Archive pour juin, 2012

Impariamo la tenerezza alla scuola di San Paolo (per la festa di San Pietro e Paolo, domani Pietro)

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1031.htm

Inseguendo l’Agnello

Ritiro:

Impariamo la tenerezza alla scuola di San Paolo

Nel ritiro odierno vogliamo guardare a Paolo come maestro di quegli atteggiamenti interiori che dobbiamo potenziare in noi stessi per essere all’altezza di quella vocazione che abbiamo ricevuto di essere santi e immacolati al cospetto del Padre nell’amore (Ef 1,4). Paolo stesso era consapevole di questa sua missione di maestro: “Fatevi miei imitatori come io lo sono del Cristo” 1Cor 11,1.
Paolo dunque come maestro del nostro rapporto con Dio, cioè come nostro maestro di orazione, di preghiera. Il CCC parla della preghiera cristiana proprio come una relazione, cioè un rapportarsi reciproco:
CCC 2565 Nella Nuova Alleanza la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. La grazia del Regno è « l’unione della Santa Trinità tutta intera con lo spirito tutto intero » [San Gregorio Nazianzeno]. La vita di preghiera consiste quindi nell’essere abitualmente alla presenza del Dio tre volte Santo e in comunione con lui. Tale comunione di vita è sempre possibile, perché, mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo essere con Cristo [cf Rm 6,5 ]. La preghiera è cristiana in quanto è comunione con Cristo e si dilata nella Chiesa, che è il suo Corpo. Le sue dimensioni sono quelle dell’Amore di Cristo [cf Ef 3,18-21].
Possiamo anche riassumere il tutto così:
La preghiera cristiana è una relazione viva con il Dio vivo e vero (cf CCC 2558. 2565) offertaci dal Padre donandoci suo Figlio, Gesù Cristo, e realizzata nello Spirito Santo.
Tutto parte dall’iniziativa del Padre che attraverso il Figlio bussa alle porte dei nostri cuori e chiede di cenare con noi, gustando la nostra amicizia, bevendo il nostro amore:
Ap 3,20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.
CCC 2560. « Se tu conoscessi il dono di Dio! » (Gv 4,10). La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui [S. Agostino].
CCC 2561. « Tu gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva » (Gv 4,10). La nostra preghiera di domanda è paradossalmente una risposta. Risposta al lamento del Dio vivente: « Essi hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate » (Ger 2,13), risposta di fede alla promessa gratuita della salvezza, [cf Gv 7,37-39; 2561 Is 12,3; Is 51,1] risposta d’amore alla sete del Figlio unigenito [cf Gv 19,28; Zc 12,10; Zc 13,1].
L’iniziativa della preghiera è dunque di Dio, è Lui che desidera entrare in una relazione viva e personale di conoscenza reciproca e di amore con noi.
Vediamo questo come si è realizzato nella storia di Paolo.

