Archive pour juin, 2012

San Luigi Gonzaga

San Luigi Gonzaga dans immagini sacre

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21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

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21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

BIOGRAFIA
Luigi, figlio del duca di Mantova, è stato descritto come eccessivamente mite e dotato di scarso temperamento, eppure basta uno sguardo alla sua vita per convincersi del contrario. Nato il 19 marzo del 1568, fin dall’infanzia il padre lo educò alle armi, tanto che a 5 anni già indossava mini – corazza ed elmo con pennacchio. Ma a 10, del paggio del granduca di Toscana a Firenze, Luigi già aveva deciso che la sua strada era un’altra: quella che attraverso l’umiltà, il voto di castità e una vita dedicata al prossimo l’avrebbe condotto a Dio. A 12 anni ricevette la prima comunione da san Carlo Borromeo e decise di entrare nella compagnia di Gesù, ma per riuscire dovette sostenere due anni di lotte contro il padre – deluso e combattivo – dimostrando appieno la forza e l’intensità della sua volontà. Libero ormai di seguire Cristo rinunciò al titolo e all’eredità e si dedicò agli umili e agli ammalati, distinguendosi soprattutto durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1590. In quell’occasione, trasportando sulle spalle un moribondo, rimase contagiato e morì, a soli 23 anni, nel 1591.

MARTIROLOGIO
Memoria di san Luigi Gonzaga, religioso, che, nato da stirpe di principi e a tutti noto per la sua purezza, lasciato al fratello il principato avito, si unì a Roma alla Compagnia di Gesù, ma, logorato nel fisico dall’assistenza da lui data agli appestati, andò ancor giovane incontro alla morte.

DAGLI SCRITTI…
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga.
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.

PAPA BENEDETTO: « DIO CI SCEGLIE NON PERCHÉ SIAMO BUONI NOI, MA PERCHÉ È BUONO LUI » (Paolo)

