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FESTA DELLA MADONNA DEL CARMINE. QUAL È L’ORIGINE DELLA DEVOZIONE A GROTTAGLIE E NEL MONDO

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FESTA DELLA MADONNA DEL CARMINE. QUAL È L’ORIGINE DELLA DEVOZIONE A GROTTAGLIE E NEL MONDO

Di Cosimo Quaranta

La storia della devozione alla Madonna del Carmine ha radici molto lontane nella memoria cristiana, infatti risalirebbe già all’epoca della III crociata (1189-1191). In quegli anni tra quelli che partivano verso la Terra Santa, alcuni iniziarono a sentire l’esigenza di vivere una spiritualità più profonda, secondo il Vangelo, nella preghiera e nella carità. Per questo motivo si ritirarono come eremiti presso il Monte Carmelo, volendo imitare il profeta Elia, il quale stette per un certo tempo in quel luogo ed ebbe una viva esperienza di Dio (secondo i libri dei Re).
Questi eremiti non avevano un preciso fondatore, proprio perché dicevano di rifarsi al profeta, e il loro ideale di vita darà l’impulso iniziale per le prime regole dell’Ordine Carmelitano. Agli inizi del XIII secolo si riuniranno in una forma di vita più comunitaria stimolati da un primo riconoscimento da parte di S. Alberto, patriarca di Gerusalemme. Gli eremiti del Carmelo avevano scelto come patrona e protettrice la Vergine Maria, che pertanto iniziarono a chiamare “Santa Maria del Monte Carmelo”.
Spesso i titoli della Vergine si riferiscono a delle sue azioni (come la Vergine Odegitria di Bari, ovvero “Colei che indica la Via”), a delle qualità (la Vergine Addolorata), a degli atteggiamenti (la Madonna dell’Umiltà, a Prato), a dei titoli (la Regina Apuliae, nel Seminario di Molfetta e patrona della Puglia) o infine a degli eventi storici (la Madonna di Lourdes, in virtù delle apparizioni). Che cosa vuol dire allora il titolo di Vergine del Monte Carmelo o Madonna del Carmine? Il significato e la risposta sono nel nome stesso del monte.
Il Carmelo è una catena montuosa (lunga circa 39km) che nella tradizione biblica è sempre esaltato come il più bello dei monti. Esso è “il giardino fiorito di Dio” come dice il nome stesso “Carmelo”, il quale deriva dall’aramaico “Karmel” cioè “giardino”. Non è un caso che tutti i conventi carmelitani abbiano annesso un giardino e lo stesso dicasi per la nostra Confraternita (con un bel giardino interno) e la Chiesa (che conserva un antico chiostro risalente all’epoca dei padri carmelitani). Il titolo di Madonna del Carmine è dunque uno dei più alti e certamente dei più belli per la Vergine Santa perché è come dire che Lei è la realtà più bella di Dio, colei che di Dio ci vuole raccontare la Bellezza.
Ritornando alla vicenda storica dell’Ordine, aggiungiamo alcuni dati. Nel 1226 l’Ordine Carmelitano riceve la prima approvazione pontificia da Onorio III e dopo questa viene inserito tra gli Ordini mendicanti con le modifiche e le approvazioni di Innocenzo IV nel 1247. Sembra che la “tradizione sabatina” risalente a Giovanni XXII sia un falso storico (il fatto per cui la Madonna porterebbe in Paradiso le anime devote il primo sabato dopo la loro morte), mentre è un fatto importante la rivelazione di Maria a San Simone Stock; questo frate vide in sogno la Vergine che, consegnandogli lo scapolare, promise la salvezza di quanti lo avrebbero indossato con fede.
In pochi anni l’Ordine si diffuse in larga parte d’Europa, uscendo dunque dai confini della Palestina, e prendendo piede specialmente in Spagna, Portogallo e Italia. La storia di Grottaglie ha un forte tratto carmelitano. Alcune fonti fanno risalire l’arrivo dei primi padri carmelitani al 1505. In Puglia vi erano già altri 7 conventi e il loro numero crescerà fino a 25 attorno al 1650. La fraternità di questi monaci fu la prima a raggiungere la terra di Grottaglie e dunque andò a costituire, in ordine cronologico, la seconda delle attuali sette parrocchie. Infatti esisteva già un ben nutrito numero di sacerdoti della Collegiata (la Chiesa Madre) e solo diversi anni dopo verranno i padri Minimi (1536) e i Cappuccini (1546). Per la costruzione del monastero i religiosi poterono beneficiare della donazione del suolo, di alcune case e di una grotta; tutto questo era dono di don Romano de Romano, presbitero della Collegiata.
Nella grotta vi era affrescata una effige della Vergine Maria, nota con il titolo di Madonna della Grotta, la quale testimonia un culto a Maria precedente a quello carmelitano. Tale effige nel corso dei secoli fu spostata nella parte superiore della Chiesa, come testimonia un antico documento, lo Status Conventus (1703) opera di don Paolo D’Alessandro (1659-1744). Quando poi si chiuderà la cripta, si perderà la memoria storica del resto del patrimonio del Carmine; ad esempio rimarranno per secoli nell’oblio gli affreschi di Sant’Apollonia e Santa Caterina d’Alessandria, sepolti fino al 1998 con il resto della cripta.
La storia carmelitana di Grottaglie vide nel tempo diversi uomini illustri portare il nome della città fuori dalle sue mura. Oltre ai numerosi capitoli provinciali carmelitani dei sec. XVI e XVII, passò di qui uno dei padri generali, il Fantoni. Il Carmine diede inoltre i natali al p. Antonio Marinaro Senior (1500 ca. – 1580). Questi fu reggente per la provincia di Puglia per 36 anni, lavorò presso la curia romana come Procuratore Generale dell’Ordine e, fatto ancor più prestigioso, fu uno dei teologi del Concilio di Trento. Altro personaggio illustre fu il nipote, il p. Antonio Marinaro Junior (1605-1689). Come lo zio fu molto apprezzato per l’elevata dottrina teologica tanto che fu per tre volte provinciale della provincia romana. Morirà come vescovo titolare di Ostia e Velletri.
Dell’epoca seicentesca ricordiamo anche il p. Maestro Cesare Tripalda, p. Domenico Antonio Basile e Giovanni Stefano Verga. Dell’epoca settecentesca e ottocentesca sono gli altrettanto famosi p. Maestro Francesco Paolo Quaranta, segretario generale dell’Ordine; p. Giovanni De Laurentis, nominato da Benedetto XIII vescovo di Capri; p. Nicola Maria Ricchiuti, primo Priore Generale dell’Ordine in tutta la storia del Mezzogiorno; p. Pietro Antonio Carrieri, filosofo e letterato all’interno della provincia pugliese. Al nostro secolo appartengono invece parecchi sacerdoti ancora operanti nel clero italiano.
Tra questi ne ricordo due per tutti: p. Bernardo Cervellera, religioso del P.I.M.E. e attuale direttore dell’agenzia internazionale di stampa Asianews.it e S.E.R. Mons. Salvatore Ligorio, Arcivescovo di Matera-Irsina.
La confraternita nacque subito sotto la direzione dei padri carmelitani; solo nel 1612 ebbe il suo primo statuto approvato, e che sarà riconfermato nel 1644 dall’allora Arcivescovo di Taranto, Mons. Tommaso Caracciolo. Nel corso degli anni, leggere modifiche allo statuto hanno permesso che chiunque potesse entrare a farne parte: una prima apertura fu verso gli uomini qualsiasi lavoro svolgessero (in principio era solo per i contadini) e recentemente l’ultima apertura fu per le donne che, cosa strana per noi, non erano ammesse.
Il Carmine a Grottaglie divenne parrocchia nel 1938 e da allora, da don Consiglio Pinca si sono succeduti sette parroci, di cui il settimo è don Pasquale Laporta, attualmente in carica.

