Archive pour juin, 2012

L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

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L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

don Daniele Muraro

Natività di S. Giovanni Battista (Messa del Giorno) (24/06/2009)

Vangelo: Lc 1,57-66.80

Nella solennità del nostro santo Patrono e in conclusione dell’Anno Paolino consideriamo somiglianze e differenze tra la figura di san Giovanni Battista e quella di san Paolo Apostolo.
Non ci nascondiamo che Giovanni e Saulo furono molto diversi fra loro: Giovanni cugino del Signore ottenne la remissione del peccato originale fin dal seno di sua madre, Paolo persecutore della Chiesa di Dio fu fatto oggetto di misericordia da parte dal Signore ormai da adulto come esempio per quelli che in seguito avrebbero creduto.
Noi li onoriamo insieme nelle nostre chiesa, anche se molto difficilmente essi hanno potuto incontrarsi di persona nel corso delle loro vite. Giovanni muore decapitato al principio della missione di Gesù. La vocazione di san Paolo risale a qualche mese dopo la Pentecoste.
Se mai si fossero visti ciò sarebbe dovuto avvenire quando Giovanni non era ancora prigioniero di Erode e predicava liberamente sulle sponde del fiume Giordano. Ma allora Saulo di Tarso era uno studente rabbinico di belle speranze e sicuramente in cuor suo disprezzava quel profeta vestito di peli di cammello famoso, ma ignorante.
Non sapeva ancora Saulo che anch’egli affrontato la stessa morte del Battista, decapitato di spada e addirittura per gli stessi motivi, ossia la testimonianza resa a Gesù Cristo.
Un giorno Gesù se ne usci con questa esclamazione: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.”. Il rapporto tra il Battista e san Paolo si gioca all’interno di queste considerazioni.
Giovanni è grande perché egli porta a compimento l’Antico Testamento: “Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni.” Egli è “quell’Elia che deve venire.” Giovanni aveva una missione ed essa consisteva nel preparare la strada al Messia Salvatore.
Anche per san Paolo le strade sono importanti, ma non si tratta più delle vie interne alla coscienza, bensì delle concrete strade di comunicazione dell’Impero Romano. Egli le percorre instancabilmente per diffondere l’annuncio del Vangelo tra i pagani.
In questo senso egli è davvero un minimo nel Regno dei cieli che diventa grande. Minimo perché inizia la sua missione senza credenziali precedenti, anzi con dei trascorsi pesanti.
Minimo si considerava lui stesso Paolo in quanto aggregato al collegio degli Apostoli in un secondo tempo e quasi a viva forza. A riguardo delle apparizioni del Signore Paolo dichiara che prima “apparve a Cefa e quindi ai Dodici… Ultimo fra tutti apparve anche a me…”
Le differenze non finiscono qui. Fino alla discesa in campo di Gesù Giovanni Battista era da solo: predicava e battezzava. San Paolo invece non fu mai da solo: una Chiesa già strutturata fatta di persone molto diverse tra di loro lo sostenne fin dal principio. Barnaba lo introduce nella comunità di Gerusalemme e ancora prima i fratelli di notte lo calano giù dalle mura di Damasco per sottrarlo alla vendetta dei Giudei.
In una chiesa già ricca di ministeri e carismi Paolo riserva a sé il compito della predicazione e lascia ad altri l’amministrazione dei sacramenti. “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo” scrive infatti ai Corinti.
Se un tratto in comune possiamo ravvisare tra le personalità di Paolo e Giovanni Battista, questo è senz’altro il piglio deciso e la mancanza di esitazioni. Ad entrambi il coraggio non fa difetto anche quando devono dire cose spiacevoli, Giovanni Battista nel caso di Erodiade e san Paolo correggendo vari episodi di immoralità all’interno delle comunità da lui fondate, soprattutto quella di Corinto.
A questo proposito torna utile citare lo scambio epistolare fra Seneca, il famoso scrittore romano e precettore di Nerone, e san Paolo. Ritenute per lungo tempo leggendarie ultimamente queste lettere sono state rivalutate come verosimili. Pur non contenendo insegnamenti dottrinali, esse gettano una luce nuova sugli ultimi mesi di vita di san Paolo, quelli trascorsi a Roma.
Seneca si interessa della nuova dottrina e scrive all’Apostolo: “Desidero farti sapere che abbiamo letto e ci siamo nutriti del tuo scritto, una delle tante lettere da te indirizzate ad una città o capitale di provincia, che con dolcezza esorta a disprezzare la vita mortale. Non credo che quelle espressioni siano state dette da te, ma per mezzo di te…”
Paolo risponde: “Con piacere, ho ricevuto ieri le tue lettere. Avrei risposto subito, se avessi avuto a disposizione il giovane da mandarti. Tu sai, infatti, quando, da chi, in che tempo ed a chi si debba dare e affidare…” (Era il tempo delle persecuzioni.)
“Sono felice che le mie lettere, scritte a diversi, vi siano state gradite e che sia favorevole il giudizio di un uomo così grande. Né tu infatti, critico, filosofo e maestro di un principe così grande, ed anche di tutti, diresti questo se proprio non lo credessi. Ti auguro di vivere a lungo e bene.”
A questo punto Seneca legge qualche passaggio delle lettere di Paolo a Nerone e poi glielo riferisce: “E per non celarti nulla, o fratello, e non volendo essere in debito verso la mia coscienza, ti confesso che Augusto si è commosso alle tue espressioni…” .
C’erano già dei cristiani alla corte dell’Imperatore, ma la madre di Nerone Poppea aveva simpatie per la parte giudaica, avversa ai cristiani. San Paolo lo sapeva, tanto più che la donna non era un modello di virtù e infatti risponde: “So che il nostro Cesare ama le cose degne di ammirazione, e quando manca permette che lo si avverta, ma non permette che lo si offenda… Siccome egli venera gli dèi dei pagani, non comprendo come mai ti sia passato per la mente di volergli far conoscere questo: penso che tu l’abbia fatto per troppo amore verso di me. In futuro, te ne prego, non farlo più. Volendomi bene, ti devi guardare dal compiere qualcosa di offensivo verso la signora (la madre di Nerone)… In quanto regina non si indignerà, ma in quanto donna ne sarà offesa. Sta proprio bene!”
Anche il Battista ebbe a che fare con una regina (la moglie di Erode) e ne conosciamo le conseguenze. In ogni modo qualsiasi sia stato il motivo contingente della esecuzione capitale di Paolo, entrambi sia il Battista che l’Apostolo Paolo sono morti per Gesù, per dare testimonianza a Lui e da Lui aspettandosi il premio per il loro sacrificio.
Ed è per questo motivo che stasera noi li abbiamo ricordati insieme, uniti anche noi nella stessa fede e nel medesimo amore per il Signore.