http://www.zenit.org/article-31293?l=italian

« DIO CI SCEGLIE NON PERCHÉ SIAMO BUONI NOI, MA PERCHÉ È BUONO LUI »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 20 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta oggi da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle,
la nostra preghiera molto spesso è richiesta di aiuto nelle necessità. Ed è anche normale per l’uomo, perché abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di Dio. Così per noi è normale richiedere da Dio qualcosa, cercare aiuto da Lui; e dobbiamo tenere presente che la preghiera che il Signore ci ha insegnato, il «Padre nostro», è una preghiera di richiesta, e con questa preghiera il Signore ci insegna le priorità della nostra preghiera, pulisce e purifica i nostri desideri e così pulisce e purifica il nostro cuore. Quindi se di per sé è normale che nella preghiera richiediamo qualcosa, non dovrebbe essere esclusivamente così. C’è anche motivo di ringraziamento, e se siamo un po’ attenti vediamo che da Dio riceviamo tante cose buone: è così buono con noi che conviene, è necessario, dire grazie. E deve essere anche preghiera di lode: se il nostro cuore è aperto, vediamo nonostante tutti i problemi anche la bellezza della sua creazione, la bontà che si mostra nella sua creazione. Quindi, dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa.
Nelle sue Lettere, san Paolo non solo parla della preghiera, ma riporta preghiere certamente anche di richiesta, ma anche preghiere di lode e di benedizione per quanto Dio ha operato e continua a realizzare nella storia dell’umanità.
E oggi vorrei soffermarmi sul primo capitolo della Lettera agli Efesini, che inizia proprio con una preghiera, che è un inno di benedizione, un’espressione di ringraziamento, di gioia. San Paolo benedice Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché in Lui ci ha fatto «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9). Realmente c’è motivo di ringraziare se Dio ci fa conoscere quanto è nascosto: la sua volontà con noi, per noi; «il mistero della sua volontà». «Mysterion», «Mistero»: un termine che ritorna spesso nella Sacra Scrittura e nella Liturgia. Non vorrei adesso entrare nella filologia, ma nel linguaggio comune indica quanto non si può conoscere, una realtà che non possiamo afferrare con la nostra propria intelligenza. L’inno che apre la Lettera agli Efesini ci conduce per mano verso un significato più profondo di questo termine e della realtà che ci indica. Per i credenti «mistero» non è tanto l’ignoto, ma piuttosto la volontà misericordiosa di Dio, il suo disegno di amore che in Gesù Cristo si è rivelato pienamente e ci offre la possibilità di «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3,18-19). Il «mistero ignoto» di Dio è rivelato ed è che Dio ci ama, e ci ama dall’inizio, dall’eternità.
Soffermiamoci quindi un po’ su questa solenne e profonda preghiera. «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). San Paolo usa il verbo «euloghein», che generalmente traduce il termine ebraico «barak»: è il lodare, glorificare, ringraziare Dio Padre come la sorgente dei beni della salvezza, come Colui che «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo».
L’Apostolo ringrazia e loda, ma riflette anche sui motivi che spingono l’uomo a questa lode, a questo ringraziamento, presentando gli elementi fondamentali del piano divino e le sue tappe. Anzitutto dobbiamo benedire Dio Padre perché – così scrive san Paolo – Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (v. 4). Ciò che ci fa santi e immacolati è la carità. Dio ci ha chiamati all’esistenza, alla santità. E questa scelta precede persino la creazione del mondo. Da sempre siamo nel suo disegno, nel suo pensiero. Con il profeta Geremia possiamo affermare anche noi che prima di formarci nel grembo della nostra madre Lui ci ha già conosciuti (cfr Ger 1,5); e conoscendoci ci ha amati. La vocazione alla santità, cioè alla comunione con Dio appartiene al disegno eterno di questo Dio, un disegno che si estende nella storia e comprende tutti gli uomini e le donne del mondo, perché è una chiamata universale. Dio non esclude nessuno, il suo progetto è solo di amore. San Giovanni Crisostomo afferma: «Dio stesso ci ha resi santi, ma noi siamo chiamati a rimanere santi. Santo è colui che vive nella fede» (Omelie sulla Lettera agli Efesini, 1,1,4).
San Paolo continua: Dio ci ha predestinati, ci ha eletti ad essere «figli adottivi, mediante Gesù Cristo», ad essere incorporati nel suo Figlio Unigenito. L’Apostolo sottolinea la gratuità di questo meraviglioso disegno di Dio sull’umanità. Dio ci sceglie non perché siamo buoni noi, ma perché è buono Lui. E l’antichità aveva sulla bontà una parola: bonum est diffusivum sui; il bene si comunica, fa parte dell’essenza del bene che si comunichi, si estenda. E così poiché Dio è la bontà, è comunicazione di bontà, vuole comunicare; Egli crea perché vuole comunicare la sua bontà a noi e farci buoni e santi.
Al centro della preghiera di benedizione, l’Apostolo illustra il modo in cui si realizza il piano di salvezza del Padre in Cristo, nel suo Figlio amato. Scrive: «mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Il sacrificio della croce di Cristo è l’evento unico e irripetibile con cui il Padre ha mostrato in modo luminoso il suo amore per noi, non soltanto a parole, ma in modo concreto. Dio è così concreto e il suo amore è così concreto che entra nella storia, si fa uomo per sentire che cosa è, come è vivere in questo mondo creato, e accetta il cammino di sofferenza della passione, subendo anche la morte. Così concreto è l’amore di Dio, che partecipa non solo al nostro essere, ma al nostro soffrire e morire. Il Sacrificio della croce fa sì che noi diventiamo «proprietà di Dio», perché il sangue di Cristo ci ha riscattati dalla colpa, ci lava dal male, ci sottrae alla schiavitù del peccato e della morte. San Paolo invita a considerare quanto è profondo l’amore di Dio che trasforma la storia, che ha trasformato la sua stessa vita da persecutore dei cristiani ad Apostolo instancabile del Vangelo. Riecheggiano ancora una volta le parole rassicuranti della Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?… Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-32.38-39). Questa certezza – Dio è per noi, e nessuna creatura può separarci da Lui, perché il suo amore è più forte – dobbiamo inserirla nel nostro essere, nella nostra coscienza di cristiani.
Infine, la benedizione divina si chiude con l’accenno allo Spirito Santo che è stato effuso nei nostri cuori; il Paraclito che abbiamo ricevuto come sigillo promesso: «Egli – dice Paolo – è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14). La redenzione non è ancora conclusa – lo sentiamo -, ma avrà il suo pieno compimento quando coloro che Dio si è acquistato saranno totalmente salvati. Noi siamo ancora nel cammino della redenzione, la cui realtà essenziale è data con la morte e la resurrezione di Gesù. Siamo in cammino verso la redenzione definitiva, verso la piena liberazione dei figli di Dio. E lo Spirito Santo è la certezza che Dio porterà a compimento il suo disegno di salvezza, quando ricondurrà «al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10). San Giovanni Crisostomo commenta su questo punto: «Dio ci ha eletti per la fede ed ha impresso in noi il sigillo per l’eredità della gloria futura» (Omelie sulla Lettera agli Efesini 2,11-14). Dobbiamo accettare che il cammino della redenzione è anche un cammino nostro, perché Dio vuole creature libere, che dicano liberamente sì; ma è soprattutto e prima un cammino Suo. Siamo nelle Sue mani e adesso è nostra libertà andare sulla strada aperta da Lui. Andiamo su questa strada della redenzione, insieme con Cristo e sentiamo che la redenzione si realizza.
La visione che ci presenta san Paolo in questa grande preghiera di benedizione ci ha condotto a contemplare l’azione delle tre Persone della Santissima Trinità: il Padre, che ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha pensato e creato; il Figlio che ci ha redenti mediante il suo sangue e lo Spirito Santo caparra della nostra redenzione e della gloria futura. Nella preghiera costante, nel rapporto quotidiano con Dio, impariamo anche noi, come san Paolo, a scorgere in modo sempre più chiaro i segni di questo disegno e di questa azione: nella bellezza del Creatore che emerge dalle sue creature (cfr Ef 3,9), come canta san Francesco d’Assisi: «Laudato sie mi’ Signore, cum tutte le Tue creature» (FF 263). Importante è essere attenti proprio adesso, anche nel periodo delle vacanze, alla bellezza della creazione e vedere trasparire in questa bellezza il volto di Dio. Nella loro vita i Santi mostrano in modo luminoso che cosa può fare la potenza di Dio nella debolezza dell’uomo. E può farlo anche con noi. In tutta la storia della salvezza, in cui Dio si è fatto vicino a noi e attende con pazienza i nostri tempi, comprende le nostre infedeltà, incoraggia il nostro impegno e ci guida.
Nella preghiera impariamo a vedere i segni di questo disegno misericordioso nel cammino della Chiesa. Così cresciamo nell’amore di Dio, aprendo la porta affinché la Santissima Trinità venga ad abitare in noi, illumini, riscaldi, guidi la nostra esistenza. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23), dice Gesù promettendo ai discepoli il dono dello Spirito Santo, che insegnerà ogni cosa. Sant’Ireneo ha detto una volta che nell’Incarnazione lo Spirito Santo si è abituato a essere nell’uomo. Nella preghiera dobbiamo noi abituarci a essere con Dio. Questo è molto importante, che impariamo a essere con Dio, e così vediamo come è bello essere con Lui, che è la redenzione.
Cari amici, quando la preghiera alimenta la nostra vita spirituale noi diventiamo capaci di conservare quello che san Paolo chiama «il mistero della fede» in una coscienza pura (cfr 1 Tm 3,9). La preghiera come modo dell’«abituarsi» all’essere insieme con Dio, genera uomini e donne animati non dall’egoismo, dal desiderio di possedere, dalla sete di potere, ma dalla gratuità, dal desiderio di amare, dalla sete di servire, animati cioè da Dio; e solo così si può portare luce nel buio del mondo.
Vorrei concludere questa Catechesi con l’epilogo della Lettera ai Romani. Con san Paolo, anche noi rendiamo gloria a Dio perché ci ha detto tutto di sé in Gesù Cristo e ci ha donato il Consolatore, lo Spirito di verità. Scrive san Paolo alla fine della della Lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti, perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (16,25-27). Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto i fedeli della Diocesi di Saluzzo, con il Vescovo Mons. Giuseppe Guerrini, venuti alla Sede di Pietro per i 500 anni di quella Chiesa particolare. Accolgo con gioia la comunità del diaconato, i seminaristi dell’Istituto del Verbo Incarnato e i bambini della Prima Comunione della Diocesi di Castellaneta ai quali auguro di nutrirsi della Parola di Dio e del Pane eucaristico per sentire cum Ecclesia. Un saluto ai membri della Famiglia ecumenica di Taddeide che mi offrono in dono una nuova campana; ai gruppi parrocchiali di Banzano e di Alviano, qui convenuti rispettivamente per iniziare l’anno dedicato a San Rocco e per l’ottavo centenario del miracolo delle rondini di San Francesco.
Un pensiero infine per i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Il mese di giugno richiama la nostra devozione al Sacro Cuore di Gesù: cari giovani, imparate ad amare alla scuola di quel cuore divino; cari ammalati, unite il vostro cuore nella sofferenza a quello del Figlio di Dio; e voi, cari sposi novelli, attingete alle sorgenti dell’amore mentre iniziate a costruire la vostra vita in comune. Grazie.
[Appello del Santo Padre]
Seguo con profonda preoccupazione le notizie che provengono dalla Nigeria, dove continuano gli attentati terroristici diretti soprattutto contro i fedeli cristiani. Mentre elevo la preghiera per le vittime e per quanti soffrono, faccio appello ai responsabili delle violenze, affinché cessi immediatamente lo spargimento di sangue di tanti innocenti. Auspico, inoltre, la piena collaborazione di tutte le componenti sociali della Nigeria, perché non si persegua la via della vendetta, ma tutti i cittadini cooperino all’edificazione di una società pacifica e riconciliata, in cui sia pienamente tutelato il diritto di professare liberamente la propria fede.