L’evento di Damasco
Di questo evento ne parlano diffusamente tre racconti lucani in At 9,1-22 (narrazione dello scrittore), At 22,6-11 (autodifesa di Paolo nell’arresto a Gerusalemme), At 26,12-18 (autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa). Paolo, poi, ne accennerà in diverse lettere (cf 1Cor 9,1; 15,8; Gal 1,15ss). Riportiamo di seguito l’autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa:
At 26 …[9]Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [10]come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. [11]In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. [12]In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno [13]vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. [14]Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo. [15]E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti. [16]Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. [17]Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando [18]ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me.
La conversione di Paolo avviene sulla via di Damasco come rivelazione: il Padre gli rivela il volto del suo Figlio (cf Gal 1,15) e questa rivelazione gli manifesta pienamente se stesso come uno che aveva sbagliato tutto. Paolo su quella benedetta via entra nel conoscimento vero di sé, capisce chi è lui e lo capisce perché Dio gli ha mostrato il suo volto in Gesù, vedendo Gesù, vede se stesso nella verità e capisce che ha sbagliato tutto: «Ho sbagliato tutto!».
L’evento della via di Damasco pone Paolo nell’umiltà. Non umiltà frutto dell’esercizio di una virtù e neanche come decisione di uniformarsi ad una verità conosciuta con l’intelletto, ma come un qualcosa di subito che gli frantuma il cuore nella consapevolezza di aver sbagliato tutto: tutti i suoi pensieri e idee su Dio erano sbagliate, tutti i suoi giudizi erano sbagliati, tutte le sue convinzioni erano sbagliati, tutte le cose a cui lui dava importanza erano sbagliate, si scopre così bestemmiatore, prepotente e violento:
1Tm 1: [12]Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: [13]io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento.
Sulla via di Damasco Paolo ha la grazia, nella rivelazione del volto di Gesù, di scoprirsi peccatore, profondamente peccatore. È uno shock tremendo! Lui che si credeva giusto, integerrimo, perfetto e santo:
Fil 3 [4]Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Comprende se stesso nella verità, tremenda verità che gli fa gridare che ha sbagliato tutto, ma…:
1Tm 1: [13]… Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; [14]così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Lì, su quella via di Damasco, Paolo si scopre profondamente e immeritatamente amato e prima ancora che possa riprendersi dallo stupore, Gesù lo manda alle genti: è sconvolgente per Paolo che nello stesso momento in cui Gesù gli fa capire: «Hai sbagliato tutto!», gli dice: «Tutto ti affido!», «Ti mando!». Il Dio del Vangelo e della misericordia è Colui che nell’istante in cui mi fa capire che ho sbagliato tutto su di Lui, perché ho messo me stesso al suo posto, mi dimostra la sua misericordia nel perdonarmi e mi dà fiducia nel chiamarmi al suo servizio, affidandomi la Parola.
Quest’esperienza immerge Paolo nell’umiltà per cui può farci da maestro nel nostro rapporto con Dio che può elevarsi solo da un fondo di umiltà. Il violento e prepotente lì su quella via divenne umile:
1Tm 1: [15]Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. [16]Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. [17]Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Quest’esperienza immerge Paolo nell’amore. Innanzi tutto nell’amore per il suo Gesù che lo aveva amato e per lui aveva dato Se Stesso (cf Gal 2,20). Su quella benedetta via di Damasco avviene lo spogliamento di Paolo per amore di Gesù, in un certo senso, a imitazione di quello spogliamento del Verbo, da lui tanto ammirato, che aveva spogliato Se Stesso della propria divinità per farsi simile a noi (Fi. 2,6-7), ora Paolo deve spogliare se stesso di tutto quel sovrappiù di cui si ritrova vestito per essere simile a Gesù e se ne disfa senz’altro:
Fil 3 [3]… [7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.
Questa esperienza immerge Paolo nella tenerezza: lui, il violento e prepotente, si trasformerà in un pastore tenerissimo che sapeva costruire con le persone profonde relazioni di affetto e di amore:
– … Essere padri significa saper incontrare le persone facendo attenzione a ciascuna. Certamente, non per tutti potremo avere lo stesso tempo e la stessa possibilità di rapporto. Ma quanto è importante che ciascuno di quelli che ci incontrano possa avere la sensazione di essere stato accolto, stimato, guardato con amore. Dobbiamo essere Pastori dal cuore grande, sullo stile di Paolo che ai Tessalonicesi scriveva: « Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari » (1Ts 2,7-8). È, questo, il vocabolario della carità, direi anzi, della tenerezza. Paolo, che pur conosce, quando è necessario, il piglio vigoroso della fortezza e della severità, lo sa bilanciare con questo straordinario registro di umanità, di sensibilità, di delicatezza. Al Vescovo si richiede un dono di sé compiuto con pienezza di umanità. E questo ovviamente verso tutti. […]. –
Omelia del card. Giovanni Battista Re del 6/10/2000 in occasione del Giubileo dei Vescovi
La tenerezza: cos’è?
La tenerezza è la modalità dell’amore con cui la persona si relaziona con gli altri facendo loro percepire che li ama e che desidera essere ricambiata. La tenerezza è l’espressione adulta dell’amore, essa infatti richiede, per essere vissuta, aver raggiunto la maturità affettiva, cioè un cuore talmente forte che è capace di rischiare di essere ferito, un cuore senza difese, perché chi ama si mette nelle mani dell’altro con fiducia, rischiando di essere ferito e solo un cuore sovrabbondante di amore accetta con serenità questa possibilità.
Un anonimo autore dei nostri tempi così parla della tenerezza:
– … si tratta di sfumature come un sorriso, il tono delle parole, la capacità di farci piccoli con i piccoli, l’umiltà nell’accettare minuscoli doni; amare con amore di tenerezza richiede un lungo lavorio interiore che, sulla scia di quella divina, è accettazione del vicino con tutti i suoi limiti e difetti: è così che Dio ci ama. Bisognerebbe vedere i difetti dell’altro come uno specchio delle proprie manchevolezze; ciò presuppone il riconoscimento della nostra personale debolezza, riconoscimento che possiamo raggiungere solo con una lunga frequentazione del Signore nella profondità del nostro cuore, là dove la creatura incontra il Creatore, scopre la sua totale fragilità insieme con il suo destino divino».
E il teologo Carlo Rocchetta così magistralmente afferma:
– La tenerezza come stupore si collega alla tenerezza come forza dell’umile amore, intendendo in questa dizione l’umiltà di accettare sé e i propri limiti, facendosi teneri con se stessi; e l’umiltà di accettare gli altri per quello che sono, con bontà di cuore e generosità, facendosi teneri verso di loro. La tenerezza come «forza dell’umile amore» è un viaggio verso un amore che sa trasfigurare tutto e si lascia portare dall’amore come su ali d’aquila, sapendo che ogni tenerezza non è che un raggio dell’unica Tenerezza. […] La tenerezza viene descritta in modo mirabile dal monaco russo Stàrets Zòsima, ne I fratelli Karamazov: «[…] alcuni pensieri, specialmente alla vista del peccato umano, ti rendono perplesso, e ti domando: “Devo ricorrere alla forza o all’umile amore?”. Decidi sempre: ricorrerò all’umile amore. Se prenderai una volta per tutte questa decisione, potrai soggiogare il mondo intero. L’amore umile è una forza formidabile, la più grande di tutte, come non ce n’è un’altra» – Carlo Rocchetta, Teologia della Tenerezza, 40ss.