Gesù e San Giovanni Battista bambini

Gesù e San Giovanni Battista bambini dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 22 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Secondo canto: intimo del Signore e luce delle genti (prima lettura)

http://www.indes.info/lectiodivina/2005-06_Isaia/Il_servo_del_Signore.html

Secondo canto: intimo del Signore e luce delle genti

Cap. 49, vv 1-6. Il secondo canto si collega direttamente con il primo, che – abbiamo appena visto – finisce con il riferimento alle “isole” che si dispongono a ricevere la dottrina e il messaggio del servo del Signore. Adesso è lui a prendere la parola; è lui stesso che si fa avanti, che entra in scena e si manifesta a noi nel momento in cui sta ormai svolgendo la sua missione: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane (ancora una volta lo scenario è ecumenico); il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome…”. Il servo del Signore è radicato nell’ascolto della parola di Dio che sin dalle viscere materne lo ha identificato. Un’espressione del genere compare nel libro di Geremia (Ger. 1,v.5), là dove il profeta parla di sé e della sua vocazione. Qui il nostro anonimo profeta ci parla dell’anonimo “servo del Signore” rifacendosi alla tradizione di Geremia profeta. E, in effetti, abbiamo a che fare con un personaggio che assume prerogative propriamente profetiche, ma sullo sfondo intravvediamo anche altre figure della storia della salvezza, oltre a quella di Geremia. Si potrebbe richiamare Mosè e, andando ancora più alle origini, la figura di Giacobbe che, sin dal seno materno, ha manifestato la sua identità (cfr. Genesi, cap.25: nel grembo di Rebecca ci sono due figli in conflitto tra loro – Giacobbe ed Esaù – e Giacobbe è già identificato). Siamo così rinviati alla prima tappa della storia della Salvezza, ai Patriarchi, e cioè a quell’origine da cui tutto dipende, che coincide con l’iniziativa del Signore che parla, che promette, che dice la sua, che interviene a modo suo.
Adesso è la volta del “servo del Signore” – colui che sin dal seno materno è stato chiamato – il quale a noi così si rivolge, in forza di questa sua radicale , originaria appartenenza alla parola di Dio. “Ha reso la mia bocca come spada affilata ( le caratteristiche tipiche del profeta: ascoltatore e servitore della Parola ), mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra (una vocazione profetica colta nei suoi inizi, che già viene esplicitata nei suoi momenti di responsabilità per quanto riguarda la trasmissione e la testimonianza della Parola; c’è inoltre una sottolineatura: la particolare intimità con Dio che lo nasconde “all’ombra della sua mano”, che prende in braccio il suo servo; e questa radicale originaria intimità costituisce il fondamento di tutto e il contesto nel quale la missione del servo si svolge). “Mi ha detto (il servo si rivolge a noi per farci condividere quanto il Signore gli ha detto; vuole offrirci la testimonianza di quel segreto che è custodito nella sua intimità, là dove è in atto il dialogo che struttura internamente la sua presenza nella storia umana; il servo del Signore è testimone di questa intimità che è abitata dalla conversazione con il Dio vivente): ??Mio servo tu sei, Israele ( l’accenno a “Israele” è probabilmente un’inserzione perché, qui, il servo del Signore non è il popolo, ma colui che ha una particolare responsabilità nei confronti del popolo), sul quale manifesterò la mia gloria >>(un programma luminoso, festoso, epifanico, rivelativo della presenza e dell’opera vittoriosa del Dio vivente nella storia umana). Io ho risposto (è la conversazione; e il servo esprime la sua esperienza che sembra contraddire la promessa di gloria che gli era stata fatta) : <<Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze ( il servo è, ormai, in grado di riscontrare tutti gli elementi fallimentari della missione affidatagli: le cose non sono andate così come il Signore gli ha promesso; una smentita clamorosa, per certi versi, scandalosa! E di tutto ciò il Signore e il servo conversano tra loro. Il servo, comunque, non viene meno, in coerenza con la sua inconfondibile prerogativa di intransigente fedeltà). Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio>>( il servo, a suo modo, reinterpreta la promessa che ha ricevuto in base ai fatti con cui deve misurarsi, ma non per questo cede o rinuncia; e il Signore torna alla carica, aumentando la dose …). Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza – mi disse: ??E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra ??.” Quindi il Signore parla al servo che è consapevole di essere coinvolto in un’avventura pericolosa, drammatica; anzi questo servo ha già riscontrato il fallimento della missione a lui affidata; non per questo, però, desiste e il Signore rilancia con un’intensità, nella comunicazione a tu per tu con il servo, da lasciarci stupefatti: non solo tu sei stato inviato per riunire il popolo – questo è “troppo poco”! – ma tu sei inviato per sfavillare sulla scena del mondo come riferimento luminoso per tutte le nazioni della terra! “Luce delle genti”: questa espressione viene poi ripresa, nella rivelazione biblica, e segnatamente da Simeone nel suo cantico “Nunc dimittis” (Luca 2, 32), che si legge la sera recitando la compieta. Nonostante i riscontri negativi del servo, che intravvede strade sempre più impervie, situazioni sempre più gravose, opposizioni sempre più difficili da superare, il Signore gli spiega che la missione a lui affidata è portatrice di una fecondità traboccante, per essere luce di tutte le genti.