Dal Libro di Bruno Forte: « Seguendo te luce della vita » (aprile 2010)

www.parrocchiasangiorgio.org/…/Dal%20Libro%20di%20Bruno%2…

Dal Libro di Bruno Forte: « Seguendo te luce della vita »
(aprile 2010)

Alcuni temi principali.

Sulla libertà di Gesù e di Maria e sul loro essere nati senza peccato.
E’ da intendersi come la nostra libertà di uomini nati col peccato, quindi impossibilitati a fare solo il bene?
Gesù ha fatto la sua scelta fondamentale (opzione) dopo 33 anni di riflessione, ha scelto senza condizionamenti esterni, pressioni, coercizioni, non ha seguito un insegnamento particolare (farisei, scribi, sadducei, esseni, Giovanni Battista, zelati, ecc.) né ha seguito un maestro rabbino.
Non è un politico rivoluzionario, un uomo d’ordine, un puritano, un censore. Come ha fatto allora a individuare e prendere una via nuova rispetto a tutte le altre attorno a Lui fatte di stili di vita molto diversi e complicati?
Si sarà reso conto che non andava secondo nessuna delle modalità di pensiero del tempo, la usa era una novità assoluta, la novità di Dio Padre!
Ha fatto quindi una scelta libera e coerente, ma certamente non avrebbe potuto scegliere in modo sbagliato, nel peccato, essendo nato per fare solo il bene. La sua scelta era perfettamente in linea con la volontà del Padre, per portare il Regno di Verità e di perdono e di Amore, e non di menzogna e falsità. Le sue tentazioni forse erano di fare qualcosa come gli uomini del tempo, che Lui però non ha mai condiviso!
Gesù si è reso conto nei suoi 33 anni di non poter peccare e fare ciò che non era secondo la volontà del Padre, e ne aveva piena coscienza. La sua scelta l’ha portato fino alle estreme conseguenze, era per Lui naturale, ne è rimasto fedele e coerente nel comportamento. E sempre si è rimesso al Padre e per questo non ha mai strumentalizzato gli altri: apostoli e discepoli. Ha scelto di non sposarsi per essere tutto di Dio in modo incondizionato e così per la sua missione che è diventata sempre più chiara. Per questo le beatitudini si riferiscono principalmente a Lui. Fin sulla croce perdona i suoi crociffissori Lc 23,34!
La libertà di Gesù gli viene dalla Verità Gv 8,32, di Dio che Lui deve aver ben compreso nei 33 anni di vita nascosta. Capisce che Dio onnipotente si nasconde per non sopraffarci e soffocarci, e per darci lo spazio necessario, si autoelimina (vedi il Padre misericordioso).
Lui spera nel Dio della speranza, che ci fidiamo di Lui e abbiamo fede.
Giacché Dio soffre che l’uomo nasca propenso a fare il male, manda Gesù suo Figlio!
Pag. 60 Anche Maria nata senza peccato, (dal discorso del papa del 7-7-2010: « Il capolavoro della redenzione operata da Cristo ha ottenuto che la sua Madre fosse preservata dal peccato delle origini. Quindi Maria è totalmente redenta da Cristo già prima della concezione ». E questo argomento è quello della « redenzione preventiva ») non avrebbe potuto rifiutarsi e dire NO all’annuncio dell’angelo. Come noi possiamo dire NO all’annuncio di salvezza per la morte e risurrezione di Gesù!
Zaccaria uomo peccatore come tutti noi è incredulo, è per questo un uomo normale e resta muto!
Anche Mosè chiede segni, anche lui perché è uomo peccatore!
Maria non chiede segni (pag. 62), ma si fida in modo totale, come anche Gesù, e fa la sua opzione fondamentale! Non poteva essere diversamente, forse Gesù non è neanche sotto il peso della paura e del condizionamento, continua la sua strada di fedeltà al SI dato a suo tempo, all’inizio.
E’ stato condizionato solo una volta, ma da sua madre, quando gli chiede di cambiare l’acqua in vino alle nozze di Cana, non andava però contro la volontà del Padre, anzi la metteva in atto.
L’annuncio a Maria è come l’annuncio di Pasqua: è risorto, è vivo e ci salva, ed è nella gioia che succede! Maria crede all’annuncio dell’angelo, mentre le donne e Maria Maddalena credono negli angeli che dicono loro che Gesù è risorto, da qui nasce la fede della Chiesa.
Così Dio oltre a Gesù ci ha dato anche Maria che può intercedere presso il Figlio, proprio per i suoi meriti che ci ha ottenuto la salvezza.

