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29 GIUGNO : SANTI PIETRO E PAOLO (S) : LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO

29 GIUGNO : SANTI PIETRO E PAOLO (S)

LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura At 12, 1-11
Ora so veramente che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode.

Dagli Atti degli Apostoli
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.
Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere.
Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.
Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 33
Il Signore mi ha liberato da ogni paura.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

Seconda Lettura 2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo Mt 16, 13-19
Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Sant’Ireneo di Lione – 28 giugno memoria

http://www.taize.fr/it_article6439.html

UN RITRATTO

Sant’Ireneo di Lione – 28 giugno memoria

Nella Lettera da Cochabamba, una nota rimanda a queste parole di sant’Ireneo: «A causa del suo amore infinito, Cristo è divenuto ciò che noi siamo, per fare pienamente di noi ciò che è lui».

Siccome ci permette di toccare con mano il mondo dei primissimi cristiani, la figura d’Ireneo esercita oggi un certo fascino. È nato e cresciuto nel secondo secolo nella città di Smirne, sulla costa occidentale dell’attuale Turchia, dove sentì predicare il vecchio vescovo Policarpo, discepolo dell’apostolo Giovanni. Lo stesso Ireneo diventerà più tardi il secondo vescovo di Lione, in Francia, non lontano da Taizé.
Ireneo è stato uno dei primi pensatori cristiani a dare una forma sistematica alle sue idee. I suoi testi più importanti che sono giunti fino a noi sono i cinque libri Contro le eresie. Leggendoli si può sentire, nonostante un accesso difficile, quanto egli metta l’accento su idee che sono ancora importanti per noi. Al centro della sua fede sta la convinzione che il Dio invisibile, sconosciuto, creatore di tutto, ha talmente amato l’umanità che si è fatto un essere umano come noi. Incarnandosi in Gesù, Dio ha voluto condividere la propria vita eterna con ogni persona umana, e questo senza che la nostra natura fragile e contraddittoria sia soprafatta o annientata, ma proprio il contrario, compiuta. Tutto quel che siamo è stato promesso da sempre a una pienezza, nella e attraverso la comunione in Dio.
Ireneo è l’autore di questa notevole frase, così spesso citata: «La vita nell’uomo è la gloria di Dio, la vita dell’uomo è la visione di Dio» che potrebbe essere tradotta così: «La gloria di Dio è l’uomo vivente; la vita dell’uomo è contemplare Dio» (C.H. libro IV 20,7). Ciò che rende il pensiero d’Ireneo particolarmente attraente è questa nozione di «vita». Ogni essere umano ha il desiderio di una vita in pienezza e in verità. Se oggi si parla spesso d’«alienazione » o d’«assurdità», è precisamente a causa di questa presa di coscienza che qualcosa d’importante manchi alla nostra vita, qualcosa da cercare oltre o nel luogo delle soddisfazioni istantanee delle società logorate. Siamo invitati a entrare in una vita che è semplicemente l’amore che Dio desidera condividere con noi; frère Roger lo ha sovente ripetuto: «Dio non può che donare il suo amore».
Per Dio come per noi, l’amore è un dono di sé. Allora, per Ireneo, Natale non è solo la bella storia della nascita di un bambino, ma soprattutto la chiave che apre il senso della vita: «Tale è la ragione per la quale il Verbo si è fatto uomo e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: è affinché l’uomo, mescolandosi al Verbo e ricevendo così la filiazione adottiva, diventi figlio di Dio» (C.H. libro III 19,1). Ciò sembrava completamente impossibile. Ogni definizione della parola «Dio» sottolineerà il fatto che Dio è completamente differente da tutto ciò che possiamo immaginare. Allo stesso modo, ogni definizione dell’essere umano ha forti possibilità di mettere l’accento sui nostri limiti, le nostre fragilità e la nostra mortalità che ostacolano ogni tentativo di trovare un senso alla vita.
Soggiacente al pensiero d’Ireneo si trova questa sconvolgente affermazione che viene da san Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne». Espressa nei termini stessi d’Ireneo: «Il Verbo di Dio, Gesù Cristo nostro Signore, (…) a causa del suo infinito amore, è divenuto ciò che noi siamo per fare pienamente di noi ciò che è lui» (C.H. prefazione al libro V). I primi cristiani coglievano come per istinto l’unità di tutte le cose. In quanto esseri umani facciamo pienamente parte del mondo materiale. Tutto ciò che esiste è creato e mantenuto vivo dall’amore di Dio, il creatore di tutte le cose. L’atto di oltrepassare l’immenso abisso che lo separava dal cosmo fisico, invitando l’essere umano a una vita come la sua, Dio non l’ha pensato di colpo: sin dalle origini era nel progetto dell’amore divino. Noi siamo amati così come siamo e per quello che possiamo diventare nella comunione che Dio ci offre. Condividendo la luce dell’amore eterno di Dio, scopriamo che siamo realmente fatti per una vita insperata.

