PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO: II. GERUSALEMME – JOACHIM JEREMIAS

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JOACHIM JEREMIAS

PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO

MORCELLIANA 1973
Titolo originale dell’opera: Der Schlüssel zur Theologie des Apostels Paulus
trad. di Guido Stella

I. TARSO
II. GERUSALEMME
III. ANTIOCHIA
IV. DAMASCO

II. GERUSALEMME

Paolo proviene da una pia famiglia ebrea. Era un dovere per i genitori israeliti ammaestrare i loro figli fin dall’ età di cinque anni nella lettura della Sacra Scrittura (10). L’eccellente scienza biblica dell’ Apostolo, il quale (come occasionali divergenze dal tenore del testo fanno trasparire) ha attinto dalla memoria le sue numerose citazioni bibliche, rende molto probabile il fatto che suo padre abbia adempiuto al proprio dovere e lo abbia educato sin da piccolo nella lettura e nella conoscenza della Sacra Scrittura. Da ciò deriva anche un’ulteriore osservazione. Paolo cita l’A. T. il più delle volte secondo la traduzione greca (Settanta). Ciò è molto strano in quanto egli, nella sua comprensione della Scrittura, e principalmente (come possiamo accertarcene) nel suo metodo esegetico, era legato alla scuola scuola teologica palestinese, non a quella ellenistica.
Il prendere in considerazione solo la sua comunità che parlava il greco non spiega affatto la sua preferenza per i Settanta, perché la conoscenza d’essi per questo è in lui troppo profonda. La familiarità di Paolo con il testo greco della Bibbia dovette piuttosto essergli procurata fin da piccolo dalla famiglia e dalla Sinagoga ellenistica (11).
Benché i genitori appartenessero alla diaspora ebraica, essi si preoccuparono che il figlio, accanto alla lingua .greca, imparasse anche quella dei suoi antenati, l’ebraico; lo afferma espressamente Paolo quando si dichiara (Fil 3, 5): « ebreo, discendente da ebrei ». Concorda con ciò il fatto che le citazioni bibliche dell’ Apostolo fanno vedere come egli fosse in possesso di più lingue: accanto all’uso dei Settanta, esse rivelano spesso la conoscenza del testo originale.
Nella sua famiglia, si pregava. Egli menziona spesso la preghiera prima e dopo i pasti come qualcosa di assolutamente naturale per lui (1 Cor 10, 30; Rom 14, 6; 1 Tim 3, 4 s.). E quando assicura le sue comunità che egli « continuamente» ringrazia Dio a loro riguardo (1 Tess 1, 2; 2 Tess 1, 3; 2, 13; 1 Cor 1, 4; Filem 4; Col 1, 3; cfr. 2 Tess 1, 11; Rom 1, 10; Fil 1, 4), «incessantemente» facendo menzione di loro a Dio (1 Tess 1, 2 s.; 2, 13; Rom 1, 9), con questo non afferma, poniamo, (come occasionalmente si è frainteso) che tutta la sua vita è un’incessante intercessione, ma egli parla invece dell’intercessione che compie nelle sue preghiere regolari. Sin da piccoli, i ragazzi delle famiglie farisee venivano educati a recitare ,tre volte al giorno – al mattino dopo essersi alzati dal letto, nel pomeriggio alle tre, all’ora del sacrificio quotidiano nel tempio, ed alla sera prima di coricarsi – la grande preghiera di lode (chiamata in seguito la preghiera delle 18 benedizioni), che comincia con le parole: «Sii lodato, Signore, nostro Dio e Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe » e Paolo, anche da cristiano, con altissima probabilità, ha sottolineato la pratica dei tre momenti di preghiera. La « Dottrina degli Apostoli» (Didaché), un breve ordinamento della comunità primitiva cristiana che risale nel suo nucleo fondamentale al primo secolo, prescrive che sia recitato tre volte al giorno il Padre Nostro (Didaché, 8,3). Anche Paolo può essersi comportato cosi, immettendo un’ nuovo contenuto nell’uso antico.
