Archive pour juillet, 2012

Omelia (29-07-2012): mons. Gianfranco Poma

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Omelia (29-07-2012)

mons. Gianfranco Poma

C’è qui in ragazzo

Con una decisione discutibile, il lezionario interrompe la lettura di Marco e per ben cinque domeniche lo sostituisce con il cap.6 del Vangelo di Giovanni: la motivazione, piuttosto fragile, è che la brevità del Vangelo di Marco non fornirebbe un numero sufficiente di brani per coprire l’intero ciclo delle domeniche del tempo ordinario. Per questo, arrivato a Mc.6,34, all’inizio del breve racconto della moltiplicazione dei pani, il lezionario liturgico lo sostituisce con il racconto ben più lungo che ne fa Giovanni. Non dobbiamo dimenticare il cammino che, con Marco, stiamo compiendo: Gesù sta educando la fede dei suoi discepoli perché comprendano che la missione che egli affida a loro è l’annuncio di ciò che egli continua a fare, con loro e attraverso loro, per l’umanità lungo il corso della storia. Il racconto della moltiplicazione dei pani si inserisce precisamente in questo momento: Gesù vedendo la folla che lo cerca, « come pecore che non hanno pastore », si commuove interiormente e dona il pane di cui ha bisogno, ma quale pane?
La Liturgia delle domeniche 17-21 del tempo ordinario ci fa leggere il cap.6 di Giovanni: è importante che noi lo leggiamo nel contesto del cammino tracciato dal Vangelo di Marco, continuando il cammino di fede che ci conduce ad essere annunciatori autentici di lui.
Possiamo fare un quadro sintetico dei brani che la Liturgia ci fa leggere nelle prossime cinque domeniche:
Giov.6,1-15 « Pochi pani per saziare una folla ».
Giov.6,24-35 « Aprirsi al dono di Dio »
Giov.6,41-51 « Il pane di vita »
Giov.6,51-58 « Non solo il pane, ma la sua carne e il suo sangue »
Giov.6,60-69 « Il momento della scelta »
Da questa lettura liturgica rimangono esclusi alcuni versetti: il cammino di Gesù sulle acque e la ricerca di Gesù da parte della folla (6,16-23); alcuni versetti del suo discorso (6,36-40); l’informazione sul luogo dell’insegnamento, la sinagoga di Cafarnao (6,59); l’annuncio della presenza di un traditore tra i Dodici (6,70-71). Si tratta di versetti, pochi e pure molto significativi per la struttura globale del capitolo e per la sua interpretazione nell’intenzione del Vangelo di Giovanni alla quale la divisione in brani che la lettura liturgica propone non rimane molto fedele privilegiando il discorso di Gesù e tendendo a dimenticare l’intenso dinamismo presente in tutto il contesto, con il continuo variare dei luoghi e dei personaggi.
Gesù rimane protagonista in tutti i passaggi, anche quando egli si assenta, rimanendo l’oggetto della ricerca della folla che ben presto lo ritrova: tutto è finalizzato alla pedagogia della fede a cui Gesù vuole condurre i suoi discepoli. Gesù è il dono di Dio per il mondo: più di Mosè, più della manna nel deserto, più della Legge, Gesù è carne e sangue donato per la vita del mondo. Aprirsi ad accogliere lui, non accontentarsi delle cose, pure necessarie, ma ancora non sufficienti a riempire il bisogno di vita che l’uomo avverte dentro di sé, è il cammino che egli vuole che i suoi discepoli percorrano. Accogliere lui, entrare in relazione con lui, vivere di lui è l’esperienza personale che ogni discepolo è invitato a fare, non accontentandosi di rimenere anonimo dentro la folla.
Tutto inizia (Giov.6,1) dal fatto che « Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, e una grande folla lo seguiva perché vedeva i segni che faceva sugli infermi »: sembra che Gesù voglia prendere le distanze dalla folla che « lo seguiva perché vedeva i segni che faceva sugli infermi ». Vedeva i segni, ma che cosa comprendeva? Lo seguiva, ma perché?
Gesù vuole che la folla riviva l’esperienza del popolo nel deserto, quando Mosè, in nome di Dio provvede ai suoi bisogni (Num.11): ma tutto ormai si fa nuovo.
« Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli »: se il monte è il luogo dell’esperienza di Dio, adesso Gesù la condivide con i suoi discepoli. « Era infatti vicina la Pasqua, la festa dei Giudei »: la Pasqua, la festa dei Giudei, è la memoria viva dell’esperienza di Dio che libera il suo popolo, lo nutre, lo ama. E’ la festa del pasto in comune, della comunità che rinasce.
« Alzando gli occhi, dunque, Gesù, e vedendo (meravigliandosi) che una grande folla veniva da lui? ». In questo brano l’evangelista sovrabbonda di particolari, molto significativi, che andrebbero tutti sottolineati: qui sono gli occhi di Gesù (« alzando gli occhi? »). Se Gesù è salito sul monte, avrebbe dovuto abbassare gli occhi per vedere sotto di sé la folla che si accosta a lui, e invece li alza: deve guardare oltre i discepoli, allargare gli orizzonti, guardare in alto per vedere la folla come la guarda il Padre.
E Gesù non si rivolge alla folla che si avvicina ma a Filippo, per porgli una domanda sorprendente: « Da dove compreremo il pane perché questi mangino? » In effetti il verbo « comprare » sorprende sulle labbra di uno che non è solito occuparsi di questioni finanziarie. La sorpresa è ancora più grande perché il narratore precisa l’intenzione di Gesù: « diceva questo per tentarlo: egli sapeva quello che stava per compiere ». Gesù « tenta » Filippo: quello che egli sta per compiere è, infatti, in una logica nuova, radicalmente diversa da quella che muove l’agire umano. La risposta di Filippo rimane totalmente all’interno della logica del « comprare », in termini aritmetici ed economici: « Duecento denari non sono sufficienti? » L’intervento di Andrea che segnala la presenza di un ragazzino che ha cinque pani d’orzo e due pesci, rimane nella stessa logica di Filippo: « Ma che cos’è questo per tanta gente? » Eppure la parola di Andrea, senza che neppure lui se ne accorgesse, ha aperto una prospettiva nuova, quella a cui Gesù stesso pensava, quando, alla luce dell’esperienza di Mosè nel deserto (Num.11,13), poneva la domanda: « Da dove compreremo il pane? ». « C’è qui un ragazzino? », l’opposto dell’impresario da duecento denari? Ci sono due logiche che si affrontano: l’uomo che si fa soggetto solitario della sua storia, compra tutto e tutti, per avere, possedere, dominare, oppure l’uomo termine di una relazione d’amore, ricca di doni da gustare, da condividere, da moltiplicare?Comprare per avere, oppure accorgersi di avere (ricevuto) per condividere? Il piccolo fanciullo, e Giovanni sottolinea la piccolezza, ha solo cinque pani d’orzo e due pesci, li ha ricevuti (forse la mamma al mattino glieli ha dati per tutta la giornata): lui solo ha capito la domanda di Gesù, non ha nascosto per sé quel poco che aveva in attesa di accaparrarsi di più. Lui solo ha sentito che Gesù chiedeva e donava amore Lui solo ha donato quel poco che aveva: poco? tutto? quello che aveva, senza pensare?E Gesù mostra la forza della logica dell’amore: « Da dove compreremo?? » ? »C’è qui un ragazzino? »: Gesù vede nel piccolo il dono del Padre: nei cinque pani d’orzo e nei due pesci accolti e ridonati c’è in realtà l’infinito dell’amore di Dio, la cui logica ha la forza di trasformare il mondo. « Da dove compreremo?? »: da questa piccola fonte attingeremo tutto l’amore capace di dare senso a tutta l’umanità. La parola di Gesù adesso si manifesta con tutta la sua « autorità »: adesso la folla diventa un popolo ordinato perché nutrito da un pane non comprato con tanti denari, ma donato dall’infinito amore del Padre, attraverso il gesto di un bambino nel quale Gesù ha visto la presenza di Dio nel mondo.
« Prese dunque i pani, Gesù, e avendo rese grazie, li diede a quelli che erano seduti? » « Prese i pani »: adesso sono le mani di Gesù che toccano queste piccole cose, ma sono un dono per cui ringraziare (il bambino?il Padre), un dono da non trattenere ma da donare? E il dono si moltiplica.
La folla vorrebbe fare re Gesù: « ma egli?si ritirò di nuovo, sul monte, lui solo ». Gesù vuole che i suoi discepoli imparino solo a credere l’Amore.