L’Amore di Dio (pag. 122) o il Peccato quale suo amore (pag. 123, 19, 209)
Maria porta l’Amore all’uomo e così diventa icona dell’apostolo trasformato dalla Grazia. (Così dovrebbe essere il MCC e il Corso).
Dio da solo ha cominciato senza motivo ad amare, solo Lui può aver cominciato fin dall’eternità, creando l’uomo, creatura incompiuta però, tale in quanto provocato dal non-amore, ma dandogli compiutezza con suo Figlio Gesù. Fu solo col peccato che la Luce della trasfigurazione venne coperta e nascosta dalla pelle dell’uomo decaduto.
Nel Padre c’è la sorgività dell’Amore e nel Figlio c’è la ricettività dell’Amore che li unisce nella piena libertà della pace totale. L’essenza del Dio cristiano è l’Amore nel suo processo esterno a sé.
Allora il nostro peccato è nel non accettare questo Amore e la Grazia che trasfonde da Dio in noi. E’ il non dare e sentire gratitudine per tutti i benefici, la gratitudine divina perché lo è a partire dalle tre persone, la Trinità!
La luce che ha raggiunto Saulo/Paolo gli fa percepire tutto il peso del peccato personale e di quello radicale che grava sulla condizione umana, la propensione a non fare il bene, la condizione tragica dell’essere umano, l’impotenza a fare il bene che vorremmo (pag. 209), come dice di sé S. Paolo nelle sue lettere. Ma Dio compie meraviglie con la Sua impossibile possibilità!
Così come Maria, anche la Chiesa porta l’Amore: « Amatevi come io vi ho amati ».
La missione di Gesù è fare la Chiesa così! Lo Spirito entra nella carne degli uomini nell’organizzazione. Dato che tutta la vita è una vita impossibilitata a fare solo il bene, Dio diventa possibilità nel compito Chiesa. Se non ci fosse la Chiesa come sapremmo di aver fede in Dio Padre e in Gesù suo Figlio?
Così nella Chiesa i cristiani sono i santi nella comunione (pag. 159), e per i santi ci sono i mezzi di salvezza: i sacramenti = Eucaristia, Parola, ecc.. Quindi NO al disimpegno e SI alla corresponsabilità; NO alle divisioni e SI alla comunione nel dialogo fraterno; NO alla nostalgie del passato e SI alla purificazione e riforma.
Nel magnificat c’è il canto della salvezza possibile per chi non ritiene di aver nessun titolo per meritarla, perché l’uomo non si merita niente, oppure meglio, se lo merita perché fratello di Cristo e per i suoi meriti di Figlio di Dio! In quanto coscienti del nulla che siamo e tuttavia guardati e amati dal Padre. Allora dovremmo essere nella gioia perché ci riconosciamo sotto il suo sguardo continuo.