Omelia (24-06-2012): Giovanni è il suo nome

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Omelia (24-06-2012)

mons. Gianfranco Poma

Giovanni è il suo nome

Domenica 24 giugno la Liturgia della domenica XII del tempo ordinario cede il posto alla solennità della « Natività di San Giovanni Battista »: questo è indice della importanza che la Liturgia attribuisce a questo evento nella storia della salvezza e quindi nell’esperienza cristiana normale. La Liturgia celebra la « nascita al cielo » dei santi, il giorno della morte: solo di Giovanni Battista, oltre che di Gesù e di Maria, sua madre, celebra l’inizio della loro vita terrena. Perché questo? E perché la Liturgia celebra la nascita di Giovanni Battista con una « solennità » che prevale sulla normale Liturgia domenicale? La Liturgia ci invita ad interpretare la nascita di Giovanni Battista come un evento di quella storia di cui Gesù è il Signore: quella che celebriamo è una festa del Signore, nella quale Lui è il soggetto che opera. La nascita di Giovanni Battista è un evento nel quale si manifesta la forza di « Dio che salva » (Gesù) e si manifesta la sua logica, la modalità con la quale egli salva, la gratuità, la piccolezza, il nascondimento (il grembo fecondo della madre). La Liturgia celebra questo evento perché trascende la situazione personale di Giovanni ed è un evento di grazia che nella celebrazione si attualizza per noi, nella pienezza sempre viva del suo significato.
Certo, solo Luca, con la sua sensibilità di artista, poteva scrivere pagine così umanamente intense, descrizione dell’esperienza di due coniugi, Zaccaria ed Elisabetta, « giusti davanti a Dio, irreprensibili osservanti di tutte le leggi e prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni ». Con tratti rapidi Luca descrive il dramma di questi due anziani sposi, fedeli al Dio della promessa: la fecondità è il segno della benedizione di Dio per chi è fedele a Lui, ma loro non hanno figli, la moglie è sterile ed ormai sono vecchi. Zaccaria, sacerdote fedele, continua ad esercitare il suo ministero, continua a riempire il Tempio di fumo, continua a pregare, ma ormai è anziano e la moglie, pure pia è sterile?: è il dramma della loro fede, la fede dei loro padri concepita come rapporto di fedeltà e di « ascolto » della Legge. Dio è fedele al suo popolo chiamato ad osservare la Legge: Zaccaria ed Elisabetta sono irreprensibili nell’osservanza della Legge. Che cosa possono fare di più? Ma Dio tace ? e anche Zaccaria ormai tace con la sua umanità mortificata e la sua fede esausta. Per Zaccaria e la sua famiglia tutto è finito ed è finita anche la sua fede, esperienza di una relazione con Dio fondata sulla osservanza della Legge. Ma proprio quando tutto sembra chiudersi nella triste amarezza del non senso, imprevedibilmente tutto si riapre: Dio parla perché arrivi a Zaccaria « il lieto annuncio ». « Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata ascoltata e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni ». Dio parla e la storia di Zaccaria e di Elisabetta si riapre: Dio è fedele, ma non è più il Dio la relazione con il quale è regolata dalla Legge ma da un rapporto personale, di gratuità, di amore; Dio è fedele: la promessa fatta ad Abramo si sta per compiere perché Dio è grazia, dono, misericordia. « Elisabetta ti darà un figlio e tu chiamerai il suo nome Giovanni »: Elisabetta è la via concreta attraverso la quale giunge a Zaccaria il « dono di Dio ». « Tu chiamerai il suo nome Giovanni »: il nome significa la realtà della persona. Da Dio stesso viene il nome di questo figlio della promessa: « Giovanni » significa « Dio dona », « Dio fa grazia », « Dio usa misericordia ». In questo bambino promesso si rivela il volto del Dio dell’Alleanza: un’Alleanza esausta se si fonda sull’osservanza della Legge, ma che diventa gioia, freschezza, quando il desiderio di Dio di amare l’uomo è accolto.
« Dopo quei giorni, Elisabetta concepì e si tenne nascosta per cinque mesi? » Dio davvero è fedele: ma Zaccaria, sconvolto dalla gratuità dell’Amore di Dio, rimane in attesa, incapace di credere, chiuso nel suo mutismo.
Tutto questo è per noi: se celebriamo la festa della nascita di « Giovanni », sappiamo credere nel Dio che ha il volto della gratuità dell’Amore?
Dovremmo saper gustare e comprendere la ricchezza della pagina in cui Luca narra la visita di Maria ad Elisabetta, per poter vivere l’evento che celebriamo nella festa odierna: l’incontro di due donne imprevedibilmente incinte, una anziana e una giovane. Solo Luca, certamente affascinato dal mistero femminile, poteva descrivere un evento così intimamente intenso e così simbolico del mistero di Dio.
« Maria salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria il bambino sussultò nel suo grembo? » Tutto inizia e tutto accade per questo saluto di una ragazza ad una donna anziana: non sappiamo come Maria abbia salutato Elisabetta, ma è bastato questo perché il bambino sussultasse nel grembo della madre la quale, colmata di Spirito santo esclama a gran voce: « ?a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?…E beata colei che ha creduto? » Tutto è così « carne » e tutto è così « Dio »?A differenza di Zaccaria (uomo), Maria (donna), ha creduto: nel suo grembo Dio si è incarnato e lei è la « madre del Signore ». Nel suo saluto, nella sua parola, il Dio che è in lei, parla, opera, dona il suo Spirito, fa nuove tutte le cose: il Dio nascosto in Maria è già operante, come sarà, risorto, con i discepoli di Emmaus. Attraverso Maria, la forza di Dio che per amore si fa piccolo, riempie di Spirito Elisabetta e fa sussultare il bambino nel suo grembo: dunque Dio è fedele, il grembo di Elisabetta davvero è fecondo, veramente « Dio fa grazia ». La fede di Maria, il suo saluto, la tenerezza di una ragazza il cui merito è solo di aver creduto e di aver accolto nel suo grembo vergine l’Amore infinito di Dio, fa sussultare di gioia il bambino nel grembo di Elisabetta. Giovanni è il suo nome: il bambino che nasce è la profezia dell’uomo nuovo che nasce. Elisabetta e Maria nella esperienza concreta del loro incontro di donne incinte, diventano il simbolo dell’incontro tra il Vecchio e il Nuovo, che si compenetrano, si vivificano, si rinnovano.
Da questo momento, noi lo sappiamo (è l’annuncio di Luca), ogni bambino che nasce è pensato da Dio, è amato da Lui, è dono suo.
Ed è quello che Luca vuole dirci narrandoci la nascita del figlio che Elisabetta partorisce: « i vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua misericordia ». Luca usa tutta la sua arte narrativa per costruire una sceneggiatura al cui centro, più che il fatto della nascita, sta il nome del bambino: « Giovanni è il suo nome ». E’ il nome pensato da Dio, è quello che interpreta in pienezza il senso dell’esistenza di ogni uomo. Da quando Maria credendo ha accolto il figlio di Dio nella sua carne e lo ha generato, ogni uomo che nasce partecipa di questa umanità nuova: ogni uomo è amato da Dio prima di ciò che fa. Ogni uomo ha il nome « Giovanni ». « Tutti si chiedevano: che sarà mai questo bambino? E davvero la mano del Signore era con lui ». Ogni uomo è un atto d’amore di Dio: la vocazione di ogni uomo è di capire e vivere personalmente il dono che egli è, senza paura e senza falsificazione. L’esistenza di ogni uomo che vive l’amore che egli è, non può che essere una meraviglia, perché ha la certezza che « la mano del Signore è con lui ».
La Liturgia, facendoci celebrare la nascita di Giovanni, ci fa rivivere la grazia che a ciascuno di noi è data, di esistere come « dono di Dio ».

