Omelia (01-07-2012): Necessità e bellezza della carità

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Omelia (01-07-2012)
mons. Antonio Riboldi

Necessità e bellezza della carità

La Chiesa Madre di Gerusalemme, già dai suoi inizi, per le sue tante difficoltà, venne a trovarsi in grandi ristrettezze economiche. Aveva bisogno dell’aiuto delle Chiese sorelle, che in quegli anni erano sorte in tanti luoghi per la forza dello Spirito Santo che operava negli Apostoli.
Ed allora l’apostolo Paolo prende l’iniziativa di farsi voce delle sofferenze dei fratelli e sollecita una condivisione. La sua sollecitudine è descritta in una lettera ai Corinzi:
« Fratelli – scrive – come voi vi segnalate in ogni cosa, nella fede come nella carità che vi abbiamo insegnato, così distinguetevi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero. Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca la loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca la vostra indigenza e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno. » (II Cor. 8, 7)
Offre, questa raccomandazione, lo spunto per una riflessione sulla qualità della nostra carità. Sappiamo dagli Atti degli Apostoli come all’inizio vi fosse una comunione di beni al punto che chi possedeva donava e nessuno era in difficoltà. Un comportamento difficile forse da imitare, ma un esempio in cui specchiare il nostro atteggiamento verso i fratelli, almeno quelli che sono più vicini a noi. Se diamo uno sguardo all’umanità è evidente che c’è chi vive in un’abbondanza che, agli occhi del Padre, diventa richiamo alla carità, diversamente ciò che si ha può essere grave mancanza verso chi non possiede nulla. Si resta pensierosi, almeno noi qui in occidente, davanti al solo pensiero che milioni di persone, mentre noi abbiamo il necessario e molto di più (nonostante la crisi!) altri sono costretti ogni giorno a combattere contro la fame, di cui muoiono.
In tutta la storia delle nostre Chiese, credo, non siamo ancora riusciti a dire parole che esprimano con tanto coraggio lo spirito di comunione, come con delicatezza e forza ha fatto S. Paolo, scrivendo ai fratelli di Corinto.
Forse ogni tanto bisbigliamo calcolate raccomandazioni di essere generosi nella nostra partecipazione alle povertà dei fratelli, pur avendo sotto gli occhi un quadro spaventoso di tante Chiese sorelle in difficoltà nel mondo. Ed è una situazione che non si ferma ai casi drammatici e clamorosi delle Chiese che vivono ai margini della morte per fame, per le persecuzioni e distruzioni, ma si allarga anche alle nostre Comunità in Italia, in cui risalta una diversità, a volte scandalosa. Basta considerare i pochi secondi che i mezzi di comunicazione danno ogni giorno alle sacche di povertà che esistono tra di noi. La nostra è davvero una civiltà basata sulla giustizia, che ha come riferimento l’amore per tutti? Nessuno, utopisticamente, può pensare sia realizzabile una società in cui tutti siano uguali, per quanto riguarda la situazione economica – naturalmente è diverso il discorso riguardo la dignità e i diritti della persona, che uguali devono essere in una società civile – Purtroppo da un punto di vista economico ci saranno sempre famiglie che hanno più del necessario e possono permettersi tanto lusso, che mortifica la giustizia e, nello stesso tempo, aumenta lo stato di necessità di tanti. Non c’è bisogno di tante parole: basta guardarsi attorno per vedere e notare le grandi differenze sociali, soprattutto oggi, in tempo di crisi. Ecco dunque l’urgenza della verità: se la proprietà è un diritto, questa non deve cancellare la carità. Più si è nel benessere, più amore e solidarietà deve esserci verso chi non ha.
« Il possesso e la ricerca della ricchezza come fine a se stessa – scrive Paolo VI – come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana è la paralisi dell’amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano e con quali prove tragiche ed oscure! E dimostrano che l’educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l’uso del possesso delle cose materiali e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio e del suo fine prossimo che è il fratello da amare, da servire dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, cioè dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere e carità provvedere.