Santi Pietro e Paolo

Santi  Pietro e Paolo dans immagini sacre Pietro-e-Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 27 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Risurrezione e vita nuova secondo San Pietro (Card. Albert Vanhoye)

http://web.mac.com/mluigino/Sito/Esercizi_Spirituali/Voci/2007/11/23_Risurrezione_e_vita_nuova_secondo_San_Pietro.html

di S.Eminenza Card. Albert Vanhoye

Risurrezione e vita nuova secondo San Pietro

(è stata scritta per sacerdoti)

Nella bella luce della risurrezione, mediteremo ciò che san Pietro ci dice di questo mistero. Nelle sue Lettere, san Pietro non racconta l’apparizione che egli ebbe di Cristo risorto; parla però subito della risurrezione, ín modo molto profondo, all’inizio della sua Prima Lettera. Dopo l’indirizzo, denso di dottrina, e il saluto iniziale: «Grazia e pace a voi in abbondanza», che riecheggia il saluto di Gesù risorto, san Pietro ringrazia Dio per la risurrezione di Cristo o, più esattamente, per averci fatto rinascere mediante la risurrezione di Cristo, perché san Pietro non vede la risurrezione di Cristo come un semplice fatto individuale, che riguarderebbe soltanto Gesù, ma vede la sua fecondità per noi. Dice: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia, egli ci ha fatto rinascere mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».
Prima osservazione: Pietro comincia con: «Benedetto Dio». Sapete che questa espressione è un modo di rendere grazie a Dio: dunque il primo atteggiamento di Pietro è quello dell’amore riconoscente; prima tale atteggiamento non gli era spontaneo; abbiamo visto nella nostra meditazione sulla conversione di Pietro che egli voleva dare il suo amore generoso prima di ricevere l’amore del Signore. Dopo la Passione e la risurrezione ha cambiato atteggiamento: ormai, il suo primo impulso è quello di ringraziare: «Benedetto Dio». Dio è anzitutto Padre del suo Figlio unigenito: «Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo», il Figlio generato, non creato, come diciamo nel Credo. Però, nella sua grande misericordia, che Pietro gusta – «gustate come è buono il Signore» -, Dio è voluto diventare anche nostro Padre, perciò ci ha rigenerati, ci ha fatto rinascere, ci ha comunicato una vita nuova, che è una vita filiale. Dio era il nostro Creatore, e si è fatto nostro Padre: in che modo? Mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Nella risurrezione di Gesù, siamo noi coinvolti; infatti, per se stesso il Figlio di Dio non aveva bisogno della risurrezione, perché non aveva bisogno della nostra natura umana. Era l’uomo ad aver bisogno di essere completamente rinnovato per diventare figlio di Dio.
Questa trasformazione completa si è effettuata nel mistero della Passione e della Risurrezione di Gesù. Per mezzo della risurrezione del suo Figlio, il Padre di Gesù Cristo ha dato a noi una nuova esistenza, di modo che adesso Egli è Padre di Gesù Cristo e, insieme, Padre nostro. Nel v. 17 Pietro dirà: «E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno, comportatevi con rispetto nel tempo del vostro pellegrinaggio». Il testo di san Pietro ci fa ricordare la parola di Gesù risorto, in Giovanni 20,17, dove dice: «Salgo verso Colui che è mio Padre e vostro Padre, mio Dio e vostro Dio». Nella Lettera ai Romani san Paolo dice cose analoghe quando parla del battesimo: egli pone un rapporto tra la risurrezione di Cristo e la «novità di vita», aperta ai credenti. Però, l’affermazione di san Paolo è meno nitida. La partecipazione alla risurrezione è vista piuttosto in una prospettiva futura: ciò che è effettivo nel battesimo è la sepoltura con Cristo: siamo stati sepolti nella morte di Cristo grazie all’acqua del battesimo. La novità di vita, che ha un rapporto con la risurrezione, è presentata come una meta, uno scopo. San Paolo dice che «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte per mezzo del battesimo, affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una novità di vita» (Romani 6,4). Invece san Pietro dice che, per mezzo della risurrezione, abbiamo già la nuova vita, siamo veramente con Cristo in una nuova vita. L’idea della nuova vita si trova ancora altrove nel Nuovo Testamento, in testi molto belli, ma san Pietro è il solo ad affermare così chiaramente che Dio ci ha fatto rinascere, che ci ha comunicato una vita nuova mediante la risurrezione di Gesù Cristo. Pietro poi esprime con insistenza il dinamismo della nostra nuova vita, dicendo che essa ci orienta «verso una speranza viva», ci promette una eredità incorruttibile, che già esiste per noi nei cieli. Parlando di «speranza viva», di nuovo san Pietro accenna alla risurrezione di Cristo: la nuova speranza non è soltanto un’idea, la nostra speranza è una persona che vive nel cielo e che raggiungeremo, perché già le apparteniamo.