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«COME UNA STELLA DI VIVISSIMO SPLENDORE» – MESSAGGIO DEL PAPA AL VESCOVO DI AVILA

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«COME UNA STELLA DI VIVISSIMO SPLENDORE»

Messaggio del Papa al vescovo di Ávila, mons. Jesús García Burillo

ROMA, lunedì, 16 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo la traduzione italiana del messaggio inviato da Papa Benedetto XVI al vescovo di Ávila (Spagna), monsignor Jesús García Burillo, in occasione del 450° anniversario della fondazione del Monastero di San José ad Ávila e dell’inizio della Riforma del Carmelo promossa da Santa Teresa di Gesù.
***
Al venerato Fratello
Monsignor Jesús García Burillo
Vescovo di Ávila
1. Resplendens stella. «Come una stella di vivissimo splendore» (Libro della Vita 32, 11). Con queste parole il Signore incoraggiò Santa Teresa di Gesù a fondare ad Avila il monastero di San José, inizio della riforma dell’ordine carmelitano, del quale, il prossimo 24 agosto, si celebrerà il 450° anniversario. In occasione di questa felice ricorrenza, desidero unirmi alla gioia dell’amata diocesi di Avila, dell’ordine dei carmelitani scalzi, del Popolo di Dio che peregrina in Spagna e di tutti quelli che, nella Chiesa universale, hanno trovato nella spiritualità teresiana una luce sicura per scoprire che attraverso Cristo all’uomo giunge un vero rinnovamento della sua vita. Innamorata del Signore, questa illustre donna non desiderò altro che compiacerlo in tutto. In effetti, un santo non è colui che compie grandi imprese basandosi sull’eccellenza delle sue qualità umane, ma chi permette con umiltà che a Cristo di penetrare nella sua anima, di agire attraverso la sua persona, di essere Lui il vero protagonista di tutte le sue azioni e i suoi desideri, colui che ispira ogni iniziativa e sostiene ogni silenzio.
2. Lasciarsi guidare in questo modo da Cristo è possibile solo per chi ha un’intensa vita di preghiera. Questa consiste, con le parole della Santa d’Avila, nel «parlare dell’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama» (Libro della Vita, 8, 5). La riforma dell’ordine carmelitano, il cui anniversario ci colma di gioia interiore, nasce dalla preghiera e tende alla preghiera. Nel promuovere un ritorno radicale alla Regola primitiva, allontanandosi dalla Regola mitigata, santa Teresa di Gesù voleva propiziare una forma di vita che favorisse l’incontro personale con il Signore, per la qual cosa basta «solo di ritirarsi in solitudine, sentirlo dentro di sé e non meravigliarsi di ricevere un tale Ospite». (Cammino di Perfezione, 28, 2). Il monastero di San José nasce proprio perché le sue figlie abbiano le condizioni migliori per trovare Dio e stabilire una relazione profonda e intima con Lui.
3. Santa Teresa propose un nuovo modo di essere carmelitana in un mondo a sua volta nuovo. Quelli furono «tempi duri» (Libro della Vita 33, 5). E in essi, secondo questa Maestra dello spirito, «sono necessari forti amici di Dio a sostegno dei deboli» (ibidem 15,5). E insisteva con eloquenza: «Il mondo è in fiamme; vogliono nuovamente condannare Cristo, come si dice, raccogliendo contro di lui mille testimonianze; vogliono denigrare la sua Chiesa, e dobbiamo sprecare il tempo nel chiedere cose che, se per caso Dio ce le concedesse, ci farebbero avere un’anima di meno in cielo? No, sorelle mie, non è il momento di trattare con Dio d’interessi di poca importanza» (Cammino di Perfezione 1,5). Non ci risulta familiare, nella congiuntura attuale, una riflessione che c’illumina tanto e c’interpella, fatta più di quattro secoli fa dalla Santa mistica?
Il fine ultimo della riforma teresiana e della creazione di nuovi monasteri, in un mondo con pochi valori spirituali, era di proteggere con la preghiera l’operato apostolico; proporre uno stile di vita evangelica che fosse modello per chi cercava un cammino di perfezione, a partire dalla convinzione che ogni autentica riforma personale ed ecclesiale passa per il riprodurre sempre meglio in noi la «forma» di Cristo (cfr Gal 4, 19). Fu proprio questo l’impegno della Santa e delle sue figlie. E fu proprio questo l’impegno dei suoi figli carmelitani, che non miravano ad altro se non a «progredire nella virtù» (Libro della Vita, 31, 18). In tal senso, Teresa scrive: «[Mi sembra infatti che] egli ci apprezzi di più se, mediante la sua misericordia, riusciamo a guadagnargli un’anima con i nostri sforzi e con la nostra preghiera, che non per quanti altri servizi possiamo rendergli» (Libro delle Fondazioni, 1,7). Di fronte alla dimenticanza di Dio, la Santa, Dottore della Chiesa, incoraggia comunità oranti, che proteggano con il loro fervore coloro che proclamano ovunque il Nome di Cristo, affinché preghino per i bisogni della Chiesa e portino al cuore del Salvatore il clamore di tutti i popoli.
