostro re, il resto ci avanza tutto.
Ma Amos è ben cosciente di non essersi cercato nulla, di non aver creato nulla e soprattutto di non essere andato a mendicare pane da nessuno. Quello che sta facendo non è sua iniziativa. Lui stava bene dov’era: non era assolutamente nato come profeta, non ha avuto una formazione profetica, niente a che vedere nemmeno con le scuole di pensiero dell’epoca. E non può nemmeno vantare una nobile stirpe: era un pastore, un coltivatore di piante del deserto, fondamentalmente un nomade. Ha però risposto ad una chiamata, ha dato retta alla voce di Dio, e ha iniziato a parlare in suo nome. Fosse stato per lui, ne avrebbe fatto volentieri a meno: chi si mette a fare il testimone, il profeta, l’annunciatore di misteri della salvezza e di valori grandi, sapendo bene che tutte queste cose non procurano se non fastidi senza fine?
Eppure, non riesci a dire di no?quando Dio chiama, difficile resistere. E questo vale per tutti: per un pastore di Tekoa come Amos, per un pescatore della Galilea come Pietro, per un esattore delle tasse come Matteo, per un rivoluzionario come Simone lo Zelota, per una donna dai mille amori come Maria Maddalena, per un rabbino integralista come Paolo di Tarso. Tutti quanti chiamati, presi così com’erano, e mandati ad annunciare, ognuno nel proprio ambiente, il messaggio di salvezza. Quale fosse il contenuto di questo messaggio, beh?abbiamo tutta la Bibbia per capirlo e comprenderlo e per cercare di trarne fuori un catechismo, un vademecum, un prontuario all’uso del predicatore.
Rimane, però, un problema, che non dev’essere di scarsa importanza, visto che Gesù vi dedica quasi la metà del discorso riportato dal Vangelo di oggi: ovvero, che questo annuncio non trova grandi adesioni e di solito non riscuote un enorme entusiasmo.
Oggi come allora, al tempo di Gesù come al tempo di Amos o di tutta la storia della salvezza, il messaggio del’uomo di Dio, del testimone della giustizia, del profeta di speranza, non viene accolto con entusiasmo da tutti. Entrare nelle case degli uomini, rimanere a loro fianco, calpestare la polvere delle loro strade, condividere le loro vicende umane è un imperativo categorico, un compito ineludibile di ogni cristiano. Guarire i malati, scacciare i demoni, invitare la gente alla conversione; questo è quello che il Maestro ci chiede di fare, e non ce lo chiede per la nostra bella faccia o per i nostri tanti o pochi meriti. Ce lo chiede perché ce lo chiede, perché è sua volontà. Punto.
Ma ce lo chiede anche con quel sano realismo di chi sa che la Parola di Dio è efficace nella misura in cui incontra un terreno disposto ad accoglierla e a farla crescere. Insistere a voler rimanere in un posto, in una casa, in un villaggio, affinché tutti si convertano e credano al Vangelo non ha senso e non è ciò che il Maestro ci chiede.
Occorre avere un sano distacco dalle cose e dalle situazioni, tale per cui, se la Parola non viene accolta, non ha alcun senso insistere: attaccarsi alle persone per sperare di ottenere un successo personale è come volersi attaccare alla polvere che è sotto i nostri piedi.
La polvere è il nulla, è inconsistente, e da essa ci dobbiamo staccare: preoccupiamoci solo che la gente, un giorno, anche grazie alla nostra testimonianza, attacchi il proprio cuore al cuore di Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Day 1 From chaos to light

Day 1 From chaos to light dans immagini sacre 20%20LALIBERTE%20AU%20COMMENCEMENT%20DIEU%20CREA

http://www.artbible.net/1T/Gen0101_1Chaos_light/pages/20%20LALIBERTE%20AU%20COMMENCEMENT%20DIEU%20CREA.htm

Publié dans:immagini sacre |on 11 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

DAL NULLA? (la creazione)

http://www.fmboschetto.it/religione/Genesi/Genesi_1.htm

Fr.Boschetto

1. Dal nulla?

« I cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia, e lo dimostrano standosene il più lontano possibile ». L’ironica battuta di Paul Claudel è per noi una vera e propria stilettata a sangue freddo, ma costituisce una verità a 24 carati. Se sia peggio così, o riferirsi in continuazione alla Bibbia citandola a volte a sproposito, potrebbe essere un interessante argomento di discussione; ma non è questo lo scopo del presente ipertesto. In esso cercheremo piuttosto di rispondere ad una domanda solo in apparenza scontata: quale fondamento storico e scientifico hanno i racconti biblici, ed in particolare quelli della Genesi, forse i più famosi tra i tanti narrati dal libro dei libri?
Come si sa, la Genesi è il primo dei 73 libri della Bibbia cattolica; il suo originale fu scritto in ebraico, ed essa racconta (in forma più o meno succinta) tutti gli avvenimenti dalla Creazione del mondo fino al momento in cui gli Ebrei, guidati da Giacobbe e da Giuseppe, scendono in Egitto per dimorarvi e, successivamente, per rimanervi schiavi. Apparentemente, quindi, essa ci si presenta come un libro STORICO, perché sembra raccontare una successione cronologica di eventi, distribuiti nell’arco di alcuni millenni. Pensate che i rabbini dei primi secoli dopo Cristo, in base ai loro calcoli eseguiti sulla Bibbia, hanno fissato la creazione del mondo nell’anno 3760 a.C., mentre invece si suppone che la calata in Egitto risalga più o meno al 1600 a.C. Apparentemente ci sono 21 secoli di storia tra la prima e l’ultima pagina della Genesi: si passa attraverso episodi fausti ed infausti, attraverso catastrofi e benedizioni, attraverso sfolgoranti teofanie e castighi terribili inflitti agli uomini dalla Divinità (per citarne solo due, il diluvio e la rovina di Sodoma). Tradizionalmente, l’intera Genesi viene suddivisa nel modo seguente:

capitoli 1-5, storia di Adamo;
capitoli 6-11, storia di Noè;
capitoli 12-26, storia di Abramo e di Isacco;
capitoli 27-36, storia di Giacobbe;
capitoli 37-50, storia di Giuseppe.