Dopo aver parlato poi della redenzione (vv. 18-19), Pietro di nuovo nel v. 21 parla della risurrezione di Cristo per definire i cristiani ai quali si rivolge. Dice: «Voi siete coloro che per mezzo di Lui, cioè di Cristo, siete credenti in Dio, che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria». La fede cristiana è fede in Cristo risorto o, più esattamente, secondo Pietro, fede in Dio, che ha fatto risorgere Cristo dai morti e gli ha dato gloria. Aggiungendo che gli ha dato gloria, Pietro manifesta il suo amore per Cristo, si rallegra a causa della gloria di Cristo risorto. E di nuovo torna sul tema della speranza, aggiungendo «di modo che la vostra fede sia anche speranza in Dio». La gloria di Cristo risorto è per noi la base salda di fede in Dio e di immensa speranza.
San Pietro torna ad accennare alla risurrezione in un passo splendido del capitolo secondo, che esprime il dinamismo di questa nostra nuova vita, frutto della risurrezione di Cristo. Conosciamo bene questo passo, che è veramente capitale per la nostra vita spirituale e per il nostro ministero. Pietro comincia col mostrare le condizioni della vita ecclesiale dicendo ai nuovi cristiani, che lui paragona a dei neonati: «deposta dunque ogni malizia, ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale per crescere con esso verso la salvezza, se davvero avete già gustato come è buono il Signore». Questa è la prima parte. Poi viene la seconda parte del brano: «Stringendovi a Lui – il Signore -, pietra viva rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive nella costruzione di una casa spirituale, per un sacerdozio santo, che consiste nell’offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Vedete che l’apostolo parla della conversione cristiana sotto i suoi due aspetti contrapposti e complementari: un aspetto di rottura con il passato, e uno di adesione positiva a Cristo.
Il credente deve respingere un certo modo di vivere, e accogliere in sé una vita nuova. Pietro adopera due serie di espressioni che ritroviamo altrove nel Nuovo Testamento, e che si riferiscono al battesimo e al mistero pasquale di Gesù. La prima espressione adopera il paragone del vestito: il credente si toglie la veste del peccatore, gli indumenti vecchi e sporchi, e riveste abiti puliti e nuovi. Forse c’è un accenno a un rito antico del battesimo, non sappiamo se era già in uso nel primo secolo, ma nel secondo secolo c’era questo rito: colui che si faceva battezzare si spogliava, entrava nell’acqua, veniva battezzato e, uscito dall’acqua, riceveva una veste bianca. Il nome tradizionale della domenica che segue la Pasqua, che si chiama Domenica in Albis, cioè in vestiti bianchi, è un accenno a questo rito antico, perché i neofiti per otto giorni, cioè dalla notte di Pasqua fino alla Domenica in Albis, conservavano questi abiti bianchi. Ad ogni modo, san Pietro ci invita a respingere, a «deporre» come si depone un abito, ogni cattiveria, ogni malizia. La parola è molto generica, e aggiungendo «ogni», Pietro mostra che la rottura con il male deve essere completa. Le precisazioni che seguono prendono di mira specialmente i vizi che infettano la vita comunitaria; hanno quindi una importanza speciale per chi vive in comunità, corrispondono all’orientamento ecclesiale del pensiero in tutto il passo. Il credente deve respingere la frode, l’ipocrisia, essere sincero con i suoi fratelli e le sue sorelle nella fede. «Siamo membra gli uni degli altri», dice san Paolo, quindi «ciascuno deve dire la verità al suo prossimo» (Ef i4,25). Anche la gelosia è incompatibile con la vita nuova dei figli di Dio. «Tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cr12,13), quindi abbiamo grandi motivi di rallegrarci delle doti degli altri, invece di invidiarle; infatti queste doti sono un vantaggio per il corpo di cui facciamo parte e quindi per noi stessi. I doni ricevuti da ciascuno contribuiscono al bene di tutti, perciò la gelosia è da escludere completamente. A maggior ragione, un credente non può permettersi di nuocere agli altri parlando contro di loro, sparlando di loro. La maldicenza deve essere bandita. Le applicazioni concrete di questi consigli sono innumerevoli. Chiediamo al Signore di aiutarci a respingere veramente ogni forma di cattiveria nei nostri rapporti con gli altri membri della comunità, ogni mancanza di sincerità, ogni specie di gelosia, ogni maldicenza.