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Saint Panteleiemon

Saint Panteleiemon dans immagini sacre synaxisholyunmercenaries

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27 luglio: San Pantaleone Medico e martire

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San Pantaleone Medico e martire

27 luglio

m. 305 c.

Pantaleone nacque nella seconda metà del III secolo a Nicomedia, nell’odierna Turchia. Diventerà successivamente medico e sarà perseguitato dall’imperatore di Costantinopoli Galerio per la sua adesione alla fede cristiana. Fu condannato a morte nel 305: gli furono inchiodate le braccia sulla testa, che poi il boia gli mozzò. È il patrono di medici. (Avvenire)

Patronato: Ostetriche, Crema (CR), Miglianico (CH), Ravello (SA), Pianella (PE)
Etimologia: Pantaleone = interamente leone, forte in tutto, dal greco

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, san Pantaleone, martire, venerato in Oriente per avere esercitato la sua professione di medico senza chiedere in cambio alcun compenso.

Pantaleone (Pantoléon, Pantaleémon in greco; Pantaleo in latino) godette fin dall’antichità di un vasto culto in Oriente e in Occidente, al pari dei celebri Cosma e Damiano o Ciro e Giovanni, coi quali divise nella rappresentazione agiografica il modello martiriale e taumaturgico di santi medici « anargiri » e molti tratti leggendari stereotipi, e al pari di altri santi intercessori (gruppo dei quattordici Ausiliatori in Occidente). La sua popolarità è testimoniata dalla Passio giuntaci in varie redazioni e vaneggiamenti in greco, armeno, georgiano, copto, arabo.
Secondo la leggenda Pantaleone, nativo di Nicomedia in Bitinia, educato cristianamente dalla madre Eubule (ricordata nel Sinassario Costantinopolitano al 30 marzo), ma non ancora battezzato, è affidato dal padre pagano al grande medico Eufrosino e apprende la medicina tanto perfettamente da meritarsi l’ammirazione e l’affetto dell’imperatore Massimiano. Si avvicina alla fede cristiana da esempio e dalla dottrina di Ermolao, presbitero cristiano che vive nascosto per timore della persecuzione, il quale lo convince progressivamente ad abbandonare l’arte di Asclepio, garantendogli la capacità di guarire ogni male nel solo nome di Cristo: di ciò fa esperienza lo stesso Pantaleone, il quale, dopo aver visto risuscitare alla sola invocazione dei Cristo un bambino morto per il morso di una vipera, si fa battezzare. La guarigione di un cieco, che si era rivolto a lui dopo aver consumato tutte le sostanze appresso ad altri medici, provoca la guarigione spirituale e la conversione sia del cieco che del padre del santo. Alla sua morte Pantaleone, distribuito il patrimonio ai servi e ai poveri, diventa il medico di tutti, suscitando per l’esercizio gratuito della professione l’invidia e il risentimento dei colleghi e la conseguente denunzia all’imperatore. Il cieco, chiamato a testimoniare, nell’evidenziare la gratuità e la rapidità della guarigione, nonché l’incapacità e la venalità degli altri medici, fa l’apologia di Cristo contro Asclepio, guadagnandosi perciò il martirio.
Il racconto a questo punto segue la struttura propria di una passio: l’imperatore con lusinghe e dolci rimproveri tenta di dissuadere il giovane dal preferire Cristo ad Asclepio. Pantaleone propone un’ordalia tra i sacerdoti pagani e lui: intorno a un paralitico, appositamente convocato, inutilmente si affannano i sacerdoti, invocando tra gli dei anche Asclepio, Galeno e Ippocrate; il santo invece dopo una tirata antiidolatrica guarisce nel nome di Cristo l’ammalato. Il miracolo suscita la conversione di molti e l’ostinazione dei sacerdoti e dell’imperatore, che alle lusinghe fa seguire una lunga serie di tormenti: raschiamento con unghie di ferro e bruciature ai fianchi con fiaccole, annegamento, esposizione alle fiere, ruota. Ogni tentativo risulta inefficace e provoca vieppiù l’ira del tiranno, che accusa il santo di “magia”. La Passio prende quindi l’andamento di un romanzo ciclico con l’inserimento di altri santi personaggi, perché su subdolo invito dell’imperatore Pantaleone ingenuamente non solo fa il nome dei vecchio Ermolao e di altri due cristiani, ma li va a prendere lui stesso per condurli al cospetto del sovrano, che li fa morire. La sentenza di morte del giovane non esaurisce la fantasmagoria del meraviglioso: la punta ripiega come cera; i carnefici chiedono perdono al santo e una voce dall’alto cambia il nome dei giovane: “non ti chiamerai più Pantoleon, ma il tuo nome sarà Pantaleémon, perché avrai compassione di molti: tu infatti sarai porto per quelli sballottati dalla tempesta, rifugio degli afflitti, protettore degli oppressi, medico dei malati e persecutore dei demoni”. Sul modello di altre passioni antiche è il santo a esortare i carnefici a colpirlo e due ultimi prodigi chiudono il racconto: dalla ferita esce sangue misto a latte, mentre l’albero al quale Pantaleone viene legato si carica di frutti.
La critica agiografica ha da tempo riconosciuto il carattere totalmente fabuloso della Passio, un racconto infarcito dell’elemento meraviglioso e miracolistico, di motivi ricorrenti nella letteratura del genere: un testo tipico delle passioni tarde o artificiali, tendente non a definire il profilo storico, ma a delineare il “tipo” sovrumano dei martire intrepido, del santo taumaturgo che opera gratuitamente la salvezza fisica e spirituale dei devoti. Molto evidenti sono in particolare i punti in comune con le Vite e Passioni di santi medici anargiri (specialmente Cosma e Damiano): l’opposizione tra medicina pagana venale ed evergetismo cristiano, il motivo dell’invidia dei colleghi… Ma assai più evidenti sono gli intenti di una simile letteratura, mirante a edificare e più ancora a infondere attraverso le figure dei santi medici conforto e fiducia nei fedeli.
Malgrado lo scarsissimo credito della narrazione, sono ben attestate le coordinate agiografiche. Il dies natalis di Pantaleone è prevalentemente fissato al 27 luglio, talora con oscillazione di qualche giorno. Il Martirologio Geronimiano al 28 luglio ha in Nicomedia Pantaleonis. Il Sinassario della Chiesa costantinopolitana ricorda Pantaleone al 27 luglio. Negli altri martirologi siriaci prevale la data bizantina del 27 luglio, ma il Martirologio di Rabban Sliba (Xlll sec.), oltre il 27 Tamouz (luglio), lo ricorda anche nei giorni 1 e 15 Tisrin I (ottobre). I martirologi storici medioevali dell’Anonimo Lionese, di Adone, di Usuardo, dipendenti dal Geronimiano, danno al 28 luglio una breve sintesi derivante dalla Passio latina, ricordando al 27 s. Ermolao e compagni. Il Calendario latino dei Sinai, probabilmente proveniente dall’Africa, dei sec. VIII o IX, ricorda Pantaleone il 25 febbraio, data forse di qualche fondazione o traslazione, che può essere accostata a quelle del 15 o del 19 febbraio rispettivamente del Calendario Marmoreo Napoletano (IX sec.) e del calendario mozarabico.
La diocesi di Crema, in provincia di Cremona, lo celebra il 10 giugno, giorno in cui per sua intercessione la città fu liberata dalla peste.