4. Anche oggi, come nel XVI secolo, tra rapide trasformazioni, è necessario che la preghiera fiduciosa sia l’anima dell’apostolato, affinché risuoni, con grande chiarezza e vigoroso dinamismo, il messaggio redentore di Gesù Cristo. È urgente che la Parola di vita vibri nelle anime in modo armonioso, con note squillanti e attraenti.
In questo appassionante compito, l’esempio di Teresa d’Avila ci è di grande aiuto. Possiamo affermare che, al suo tempo, la Santa evangelizzò senza mezzi termini, con ardore mai spento, con metodi lontani dall’inerzia, con espressioni aureolate di luce. Ciò conserva tutta la sua freschezza nel crocevia attuale, dove si sente l’urgenza che i battezzati rinnovino il loro cuore attraverso la preghiera personale, incentrata anche, secondo i dettami della Mistica di Avila, sulla contemplazione della Santissima Umanità di Cristo come unico cammino per trovare la gloria di Dio (cfr. Libro della Vita 22,1; Castello interiore 6,7). Così si potranno formare famiglie autentiche, che scoprano nel Vangelo il fuoco del proprio nucleo familiare; comunità cristiane vive e unite, cementate in Cristo come loro pietra d’angolo, che abbiamo sete di una vita di servizio fraterno e generoso. È anche auspicabile che l’incessante preghiera promuova l’attenzione prioritaria per la pastorale vocazionale, sottolineando in particolare la bellezza della vita consacrata, che bisogna accompagnare debitamente come tesoro proprio della Chiesa, come torrente di grazie, nella sua dimensione sia attiva sia contemplativa.
La forza di Cristo porterà anche a moltiplicare le iniziative affinché il popolo di Dio riacquisti il suo vigore nell’unica forma possibile: dando spazio dentro di noi ai sentimenti del Signore Gesù (cfr. Fil 2,5) e ricercando in ogni circostanza un’esperienza radicale del suo Vangelo. Il che significa, prima di tutto, permettere allo Spirito Santo di renderci amici del Maestro e di configurarci a Lui. Significa anche accettare in tutto i suoi mandati e adottare in noi criteri come l’umiltà nella condotta, la rinuncia al superfluo, il non recare offesa agli altri o il procedere con cuore semplice e mite. Così, quanti ci circondano, percepiranno la gioia che nasce dalla nostra adesione al Signore e che non anteponiamo nulla al suo amore, essendo sempre disposti a dare ragione della nostra speranza (cfr 1 Pt 3, 15) e vivendo come Teresa di Gesù, in filiale obbedienza alla nostra Santa Madre Chiesa.
5. A questa radicalità e fedeltà c’invita oggi questa figlia tanto illustre della diocesi di Avila. Accogliendo la sua bella eredità, nel momento presente della storia, il Papa invita tutti i membri di questa Chiesa particolare, ma in modo sentito i giovani, a prendere sul serio la comune vocazione alla santità. Seguendo le orme di Teresa di Gesù, permettetemi di dire a quanti hanno il futuro dinanzi a sé: aspirate anche voi a essere totalmente di Gesù, solo di Gesù e sempre di Gesù. Non temete di dire a Nostro Signore, come fece lei: «Vostra sono, per voi sono nata, che cosa volete fare di me? (Poesia 2). A Lui chiedo che sappiate anche rispondere alle sue chiamate illuminati dalla grazia divina con «ferma determinazione», per offrire «quel poco» che c’è in voi, confidando nel fatto che Dio non abbandona mai quanti lasciano tutto per la sua gloria» (cfr Cammino di perfezione 21,2; 1,2).
6. Santa Teresa seppe onorare con grande devozione la Santissima Vergine, che invocava con il dolce nome di Carmen. Sotto la sua protezione materna pongo gli aneliti apostolici della Chiesa ad Avila, affinché, ringiovanita dallo Spirito Santo, trovi le vie opportune per proclamare il Vangelo con entusiasmo e coraggio. Che Maria, Stella dell’evangelizzazione, e il suo casto sposo san Giuseppe intercedano affinché quella «stella» che il Signore ha acceso nell’universo, la Chiesa, con la riforma teresiana continui a irradiare il grande splendore dell’amore e della verità di Cristo a tutti gli uomini. Con tale anelito, venerato Fratello nell’Episcopato, ti invio questo messaggio, che ti prego di far conoscere al gregge affidato alle tue cure pastorali, e in particolare alle amate carmelitane scalze del convento di San José, di Avila, affinché perpetuino nel tempo lo spirito della loro fondatrice e della cui fervente preghiera per il Successore di Pietro ho grata conferma. A loro, a lei e a tutti i fedeli di Avila, imparto con affetto la Benedizione Apostolica, pegno di abbondanti favori celesti.
Dal Vaticano, 16 luglio 2012
BENEDICTUS PP. XVI