Dopo aver espresso questo aspetto negativo della conversione, Pietro ne esprime l’aspetto positivo e cambia metafora. Non dice di prendere un vestito nuovo, di «rivestire l’uomo nuovo», come dice san Paolo in qualche epistola (Ef 4,24; Cl 3,10; cfr. Gl 3,27; Rm 13,14), ma adopera il vocabolario della vita nuova più direttamente, cioè paragonando i neofiti a dei bimbi appena nati. Cosa fa il bimbo appena nato? Brama il latte, cerca subito di succhiare; questo è un riflesso spontaneo. San Pietro ci dice: dovete avere lo stesso riflesso, «come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale». Il nostro nuovo essere vuole vivere e crescere, e per farlo ha bisogno di un cibo appropriato, che l’apostolo definisce con questa espressione: il puro latte – non dice proprio spirituale – in greco mette logikon; sarebbe meglio dunque tradurre: «il puro latte della Parola» («Logos» è la parola). Nei versetti precedenti san Pietro ha ricordato che all’origine della nostra vita nuova si trova la Parola di Dio; ne ha parlato proprio nel versetto 23: «siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, per mezzo della Parola di Dio, viva ed eterna». Quindi, per crescere, occorre avere questo stesso cibo. Per svilupparsi, il figlio di Dio ha bisogno di questa parola che lo ha fatto nascere, Ia deve desiderare con grande appetito. Durante gli Esercizi vi siete nutriti abbondantemente della Parola di Dio: l’avete ascoltata, meditata, gustata, pregata… È necessario continuare, se volete crescere spiritualmente.
Dobbiamo avere un desiderio intenso di nutrirci della Parola di Dio, e non di altri cibi, talvolta più attraenti per la nostra natura umana. Chiedete al Signore di darvi questa fame e sete della sua Parola. San Pietro aggiunge un’altra condizione per il progresso spirituale, dicendo: «Se davvero avete gustato come è buono il Signore». Abbiamo già meditato questa condizione essenziale, gustare quanto è buono il Signore. La conversione cristiana non è una cosa astratta, è fondata su una relazione personale con Cristo. Il progresso spirituale non è un processo vegetativo, che potrebbe continuare senza consapevolezza della persona,
ma si effettua grazie a una relazione personale con il Signore. La Parola ispirata non ha altro scopo se non quello di stabilire, e di intrattenere, questa relazione personale, che è in primo luogo una relazione di amore riconoscente.
La relazione con il Signore viene espressa allora in maniera molto forte nei versetti seguenti, che mettono la nuova vita del cristiano in relazione con Cristo risorto. Pietro dice che dobbiamo stringerci al Signore, per diventare pietre vive come lui ed entrare nella costruzione di una casa spirituale per esercitare un sacerdozio santo che offre sacrifici graditi a Dio. La conversione cristiana è sempre conversione verso Cristo, «stringendovi a Lui». D’altra parte questa conversione assume necessariamente una dimensione ecclesiale, comunitaria. Quando entriamo in contatto con Cristo, siamo assimilati a Lui e integrati in un edificio spirituale fondato su di Lui, che è un santuario di Dio. Così siamo strappati alla dispersione, liberati dal nostro isolamento e tutti riuniti per formare la casa di Dio. Si tratta di un’unione molto forte, perché non siamo soltanto gli uni accanto agli altri come all’interno di un edificio – il che è già una relazione apprezzabile -, ma siamo saldati gli uni agli altri, come le pietre che formano l’edificio. La gente che sta all’interno di una casa, riunita per un certo tempo, può partire, andare fuori, disperdersi di nuovo: invece, le pietre che formano un edificio sono solidali in modo definitivo, non è possibile dissociarle senza violenza e senza danneggiare l’edificio intero. Quindi, vediamo qui un ideale di unità molto forte, che deve dare molta gioia ma che è anche molto esigente.
Questo paragone della costruzione non è una cosa nuova: nella Scrittura viene adoperato spesso, ed è stato adoperato anche da Gesù stesso. San Pietro ne poteva avere un’idea ancora più viva, perché doveva il suo nuovo nome, Pietro, a un’iniziativa di Gesù, in relazione con la costruzione della Chiesa: Gesù aveva
detto: «tu sei Kefa, cioè roccia, e su questa roccia costruirò la mia Chiesa». Qui, reciprocamente, san Pietro designa Cristo come la «pietra viva, respinta dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio». Quasi tutte le parole di questa lunga espressione provengono da testi profetici che l’apostolo cita nei versetti successivi. Soltanto il qualificativo «viva» è una cosa nuova. Cosa vuol dire l’apostolo? Sottolineare forse che la metafora accenna alla saldezza della pietra, non alla sua inerzia? No, non parrebbe sia questa la ragione. Pietro vuole accennare al mistero pasquale. Cristo, con la sua risurrezione, è diventato pietra viva. Egli si è manifestato come «il vivente», lo dice san Luca, o più esattamente l’angelo in Luca 24,5: «Perché cercate il vivente fra i morti?». Cristo è il vivente che ha definitivamente trionfato su tutte le forze della morte. San Pietro ci invita ad accostarci a Cristo risorto nel suo mistero pasquale, e a dargli la nostra adesione di fede.