Autore: Antonello Antonelli

“Risorti con Cristo” Col 3,1

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1012.htm

Inseguendo l’Agnello

Ritiro spirituale

“Risorti con Cristo” Col 3,1

Con il Triduo Pasquale siamo entrati nel tempo liturgico più forte dell’anno: il Tempo Pasquale che si protende per cinquanta giorni concludendosi con la Solennità di Pentecoste. Cinquanta giorni in cui la Chiesa è tutta focalizzata nella celebrazione della Pasqua di Gesù. Tutto questo periodo è come se fosse un solo giorno, infatti le domeniche che esso comprende non sono chiamate Domeniche dopo Pasqua, ma Domeniche di Pasqua.
La risurrezione di Gesù che è propriamente la sua Pasqua, cioè il suo passaggio dalla morte alla vita, è la chiave di volta di tutto il cristianesimo e se Lui non fosse veramente risorto “noi saremmo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). I cinquanta giorni della celebrazione pasquale sono in un certo senso una festa ininterrotta che si compie nella Pentecoste. Il santo Triduo Pasquale che inaugura il Tempo Pasquale è celebrazione di un unico mistero di cui passione-morte-sepoltura-risurrezione sono le fasi o tappe di realizzazione. Nella granitica unità del Triduo Pasquale si notano due movimenti:
– Col primo la condiscendenza di Dio si abbassa fino a noi. Col secondo la fragilità della nostra natura umana è innalzata fino ai fastigi di Dio. Nascita, passione, morte, discesa agli inferi: ecco le tappe di quella progressiva discesa con cui Dio entra nel nostro mondo, si annienta nell’abisso della nostra miseria. Toccando il fondo è iniziato il movimento inverso di esaltazione: il Figlio è nuovamente «rapito presso Dio e il suo trono» (Ap 12,5). Giovanni riprende in questo testo riprende il prologo del suo Vangelo: Era presso Dio (Gv 1,1). Le tappe di questo movimento ascendente sono: la risurrezione, l’ascensione, lo stare alla destra del Padre. Ma il Verbo non risale da solo presso il Padre: trascina con sé tutta l’umanità con la quale si è reso solidale nel movimento di discesa. «E così – dice s. Giovanni Crisostomo – l’uomo che si trova così in basso da non poter ulteriormente discendere, è stato portato così in alto da non poter ulteriormente salire». Con l’incarnazione era il cielo che scendeva sulla terra. Con l’ascensione è la terra stessa che entra nel cielo. Il risultato dei due movimenti è che il cielo ha invaso la terra, il dolore è stato svuotato, la vita ha annientato la morte: «La morte è stata assorbita dalla vittoria» (1Cor 15,34). – Nuovo Messale Feriale LDC.
Il senso di tutto l’anno liturgico che la Chiesa celebra è quello di introdurre i suoi figli in questo movimento. In realtà nel santo Battesimo ogni cristiano ha realizzato per grazia di Dio, a livello del sacramento ricevuto, la sua partecipazione piena al Mistero Pasquale di Gesù: l’immersione e l’emersione del battezzando nel fonte battesimale stanno a significare simbolicamente proprio questa sua piena e completa partecipazione.
Il battezzando partecipa al movimento discendente della condiscendenza divina, manifestata a noi dall’Incarnazione, passione e morte di Gesù, in quanto, nella consapevolezza delle proprie miserie e peccati, riconosce Gesù come il suo unico Salvatore a cui si affida in uno sguardo amoroso di fede viva nella potenza salvifica del suo Sangue sparso per amore.
Partecipa invece al movimento ascendete nell’esperienza concreta di una vita nuova vissuta sotto la spinta e la forza gagliarda dello Spirito Santo.
Ma questo dono del sacramento del s. Battesimo, essendo un dono che viene fatto ad una persona libera, necessita della nostra corrispondenza personale, corrispondenza che, a causa dei limiti umani e del retaggio del peccato originale, non è mai piena, assoluta e totale, corrispondenza che è, inoltre, soggetta a decadere nella sua permanenza nel tempo se non viene continuamente rinnovata. Per questo Gesù ci ha raccomandato di tener vivo costantemente al nostro spirito il ricordo costante di quanto Lui ha fatto per noi e, istituendo la s. Eucaristia ci ha donato l’opportunità di rinnovarci nell’immersione in quel Sangue salvifico che ci redime e ci fa nuovi ogni volta che l’assumiamo: “Fate questo in memoria di Me!” (Lc 22,20). Per questo il cristiano, nel suo pellegrinaggio nel tempo, rinnovando continuamente la sua partecipazione al Mistero Pasquale di Gesù, di domenica in domenica realizza la propria santificazione nella continua spogliazione dell’uomo vecchio di cui ancora non si è pienamente spogliato, per rivestirsi sempre più intimamente di Gesù Cristo a lode e gloria del Padre.
Immersione e emersione battesimale sono quindi rinnovati ogni domenica e volendo ogni giorno nella partecipazione alla s. Eucaristia. Per cui la generazione soprannaturale che ci ha fatti figli di Dio una volta per sempre nel s. Battesimo, viene continuamente rinnovata e rigenerata in noi in ogni s. Messa. Per questo ogni Pasqua è diversa, diversa non per l’amore di Dio che celebriamo, ma per l’amore nostro con cui stiamo corrispondendo:
– E così la Pasqua di Cristo diventa la nostra Pasqua, la Pasqua della Chiesa e del mondo. Con la risurrezione Dio chiama e inizia una nuova creazione. È come l’aprirsi di una diga misteriosa che fino allora impediva alla vita di Dio di conquistare il mondo. Cristo abbatte vittoriosamente questo «muro di separazione» (Ef 2,14). A quel punto l’eternità di Dio irrompe nel tempo, l’oceano immenso della sua gloria dilaga e sommerge ogni cosa, la sua luce trasfigura ogni realtà. La vita del Risorto entra con forza sempre più grande nella vita terrena e conquista spazio per Sé. – Nuovo Messale Feriale LDC.
