«Da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,7.9.13-15) – di Enzo Bianchi

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«Da ricco che era, si è fatto povero»

(2Cor 8,7.9.13-15)

di ENZO BIANCHI

«Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi dalla sua povertà» (2 Corinzi 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: un Dio che si fa uomo, soffre e muore; ma Dio lo risuscita. Pure il cristiano non è di questo mondo, per cui non vuole possederlo, ma salvarlo.
L’Evangelo pone chiunque voglia diventare discepolo di Cristo di fronte alle esigenze radicali contenute nelle parole rivolte da Gesù alle folle: «Se qualcuno vuol venite dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Solo alla luce del primato di Cristo, dell’amore preferenziale per il Signore, la radicalità prende il suo senso, ed è all’interno di questa relazione di fede e di amore con il Signore Gesù che si impone al credente un giudizio sui beni del mondo e sul loro uso. Chi infatti, quale servo, vuole essere là dove si trova anche il suo Signore (cf Gv 12,26), non può esimersi dall’entrare nel regime della povertà che è dimensione cristologica: «Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: nello « scandalo » stesso dell’incarnazione.
La povertà evangelica appare allora non un « consiglio » o un « valore », ma piuttosto uno « spazio », una « dimensione » della fede intesa come adesione al Signore Gesù: solo i poveri sanno infatti riconoscere il loro bisogno di salvezza e accogliere l’Evangelo come buona notizia. La povertà è dunque per il cristiano « luogo di salvezza », esigenza inscindibilmente connessa alla vocazione battesimale; nel battesimo infatti il credente « riveste » Cristo, rinunciando all’uomo vecchio e immergendosi totalmente nella spoliazione stessa vissuta dal suo Signore. Così inizia un cammino di sequela improntato all’agape, all’amore. Non a caso già l’antica esegesi giudaica aveva interpretato il comandamento di amare Dio «con tutte le forze» (cf Dt 6,5; Mc 12,30) nel senso di amarlo « con tutti i beni », cioè nella disponibilità ad abbandonare tutte le ricchezze.
Può sorprenderci, scandalizzarci appunto, l’insistenza con cui il NT mette in guardia contro l’ostacolo che la ricchezza rappresenta sulla via della sequela del Signore e dunque della salvezza. La ricchezza tende infatti a occupare il cuore dell’uomo e a divenire un idolo, e allora l’Evangelo è netto: siccome «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), di conseguenza «non potete servire a Dio e a Mammona» (Mt 6,24). È vero che mai l’Evangelo pone la rinuncia radicale a tutti i beni come condizione necessaria per la salvezza, ma se tanto insiste sul pericolo insito nelle ricchezze è perché esse finiscono per falsare la verità dell’uomo e del suo rapporto con Dio. La povertà che l’Evangelo richiede al cristiano non è dunque tanto un obbligo a lasciare una quantità considerevole di cose, quanto piuttosto un appello affinché l’uomo ritrovi il mistero della propria povertà radicale, ontologica, affinché riscopra in cosa consista la propria verità: l’uomo è povero, è bisognoso! È questo che ci scandalizza: la nostra dipendenza da Dio e l’interdipendenza nella compagnia umana.
Proprio l’ascolto della parola di Dio esige e plasma al tempo stesso una Chiesa povera e di poveri e non si risolve nell’assolutizzazione dell’imperativo etico dell’azione per i poveri, i lontani, gli ultimi, identificati con « gli altri » verso i quali ci si muove con un assistenzialismo paternalista. L’amore per il prossimo in cui si sintetizza tutta la Scrittura (cf Rm 13,8-10; Gal 5,14; Gc 2,8) non può dunque essere sganciato dalla percezione della propria radicale povertà e debolezza, dal proprio personale bisogno di salvezza illuminato da una lettura della Scrittura « in povertà di spirito ».
Così, al pari dello « scandalo » della croce, di un Dio che muore di una morte ignominiosa, lo scandalo della povertà di Cristo e dei suoi discepoli, riconosciuto, assunto e accettato su di sé può far cessare l’altro aspetto « scandaloso » della ripartizione delle ricchezze, il mancato perseguimento dell’ideale biblico: «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). L’istanza della povertà è allora esigenza evangelica che implica l’attivo coinvolgimento della responsabilità e della creatività obbediente dell’uomo. Essa si configura non come una legge, ma come un evento in cui compito dell’uomo è l’obbedienza alla parola di Dio e all’esempio di Gesù, il povero per eccellenza, e la docile sottomissione all’azione dello Spirito. Nell’incontro tra una libertà personale e il Signore emergerà la forma concreta della povertà, non prestabilita e sempre in divenire, che deve però riguardare tanto la vita del singolo quanto quella delle comunità, delle Chiese, e che deve conoscere l’apertura alla dinamica della condivisione e la disponibilità a un abbandono anche radicale dei beni.
Così il radicalismo dei testi evangelici che parlano della povertà come esigenza del discepolato («Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo», Lc 14,27), che narrano la comunione dei beni nella Chiesa primitiva («I credenti tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno», At 2,44; cf At 4,32.34-35), che prospettano la radicale precarietà e assenza di umana sicurezza della missione («Non prendete nulla per la via, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, e non dovete avere due tuniche», Lc 9,3), restano come una perenne fonte di ispirazione per i cristiani e le Chiese di tutti i tempi. Così come l’esigenza evangelica della povertà resta come pungolo per Chiese spesso ricche, come spina nella carne per cristiani pienamente partecipi dell’opulenza delle società in cui vivono.
C’è da chiedersi se non sia blasfemo, oltre che menzognero, parlare di « povertà » a partire da tali condizioni, che sono quelle del mondo occidentale in cui viviamo, in cui ogni bisogno può essere immediatamente soddisfatto. C’è da chiedersi se il nostro discorrere di povertà non cada sotto il giudizio dell’amara e tagliente immagine utilizzata da Kierkegaard: «Nella splendida chiesa del castello si presenta un pomposo predicatore di corte, l’eletto del pubblico colto, e davanti a una schiera di aristocratici e intellettuali, commenta con unzione queste parole dell’Apostolo: « Dio ha scelto le cose umili e spregevoli » (1 Cor 1,28). E a nessuno viene da ridere!».

Enzo Bianchi

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