Abbiamo così cinque storie successive, simili alle sezioni di un libro di storia, e ciò riflette la tentazione di metterle in ordine cronologico, come se fossero gli episodi di una vicenda che si è snodata nel passato più remoto dell’umanità. Noi, naturalmente, in questa sede intendiamo limitare la nostra analisi ai soli primi 11 capitoli della Genesi, perché un’analisi attenta dell’intero libro risulterebbe eccessivamente lunga; orbene, vedremo insieme che neppure un versetto dei 1498 in cui è suddiviso questo libro si può ritenere davvero « storico », nel senso che oggi noi attribuiamo comunemente a questa parola. So che la cosa potrà suonarvi strana, ma aspettate la fine di questo ipertesto per giudicare se le mie conclusioni siano sensate oppure blasfeme. Dal canto mio io impiegherò tutta la mia buona volontà per non annoiarvi né infastidirvi con ragionamenti contorti, inutili divagazioni o parole astruse o eccessivamente tecniche, ma soprattutto (il che sarebbe peggio) di crearvi dei nuovi dubbi, mentre cerco di dissiparvene degli altri. Mi scuso perciò con voi in anticipo, se doveste digerire poco le mie analisi. Vi prego solo di non restarne scandalizzati: dal mio punto di vista, non ha senso restare arroccati sulle posizioni ideologiche valide secoli fa, quando la scienza e l’esegesi contemporanee le hanno completamente superate. Ricordate che, più che deludervi, io spero di confermarvi nella fede!
Suggerirei di cominciare letteralmente dal principio. Poco sopra, noi abbiamo raccolto in Gen 1-5 la « storia di Adamo », ma la Bibbia comincia con la Creazione, quindi molto prima che comparisse Adamo sulla terra; tant’è vero che la prima parola del testo originale della Genesi, con cui ancora oggi la intitolano gli Israeliti, è « BERESHIT », cioè « in principio ». Tra l’ altro è la stessa parola con cui comincia il Vangelo di Giovanni: « In principio era il Verbo ». Infatti, Giovanni ha voluto dare alla venuta di Gesù il senso di una nuova creazione, e quindi ricomincia logicamente TUTTO DAL PRINCIPIO. In principio significa dunque « quando l’uomo non c’era ancora »!
« Quando cioè non c’era ancora niente », mi farete eco voialtri: « Quando c’era solo il NULLA ». È però assai difficile immaginare il nulla, perché noi siamo abituati a vederci circondati dalle meraviglie del mondo, mentre allora non esisteva nulla di quanto c’è adesso, bello o brutto che sia. E poi, improvvisamente, Dio crea il TUTTO. Al che, subito, sorge una famosa domanda: cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Noi non rispondiamo come quel tale, che ribatté: « creava l’inferno per coloro che si pongono certe domande! » Noi preferiamo rispondere come il grande Sant’Agostino: « Prima di creare il mondo, Dio non faceva assolutamente nulla, perché… non c’era un PRIMA, così come non c’era un DOPO, e neanche un TEMPO. Come tutti sanno, la Creazione portò anche alla nascita dello spazio e del tempo (Einstein direbbe dello « spazio-tempo »), che prima non c’erano!
Se ci addentriamo nel testo biblico, però, scopriamo che quella descritta in Gen 1 non è una vera « creazione dal nulla »; è piuttosto un ordinamento. Infatti si comincia col dire: « IN PRINCIPIO DIO CREO’ I CIELI E LA TERRA », però subito dopo il testo continua: « ma la terra era TOHU WABOHU », cioè INFORME E VUOTA; o, almeno, così intendono le traduzioni moderne. Purtroppo non si sa cosa volesse intendere esattamente l’autore con queste parole; comunque, esse comunicano un senso di CAOS, di DISORDINE. « Le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. » Quindi c’era già qualcosa; però esso era disordinato.
Allora, la creazione si configura non tanto come un tirar fuori dal nulla ciò che prima non c’era, e che improvvisamente viene ad esistere. La creazione diventa una vittoria contro il caos primordiale. E questo ci porta subito ad un confronto con le tradizioni di tutti gli altri popoli circostanti la terra di Canaan, in particolare con quelli della Mesopotamia, perché questo racconto fu scritto verso il VI sec. a.C., quando gli Ebrei erano prima esuli in Babilonia, poi parte dell’immenso impero persiano, erede della grande tradizione mesopotamica. Ora, proprio nella tradizione mesopotamica – che è antichissima: pensate che affonda le sue radici più di cinquanta secoli fa – esistevano molti racconti dedicati alla « creazione », e tutti appaiono come VITTORIE SUL CAOS. Particolarmente interessante è quella descritta nel poema babilonese detto « ENUMA ELISH », cioè « QUANDO IN ALTO », che sono le prime parole del suo testo: « Quando in alto non aveva nome il cielo, quando in basso non aveva nome la terra… » In esso si racconta come un eroe di sangue divino, Marduk, che poi è il dio fondatore della città di Babilonia (come Romolo-Quirino lo è di Roma), abbatte Tiamat, il drago del caos, e lo separa in due come un’ostrica. Con una metà crea il cielo, e in esso gli astri, e con l’altra metà crea la terra, e in essa gli esseri viventi. Non ditemi che tutta questa operazione non vi ricorda da vicino la separazione delle acque inferiori dalle acque superiori nel secondo giorno della creazione! E il parallelo non si ferma qui: anche altri racconti di questo genere, come la Genesi di Eridu, il poema di Gilgamesh o il poema assiro Atrahasis, tendono a mostrare la creazione come una vittoria di Dio su forze malvagie, centrifughe, che tendono a riportare l’universo al piatto nulla che era un tempo, e che era sempre stato.
Risulta così evidente che il racconto della Genesi sulla creazione risente dell’influsso dei racconti paralleli tramandati dai popoli circonvicini, molto più antichi di Israele. Ci viene dunque spontaneo credere: ma allora… la Bibbia ha copiato? In pratica, è così: anche noi oggi, infatti, « copiamo » dai nostri predecessori. Anche Dante ha « copiato » molti spunti da Virgilio (basti pensare a Pier delle Vigne incastonato nell’albero, che ci ricorda Polidoro nel canto III dell’Eneide!) Un filosofo del Medioevo diceva che noi siamo « nani sulle spalle di giganti »; cioè, noi NON siamo più grandi di coloro che ci hanno preceduti, però vediamo PIU’ LONTANO di loro, perché siamo poggiati sulle loro spalle, cioè sfruttiamo tutta la loro altezza, vale a dire la loro esperienza. Israele si è semplicemente innestato su di una tradizione feconda, che esisteva già. Gli antichi Ebrei avevano l’esigenza di rispondere ad alcune domande: perché il cosmo esiste? Perché non c’è il nulla, o il caos? Perché l’universo è così ordinato? Ed è per rispondere a tali domande, in analogia a quanto facevano tutti gli altri popoli antichi, che nasce il racconto di Genesi 1, strutturato in sette giorni (in greco, l’ »EPTAMERONE »). Giorno dopo giorno, Dio abbatte una parte del caos e lo sostituisce con una parte di COSMOS, cioè di ORDINE.
Il primo giorno, Dio annienta il BUIO, che forse è il simbolo maggiore del caos: chi di noi non ha paura dell’oscurità, perché teme chissà che cosa può celarsi nel buio più fitto? Dio allora lo sostituisce subito con la LUCE. Nel secondo giorno, Dio pone fine all’invasione delle acque, separandole in « superiori » ed « inferiori », e facendo comparire uno SPAZIO VUOTO in mezzo, dove realizzare la creazione. Nel terzo giorno, invece, Dio pone fine all’oceano infinito primordiale (quello che poi il diluvio riporterà in vita temporaneamente), facendo sorgere le TERRE su cui poi innestare la vita, quasi come un basamento su cui poggiare la meravigliosa scultura del mondo. Non dimenticate che Tiamat, la dea del caos sconfitta da Marduk nel mito babilonese, rappresentava proprio la grande distesa delle acque salate!
