Risurrezione e vita nuova secondo San Pietro (Card. Albert Vanhoye)

http://web.mac.com/mluigino/Sito/Esercizi_Spirituali/Voci/2007/11/23_Risurrezione_e_vita_nuova_secondo_San_Pietro.html

di S.Eminenza Card. Albert Vanhoye

Risurrezione e vita nuova secondo San Pietro

(è stata scritta per sacerdoti)

Nella bella luce della risurrezione, mediteremo ciò che san Pietro ci dice di questo mistero. Nelle sue Lettere, san Pietro non racconta l’apparizione che egli ebbe di Cristo risorto; parla però subito della risurrezione, ín modo molto profondo, all’inizio della sua Prima Lettera. Dopo l’indirizzo, denso di dottrina, e il saluto iniziale: «Grazia e pace a voi in abbondanza», che riecheggia il saluto di Gesù risorto, san Pietro ringrazia Dio per la risurrezione di Cristo o, più esattamente, per averci fatto rinascere mediante la risurrezione di Cristo, perché san Pietro non vede la risurrezione di Cristo come un semplice fatto individuale, che riguarderebbe soltanto Gesù, ma vede la sua fecondità per noi. Dice: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia, egli ci ha fatto rinascere mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».
Prima osservazione: Pietro comincia con: «Benedetto Dio». Sapete che questa espressione è un modo di rendere grazie a Dio: dunque il primo atteggiamento di Pietro è quello dell’amore riconoscente; prima tale atteggiamento non gli era spontaneo; abbiamo visto nella nostra meditazione sulla conversione di Pietro che egli voleva dare il suo amore generoso prima di ricevere l’amore del Signore. Dopo la Passione e la risurrezione ha cambiato atteggiamento: ormai, il suo primo impulso è quello di ringraziare: «Benedetto Dio». Dio è anzitutto Padre del suo Figlio unigenito: «Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo», il Figlio generato, non creato, come diciamo nel Credo. Però, nella sua grande misericordia, che Pietro gusta – «gustate come è buono il Signore» -, Dio è voluto diventare anche nostro Padre, perciò ci ha rigenerati, ci ha fatto rinascere, ci ha comunicato una vita nuova, che è una vita filiale. Dio era il nostro Creatore, e si è fatto nostro Padre: in che modo? Mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Nella risurrezione di Gesù, siamo noi coinvolti; infatti, per se stesso il Figlio di Dio non aveva bisogno della risurrezione, perché non aveva bisogno della nostra natura umana. Era l’uomo ad aver bisogno di essere completamente rinnovato per diventare figlio di Dio.
Questa trasformazione completa si è effettuata nel mistero della Passione e della Risurrezione di Gesù. Per mezzo della risurrezione del suo Figlio, il Padre di Gesù Cristo ha dato a noi una nuova esistenza, di modo che adesso Egli è Padre di Gesù Cristo e, insieme, Padre nostro. Nel v. 17 Pietro dirà: «E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno, comportatevi con rispetto nel tempo del vostro pellegrinaggio». Il testo di san Pietro ci fa ricordare la parola di Gesù risorto, in Giovanni 20,17, dove dice: «Salgo verso Colui che è mio Padre e vostro Padre, mio Dio e vostro Dio». Nella Lettera ai Romani san Paolo dice cose analoghe quando parla del battesimo: egli pone un rapporto tra la risurrezione di Cristo e la «novità di vita», aperta ai credenti. Però, l’affermazione di san Paolo è meno nitida. La partecipazione alla risurrezione è vista piuttosto in una prospettiva futura: ciò che è effettivo nel battesimo è la sepoltura con Cristo: siamo stati sepolti nella morte di Cristo grazie all’acqua del battesimo. La novità di vita, che ha un rapporto con la risurrezione, è presentata come una meta, uno scopo. San Paolo dice che «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte per mezzo del battesimo, affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una novità di vita» (Romani 6,4). Invece san Pietro dice che, per mezzo della risurrezione, abbiamo già la nuova vita, siamo veramente con Cristo in una nuova vita. L’idea della nuova vita si trova ancora altrove nel Nuovo Testamento, in testi molto belli, ma san Pietro è il solo ad affermare così chiaramente che Dio ci ha fatto rinascere, che ci ha comunicato una vita nuova mediante la risurrezione di Gesù Cristo. Pietro poi esprime con insistenza il dinamismo della nostra nuova vita, dicendo che essa ci orienta «verso una speranza viva», ci promette una eredità incorruttibile, che già esiste per noi nei cieli. Parlando di «speranza viva», di nuovo san Pietro accenna alla risurrezione di Cristo: la nuova speranza non è soltanto un’idea, la nostra speranza è una persona che vive nel cielo e che raggiungeremo, perché già le apparteniamo.