Oggi San Lazzaro (si, quello del Vangelo)

Oggi San Lazzaro (si, quello del Vangelo) dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 21 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Preghiera del solstizio d’estate

http://www.duomorovigo.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=1076&Itemid=130

Preghiera del solstizio d’estate

Signore, voglio pregarti in questo tempo,
con le parole dell’ignoto salmista:
« Signore, non vado in cerca di cose grandi… »

Signore, ha ragione il salmista,
va tutto bene così,
così com’è, come l’hai donato:

Coi giorni che scorrono uno dopo l’altro,
con le albe e i tramonti a segnarli,
e le notti stellate con le Pleiadi e la « cintura » di Orione
che ci fanno fantasticare e sognare.
E con l’Estate: i campi di grano,
su cui occhieggiano papaveri e fiordalisi.

Va bene così, Signore,
con le nuvole ferme che coprono il cielo
o si rincorrono come bambini,
alte, spinte dal vento.
I ragazzi, che posato il motorino,
ridono e giocano poco lontano
nascosti, dietro il cortile,
e i nostri vecchi che sanno e sorridono,
e ci guardano, e rivedono, in noi e nei nostri figli,
la loro maturità e la loro giovinezza.

Ci basta e ci piace
vedere le rondini che tornano sempre a marzo,
e il calicantus che fiorisce d’inverno in giardino,
e il ciliegio e il melo a primavera.
E il vento che gioca con le foglie colorate
a sfidare la legge di gravità in autunno.

E la neve che copre le nostre case
e le tombe dei nostri cari,
e le nostre, quando tu,

Padre onnipotente nell’amore,
ci dirai, mi dirai: « E’ ora,
passiamo all’altra riva ».

http://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/2032/216/lang,it/

Publié dans:LA PREGHIERA ( AUTORI VARI) |on 21 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Ef. 3,1-21 : La grande sfida della complessità (Atrio dei Gentili)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2002_03/06.htm

ATRIO DEI GENTILI
Lectio Divina 2002/03
Stella Morra – 12 aprile 2003

6. La grande sfida della complessità

Ef. 3,1-21

Si tratta di un testo dal tono positivo, rassicurante, a differenza di tutti gli altri visti fin’ora. La prima impressione è che non c’entri molto con il tema del conflitto, ma spero di mostrarvi la sua attinenza.
Ecco, per brevi punti, il percorso fin qui svolto.
I primi tre brani, Caino e Abele, Giuseppe e i primogeniti d’Egitto, descrivono in modo profondo, con una serie di passaggi molto seri, l’antropologia del conflitto, cioè come funziona la realtà, perché è così, perché noi siamo fatti così.
Il testo successivo, tratto dal Vangelo di Matteo sul regno (“Non sono venuto a portare la pace ma la spada…”) è molto duro, propone il passaggio, il salto di qualità. Di fronte alla situazione antropologica della vita, alle esperienze delle persone, sappiamo che non tutto può andare liscio, che ci sono dei passaggi di violenza, di durezza, di differenza… Di fronte a tutto questo c’è un annuncio radicale: “chi non prende la sua croce…”!
Ciò che il testo dice è: il diritto di vincere, il dovere di perdere. Ma anche viceversa: il diritto di perdere, il dovere di vincere.
Nel Vangelo di Giovanni abbiamo visto il dialogo tra Gesù e Pilato, con le questioni sulle proiezioni, sugli scherni, sullo spostare i problemi… e l’annuncio radicale: non si può sfuggire allo sbilanciamento che la radicalità di Cristo crea, ognuno di noi deve prendere posizione rispetto al modo di vivere il conflitto, prendere posizione di fronte alla croce di Cristo, cioè di fronte ad una radicalità diversa, a un modo nuovo, che non è solo quello di descrivere le cose come accadono!