Il quarto giorno compare la vita, rappresentata dalle PIANTE, e così Dio sconfigge il morto caos della non-vita. Il quinto giorno compare il succedersi del TEMPO, dei giorni, dei mesi, delle stagioni, segnato dal moto degli ASTRI. Il sesto giorno, poi, questa vita comincia ad animarsi con il brulicare della vita animale; e, naturalmente, al vertice della piramide biologica compare l’UOMO che, con la sua intelligenza, è destinato a dominare sul resto del creato.
È un caso a parte, invece, il settimo giorno, che poi corrisponde allo SHABBAT, il Sabato ebraico, perché questo giorno è destinato al riposo. Dio si riposa il settimo giorno, e quindi anche tutti gli uomini pii devono riposarsi il settimo giorno della settimana. Questo è un esempio tipico di « RACCONTO EZIOLOGICO », dal greco « aitia », cioè « cause »; esso cerca di spiegare le CAUSE delle cose così come sono oggi. Per esempio, perché esiste, nello stretto che separa la Gran Bretagna dall’Irlanda, una grande colata di lava che somiglia tanto ad un ciclopico selciato? È semplice: perché in passato due giganti, uno su un’ isola e uno sull’altra, hanno cominciato a costruire questo selciato per incontrarsi a metà strada e gareggiare tra di loro, e così è nato quello che fu denominato « selciato dei giganti »! Quando l’uomo non riesce a spiegarsi un qualcosa, talora costruisce un cosiddetto « racconto eziologico ». Così, l’origine del Sabato in Gen 2,3 viene riportata indietro addirittura fino al momento della Creazione! In questo modo, infatti, esso viene rappresentato come una delle istituzioni più sante, poiché attribuita direttamente al Padreterno. Sarà bene che teniate presente quest’abitudine di riportare le cose importanti all’origine dei tempi, poiché è una caratteristica di tutta quanta la Genesi.
A questo punto, voi mi chiederete: « ma questi racconti sono credibili? Sono andate davvero così, le cose? » Naturalmente, la risposta è NO. La scienza ha ormai accettato quasi con sicurezza che tutto l’universo è nato da una colossale esplosione, detta « BIG BANG », che ha proiettato la materia nell’universo, creando contemporaneamente lo spazio ed il tempo (che, come ho detto, non c’era prima del botto). Poi questa materia, riaggregandosi, ha dato vita alle galassie, alle stelle, ai pianeti, agli esseri viventi e, naturalmente, all’uomo. Questo discorso appare INCONCILIABILE con il racconto della Genesi. In un passato recente è stato fatto il tentativo di sostenere che i sette giorni di cui ho parlato (« e fu sera e fu mattina, primo giorno… secondo giorno… ») non sono giorni di 24 ore, nel senso che intendiamo noi, bensì PERIODI DI TEMPO PIÙ LUNGHI, e quindi potrebbero benissimo coincidere con le cosiddette ere geologiche. Ad esempio, il primo giorno della creazione coinciderebbe con l’epoca immediatamente successiva al Big Bang, in cui si ha la prima emissione di luce e la prima aggregazione dei protoni e degli elettroni in atomi. La separazione delle acque in superiori ed inferiori rappresenterebbe in realtà l’organizzazione della materia sotto forma di galassie, stelle e pianeti; il terzo giorno rappresenterebbe l’emersione dei continenti dalla massa oceanica e la deriva dei continenti secondo Wegener; poi, si avrebbe nel quarto giorno la successiva evoluzione della vita, a partire dai procarioti, fino alle specie viventi superiori; il quinto giorno andrebbe anticipato tra il secondo e il terzo, con la nascita del Sistema Solare; e così via.
Ora, questo ragionamento è profondamente sbagliato. Procedere così significa fare del « CONCORDISMO », cioè cercare di far dire al testo biblico ciò che l’autore non ha nessuna intenzione di dire, anzi NON PUÒ assolutamente dire, perché quando l’autore biblico del VI secolo a.C. scriveva della settimana della creazione, egli nulla sapeva delle ere geologiche! Né si può pretendere che Dio abbia ispirato a questo autore l’esistenza delle ere geologiche, che sarebbero state introdotte nel discorso scientifico solo millenni più tardi: sarebbe puerile sostenerlo, perché comunque nessuno avrebbe capito, allora, cosa l’autore intendeva. Il concordismo è sbagliato perché vuol trasformare la Bibbia da libro di fede in libro di scienze. Invece, secondo l’arguta espressione di Galileo Galilei, la Bibbia non ci dice « come vadia lo cielo », ma « come si vadia in cielo »!
Al proposito, mi viene in mente un’interessante analogia tra l’ interpretazione della Bibbia e quella della massima opera poetica della nostra letteratura, la « Divina Commedia ». Ricordo che il mio primo contatto con essa avvenne a dieci anni non ancora compiuti: mentre frequentavo la quarta elementare, il maestro ci lesse un ampio riassunto dell’ »Inferno » con tutte le sue mirabolanti invenzioni e diavolerie. Ne fui talmente entusiasta che, tornato a casa, chiesi alla mamma se possedeva la versione integrale del poema che tanto aveva solleticato la mia fantasia. Ella andò a prendere il testo su cui aveva studiato, quello commentato nel 1954 da Manfredi Porena, e me lo diede in mano. Era sgualcito, ma pieno di note chiare anche per un bambino qual io ero allora, ed era corredato da dettagliatissime cartine del mondo dantesco; fu proprio su quelle che subito s’appuntò la mia attenzione. In particolare, osservando bene lo schema del fondo dell’Inferno, con il lago Cocito e Lucifero nel bel mezzo, notai una specie di contraddizione e chiesi a mia madre: « Mamma, qui c’è scritto che Lucifero emerge dal fondo piatto dell’Inferno, e Dante ci cammina su senza tanti problemi. Ma come fa, visto che il centro della Terra cade nell’ ombelico di Satana? Il Cocito non dovrebbe avere la forma di una semisfera? Ma allora non risulta troppo piccolo? »
Non ricordo esattamente, ma sono certo che mia madre mi rispose facendomi notare che la « Divina Commedia » non è un trattato di geofisica, bensì un poema fantastico scritto ben prima che si avesse idea di com’è fatto realmente l’interno della Terra. Le avrei potuto obiettare che, in barba alla celebre « mela » di Newton, Dante conosceva benissimo la forza di gravità, poiché nel canto XXXIV dell’Inferno chiama il centro della terra « il punto al qual si traggon d’ogni parte i pesi »; ma, d’altro canto, io stesso mi sarei presto reso conto che quella non era l’unica incongruenza presente nel poema dei poemi, visto che (solo per fare un esempio un po’ banale) il suo autore avrebbe dovuto filare come un razzo a propulsione atomica per percorrere in così breve tempo la voragine infernale, tenendo conto anche di tutte le soste e i battibecchi con questo o quel dannato! Da tutto questo si capisce bene che ogni testo va preso per quello che è: una grammatica latina non può istruirci sul destino ultimo dell’uomo, così come un’agiografia non può dirci il motivo della deriva dei continenti. Chi pensa il contrario, come pure è successo nel passato e succede ancor oggi, va incontro ad interpretazioni del tutto errate!
Curiosità: la lingua parlata a Babilonia era l’aramaico, lingua semitica strettamente imparentata con l’ebraico. Ora, i sovrani babilonesi erano unti per tradizione con il sacro grasso del Mus-Hus, il mitico dragone illustrato qui sopra ai piedi del dio Marduk. Ma il termine semitico Mus-Hus è imparentato con il verbo ebraico Mashiach, che significa appunto « ungere », da cui deriva il termine « Messia » che designava gli « Unti » dal Signore, cioè i re della dinastia davidica prima, Gesù Cristo poi (Kristos in greco significa proprio « unto »!