Dopo aver parlato poi della redenzione (vv. 18-19), Pietro di nuovo nel v. 21 parla della risurrezione di Cristo per definire i cristiani ai quali si rivolge. Dice: «Voi siete coloro che per mezzo di Lui, cioè di Cristo, siete credenti in Dio, che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria». La fede cristiana è fede in Cristo risorto o, più esattamente, secondo Pietro, fede in Dio, che ha fatto risorgere Cristo dai morti e gli ha dato gloria. Aggiungendo che gli ha dato gloria, Pietro manifesta il suo amore per Cristo, si rallegra a causa della gloria di Cristo risorto. E di nuovo torna sul tema della speranza, aggiungendo «di modo che la vostra fede sia anche speranza in Dio». La gloria di Cristo risorto è per noi la base salda di fede in Dio e di immensa speranza.
San Pietro torna ad accennare alla risurrezione in un passo splendido del capitolo secondo, che esprime il dinamismo di questa nostra nuova vita, frutto della risurrezione di Cristo. Conosciamo bene questo passo, che è veramente capitale per la nostra vita spirituale e per il nostro ministero. Pietro comincia col mostrare le condizioni della vita ecclesiale dicendo ai nuovi cristiani, che lui paragona a dei neonati: «deposta dunque ogni malizia, ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale per crescere con esso verso la salvezza, se davvero avete già gustato come è buono il Signore». Questa è la prima parte. Poi viene la seconda parte del brano: «Stringendovi a Lui – il Signore -, pietra viva rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive nella costruzione di una casa spirituale, per un sacerdozio santo, che consiste nell’offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Vedete che l’apostolo parla della conversione cristiana sotto i suoi due aspetti contrapposti e complementari: un aspetto di rottura con il passato, e uno di adesione positiva a Cristo.
Il credente deve respingere un certo modo di vivere, e accogliere in sé una vita nuova. Pietro adopera due serie di espressioni che ritroviamo altrove nel Nuovo Testamento, e che si riferiscono al battesimo e al mistero pasquale di Gesù. La prima espressione adopera il paragone del vestito: il credente si toglie la veste del peccatore, gli indumenti vecchi e sporchi, e riveste abiti puliti e nuovi. Forse c’è un accenno a un rito antico del battesimo, non sappiamo se era già in uso nel primo secolo, ma nel secondo secolo c’era questo rito: colui che si faceva battezzare si spogliava, entrava nell’acqua, veniva battezzato e, uscito dall’acqua, riceveva una veste bianca. Il nome tradizionale della domenica che segue la Pasqua, che si chiama Domenica in Albis, cioè in vestiti bianchi, è un accenno a questo rito antico, perché i neofiti per otto giorni, cioè dalla notte di Pasqua fino alla Domenica in Albis, conservavano questi abiti bianchi. Ad ogni modo, san Pietro ci invita a respingere, a «deporre» come si depone un abito, ogni cattiveria, ogni malizia. La parola è molto generica, e aggiungendo «ogni», Pietro mostra che la rottura con il male deve essere completa. Le precisazioni che seguono prendono di mira specialmente i vizi che infettano la vita comunitaria; hanno quindi una importanza speciale per chi vive in comunità, corrispondono all’orientamento ecclesiale del pensiero in tutto il passo. Il credente deve respingere la frode, l’ipocrisia, essere sincero con i suoi fratelli e le sue sorelle nella fede. «Siamo membra gli uni degli altri», dice san Paolo, quindi «ciascuno deve dire la verità al suo prossimo» (Ef i4,25). Anche la gelosia è incompatibile con la vita nuova dei figli di Dio. «Tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cr12,13), quindi abbiamo grandi motivi di rallegrarci delle doti degli altri, invece di invidiarle; infatti queste doti sono un vantaggio per il corpo di cui facciamo parte e quindi per noi stessi. I doni ricevuti da ciascuno contribuiscono al bene di tutti, perciò la gelosia è da escludere completamente. A maggior ragione, un credente non può permettersi di nuocere agli altri parlando contro di loro, sparlando di loro. La maldicenza deve essere bandita. Le applicazioni concrete di questi consigli sono innumerevoli. Chiediamo al Signore di aiutarci a respingere veramente ogni forma di cattiveria nei nostri rapporti con gli altri membri della comunità, ogni mancanza di sincerità, ogni specie di gelosia, ogni maldicenza.
