Paolo, studente sotto Gamaliele (per la festa di San Pietro e Paolo 2012)

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Paolo, studente sotto Gamaliele

don Daniele Muraro

(18/01/2009)

Vangelo: Gv 1,35-42

Abbiamo già passato la metà dell’anno paolino, solennemente inaugurato da papa Benedetto il 28 giugno scorso e che terminerà il 29 giugno di quest’anno. In occasione del bimillenario di san Paolo, nato come Saulo nella cittadina siriana di Tarso fra il 7 e il 10 dopo Cristo, tutta la Chiesa è invitata a guardare a questo grande Apostolo che ci ha lasciato un patrimonio ineguagliato di spiritualità e dottrina.
Dovremmo essere già familiari con il pensiero di san Paolo dal momento che dalle sue lettere sono tratti quasi tutti i testi della seconda lettura nella messa festiva. Forse siamo meno in confidenza con la persona di san Paolo. Sembra quasi che il torrente delle sue parole e di tutti i suoi ragionamenti spinga la nostra considerazione lontano dai fatti privati di Paolo e ci solleciti unicamente a fare delle riflessioni astratte.
Eppure anche la vicenda umana di colui che è stato definito l’Apostolo delle Genti ha molto da insegnare a noi cristiani che viviamo la stessa fede di lui duemila anni dopo.
Nel Vangelo abbiamo sentito la chiamata di san Pietro. Ce la racconta san Giovanni, presente al fatto, e che già da qualche ora si era messo sulle orme di Gesù. “Erano circa le quattro del pomeriggio” precisa san Giovanni riandando con la memoria molti anni dopo al momento in cui era entrato per la prima volta nella casa che il Signore occupava a Cafarnao.
Anche per san Paolo si può indicare un momento preciso in cui il Signore lo chiamò e da persecutore del Vangelo egli diventò Apostolo di Gesù Cristo. A quell’epoca Saulo di Tarso era un uomo fatto, che stava per raggiungere i trent’anni, con le idee molto chiare sulla missione da portare a termine: estirpare la Chiesa nascente conducendo in catene ed eliminando tutti i credenti nella nuova dottrina che fosse riuscito a trovare. Ma di questo parleremo la settimana prossima, 25 gennaio, festa appunto della conversione di san Paolo.
Il racconto della prima lettura, con la chiamata di Samuele, ci può servire invece per illuminare gli anni dell’infanzia e dell’adolescienza del nostro Apostolo, quando egli viveva all’ombra della legge e del Tempio ed era pieno di zelo per la religione dei suoi padri.
Il personaggio storico del profeta Samuele si colloca circa un millennio prima del tempo di Gesù e san Paolo. Di lui conosciamo anche l’infanzia, addirittura le circostanze della nascita e la promessa che la madre aveva fatto a Dio che se avesse messo al mondo un figlio l’avrebbe consacrato al servizio del Signore.
All’età di tre anni Samuele viene portato presso il Tempio di Silo e consegnato alla custodia del sacerdote Eli. Al momento dell’episodio oggetto della lettura Samuele avrà avuto una decina d’anni, forse qualcuno meno, forse qualcuno più. Egli dorme in una stanza del Tempio quando si sente chiamare per nome. Allora si alza e corre da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Il vecchio Eli rimanda il ragazzo: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. La scena si ripete ancora per due volte finché Eli comprende che è il Signore a chiamare il ragazzo e gli suggerisce che cosa fare: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”.
Samuele va a dormire al suo posto. Viene il Signore, si ferma accanto a lui e lo chiama come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele risponde subito come gli aveva indicato il suo maestro Eli. Da quel momento il Signore fu con lui e Samuele divenne un profeta rispettato e autorevole.
Anche di Saulo conosciamo il nome del maestro: Gamaliele, il rabbino più famoso del suo tempo, che lo aveva educato nelle più rigide norme della legge paterna e nelle sottigliezze delle disquisizioni dottrinali.
Alla scuola di Gamaliele Saulo diventa un esperto della legge, aggiungendo alla sua qualifica di fariseo, cioè di fedele osservante, anche quella di scriba, letterato, e mirando forse a diventare lui stesso un rabbino, sull’esempio dello stesso Gamaliele.
Rabbì (letteralmente significa “il mio grande”) era chi teneva aperta una scuola, frequentata a richiesta da alunni che pagavano una retta. Il padre di Saulo, fabbricatore di tende e fariseo pure lui, aveva voluto dare il meglio per il suo figlio, su cui riponeve molte speranza.
Saulo era cittadino romano fin dalla nascita e questo era stato un altro regalo che gli aveva fatto suo padre per così dire. Forse fu anche per questa prerogativa che il sinedrio di Gerusalemme, cioè i capi, scelsero Saulo per la delicata missione a Damasco ed lo dotarono allo scopo di lettere di accredito e di autorizzazione.
Passo dopo passo di Saulo prima della conversione possiamo tracciare dunque questo ritratto: da buon ebreo seguiva la legge, da scriba con ambizioni di rabbino seguitava a studiarla anche oltre il suo stretto dovere, da fariseo perseguiva un ideale di perfezione moralistico e orgoglioso, e infine da fanatico era arrivato a perseguitare la Chiesa di Dio.
Con la conversione nella vita di Saulo si opera una capovolgimento completo. Egli non perseguita più, semmai viene perseguitato, persegue il suo nuovo ideale, ma non come uno che fa di testa sua, piuttosto come uno che quasi viene trascinato e chi lo muove è Cristo. Seguita a predicare il Vangelo di Dio, ma come uno che obbedisce ad un comando che gli viene dato e alla fine si dichiara soddisfatto di poter seguire Gesù con una morte simile alla sua in vista di essere ricompensato un giorno con la resurrezione che solo il Signore può dare.
Possiamo concludere che san Paolo fu davvero un grande, ma non secondo il suo progetto umano, bensì per volontà di Gesù che lo chiamò e per così dire lo espropriò di se stesso.
“Voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo”: quello che san Paolo dice ai Corinti egli lo ritiene vero anzitutto per se stesso e questo annuncio può diventare motivo di meditazione anche per noi.
Per essere cristiani davvero dobbiamo essere del Signore con tutto noi stessi e san Paolo ci mostra concretamente che cosa vuol dire questa appartenenza a Gesù senza riserve.

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