• La tenerezza: da dove nasce?
Un cuore capace di amare di tenerezza nasce dalla frantumazione del proprio cuore di pietra, si tratta di quel cuore di carne di cui parla Ezechiele (11,19 e 36,26) e tale frantumazione e tale nascita è concomitante all’esperienza della misericordia di Dio su di se stessi. Solo chi, come Paolo, ha avuto la sua via di Damasco, è capace di amare con tenerezza (non semplicemente qualcuno da cui è legato da particolare amicizia e affetto, ma tutti, cioè capace di amare tutti con tenerezza). Solo chi ha esperimentato e gustato la tenerezza di Dio su di sé, è capace poi di amare così, perché la tenerezza con cui si amano gli altri, altro non è che il traboccare della misericordia divina dal nostro cuore ferito appunto da questa ineffabile tenerezza con cui essa ci ha investiti, avvolti e sommersi in Gesù Cristo. Il testo di 1Tm 1,12-17, sopra citato, riassume l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco e ci fa entrare nel mistero della tenerezza che sgorgò dal suo cuore: è dunque la consapevolezza che in lui la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato che gli permetterà di avere quel cuore di carne capace di amare con tenerezza, perché consapevole di essere stato immeritamente e ineffabilmente amato da Gesù Cristo “il Figlio di Dio, che lo ha amato e ha dato se stesso per lui” (Gal 2,20).
Tale è il pensiero anche di s. Caterina da Siena
– Per lo quale cognoscimento della somma bontà, quando l’anima si trova annegata in tanto abisso d’amore, quanto vede che Dio ha in lei; dilagarsi il cuore e l’affetto; onde l’occhio del cognoscimento apre a intendere, la memoria a ritenere, e la volontà si distende ad amare quello che egli ama. E dice e grida l’anima: « O dolce Dio, che ami tu più? ». Risponde il dolce Dio nostro: « Ragguarda in te, e troverai quello ch’io amo ». Allora ragguardate in voi, figliuoli miei carissimi, e troverete e vedrete che con quella medesima bontà e ineffabile amore che troverete che Dio ama voi, con quello medesimo amore ama tutte le creature che hanno in loro ragione. Onde l’anima come innamorata si levi e distendasi ad amare quello che Dio ama: ciò sono i dolci fratelli nostri. E levasi con tanto desiderio e concepe tanto amore, che volentieri darebbe la vita per la salute loro, e per restituirli alla vita della Grazia. Sicché diventano mangiatori e gustatori delle anime; e fanno come l’aquila che sempre ragguarda la rota del sole e va in alto. E poi ragguarda la terra, e prendendo il cibo, del quale si debbe notricare, il mangia in alto. –
S. Caterina da Siena, Lettera 134 (cf anche Dialogo della Divina Provvidenza, 89).
A completamento di questo discorso sulla tenerezza, occorre precisare che di per sé non è necessaria l’esperienza del peccato per poter gustare la sovrabbondanza della tenerezza di Dio che ci rende capace di relazionarmi con tenerezza di amore verso tutti. La Vergine Santa, infatti, ha esperimentato l’ineffabile tenerezza divina e gustato la sua infinita misericordia senza esser mai stata sfiorata neppure dall’ombra del peccato né originale né personale.
E questo lo ha potuto fare radicandosi e fondandosi nella sua umiltà, nel conoscimento di sé, direbbe s. Caterina da Siena. Consapevole del suo essere niente e nulla da sé, osservava stupita e grata quanto Lui operava in Lei a gloria Sua e lo magnificava commossa (cf Lc 2,46ss) e riconoscente per tanto amore che sentiva assolutamente non meritare. Questo sia in riferimento al dono della sua vita di essere creato dal nulla dall’amore del Padre, sia in riferimento al dono di essere preservata dal peccato originale e ricolma di ogni dono di grazia dello Spirito Santo, in previsione della passione e morte del Figlio di Dio e Figlio suo.