L’educazione alla preghiera non fu la sola eredità spirituale di cui Paolo dovette ringraziare i suoi genitori. Sul piano religioso, Paolo ha ricevuto dalla sua famiglia la fede biblica in un Dio personale, la consapevolezza dell’onnipotenza sovrana di Dio (Rom 9-11), della serietà delle esigenze poste da lui e del suo giudizio (1, 18-3, 20), l’importanza fondamentale dell’ adorazione di Dio (4, 20), questa e molte altre cose.
Quando Paolo in Gerusalemme si aggregò ai Farisei (Fil 3, 5), su questa decisione aveva influito, accanto all’esempio del suo maestro Gamaliele, l’esempio della casa paterna; secondo gli Atti degli Apostoli (23, 6) già suo padre e il nonno erano stati Farisei. Questi ultimi costituivano una associazione di pii laici studiosi della Bibbia, i cui membri si impegnavano solennemente, alla fine di un periodo di prova, ad adempiere nel modo più scrupolo so il precetto delle decime e quello della purità legale, spesso trascurati dal popolo. Il loro numero, relativamente ristretto – 6000 secondo Giuseppe Flavio – fa comprendere che la severità degli impegni allontanava molti. Paolo invece è stato attratto ai Farisei proprio da essa; nessuno doveva superarlo in coscienziosità (Gal 1, 14).
Dopo aver scelto la sua strada, ciò che secondo noi avvenne nella sua prima giovinezza (12), Paolo si risolse per lo studio della teologia. Secondo la relazione degli Atti (22, 3), egli scelse il suo maestro nella persona di Gamaliele I, il quale «era amato da tutto il popolo» (At 5, 34) ed al quale i posteri elevarono un monumento ideale con questo giudizio: «Con la morte di Gamaliele venne meno la venerazione per la Sacra Scrittura, e vennero meno la purezza e la sobrietà» (13). Secondo la sua tendenza teologica, Gamaliele era discepolo di Hillel, il famoso dottore di teologia del tempo immediatamente prima di Cristo, il cui insegnamento si situa all’incirca vent’anni prima di Gesù, anche lui molto venerato dal popolo, perché il suo grande sapere si accompagnava ad una bontà e pazienza addirittura proverbiali.
La conclusione normale dello studio era l’ordinazione, che aveva luogo verso i 25-30 anni (14). Che Paolo fosse ordinato, lo precisano gli Atti, quando narrano che era stato inviato a Damasco con i pieni poteri del Sinedrio (9, 1 s; 22, 5; 26, 10); sappiamo che questi inviati con l’autorizzazione della più alta autorità giudaica erano persone di alto rango.
Le lettere dell’ Apostolo completano la testimonianze degli Atti sulla formazione e cultura teologica di Paolo. Mostrano come in esse la penna sia guidata da una persona che possiede in maniera sovrana il metodo esegetico della teologia giudaica di allora; nelle sue lettere troviamo così delle sottigliezze come « la collana di perle» (Rom 15, 9-12: abbiamo una serie di passi biblici sulla base di un termine di richiamo, in questo caso «pagani ») e la « spiegazione a catena» ( 15) (di Dt 30, 12-14 in Rom 10, 6-9), l’esegesi tipologica ( 16) (1 Cor 10, 1 ss.; Gal 4, 21-31; Rom 9, 13) e quella allegorica ( 17) (1 Cor 9, 9 s.) dell’Antico Testamento; inoltre il ricorso al silenzio della Scrittura (argumentum e silentio: per esempio, Rom 4, 6 sine operibus è aggiunto per il fatto che nella citazione del versetto 7 non si parla di opere) come pure anche l’argumentum e contrario,. il quale da un passo scritturistico fa emergere la proposizione antitetica. Ecco due esempi a questo riguardo:all’affermazione della Bibbia « ogni uomo è un mentitore» (Salmo 116, 11), Paolo contrappone la affermazione «Dio è veritiero» (Rom 3, 4); la parola del profeta Isaia che Dio parlerà « in altra lingua », senza trovare fede (ls 28, 11 s.), offre a Paolo la possibilità di affermare l’inverso: secondo la Scrittura, il dono delle lingue è un segno non per quelli che credono, ma per gli increduli; la profezia invece non è per gli increduli, ma per quelli che credono (1 Cor 14, 22), un aspro richiamo per gli entusiasti di Corinto a non sovraesaltare la glossolalia.