Ma queste parole come risuonano nel mio cuore? Si tratta di parole belle, ma che rimangono solo belle parole o ci comunicano di più? Sono parole che mi parlano di qualcosa di cui ho esperienza intima o solo una vaga nostalgia? Dove concretamente le vediamo realizzarsi?
– Ma dove tutto questo si realizza? Dove è possibile vederlo? Nei Santi, in quelli cioè che con fiducia illimitata si abbandonano al Risorto, accolgono il suo Spirito – Nuovo Messale Feriale LDC.
Ciò che ci fa essere propriamente cristiani è il fatto che abbiamo accolto lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Risorto, lo Spirito Santo, l’effusione dello Spirito Santo è il completamento del Mistero Pasquale di Cristo. È questa effusione dello Spirito sulla Chiesa, su ciascun battezzato, su di noi, che ci permette di entrare in un intimo e vitale rapporto di conoscenza e amore con il Risorto:
– Con la Pasqua inizia una mirabile e sovrumana corrente di vita, che parte da Gesù Cristo e giunge a ciascuno di noi per darci forza e per segnare il principio dell’immortalità – Antonio Mistrorigo.
Nella teologia sottesa nel Vangelo di Giovanni, il Mistero Pasquale di Gesù si realizza in pienezza già sulla croce: Gesù Crocifisso è già glorificato, è già risorto, è già asceso al Cielo ed effonde già il suo Santo Spirito (cf Gv 8,28; 12,23-33; 19,30). L’evangelista Giovanni non fa distinzioni cronologiche tra morte, risurrezione, ascensione ed effusione dello Spirito Santo, Giovanni vede tutto il mistero realizzato già nel Crocifisso. La sua è una visione che legge in un’altra profondità e in un’altra altezza, e così quello che gli altri evangelisti mostrano nel suo susseguirsi cronologico, lui lo legge nell’unica visione sintetica di Gesù Crocifisso. Gesù Crocifisso, per Giovanni, già innalzato (cf Lc 24,51) e quindi glorificato (cf Gv 12,23) nella sua elevazione da terra sulla croce. La croce diventa così manifestazione della sua gloria. In Giovanni l’Ascensione non deve aspettare 40 giorni come negli altri evangelisti: Gesù Crocifisso è già innalzato e glorificato. La successione cronologica dell’Ascensione e della Pentecoste, 40 e 50 giorni dopo la Pasqua è data, dalla pedagogia divina, per la comprensione più facile del mistero che viene, per così dire, spezzettato perché possa essere meglio assimilato dagli apostoli e dai discepoli. Giovanni, illuminato dallo Spirito, coglie il mistero nella sua unità e lo trasmette in quest’immagine di Gesù Crocifisso, già innalzato e glorificato che effonde il suo Spirito già da lì, già dalla croce.
Croce e Risurrezione sono due eventi talmente legati tra loro che non è possibile parlare di uno omettendo l’altro. Si tratta di un unico mistero ineffabile d’amore realizzato pienamente in Gesù Cristo come Capo del suo Corpo che è la Chiesa (cf Col 1,18) e che deve estendersi ad ogni membro vivo di questo corpo.
Completezza in atto e attuazione nel tempo, sono due elementi costantemente presenti nel Mistero Pasquale di Gesù Cristo: già pienamente attuato in Lui, nostro Capo, non ancora pienamente attuato in noi sue membra: già e non ancora. Per cui tutto il mistero è da una parte compiuto pienamente e da un’altra deve compiersi: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E poiché Gesù Cristo nella pienezza del suo Mistero Pasquale realizzato vive in noi e ci partecipa Se Stesso, noi siamo già morti e risorti in Lui, ma non ancora pienamente.
Nel santo Battesimo siamo stati inseriti nel Mistero Pasquale di Gesù Cristo, siamo entrati cioè in quel vortice d’amore che si è abbassato a noi per innalzarci in Lui. Bisogna che ciascuno di noi capisca bene questo: tutto ha origine eterna nell’amore del Padre che nella pienezza dei tempi ci amò talmente da mandare il suo Unico Figlio a salvarci morendo in croce per noi. Gesù ci ha meritato la salvezza con la sua morte ignominiosa, terribile, orrenda voluta per manifestarci qualcosa dell’ineffabile follia del loro amore per noi. Ma questa salvezza meritata deve essere applicata, comunicata personalmente e singolarmente a coloro che si accosteranno a questo mistero d’amore con fede. Questa comunicazione personale della salvezza, questa intima partecipazione al vortice d’amore che si è inabissato nelle miserie dell’umanità e si è innalzato al di sopra dei cieli, è opera peculiare dello Spirito Santo. La salvezza oggettiva ottenuta per tutti in genere, diventa salvezza personale per via della comunicazione dello Spirito Santo.
Per questo il Tempo Pasquale è anche il tempo dello Spirito. Qual è il compito dello Spirito? È duplice, come duplice è la fonte da cui Esso sgorga e dirompe: il Padre e il Figlio. Lo Spirito Santo è l’Amore vicendevole del Padre e del Figlio. In quanto è lo Spirito del Padre, Egli ci attira verso il Figlio e ci sollecita all’adesione di fede nei suoi confronti e ci unisce a Lui in un solo Corpo. In quanto è lo Spirito del Figlio, Egli ci protende verso il Padre, come Gesù è sempre proteso amorosamente verso il Padre.
Lo Spirito Santo è il protagonista della nostra santificazione che ci sollecita interiormente alla santità ed Egli si rattrista (Ef 4,30) quando noi non corrispondiamo alle sue mozioni, e “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26) nei nostri cuori. Ma cosa vuole da noi lo Spirito Santo? Egli desidera mano libera per poter agire a suo piacere. Infatti essendo Spirito di libertà, nulla opera con la forza e la prepotenza, è Spirito di ineffabile amore che si propone e mai impone. E se non gli si danno con chiarezza i dovuti permessi, Lui se ne sta lì, in fondo al cuore e piange soffocato dalle nostre mancanze di fiducia e di amore.