E questa è stata anche l’esperienza di quei Santi che, per grazia di Dio, hanno conservato l’innocenza battesimale e hanno saputo amare teneramente tutti come ad esempio s. Teresina di Lisieux e altri.

Vicktor Vasnetsov, Russian Museum. The seraphim levitate on either side of the Throne of Jesus

Vicktor Vasnetsov, Russian Museum. The seraphim levitate on either side of the Throne of Jesus dans immagini sacre gentle13

http://www.williamhenry.net/art_gentleheart.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: Il grande canto della « Legge » : Salmo 119 (118)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111109_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 novembre 2011

Il grande canto della « Legge » Salmo 119 (118)

Cari fratelli e sorelle,

nelle passate catechesi abbiamo meditato su alcuni Salmi che sono esempi dei generi tipici della preghiera: lamento, fiducia, lode. Nella catechesi di oggi vorrei soffermarmi sul Salmo 119 secondo la tradizione ebraica, 118 secondo quella greco-latina: un Salmo molto particolare, unico nel suo genere. Anzitutto lo è per la sua lunghezza: è composto infatti da 176 versetti divisi in 22 strofe di otto versetti ciascuna. Poi ha la peculiarità di essere un “acrostico alfabetico”: è costruito, cioè, secondo l’alfabeto ebraico, che è composto di 22 lettere. Ogni strofa corrisponde ad una lettera di quell’alfabeto, e con tale lettera inizia la prima parola degli otto versetti della strofa. Si tratta di una costruzione letteraria originale e molto impegnativa, in cui l’autore del Salmo ha dovuto dispiegare tutta la sua bravura.
Ma ciò che per noi è più importante è la tematica centrale di questo Salmo: si tratta infatti di un imponente e solenne canto sulla Torah del Signore, cioè sulla sua Legge, termine che, nella sua accezione più ampia e completa, va compreso come insegnamento, istruzione, direttiva di vita; la Torah è rivelazione, è Parola di Dio che interpella l’uomo e ne provoca la risposta di obbedienza fiduciosa e di amore generoso. E di amore per la Parola di Dio è tutto pervaso questo Salmo, che ne celebra la bellezza, la forza salvifica, la capacità di donare gioia e vita. Perché la Legge divina non è giogo pesante di schiavitù, ma dono di grazia che fa liberi e porta alla felicità. «Nei tuoi decreti è la mia delizia, non dimenticherò la tua parola», afferma il Salmista (v. 16); e poi: «Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità» (v. 35); e ancora: «Quanto amo la tua legge! La medito tutto il giorno» (v. 97). La Legge del Signore, la sua Parola, è il centro della vita dell’orante; in essa egli trova consolazione, ne fa oggetto di meditazione, la conserva nel suo cuore: «Ripongo nel cuore la tua promessa per non peccare contro di te» (v. 11), è questo il segreto della felicità del Salmista; e poi ancora: «Gli orgogliosi mi hanno coperto di menzogne, ma io con tutto il cuore custodisco i tuoi precetti» (v. 69).
La fedeltà del Salmista nasce dall’ascolto della Parola, da custodire nell’intimo, meditandola e amandola, proprio come Maria, che «custodiva, meditandole nel suo cuore» le parole che le erano state rivolte e gli eventi meravigliosi in cui Dio si rivelava, chiedendo il suo assenso di fede (cfr Lc 2,19.51). E se il nostro Salmo inizia nei primi versetti proclamando “beato” «chi cammina nella Legge del Signore» (v. 1b) e «chi custodisce i suoi insegnamenti» (v. 2a), è ancora la Vergine Maria che porta a compimento la perfetta figura del credente descritto dal Salmista. E’ Lei, infatti, la vera “beata”, proclamata tale da Elisabetta perché «ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45), ed è a Lei e alla sua fede che Gesù stesso dà testimonianza quando, alla donna che aveva gridato «Beato il grembo che ti ha portato», risponde: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,27-28). Certo, Maria è beata perché il suo grembo ha portato il Salvatore, ma soprattutto perché ha accolto l’annuncio di Dio, perché è stata attenta e amorosa custode della sua Parola.
Il Salmo 119 è dunque tutto intessuto intorno a questa Parola di vita e di beatitudine. Se il suo tema centrale è la “Parola” e la “Legge” del Signore, accanto a questi termini ricorrono in quasi tutti i versetti dei sinonimi come “precetti”, “decreti”, “comandi”, “insegnamenti”, “promessa”, “giudizi”; e poi tanti verbi ad essi correlati come osservare, custodire, comprendere, conoscere, amare, meditare, vivere. Tutto l’alfabeto si snoda attraverso le 22 strofe di questo Salmo, e anche tutto il vocabolario del rapporto fiducioso del credente con Dio; vi troviamo la lode, il ringraziamento, la fiducia, ma anche la supplica e il lamento, sempre però pervasi dalla certezza della grazia divina e della potenza della Parola di Dio. Anche i versetti maggiormente segnati dal dolore e dal senso di buio rimangono aperti alla speranza e sono permeati di fede. «La mia vita è incollata alla polvere: fammi vivere secondo la tua parola» (v. 25), prega fiducioso il Salmista; «Io sono come un otre esposto al fumo, non dimentico i tuoi decreti» (v. 83), è il grido di credente. La sua fedeltà, anche se messa alla prova, trova forza nella Parola del Signore: «A chi mi insulta darò una risposta, perché ho fiducia nella tua parola» (v. 42), egli afferma con fermezza; e anche davanti alla prospettiva angosciante della morte, i comandi del Signore sono il suo punto di riferimento e la sua speranza di vittoria: «Per poco non mi hanno fatto sparire dalla terra, ma io non ho abbandonato i tuoi precetti» (v. 87).