Saint Bonaventure, The Chapel of Bonaventure at La Verna Sanctuary

 Saint Bonaventure, The Chapel of Bonaventure at La Verna Sanctuary dans immagini sacre saint+bonaventure++3

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Papa Benedetto: San Bonaventura

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 3 marzo 2010

San Bonaventura

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlare di san Bonaventura da Bagnoregio. Vi confido che, nel proporvi questo argomento, avverto una certa nostalgia, perché ripenso alle ricerche che, da giovane studioso, ho condotto proprio su questo autore, a me particolarmente caro. La sua conoscenza ha inciso non poco nella mia formazione. Con molta gioia qualche mese fa mi sono recato in pellegrinaggio al suo luogo natio, Bagnoregio, una cittadina italiana, nel Lazio, che ne custodisce con venerazione la memoria.
Nato probabilmente nel 1217 e morto nel 1274, egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.
Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì.
La figura del Poverello di Assisi gli divenne ancora più familiare qualche anno dopo, quando si trovava a Parigi, dove si era recato per i suoi studi. Aveva ottenuto il diploma di Maestro d’Arti, che potremmo paragonare a quello di un prestigioso Liceo dei nostri tempi. A quel punto, come tanti giovani del passato e anche di oggi, Giovanni si pose una domanda cruciale: “Che cosa devo fare della mia vita?”. Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei Frati Minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del Convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di san Francesco. Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo. Scriveva così in una lettera indirizzata ad un altro frate: “Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo” (Epistula de tribus quaestionibus ad magistrum innominatum, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29).
Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura. Venne subito indirizzato agli studi, e frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università di Parigi, seguendo un insieme di corsi molto impegnativi. Conseguì i vari titoli richiesti dalla carriera accademica, quelli di “baccelliere biblico” e di “baccelliere sentenziario”. Così Bonaventura studiò a fondo la Sacra Scrittura, le Sentenze di Pietro Lombardo, il manuale di teologia di quel tempo, e i più importanti autori di teologia e, a contatto con i maestri e gli studenti che affluivano a Parigi da tutta l’Europa, maturò una propria riflessione personale e una sensibilità spirituale di grande valore che, nel corso degli anni successivi, seppe trasfondere nelle sue opere e nei suoi sermoni, diventando così uno dei teologi più importanti della storia della Chiesa. È significativo ricordare il titolo della tesi che egli difese per essere abilitato all’insegnamento della teologia, la licentia ubique docendi, come si diceva allora. La sua dissertazione aveva come titolo Questioni sulla conoscenza di Cristo. Questo argomento mostra il ruolo centrale che Cristo ebbe sempre nella vita e nell’insegnamento di Bonaventura. Possiamo dire senz’altro che tutto il suo pensiero fu profondamente cristocentrico.
In quegli anni a Parigi, la città di adozione di Bonaventura, divampava una violenta polemica contro i Frati Minori di san Francesco d’Assisi e i Frati Predicatori di san Domenico di Guzman. Si contestava il loro diritto di insegnare nell’Università, e si metteva in dubbio persino l’autenticità della loro vita consacrata. Certamente, i cambiamenti introdotti dagli Ordini Mendicanti nel modo di intendere la vita religiosa, di cui ho parlato nelle catechesi precedenti, erano talmente innovativi che non tutti riuscivano a comprenderli. Si aggiungevano poi, come qualche volta accade anche tra persone sinceramente religiose, motivi di debolezza umana, come l’invidia e la gelosia. Bonaventura, anche se circondato dall’opposizione degli altri maestri universitari, aveva già iniziato a insegnare presso la cattedra di teologia dei Francescani e, per rispondere a chi contestava gli Ordini Mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo scritto dimostra come gli Ordini Mendicanti, in specie i Frati Minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso. Al di là di queste circostanze storiche, l’insegnamento fornito da Bonaventura in questa sua opera e nella sua vita rimane sempre attuale: la Chiesa è resa più luminosa e bella dalla fedeltà alla vocazione di quei suoi figli e di quelle sue figlie che non solo mettono in pratica i precetti evangelici ma, per la grazia di Dio, sono chiamati ad osservarne i consigli e testimoniano così, con il loro stile di vita povero, casto e obbediente, che il Vangelo è sorgente di gioia e di perfezione.
Il conflitto fu acquietato, almeno per un certo tempo, e, per intervento personale del Papa Alessandro IV, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse Ministro generale.
Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi. Quando Bonaventura iniziò questo servizio, l’Ordine dei Frati Minori si era sviluppato in modo prodigioso: erano più di 30.000 i Frati sparsi in tutto l’Occidente con presenze missionarie nell’Africa del Nord, in Medio Oriente, e anche a Pechino. Occorreva consolidare questa espansione e soprattutto conferirle, in piena fedeltà al carisma di Francesco, unità di azione e di spirito. Infatti, tra i seguaci del santo di Assisi si registravano diversi modi di interpretarne il messaggio ed esisteva realmente il rischio di una frattura interna. Per evitare questo pericolo, il Capitolo generale dell’Ordine a Narbona, nel 1260, accettò e ratificò un testo proposto da Bonaventura, in cui si raccoglievano e si unificavano le norme che regolavano la vita quotidiana dei Frati minori. Bonaventura intuiva, tuttavia, che le disposizioni legislative, per quanto ispirate a saggezza e moderazione, non erano sufficienti ad assicurare la comunione dello spirito e dei cuori. Bisognava condividere gli stessi ideali e le stesse motivazioni. Per questo motivo, Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor. La parola latina, a differenza di quella italiana, non indica un frutto della fantasia, ma, al contrario, “Legenda” significa un testo autorevole, “da leggersi” ufficialmente. Infatti, il Capitolo generale dei Frati Minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e questa divenne, così, la biografia ufficiale del Santo.
Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Il punto essenziale: Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco. Questo ideale, valido per ogni cristiano, ieri, oggi, sempre, è stato indicato come programma anche per la Chiesa del Terzo Millennio dal mio Predecessore, il Venerabile Giovanni Paolo II. Tale programma, egli scriveva nella Lettera Novo Millennio ineunte, si incentra “in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (n. 29).
Nel 1273 la vita di san Bonaventura conobbe un altro cambiamento. Il Papa Gregorio X lo volle consacrare Vescovo e nominare Cardinale. Gli chiese anche di preparare un importantissimo evento ecclesiale: il II Concilio Ecumenico di Lione, che aveva come scopo il ristabilimento della comunione tra la Chiesa Latina e quella Greca. Egli si dedicò a questo compito con diligenza, ma non riuscì a vedere la conclusione di quell’assise ecumenica, perché morì durante il suo svolgimento. Un anonimo notaio pontificio compose un elogio di Bonaventura, che ci offre un ritratto conclusivo di questo grande santo ed eccellente teologo: “Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini… Dio infatti gli aveva donato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare” (cfr J.G. Bougerol, Bonaventura, in A. Vauchez (a cura), Storia dei santi e della santità cristiana. Vol. VI. L’epoca del rinnovamento evangelico, Milano 1991, p. 91).
Raccogliamo l’eredità di questo santo Dottore della Chiesa, che ci ricorda il senso della nostra vita con le seguenti parole: “Sulla terra… possiamo contemplare l’immensità divina mediante il ragionamento e l’ammirazione; nella patria celeste, invece, mediante la visione, quando saremo fatti simili a Dio, e mediante l’estasi … entreremo nel gaudio di Dio” (La conoscenza di Cristo, q. 6, conclusione, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 187).