Ma qual è la finalità di questo suo agire? Formare in ciascuno Gesù Cristo. Questo è il compito della Chiesa che viene realizzato dallo Spirito Santo: formare Gesù Cristo nei cuori dei fedeli: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 1,19). Ogni cristiano deve crescere fino alla sua propria maturità, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
Questo significa che, attraverso il suo Santo Spirito, il Verbo – in un certo qual modo – si incarna in ogni uomo e ogni donna che si unisce a Lui nella fede, per mezzo di questa fede Egli abita nei loro cuori (cf Ef 3,17) e vuole rivivere in essi e attraverso essi la sua esperienza terrena, la sua storia di amore per il Padre e per l’umanità. Propriamente questa è la finalità ultima di tutti i Sacramenti della Chiesa: operare un innesto divino nella vita degli uomini perché essi possano vivere la propria esistenza come figli di Dio, fatti figli nel Figlio: loro in Lui e Lui in loro (cf Gv 14,20): noi viviamo la sua vita e Lui la nostra. Diventiamo come un prolungamento della sua umanità:
– O mio amato Gesù, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa del tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne!… Ma sento la mia impotenza e ti prego di rivestirmi di Te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell’anima tua, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un riflesso della Tua Vita.
Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento, per imparare tutto da Te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissarti sempre e restare sotto il tuo grande splendore. O mio Astro amato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.
O Fuoco consumatore, Spirito d’amore, discendi sopra di me, perché si faccia nella mia anima quasi un’incarnazione del Verbo! Che io Gli sia un prolungamento d’umanità in cui Egli possa rinnovare tutto il suo mistero.
E Tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra e non guardare in essa che il Figlio amato nel quale hai posto le tue compiacenze. – B. Elisabetta della Trinità.
Io sia un prolungamento d’umanità in cui Egli possa rinnovare il suo mistero. Questo rinnovarsi del suo mistero non avviene in modo magico, lo Spirito Santo realizza l’attualizzazione del mistero di Gesù in ciascuno di noi nella dinamica dell’amore che fugge ogni costrizione e che trova nel desiderio il suo canale e strumento di realizzazione. Come possiamo descrivere questa dinamica? Essa è molto semplice: lo Spirito Santo suscita in noi l’attrazione amorosa verso Gesù Cristo, Egli ci affascina il cuore, la bellezza della sua Persona divina incarnata, la squisitezza della sua anima umana, lo splendore eccelso delle sue virtù, la tenerezza ineffabile con cui ci ha amato e ci ama, ci fanno desiderare di stare con Lui, ascoltare Lui, vivere di Lui, di essere in Lui, di essere Lui e non più noi. Ora man mano che questo desiderio cresce e si orienta verso i singoli lineamenti spirituali del Verbo incarnato, il suo Santo Spirito che abita nei nostri cuori (cf 1Cor 3,16; ecc.) ci comunica quanto ci ha fatto desiderare. Per questo è importantissimo, vitale alla nostra vita spirituale meditare e contemplare la vita di Gesù, perché è proprio da questo contatto vivo con Lui che si potenzia nel nostro cuore il desiderio che viviamo non più noi, bensì solo Lui in noi (cf Gal 2,20).
E così le varie tappe della storia della vita terrena del Figlio di Dio diventano le tappe della nostra storia e vengono suggellate dai Sacramenti: nel nostro s. Battesimo Egli rinnova nel cuore del fedele il mistero del suo incarnarsi nel seno della Vergine Maria, lì, nel nostro cuore rinnova il mistero della sua crescita (cf Lc 2,52) e così Egli cerca spazio e cresce nella misura che noi gli cediamo il terreno, nella misura in cui noi diminuiamo, Lui cresce (cf Gv 3,30). È uno spogliarsi e un rivestirsi: spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo (cf Col 3,10; Ef 4,24). Spogliarsi e rivestirsi comunque non esprimono la realtà spirituale che lo Spirito Santo opera in noi, spogliarsi e rivestirsi infatti rimandano ad un qualcosa di esteriore che è il vestito, mentre la realtà spirituale che vogliamo significare non è esteriore a noi, ma intima a noi stessi. Si tratta di un rivestimen-to interiore, cioè di una trasformazione interiore (cf 2Cor 2,18) che va desiderata e invocata incessantemente:
– Unite il vostro cuore e la vostra azione a quella di Gesù per trarne forza e vigore, e per farla nel suo spirito, assicurandovi così di essere nelle sue vedute, nei suoi intenti e nella sua perfezione. Pregate che Egli metta la sua mano sulla vostra, che Egli lavori con voi. Fate che Egli sia, per una vostra dolce applicazione a Gesù operante e conversante, effettivamente il vostro Emanuele per la presenza e per l’influsso del suo spirito nel vostro. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio [Ct 8,6]. Immaginatevi che Egli vi inviti ad incidere il suo sigillo ben dentro il vostro cuore, pregateLo che lo incida lui stesso, che si imprima questo sigillo ai vostri occhi per santificare i vostri sguardi, alla vostra bocca per consacrare tutte le vostre parole, alla vostra mente per santificare tutti i vostri pensieri, alla vostra volontà per regolare tutte le vostre affezioni, al vostro corpo e alla vostra anima per imprimervi il contrassegno inconfondibile della sua umiltà, della sua purezza e della sua innocenza. – P. Pio Bruno Lanteri, Scritti ascetici, 3403: T 8-9