Il testo
I testi delle lettere di Paolo sono sempre contorti, difficili, ma un po’ di familiarità con questo modo di scrivere rende visibile qualcosa di molto forte, e concreto.
Paolo è una persona complessa, come lo siamo noi, è una persona di doppia appartenenza, con tante radici, diviso e insieme completamente proiettato su questa nuova storia che è la sua storia con il Cristo. E’ estremamente moderno, come noi che siamo insieme divisi e desiderosi, viviamo doppie appartenenze, siamo complicati e non proprio lineari.
Tutti vorremmo che le cose, soprattutto quelle della fede, fossero semplici; vorremmo poter dire, come i bambini piccoli, “questo è giusto, buono, bello, e anche divertente; quest’altro è sbagliato, brutto, antipatico, e anche noioso: il mondo è chiaro, diviso in due parti”.
Se facciamo pace con questa nostalgia, se ci rassegniamo all’idea che la vita degli adulti è complicata, che le cose spesso sono insieme un po’ giuste e un po’ sbagliate, un po’ belle e un po’ brutte, un po’ divertenti e un po’ faticose, forse possiamo fare anche amicizia con il linguaggio complicato di Paolo, che è preoccupato di mettere davvero la vita dentro alle cose che dice; dunque comincia la frase, poi aggiunge una specificazione, poi un’altra, perché la vita è così. Anche noi cominciamo una cosa, un discorso, poi dobbiamo aggiungere una precisazione…

Conflitto tra ebrei e gentili
Lo sfondo di questo brano è un grande conflitto per la chiesa nascente: gli ebrei e i pagani, gli ebrei e i gentili. E’ un conflitto molto forte dentro l’esperienza del cristianesimo che inizia: è il conflitto tra l’accogliere la novità di Gesù dentro una strada già tracciata, o decidere che questa novità è talmente radicale da cambiare anche la strada, certo restando grati al proprio passato, ma iniziando un’altra storia.
L’antisemitismo cristiano, che ha segnato molti secoli della storia, dimostra che questo conflitto non è banale ma paradigmatico di molti conflitti, è il conflitto originale, quello da cui siamo nati: siamo nati da un conflitto e da una separazione, dal coraggio di distinguersi, di separarsi dalla tradizione ebraica.
Nell’antico testamento, e precisamente nei salmi, si dice: ‘Gerusalemme, tutti là sono nati’.
Qui, nelle lettere di Paolo, scopriamo che il mondo cristiano nasce nel conflitto in cui è in gioco il distinguersi, il separarsi dalla storia ebraica.
Nell’Apocalisse, il testo della prossima volta, vedremo la Gerusalemme celeste che scende dal cielo. Da cristiani diciamo che tutti torneremo a Gerusalemme, non che siamo nati lì: siamo nati nel conflitto, ma arriveremo a una città adorna, ‘pronta per il suo sposo’, dice il testo dell’Apocalisse.
Dietro questo testo c’è quella discussione: spesso pensiamo che sia stata importante allora, e che, una volta risolta la questione, il testo non ci riguardi. Il concilio di Gerusalemme del 50 d.C. affronta il problema della circoncisione, risponde con un no alla domanda se sia necessario passare attraverso la mediazione dell’ebraismo, dunque noi pensiamo che ormai, venti secoli dopo, sia solo un’antica questione.
Invece, ragionando sul conflitto, mi sono resa conto che non è proprio così. Questo testo funziona come il racconto del peccato originale rispetto alla globalità della scrittura.
Il conflitto originario tra gentili ed ebrei ed i criteri che Paolo dà – cosa vuol dire abitare questo conflitto e quali sono gli esiti, i risultati – funziona effettivamente come testo paradigmatico di tutti i conflitti possibili.
Nel racconto del peccato originale, la questione non è se noi oggi mangiamo il frutto dell’albero o no: il peccato originale è originale nel senso che è il primo, e tutti quelli che accadono dopo sono, in fondo, copie più o meno ben riuscite di questo originale. Qui è lo stesso: il conflitto originario tra ebrei e gentili racconta la capacità di abitare il conflitto, di vivere la separazione come identità, ma non come furto, di ricostruire, riconnettere, ma anche distinguere. E’ di grandissima attualità.
E’ interessante perché questo è un testo ‘solutore’, cioè ci dice quali sono i criteri, la logica, il modo in cui abitare in modo fecondo un conflitto per farlo diventare sorgente di vita. Quindi diventa decisivo districarsi un po’ in questo testo.

La grazia originale
“Per questo, io Paolo, il prigioniero di Cristo per voi Gentili… penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente”.
Paolo si definisce ‘Prigioniero di Cristo’ perché in questo periodo, secondo la tradizione, era in prigione.
La cosa interessante è “il ministero della grazia di Dio a me affidato a vostro beneficio”.
La parola centrale è grazia. Per continuare con il paragone di prima, c’è un peccato originale, ma c’è anche una grazia originale.
Ciò che viene prima di tutto, nella scoperta del modo in cui abitare un conflitto, è la percezione che la prima parola è una grazia, che ha la stessa radice di gratis. La prima attitudine, il primo nome interiore per vivere il conflitto è “dalla grazia in poi”: siamo dei bambini amati, certi che non mancherà loro il necessario. Da lì in poi possono fare anche capricci, e tutta una serie di cose per avviarci a scoprire il mondo.
Ci viene dato molto più di ciò che serve come punto di partenza: c’è una grazia, affidata a Paolo a nostro beneficio: Paolo ha un ruolo specifico, abita oltre il confine!
Nel racconto dei primogeniti vengono segnate le porte dei ‘nostri’ per distinguerli, perché le case non segnate vengono visitate dall’angelo della morte.
Qui è esattamente il contrario: Paolo ha passato la soglia. Era un giudeo convinto, passa dall’altra parte, diventa il ministro della grazia per i gentili, abita oltre il confine; qui l’angelo che passa è un angelo di benedizione, passa alle porte di quelli che ‘non sono i nostri’ per benedire.
Il primo versetto di questo testo è il contrario di ogni ansia, ci dice che non c’è nessun motivo per agitarsi, perché sotto questa benedizione se non si lavora contro – anche senza fare niente di positivo – il conflitto è una benedizione.
Noi sperimentiamo la conflittualità come un dato negativo perché normalmente lavoriamo contro!
Prima della settimana santa, credo, potremmo fare il proposito di riposarci, di non fare niente, di non lavorare contro, perché stiamo sotto il segno di una benedizione, e se anche noi non facciamo niente, c’è questo ministero al di là del confine che porta la grazia a tutte le diversità possibili.