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 11 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

« EUCARISTIA, CULTURA E SOCIETÀ » (Bruno Forte)

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« EUCARISTIA, CULTURA E SOCIETÀ »

Relazione di mons. Bruno Forte alla 62a Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale

ROMA, giovedì, 28 giugno 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione tenuta oggi da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, alla 62a Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale, in corso ad Orvieto.
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Singolare attualità del passato: definirei così l’impressione che lascia la lettura del passo De Civitate Dei in cui Agostino, meditando sul tempo drammatico che gli fu dato di vivere, quello del tramonto dell’impero romano, stigmatizza le ragioni della crisi di cui è spettatore. Queste non vanno cercate nell’impatto esterno dei barbari, elemento solo concomitante, aperto anzi alla potenzialità positiva di immettere linfa nuova nel sangue malato di una civiltà in sfacelo. La profonda causa del declino della cultura e della società dell’antica Roma è per il Vescovo d’Ippona di carattere morale: si tratta dell’attitudine – avallata dai vertici e divenuta mentalità comune – a preferire la vanitas alla veritas, la vanità alla verità. Le due logiche si oppongono: la vanità dà il primato all’apparenza, a quella maschera rassicurante, che copre interessi egoistici e prospettive di corto metraggio dietro proclamazioni altisonanti, misurando ogni cosa sul gradimento dei più. La verità fonda invece le scelte sui valori permanenti, sulla dignità di ogni persona umana davanti al suo destino, temporale ed eterno. Eppure, nel mondo “che va dissolvendosi e sprofonda” (“tabescenti ac labenti mundo”), Agostino riconosce l’opera di Dio, che nel rispetto delle libertà va radunandosi una famiglia per farne la sua città eterna e gloriosa, fondata “non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità” (“non plausu vanitatis, sed iudicio veritatis”: II, 18, 3).
Lo straordinario affresco di “teologia della storia”, tracciato dal Pastore teologo, mi pare di un’impressionante attualità: all’orgia della frivolezza, che ha celebrato i miti del consumismo esasperato e dell’edonismo rampante, urge opporre scelte fondate sulla verità e sul primato dei valori, a cui a nessuno è lecito sottrarsi. Così, la crisi della politica,davanti a cui ci troviamo, è frutto anche del modo di agire che ha separato l’autorità dall’effettiva autorevolezza dei comportamenti e la rappresentanza democratica dalla reale rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini. Dove l’amministratore o il politico perseguono unicamente il proprio interesse, puntando sull’immagine e sulla produzione del consenso, lì trionfa la “vanitas” a scapito della “veritas”. Il primato della verità esige una politica ispirata alla ricerca prioritaria del bene comune, capace di ascoltare e coinvolgere i cittadini come portatori di bisogni e di diritti, di proposte e di potenzialità, e perciò in grado di dire anche dei “no” per fare ciò che è giusto: e questo è inseparabile dalla tensione etica in grado di anteporre al proprio il bene comune.
Sul piano dei modelli culturali e delle risorse spiritualila “vanitas” trionfa lì dove si privilegia l’effimero a ciò che non lo è, sradicando l’agire dalla memoria collettiva, di cui sono tracce le opere dell’arte e dell’ingegno e le tradizioni spirituali e religiose. Una comunità privata di memoria perde l’identità e rischia di essere esposta a strumentalizzazioni perverse: il trionfo della “veritas” consiste qui nel rispetto e nella promozione del patrimonio culturale, artistico, religioso della collettività, come base per il riconoscimento dei bisogni e delle priorità cui tendere. L’ambito dell’economiaè parimenti luogo della contrapposizione fra “vanitas” e “veritas”: se alla prima s’ispira un’azione economica orientata al solo profitto e all’interesse privato, alla seconda punta un’economia attenta non solo alla massimizzazione dell’utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al rafforzamento dello stato sociale, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze. Un’economia di comunione, che miri alla messa in comune delle risorse, al rispetto della natura, alla partecipazione collettiva agli utili, al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, al principio di “gratuità” e alla responsabilità verso le generazioni future, può essere il modello della svolta necessaria in questo campo (rilevanti in questa direzione sono le tesi dell’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate del 29 Giugno 2009).
È, dunque, l’eticail campo di applicazione più profondo della dialettica proposta da Agostino: a una morale individualista e utilitaristica, finalizzata esclusivamente all’interesse dei pochi, occorre opporre un’etica della verità, aperta a valori fondati sulla comune umanità e sulla dignità trascendente della persona. Quest’etica si caratterizzerà per il primato della responsabilità verso gli altri, verso se stessi e verso l’ambiente, per l’urgenza della solidarietà, che pone in primo piano i diritti dei più deboli, e per l’apertura ai valori spirituali.
È sullo sfondo di un tale scenario che vorrei interpretare la domanda, che è alla base della mia riflessione: è possibile motivare a partire dall’eucaristia il senso e le forme dell’impegno cristiano ed ecclesiale per il rinnovamento della cultura, della società e delle singole persone, di cui sentiamo urgente il bisogno? Se sì, come? Ascoltando i testi fondativi della fede, si può affermare che l’eucaristia è l’evento in cui la verità in persona si fa presente nel Corpo e nel sangue del Signore per illuminare, sostenere, trasformare i credenti e la comunità ecclesiale e farne fermento efficace di nuova cultura e di una società meno dissimile dal disegno di Dio.