PADRE FEDELE DA FANNA, UNA VITA DI SACRIFICI PER EDITARE L’OPERA OMNIA DI SAN BONAVENTURA

http://www.zenit.org/article-31699?l=italian

PADRE FEDELE DA FANNA, UNA VITA DI SACRIFICI PER EDITARE L’OPERA OMNIA DI SAN BONAVENTURA

Relazione della prof. Barbara Faes in occasione dei 130 anni dalla morte del francescano

FANNA, venerdì, 13 luglio 2012 (ZENIT.org) – Qui di seguito riportiamo il testo integrale della relazione della prof. Barbara Faes del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tenuta, venerdì 22 giugno a Fanna (Pordenone), in occasione dei 130 anni dalla morte di padre Fedele da Fanna.
***
In una sua corrispondenza da Madrid nel 1877, il francescano Fedele da Fanna (1838-1881) ricordava di aver “percorso quasi tutta l’Europa, rovistato quasi tutte le biblioteche, esaminato un’ingente quantità di codici manoscritti, e di altri documenti d’ogni specie e d’ogni tempo, sempre con l’intento o di scoprire l’occulto o di riformare giudizi erronei, o di chiarire cose dubbie e di pubblicare cose utili alla religione, alla scienza ed alla società”.
Le parole illustrano efficacemente il senso del lavoro itinerante che impegnò in condizioni durissime questo Francescano per ben 9 anni e mezzo della sua breve ma intensa vita (dal 1871 al 1880) alla scopo di preparare l’edizione critica delle opere di S. Bonaventura, che costituiscono il grande contributo scientifico che egli ci ha lasciato.
Nel 1877 Fedele ha ormai maturato pienamente la consapevolezza che la sua impresa, per la quale sta peregrinando per le biblioteche di tutta Europa, comporta non solo una promozione edificatoria dell’Ordine di cui fa parte, da raggiungere attraverso la conoscenza e divulgazione del pensiero di uno dei maggiori Francescani del passato, appunto Bonaventura, ma ha un respiro più vasto, universale, che travalica il progetto iniziale voluto da Bernardino da Portogruaro, suo superiore, consigliere e paterno amico per tutta la vita.
Il lavoro di Fedele riveste infatti una triplice finalità: religiosa, dunque più ampia di quella di un recinto francescano di appartenenza, quasi a dire che Bonaventura non è solo dei Francescani, ma patrimonio di tutta la cattolicità-romana, quella cattolicità che fino ad allora in piena neoscolastica si riconosceva soprattutto in Tommaso d’Aquino; scientifica, mentre il progetto iniziale di edizione delle opere di Bonaventura, come si vedrà, non rivestiva questo carattere; culturale, perché un’edizione critica, se condotta con i crismi della scientificità, è oggetto di interesse ed attenzione per tutto il mondo dei dotti, religiosi e laici.
Ma come era arrivato Fedele a queste considerazioni? L’ accidentata storia della sua impresa scientifica, patrocinata da Bernardino da Portogruaro, a quei tempi Generale dell’Ordine, è al riguardo particolarmente illuminante. Essa si svolge nella seconda metà dell’800, periodo travagliato della storia dell’Ordine, che al pari degli altri soffre delle radicali decimazioni economiche e psicologiche causate dalle soppressioni religiose, da uno forte decremento numerico e abbassamento culturale della formazione dei frati, da irrigidimenti da parte papale e da parte del nuovo stato italiano. Due figure diverse per età, formazione, censo e soprattutto per temperamento, ma complementari e accompagnate da un stesso ideale, si incontrano: Bernardino e appunto Fedele.
Il primo è il più anziano, proveniente da famiglia benestante, con alle spalle una buona formazione culturale, in contatto con N. Tommaseo e i notabili di Venezia, uomo delle istituzioni – prima infatti è provinciale dell’Ordine poi a lungo generale – fine mediatore e perspicace nell’individuare nell’ignoranza dei frati del tempo una delle cause della decadenza dell’Ordine e dunque nel cercare e trovare come correttivo adeguato un piano di studi più serio e formativo per la loro educazione spirituale ed intellettuale, basato tra l’altro su una lettura più diretta di testi filosofici e teologici medievali, ossia sostanzialmente su Tommaso e – questa è la novità maggiore – su Bonaventura.
Fedele, al secolo Giorgio Maddalena, viene da una povera famiglia di paese, Fanna, oggi in provincia di Pordenone. Assolta l’istruzione elementare, va a studiare a Venezia non al glorioso ed esclusivo liceo S. Caterina frequentato dagli abbienti come appunto Bernardino, ma – sovvenzionato da benefattori – privatamente, dove impara, lui di madrelingua friulana, forse meglio l’italiano, benissimo il latino e poi probabilmente già il francese e il tedesco. Entrato come novizio tra i Francescani Riformati di S. Michele in Isola, assume il nome di Fedele e nel 1858 pronuncia i voti solenni.