Sul Peccato
Ognuno di noi quando dice o parla con qualcuno e crede di dire ciò che pensa in modo chiaro e sincero, secondo il suo stile, senza pensare di offendere, ma essendo incapace di fare sempre il bene, è probabile che nei confronti dell’amico che ascolta, possa non essere capito, anzi che pensi addirittura di venire offeso perché nella sua sensibilità non capisce bene cosa voleva dire. Quindi crea peccato agli occhi dell’altro anche se non era nelle sue intenzioni. Questa modalità conferma la nostra incapacità a fare solo e sempre il bene. E quante volte mi è capitato, seppur non volevo creare queste situazioni.
Gesù stesso non veniva compreso e capito da tutti, anzi, ma noi sappiamo che Lui non poteva perdersi nei tranelli, ma era a causa degli altri che non capivano perché abituati a credere e pensare che il loro modo fosse quello giusto.
Dall’Alba al Tramonto 30/3/10: Siccome siamo perduti a causa del peccato, siamo salvati dall’amore di Cristo col suo sangue. Per questo serve una fiducia pura e totale nella sua persona. Perché se Cristo è venuto per salvarci, allora deve salvarci! E’ impossibile che non sia in grado di salvarci, perché è la sua unica opera di salvezza. Se Gesù fa questo, di che abbiamo timore, di che ci preoccupiamo? » Questa è la mia fede, senza dubbi!
Dall’Alba al Tramonto 16/3/10: Senza il peccatore non siamo in grado di capire l’amore di Cristo, né di misurarne la profondità. Per amore del peccatore sono stati svelati i misteri dell’amore di Dio ed è stata aperta a noi la ricchezza di Cristo, ricchezza che né oro, né argento possono acquistare. Non c’è niente che possiamo dare in cambio! Dio ci ama e ci perdona ed è questa la bellezza di essere amati.
Dall’Alba al Tramonto 9/3/10: Se noi riuscissimo solo a percepire questo amore, a prescindere da quello che facciamo, non potremmo non ricambiarlo adottando lo stesso atteggiamento nei confronti dei fratelli. Dio in Cristo « giustifica l’empio » lo rende giusto, è questo un mistero divino, il mistero di salvezza. La fede in questo Dio è considerata giustizia di per sé.
Dall’Alba al Tramonto 6/3/10: Se pensiamo ad Adamo primo peccatore, lui si rese conto della gravità del suo peccato nel giardino dell’Eden, e cercò di riconciliarsi con Dio, avrebbe voluto ristabilire il legame intimo e la fiducia che esisteva tra Dio e le sue creature. L’obiettivo di Adamo era un nuovo tipo di relazione più matura, dal momento che aveva affrontato e superato il momento del dubbio e del tradimento, dopo il pentimento, l’espiazione e la riconciliazione. Questa sua fede più profonda, emerge dalla lotta con sé stesso, è il traguardo del suo pentimento e espiazione. Quindi Adamo aveva già trovato la soluzione, dice il Talmud!
Dall’Alba al Tramonto 5/3/10 = Discorso a Diogneto: Dio che in passato ci dimostrò l’impotenza della nostra natura per raggiungere la vita, nel presente ci mostra il Salvatore che è in grado di salvare tutti.
Nascendo inclini a non fare il bene, ognuno è colpevole per tutti e di fronte a tutti, siamo quindi responsabili di tutti i peccati umani. Quindi tutto parte dalla corretta comprensione del termine peccato, solo così si compie l’opera di Dio.

Dalla parabola del Padre misericordioso.
Il Figlio prodigo:
bisogna star male, per voler stare meglio. E bisogna ricordarsi di come si stava prima nel bene. Ma se non se ne è fatta esperienza prima del bene come si può fare? Così come fare a scoprire dov’è la casa del Padre? Bisogna avere la speranza e credere, fidarsi, che è possibile una vita diversa!
Senza questa conversione resta un pio desiderio!
Il Figlio maggiore:
un credente è colui che non è mai uscito dalla casa del Signore. Ma se non evangelizza, non significa necessariamente vicinanza del cuore, resta solo un pio desiderio, non è conversione completa. Questi non perdona al Padre di aver perdonato al fratello! Deve uscire dalla sua logica del merito e del profitto, per entrare nella logica dell’Amore.
(Implicanze per il MCC: pag. 137, ci siamo incamminati decisamente con Lui verso la terra delle promesse di Dio, in altre parole adempiamo il carisma? Vi stiamo conducendo con fedeltà e speranza coloro che ci sono stati affidati?)

La Fede.
La fede di Abramo è come la roccia su cui si fonda la nostra fede e da cui deriva la nostra identità spirituale. Abramo viene scelto da Dio per fare qualcosa di particolare, e riceve due promesse: una terra feconda e una discendenza numerosa. Quindi tutto sommato, una promessa bella da accogliere, lui che non aveva figli naturali, né una terra propria, perché era nomade. Ma la sua vera fede nasce dalla prova che Dio gli chiede quando deve immolare Isacco. Solo dalla prova si capisce se è vera fede.
E allora la mia fede personale è vera fede? Se non ci sono state prove particolari?
Abramo alla fine non deve immolare Isacco, mentre Dio immola suo Figlio Gesù per noi, ma Gesù era anche Dio e così il Padre l’ha potuto fare! Dio tenta se stesso ma non fallisce, ogni uomo avrebbe umanamente fallito nell’impresa!
Se non faccio così vuol dire che non ho fede sufficiente? Credo in Dio perché mi dà consolazione nella salvezza, di cosa è fatta la mia fede, di un semplice tornaconto (pag. 98)?
Gesù stesso prega per la nostra fede (pag. 175), vedi Lc 22,32, perché non venga mai meno!

Alleanza
1. La prima: tra Dio e Abramo che avrà una discendenza grande come i granelli di sabbia (ebrei, cristiani e musulmani), avrà poi una terra: Israele, ancora oggi, e questa è stata mantenuta fino ad oggi per 4000 anni.
2. la seconda tra Dio e Mosè e il suo popolo con le tavole della legge Es cap.19 fino 24 e dopo 40 anni in Dt cap.4.
3. la terza tra Dio e il popolo di Israele in Ne cap.8.
4. la quarta, nuova ed eterna in Maria, con la Trinità nel magnificat (Pag. 178). Maria secondo la carne, è madre di Cristo perché l’ha generato Mt 26,28, ma tutti generiamo secondo la fede Cristo ad altri.
5. in Cristo secondo 1Cor 11,23.

La Buona Notizia
La sofferenza di Dio rivelata sulla croce è veramente la Buona Notizia. Annunciando la Buona Notizia i discepoli di Gesù testimoniano la loro identità « donandola-perdendola », mettendola a servizio degli altri per ritrovarla nell’unico livello degno dei seguaci di Cristo: l’Amore.
Non si annuncia se non Colui che si è incontrato, di cui si è fatto e si fa esperienza via e trasformante, vedi il Corso del MCC! (pag. 113)
E’ celebrare la gloria di un così grande Amore: è il senso di proclamare, confessare l’unità e unicità di Dio in tutta la tradizione biblica.

We know that Jesus was crucified, died, and was buried. After three days he rose again.