Il mistero pasquale comprende due aspetti inseparabili. San Pietro ha premura di ricordarli tutti e due: Gesù è stato rigettato dagli uomini nella sua passione, e glorificato da Dio nella sua risurrezione. Notate che Pietro non polemizza contro i giudei, non dice: «rigettato dai giudei», ma «rigettato dagli uomini»: siamo tutti corresponsabili della passione di Gesù, non dobbiamo darne la colpa soltanto ai giudei. Gli uomini hanno respinto Gesù, l’hanno considerato come una pietra inutilizzabile, da gettare tra i rifiuti: questo viene detto nel Salmo 118, che Gesù stesso ha citato dopo la parabola dei vignaioli omicidi: «La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare». Pietro cita poi questa frase nel v. 7. Questa pietra buttata nei rifiuti, Dio è andato a riprenderla, l’ha scelta e ne ha affermato il valore supremo per la costruzione dell’edificio. Risorto, Cristo è diventato il principio di una costruzione nuova. La pietra viva è in grado di aggregare altre, innumerevoli pietre. Vedete come san Pietro esprime l’aspetto ecclesiale del mistero pasquale, ispirandosi proprio al Salmo che parla della pietra angolare, quella che dà all’edificio la sua saldezza. Pietro ci fa capire che la risurrezione di Cristo non è una glorificazione di portata esclusivamente individuale. Al contrario, la risurrezione di Cristo lo costituisce pietra d’angolo di un nuovo edificio, centro e sorgente di unità: Cristo è morto «per radunare insieme tutti i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52). Quelli che si accostano a Lui nella pienezza della fede, sono trasformati dal contatto con Lui, e diventano anch’essi pietre vive, perché la vita del Risorto li invade e li trasforma. Essi vengono rigenerati da Dio per mezzo della risurrezione di Gesù e incorporati al nuovo edificio. Così dobbiamo intendere la risurrezione di Gesù, e aderire a Gesù risorto, per essere pervasi della sua vita e trasformati profondamente.
Il nuovo edificio viene chiamato letteralmente «casa spirituale»: come capire questa espressione? È possibile interpretarla in modo piuttosto generico, dicendo che i cristiani non debbono costruire materialmente una casa, ma formare spiritualmente una costruzione salda. Questa interpretazione non è falsa, però non basta; l’espressione ha un senso più forte: qui «casa» vuol dire «casa di Dio», Tempio. Nell’Antico Testamento infatti si usa talvolta la parola ebraica «beth», «casa», per designare il Tempio di Gerusalemme. San Pietro non pensa qui a un edificio qualunque, ma a un tempio, a un santuario: lo si vede dopo, perché parla di un sacerdozio e di offerte gradite a Dio. Quindi si tratta del nuovo Tempio, che sostituisce il Tempio di Gerusalemme. Qui è il caso di ricordare la storia della costruzione, della distruzione e della ricostruzione del Tempio. Il punto di partenza è l’oracolo del profeta Natan in 2 Samuele 7: a Davide era venuta l’idea di costruire una bella casa per Dio – l’arca di Dio stava sotto una tenda, e questo non andava bene – ma il profeta fu incaricato da Dio di rispondere: «Non tu, Davide, costruirai una casa per me, ma io, Dio, ti costrurò una casa» -cioè ti darò un figlio che ti succederà, e questo figlio costruirà per me una casa. L’oracolo di Natan trovò evidentemente un primo adempimento nella storia di Salomone, figlio di Davide e suo successore, che costruì il Tempio. Però questa realizzazione materiale era imperfetta, e votata alla distruzione. La vera casa di Davide, e la vera casa di Dio si sono costruite per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo, con una sintesi inaspettata, come accade spesso nella Bibbia quando si tratta del mistero di Cristo. Cioè, nella storia di Salomone vediamo una chiara distinzione tra due aspetti dell’oracolo: Dio aveva promesso a Davide uria casa, cioè un figlio che gli doveva succedere: Salomone. Secondo aspetto dell’oracolo: questo figlio doveva costruire una casa per Dio. Salomone costruì un tempio a Gerusalemme. Salomone e il Tempio sono due realtà ben distinte… Invece, Cristo risorto è nel contempo la casa regale data da Dio a Davide, e la casa di Dio costruita per Dio dal figlio di Davide. Cristo è le due cose insieme: Cristo è la casa regale, perché la sua vittoria sulla morte ha fatto di Gesù, discendente di Davide, il re messia che regna per sempre (cfr. Lc 1,32-33). Quindi in Gesù, Dio ha dato a Davide una casa che regna per sempre. D’altra parte, Gesù risorto è la nuova casa di Dio, perché nel suo mistero pasquale Cristo ha sostituito il tempio fatto da mani d’uomo con un tempio non fatto da mani d’uomo, costruito in tre giorni: ricordate che nella Passione nel Vangelo di Marco proprio questa accusa viene mossa contro