Le lettere dell’ Apostolo non fanno soltanto sapere che il loro autore possiede magistralmente il metodo dell’ esegesi biblica giudaica, ma anche che egli era formato nella teologia del rabbi Hillel; abbiamo qui una luminosa conferma dell’ affermazione contenuta negli Atti, che Gamaliele scolaro di Hillel era il suo maestro (At 22, 3). Dal numeroso materiale (18), ricaviamo soltanto un esempio: le norme esegetiche. L’importanza di Hillel consiste non per ultimo nel fatto che egli ha stabilito su di una nuova base tutta l’interpretazione della Bibbia, perché egli ha fissato sette norme per 1′esegesi. Queste norme godevano di tale considerazione che sono state accolte, aumentate a tredici (19), con tutta serietà in parecchi punti, nella preghiera quotidiana del mattino.
Di queste norme di Hillel, in Paolo ne troviamo non meno di cinque. Ricordo le prime due. La prima norma consisteva nell’argomentazione dal minore al maggiore (a minori ad maius), il cui uso a mo’ di formula fissa è ancora del tutto sconosciuto nell’Antico Testamento. Paolo se ne serve ripetutamente (Rom 5, 15.17; 11, 12; 2 Cor 3, 7 s. 9.11). Ma Hillel non aveva compreso sotto questa regola soltanto l’argomentazione a minori ad maius ma anche quella del passaggio a maiori ad minus. Ritroviamo anche questa in san Paolo: la sua argomentazione contenuta in Rom 5, 6-9.10; 8, 32; 11, 24; 1 Cor 6, 2 s. si comprende quando ci si rende conto che Paolo non segue il procedimento a minori ad maius, ma il contrario. Prendiamo l’esempio di Rom 5,6-10. Dio ci ha donato, afferma Paolo, un amore semplicemente incomprensibile: Cristo ha dato la sua vita per noi, sebbene fossimo dei peccatori e senza Dio. Non è forse una luminosa evidenza che noi, in quanto resi giusti e riconciliati con Dio, saremo salvati da Lui nell’ultimo giudizio?
La seconda norma consisteva nella deduzione per analogia. La regola si esprime così: quando un termine compare più volte nella Bibbia, allora un passo biblico illumina l’altro. In Rom 4, 1-2 Paolo si serve in un contesto importante della deduzione per analogia. Egli vuole dimostrare che la giustificazione dipende soltanto dalla fede e non ha nulla a che vedere con le opere e si richiama al passo di Gn 15,6: «Abramo credette a Jahvè che glielo imputò come giustizia ». Che cosa significa, domanda Paolo, «Dio imputa (a giustizia) la fede»? La risposta, afferma Paolo, deriva dal fatto che il termine «imputare» appare di nuovo in un altro contesto della Sacra Scrittura, nel Salmo 32, al versetto 1 ss.:

Felice quegli cui è rimessa la colpa,
coperto il peccato!
Felice l’uomo cui non imputa
Jahvé delitto.

In questa espressione del Salmo, il vocabolo « imputare» è usato nel senso di perdonare. La deduzione per analogia insegna in tal modo che « imputazione della fede» (Gn 15, 6) equivale a «non imputazione del peccato» (Salmo 32, 1 s.). In altri termini. giustificazione significa perdono, nient’ altro che perdono. Una nozione di fondamentale importanza, anche se raggiunta con l’ausilio di un metodo esegetico per noi inusitato.
Vediamo come la vita interiore di Paolo e tutta quanta la sua teologia siano profondamente radicate nella pietà e nella teologia giudaiche. È, evidente che non possiamo pensare a lui senza tener conto della sua appartenenza al giudaismo. Ma però anche Gerusalemme non è la chiave per la teologia paolina. Dopo tutto, Paolo era cristiano!

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