Questa dinamica spirituale del diminuire perché Lui cresca (cf Gv 3,30) ha avuto delle risonanze fisiche nella persona di s. Gemma Galgani, che sentiva a livello fisico come il petto dovesse far spazio al Cuore di Gesù che non riusciva a starci comodo e pressava le sue costole fino ad alzarle:
– «Ci sono dei giorni che Gesù allora sta con me tanto tanto e mi si fa sempre sentire nel cuore; e allora il mio cuoretto piccino, che non è capace a nulla, si muove tutto e mi fa soffrire infinitamente, e allora via col pensiero al Paradiso. Bene, babbo mio, in Paradiso! Vede: se io avessi un cuore grosso grosso, che Gesù ci stasse largo largo, io non mi sentirei mai male; e poi io non lo so, babbo mio, non mi so spiegare, mi ha capito? mi risponda presto…». – Lettera 54.
– Ieri sera una voce internamente mi disse che andrò in peggio con le mie costole; io ho paura che mi si spacchino. […] La preparazione alla s. Comunione non la faccio, e il ringraziamento neppure, non mi riesce; io sto zitta e Gesù sta zitto. Vado per farla col cuore mi si alzano le costole; vado con la mente… ma se non ho più neppure la mente; non mi ricordo più nulla del passato. Il pensiero è sempre o Gesù, o la Mamma; ma non so dirgli una parola, né chiedergli una grazia […]. – Lettera 37.
È proprio così! Quello che Gemma visse in un modo assolutamente straordinario, noi lo viviamo nell’ordinarietà della nostra vita dove Gesù preme, pressa, spinge con il suo Santo Spirito perché noi acconsentiamo alla sua proposta di amore e Gli permettiamo di agire in noi a suo piacimento. Arrendiamoci a Gesù, arrendiamoci all’Amore e lasciamoci potare (cf Gv 15,2) e lavorare (cf Lc 13,8). Leviamo ogni condizione alla nostra donazione, leviamo ogni misura al nostro amore, non lasciamoci condizionare dai nostri difetti, dalle nostre miserie, dalle nostre debolezze e eleviamo in alto la nostra anima con il desiderio. Fissiamo il nostro sguardo interiore su Gesù (cf Eb 12,1-4), distogliamolo da noi stessi, impariamo a non guardare noi, ma solo Lui, invocando continuamente il suo aiuto, la sua grazia: “Signore, salvami!” (Mt 14,30). Noi stentiamo a farci santi unicamente per un motivo: perché fissiamo lo sguardo su di noi e non su di Lui, se fissassimo lo sguardo su di Lui, le nostre mancanze e debolezze non impedirebbero la nostra più veloce santificazione che, invece, impediscono perché noi ci fermiamo su di esse e ci lasciamo condizionare da esse, dimenticandoci che siamo risorti con Cristo, che abbiamo ricevuto il suo Santo Spirito e che Lui ci ha già fatti nuovi: “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Se noi fossimo veramente convinti che le nostre mancanze non impediscono la nostra santificazione, saremmo santi molto presto. Occorre fiducia in Lui non in noi. Finché ci crediamo virtuosi non saremo mai santi, ma quando capiremo che la virtù è sua e affatto nostra, allora non faremo più neanche tanto caso alle mancanze che commettiamo ogni giorno, le mettiamo già in bilancio e l’unico nostro proposito sarà quello di guardare Lui, pensare a Lui, seguire Lui, vivere di Lui, amare Lui nonostante tutto e di lasciarci amare da Lui così come siamo, non come vorremmo essere. Certamente che le mancanze e i peccati che commettiamo ci amareggiano il cuore, ma è un attimo, poi ci riprendiamo immediatamente perché non ci fermiamo sopra, ma riprendiamo il cammino tutti presi da Lui, non cessando di desiderare di riuscire ad amarLo di più. Desiderio che non cessa, ma anzi aumenta e si intensifica ogni volta che cadiamo o manchiamo in qualche modo all’amore. In questa dinamica si inserisce l’azione ineffabile dello Spirito Santo che attraverso il desiderio provocato dalle nostre sconfitte, dalle nostre cadute, dall’esperienza continua delle nostre debolezze, ci santifica, crea sempre maggior spazi interiori in noi perché Gesù possa crescere e noi diminuire a noi stessi. In questo modo Egli ci santifica senza che noi ce ne accorgiamo, ci santifica di peccato in peccato, ci santifica attraverso l’amaraezza dell’esperienza della nostra debolezza, in questo modo ci eleva in alto senza che ce ne accorgiamo e quindi senza che ce ne vanagloriamo, avendo noi ogni giorno davanti ai nostri occhi i nostri continui sbagli. Santa Caterina da Genova così racconta l’opera dell’Amore in lei:
– Avevo dato così le chiavi di me stessa all’Amore con l’ampia potestà di fare tutto quello che era necessario, senza alcun rispetto, per gli amici o per il mondo, affinché in tutto quello che la legge del puro Amore ricercasse, niente le mancasse. E quando vidi che accettò la cura e andava conseguendo lo scopo, quieta mi voltai verso questo Amore guardando le sue necessarie e graziose operazioni che faceva con tanto amore, e con tanta sollecitudine e con tanta giustizia, che né più né meno operava con soddisfazione della natura interiore ed esteriore, se non per quello che era necessario (e stavo così occupata nel vedere questa sua opera, che, se mi avesse gettata con l’anima e con il corpo nell’Inferno, non mi sarebbe sembrato se non tutto amore e consolazione). Vedevo questo Amore avere l’occhio tanto aperto e puro e la vista sottile da vedere tanto lontano, che restavo stupefatta per le tante imperfezioni che trovava, e me le mostrava talmente chiare, che le dovevo confessare. Mi faceva vedere molte cose, che a me e agli altri sarebbero sembrate giuste e perfette, mentre l’Amore le considerava all’opposto, di modo che in ogni cosa trovava difetto. – S. Caterina da Genova, ,Vita Mirabile, 128