Gesù: Egli ha detto «Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo?» «e costruirò un altro Tempio, non fatto da mani umane». La prima parte dell’accusa era falsa: Gesù non aveva mai detto: «Io distruggerò», ma aveva predetto la distruzione di quel Tempio. In Giovanni 2 abbiamo la parola di Gesù stesso: «Distruggete voi questo santuario, e io in tre giorni lo farò risorgere» e l’evangelista precisa che Gesù parlava del tempio del suo corpo. Il corpo di Cristo, rivificato dallo Spirito Santo, è diventato la vera casa di Dio, l’autentico Tempio, la vera casa spirituale, nella quale tutti gli uomini sono invitati ad entrare per trovarsi in rapporto intimo con Dio, anzi tutti sono invitati a farne parte, diventandone le pietre vive.
L’aggettivo «spirituale» deve qui venire inteso nel senso molto forte di «opera dello Spirito Santo»: grazie all’azione santificatrice dello Spirito, di cui Pietro ha parlato in 1,2, i credenti fanno parte di questa casa spirituale. L apostolo esprime un vigoroso dinamismo: il movimento dei cristiani che si accostano a Cristo continua nel movimento dell’edificazione della casa spirituale che si sta costruendo, come indica il verbo al presente, e questa casa deve servire per un sacerdozio santo, che consiste nell’offrire sacrifici spirituali. Così, siamo invitati a entrare nel dinamismo dell’offerta di Cristo. Per mezzo dell’incorporazione a Cristo, i cristiani sono consacrati sacerdoti e invitati a offrire. Formano tutti insieme un «organismo sacerdotale», dice Pietro, che prende la parola nella Settanta, la traduzione greca dell’Antico Testamento. Dio, in Esodo 19,5ss, aveva fatto a Israele una promessa, una promessa condizionata: «Se ascolterete la mia voce, e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». La condizione non era mai stata adempiuta, quindi questa promessa rimaneva una speranza inaccessibile. Adesso, san Pietro dice che la speranza si è attuata: ciò che era stato promesso agli israeliti è divenuto realtà per i credenti in Cristo: «Voi siete una nazione eletta, un sacerdozio regale» (Pt 2,9)
Abbiamo qui la dottrina del sacerdozio battesimale di tutti i credenti, che è l’aspetto principale del sacerdozio nella Chiesa. Facilmente si pensa il contrario, cioè che il più importante sia il sacerdozio ministeriale, ordinato; però non è esatto: parecchi documenti magisteriali lo dicono chiaramente: il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio battesimale, che è lo scopo. Il sacerdozio ministeriale è il mezzo, non è lo scopo. È chiaro che senza il sacerdozio ministeriale il sacerdozio battesimale non potrebbe esistere; però, senza il sacerdozio battesimale di tutti i credenti, iI sacerdozio ministeriale non avrebbe nessun senso. D’altra parte, occorre osservare che il sacerdozio battesimale è il sacerdozio di tutti i battezzati, dal più piccolo al più grande. Noi siamo chiamati a esercitare il sacerdozio battesimale, che spesso viene chiamato sacerdozio comune, in tutta la nostra vita, anche quando esercitiamo il nostro sacerdozio ministeriale. siamo chiamati cioè a offrire noi stessi in unione con il sacrificio di Cristo: questo è esercizio del sacerdozio battesimale. Anche il Papa esercita il sacerdozio battesimale, anche per la persona del Papa il sacerdozio battesimale è più importante del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è un dono di Cristo alla Chiesa, non è una cosa che appartenga personalmente al Papa, non è un qualcosa che aumenti il suo valore personale; ma il modo in cui egli offre se stesso, così come ogni credente è chiamato a offrire se stesso, questo è per lui personalmente la cosa più importante. San Pietro ci precisa poi che il sacerdozio battesimaIe va esercitato con l’offerta di sacrifici spirituali. Non si tratta di sacrifici mentali, cioè di una semplice intenzione mentale di offrirsi a Dio: si tratta dell’offerta della nostra esistenza reale sotto l’impulso dato dello Spirito Santo, nella docilità allo Spirito Santo. Il culto cristiano consiste nel diventare santi in tutta la nostra condotta (1Pt 1,15) vivendo in una carità intensa (cfr. 1Pt 1,22), ciascuno secondo la propria vocazione: «Ciascuno viva secondo il dono di grazia (carisma) ricevuto, mettendolo a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio» ( Pt 4,10). Così, grazie alla risurrezione di Gesù, la nostra vita è trasformata e proclama le opere meravigliose di Colui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce, noi che un tempo eravamo non-popolo, ora invece siamo popolo di Dio, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece siamo colmati dalla misericordia (cfr. 1Pt 2,9-10). Così San Pietro ci invita a vivere pienamente uniti a Cristo nell’amore riconoscente e nell’offerta generosa.