In questo di ascolto si profila come particolarmente illuminante quel momento della vita del Signore, che per la sua intensità si pone come passaggio fra il Cristo nella carne e il Cristo misticamente prolungato nel tempo: l’Ultima Cena. Essa è certamente per Gesù un punto culmine, da Lui atteso e sospirato a lungo (Lc 22,15), «ora» suprema (Gv 13,1) e definitiva (Lc 22,16.18) della sua esistenza terrena. Al di là della Cena non c’è che l’attuazione di ciò che essa preannuncia e illumina anticipando: la Pasqua di morte e di resurrezione. Perciò si può dire che «il problema dell’Ultima Cena è il problema della vita di Gesù» (Albert Schweitzer). Perciò, la Cena riveste una singolare importanza anche per la vita della Chiesa: soglia fra il Gesù storico e il Cristo attualizzato misticamente nel tempo, essa è il suggello dell’amore del primo e la fonte della vita del secondo. La Cena è l’atto istitutivo fontale della Chiesa, in cui si potranno ritrovare i caratteri e i compiti fondamentali che il Signore dà alla sua comunità. Essa è il culmine e la fonte della vita della comunità cristiana e quindi anche del suo impegno di servizio e di testimonianza in ordine al rinnovamento della cultura e della società in cui è posta.
1. Dall’eucaristia l’impegno per il rinnovamento della società nella prospettiva del primato dello Spirito
Nell’Ultima Cena Gesù, istituendo l’eucaristia, istituisce la Chiesa: non a caso egli sceglie il banchetto pasquale come quadro del suo dono. In tal modo è espressa chiaramente la sua intenzione di sostituire al memoriale pasquale dell’antica alleanza, sorgente del patto con Israele, il memoriale della nuova alleanza nel suo sangue, fonte della vita e della missione della Chiesa. A ciò si aggiunga che i riferimenti al Vecchio Testamento, presenti nei racconti dell’istituzione dell’eucaristia, sono tutti in rapporto all’idea di patto: il richiamo al sangue dell’alleanza, che ricorda Es 24,8, il tema della nuova alleanza, che riprende Ger 31,31 e i numerosi riferimenti ai Carmi del Servo sofferente di Jahvé di Isaia, concordano nel presentare l’eucaristia come memoriale di alleanza. La missione che il Signore confida alla sua Chiesa è tutta compendiata nelle parole che egli pronuncia nell’Ultima Cena: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19 e 1 Cor 11,2425). Con esse Gesù consegna agli apostoli il mandato di celebrare nella storia il memoriale della sua Pasqua1: in questo compito viene come a riassumersi l’intera missione della comunità cristiana nel tempo. La Chiesa dovrà celebrare nella storia il memoriale del suo Signore: questa è la sua ragion d’essere e il suo compito, l’unico cui è propriamente chiamata in vista del servizio da rendere al rinnovamento della comunità degli uomini e alla salvezza del mondo.
In che cosa consiste questo compito? Per comprenderlo, occorre chiarire l’idea biblica di “memoriale”, centrale per l’intelligenza delle intenzioni di Gesù sulla Sua Chiesa: nella Scritture il “memoriale” non è il semplice ricordo di un evento passato, paragonabile all’idea occidentale di memoria, che connota un movimento dal presente al passato, per una sorta di dilatazione della mente. I termini ebraici zikkaron, azkarah, che il greco traduce con anámnesis, mnemósunon, indicano un movimento opposto, il farsi contemporaneo di un evento passato per azione della potenza divina attualizzatrice: il già si ripresenta, si fa contemporaneo alla comunità celebrante. Quest’azione potente dell’Altissimo è chiarita dall’insieme della rivelazione neotestamentaria come irruzione dello Spirito Santo, che attualizza nella storia la Pasqua di Cristo, in cui si compendia tutto il Vangelo. In tal modo il memoriale si presenta come l’evento che sommamente esprime e realizza la missione della Chiesa: celebrando il memoriale del Signore, la comunità cristiana si rende disponibile all’azione dello Spirito, che rende presente nella diversità dei tempi e dei luoghi l’evento di salvezza, oggetto della buona novella.
Se dunque il compito essenziale della Chiesa sta nell’obbedire al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me», e se agente e termine del memoriale è Cristo stesso nel suo Spirito, si può affermare che è lo Spirito l’agente primo della missione ecclesiale, perché è Lui a render presente qui ed ora il Cristo del Vangelo. La Chiesa deve lasciarsi plasmare da questo irrompere dello Spirito, invocandolo come colui che realizza la memoria del Signore. Solo a questa condizione la sua missione al servizio dell’umanità rinnovata non sarà vuota parola di carne, ma potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1,16). E lo Spirito invocato dalla Chiesa renderà presente quel Cristo che, unto dallo Spirito stesso nei giorni della sua carne (cf. Mt 3,17; 4,1; Lc 4,14.18.21 ecc.), ha effuso a sua volta lo Spirito (cf. Gv 20,22 ecc.). In questa invocazione incessante del Consolatore, in questo ascolto che è attesa e accoglienza feconda, perseverante nella notte della fede, sta il fondamento di ogni azione evangelizzatrice e di ogni servizio ecclesiale alla comunità degli uomini.
Ne consegue che per i credenti il rinnovamento della cultura e della società non è opera delle sole mani dell’uomo: alla luce del sacramento eucaristico, culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa, si deve affermare che esso nasce, si realizza e si sviluppa in forza del dono di Dio, da invocare ed accogliere nel primato della dimensione contemplativa della vita. La misura del bene vero e duraturo del singolo e della società va attinta nel riferimento all’ultimo orizzonte e all’ultima Patria, che nell’ascolto perseverante della Parola e nell’esperienza dello Spirito si lasciano intravedere e vengono a giudicare e confortare il nostro presente. Senza la costante attenzione alla dimensione eucaristica e contemplativa della vita, che faccia spazio all’irruzione sempre gratuita e sorprendente dello Spirito, nessun rinnovamento della società e del cuore umano potrà essere autentico e duraturo. Una cultura e una società rinnovate non nasceranno che da una profonda e costante esperienza eucaristica, nutrita di ascolto, di rendimento di grazie e di contemplazione.
2. Dall’eucaristia il rinnovamento sociale nel segno della comunione e della solidarietà