Terminati in convento brillantemente gli studi curricolari di teologia e precedentemente quelli di retorica, filosofia, belle lettere, è in grado di insegnare subito, in qualità di lettore ai suoi confratelli, cosa che farà per 7 anni commentando proprio il Breviloquio di Bonaventura. La sua sicura conoscenza delle opere di Bonaventura, le sue innegabili capacità logiche offriranno il destro ai suoi superiori e confratelli, per utilizzarle anche al di fuori della mura conventuali per motivi nobili e ufficiali, ma anche meno nobili e privati: così nel 1870 compone un opuscolo sul primato e l’infallibilità del Papa, estraendo a sostegno di questa tesi varie citazioni dagli scritti del Serafico per fornire una risposta alle forti riserve intorno a questo dogma in discussione durante il Concilio Vaticano I, riserve che tra l’altro sostenevano la mancanza in questo dogma di solide basi testuali perché non riscontrabili nelle opere di Tommaso e di Bonaventura.
Nel ‘71 dà alla stampe un minaccioso opuscolo, condotto però a fil di logica e di sillogismi, dal titolo battagliero Urgente escursione contro una mano di ausiliari massonici rivolto contro un gruppo di cattolici liberali vicentini pensosi e rispettosi dei valori della religione, ma che esercitavano l’arma del dubbio e della riflessione su pronunciamenti dogmatici, appunto l’infallibilità pontificia, avvertiti come coercitivi ed espressione non di un potere spirituale, ma piuttosto politico del papato e che privatamente per lettera avevano manifestato il loro dissenso.
L’impresa principale di Fedele da Fanna è comunque l’edizione dell’Opera omnia di Bonaventura. L’idea iniziale di essa è stata di Bernardino, l’attuazione pratica invece di Fedele, al quale si deve anche il mutamento in corso d’opera del progetto. Merito di Bernardino è l’aver individuato la persona giusta e averla sostenuta sino alla fine.
Con notevole fiuto psicologico capisce subito le eccezionali doti di chiarezza intellettuale, impegno e dedizione nel lavoro, ma anche le difficoltà caratteriali di quel giovane scorbutico, a volte lamentoso, di malferma salute, incapace di mezze misure, orgoglioso, spesso sospettoso dei confratelli (Bernardino per dissapori dovrà trasferirlo da S. Michele in Isola al convento degli osservanti di S. Francesco della Vigna e anche lì Fedele non si troverà bene), ma anche improvvisamente remissivo, di una candida semplicità, ma nel contempo abile nel fare i conti, organizzare gli aspetti materiali dell’impresa, capace all’occorrenza di intrattenere relazioni con diplomatici di tutto il mondo, di scrivere con franchezza senza ombra di piaggeria all’imperatore Francesco Giuseppe per ottenere sovvenzioni e aiuti pecuniari.
Bernardino è lungimirante, tollerante e protettivo verso questo figliolo ispido e testardo, ma di una lealtà e fedeltà assoluta a un ideale, che grazie a lui non resta velleitariamente sulla carta, ma pian piano a costo di difficoltà innumerevoli, prende corpo, si concretizza e cresce a dimisura fino a diventare una delle più grandi e ammirate imprese scientifiche di tutti i tempi, modello per quelle coeve e future.
La storia di questa impresa nelle sue linee generali è abbastanza semplice. In un primo tempo, mosso dai suoi intenti pedagogico-formativi e poi in vista del VI Centenario della morte di Bonaventura (1874) Bernardino commissiona al giovane friulano una ristampa degli scritti di Bonaventura con commenti e aggiunte esplicative, ritenendo sufficiente migliorare le vecchie edizioni. Fedele inizia, ma presto si accorge che un simile lavoro è un’operazione di pura facciata, inutile, perché privo di solide basi scientifiche.
Propone allora un altro progetto, che Bernardino approverà: un’edizione scientifica delle opere di Bonaventura, ossia di ricostruzione critica di esse. Edizione critica, significa, ieri come oggi, anzitutto stabilire l’autenticità di un testo, poi ricostruirlo filologicamente alla luce della sua tradizione manoscritta, documentarlo e valutarlo; ma ciò è possibile soltanto se prima si individuano, ed esaminano minuziosamente tutti i testimoni manoscritti di quel testo, che ai tempi di Fedele erano sepolti nelle più svariate biblioteche d’Italia e d’Europa, come egli ricordava nella sua lettera da Madrid.
Fedele incomincia suoi viaggi; il resoconto di essi si legge nella puntuale corrispondenza con Bernardino: prima in Italia, poi via via in Francia, Inghilterra, Irlanda, Belgio, Germania, Svizzera, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Olanda, Spagna, Portogallo.
Sono viaggi scomodi in terza classe su panche di legno, dove talvolta si tenta di dormire per risparmiare sui pernottamenti e guadagnare tempo; alcuni in paesi, come la Francia e la Germania potenzialmente inospitali per i religiosi, perché hanno governi repubblicani laici e popolazione non sempre ben disposta, ed ecco allora consigliabile una certa prudenza nel vestire: via il saio nei luoghi pubblici e al suo posto l’abito secolare che però va comperato e per un povero frate è costoso.
Ci si sposta da un luogo e da una biblioteca all’altra per cercare cataloghi, decifrare ms., verificare indicazioni spesso errate, trascrivere; il lavoro è estenuante, tutto a mano, richiede occhi buoni, attenzione, pazienza, fiuto, oltre naturalmente a sicure conoscenze di latino, di paleografia e di codicologia.