La legge divina, oggetto dell’amore appassionato del Salmista e di ogni credente, è fonte di vita. Il desiderio di comprenderla, di osservarla, di orientare ad essa tutto il proprio essere è la caratteristica dell’uomo giusto e fedele al Signore, che la «medita giorno e notte», come recita il Salmo 1 (v. 2); è una legge, quella di Dio, da tenere «sul cuore», come dice il ben noto testo dello Shema nel Deuteronomio:
Ascolta, Israele … Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai (6,4.6-7).
Centro dell’esistenza, la Legge di Dio chiede l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non servile, ma filiale, fiduciosa, consapevole. L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita, un incontro che deve tradursi in scelte concrete e diventare cammino e sequela. Quando gli viene chiesto cosa fare per avere la vita eterna, Gesù addita la strada dell’osservanza della Legge, ma indicando come fare per portarla a completezza: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (Mc 10,21 e par.). Il compimento della Legge è seguire Gesù, andare sulla strada di Gesù, in compagnia di Gesù.
Il Salmo 119 ci porta dunque all’incontro con il Signore e ci orienta verso il Vangelo. C’è in esso un versetto su cui vorrei ora soffermarmi: è il v. 57: «La mia parte è il Signore; ho deciso di osservare le tue parole». Anche in altri Salmi l’orante afferma che il Signore è la sua “parte”, la sua eredità: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice», recita il Salmo 16 (v. 5a), «Dio è roccia del mio cuore, mia parte per sempre» è la proclamazione del fedele nel Salmo 73 (v. 23 b), e ancora, nel Salmo 142, il Salmista grida al Signore: «Sei tu il mio rifugio, sei tu la mia eredità nella terra dei viventi» (v. 6b).
Questo termine “parte” evoca l’evento della ripartizione della terra promessa tra le tribù d’Israele, quando ai Leviti non venne assegnata alcuna porzione del territorio, perché la loro “parte” era il Signore stesso. Due testi del Pentateuco sono espliciti a tale riguardo, utilizzando il termine in questione: «Il Signore disse ad Aronne: “Tu non avrai alcuna eredità nella loro terra e non ci sarà parte per te in mezzo a loro. Io sono la tua parte e la tua eredità in mezzo agli Israeliti”», così dichiara il Libro dei Numeri (18,20), e il Deuteronomio ribadisce: «Perciò Levi non ha parte né eredità con i suoi fratelli: il Signore è la sua eredità, come gli aveva detto il Signore, tuo Dio» (Dt 10,9; cfr. Dt 18,2; Gs 13,33; Ez 44,28).
I sacerdoti, appartenenti alla tribù di Levi, non possono essere proprietari di terre nel Paese che Dio donava in eredità al suo popolo portando a compimento la promessa fatta ad Abramo (cfr. Gen 12,1-7). Il possesso della terra, elemento fondamentale di stabilità e di possibilità di sopravvivenza, era segno di benedizione, perché implicava la possibilità di costruire una casa, di crescervi dei figli, di coltivare i campi e di vivere dei frutti del suolo. Ebbene i Leviti, mediatori del sacro e della benedizione divina, non possono possedere, come gli altri israeliti, questo segno esteriore della benedizione e questa fonte di sussistenza. Interamente donati al Signore, devono vivere di Lui solo, abbandonati al suo amore provvidente e alla generosità dei fratelli, senza avere eredità perché Dio è la loro parte di eredità, Dio è la loro terra, che li fa vivere in pienezza.
E ora, l’orante del Salmo 119 applica a sé questa realtà: «La mia parte è il Signore». Il suo amore per Dio e per la sua Parola lo porta alla scelta radicale di avere il Signore come unico bene e anche di custodire le sue parole come dono prezioso, più pregiato di ogni eredità, e di ogni possesso terreno. Il nostro versetto infatti ha la possibilità di una doppia traduzione e potrebbe essere reso pure nel modo seguente: «La mia parte, Signore, io ho detto, è di custodire le tue parole». Le due traduzioni non si contraddicono, ma anzi si completano a vicenda: il Salmista sta affermando che la sua parte è il Signore ma che anche custodire le parole divine è la sua eredità, come dirà poi nel v. 111: «Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, perché sono essi la gioia del mio cuore». È questa la felicità del Salmista: a lui, come ai Leviti, è stata data come porzione di eredità la Parola di Dio.