Tappe della riconciliazione:
· abbattere il muro, annullare la legge
Poi Paolo dice “il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente”, dunque bisognerebbe leggere il capitolo 2, testo molto famoso sulla riconciliazione dei giudei e dei pagani tra loro e con Dio.
Paolo parte avendo già spiegato che Cristo è la nostra pace, venuto ad abbattere il muro di separazione, a fare dei due un solo popolo.
Il capitolo 2, letto da solo è bello, ma troppo facile, senza costi. E’ come ammirare in una chiesa un bel dipinto che resta lì ma, quando esco, la mia situazione è sempre quella di prima.
Il cap. 3 dice la nostra verità, è ‘fuori dalla chiesa’, non è un bellissimo dipinto su un muro, è molto più faticoso, ma è quello che succede se uno ha guardato bene la situazione di prima.
Vi faccio notare solo quattro versetti del cap. 2, decisivi per capire il seguito:
v. 14 “…abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti”; v. 16 “…riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce”; v. 17 “… a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini”, v. 19, il risultato “… Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati per diventare dimora di Dio”.
Questi quattro passaggi sono centrali.
Primo: abbattere il muro di separazione annullando la legge.
E’ fortissimo, sono parole religiose, le abbiamo tutti nelle orecchie, ci sembrano parole normali perché le abbiamo sentite tante volte.
E’ come se dicesse che, quando c’è un disaccordo, basta cancellare dal vocabolario la parola accordo, e il problema è risolto! E’ un gioco di prestigio in cui si dice una cosa impossibile. Il problema è che io e un altro siamo due e non uno, e per quanto ognuno cerchi di essere educato, di non perdere il controllo, se la pensiamo in due modi diversi, non andiamo d’accordo!
“abbattendo il muro… annullando la legge…” dice: non c’è più questa distinzione radicale! Ricordate, abbiamo cominciato con Caino e Abele dicendo: laddove ci sono due c’è un conflitto. Qui si dice: non ci sono più due, c’è uno, è stato abbattuto quello che divide e non c’è più la legge che dica chi ha ragione e chi ha torto.
Questa sarebbe la grazia di Dio, non la nostra esperienza!
· riconciliare per mezzo della croce
Secondo: riconciliare con Dio per mezzo della croce. Abbiamo già ragionato un po’ su che cos’è la croce: assumere invece di proiettare. Come dire: pago io il prezzo di quello che sarebbe il tuo costo!
Questo è ciò che Gesù ha fatto nei nostri confronti, ci ha riconciliati con Dio, ci ha messi dalla parte della ragione rispetto a Dio.
· i vicini e i lontani: formare un solo corpo
Terzo: i lontani e i vicini. Mi viene sempre in mente questo versetto quando nelle parrocchie, nei gruppi, si parla dei lontani. Sono parole che mi fanno venire i brividi: ‘lontani’ da cosa? Chi sarebbe il punto di riferimento rispetto al quale si misura la lontananza?
Nell’esperienza della fede, essendo Dio equidistante da tutti noi, chi è lontano?
Qui i lontani e i vicini sono stati riconciliati per mezzo della croce, non c’è una posizione privilegiata. L’esito è che non si è più né stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli.
· concittadini dei santi e familiari di Dio
E’ bello pensare che siamo concittadini dei santi e familiari di Dio. Noi abbiamo esperienza della famiglia, e sappiamo che essere familiari con altri esseri umani non sempre è una buona idea…
Rispetto ai santi siamo concittadini, abbiamo la stessa dignità, non siamo stranieri, siamo alla pari. Rispetto a Dio siamo familiari, sperando che essere familiari con lui sia meglio che esserlo rispetto agli altri esseri umani… ma questa è una riflessione del tutto personale!
Il senso della grazia di Dio è proprio questa radicale possibilità e radicale speranza: ‘tutto in Dio è possibile’, non c’è niente di perduto, non c’è mai una pietra tombale sufficientemente pesante da mettere sopra, non solo su Gesù Cristo, ma su nessun pezzo serio della nostra storia.
Ogni situazione di divisione è sempre una situazione riscrivibile, perché non c’è più la legge delle prescrizioni, perché siamo concittadini dei santi e familiari di Dio.

La comprensione del mistero di Cristo
“Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo.”
Chi di noi avrebbe la faccia tosta non solo di dire, ma di scrivere una cosa simile?
Forse dovremmo avere un po’ più di orgoglio, di senso della nostra dignità e dire: la mia comprensione del mistero di Cristo non vuol dire, necessariamente, la mia ‘grande’ comprensione, ma semplicemente la ‘mia’.
Io mi chiedo quanto noi siamo in grado – come credenti, come battezzati – di dire qual è la nostra comprensione del mistero di Cristo.
Quando parliamo siamo sempre umili, o falsi umili e diciamo: “non so, non capisco, sono grandi misteri della fede”. Ma nella nostra vita tutte le cose sono grandi: la vita di un figlio che cresce è una cosa grandissima, misteriosa, l’amore che ci lega agli altri, gli affetti, la collera, il dolore… sono misteri enormi, eppure sappiamo di averne una comprensione, certo non totale, ma quella che ci serve per vivere.
Forse se avessimo una misura della comprensione del mistero di Cristo, sapremmo come vivere dentro un conflitto o dentro tutte le situazioni della vita.
“Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù , a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo…”.
Sono tre dati molto importanti: partecipare alla stessa eredità, formare lo stesso corpo, essere partecipi della promessa.