 We know that Jesus was crucified, died, and was buried. After three days he rose again. dans immagini sacre harrowing_of_hell_hosios_loukas

http://kendall.wordpress.com/2012/04/07/easter-saturday-he-descended-into-hell/
Publié dans:immagini sacre |on 18 juin, 2012 |Pas de commentaires »

in memoria di mons. Luigi Padovese: Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010

http://www.zenit.org/article-30882?l=italian

IN MEMORIA DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010

il libro pubblicato che lo ricorda

in memoria di mons. Luigi Padovese: Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010 dans ARCIVESCOVI E VESCOVI - CLERO La-verità-nellamore-Luigi-Padovese-315x450-150x150

ROMA, martedì, 29 aprile 2012 (ZENIT.org) – Il 3 giugno 2010 fu ucciso in Turchia – secondo modalità che possono essere defintie in odium fidei – il frate cappuccino, professore e vescovo monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia. A due anni dalla scomparsa la ricorrenza sarà ricordata in diversi luoghi con celebrazioni e incontri.
Venerdì 1 giugno, presso il Monastero S. Chiara di Camerino, nel programma in preparazione alla solennità di santa Camilla Battista Varano, sarà ricordato mediante una santa messa alle ore 18.00, ricordando la lettera che inviò alla stessa comunità di clarisse – quasi un Testamento – poco prima della morte.
Domenica 3 giugno, anniversario della morte – che « casualmente » coincide con lo stesso giorno del decesso del beato Giovanni XXIII anche lui vescovo in Turchia per un decennio – presso il Santuario Antoniano dei Protomartiri Francescani di Terni sarà celebrata una santa messa da p. Paolo Martinelli, ofmCap confratello e collaboratore e successore di monsignor Luigi Padovese e autore del libro Mons. Luigi Padovese. Uomo di comunione (Editrice Velar, Gorle 2011).
In occasione del 2° anniversario della morte di mons. Luigi Padovese, l’Istituto Francescano di Spiritualità (IFS) propone per giorno martedì 5 giugno 2012 due momenti significativi:
- Presso la Pontificia Università Antonianum, nell’Aula A, alle ore 16.30, si svolgerà la presentazione del volume di Mons. Luigi Padovese, La Verità nell’amore. Omelie e scritti pastorali (2004-2010), con la prefazione del cardinale Angelo Scola (Edizioni Terra Santa, Milano 2012).
Interverranno: Prof. Priamo Etzi, OFM, Rettore magnifico della PUA; Fr. Raffaele della Torre, OFMCap, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Lombardia; Prof. Paolo Martinelli, OFMCap, Preside IFS; S.Ecc.Prof. Kenan Gürsoy, Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede; Prof. Romano Penna, Pontificia Università Lateranense e Francesca Cocchini, docente presso l’Università « La Sapienza ». Modera: la prof.ssa Maria Grazia Mara, dell’Università « La Sapienza ».
- Presso la Chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, alle 19.30, si terrà la Santa Messa presieduta da fr. Mauro Jöhri, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
In questa occasione verrà offerto alla chiesa, dedicata al martiri del nostro tempo, un oggetto-simbolo, appartenuto a mons. Luigi Padovese, in ricordo del suo impegno per la diffusione del Vangelo e per il dialogo tra popoli e religioni.

LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE (Un testo inedito di mons. Luigi Padovese 2010, in memoria)

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LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE

Un testo inedito di mons. Luigi Padovese

ROMA, venerdì, 24 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un testo inedito dal titolo « Caro capax salutis: la spiritualità dell’Incarnazione d’Ireneo di Lione » scritto dal Vescovo Luigi Padovese, frate cappuccino, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun, in Turchia, il 3 giugno scorso.