Paolo, studente sotto Gamaliele (per la festa di San Pietro e Paolo 2012)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=14543

Paolo, studente sotto Gamaliele

don Daniele Muraro

(18/01/2009)

Vangelo: Gv 1,35-42

Abbiamo già passato la metà dell’anno paolino, solennemente inaugurato da papa Benedetto il 28 giugno scorso e che terminerà il 29 giugno di quest’anno. In occasione del bimillenario di san Paolo, nato come Saulo nella cittadina siriana di Tarso fra il 7 e il 10 dopo Cristo, tutta la Chiesa è invitata a guardare a questo grande Apostolo che ci ha lasciato un patrimonio ineguagliato di spiritualità e dottrina.
Dovremmo essere già familiari con il pensiero di san Paolo dal momento che dalle sue lettere sono tratti quasi tutti i testi della seconda lettura nella messa festiva. Forse siamo meno in confidenza con la persona di san Paolo. Sembra quasi che il torrente delle sue parole e di tutti i suoi ragionamenti spinga la nostra considerazione lontano dai fatti privati di Paolo e ci solleciti unicamente a fare delle riflessioni astratte.
Eppure anche la vicenda umana di colui che è stato definito l’Apostolo delle Genti ha molto da insegnare a noi cristiani che viviamo la stessa fede di lui duemila anni dopo.
Nel Vangelo abbiamo sentito la chiamata di san Pietro. Ce la racconta san Giovanni, presente al fatto, e che già da qualche ora si era messo sulle orme di Gesù. “Erano circa le quattro del pomeriggio” precisa san Giovanni riandando con la memoria molti anni dopo al momento in cui era entrato per la prima volta nella casa che il Signore occupava a Cafarnao.
Anche per san Paolo si può indicare un momento preciso in cui il Signore lo chiamò e da persecutore del Vangelo egli diventò Apostolo di Gesù Cristo. A quell’epoca Saulo di Tarso era un uomo fatto, che stava per raggiungere i trent’anni, con le idee molto chiare sulla missione da portare a termine: estirpare la Chiesa nascente conducendo in catene ed eliminando tutti i credenti nella nuova dottrina che fosse riuscito a trovare. Ma di questo parleremo la settimana prossima, 25 gennaio, festa appunto della conversione di san Paolo.
Il racconto della prima lettura, con la chiamata di Samuele, ci può servire invece per illuminare gli anni dell’infanzia e dell’adolescienza del nostro Apostolo, quando egli viveva all’ombra della legge e del Tempio ed era pieno di zelo per la religione dei suoi padri.
Il personaggio storico del profeta Samuele si colloca circa un millennio prima del tempo di Gesù e san Paolo. Di lui conosciamo anche l’infanzia, addirittura le circostanze della nascita e la promessa che la madre aveva fatto a Dio che se avesse messo al mondo un figlio l’avrebbe consacrato al servizio del Signore.
All’età di tre anni Samuele viene portato presso il Tempio di Silo e consegnato alla custodia del sacerdote Eli. Al momento dell’episodio oggetto della lettura Samuele avrà avuto una decina d’anni, forse qualcuno meno, forse qualcuno più. Egli dorme in una stanza del Tempio quando si sente chiamare per nome. Allora si alza e corre da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Il vecchio Eli rimanda il ragazzo: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. La scena si ripete ancora per due volte finché Eli comprende che è il Signore a chiamare il ragazzo e gli suggerisce che cosa fare: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”.
Samuele va a dormire al suo posto. Viene il Signore, si ferma accanto a lui e lo chiama come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele risponde subito come gli aveva indicato il suo maestro Eli. Da quel momento il Signore fu con lui e Samuele divenne un profeta rispettato e autorevole.
Anche di Saulo conosciamo il nome del maestro: Gamaliele, il rabbino più famoso del suo tempo, che lo aveva educato nelle più rigide norme della legge paterna e nelle sottigliezze delle disquisizioni dottrinali.
Alla scuola di Gamaliele Saulo diventa un esperto della legge, aggiungendo alla sua qualifica di fariseo, cioè di fedele osservante, anche quella di scriba, letterato, e mirando forse a diventare lui stesso un rabbino, sull’esempio dello stesso Gamaliele.
Rabbì (letteralmente significa “il mio grande”) era chi teneva aperta una scuola, frequentata a richiesta da alunni che pagavano una retta. Il padre di Saulo, fabbricatore di tende e fariseo pure lui, aveva voluto dare il meglio per il suo figlio, su cui riponeve molte speranza.
Saulo era cittadino romano fin dalla nascita e questo era stato un altro regalo che gli aveva fatto suo padre per così dire. Forse fu anche per questa prerogativa che il sinedrio di Gerusalemme, cioè i capi, scelsero Saulo per la delicata missione a Damasco ed lo dotarono allo scopo di lettere di accredito e di autorizzazione.
Passo dopo passo di Saulo prima della conversione possiamo tracciare dunque questo ritratto: da buon ebreo seguiva la legge, da scriba con ambizioni di rabbino seguitava a studiarla anche oltre il suo stretto dovere, da fariseo perseguiva un ideale di perfezione moralistico e orgoglioso, e infine da fanatico era arrivato a perseguitare la Chiesa di Dio.
Con la conversione nella vita di Saulo si opera una capovolgimento completo. Egli non perseguita più, semmai viene perseguitato, persegue il suo nuovo ideale, ma non come uno che fa di testa sua, piuttosto come uno che quasi viene trascinato e chi lo muove è Cristo. Seguita a predicare il Vangelo di Dio, ma come uno che obbedisce ad un comando che gli viene dato e alla fine si dichiara soddisfatto di poter seguire Gesù con una morte simile alla sua in vista di essere ricompensato un giorno con la resurrezione che solo il Signore può dare.
Possiamo concludere che san Paolo fu davvero un grande, ma non secondo il suo progetto umano, bensì per volontà di Gesù che lo chiamò e per così dire lo espropriò di se stesso.
“Voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo”: quello che san Paolo dice ai Corinti egli lo ritiene vero anzitutto per se stesso e questo annuncio può diventare motivo di meditazione anche per noi.
Per essere cristiani davvero dobbiamo essere del Signore con tutto noi stessi e san Paolo ci mostra concretamente che cosa vuol dire questa appartenenza a Gesù senza riserve.