La disponibilità allo Spirito, che la celebrazione del memoriale esige, deve manifestarsi in gesti concreti e in un’attitudine di vita, che riproducano nel tempo l’atteggiamento e le scelte del Cristo nella celebrazione della sua Pasqua. Lo Spirito rende presente il Cristo e suscita la Chiesa lì dove la comunità dei credenti si dispone alla celebrazione del memoriale, rivivendo fedelmente quanto il Signore ha fatto nell’Ultima Cena. Ora, nell’atto dell’istituzione dell’eucaristia Gesù banchetta con i suoi: questo semplice fatto crea fra lui e i convitati un profondo legame di fraternità. In Israele la comunione conviviale è comunione di vita: un pasto preso in comune, soprattutto in una circostanza speciale e solenne, unisce i commensali in una comunità sacra al punto che violarla costituisce una delle colpe più gravi. In modo ancor più particolare la frazione del pane, con la distribuzione di un pezzetto a ciascuno, e la partecipazione allo stesso calice di vino sono segno di una profonda solidarietà, nella comunanza di sorte. Gesù lega così esplicitamente l’istituzione dell’eucaristia al banchetto di fraternità: Egli non sceglie come segno del suo dono un pane e un vino qualunque, nella loro materialità elementare, ma il pane e il calice della fraternità. Ne consegue che la celebrazione della memoria del Signore esige e fonda la comunione a Cristo e fra di loro dei convitati: non si fa il memoriale nella vita, e di conseguenza non si opera per il rinnovamento della cultura e della società, senza questa comunione. È nella testimonianza di una condivisione di sorte, di una solidarietà fattiva, che la Chiesa si fa luogo d’irruzione dello Spirito per render presente nel tempo il Vangelo del Risorto.
Questa comunione ha sempre una dimensione insieme cattolica e locale. In quanto il memoriale rende presente la Pasqua in uno spazio e in un luogo determinati, la celebrazione di esso implica la fedeltà a un concreto «hic et nunc». È così che l’Incarnazione si prolunga analogicamente nella storia degli uomini, assumendo la diversità dei linguaggi e delle culture. Insieme, però, è l’unico Cristo «passus et glorificatus» che nello Spirito si fa presente nella varietà dei tempi e dei luoghi: ciò fonda ed esige la cattolicità di ogni atto di evangelizzazione, cioè la presenza in esso di tutto il mistero cristiano e l’apertura necessaria alla comunione di tutte le chiese e all’insieme dei bisogni umani. La missione ecclesiale cioè deve essere cattolica nel duplice senso di questo termine: deve rendere presente tutto il Cristo (kath’ ólou = in pienezza) per tutto l’uomo, per tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra (katholikós = universale). Non si evangelizza, se non in comunione con tutta la Chiesa, annunciando tutto il Vangelo a tutto l’uomo e almeno in tensione a ogni uomo.
Ciò significa che il rinnovamento culturale e sociale sgorgante dall’eucaristia non potrà essere prodotto se non da chi – muovendo dalla comune partecipazione alla mensa del Signore – opera secondo l’ispirazione di un’etica della comunione e della solidarietà: lì dove prevalesse la logica dell’interesse “particulare”, lì dove si dimenticasse l’esigenza morale di servire e promuovere tutto l’uomo in ogni uomo, specialmente nelle fasce sociali più deboli, il rinnovamento si limiterebbe a operazione di facciata, senza fondamento e credibilità. L’eucaristia insegna a rinnovare l’uomo e la storia nella solidarietà del pane spezzato insieme, del calice condiviso: senza questa compagnia, non si farà che favorire l’egoismo dei pochi, compromettendo alla fine la qualità della vita per tutti. Dal pane di vita eterna condiviso scaturisce insomma una cultura della solidarietà e della comunione, che contesta ogni logica egoistica ed educa al primato del bene comune.
3. Dall’eucaristia un’etica del servizio nutrita dal Pane di vita
La comunione che la Cena fonda fra i convitati e Cristo, esige la partecipazione alla sorte di Lui: i richiami veterotestamentari dei racconti dell’istituzione concordano nel delineare questa sorte come quella del Servo. I Carmi del Servo sofferente del DeuteroIsaia, lasciano infatti intravedere la conclusione di un’alleanza (cf. Is 42.6; 49,8), nuova (cf. 42,9), che si farà nella persona stessa del Servo (cf. 42,6; 49,8) e mentre evocano l’immagine sacrificale dell’agnello (cf. 53,7), insegnano l’espiazione dei peccati mediante sostituzione di una vittima innocente (53,1012), contenendo il perì (upèr) pollón = «per molti» che figura in Mt 26,28 e Mc 14,24. Le influenze della figura veterotestamentaria del Servo sul quadro dell’Ultima Cena sono dunque evidenti: esse vengono peraltro confermate dall’evangelista Luca, che riferisce nel contesto della Cena i due detti sul servizio di coloro che hanno autorità (Lc 22,2427), e da Giovanni, che vede nell’episodio della lavanda dei piedi l’espressione perfetta del senso interiore dell’istituzione eucaristica, di cui egli non parla. In forza della fraternità conviviale, la comunità eucaristica deve comunicare alla sorte del Servo, diventando essa stessa serva: mangiando il “corpo donato” deve diventare, per la forza che esso le comunica, “corpo ecclesiale donato”, “corpo per gli altri”, “corpo offerto per le moltitudini”. Nel memoriale pasquale la Chiesa nasce come popolo servo, comunità di servizio.
Ne derivano importanti conseguenze per la sua missione nei confronti della cultura e della società: celebrare il memoriale del Signore è un «servizio» ed esige perciò dei «servi». Si pone qui l’esigenza di valorizzare i diversi ministeri e carismi che lo Spirito suscita e di vedere lo stesso ministero ordinato all’interno di una Chiesa tutta intera ministeriale. La comune partecipazione dei battezzati alla sorte del Servo evidenzia così la corresponsabilità articolata di tutti i credenti nell’evangelizzazione e nella carità. Inoltre, il carattere di «servizio» fa sì che nella missione evangelizzatrice si risolva il dilemma ecclesiale «identitàrilevanza»: evangelizzando, la Chiesa non solo afferma la propria identità, ma rende anche il servizio più fecondo alla cultura e alla società; e d’altra parte servendo l’uomo e operando per la sua promozione, la Chiesa non perde la sua identità, che è quella di popoloservo, partecipe alla sorte del Cristo servo.
La solidarietà al Servo sofferente del Signore illumina, inoltre, un altro aspetto del compito della Chiesa: quello che può chiamarsi della missione sotto la Croce. Se Gesù nel memoriale si offre come Colui che soffre per amore, la Chiesa, celebrando nella storia il memoriale del suo Signore, sa di dover partecipare al mistero del dolore. Servire la causa di Dio e il rinnovamento della società alla luce del Vangelo non è opera di trionfalismo o di facili conquiste: il Vangelo si rende presente lì dove il popolo di Dio completa nella sua carne la passione del Figlio dell’Uomo. Nella povertà del dolore, nella mancanza dei mezzi umani, nella prova della persecuzione, nella presenza discreta e fedele di un amore apparentemente infecondo, i cristiani celebrano nella vita il memoriale della Croce, e rendono così vivo e presente il Vangelo del dolore di Dio, che è il Vangelo del Suo amore e della nostra salvezza. Alla luce del sacramento eucaristico l’impegno dei cristiani al servizio del rinnovamento della cultura e della società va dunque connotato al tempo stesso e inseparabilmente come servizio e come partecipazione alla Croce del Signore: ciò mostra come si sia totalmente allontanato dall’ispirazione evangelica chi abbia inteso l’impegno sociale e politico come strumento per l’affermazione di sé, dei propri interessi e delle proprie mire predatorie. Nessun rinnovamento sociale si darà veramente senza operatori coraggiosi pronti a vivere la politica e l’impegno per gli altri come carità, ispirata a una logica rigorosa di gratuità e allo spirito del servizio, e pronta a pagare anche il prezzo più alto piuttosto che cedere al compromesso egoistico di un potere perseguito soltanto per se stesso.