* * *
Con Ireneo ci troviamo nella seconda metà del secolo II, in un periodo nel quale la Chiesa reagisce contro le riduzioni e le false letture del cristianesimo operate dallo gnosticismo. L’opera del vescovo di Lione va situata e letta, perciò, entro un preciso contesto polemico. Gli interessi d’Ireneo sono di ordine prevalentemente dogmatico, eppure su questa base è possibile risalire per via analitica alla sua spiritualità che “risponde alla tradizione pubblica apostolica ereditata da Policarpo e da altri insigni presbiteri, discepoli dell’evangelista Giovanni”. Il pensiero d’Ireneo è tutto volto a recuperare o a ravvivare la convinzione che l’unico Dio fin dal principio s’è preso cura di tutto l’uomo (anche della carne), e di tutti gli uomini (non soltanto gli ‘spirituali’). […]
La storia di Dio, attraverso il Verbo e lo Spirito Santo, si rende presente all’uomo per predisporlo alla incorruttibilità. Senza questa presenza divina l’uomo cesserebbe di esistere, infatti come “la gloria di Dio è l’uomo vivente, [così] la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio. Di questa manifestazione il punto centrale diviene l’incarnazione. Su di essa si erge tutta la speranza d’Ireneo. Infatti “nei tempi passati si diceva che l’uomo era fatto a immagine di Dio, ma ciò non appariva perché il Verbo era ancora invisibile: per questa ragione la rassomiglianza s’era facilmente perduta. Ma quando venne il Verbo egli mostrò la vera immagine e ristabilì la somiglianza in modo stabile, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile per mezzo del Verbo visibile”. È questo rapporto di similarità tra il nostro essere e quello di Cristo – rapporto preordinato da Dio – che dà significato all’incarnazione. Col farsi ‘carne’, Cristo è divenuto il modello per ogni carne che in Lui e per Lui è aperta alla salvezza e ‘si scopre’ ad immagine di Dio. Guardando Cristo l’uomo prende coscienza della propria dignità e del destino cui Dio lo chiama. In questa luce, la speranza cristiana è una ‘speranza incarnata’. Non proviene dall’alto, come una specie di ‘deus ex machina’ che vince la disperazione dell’uomo impotente. Essa, piuttosto, viene dalla terra, come la Verità: “Veritas de terra orta est” (Sal 84,12). Come è stato un uomo a privarci della speranza, così dev’essere un uomo a restituircela. La speranza dell’uomo, insomma, nasce dall’uomo. È in questa prospettiva che vanno collocati i frequenti rimandi d’Ireneo al carattere realissimo dell’umanità di Gesù.
Che salvezza avrebbe potuto sperare l’uomo se il Salvatore non avesse assunto la sua realtà? E che tipo di speranza avrebbe dovuto nutrire questo uomo se Gesù non gli avesse insegnato come sperare? Il Cristo, allora, per Ireneo diviene l’oggetto ed il maestro della speranza. Ne è l’oggetto proprio attraverso la sua carne terrena. Difatti “sulla carne del nostro Signore irrompe la luce del padre, e brillando a partire dalla sua carne, viene su di noi, e così l’uomo giunge all’incorruttibilità”. E altrove: “Se non è nato [Cristo], neanche è morto; e se non è morto, neanche è risorto dai morti. E se non è risorto dai morti, neanche ha vinto la morte, e non è stato distrutto il regno di questa; e se non è stata vinta la morte, come ci innalzeremo alla vita noi, sin dall’inizio soggetti alla morte?” Di questa speranza si mostra, poi, il maestro per tutti gli uomini avendo passato le età dell’uomo e quindi fattosi partecipe dell’esperienza d’ognuno. Questa piena condivisione, trova naturalmente delle applicazioni concrete. Nel momento delle tentazioni, ad esempio, non è il Figlio di Dio che vince il demonio, ma il Figlio dell’uomo. “Le sue armi furono, da un lato, la preghiera e la santità di vita, e dall’altro la ‘parola di Dio’ evocata nella sua vera luce per dissipare la frode e docilmente accettata. Non dovette far ricorso al miracolo: gli bastò essere docile alla parola del Creatore. Il potere del Verbo gli si lasciò sentire, più che per comunione ipostatica con lui, mediante la fede nella Parola di Dio, norma della propria vita in corpo ed anima. Per la stessa ragione, anche nella passione è l’uomo Cristo che, proprio in forza della sua umanità ci insegna a lottare e a vincere il demonio. Il carattere ‘esemplare’ dell’agire di Cristo è messo in evidenza da ireneo nel testo che segue: “Se non ha patito davvero, non gli si deve alcuna gratitudine, non essendoci stata la passione. E quando noi dovremo soffrire veramente, apparirà come un impostore esortandoci a porgere anche l’altra guancia, quando si è percossi, se non ha patito veramente egli inganna anche noi esortandoci a sopportare ciò che lui stesso non ha sopportato; e noi saremo al di sopra del maestro, patendo e sopportando ciò che il maestro non ha patito e non ha sopportato”. Resta comunque vero che se Cristo diviene causa esemplare della nostra speranza, non è soltanto in forza della sua umanità. Pertanto “quanti dicono che egli è stato generato da Giuseppe, scrive Ireneo, ed hanno speranza in lui, si escludono dal regno”. Il motivo di queste parole è evidente: il Verbo doveva essere uomo per mostrar la bontà della carne da Lui creata e perché il demonio che aveva vinto l’uomo fosse ora sconfitto da un uomo. Al tempo stesso, però, occorreva che fosse Dio a venirci incontro perché “se non fosse stato Lui a donarci la salvezza, non l’avremmo ricevuta stabilmente. E se l’uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto divenire partecipe della incorruttibilità. Queste considerazioni d’Ireneo approfondiscono quanto s’è affermato prima: la speranza dell’uomo nasce dall’uomo, ma non da uno qualsiasi bensì da chi “per il suo sovrabbondante amore s’è fatto ciò che siamo noi, per fare di noi ciò che è lui stesso”.