Carissimi fratelli e sorelle, questi versetti sono di grande importanza anche oggi per tutti noi. Innanzitutto per i sacerdoti, chiamati a vivere solo del Signore e della sua Parola, senza altre sicurezze, avendo Lui come unico bene e unica fonte di vera vita. In questa luce si comprende la libera scelta del celibato per il Regno dei cieli da riscoprire nella sua bellezza e forza. Ma questi versetti sono importanti anche per tutti i fedeli, popolo di Dio appartenente a Lui solo, “regno di sacerdoti” per il Signore (cfr. 1Pt 2,9; Ap 1,6; 5,10), chiamati alla radicalità del Vangelo, testimoni della vita portata dal Cristo, nuovo e definitivo “Sommo Sacerdote” che si è offerto in sacrificio per la salvezza del mondo (cfr. Ebr 2,17; 4,14-16; 5,5-10; 9,11ss). Il Signore e la sua Parola: questi sono la nostra “terra”, in cui vivere nella comunione e nella gioia.
Lasciamo dunque che il Signore ci metta nel cuore questo amore per la sua Parola, e ci doni di avere sempre al centro della nostra esistenza Lui e la sua santa volontà. Chiediamo che la nostra preghiera e tutta la nostra vita siano illuminate dalla Parola di Dio, lampada per i nostri passi e luce per il nostro cammino, come dice il Salmo 119 (cfr v. 105), così che il nostro andare sia sicuro, nella terra degli uomini. E Maria, che ha accolto e generato la Parola, ci sia di guida e di conforto, stella polare che indica la via della felicità.
Allora anche noi potremo gioire nella nostra preghiera, come l’orante del Salmo 16, dei doni inaspettati del Signore e dell’immeritata eredità che ci è toccata in sorte:

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice …
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi:
la mia eredità è stupenda (Sal 16,5.6).

25 giugno, Ufficio delle Letture : Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa (Paolo)

25 GIUGNO – UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)

Il cristiano è un altro Cristo
Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. Lo ha imitato con tanta accuratezza da mostrare chiaramente in se stesso i lineamenti di Cristo e trasformare i sentimenti del proprio cuore in quelli del cuore di Cristo, tanto da non sembrare più lui a parlare. Paolo parlava ma era Cristo che parlava in lui. Sentiamo dalla sua stessa bocca come avesse chiara coscienza di questa sua prerogativa: «Voi volete una prova di colui che parla in me, Cristo» (cfr. 2 Cor 13, 3) e ancora: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine.
Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole. Ci svelerebbero però solo quanto può essere compreso dal nostro cuore e dalla nostra intelligenza.
La bontà del Signore nostro, dunque, ci ha resi partecipi di questo nome che è il primo e più grande e più divino fra tutti, e noi, fregiati del nome di Cristo, ci diciamo «cristiani». Ne consegue necessariamente che tutti i concetti, compresi in questo vocabolo, si possono ugualmente vedere espressi in qualche modo nel nome che portiamo noi. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente «cristiani» è necessario che la nostra vita ne offre conferma e testimonianza.

26 giugno: Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

http://www.santiebeati.it/dettaglio/59500

Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

26 giugno

† Roma, 26 giugno 362

I santi Giovanni e Paolo, vissuti nel IV secolo, furono fratelli di fede oltre che di fatto. Le informazioni su di loro sono discordanti e risalgono soprattutto ad una « Passio » in parte leggendaria: Essi sarebbero stati due cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, che Giuliano l’Apostata avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti sotto la loro abitazione. Sembra però che il martirio di Giovanni e Paolo potrebbe essere avvenuto almeno 50 anni prima, all’epoca di Diocleziano, perché le persecuzioni di Giuliano avvenendo in Oriente. Ad ogni modo, sotto la basilica Celimontana a loro dedicata sono stati ritrovati resti di una villa romana abitata da cristiani, con il piccolo vano della « confessio » che reca affreschi di scene di martirio, sotto cui c’è una fossa per il seppellimento di due corpi.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Paolo = picc

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma commemorazione dei santi Giovanni e Paolo, al cui nome è dedicata la basilica sul monte Celio lungo il clivo di Scauro nella proprietà del senatore Pammachio.