Formare un solo corpo
Qui l’aggancio è quello che dicevamo prima: fare dei due un solo corpo, un solo uomo nuovo.
Non è un caso che Paolo usi tanto questa immagine del corpo.
L’immagine centrale è formare lo stesso corpo.
Ragioniamo seriamente su ciò che significa questa espressione, cancelliamo un po’ di idee che abbiamo nella testa sul formare un solo corpo, legato a tutti i temi matrimoniali più o meno melensi, eliminiamo un po’ di paccottiglia, altrettanto melensa, sull’unità, sul volersi bene perché siamo lo stesso corpo…
Per esempio: ognuno di noi impiega molti anni per avere una ‘passabile’ amicizia con il proprio corpo e poi, col passare degli anni, impieghiamo altrettanto tempo a recuperare una ‘passabile’ sopportazione del fatto che il nostro corpo cambia inesorabilmente. E’ vero che queste non sono delle grandi tragedie, ma è anche vero che il corpo è sempre quello, e a volte non sappiamo conviverci serenamente.
Quando diciamo: formare un solo corpo, diciamo più o meno una cosa così, una cosa assolutamente dinamica. Il corpo è la cosa che cambia maggiormente e più costantemente di qualsiasi altra esperienza noi abbiamo. Il nostro corpo è un cambiamento costante ed ha una dinamica interna per alcuni versi molto spietata, molto cinica, diremmo noi, in cui alcune cose servono ad altre.
Non c’è giustizia nel nostro corpo. Il problema non è unalegge, perché un corpo è una cosa viva, che, paradossalmente, ha una sua vita, comunque sia!
Quando si dice che i gentili sono chiamati in Cristo Gesù a formare lo stesso corpo, non si parla di un’unità del tipo “vogliamoci bene, trattiamoci bene”, ma si parla di un’unità inevitabile, molto dinamica, ingovernabile, in cui le cose hanno una vita autonoma.
Fino ai tredici anni siamo molto presenti a noi stessi ma, superata quell’età, noi abbiamo un’età e una faccia ‘dentro’ che non hanno quasi niente a che fare con la nostra età e la nostra faccia’fuori’. Noi sentiamo noi stessi in un modo che spesso non è quello che gli altri vedono, non è quello del nostro corpo.
Un’unità di questo tipo: formare un solo corpo! (Quando riceviamo l’eucarestia, ci viene detto che formiamo un solo corpo con Cristo). Questo è l’asse centrale: quanto allo stato delle cose, il mistero dice che noi formiamo un solo corpo.

Eredità e promessa
Poi c’è: “partecipiamo alla stessa eredità e siamo partecipi della stessa promessa”; una cosa sul futuro: l’eredità, e sul passato: la promessa. Non confondiamoci: la promessa non è il futuro, è da dove veniamo; ci siamo mossi su una promessa!
Le promesse che ci si scambia nel matrimonio si scambiano all’inizio, la promessa è un luogo fondante, non una certezza, è un luogo di partenza, il nostro passato. L’eredità è il nostro futuro.
Il grande mistero è che i gentili sono chiamati a formare un solo corpo, ad avere lo stesso passato e lo stesso futuro.
Il problema di un conflitto non è risolvere ciò di cui si sta discutendo, ma formare un solo corpo, avere un passato e un futuro in comune.
Se io discuto con una persona su un argomento, il problema della risoluzione del conflitto non sta nel risolvere il problema specifico, ma che se noi due non ragioniamo come se fossimo lo stesso corpo e avessimo lo stesso passato e lo stesso futuro, non ne verremo mai a capo!

La multiforme sapienza di Dio
“A me che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunciare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio”.
Questa espressione “la multiforme sapienza di Dio”, è molto bella.
Si potrebbe dire con una battuta: Dio è complicato, e questa è una bella notizia, perché vuol dire che in una di queste piccole anse della sua complicazione c’è un posto che mi sta a pennello.
Se Dio è una linea dritta, o tutti diventano dritti, o non ci stanno.
Siccome Dio ha una multiforme sapienza, una delle sue caratteristiche, detta in termini umani, è la creatività. Infatti si chiama Creatore. Ha un mucchio di curve, curvette, angolini, c’è un sacco di posto, perché ha una ‘multiforme sapienza’.
Non so se ci sarà un giorno in cui noi capiremo Dio, ma c’è una certezza: Dio ci capisce! Ha una multiforme sapienza!
Un mio amico dice sempre che Dio è un tipico esempio di intelligenza trasversale, che parte da genesi e arriva all’apocalisse facendo il giro di tutta la storia di tutti gli esseri umani e dunque ha angolini per tutti.
La multiforme sapienza di Dio viene manifestata ‘in cielo ai principati e alle potestà’ – due ordini angelici, secondo la cultura di Paolo -.
In cielo gli angeli vedono la multiforme sapienza di Dio e che cosa succede sulla terra?
Secondo il disegno eterno che è attuato in Cristo Gesù, Dio ha una sapienza multiforme che sta in cielo, ma poi attua una cosa: in Cristo Gesù ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio, per la fede in lui.
Quello che noi vediamo operante nella storia non è una soluzione, né la multiforme sapienza di Dio già sulla terra, ma è il coraggio di avvicinarci a Lui! Cioè la forza, l’energia, il fiato, la strada di cercare la misura di Dio.
Ho usato la parola misura due volte appositamente: avere una misura della nostra comprensione del mistero di Dio, ma avere la fiducia di poterci avvicinare alla misura di Dio, che è una misura multiforme.

La logica della croce
“Vi prego quindi di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi; sono gloria vostra”.
E’ un verso strano; c’è un bel gioco di pronomi. E’ radicalmente il contrario di quello che dicevamo la volta scorsa sulla rimozione.
Ognuno di noi direbbe: non ti preoccupare per le ‘tue’ tribolazioni, ti posso aiutare nelle tue tribolazioni a causa mia, e questo ci costituirebbe problema. Paolo dice: non vi preoccupate per le ‘mie’ tribolazioni a causa vostra perché sono gloria vostra.
Paolo applica la logica della croce, rovescia tutto!