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San Gioacchino ed Anna

San Gioacchino ed Anna dans immagini sacre Sts.Joachim_Anna_Ukrainian_icon

http://www.stannesorthodox.com/st.anne.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

San Gioacchino ed Anna (26 luglio mf)

http://liturgia.silvestrini.org/santo/228.html

San Gioacchino ed Anna (26 luglio mf)

Genitori della B.V.M.

BIOGRAFIA
Secondo un’antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant’Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

MARTIROLOGIO
Memoria dei santi Gioacchino e Anna, genitori dell’immacolata Vergine Maria Madre di Dio, i cui nomi sono conservati da antica tradizione cristiana.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17). O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino é Dio.
O Gioacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo.
O Gioachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

Scrutare il piano di Dio
La memoria dei genitori di Maria di Nazareth, non è una pia devozione, ma, seguendo la liturgia, è un modo per riflettere sulle radici della nostra salvezza. Essa, infatti, non è qualcosa che accade all’improvviso e senza nessuna preparazione, ma tutto avviene con gradualità. Scopriamo, quindi, che Dio ha educato il suo popolo ed ha chiamato persone (i re, i profeti, i sacerdoti) perché più da vicino collaborassero alla sua opera, ha cercato gente semplice perché comprendesse appieno i suoi disegni, ha ordinato tutto secondo il bene e la realizzazione del suo progetto. Capire questo, vuol dire considerare i santi, come quelli proposti oggi, nell’ottica di Dio e non in una mera prospettiva umana: non sono solo intercessori, ma persone concrete che hanno vissuto la loro storia personale e sociale leggendo tutto in una prospettiva di fede, nella speranza di vedere la salvezza.

“Annunciamo Cristo crocifisso” 1Cor 1,22-25

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124782

“Annunciamo Cristo crocifisso” 1Cor 1,22-25

((Teologo Borèl) Marzo 2009 – autore: Conferenza Episcopale Italiana)

Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”)… (III domenica di quaresima)

ANNUNCIARE
“Annunciamo Cristo crocifisso” 1Cor 1,22-25
Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”). Egli è vera potenza e vera sapienza, ma in un senso inaudito e scandaloso. L’attesa giudaica di potenza divina era fondata sull’evento della prima Pasqua avvenuta all’uscita dall’Egitto. La prima Pasqua fu accompagnata da segni e prodigi grandi: le dieci piaghe; l’aprirsi delle acque; terremoto, tuono e tempesta al Sinai. La “potenza di Dio” che è Cristo crocifisso non è così. Nessun prodigio pubblico. La croce è l’unico segno che Gesù ha voluto che fosse evidente alla storia. Né i miracoli, né la risurrezione volle che apparissero pubblicamente al mondo. Solo la croce, nella quale nessun prodigio appare. In Cristo crocifisso appare solamente un amore che non si ferma di fronte a niente. Il nostro amore di solito muore al primo sgarbo, alla prima offesa… In Cristo crocifisso appare un amore che non muore di fronte a niente: non muore di fronte al tradimento, né di fronte allo scherno, né di fronte alla crudeltà, né di fronte alla sofferenza, né di fronte alla morte. In Cristo crocifisso appare la potenza dell’Amore che non è ucciso da alcuna arma del maligno. Così “annunciare Cristo crocifisso” significa rivelare e attrarre gli uomini a questo amore. Questo annuncio è “potenza di Dio” perché lo Spirito opera in chiunque crede la salvezza, che è nel perdono dei peccati, e rende capaci di rispondere con lo stesso amore: amore umile e paziente, che non risponde al male col male, che non desiste dal servire nel bene i fratelli, che libera dal rancore, dall’odio e opera la riconciliazione… La vera potenza di Dio non è più dunque l’aprirsi prodigioso della acque del mare, ma l’aprirsi attraverso il costato aperto di Cristo crocifisso dell’amore di Dio per noi. Attraverso di Lui entriamo nella vera libertà dell’amore. Anche il concetto giudaico di sapienza è scaturito dall’evento della prima Pasqua.
Allora Israele ricevette al Sinai la Legge: “quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli”, Dt 4,6). Questa Legge è condensata nelle “dieci parole” che ascoltiamo nella prima lettura. La “sapienza di Dio” di cui parla san Paolo è invece Cristo crocifisso. La vera “sapienza di Dio” infatti non è osservare alla perfezione la Legge, cosa impossibile. I farisei avevano ipocritamente addomesticato la Legge riducendola a propria misura. Voler ‘mettersi a posto con Dio’ osservando i comandamenti, è come voler comprare il suo Amore, è come fare del luogo del nostro incontro con Dio, del Tempio, “un luogo di mercato”. In questo tempio corrotto portiamo i nostri meriti per comprare la Sua benevolenza. Questo modo di relazionarsi a Dio è la falsa sapienza che Gesù denuncia profeticamente nel Vangelo di questa domenica. Che figlio sarebbe, infatti, uno che dichiarasse di volersi comprare l’amore del papà o della mamma con i suoi servizi a loro? Non offenderebbe profondamente il loro amore gratuito per lui? Che cuore di figlio sarebbe? No, la vera “sapienza di Dio” è Cristo Crocifisso, ossia è riconoscere in Lui l’Amore del Padre. Amore che perdona e salva e, in forza di esso, in forza cioè dello Spirito, rispondere con un amore simile. È sapiente chi riconosce Cristo, Amore che perdona.