4. Dall’eucaristia il rinnovamento sociale all’insegna della permanente riforma e della speranza più grande
Nell’ultima Cena Gesù presenta infine la tensione escatologica propria del suo memoriale: egli annuncia che non berrà più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrà nuovo con i suoi nel Regno del Padre (cf. Mt 26,29; Mc 14,25), finché cioè il Regno non venga (cf. Lc 22,18). Mangiando il pane e bevendo al calice dell’eucaristia, i credenti annunzieranno la morte del Signore fino al suo ritorno (cf. 1 Cor 11,26). Il banchetto della nuova Pasqua rimanda a un altro banchetto, quello definitivo del Regno, di cui è anticipazione e promessa, e verso il quale fa lievitare la storia del mondo. Il memoriale che Gesù confida alla sua Chiesa si pone così come eucaristia di speranza, apertura al futuro promesso di Dio. Ne consegue per la missione della Chiesa un duplice compito: anzitutto essa dovrà essere sempre annuncio dell’avvento divino, e perciò forza sovversiva del presente, coscienza critica della vicenda umana. Portando in ogni situazione la forza della sua «riserva escatologica», l’annuncio ecclesiale non potrà essere separato dalla denuncia, l’appello al futuro dalla contestazione del presente, in tutto ciò che esso presenta di chiusura all’azione rinnovatrice dello Spirito.
In secondo luogo, celebrare nella vita il memoriale della speranza significherà per la Chiesa proclamare costantemente la propria provvisorietà, nella consapevolezza di essere il Regno incoato, di vivere il tempo «penultimo», la stagione che sta fra il “già”, compiuto nella Pasqua del Cristo, e il “non ancora”, promesso per il Suo ritorno. Deriva da qui per la comunità credente il dovere di vivere in stato di perpetua ricerca e purificazione: fedele al “già”, essa è sempre proiettata verso l’avvenire, tendendo incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole del Signore (cf. Dei Verbum 8). La Chiesa, celebrando nella storia il memoriale della nuova Pasqua, indica la meta futura, giudica il presente, e contagia gli uomini della forza della speranza. In tale maniera, si purifica, perché espone la propria miseria al giudizio salvifico dello Spirito, che in modo sempre nuovo irrompe nel tempo degli uomini e li proietta verso l’avvenire di Dio. L’evangelizzazione richiama costantemente la Chiesa alla sua povertà e insieme alla sua speranza.
In questa luce, il rinnovamento culturale e sociale di cui avvertiamo il bisogno si offre come il frutto della speranza più grande, capace di costituire una sorta di riserva critica nei confronti di tutte le miopi realizzazioni mondane e di sostenere l’impegno di una continua riforma, che non si appaghi dei risultati raggiunti, non ceda all’estasi dell’adempimento e alla seduzione del possesso, ma viva la costante ricerca di un bene più grande per ciascuno e per tutti. La vigilanza critica che il pane eucaristico chiede ai pellegrini di Dio nella loro opera al servizio del rinnovamento della cultura e della società è dunque senza sconti o dispense. Lungi dall’essere a buon mercato, la logica eucaristica che ispira il rinnovamento sociale nella visione di fede è a caro prezzo: solo così, però, essa è all’altezza di un compito, come quello affidato alla Chiesa, che non dovrà mai essere dimentico delle promesse di Dio e delle attese più vere degli uomini.
* * * *
L’eucaristia contiene dunque ciò che c’è di più essenziale per la vita della Chiesa e il suo servizio al mondo: perciò, da una celebrazione eucaristica consapevole ed attiva le comunità e i singoli potranno trovare la forza e lo stile di una loro presenza efficace nell’opera di rinnovamento così necessaria alla cultura e alla società in questi anni inquieti di fine millennio. Vorrei ricordare qui l’esempio di Santa Caterina da Siena, riprova vivente di quanto sono andato esponendo. In una lettera indirizzata a Raimondo da Capua, il confessore che più d’ogni altro l’aveva sostenuta nell’amore alla comunione frequente e nell’impegno per il rinnovamento della Chiesa e della società del suo tempo, Caterina, avanzata nel dolore verso l’ultimo passaggio della vita e sempre fervida nell’amore allo Sposo e alla sua gente, scrive, quasi in forma di testamento spirituale di chi dall’eucaristia ha tratto e trae la forza della sua dedizione totale al rinnovamento della Chiesa e della società: «Prego la divina Bontà che tosto mi lassi vedere la redenzione del popolo suo. Quando è l’ora della terza e io mi levo dalla Messa, voi vedreste andare una morta a Santo Pietro; ed entro di nuovo a lavorare nella navicella della Santa Chiesa. Me ne sto così infino presso all’ora del vespero; e di quello luogo non vorrei uscire né dì né notte, infino che non veggo un poco fermato e stabilito questo popolo col Padre loro…»2. Non potrà l’incontro eucaristico essere anche per noi, Chiesa di Dio pellegrina in Italia e nell’intero “villaggio globale” in questa inquieta stagione di cambiamenti, la sorgente di un impegno di rinnovamento culturale e sociale, che sia al tempo stesso contemplativo, solidale, appassionato nel servizio e ricco di speranza, anche sotto il segno della Croce? Lo chiediamo al Signore della storia, ricorrendo alle parole della stessa Santa, che tanto incise sulla cultura e la società del suo tempo, precisamente partendo dall’incontro con Gesù vivo nell’eucaristia:
Spirito Santo, vieni nel mio cuore;
per la Tua potenza tiralo a Te, mio Dio.
Concedimi carità e timore,
custodiscimi, Cristo, da ogni mal pensiero,
infiammami e riscaldami del tuo dolcissimo amore.
A ciò ogni travaglio mi sembri leggero:
assistenza, chiedo, ed aiuto nelle necessità,
Cristo Amore, Cristo Amore!3
*