E’ un lavoro non solo faticoso, ma anche forsennato, perché il tempo a disposizione è poco e non sempre valutabile: si programma un giorno per una ricerca, ed ecco improvvise e nuove scoperte dilazionano i tempi, mandano all’aria i piani e, conseguentemente, comportano spese ulteriori. Le condizioni di lavoro, poi, non sono sempre agevoli, essendo il vitto spesso insufficiente e cattivo, la vita in alcuni paesi carissima (i frati sostanzialmente si mantengono con le messe), il clima ostile, il rumore della città assordante. L’Inghilterra è il paese dove Fedele, si trova più a disagio.
La povertà è il filo conduttore di questi viaggi e Fedele se ne lamenta spesso con il suo Generale. Il frate, soprattutto il Francescano, è sì povero per scelta, ma anche per imposizione, perché le dure circostanze glielo impongono: costano non solo il pur parco sostentamento e i trasferimenti da un luogo all’altro, ma anche altre spese indifferibili, come l’acquisto dei libri e delle edizioni antiche, strumenti che spesso Fedele trova solo all’estero e compera anche alle aste.
Ma c’è anche un’altra povertà ed è per lui la più angustiante: la povertà numerica dei suoi collaboratori, le resistenze dei Provinciali a cedere qualche loro frate, che ritengono assolutamente indispensabile e inamovibile dal lavoro in Provincia. E infine vi è la povertà mentale dei confratelli; di coloro che nel corso degli anni si avvicenderanno nell’impresa, pochi alla fine resisteranno, o perché inadatti a quel lavoro per ristrettezza d’ingegno o difficoltà di apprendimento, o perché ignavi, riottosi a una vita di simili sacrifici e insensibili al richiamo di forti idealità di cui non riescono a cogliere il senso.
Fedele è esigente, anzitutto con se stesso, poi con i suoi, non si risparmia, non lascia nulla di intentato ed anche per questo il lavoro procede con lentezza e l’edizione vera e propria è ogni volta procrastinata. Nel 1874 si festeggia il VIocentenario della morte di Bonaventura e di Tommaso: l’occasione è importante perché se Francesco è il cuore, la vita dell’Ordine, Bonaventura, è la sapienza di questo cuore; perché nel clima della neoscolastica imperante questi se non adeguatamente onorato potrebbe passare in secondo piano rispetto al più celebrato Tommaso; infine per dare nuova visibilità all’Ordine francescano, attraverso uno dei suoi maggiori esponenti.
L’edizione però del primo volume dell’Opera omnia è ancora in alto mare ed ecco che Fedele per l’occasione confeziona un opuscolo, la Ratio novae collectionis, che illustra le ragioni e il programma della nuova edizione, rende conto del lavoro fatto e delle nuove scoperte. Tra i dotti di tutta Europa esso avrà un enorme successo e ampi riconoscimenti.
Nel frattempo il lavoro cresce a dismisura con considerevoli spese di forze e di denaro; i collaboratori sono scontenti non vedendone la fine e per questo si lamentano con il loro Generale; le aspettative del mondo intero – specie dopo l’uscita della Ratio novae collectionis – sono grandi.
Bernardino finora si è sempre mostrato comprensivo e paziente, ma alla fine, portavoce anche dei malumori di chi lavora con Fedele, lo mette alle strette, non con durezza che sarebbe controproducente, ma facendo leva su un sentimento psicologicamente più sottile, lo scoramento, un certo avvilimento per tutti i continui rinvii e lo invita a non tardare più, a dare inizio all’edizione. Imperterrito Fedele non gli dà ascolto e continua i suoi viaggi per tutta Europa: in tutto visiterà 410 biblioteche!
Dopo molte ricerche, nel 1877 Bernardino, avvertito della necessità di acquisire una sede esclusivamente per gli editori delle opere in corso, riesce a comperare una malconcia villa nobiliare a Quaracchi (Firenze) per ospitare la costituenda biblioteca, i materiali, in un secondo tempo la tipografia, e naturalmente gli editori stessi. Qui, dopo opportuni restauri, si stabilirà il Collegio S. Bonaventura ossia il gruppo di religiosi, inizialmente soprattutto tedeschi, addetti ai lavori scientifici, inizialmente sotto la direzione di Fedele e alla sua morte di Ignatius Jeiler (+ 1904).
A Quaracchi – dove i Frati resteranno fino al 1971, per poi trasferirsi a Grottaferrata e da qualche anno a Roma (convento si S. Isidoro) – vedrà la luce, insieme ad altre importanti iniziative editoriali francescane, la sospirata edizione in 10 volumi delle opere di Bonaventura, il cui primo volume apparirà nel 1882, l’ultimo nel 1902 . Fedele non vedrà il risultato delle sue fatiche: morirà a Quaracchi a 42 anni sfinito dai viaggi, dalla stanchezza, dall’ansia di finire, dalla tisi.
Fedele muore, ma la sua opera resta, anche se pochi oggi, leggendo in originale un testo di Bonaventura, immaginano il lungo e sofferto lavoro editoriale a monte, e chi ne sia stato l’autore. Per Fedele lo studio è stata la vita stessa al servizio di un alto ideale, che ha testimoniato con l’impegno di un grande rigore e con l’austera nobiltà di una ricerca scientifica senza scorciatoie né compromessi. Il valore dello studio, dunque: una sfida grande per quei tempi, ma ancora più per oggi.