Dopo aver espresso questo aspetto negativo della conversione, Pietro ne esprime l’aspetto positivo e cambia metafora. Non dice di prendere un vestito nuovo, di «rivestire l’uomo nuovo», come dice san Paolo in qualche epistola (Ef 4,24; Cl 3,10; cfr. Gl 3,27; Rm 13,14), ma adopera il vocabolario della vita nuova più direttamente, cioè paragonando i neofiti a dei bimbi appena nati. Cosa fa il bimbo appena nato? Brama il latte, cerca subito di succhiare; questo è un riflesso spontaneo. San Pietro ci dice: dovete avere lo stesso riflesso, «come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale». Il nostro nuovo essere vuole vivere e crescere, e per farlo ha bisogno di un cibo appropriato, che l’apostolo definisce con questa espressione: il puro latte – non dice proprio spirituale – in greco mette logikon; sarebbe meglio dunque tradurre: «il puro latte della Parola» («Logos» è la parola). Nei versetti precedenti san Pietro ha ricordato che all’origine della nostra vita nuova si trova la Parola di Dio; ne ha parlato proprio nel versetto 23: «siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, per mezzo della Parola di Dio, viva ed eterna». Quindi, per crescere, occorre avere questo stesso cibo. Per svilupparsi, il figlio di Dio ha bisogno di questa parola che lo ha fatto nascere, Ia deve desiderare con grande appetito. Durante gli Esercizi vi siete nutriti abbondantemente della Parola di Dio: l’avete ascoltata, meditata, gustata, pregata… È necessario continuare, se volete crescere spiritualmente.
Dobbiamo avere un desiderio intenso di nutrirci della Parola di Dio, e non di altri cibi, talvolta più attraenti per la nostra natura umana. Chiedete al Signore di darvi questa fame e sete della sua Parola. San Pietro aggiunge un’altra condizione per il progresso spirituale, dicendo: «Se davvero avete gustato come è buono il Signore». Abbiamo già meditato questa condizione essenziale, gustare quanto è buono il Signore. La conversione cristiana non è una cosa astratta, è fondata su una relazione personale con Cristo. Il progresso spirituale non è un processo vegetativo, che potrebbe continuare senza consapevolezza della persona,
ma si effettua grazie a una relazione personale con il Signore. La Parola ispirata non ha altro scopo se non quello di stabilire, e di intrattenere, questa relazione personale, che è in primo luogo una relazione di amore riconoscente.