Sui due santi martiri romani, che è bene chiarire non sono gli omonimi apostoli, si è aperta da parte degli studiosi una controversia sulla data del loro martirio, effettivamente avvenuto a Roma. Giacché la questione è rimasta irrisolta, non resta altro da fare che seguire la “passio” antica, giunta fino a noi e poi alla fine segnalare le contraddizioni riscontrate da alcuni studiosi.
Giovanni e Paolo, fratelli di sangue e di fede cristiana, sono presentati in tre recensioni consecutive della ‘passio’, che risale al IV secolo, prima come maggiordomo e primicerio di Costantina, figlia di Costantino imperatore; poi come soldati del generale Gallicano, al quale suggerirono un voto, che ottenne la vittoria dell’esercito sugli Sciti infine sono citati come privati cittadini, nella loro casa al Celio, molto munifici di elemosine ed aiuti, con i beni ricevuti da Costantina.
Quando nel 361 salì al trono imperiale Giuliano, detto poi l’Apostata (331-363), questi avendo deciso di ripristinare il culto pagano, dopo aver rinnegato il cristianesimo, cercò di convincerli alle sue idee restauratrici, invitandoli a tornare a corte, per collaborare al progetto.
I due fratelli (che dovevano godere di molta considerazione a Roma) rifiutarono l’invito e Giuliano mandò loro il capo delle guardie Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove; persistendo il loro rifiuto, essi vennero sequestrati in casa per una decina di giorni, affinché riflettessero sulle conseguenze del loro rifiuto.
Continua la ‘passio’: il prete Crispo informato del fatto, si recò con due cristiani Crispiniano e Benedetta, a visitarli, portando loro la S. Comunione e il loro conforto. Trascorsi i dieci giorni, il comandante Terenziano, ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati; era il 26 giugno 362.
Il prete Crispo ed i suoi compagni Crispiniano e Benedetta, avvertiti da una visione si recarono sulla loro tomba a pregare, ma qui vennero sorpresi e uccisi anche loro. Dopo la loro morte il figlio di Terenziano, cadde in preda ad un’ossessione e urlava che Giovanni e Paolo lo tormentavano, il padre con grande preoccupazione, lo condusse sulla tomba dei due martiri, dove il ragazzo ottenne la guarigione.
Il prodigio fece si che si convertissero entrambi e poi vennero anch’essi in seguito martirizzati. Il successore di Giuliano l’Apostata, l’imperatore Gioviano (363-364), abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante, di ricercare i corpi dei due fratelli e una volta trovati, fece erigere dallo stesso senatore e dal figlio Pannachio, una basilica sopra la loro casa.
Fin qui il racconto della ‘passio’; sul sepolcro costituito da una tomba a “due piazze”, venne eretto il piccolo vano della ‘confessio’ che ancora conserva antichi affreschi narranti il martirio; il tutto conglobato in una basilica detta Celimontana, che si affaccia tra archi medioevali e contrafforti, sul famoso Clivio di Scauro.
Essa fu più volte ristrutturata e modificata e dove le reliquie nel 1588, furono traslate dalla primitiva sepoltura; nel 1677 esse furono collocate sotto l’altare maggiore e infine nel 1725 il cardinale Paolucci le fece racchiudere in un’urna di porfido, ricavata da un’antica vasca termale, che ancora oggi forma la base dell’altare.
Effettivamente sotto la chiesa si è scoperta nel 1887 una casa romana a due piani con affreschi e fregi; il loro culto antichissimo è testimoniato da innumerevoli citazioni in Canoni sia romani che ambrosiani; in vari ‘Martirologi’ e Sacramentari; orazioni e prefazi a loro dedicati; epigrafi marmoree; un monastero fondato da s. Gregorio I Magno (535-604) e intitolato ai due martiri; un’altra chiesa eretta sul Gianicolo era pure a loro dedicata; a Ravenna sono raffigurati nel mosaico di S. Apollinare Nuovo.
È indubbio il culto ufficiale che sempre ricevettero nei secoli; come pure, secondo il racconto della ‘passio’, si giustifica la presenza di un sepolcro in una casa al centro di Roma, quando i luoghi delle esecuzioni ed i cimiteri, erano posti alla periferia della città.
Le opposizioni degli studiosi si basano sul fatto storico che la persecuzione di Giuliano l’Apostata, non fece vittime a Roma, ma solo in Oriente dove risiedeva; quindi si è propensi a spostare la loro vicenda sotto l’impero di Diocleziano (243-313); a volte sono stati confusi con altri santi martiri come Gioventino e Massimino.
A conclusione si può comunque ipotizzare che l’antica ‘passio’, che è quasi contemporanea, non narri il falso, perché se è vero, che non vi furono vittime ufficiali romane, durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nulla toglie che qualche martire ci sia stato a Roma ma tenuto nascosto, come nel caso di Giovanni e Paolo, che furono sotterrati nella loro stessa casa, senza far sapere ai romani la loro sorte.
Non bisogna dimenticare che i cristiani con Costantino, avevano ottenuto libertà di culto, lo stesso Giuliano aveva inizialmente emanato un “Editto di tolleranza”, e quindi il popolo non era disposto a ritornare indietro sulla pace e libertà raggiunta.
I lavori archeologici effettuati e gli studi pubblicati, sugli scavi sotto la Basilica Celimontana dei santi Giovanni e Paolo, dal valente studioso ed archeologo il passionista padre Germano di S. Stanislao (Vincenzo Ruoppolo) morto nel 1909 e completati da altri studiosi, in effetti confermano il racconto della ‘passio’ con la scoperta della casa romana, di cui probabilmente i due fratelli martiri erano proprietari e sulla quale fu eretta la basilica posta nell’omonima piazza.