Gesù e i dodici apostoli

Gesù e i dodici apostoli dans immagini sacre mystical_supper

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Publié dans:immagini sacre |on 13 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

AMOS: guardarsi attorno

http://www.apostoline.it/riflessioni/profeti/Amos.htm

AMOS: guardarsi attorno

di LUIGI VARI, biblista

Siamo arrivati al nostro quarto appuntamento e questa volta ci incontriamo con un personaggio « strano », non convenzionale.
È vero che un profeta, per definizione, non può essere convenzionale; ma Amos, è lui che incontriamo questa volta, è particolarissimo anche per il modo suo di essere e di parlare.
J. Asurmendi nella sua opera sui profeti (Il profetismo, dalle origini ai nostri giorni, EP) dice che « definire, per esempio, vacche di Basan le ricche signore di Samaria, non è affatto delicato ».
Amos è il primo dei « profeti scrittori », questo significa che noi abbiamo, con una buona probabilità, conservato l’eco diretta di alcuni suoi interventi. In genere non abbiamo mai direttamente l’opera dei profeti in quanto tale, ma le parole dei profeti ci giungono attraverso l’opera dei loro discepoli che, maturando l’importanza del loro messaggio, decidevano di conservarlo. Questo procedimento non ci deve sorprendere, è infatti la vita che ci mostra l’importanza delle nostre esperienze che, spesso, quando sono vissute ci sfuggono. Un incontro che porta ad una amicizia, diventa importante e degno di essere ricordato quando l’amicizia è nata.
Questo fatto di rileggere alla luce della vita è un cammino assolutamente normale, e la Bibbia non stravolge la regola per cui uomini, guidati dallo Spirito di Dio, mettono per scritto quello che in momenti diversi è stato detto ed è stato vissuto.
Per il profeta Amos conserviamo, però, anche brani che riflettono il suo lavoro personale.
L’ambiente di Amos è agricolo-pastorale e il profeta vive nella seconda metà del secolo VIII quando al Nord (Israele) regnava Geroboamo e al Sud (Giuda) regnava Ozia. Amos è di origina giudaica cioè del Sud del paese, e porta il suo messaggio al Nord. Il Nord è in una situazione politica di recuperata, anche se illusoria, grandezza ed economicamente è nella ricchezza. Una ricchezza che diventa lusso nei palazzi di Samaria ed arroganza. In questa situazione di autosufficienza, Amos, il contadino di fronte alla città e l’uomo del Sud di fronte al Nord, svolge la sua missione. Presto le sue parole, che evidenziano le contraddizioni di quella società, vengono considerate di troppo disturbo e gli viene impedito di predicare. Lui comincia allora a scrivere e i suoi scritti girano nella cerchia dei sui discepoli. È forse per questo motivo che abbiamo di lui materiale di prima mano.
Ora seguiamolo e faremo esperienza della eternità delle parole. Mentre scrivo questo articolo i giornali hanno in prima pagina titoli sulla crisi della politica e della giustizia con una forte domanda sul nostro modello economico, e quindi sulla crisi dell’economia per quanto riguarda la concezione dell’uomo.
Amos sembra aiutarci nell’analisi delle esperienze umane, entrandovi e giudicandole, amandole e cogliendone le inevitabili contraddizioni.
La crisi della politica
La prima parte del suo libro è formata dalla raccolta degli « oracoli » contro le nazioni (capitoli 1 e 2): sono parole che mettono in discussione la politica quando diventa una pura dimostrazione di forza ed un esercizio di potere dove non c’è posto per la pietà; e soprattutto il calcolo del vantaggio non ha considerazione per l’uomo: « hanno deportato popolazioni intere per consegnarle ad Edom (1,6) senza ricordare l’alleanza fraterna » (1,9). È l’uomo che nel messaggio di Amos deve essere limite invalicabile per ogni azione e dunque non c’è posto per « un’ira senza fine » (1,11) e non c’è giustificazione per quelli che per allargare i loro confini « hanno sventrato le donne incinte di Galaad » (1,12).
È evidentemente un messaggio secco, dove le considerazioni anestetizzanti non hanno posto. L’uomo profeta è colui che ricorda il limite,che fa memoria della non onnipotenza umana. La mancanza di questa funzione critica, magari desiderata, sarebbe la fine per il popolo (Am 2,6-15).
La seconda parte del libro va dal capitolo 3 al capitolo 6 e si apre con un atto di fede nella potenza della parola di Dio, un atto di fede che per il profeta giustifica la sua decisione a parlare e per chi ascolta diventa un ammonimento: « ruggisce il leone chi mai non trema? Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetare? ».
La crisi della giustizia
Se l’uomo smette di essere la misura, non c’è più limite per le violenze ed è questo che Amos vede nella società del suo tempo. Sono numerose le situazioni che Amos denuncia: « la doppia casa, il lusso, la giustizia al servizio dei potenti, l’effettiva mancanza di difese per il povero », ma forse la denuncia fondamentale è contro un sistema incapace ormai di mettersi in discussione. Il capitolo 5 è un continuo sottolineare la incapacità a comprendere, la mancanza di forza per cambiare. La conversione diventa unica strada: « cercate il Signore e vivrete » (5,6). Credo a nessuno sfugga una riflessione sulla società odierna che sente il desiderio di cambiare. La via del cambiamento, quella che un credente deve indicare, deve passare attraverso il cuore dell’uomo (5,21-24).
Infine, vorrei sottolineare come il discorso di Amos nasce dalla speranza. L’analisi realistica, il guardarsi attorno non è, se questo viene fatto con fede, una rinuncia a sperare. Nel momento stesso in cui Amos si scontra con le autorità, rischia la morte, dice di credere nella possibilità di cambiamento. La difficoltà è proprio quella di far nascere la speranza mentre si fa esperienza di una storia a volte nemica della speranza: ma questo è il senso stesso del cristianesimo.
Essere uomini di fede non è negare che Cristo sia morto vittima dell’ingiustizia, ma è affermare che è risorto al di là di ogni ingiustizia. Una fede che rimuova o neghi le difficoltà dell’uomo non è vera e non è mai utile, e meno che mai lo sarebbe per l’uomo di oggi.

(da « Se vuoi »)

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