La relazione con il Signore viene espressa allora in maniera molto forte nei versetti seguenti, che mettono la nuova vita del cristiano in relazione con Cristo risorto. Pietro dice che dobbiamo stringerci al Signore, per diventare pietre vive come lui ed entrare nella costruzione di una casa spirituale per esercitare un sacerdozio santo che offre sacrifici graditi a Dio. La conversione cristiana è sempre conversione verso Cristo, «stringendovi a Lui». D’altra parte questa conversione assume necessariamente una dimensione ecclesiale, comunitaria. Quando entriamo in contatto con Cristo, siamo assimilati a Lui e integrati in un edificio spirituale fondato su di Lui, che è un santuario di Dio. Così siamo strappati alla dispersione, liberati dal nostro isolamento e tutti riuniti per formare la casa di Dio. Si tratta di un’unione molto forte, perché non siamo soltanto gli uni accanto agli altri come all’interno di un edificio – il che è già una relazione apprezzabile -, ma siamo saldati gli uni agli altri, come le pietre che formano l’edificio. La gente che sta all’interno di una casa, riunita per un certo tempo, può partire, andare fuori, disperdersi di nuovo: invece, le pietre che formano un edificio sono solidali in modo definitivo, non è possibile dissociarle senza violenza e senza danneggiare l’edificio intero. Quindi, vediamo qui un ideale di unità molto forte, che deve dare molta gioia ma che è anche molto esigente.
Questo paragone della costruzione non è una cosa nuova: nella Scrittura viene adoperato spesso, ed è stato adoperato anche da Gesù stesso. San Pietro ne poteva avere un’idea ancora più viva, perché doveva il suo nuovo nome, Pietro, a un’iniziativa di Gesù, in relazione con la costruzione della Chiesa: Gesù aveva
detto: «tu sei Kefa, cioè roccia, e su questa roccia costruirò la mia Chiesa». Qui, reciprocamente, san Pietro designa Cristo come la «pietra viva, respinta dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio». Quasi tutte le parole di questa lunga espressione provengono da testi profetici che l’apostolo cita nei versetti successivi. Soltanto il qualificativo «viva» è una cosa nuova. Cosa vuol dire l’apostolo? Sottolineare forse che la metafora accenna alla saldezza della pietra, non alla sua inerzia? No, non parrebbe sia questa la ragione. Pietro vuole accennare al mistero pasquale. Cristo, con la sua risurrezione, è diventato pietra viva. Egli si è manifestato come «il vivente», lo dice san Luca, o più esattamente l’angelo in Luca 24,5: «Perché cercate il vivente fra i morti?». Cristo è il vivente che ha definitivamente trionfato su tutte le forze della morte. San Pietro ci invita ad accostarci a Cristo risorto nel suo mistero pasquale, e a dargli la nostra adesione di fede.
Il mistero pasquale comprende due aspetti inseparabili. San Pietro ha premura di ricordarli tutti e due: Gesù è stato rigettato dagli uomini nella sua passione, e glorificato da Dio nella sua risurrezione. Notate che Pietro non polemizza contro i giudei, non dice: «rigettato dai giudei», ma «rigettato dagli uomini»: siamo tutti corresponsabili della passione di Gesù, non dobbiamo darne la colpa soltanto ai giudei. Gli uomini hanno respinto Gesù, l’hanno considerato come una pietra inutilizzabile, da gettare tra i rifiuti: questo viene detto nel Salmo 118, che Gesù stesso ha citato dopo la parabola dei vignaioli omicidi: «La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare». Pietro cita poi questa frase nel v. 7. Questa pietra buttata nei rifiuti, Dio è andato a riprenderla, l’ha scelta e ne ha affermato il valore supremo per la costruzione dell’edificio. Risorto, Cristo è diventato il principio di una costruzione nuova. La pietra viva è in grado di aggregare altre, innumerevoli pietre. Vedete come san Pietro esprime l’aspetto ecclesiale del mistero pasquale, ispirandosi proprio al Salmo che parla della pietra angolare, quella che dà all’edificio la sua saldezza. Pietro ci fa capire che la risurrezione di Cristo non è una glorificazione di portata esclusivamente individuale. Al contrario, la risurrezione di Cristo lo costituisce pietra d’angolo di un nuovo edificio, centro e sorgente di unità: Cristo è morto «per radunare insieme tutti i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52). Quelli che si accostano a Lui nella pienezza della fede, sono trasformati dal contatto con Lui, e diventano anch’essi pietre vive, perché la vita del Risorto li invade e li trasforma. Essi vengono rigenerati da Dio per mezzo della risurrezione di Gesù e incorporati al nuovo edificio. Così dobbiamo intendere la risurrezione di Gesù, e aderire a Gesù risorto, per essere pervasi della sua vita e trasformati profondamente.