Autore: Antonio Borrelli

_______________________

El Greco, Mat-03,01-John the baptist_Jean Baptiste

El Greco,  Mat-03,01-John the baptist_Jean Baptiste dans immagini sacre 16%20EL%20GRECO%20ST.%20JOHN%20THE%20BAPTIST

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-03,01-John%20the%20baptist_Jean%20Baptiste/slides/16%20EL%20GRECO%20ST.%20JOHN%20THE%20BAPTIST.html

 

Publié dans:immagini sacre |on 24 juin, 2012 |Pas de commentaires »

NOVENA A SAN GIOVANNI BATTISTA

http://www.preghiereperlafamiglia.it/nativita-san-giovanni-battista.htm

NOVENA A SAN GIOVANNI BATTISTA

1. O glorioso San Giovanni, che con la vostra vita avete onorato il vostro nome che significa « Grazia di Dio », ottenete a noi pure di vivere santamente, così da onorare il glorioso nome di « cristiano » che portiamo dal giorno del nostro Battesimo.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

2. O Glorioso San Giovanni che vi ritiraste nel deserto a condurre una vita austera e santa, otteneteci la grazia di non essere mai schiavi del denaro e delle cose terrene, ma che le usiamo per accumulare tesori in cielo, dove nessuno ce li potrà rubare.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

3. O glorioso San Giovanni che appena udita la voce di Dio vi recaste presso il fiume Giordano a battezzare ed a preparare la gente alla venuta del Figlio di Dio, otteneteci la grazia di essere sempre docili alla voce del Signore per meritare di entrare nella vita eterna.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

4. O glorioso San Giovanni che foste il primo a riconoscere ed a proclamare Gesù Cristo come vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, fate che lo scopo della nostra vita sia quello di far conoscere a tutti la figura amabile del nostro Salvatore e a far accettare il suo Vangelo di salvezza.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

5. O glorioso San Giovanni che davanti a Gesù vi diceste indegno di sciogliere i lacci dei suoi sandali, otteneteci la grazia di essere umili e di cercare l’esaltazione non dagli uomini, ma da Dio.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

6. O glorioso San Giovanni che instancabilmente insegnaste la via della salvezza a tutti quelli che ricorrevano a voi, otteneteci la grazia di istruire continuamente il nostro prossimo nelle verità della fede, edificandolo sempre con le parole e con l’ esempio.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

7. O glorioso San Giovanni, che con grande coraggio rimproveraste non solo gli Scribi ed i Farisei, ma anche lo stesso re Erode, otteneteci a grazia di non lasciarci mai condizionare da nessuno di questa terra nel fare i nostri doveri e le opere buone.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

8. O glorioso San Giovanni, che rinchiuso nella prigione, non smetteste di predicare Gesù Cristo e di portare a Lui le anime, otteneteci la grazia di essere sempre fedeli al Signore e al suo Vangelo qualunque avversità o persecuzione ci possa avvenire sulla terra.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

9. O glorioso San Giovanni che moriste martire decapitato, otteneteci di essere sempre testimoni di Gesù come voi, disposti a sacrificare anche la vita per la gloria del Signore Gesù, per assicurarci la vita eterna con voi nella gloria del Paradiso.
GLORIA AL PADRE…
San Giovanni Battista, prega per noi.

12345...11

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01