CELEBRARE
Noi ti rendiamo grazie!
«E’ veramente cosa buona e giusta, renderti grazie…» Con queste parole ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione eucaristica: la grande preghiera di azione di grazie e santificazione. Questa preghiera costituisce da una parte, il vertice di tutto il percorso rituale (dall’ingresso, all’ascolto, alla benedizione), dall’altro, conduce la celebrazione verso la sua consumazione: i riti di comunione.
É una preghiera antica, che nel corso dei secoli ha conosciuto una grande varietà di forme e di testi. Prima della riforma liturgia, nella liturgia eucaristica si proclamava il solo Canone Romano (la nostra attuale Preghiera eucaristica I) successivamente, grazie al lavoro prezioso dei padri della riforma, sono stati ripristinati alcuni testi antichi e create preghiere di nuova composizione. La preghiera eucaristica ha una struttura unitaria, che attraverso le diverse parti, ci fa percorrere il sentiero orante dalla lode, all’invocazione, alla narrazione, all’intercessione, alla glorificazione. È dunque il modello di ogni preghiera cristiana.
La preghiera si apre con il prefazio: è una preghiera di lode in cui Dio viene ringraziato per le meraviglie compiute nel corso della storia. Le sue opere vengono cantate con un linguaggio lirico e poetico, così da accendere nel cuore la gratitudine e la meraviglia. La preghiera di lode si fa poi, invocazione. Il Dio che ha compiuto gesta prodigiose, viene invocato, perché possa, per la potenza dello Spirito Santo, realizzare per noi la pasqua del Signore Gesù. La preghiera epicletica ci conduce nel cuore del mistero della Croce, ha infatti inizio subito dopo, il racconto dell’isituzione in cui la Chiesa ricorda le parole e i gesti compiuti da Gesù nell’Ultima Cena. Dopo aver acclamato, al mistero grande della fede, l’assemblea viene invitata a trasformare tutta la propria vita in un sacrificio gradito a Dio: l’offerta. Infatti così esplicitano le norme liturgiche: «La chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma imparino ad offrire se stessi e così portino a compimento ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti» (OGMR 79). Dopo aver offerto la nostra vita con quella di Cristo, come Gesù sulla Croce, la Chiesa innalza a Dio preghiere e suppliche, per i presenti e per i defunti.
La preghiera eucaristica si conclude con la dossologia, con cui Dio è glorificato per l’opera compiuta nel sacrificio della morte e risurrezione di Gesù.
La preghiera Eucaristica è modello di ogni preghiera cristiana, in essa possiamo trovare ispirazione e insegnamento: ringraziare, invocare, narrare, acclamare, intercedere, glorificare, solo questi i movimenti del cuore che conducono la chiesa a vivere con fede il sacrificio eucaristico.

TESTIMONIARE
Incontri lungo il cammino…
Ripenso spesso all’anno trascorso laggiù. E devo partire dall’inizio.
Quando sono arrivato, mi sono sentito un “diverso”. Questa percezione mi ha portato a impostare il lavoro con le persone che incontravo basandolo su una bussola che poi mi ha guidato in tutti i momenti di dubbio: la condivisione. Una scelta che con il passare delle settimane ha dato i suoi frutti, ed è stata ricambiata con fiducia e amicizia.
Così ho vissuto un’esperienza unica per scoprire me stesso, i miei limiti, la sfida della differenza.
Nei miei dodici mesi in Ruanda ho seguito, insieme ai componenti di un’équipe della diocesi locale e ad altri due caschi bianchi, l’inserimento scolastico dei bambini: duemila nella scuola primaria e trecento nella secondaria. Abbiamo dedicato particolare attenzione al recupero di ex ragazzi di strada. Ancora, ho partecipato all’avviamento al lavoro di alcuni giovani attraverso il microcredito: piccoli prestiti, da investire (e restituire quando l’attività si consolida) in botteghe di barbiere, meccanico, parrucchiera, sarta, per aprire un autolavaggio, comprare la moto e diventare mototassista.
Questa esperienza mi ha formato come persona e come cristiano.
Influenzerà positivamente e per sempre le mie scelte future.
Ma soprattutto mi ha insegnato una cosa sorprendente e incoraggiante al tempo stesso: si può lodare Dio e ringraziarlo con naturalezza e immediatezza, come fanno i ruandesi, anche quando si è tremendamente sofferto, come è accaduto nella loro storia recente.
Così ho capito, scoprendo che è come se il nostro vivere convulso ci portasse a un rapporto con Dio più contorto e conflittuale, ciò che noi davvero rischiamo di perdere…

Un giovane “casco bianco” in Rwanda

… verso una vita nuova
Incontrare persone che escono da una terribile esperienza di guerra e imparare proprio da loro la lode a Dio, la speranza, la voglia di ricominciare…
È un’iniezione di fiducia nel nostro mondo che sembra perdere tutti questi valori, nonostante siamo ancora dei privilegiati. Il “Cristo crocifisso” che predichiamo sarà glorificato nella resurrezione.
Cerchiamo nella nostra vita personale e di gruppo occasioni per superare conflitti e ricostruire, insieme, una nuova vita.

PREGHIERA INTORNO ALLA MENSA
Noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1Cor 1,24-25).
La mentalità del mondo oggi esalta il potere, il successo, il benessere, la forza fisica. Tu, Gesù, dalla croce ci insegni che la vera grandezza sta nell’amore, nel servizio ai fratelli, nel dono della propria vita per gli altri. Aiutaci ad accogliere questa lezione di vera sapienza e a servire con amore i no

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 25 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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