San Benedetto da Norcia

San Benedetto da Norcia dans immagini sacre s_benedetto

http://www.abbaziadifarfa.it/san-benedetto.asp

Publié dans:immagini sacre |on 10 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

San Benedetto da Norcia – la vita e i miracoli

http://www.ora-et-labora.net/Benedetto_da_Norcia.html

San BENEDETTO da NORCIA

La vita e i miracoli di S. Benedetto

(Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica ne celebra ufficialmente la festa l’11 luglio, da quando papa Paolo VI ha proclamato san Benedetto da Norcia patrono d’Europa il 24 ottobre 1964 in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino. La Chiesa ortodossa celebra la sua ricorrenza il 14 marzo. da Wikipedia)

Queste poche righe sono un piccolissimo riassunto del libro II° dei « Dialoghi » di S. Gregorio Magno, e vogliono solo essere un invito alla lettura del testo completo, edito da numerose Case editrici. Per leggere il testo integrale cliccare qui.
L’anno di nascita di s. Benedetto non è storicamente certo, ma la tradizione lo colloca nel 480 a Norcia. S.Benedetto appartiene ad una famiglia nobile, forse quella gens Anicia, che come molte, nel periodo di decadenza dell’Impero, aveva abbandonato Roma per la più tranquilla provincia.
Benedetto compie i primi studi a Norcia. Alla sua formazione contribuiscono gli esempi dei venerati asceti e della sorella Scolastica, consacrata alla vita religiosa fin dagli anni dell’infanzia. Mandato successivamente a Roma per seguire un indirizzo letterario e giuridico, conveniente alla sua condizione sociale, Benedetto conosce il degrado economico e sociale della città, determinato anche dalla contesa del supremo pontificato da parte di Simmaco e Lorenzo, nonostante la pace assicurata in quegli anni da Teodorico.
A 17 anni Benedetto, accompagnato dalla sua nutrice, fugge da Roma verso Tivoli e si ferma nel borgo di Enfide, l’odierna Affile, a circa 60 Km da Roma, per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa. Ma i primi eventi straordinari alimentano la devozione e la curiosità e suscitano intorno a lui una indesiderata popolarità. Benedetto prosegue il cammino verso i monti e raggiunge la vicina località di Subiaco, « sub lacus ». Qui incontra un monaco di nome Romano, il quale dimora in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato, al quale Benedetto confida il suo proposito di vita ascetica. Romano lo accompagna in una caverna nascosta in un luogo selvaggio, lo riveste dell’abito religioso, e si cura di portargli quotidianamente del pane, privandosi della sua porzione di cibo, calandolo dall’alto per mezzo di una fune. Romano è fedele alla consegna e custodisce il segreto del rifugio nel quale Benedetto, per tre anni, conduce una vita aspra e solitaria.
Venerato per la sua virtù, Benedetto, secondo la tradizione, viene invitato da una comunità di monaci di Vicovaro ad assumere il governo del monastero a seguito della morte dell’abate. I tentativi di Benedetto di creare i presupposti per una nuova vita spirituale si infrangono contro l’ostinata volontà dei monaci, che tentano di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato. Benedetto abbandona così Vicovaro e ritorna allo speco di Subiaco: ma sono ormai molti che vengono a lui e lo riconoscono come maestro di vita. Egli ben presto comprende la necessità di abbandonare definitivamente la vita ascetica per dedicarsi all’insegnamento. Fonda così dodici piccoli monasteri, con i rispettivi superiori, che fanno tutti capo a lui, riservando per sé il monastero dedicato alla formazione dei discepoli.
La fama di Benedetto si diffonde anche presso la nobiltà romana: due illustri cittadini, Equizio e il patrizio Tertullio, consegnano a Benedetto i propri figli Mauro e Placido, che saranno i primi componenti della grande famiglia benedettina. Ma la gelosia e l’avversione per il successo che Benedetto riscuote tra i giovani, spinge un monaco di nome Fiorenzo a tentare di ucciderlo con del pane avvelenato. Il piano non riesce. Tuttavia Fiorenzo istiga alla corruzione i discepoli conducendo sette giovani fanciulle nel giardino del monastero. Benedetto decide allora di abbandonare tanta malvagità e di trasferirsi in altro luogo, per edificare una nuova casa, espressione definitiva di quell’ideale di vita monastica che ha maturato nei lunghi anni di vita contemplativa. Assicurato un definitivo assetto alla comunità sublacense, Benedetto inizia il suo viaggio verso l’antica città di Cassino, dove vi approda tra il 525 e il 529. Qui, nonostante cinque secoli di predicazione cristiana, il paganesimo è ancora molto diffuso, anche in quei luoghi che sono stati sede del vescovo Severo, situati vicino ad Aquino, importante diocesi occupata in quegli anni da s. Costanzo. Benedetto abbatte gli altari pagani, recide il bosco sacro ad Apollo, volge al culto cristiano i templi, consacrandoli a s. Martino di Tours, il monaco apostolo delle Gallie, e a s. Giovanni Battista, padre dei monaci del Nuovo Testamento e precursore di Cristo. Adattando i vecchi edifici, ne eleva di nuovi per la dimora dei monaci. La costruzione di Montecassino vede Benedetto impegnato come architetto, ingegnere ed organizzatore del nuovo monastero, dove resterà per sempre, dedito alla definizione della sua Sancta Regula, sul modello eremitico orientale risalente a s. Pacomio e sulla base degli insegnamenti di s. Basilio, di Cassiano, di s. Cesario e della Regula Magistri, anonima.
La tradizione vuole che Benedetto muoia a Montecassino nel 547, il 21 di marzo. Sei giorni prima fa aprire il sepolcro e, sentendo vicino l’ora della dipartita, si fa accompagnare nell’oratorio ove, munito dei sacramenti e sostenuto dai discepoli, rende l’anima al Signore.

Alcuni dei miracoli di S. Benedetto dal racconto di S. Gregorio Magno
Miracolo del vaglio ricomposto. Durante la permanenza ad Affile, la nutrice di Benedetto chiese in prestito un setaccio, che accidentalmente si ruppe. Benedetto, viste le lacrime di dispiacere della donna, lo ricompose miracolosamente.
I monaci di Vicovaro, non acconsentendo alla severità della sua vita, cercarono di sbarazzarsi di s. Benedetto, servendogli una bevanda avvelenata. Il Santo tracciò il segno della croce sul calice, ed esso si spezzò  » come se fosse stato non già benedetto bensì colpito da un sasso ».
L’intervento miracoloso del corvo salva s. Benedetto dal pane avvelenato con cui il monaco Fiorenzo tentò di ucciderlo.
Un Goto, uomo semplice ed accanito lavoratore, occupato a liberare dai rovi un terreno sulla riva del lago, adopera con tanta forza la sua roncola che il ferro si stacca e cade nell’acqua profonda. Il Goto va da Mauro per accusarsi del suo errore. Mauro parla a s. Benedetto che avvicinandosi al lago prende il manico dell’utensile e lo avvicina all’acqua: la lama, per miracolo, si ricompone subito con il manico.
Un giorno il piccolo Placido, prendendo l’acqua dal lago, viene trascinato dalla corrente. Benedetto dalla sua cella assiste all’episodio ed ordina a Mauro di correre in aiuto del fanciullo. Una volta in salvo, Placido si rende conto del miracolo: nel venir trascinato fuori dall’acqua, egli vedeva, sul capo, la mantellina dell’abate ed « aveva l’impressione che fosse lui a tirarlo fuori ».
A Totila, re dei Goti, era giunta la notizia del dono della profezia di s. Benedetto e volle verificarla. Domandò di essere ricevuto da Benedetto. Ma venuto il giorno della visita mandò al suo posto lo scudiero Rigo, vestito di tutto punto dell’abbigliamento regale e attorniato da una scorta regale. Benedetto vedendo giungere Rigo, gli grida « Levati, figlio, levati quest’ abbigliamento che indossi senza che sia tuo ». Rigo riferisce tutto a Totila che si presenta di persona. S. Benedetto gli rimprovera la sua crudeltà e l’invita a rinunciarvi non prima di aver profetizzato: « Entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai per nove anni e nel decimo morrai ». Così, in seguito, avvenne.
Due monaci peccano contro la Regola mangiando al di fuori del monastero. Al loro rientro s. Benedetto elenca loro tutto ciò che hanno mangiato e presso chi l’hanno fatto.
In tempi di carestia s. Benedetto precisa « Perchè il vostro animo si affligge per la mancanza di pane? Oggi, è vero, ce n’è poco, ma domani ne avrete in abbondanza ». Il giorno seguente, furono trovati davanti alla porta del monastero 200 moggi di farina.

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