Ez, 1-4-28 – Va’, figlio d’uomo!

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Ez, 1-4-28 – Va’, figlio d’uomo!

Omelia (05-07-2009)

don Marco Pratesi

(non è lo stesso passo della prima lettura di domenica, ma il commento…ci sta bene)

Siamo agli inizi del libro. Di fronte alla temibile visione della gloria del Signore (1,4-28) Ezechiele è caduto faccia a terra. Viene però invitato a rialzarsi – riceve dall’alto l’energia necessaria – per ascoltare. « Figlio dell’uomo », così viene chiamato, e l’appellativo diverrà abituale nel corso del libro. Di fronte alla impressionante gloria di Dio sta un semplice essere umano, con i suoi limiti e le sue fragilità. Non si tratta per niente di un uomo speciale, divino, di un angelo o un semidio: egli è della razza umana, in essa è nato e di essa porta in sé tutte le caratteristiche. Proprio un simile essere è scelto e inviato da Dio ad altri uomini. E’ un modo di fare costante nel corso della storia della salvezza: Dio si rivela agli uomini attraverso altri uomini, mediante fratelli tra fratelli. La Parola di Dio non si presenta all’uomo disincarnata, astratta, tutta immateriale e mentale, ma tende da subito a cercare carne, a farsi carne.
Ciò comporta una doppia difficoltà. Da un lato il prescelto sperimenta una « invasione » della propria carne da parte di Dio. Tutta la sua vita cambia, e deve ora essere posta a servizio della Parola. Dall’altro i destinatari dovranno superare la difficoltà di prestare ascolto a uno come loro, a un « figlio d’uomo » che non ha niente di speciale, ma è portatore di qualcosa che esige ascolto e obbedienza.
Facilmente l’inviato sperimenta l’insuccesso, ed è quello che viene detto da subito ad Ezechiele: sei mandato a gente ostinata, dura. Ascoltino o meno, essi devono almeno sapere che in mezzo a loro c’è un profeta. Curioso, sembra quasi che Dio si disinteressi dell’accoglienza del suo messaggio. Ma l’espressione non è da intendere così: Dio parla per essere accolto. Egli vuole che « il peccatore si converta e viva » (33,11). Tuttavia qui si intende sottolineare che la Parola di Dio e la sua validità non dipende affatto dalla disposizione degli ascoltatori. Essa non è « modellata sull’uomo » (Gal 1,11), plasmata sulle esigenze umane. Il profeta è colui che sa e vive nella propria carne il fatto che quand’anche fosse rifiutata da tutti, la Parola rimane vera e imprescindibile, e deve essere imperativamente annunziata. L’uomo saprà almeno che Dio non lo abbandona e continua a chiamarlo. Quale potrebbe essere infatti l’alternativa? Che Dio smetta di parlare, che abbandoni l’uomo a se stesso e a ciò che vuol sentirsi dire. I falsi profeti, quelli che hanno come criterio il successo, quelli che calibrano il messaggio in vista del consenso, non mancano mai.
Naturalmente non è sufficiente dire cose sgradite o che nessuno dice per avere la certezza di essere profeti autentici. Questa stessa lettura ci offre qualche criterio di discernimento. Primo: la faccia a terra davanti al mistero di Dio. Secondo: la viva e permanente consapevolezza di essere fratello tra fratelli. Terzo: l’indifferenza di fronte al trionfo o al fallimento umano, ovvero all’autoaffermazione.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Publié dans : LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |le 6 juillet, 2012 |Pas de Commentaires »

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