Il nuovo edificio viene chiamato letteralmente «casa spirituale»: come capire questa espressione? È possibile interpretarla in modo piuttosto generico, dicendo che i cristiani non debbono costruire materialmente una casa, ma formare spiritualmente una costruzione salda. Questa interpretazione non è falsa, però non basta; l’espressione ha un senso più forte: qui «casa» vuol dire «casa di Dio», Tempio. Nell’Antico Testamento infatti si usa talvolta la parola ebraica «beth», «casa», per designare il Tempio di Gerusalemme. San Pietro non pensa qui a un edificio qualunque, ma a un tempio, a un santuario: lo si vede dopo, perché parla di un sacerdozio e di offerte gradite a Dio. Quindi si tratta del nuovo Tempio, che sostituisce il Tempio di Gerusalemme. Qui è il caso di ricordare la storia della costruzione, della distruzione e della ricostruzione del Tempio. Il punto di partenza è l’oracolo del profeta Natan in 2 Samuele 7: a Davide era venuta l’idea di costruire una bella casa per Dio – l’arca di Dio stava sotto una tenda, e questo non andava bene – ma il profeta fu incaricato da Dio di rispondere: «Non tu, Davide, costruirai una casa per me, ma io, Dio, ti costrurò una casa» -cioè ti darò un figlio che ti succederà, e questo figlio costruirà per me una casa. L’oracolo di Natan trovò evidentemente un primo adempimento nella storia di Salomone, figlio di Davide e suo successore, che costruì il Tempio. Però questa realizzazione materiale era imperfetta, e votata alla distruzione. La vera casa di Davide, e la vera casa di Dio si sono costruite per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo, con una sintesi inaspettata, come accade spesso nella Bibbia quando si tratta del mistero di Cristo. Cioè, nella storia di Salomone vediamo una chiara distinzione tra due aspetti dell’oracolo: Dio aveva promesso a Davide uria casa, cioè un figlio che gli doveva succedere: Salomone. Secondo aspetto dell’oracolo: questo figlio doveva costruire una casa per Dio. Salomone costruì un tempio a Gerusalemme. Salomone e il Tempio sono due realtà ben distinte… Invece, Cristo risorto è nel contempo la casa regale data da Dio a Davide, e la casa di Dio costruita per Dio dal figlio di Davide. Cristo è le due cose insieme: Cristo è la casa regale, perché la sua vittoria sulla morte ha fatto di Gesù, discendente di Davide, il re messia che regna per sempre (cfr. Lc 1,32-33). Quindi in Gesù, Dio ha dato a Davide una casa che regna per sempre. D’altra parte, Gesù risorto è la nuova casa di Dio, perché nel suo mistero pasquale Cristo ha sostituito il tempio fatto da mani d’uomo con un tempio non fatto da mani d’uomo, costruito in tre giorni: ricordate che nella Passione nel Vangelo di Marco proprio questa accusa viene mossa contro Gesù: Egli ha detto «Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo?» «e costruirò un altro Tempio, non fatto da mani umane». La prima parte dell’accusa era falsa: Gesù non aveva mai detto: «Io distruggerò», ma aveva predetto la distruzione di quel Tempio. In Giovanni 2 abbiamo la parola di Gesù stesso: «Distruggete voi questo santuario, e io in tre giorni lo farò risorgere» e l’evangelista precisa che Gesù parlava del tempio del suo corpo. Il corpo di Cristo, rivificato dallo Spirito Santo, è diventato la vera casa di Dio, l’autentico Tempio, la vera casa spirituale, nella quale tutti gli uomini sono invitati ad entrare per trovarsi in rapporto intimo con Dio, anzi tutti sono invitati a farne parte, diventandone le pietre vive.