La paternità di Dio
C’è poi questa specie di conclusione, di una modernità inquietante. “Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome…”.
Noi facciamo una confusione radicale: diciamo ‘Dio è Padre’ sottintendendo che noi sappiamo che cos’è un Padre e Dio assomiglia ai padri che conosciamo. Paolo dice l’esatto contrario: è la paternità di Dio, che noi non conosciamo, l’origine di tutte le paternità, che sono tutte brutte copie.
Dire che Dio è Padre non è un modo più facile di dire Dio, come siamo tentati di fare. Ai bambini diciamo che Dio è Padre, con l’ottimo risultato che se quelli hanno una pessima esperienza di paternità, hanno qualche problema con Dio.
Quando diciamo che in Gesù noi possiamo chiamare Dio ‘Padre’, noi diciamo che prendiamo la misura di Dio per vivere ogni possibile forma di paternità.
Le paternità sono le nostre possibilità interiori di dare leggi, norme, indicazioni, di avere un’autorità, di esercitare un riferimento, di essere il luogo di un consiglio… Tutte queste paternità dovrebbero essere a misura di Dio, cioè di ‘multiforme sapienza’, paternità ‘larghe’, con un sacco di anfratti.
Quando noi andiamo a cozzare contro la diversità di un altro, vissuta come un furto, è perché abbiamo una norma dentro di noi che è molto dritta, l’altro arriva un po’ di traverso e non ci sta. Allora la nostra ‘multiforme sapienza’ di paternità dovrebbe avere la misura di Dio.

Rafforzati dallo Spirito nell’uomo interiore
Paolo prega il Padre “…perché vi conceda (anche a noi!), secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore”.
Questa frase può voler dire: avere una potenza secondo lo Spirito nel nostro uomo interiore.
Abbiamo parlato spesso dell’interiorità, del problema del nostro ‘spazio’ interno. Tutti noi sappiamo quanto sia faticoso spostare qualcosa, anche se piccolissimo, dentro il nostro essere più profondo.
Tutte le volte che, per esempio, cominciamo una prossimità, una vicinanza con qualcuno, un amore, un’amicizia, la differenza dell’altro, per quanto gli vogliamo bene, chiede un po’ di spazio e sposta qualcosa… ci vogliono mesi nella vita quotidiana per riuscire a far sì che non faccia più male, che lì ci sia veramente uno spazio.
“…potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore”. Non c’è augurio migliore che possiamo farci tra cristiani: avere una forza potente nel nostro uomo interiore.
“Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori (è sempre ciò che Paolo chiede per noi!). Chiede che la forza potente dello Spirito rafforzi il nostro uomo interiore, faccia spazio nella nostra casa. Che in questa casa possa abitare il Cristo per la fede, cioè che l’immagine di Dio in noi, la nostra verità profonda posta in noi dalla creazione trovi corrispondenza nel Cristo che abita in noi. E così, radicati e fondati nella carità, (questa casa rinforzata dallo Spirito, abitata da Cristo, abbia le sue fondamenta nella carità!) siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.
Esito: abitare il conflitto, e forse la vita in generale, è una questione di misure: serve un uomo interiore ‘extra-large’.
La misura: l’altezza, la larghezza, la profondità dell’amore di Dio
La lunghezza, l’altezza, la profondità!
Pensate a tutti i testi che parlano del tempio e ci danno le sue misure: alla luce di questo testo noi siamo tempio dello Spirito Santo. Tutti i testi dell’antico testamento che raccontano lo splendore delle decorazioni del tempio, le pietre, le gemme, le porte… sono la descrizione del nostro uomo interiore.
La nostra anima dovrebbe avere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza incommensurabile dell’amore di Dio ed essere decorata. Anche su questo torneremo, parlando della Gerusalemme celeste.
“…perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Tanto spazio non è mai vuoto. Più spazio si ha, più questo spazio è pieno.
Qui c’è una questione che fa la differenza tra l’essere credenti o no.
Chi non ha fede in Dio teme molto il vuoto, teme che fare tanto spazio dentro di sé significhi poi avere tante esigenze e non farcela più a vivere la vita di tutti i giorni. Abbiamo paura che avere tanto spazio interiore, crei una grande fame, un grande bisogno e tendiamo ad avere uno spazio sempre più ristretto, sempre più misero, perché ‘bisogna pur accontentarsi…’.
Questo è un ragionamento ateo.
Chi è credente sa che può avere la misura di Dio e che questa misura di Dio, infinita, sarà colmata dalla sua pienezza e se uno ha tanto spazio (cioè meno bisogni ha), non sarà mai nella povertà.
Piccola conclusione: “A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni”.
La potenza che già opera in noi è la potenza che abbiamo ricevuto nel battesimo, la potenza originaria dell’immagine di Dio posta in noi nella creazione.
Ma sapere che colui che è di fronte a noi ha potere di fare molto più di quanto noi possiamo domandare o pensare, questo è atto della fede, compete a noi, nessuno può avere questa fiducia al posto nostro.
Questo testo ci offre veramente un paradigma: il conflitto radicale tra giudei e gentili viene abitato secondo la misura di Dio, ‘la multiforme sua sapienza’ e questo è un esercizio che riguarda l’uomo interiore, riguarda lo spazio che ciascuno di noi ha dentro.
Abitare la propria vita è veramente una questione di misura. Noi spesso siamo preoccupati dei contenuti: questo è buono, quello no, questo è giusto, quello è sbagliato, la carità, la speranza… Raramente ci occupiamo delle misure.
In questo testo Paolo sembra dirci che, escludendo l’essere malvagi, … ma in fondo nessuno di noi lo è, almeno intenzionalmente, … se decidiamo di essere un po’ buoni, da lì in poi il problema non è tanto di contenuti, ma di misure.
L’esercizio da fare è una misura interiore che sia la lunghezza, l’altezza, la profondità dell’amore di Dio.

(Testo non rivisto dall’autore)

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