Alla luce di queste parole va colto il senso profondo dell’Eucaristia che è una delle ‘economie parziali’ nell’unico piano di salvezza. Per capirne i significato, Ireneo rileva il suo legame con l’incarnazione, poiché tanto in quella che in questa è lo stesso evento che si realizza: una unione salvifica con Dio operata tramite la carne di Cristo. “Poiché pieno di Spirito Santo, il Cristo è, nel senso più rigoroso del termine un uomo spirituale, e il sacramento che ci fa partecipare alla sua carne ci dà in potere, sotto apparenze terrestri, una realtà celeste: la sua umanità tutta penetrata dallo Spirito di Dio, divenuta Spirito Vivificante. Essa ci vivifica. L’uomo non può fare a meno di questo contatto con la carne di Cristo; dev’essere innestato in Lui come l’ulivo selvatico sull’ulivo domestico. Rifiutare questa unione significa condannarsi ad essere ulivo secco, infruttuoso. Ciò comporta, infatti, un discostarsi dal modello di uomo perfetto che è Cristo. Da queste considerazioni scaturisce una conseguenza che Ireneo tiene a sottolineare nei testi propriamente eucaristici del Contro le eresie. Se, cioè, l’incontro col Verbo Incarnato dà salvezza, questa abbraccerà tutto l’uomo, non esclusa la carne. Anzi, la salvezza sarà più evidente in quell’elemento dell’uomo che solo è passibile di morte e corruzione: la carne. “Il Verbo, infatti, non è venuto a santificare le menti, ma gli uomini. La sua missione non fu quella d’innalzare le sole anime alla visione del Padre, bensì gli uomini, facendo la loro carne atta ala visione di Dio”. Contro l’obiezione gnostica fondata sull’espressione di Paolo “la carne ed il sangue non possono ereditare il regno di Dio (1Cor 15,50), Ireneo risponde osservando che da soli effettivamente non lo possono, ma per il fatto che ricevono il corpo di Cristo ed il pegno dello Spirito Santo, essi vengono assimilati a Lui. In quanto membra del copro di Cristo comunicano alle qualità del medesimo, quindi anche alla sua incorruttibilità. Eppure questa comunicazione o assimilazione, ha luogo progressivamente. Non si tratta già di disprezzare la realtà creata, corpo e anima, ma di conformarsi al modello che Cristo ci offre nella sua carne ‘pneumatica’. E questo processo richiede tempo. In fondo l’Eucaristia rientra nel disegno educativo di Dio che, progressivamente, dispone l’uomo a scegliere Dio, ad obbedirgli, a conformarsi a Lui. In questo processo di graduale osmosi tra sostanza divina e umana, va accantonato l’equivoco di ritenere l’incorruttibilità come il risultato d’un processo quasi biologico più meno dipendente dall’incarnazione, una specie di divinizzazione ‘per contatto’, quasi che questo bastasse. Ireneo rimuove questa falsa interpretazione facendo presente che se “i nostri corpi ricevono l’Eucaristia e non sono più corruttibili perché hanno speranza della resurrezione, occorre che siano anche in grado di produrre frutti spirituali.
A questo punto il nostro discorso si volge allo Spirito Santo. Il senso della sua azione nell’uomo è compendiato da Ireneo in queste parole: “Dov’è lo Spirito del Padre, li è l’uomo vivente: il sangue razionale custodito da Dio per la vendetta e la carne ereditata dallo Spirito, dimentica di sé per aver acquistato la qualità dello Spirito ed essere divenuta conforme al Verbo di Dio”. È significativa l’espressione finale ‘carne conforme al Verbo di Dio’. Lo Spirito sarebbe allora presente in noi per conformarci al Verbo di Dio. Questi infatti, quale secondo Adamo, ha realizzato in sé la perfetta somiglianza con Dio che il primo Adamo aveva smarrita. Ma come l’ha realizzata? Se si tiene conto che è lo Spirito l’operatore della ‘somiglianza’, anzi, che Egli stesso è questa ‘somiglianza’ smarrita da Adamo per il peccato, si può dedurre che Cristo lo possedette in pienezza. Dal canto suo l’uomo, conformandosi a Cristo, ripristina il piano originale divenendo pienamente ‘ad immagine e somiglianza di Dio’. Soltanto così torna ad essere l’uomo perfetto, perché come Cristo, è costituito di anima, di carne e di Spirito. “Ireneo – afferma G. Joppich – non vede nella nostra unione con lo Spirito Santo il termine dello sviluppo, ma piuttosto l’opera dello Spirito Santo è da intendersi come l’ultima fase del nostro essere trasformati a somiglianza del Logos”.
È per la sua somiglianza che dobbiamo attenderci l’incorruttibilità. Lo Spirito Santo ci dispone ad essa; ne è altresì il pegno, il suggello e, in quanto tale, il principio della speranza seminato nel nostro corpo. Argomentando ‘a fortiori’, Ireneo dichiara: “Se fin d’ora, avendo ricevuto il pegno dello Spirito, gridiamo: ‘Abba, Padre’, che cosa accadrà quando, risuscitati, l vedremo faccia a faccia, quando tutte le membra faranno zampillare abbondantemente un inno di esultanza, glorificando colui che li avrà risuscitati dai morti e avrà donato loro la vitae terna? Infatti, se già il pegno abbracciando l’uomo da ogni parte in sé stesso, gli fa dire: ‘Abba, Padre’, che cosa farà la grazia intera dello Spirito, quando sarà data agli uomini da Dio? Ci renderà simili a lui e porterà a compimento la volontà del Padre, perché farà l’uomo a immagine e somiglianza di Dio”. Quest’opera di progressiva assimilazione al Figlio, ovvero questa ricomposizione della somiglianza con Dio che si compie per tappe successive, non termina neppure con la morte, ma anzi continua in quel regno messianico che, secondo Ireneo, si pone tra la resurrezione e il giudizio finale. […] Lo scopo di questo regno è quello di preparare gli uomini, gradualmente, a ricevere l’incorruttibilità che proviene dalla visione di Dio. In esso, dunque, Cristo porterà a compimento il senso dell’incarnazione, quello cioè di adattare gli uomini al Padre perché Egli comunichi ad essi la sua incorruttibilità. Essere ‘incorruttibili’ significa allora partecipare alla natura di Dio. Ma tutto ciò è opera di Dio. L’uomo deve soltanto lasciar fare, non sottrarsi. In tal caso egli sarà sempre discepolo e Dio sempre maestro. Per questa ragione, secondo Ireneo, il trinomio fede/speranza/carità, inteso come espressione di dipendenza, non cesserà mai, nemmeno nell’altra vita. Conseguentemente l’incorruttibilità che Ireneo addita come il fine del cammino umano, non va intesa come una partecipazione ‘statica’ alla vita di Dio, quasi che egli ce la conferisca ‘una tantum’. Essa, piuttosto, proprio perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Essa, piuttosto perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Per questa ragione la speranza in Dio non verrà mai meno perché sempre aspetteremo che Egli, attingendo alla pienezza del suo essere, cu stupisca con doni sempre più grandi. “Speriamo – scrive Ireneo – di ricevere e di imparare qualcosa di più da Dio, poiché è buono ed ha infinite ricchezze e un regno senza limiti e una sapienza immensa”. Stando dunque a quanto s’è venuto dicendo, la speranza, per Ireneo, non sfocia in un ‘compimento’ che la rende inutile. Essa è invece una virtù ‘dinamica’ perché da un lato poggia sul continuo divenire dell’uomo e dall’altro sulla realtà effusiva di Dio che mai cesserà “di distribuire al genere umano in misura sempre maggiore la sua grazia e onorare continuamente con doni sempre più grandi coloro che gli piacciono”. La spiritualità d’Ireneo si configura, dunque, come spiritualità attenta all’uomo concreto, alla sua carne. Proprio per questa ragione è una spiritualità ricca di speranza.

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