Noi ci fermeremo all’elogio della povertà in spirito che purifica la Chiesa dal superfluo, insegna a rifuggire dal mettere il cuore e la fiducia nei beni di questo mondo! Ritrae il cristiano da ogni ruberia e disonesta amministrazione e da ogni illegale affarismo ed abitua a fraternizzare con persone di livello sociale inferiore ». ( 2 Ottobre 1968)
Credo sia davvero una necessità, oggi, tornare a vivere quella semplicità e sobrietà di vita che fa spazio nel cuore ai veri beni che contano davanti a Dio e agli uomini.
Ma ci sarà consapevolezza, in questa società, dell’urgenza dello spirito di povertà?
Nel Vangelo di oggi, l’evangelista Marco ci mostra Gesù nella pienezza della Sua missione tra di noi: una missione caratterizzata di povertà di spirito che diviene totale disponibilità e carità verso l’altro. « In quel tempo, Gesù, essendo passato di nuovo all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. « Si recò da Lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: ‘La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva’. Gesù si recò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle e gli toccò il mantello. Diceva infatti: ‘Se riuscirò a toccare il suo mantello, sarò guarità. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era stata guarita. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da Lui, si voltò alla folla dicendo: ‘Chi mi ha toccato il mantello?’. I discepoli gli dissero: ‘Tu vedi la folla che si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?’. Egli intanto guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne e gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’.
Mentre avviene il miracolo della donna e Gesù sta parlando con lei « dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: ‘Tua figlia è morta, perché disturbi il Maestro?’. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: ‘Non temere, continua ad avere fede! E non permise a nessuno di seguirLo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato disse loro: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, dorme’.
Ed essi lo deridevano. Ma egli cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: ‘Fanciulla, ti dico: alzati!’. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare: aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare ». (Mc. 5, 21-43)
Da un lato ci si stupisce della profonda fede di chi va da Gesù: una fede totale, del cuore, forse difficile per noi che a volte crediamo di essere ascoltati per le nostre tante parole, più che per la nostra reale fede. Dall’altra commuove la carità di Gesù, Dio, a cui basta la fiducia senza limiti, nel profondo del cuore, di chi sa affidarsi a Lui, come la donna guarita, per venirci incontro e guarirci.
Attorno a noi – se abbiamo la capacità di leggere le tante difficoltà e problemi nascosti – c’è tanta gente che ha come sola voce la sofferenza e cerca chi doni anche un lume di speranza o qualcuno pronto a condividere. Dovremmo tutti avere la fiducia e umiltà della donna del Vangelo, il coraggio e la convinzione di Giairo, per poter diventare portatori di speranza, ma molte volte siamo talmente presi dal nostro io, che non sappiamo vedere chi sta vicino a noi, per affidarlo al Maestro.
Ricordo una notte di Natale, dopo la S. Messa di mezzanotte, nella grande chiesa assiepata, mi accorsi, tornando in sacrestia, di una giovane nell’angolo di una cappella. Ci voleva poco a capire che era vittima di una grande sofferenza, che nessuno vedeva. Mi fermai, mi avvicinai e le dissi semplicemente: ‘Coraggio! Gesù è nato anche per te. Io vedo il tuo dolore, ma so che Lui consola.
Il giorno dopo, quella giovane venne a trovarmi e mi disse: ‘Questa notte lei mi ha ridato l’amore alla vita. Mi ha fatto sentire che non si è mai del tutto soli. Ho capito l’Amore di Dio che facendosi uomo si è fatto vicino a me e ho ritrovato la serenità’ .
Quanto bene può fare la carità che entra nella vita di chi soffre! Che Dio ci faccia capaci di avere un cuore grande e libero, capace di ‘vedere’, accogliere ed essere solidale con tutti.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 30 juin, 2012 |Pas de Commentaires »

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