Saints Peter and Paul

 Saints Peter and Paul dans immagini sacre peterpaul

http://hilltopshepherd.wordpress.com/2011/06/29/the-feast-of-saints-peter-and-paul/

Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: San Cirillo di Alessandria (mf il 27 giugno)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071003_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 3 ottobre 2007

San Cirillo di Alessandria

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, continuando il nostro itinerario che sta seguendo le tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande figura: san Cirillo di Alessandria. Legato alla controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi definito «custode dell’esattezza» – da intendersi come custode della vera fede – e addirittura «sigillo dei Padri». Queste antiche espressioni esprimono bene un dato di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della propria teologia con la Tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente nella Tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo stesso. Venerato come Santo sia in Oriente che in Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato Dottore della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un altro importante esponente della patristica greca, san Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel Papa, che in seguito volle proclamare Dottore della Chiesa pure san Giovanni Damasceno, mostrando anche in questo modo la sua convinzione circa l’importanza di quelle tradizioni nell’espressione della dottrina dell’unica Chiesa di Cristo.
Le notizie sulla vita di Cirillo prima della sua elezione all’importante sede di Alessandria sono pochissime. Nipote di Teofilo, che dal 385 come Vescovo resse con mano ferma e grande prestigio la Diocesi alessandrina, Cirillo nacque probabilmente nella stessa metropoli egiziana tra il 370 e il 380. Venne presto avviato alla vita ecclesiastica e ricevette una buona educazione, sia culturale che teologica. Nel 403 era a Costantinopoli al seguito del suo potente zio, e qui partecipò al Sinodo detto della Quercia, che depose il Vescovo della città, Giovanni (detto più tardi Crisostomo), segnando così il trionfo della sede alessandrina su quella, tradizionalmente rivale, di Costantinopoli, dove risiedeva l’imperatore. Alla morte dello zio Teofilo, l’ancora giovane Cirillo nel 412 fu eletto Vescovo dell’influente Chiesa di Alessandria, che governò con grande energia per trentadue anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto l’Oriente, forte anche dei tradizionali legami con Roma.
Qualche anno dopo, nel 417 o nel 418, il Vescovo di Alessandria si dimostrò realista nel ricomporre la rottura della comunione con Costantinopoli, che era in atto ormai dal 406 in conseguenza della deposizione del Crisostomo. Ma il vecchio contrasto con la sede costantinopolitana si riaccese una decina di anni più tardi, quando nel 428 vi fu eletto Nestorio, un autorevole e severo monaco di formazione antiochena. Il nuovo Vescovo di Costantinopoli, infatti, suscitò presto opposizioni perché nella sua predicazione preferiva per Maria il titolo di «Madre di Cristo» (Christotókos), in luogo di quello – già molto caro alla devozione popolare – di «Madre di Dio» (Theotókos). Motivo di questa scelta del Vescovo Nestorio era la sua adesione alla cristologia di tipo antiocheno che, per salvaguardare l’importanza dell’umanità di Cristo, finiva per affermarne la divisione dalla divinità. E così non era più vera l’unione tra Dio e l’uomo in Cristo e, naturalmente, non si poteva più parlare di «Madre di Dio».
La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio. Nella seconda che Cirillo gli indirizzò, nel febbraio del 430, leggiamo una chiara affermazione del dovere dei Pastori di preservare la fede del Popolo di Dio. Questo era il suo criterio, valido peraltro anche oggi: la fede del Popolo di Dio è espressione della Tradizione, è garanzia della sana dottrina. Così scrive a Nestorio: «Bisogna esporre al popolo l’insegnamento e l’interpretazione della fede nel modo più irreprensibile e ricordare che chi scandalizza anche uno solo dei piccoli che credono in Cristo subirà un castigo intollerabile».
Nella stessa lettera a Nestorio – lettera che più tardi, nel 451, sarebbe stata approvata dal Concilio di Calcedonia, il quarto ecumenico – Cirillo descrive con chiarezza la sua fede cristologica: «Affermiamo così che sono diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio». E questo è importante: realmente la vera umanità e la vera divinità si uniscono in una sola Persona, il Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, continua il Vescovo di Alessandria, «professeremo un solo Cristo e Signore, non nel senso che adoriamo l’uomo insieme col Logos, per non insinuare l’idea della separazione col dire “insieme”, ma nel senso che adoriamo uno solo e lo stesso, perché non è estraneo al Logos il suo corpo, col quale siede anche accanto a suo Padre, non quasi che gli seggano accanto due figli, bensì uno solo unito con la propria carne».
E presto il Vescovo di Alessandria, grazie ad accorte alleanze, ottenne che Nestorio fosse ripetutamente condannato: da parte della sede romana, quindi con una serie di dodici anatematismi da lui stesso composti e, infine, dal Concilio tenutosi a Efeso nel 431, il terzo ecumenico. L’assemblea, svoltasi con alterne e tumultuose vicende, si concluse con il primo grande trionfo della devozione a Maria e con l’esilio del Vescovo costantinopolitano che non voleva riconoscere alla Vergine il titolo di «Madre di Dio», a causa di una cristologia sbagliata, che apportava divisione in Cristo stesso. Dopo avere così prevalso sul rivale e sulla sua dottrina, Cirillo seppe però giungere, già nel 433, a una formula teologica di riconciliazione con gli antiocheni. E anche questo è significativo: da una parte c’è la chiarezza della dottrina di fede, ma dall’altra anche la ricerca intensa dell’unità e della riconciliazione. Negli anni seguenti si dedicò in ogni modo a difendere e a chiarire la sua posizione teologica fino alla morte, sopraggiunta il 27 giugno del 444.
Gli scritti di Cirillo – davvero molto numerosi e diffusi con larghezza anche in diverse traduzioni latine e orientali già durante la sua vita, a testimonianza del loro immediato successo – sono di primaria importanza per la storia del cristianesimo. Importanti sono i suoi commenti a molti libri veterotestamentari e del Nuovo Testamento, tra cui l’intero Pentateuco, Isaia, i Salmi e i Vangeli di Luca e di Giovanni. Rilevanti sono pure le molte opere dottrinali, in cui ricorrente è la difesa della fede trinitaria contro le tesi ariane e contro quelle di Nestorio. Base dell’insegnamento di Cirillo è la Tradizione ecclesiastica, e in particolare, come ho accennato, gli scritti di Atanasio, il suo grande predecessore sulla sede alessandrina. Tra gli altri scritti di Cirillo vanno infine ricordati i libri Contro Giuliano, ultima grande risposta alle polemiche anticristiane, dettata dal Vescovo di Alessandria probabilmente negli ultimi anni della sua vita per replicare all’opera Contro i Galilei composta molti anni prima, nel 363, dall’imperatore che fu detto l’Apostata per avere abbandonato il cristianesimo nel quale era stato educato.
La fede cristiana è innanzitutto incontro con Gesù, «una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte» (Enc. Deus caritas est, 1). Di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone, sottolineandone soprattutto l’unità, come egli ripete nel 433 nella prima lettera al Vescovo Succenso: «Uno solo è il Figlio, uno solo il Signore Gesù Cristo, sia prima dell’incarnazione sia dopo l’incarnazione. Infatti non era un Figlio il Logos nato da Dio Padre, e un altro quello nato dalla santa Vergine; ma crediamo che proprio Colui che è prima dei tempi è nato anche secondo la carne da una donna». Questa affermazione, al di là del suo significato dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato dal Padre è anche ben radicata nella storia perché, come afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel tempo con la nascita da Maria, la Theotókos, e sarà, secondo la sua promessa, sempre con noi. E questo è importante: Dio è eterno, è nato da una donna e rimane con noi ogni giorno. In questa fiducia viviamo, in questa fiducia troviamo la strada della nostra vita.

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