L’aggettivo «spirituale» deve qui venire inteso nel senso molto forte di «opera dello Spirito Santo»: grazie all’azione santificatrice dello Spirito, di cui Pietro ha parlato in 1,2, i credenti fanno parte di questa casa spirituale. L apostolo esprime un vigoroso dinamismo: il movimento dei cristiani che si accostano a Cristo continua nel movimento dell’edificazione della casa spirituale che si sta costruendo, come indica il verbo al presente, e questa casa deve servire per un sacerdozio santo, che consiste nell’offrire sacrifici spirituali. Così, siamo invitati a entrare nel dinamismo dell’offerta di Cristo. Per mezzo dell’incorporazione a Cristo, i cristiani sono consacrati sacerdoti e invitati a offrire. Formano tutti insieme un «organismo sacerdotale», dice Pietro, che prende la parola nella Settanta, la traduzione greca dell’Antico Testamento. Dio, in Esodo 19,5ss, aveva fatto a Israele una promessa, una promessa condizionata: «Se ascolterete la mia voce, e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». La condizione non era mai stata adempiuta, quindi questa promessa rimaneva una speranza inaccessibile. Adesso, san Pietro dice che la speranza si è attuata: ciò che era stato promesso agli israeliti è divenuto realtà per i credenti in Cristo: «Voi siete una nazione eletta, un sacerdozio regale» (Pt 2,9)
Abbiamo qui la dottrina del sacerdozio battesimale di tutti i credenti, che è l’aspetto principale del sacerdozio nella Chiesa. Facilmente si pensa il contrario, cioè che il più importante sia il sacerdozio ministeriale, ordinato; però non è esatto: parecchi documenti magisteriali lo dicono chiaramente: il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio battesimale, che è lo scopo. Il sacerdozio ministeriale è il mezzo, non è lo scopo. È chiaro che senza il sacerdozio ministeriale il sacerdozio battesimale non potrebbe esistere; però, senza il sacerdozio battesimale di tutti i credenti, iI sacerdozio ministeriale non avrebbe nessun senso. D’altra parte, occorre osservare che il sacerdozio battesimale è il sacerdozio di tutti i battezzati, dal più piccolo al più grande. Noi siamo chiamati a esercitare il sacerdozio battesimale, che spesso viene chiamato sacerdozio comune, in tutta la nostra vita, anche quando esercitiamo il nostro sacerdozio ministeriale. siamo chiamati cioè a offrire noi stessi in unione con il sacrificio di Cristo: questo è esercizio del sacerdozio battesimale. Anche il Papa esercita il sacerdozio battesimale, anche per la persona del Papa il sacerdozio battesimale è più importante del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è un dono di Cristo alla Chiesa, non è una cosa che appartenga personalmente al Papa, non è un qualcosa che aumenti il suo valore personale; ma il modo in cui egli offre se stesso, così come ogni credente è chiamato a offrire se stesso, questo è per lui personalmente la cosa più importante. San Pietro ci precisa poi che il sacerdozio battesimaIe va esercitato con l’offerta di sacrifici spirituali. Non si tratta di sacrifici mentali, cioè di una semplice intenzione mentale di offrirsi a Dio: si tratta dell’offerta della nostra esistenza reale sotto l’impulso dato dello Spirito Santo, nella docilità allo Spirito Santo. Il culto cristiano consiste nel diventare santi in tutta la nostra condotta (1Pt 1,15) vivendo in una carità intensa (cfr. 1Pt 1,22), ciascuno secondo la propria vocazione: «Ciascuno viva secondo il dono di grazia (carisma) ricevuto, mettendolo a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio» ( Pt 4,10). Così, grazie alla risurrezione di Gesù, la nostra vita è trasformata e proclama le opere meravigliose di Colui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce, noi che un tempo eravamo non-popolo, ora invece siamo popolo di Dio, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece siamo colmati dalla misericordia (cfr. 1Pt 2,9-10). Così San Pietro ci invita a vivere pienamente uniti a Cristo nell’amore riconoscente e nell’offerta generosa.

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